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Nuovo album per Danzig: ci si aspettava di meglio Nuovo album per Danzig: ci si aspettava di meglio

Nuovo album per Danzig: ci si aspettava di meglio

recensioni

gruppo
titolo
Black Laden Crown
etichetta
AFM Records
Anno

1. Black Laden Crown
2. Eyes Ripping Fire
3. Devil on Hwy 9
4. Last Ride
5. The Witching Hour
6. But a Nighmare
7. Skull & Daisies 
8. Blackness Falls
9. Pull the Sun

opinioni autore

 
Nuovo album per Danzig: ci si aspettava di meglio 2017-05-15 13:21:51 ENZO PRENOTTO
voto 
 
3.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    15 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Il buon Danzig ritorna sotto i riflettori con il nuovo lavoro, Black Laden Crown. Sette anni sono passati dall’ultimo studio album (tralasciando l’album di cover Skeletons del 2015), quel Red Deth Sabaoth che aveva messo in mostra una band affiatata ed un Glenn ancora in forma. Squadra che vince non si cambia, quindi ecco tornare la stessa formazione (tranne che delle linee di basso, che se ne occupa lo stesso chitarrista Tommy Victor dei Prong) del disco precedente sciorinando un sound tutto sommato classico ma decisamente più lento e cupo. Musicalmente non ci si allontana troppo da quel doom metal venato di blues e di rock’n’roll/punk oscuro.

Un nuovo lavoro nerissimo, lento e greve nella maggior parte dei brani scandito dalla voce di un Glenn Danzig che pare affaticato e stanco in diversi momenti, questo è il primo particolare che si distingue subito. Per andare nello specifico, le prime due tracce davvero faticano ad ingranare; “Black Laden Crown” ma anche “Eyes Ripping Fire” appaiono spente nonostante chitarre solide e catacombali ed atmosfere sofferte e drammatiche. Come detto già qui il cantato è fiacco, immerso in un doom lancinante ma troppo insipido, per poi risollevarsi con le successive “Devil on Hwy 9” traccia devastante con una sezione ritmica micidiale (con vocals già più accettabili) e la magnifica “Last Ride”. Quest’ultima è forse l’episodio più riuscito con quel blues viscido ed erotico, che si accoppia bene anche con “The Witching Hour” traccia cupa ed epica dove il cantato tiene bene l’atmosfera senza cedimenti.
Le rimanenti canzoni pur essendo ben suonate e dalla buona qualità sembrano però dei riempitivi, mancando di quell’ispirazione che la farebbe brillare. Emergono più che altro l’arrembante “Blackness Falls” pesante e possente e la finale “Pull the Sun” evocativa e sofferta, per il resto il disco nella sua interezza sembra più un esercizio di mestiere che non qualcosa di davvero voluto.

Un’opera che lascia l’amaro in bocca, che dopo tanti anni di attesa, lasciava presagire fuoco e fiamme, presentandosi invece come normale e discreta, che cresce un pochino con gli ascolti ma non lascia quel qualcosa che faccia gridare al miracolo. Non ci si aspetti troppo.

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