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Magnum. Semplicemente inossidabili. Magnum. Semplicemente inossidabili.

Magnum. Semplicemente inossidabili.

recensioni

gruppo
titolo
“Lost On The Road To Eternity”
etichetta
Steamhammer/SPV
Anno

 

01. Peaches And Cream (4:54)
02. Show Me Your Hands (5:45)
03. Storm Baby (6:13)
04. Welcome To The Cosmic Cabaret (8:08)
05. Lost On The Road To Eternity (5:54)
06. Without Love (5:55)
07. Tell Me What You’ve Got to Say (6:27)
08. Ya Wanna Be Someone (5:56)
09. Forbidden Masquerade (5:02)
10. Glory To Ashes (5:35)
11. King Of The World (7:04)

opinioni autore

 
Magnum. Semplicemente inossidabili. 2018-01-20 17:56:49 Corrado Franceschini
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2018
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Credo che non ci sia nulla di originale da aggiungere alla storia dei Magnum. Con questo “Lost On The Road To Eternity” Il gruppo guidato da Tony Clarkin e Bob Catley giunge, infatti, al traguardo del ventesimo album da studio. Provo comunque a dire la mia su un disco che, già da se, dovrebbe essere una garanzia di Hard Rock di classe. Non si può non partire dalla splendida copertina dell’immortale Rodney Matthews. Questa volta a farla da padrone è il mondo delle favole con personaggi presi dal mago di OZ, Alice nel paese delle meraviglie, Robin Hood e altri, immersi in una cornice verde che fa risaltare ancor di più i colori. La formazione inglese ha visto l’entrata di due nuove figure. Il tastierista Rick Benton ha sostituito a dicembre 2016 Mark Stanway mentre più recente è l’entrata del batterista Lee Morris al posto di Henry James. Proprio le tastiere si rivelano come lo strumento cardine sul quale si adagiano le note melodiche degli odierni Magnum dato che contribuiscono in maniera essenziale alla riuscita degli undici brani del C.D. Per dovere di cronaca vi informo del fatto che sono disponibili anche le confezioni doppio C.D. e doppio L.P., che contengono quattro brani in più registrati dal vivo estrapolati dal set del festival “Leyendas del rock” svoltosi a Alicante nel 2017. Tastiere a profusione, una voce calda che, nonostante gli accorgimenti usati in studio, sembra risentire dello scorrere del tempo e una chitarra che, per certi aspetti, rimane un poco “defilata”, anche se Clarkin si è preso l’onere e il merito di comporre tutto il materiale in studio. Pur non essendo scritto da nessuna parte “Lost On The Road To Eternity” potrebbe essere visto come un concept album tanta è la similitudine di alcune delle partiture che si ritrovano ora in un brano ora nell’altro. Proprio questa similitudine, oltre alla lunghezza dilatata dei pezzi, potrebbe scoraggiare l’ascolto tutto d’un fiato da parte di chi non apprezza album con un tema trainante. Si potrebbe porre rimedio alla cosa ascoltando tre brani alla volta ma, in tal caso, si perderebbe d’occhio l’integrità dell’album. Partiture simili non deve essere letto come brani tutti uguali visto che inserti particolari fanno la differenza. Si passa da una “Peaches And Cream” con chitarra stile ZZ Top se pur più morbida e organo Hammond nel finale, alla marcia lenta e sofferta di “Storm Baby”. Si arriva al ritornello melodico ficcante di “Show Me Your Hands”. Si continua con le tastiere che evocano immagini di bolle di sapone nella fase centrale di “Welcome To The Cosmic Cabaret”. L’omonima “Lost On The Road To Eternity” vede una voce rinforzata che guida un pezzo di per se maestoso e vigoroso. Si passa all’indurimento del suono per gridare tutta la disperazione possibile in “Without Love” in cui compare l’ospite Tobias Sammet (Edguy/Avantasia) (i più vecchi potrebbero associare la canzone a “Dance All Days” dei Wang Chung). “Tell Me What You’ve Got to Say” ha un leggero sapore di Dark Wave, voce esclusa, ma approda in seguito all’Hard pompato grazie anche agli arrangiamenti della Wolf Kerschek Orchestra . “Ya Wanna Be Someone”è adatta per un film giovanile americano. “Forbidden Masquerade” ha un ritmo “dondolante” ed è piena zeppa di melodia. “Glory To Ashes” è foriera di enfasi e si trascina ripresentando l’idea del concept. La conclusiva “King Of The Worlds” viaggia attraverso diverse fasi per approdare ad un cambio tambureggiante che ne eleva la velocità. Forse la vena creativa dei Magnum e di Tony Clarkin si sta affievolendo, ma questo album rimane una buona testimonianza resa da dei “mestieranti” dell’Hard melodico che non accennano a mollare la presa.

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