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La "Terra della gioia" secondo i Trust La "Terra della gioia" secondo i Trust Hot

La "Terra della gioia" secondo i Trust

recensioni

gruppo
titolo
Joyland
etichetta
Arts & Crafts International
Anno

 

1-Slightly Floating

2-Geryon

3-Capitol

4-Joyland

5-Are We Arc?

6-Icabod

7-Four Gut

8-Rescue,Mister

9-Lost Souls/Eelings

10-Peer Pressure

11-Barely

opinioni autore

 
La "Terra della gioia" secondo i Trust 2014-03-09 16:33:05 Davide Pappalardo
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Davide Pappalardo    09 Marzo, 2014
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Seconda prova in studio per il progetto canadese che da qualche tempo sta sempre più raccogliendo proseliti nel mondo “Indie/Alternative Pop”, ovvero Trust di Robert Alfons, rimasto unico titolare del gruppo dopo che Maya Postepski si è concentrata sul suo progetto principale, gli Austra, lasciando la band poco dopo la pubblicazione del loro primo disco.
Non è dato sapere se è questo che ha comportato un leggero cambio di registro nella musica del gruppo o se ciò sarebbe avvenuto in ogni caso, fatto sta che “Joyland” pur conservando molti degli elementi presenti nel debutto del 2012 “Trst” tra cui la voce mutante e “sgraziata “di Alfons che passa da profondità alla Curtis a registri in falsetto come niente fosse e una forte influenza retrò e minimale sempre presente, li rielabora in chiave molto meno oscura e ostica, traendo a piene mani dalla Dance anni ’90 e dall’Acid House e creando un atmosfera, non a caso dato il titolo del disco, più “gioiosa” e con una produzione meno Lo-Fi e più sognante rispetto al primo disco, pur mantenendo una certa malinconia di fondo insita nella voce del nostro e nelle melodie elettroniche che fanno da struttura portante di tutto il disco; in fondo Alfons si è sempre dichiarato innamorato di gruppi quali gli Ace of Base e di essere cresciuto ascoltando certa musica, dissociandosi dai tentativi di inquadrarlo necessariamente come un artista Dark, quindi questo suo aspetto più solare non deve stupire più di tanto, anche perché già presente comunque anche se in misura meno dominante nel precedente lavoro.
Rimane intatta per fortuna l’originalità in certe scelte di songwriting del gruppo che pur quando usa elementi convenzionali lo fa sempre guardandosi bene dal creare semplici brani di Pop commerciale usa e getta, sapendo molto bene come usare sia la voce sia i synth per ritagliare momenti di contrapposizione emotiva interni ai brani creando atmosfere che non possono lasciare impassibile l’ascoltatore e si prestano sia all’ascolto passivo, sia alle piste delle discoteche alternative, come nella migliore tradizione della musica Electro-Pop.
Largo quindi ad arpeggi e drum machine, così come a inequivocabili tastiere che riportano in mente le discoteche di quando noi quasi trentenni eravamo ancora bambini e potevamo percepire certe sonorità alla radio o negli ascolti dei parenti più grandi di noi, e indipendentemente dall’apprezzamento successivo di quest’ultime ci riportano alla mente quegli anni e quel mondo che oggi spesso viene ripreso sempre più dalla musica indipendente e da musicisti ventenni (anche se non è il caso di Alfons avendo passato i trenta da un po’) che hanno vissuto quegli anni solo tramite repertori d’annata su internet, rielaborandolo sotto la lente di un “Sehnsucht” al centro della scena Indie e Witch House che li digerisce e restituisce sotto una nuova forma ad uso e consumo di una generazione che ha superato il concetto di genere e periodo musicale per giungere ad un sincretismo musicale dove, nel bene e nel male, tutto fa brodo se contrapposto a quanto percepito come il gusto di massa.
La materia sonora è egregiamente rappresentata da pezzi quali “Geryon” che sembra un pezzo dei VnV Nation di fine anni novanta rifatto da qualcuno che sa suonare e cantare decisamente meglio di loro, o il zuccheroso “Capitol” con le sue linee di piano e pulsioni di basso, o la title track che ricorda degli Erasure mutanti, o ancora la Dance incalzante di “Four Gut” dalle irresistibili bassline. Un posto d’onore va al singolo “Rescue, Mister” che ci catapulta in mezzo a una pista da ballo tra luci stroboscopiche e bassi profondi, e dove il falsetto di Alfons la fa da padrone in una delle sue migliori interpretazioni.
In definitiva un caso di “più le cose cambiano, più rimangono uguali”: “Joyland” conserva tutti gli elementi che distinguono Trust come gruppo e non può essere scambiato per il lavoro di un altro progetto, ma non è una riproposizione in toto del primo disco, certamente più oscuro, melodrammatico e sperimentale, bensì un nuovo capitolo con nuove cose da raccontare e mondi da mostrare, la dove nel debutto ci si trovava in un futuro che non è stato, ora invece viene rivisto un passato che è stato, in una sorta di diario sonoro. Rimaniamo in attesa di vedere cos’altro sarà capace di creare in futuro il buon Alfons e quali altre pagine della musica Elettronica-Dance contemporanea deciderà di rielaborare sotto la sua particolare visione.

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