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Nightwish: Musicando l'evoluzione della specie Nightwish: Musicando l'evoluzione della specie Hot

Nightwish: Musicando l'evoluzione della specie

recensioni

gruppo
titolo
Endless Forms Most Beautiful
etichetta
Nuclear Blast
Anno

 

01. Shudder Before The Beautiful

02. Weak Fantasy

03. Elan

04. Yours Is An Empty Hope

05. Our Decades In The Sun

06. My Walden

07. Endless Forms Most Beautiful

08. Edema Ruh

09. Alpenglow

10. The Eyes Of Sharbat Gula (Instrumental)

11. The Greatest Show On Earth

opinioni autore

 
Nightwish: Musicando l'evoluzione della specie 2015-03-31 16:57:50 Gianni Izzo
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    31 Marzo, 2015
Ultimo aggiornamento: 31 Marzo, 2015
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Ricco di riferimenti culturali: il titolo Darwiniano, la dedica strumentale composta per la famosa foto scattata da Steve McCurry, che ritraeva gli occhi dell’"ex dodicenne" afgana Sharbat Gula, fino alle narrazioni dell’ospite d’onore del disco, il biologo evoluzionista Richard Dawkins, tra l'altro autore di “L’illusione di Dio” e, per l’appunto, di “The Greatest Show On Earth” (Il più grande spettacolo della Terra).

“Endless Forms Most Beautiful” ci racconta l’evoluzione della specie, la bellezza di questa, un disco in bilico tra scienza, meraviglia e poesia, tutto attraverso la musica dei NIghtwish, l’estro compositivo di Holopainen, l’ugola della nuova singer Floor Jansen.

“Elan”, primo singolo, l’avete ascoltata, non è frizzante come i precedenti apripista quali “Storytime”, “Amaranth” o “Bye Bye Beautiful”, ma sa farsi piacere. Migliore da ogni punto di vista è stata decisamente la seconda anteprima, “Shudder Before The Beautiful”, che ci riporta dei Nightwish più metal, nei quali le orchestrazioni, di cui era pregno “Imaginaerum”, fanno un passo indietro, rendendo, non solo questo pezzo, ma anche gran parte del nuovo lavoro della band, più heavy, meno esageratamente pomposo, anche se veri e propri assoli di chitarra e tastiera, sono confinati praticamente a questa sola canzone. Canzone che tra l’altro, diciamolo, nelle linee vocali ricorda in modo fin troppo palese “Dark Chest Of Wonder”, ma visto che funziona così bene, noi gliela diamo buona e facciamo finta di niente.

Troy Donockley, dopo anni di collaborazione, finalmente diventa a tutti gli effetti il sesto membro ufficiale dei Nightwish. Ovvio che le parti folk, che già prima erano parte integrante del sound dei finlandesi, divengano oggi, un elemento ancor più caratterizzante: ne lodiamo i tratti peculiari soprattutto nell’ottima “My Walden”, ma anche nelle strofe di “Weak Fantasy”, nelle quali si respira aria di un elegante Irish Folk, prima di concedersi ad un refrain metalloso più che mai.

Ciò che si percepisce fin dalla prima traccia è una certa pacatezza nelle linee vocali, Floor canta sempre su toni medi e caldi, qualche inasprimento nella sua voce la sentiamo nella dura ma deludente “Yours Is An Empty Hope”, ma nell’insieme sia lei, che Marco Hietala (tra l’altro usato molto poco in questo disco) non sembrano mai darci dentro del tutto. Scelta stilistica o meno, il risultato da al sound un certo mood malinconico, altre volte si sente il bisogno di quell’esplosione vocale che semplicemente non avviene, o comunque lo fa decisamente meno del solito.

Certo, poi ci pensano “Alpenglow” e la title-track a regalarci i giusti fuochi d’artificio che ci aspettiamo, brani diretti, ottimamente arrangiati, barocchi e catchy al punto giusto, e qui non abbiamo neanche alcun sinistro senso di deja-vù.

Sebbene i Nightwish, attraverso il loro mastermind Holopainen, abbiano deciso di limitare la parte orchestrale, non riescono proprio a non cadere nell’esagerazione, in quell’idea suadente di album soundtrack, che se non ci stai attento, finisci inevitabilmente di creare un mattone pesantissimo da digerire (Vedi l’ultimo disco dei Blind Guardian).

E di fatto, dopo più di tre quarti d’ora di brani dopotutto ben riusciti, ci aspettano ancora gli ultimi 30 minuti (!!!) di musica, divisi tra due tracce (!!!), uno strumentale di 6 minuti tremendamente tedioso, a cui segue la classica suite del disco.

La già citata “The Greatest Show On Earth”, presenta al meglio le due facce di un grande musicista. Il buon Tuomas sa creare come per magia melodie ammalianti, ma il suo ego tende spesso ad imbottigliarle tra strascichi di esercizi di stile, allungati allo stremo.
Ed ecco che il fraseggio pianistico iniziale di "The Greatest..." ed il botta e risposta tra questo ed i fiati, percussioni e archi, diviene dopo già un minuto, fin troppo ripetitivo, e pensare che la vera canzone inizia solo dopo altri 6 minuti di dialoghi strumentali, che si beano egoisticamente di se stessi.
Poi entra l’armamentario metal, si accendono i microfoni di Floor e Marco, e si viaggia alla grande. Accettiamo di buon grado le sperimentazioni sonore, i bit elettronici, le strofe dal senso futuristico, insieme a tutti i suoni ambient (eruzioni vulcaniche, barriti, nitriti, ringhi), che si mescolano ottimamente (ora si!) con gli arrangiamenti opulenti e il trascinante refrain, fino ad arrivare al finale corale. Per 10 minuti ci godiamo un bel gioiellino compositivo, scocciati che sia stato rovinato da un intro troppo prolissa.

Ma Dawkins è l’ospite del disco, non gli si può certo far dire un paio di frasi e basta su un album di quasi 80 minuti, finisce così il gioiello musicale e ricomincia il solito andazzo orchestrale pieno di vanità, sul quale il biologo parla, parla e parla, per gli ultimi inutili 10 minuti. Se così non fosse, saremmo stati più entusiasti, ma va bene, per quel che mi riguarda, siamo nel bene e nel male, di fronte ad un altro album complessivamente riuscito da parte dei Nightwish, che ad oggi mi hanno sempre saputo esaltare nei loro momenti migliori, e mai completamente deludere in quelli peggiori.

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