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Buon punto di partenza ma con alcuni margini di miglioramento questo ep degli Aynsophar. Buon punto di partenza ma con alcuni margini di miglioramento questo ep degli Aynsophar.

Buon punto di partenza ma con alcuni margini di miglioramento questo ep degli Aynsophar.

recensioni

gruppo
titolo
Abysmal Secrets of Unknown
etichetta
autoprodotto
Anno

Line up:

Barbara Teleki – all instruments

 

Chris Lytle, Travis Green, Richard Ruszkai – vocals

Lars Gygax – bass on track 1

 

Tracklist:

  1. Abysmal Secrets of Unknown
  2. Feed the Machine
  3. Inhuman Conditions
  4. Eternal Soul Damnation

opinioni autore

 
Buon punto di partenza ma con alcuni margini di miglioramento questo ep degli Aynsophar. 2018-04-25 17:08:28 Virgilio
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Virgilio    25 Aprile, 2018
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Dietro l’enigmatico moniker Aynsophar (che, come apprendiamo, significa “Luce senza limiti”, dall’ebraico), si cela di fatto una one man band, o meglio dovremmo dire “one woman”, dato che si tratta di Barbara Teleki, una chitarrista ungherese, che debutta con questo ep, intitolato “Abysmal Secrets of Unknown”, composto da quattro tracce per una durata di poco superiore ai venti minuti. Lo stile si muove principalmente attorno a sonorità death/thrash, con forti influenze dei Death di Chuck Schuldiner. Le prime due tracce, la title track e “Feed the Machine”, sono abbastanza articolate e presentano vari riff e cambi tematici, alternando parti ben riuscite con altre meno convincenti. Il terzo brano, “Inhuman Conditions”, è quello che ci sembra più originale, in quanto parte con un canto alquanto evocativo, per poi scaricare una vera e propria dose di violenza e malignità: peccato però per un assolo inserito in maniera piuttosto maldestra, prima di uno stacco con voce pulita, che un po’ ci ha fatto pensare ai Nevermore (tra l’altro, nel disco sono ben tre i cantanti coinvolti). Curiosamente, poi, nel promo in nostro possesso, il brano sembra terminare intorno al quarto minuto, ma segue un’appendice con tre linee di chitarra sovrapposte in modo a dir poco approssimativo, come se fosse stata inserita per sbaglio. L’ultima traccia, “Eternal Soul Damnation”, è una canzone breve, di meno di tre minuti, che non aggiunge granchè a quanto ascoltato in precedenza. In conclusione, in questo primo ep degli Aynsophar si possono ascoltare cose interessanti, accanto ad altre obiettivamente da rivedere: un punto di partenza, con alcuni buoni spunti ma anche con diversi margini di miglioramento.

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