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Troppi cliché nel nuovo Bloodbound Troppi cliché nel nuovo Bloodbound Hot

Troppi cliché nel nuovo Bloodbound

recensioni

titolo
In the name of metal
etichetta
AFM Records
Anno

 

Track-list:

1. In the name of metal

2. When demons collide

3. Bonebreaker

4. Metalheads unite

5. Son of Babylon

6. Mr. Darkness

7. I’m evil

8. Monstermind

9. King of fallen grace

10. Black devil

11. Bounded by blood

12. Book of the dead 2012 (Bonus track)



Line-up:

Patrik Johansson: vocals

Tomas Olsson: guitar

Henrik Olsson: guitar

Fredrik Bergh: keyboards

Pelle Akerlind: drums

Anders Broman: bass

opinioni autore

 
Troppi cliché nel nuovo Bloodbound 2012-11-10 17:56:33 Ninni Cangiano
voto 
 
2.0
Opinione inserita da Ninni Cangiano    10 Novembre, 2012
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

A distanza di un anno e mezzo dall’ottimo “Unholy cross”, tornano gli svedesi Bloodbound con un nuovo album, il quinto della loro carriera, dal titolo che è tutto un programma: “In the name of metal”. Già dalla copertina partiamo però alquanto male, con un punk disegnato in stile Freddy Krueger che è tra le peggiori cose che abbia visto in giro quest’anno. Passando ai titoli dei 12 pezzi (di cui purtroppo, come troppo spesso accade, non ho potuto disporre dei relativi testi), possiamo trovare una marea di cliché triti e ritriti da miriadi di metal-bands in passato. Con simili prospettive di partenza, capirete che tira brutta aria... speravo che la musica potesse risollevarmi, ma mi sono trovato ad ascoltare una copia sbiadita degli Hammerfall meno ispirati, a cui si mischia qualcosa di Primal Fear e, conseguentemente, di Judas Priest. Nulla di particolarmente originale (non che i Bloodbound si siano mai distinti in tal senso!), ma neanche qualcosa che possa ispirare e coinvolgere particolarmente; i tempi di “Unholy cross” e “Tabula rasa” (due album sicuramente piacevoli) sono lontani parecchio, forse anche troppo, dato che, ad eccezione di pochi pezzi (mi vengono in mente solamente “I’m evil”, “When demons collide” e “King of fallen grace”), sono davvero rare le occasioni in cui la musica trasmette energia e convince l’ascoltatore a sbattere il proprio capoccione. Troppe ritmiche blande, troppi brani che non decollano mai o che troppo a lungo si mantengono su livelli tendenti al soporifero. “In the name of metal” non passerà alla storia come il disco meglio concepito dai Bloodbound; in giro c’è sicuramente molto di meglio su cui investire i propri soldini ed ora, scusatemi, ma torno ad ascoltare “Unholy cross”!

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