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Malacoda, si può fare meglio Malacoda, si può fare meglio Hot

Malacoda, si può fare meglio

recensioni

gruppo
titolo
"Ritualis aeterna"
etichetta
Autoproduzione
Anno

 

TRACKLIST:

1. Penny Dreadful (5:34)

2. I Got A Letter (4:37)

3. Pandemonium (3:39)

4. The Wild Hunt (4:20)

5. Linger Here (2:23)

6. There Will Always Be One (3:47)

 

 

LINE-UP:

Jonah Weingarten - Keyboards, Orchestration

Lucas Di Mascio - Guitars, Vocals, Bass

Brad Casarin - Guitars

Mike Harshaw - Drums

 

Guitar Solos on “Penny Dreadful” – Joe Waller, Jessy Oppenheimer

opinioni autore

 
Malacoda, si può fare meglio 2016-12-03 10:20:47 Ninni Cangiano
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    03 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 04 Dicembre, 2016
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Quanto ha influito Dante Alighieri sul mondo metal? Tanto! Ennesima dimostrazione arriva da questa band canadese che ha scelto il nome di Malacoda, demone inventato dal Sommo Vate ed inserito nell’Inferno a capo di una truppa di diavoli, i Malebranche. Ma è evidente che i Malacoda sono appassionati di letteratura classica, dato che in questo loro secondo lavoro, l’E.P. intitolato “Ritualis aeterna” (mi piace un titolo latino per una band del continente americano!), ci sono riferimenti nei testi anche a personaggi come Dracula, Frankenstein e Dorian Grey, tra gli altri. Ammetto di non aver mai sentito prima questa band ed il paragone nella presentazione a nomi come Kamelot, King Diamond, Pyramaze, Dimmu Borgir e Paradise Lost mi ha obiettivamente incuriosito. Di fatto, però, in questi 6 brani non ho trovato alcun parallelismo con Paradise Lost o Kamelot, quasi niente di Dimmu Borgir (se si eccettua qualche raro passaggio di tastiere) e molto poco di Pyramaze, più che altro in un certo gusto per le melodie. Il paragone più calzante forse lo trovo con King Diamond per via di quella vena horrorifica che accomuna il sound di queste due band, altrimenti alquanto distanti; i Malacoda sono, infatti, molto più modern-oriented rispetto alla musica del maestro danese. Ecco quindi la presenza (a volte ingombrante) di una robusta dose di growling che avvicina pericolosamente il sound dei canadesi al mainstream americano del modern metal e metalcore in genere, allontanandolo dall’horror e dal gothic che dovrebbero essere invece delle linee guida. E forse proprio qui sta il “tallone d’Achille” dei Malacoda, la cui musica non dispiace, ma non riesce a colpirmi e conquistarmi; la trovo quasi troppo “plasticosa” e poco “cattiva” per poter essere un horror metal convincente. Probabilmente avrebbero bisogno di ascoltare un pochino di scuola europea, ed italiana in particolare, per rendere il proprio sound più “malsano”. In tal senso, il brano più azzeccato risulta essere “The Wild Hunt” che veramente potrebbe far buona figura in un film horror, grazie alle sue evocative tastiere (ma non parliamo di symphonic power, come nella presentazione, per carità!) che creano le atmosfere adatte. Intravedo buone potenzialità nei Malacoda che, abbandonando tentazioni modernistiche (meno growling per favore!) e concentrandosi maggiormente sulle atmosfere e sulle melodie, potranno sicuramente in futuro sfornare un lavoro più interessante di questo “Ritualis aeterna” che sfiora comunque la sufficienza. Ad maiora!

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