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Symphonity, che peccato! Symphonity, che peccato! Hot

Symphonity, che peccato!

recensioni

titolo
"King of Persia"
etichetta
Limb Music
Anno

 

TRACKLIST:

01. King of Persia

02. The choice

03. In the name of God

04. Flying

05. A farewell that wasn't meant to be

06. Children of the light

07. Siren call

08. Live to tell the tale

09. Unwelcome

10. Out of this world

 

 

LINE-UP:

Ivo Hofmann - Keyboards

Herbie Langhans - Vocals, Tracks 01, 02, 04, 06, 08, 09

Ronnie König - Bass

Olaf Hayer - Vocals, Tracks 01, 03, 05, 07, 09

Libor Křivák - Guitar

Martin Škaroupka - Drums

opinioni autore

 
Symphonity, che peccato! 2016-10-06 09:37:27 Ninni Cangiano
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Ottobre, 2016
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Ho avuto un tuffo al cuore quando ho letto il nome dei Symphonity tra le nuove proposte di recensioni pervenute dalla Limb Music; ricordo ancora benissimo il loro splendido debut album “Voice from the silence”, uscito 8 anni fa (e da me recensito sulle storiche pagine di powermetal.it). E’ stato quindi con grande curiosità che mi sono “tuffato” all’ascolto di questo nuovo “King of Persia”, impaziente di scoprire cosa fossero ancora in grado di fare artisti del calibro di Olaf Hayer (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo grande singer!) e Martin Skaroupka (batterista anche di Cradle Of Filth e Masterplan), a cui in questo disco si sono aggiunti nomi importanti come il bassista Ronnie König (anche nei Signum Regis, entrato nella band dopo il decesso di Tomáš "Tom" Čelechovský) e l’altro singer Herbie Langhans (anche nei Sinbreed). Il disco parte subito a mille con la lunga ed affascinante suite, title-track dell’album, “King of Persia”, seguita a ruota dalla splendida “The choice”. Già con la successiva “In the name of God”, cominciamo a calare un attimo, pur mantenendoci su un power di livello accettabile, ruffiano ed orecchiabile quanto basta. Con “Flying” e soprattutto con la successiva lunga e prolissa “A farewell that wasn’t meant to be” comincio ad avere forti dubbi che la frizzante, ma anche qui parecchio lunga (oltre 7 minuti), “Children of the light” non riesce a dissipare del tutto, nonostante un ottimo lavoro alla chitarra di Libor Křivák. Sorvolando sulla breve ballad “Siren call”, senza infamia e senza lode, si arriva a “Live to tell the tale” che spalanca il baratro! Vado a cercarmi nella bio qualche riferimento a questo pezzo, sperando che fosse solo una cover di qualche sconosciuta rock band, ma scopro che invece è proprio un pezzo dei Symphonity.... brano che sembra scopiazzato male dai Survivor e che non c’entra proprio nulla, ma assolutamente niente in un disco di power metal! E dire che la voce sporca di Herbie Langhans ci starebbe anche bene con l’hard rock... ma è proprio la canzone in sé che sta in questo disco come il pecorino su un branzino, come una peperonata a colazione.... la successiva “Unwelcome”, nonostante sia un ottimo pezzo power, ritmato a dovere (Martin Skaroupka è una garanzia dietro le pelli!) e godibile, non riesce a togliermi l’amaro in bocca di quella nefandezza precedente (ma perchè? Perchè mettere una cosa del genere in un disco power?). L’album si conclude in maniera discreta, con la strumentale “Out of this world” che non stupisce, né annoia. Purtroppo tante bands di power metal, con il procedere degli anni, si sono lasciate contaminare da smanie hard-rockeggianti, ammorbidendo il loro sound, a volte anche in maniera eccessiva, ricordo i Mob Rules ed i Sonata Arctica, come anche in un certo senso gli Edguy e gli Avantasia, ma l’elenco potrebbe essere anche più lungo; i Symphonity sono ancora in tempo per tornare indietro alle loro origini power, anche se questo “King of Persia” rimane purtroppo un disco riuscito solo in parte.

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