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Non proprio esaltante il debut degli Alchemy Chamber Non proprio esaltante il debut degli Alchemy Chamber

Non proprio esaltante il debut degli Alchemy Chamber

recensioni

titolo
“Opus I: Subtle movements from within”
etichetta
Autoproduzione
Anno

 

TRACKLIST:

No. 1 (dedicated to Doug Gorkoff)

No. 2

No. 3

No. 4

No. 5

No. 6

No. 7

No. 8

No. 9

No. 10

 

 

LINE-UP:

Anna Kuchkova - cello

Kevin Arland - saxophone

Ashar Kazi - guitar

Zenon Shandro - bass

Julia Geaman - drums

opinioni autore

 
Non proprio esaltante il debut degli Alchemy Chamber 2018-10-21 10:10:49 Ninni Cangiano
voto 
 
1.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Ottobre, 2018
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Mettetevi comodi e con la giusta predisposizione d’animo, perchè ascoltare un intero disco di neo-classical metal interamente strumentale non è roba per tutti, né è semplice per nessuno. Se non siete in grado di sopportare quasi 35 minuti di musica del genere, potete anche smettere subito di leggere questa recensione, per evitare di sprecare il vostro tempo. Gli Alchemy Chamber vengono da Vancouver in Canada e si sono formati a fine 2012 per opera della violoncellista Anna Kuchkova che è anche colei che compone tutte le musiche (escluse le parti di batteria). Questo “Opus I: Subtle movements from within” è il loro primo full-lenght, interamente autoprodotto. Trattandosi appunto di un disco auto-finanziato, purtroppo abbiamo il tallone d’Achille di una produzione non proprio eccellente (direi, anzi, alquanto deficitaria) che non permette di assaporare come si dovrebbe la musica, specialmente nella batteria (troppo bassa) e nella chitarra (decisamente sacrificata in sottofondo e troppo poco protagonista). In un genere come il metal sinfonico (o neo-classico che dir si voglia), la produzione è fondamentale per dare al suono quella pulizia indispensabile e mi dispiace dover sottolineare che qui non ci siamo proprio. Passando oltre a questo deficit, c’è da dire che naturalmente lo strumento protagonista è il violoncello della leader della band; personalmente avrei preferito un po’ più di chitarra elettrica, magari anche qualche parte solista del chitarrista che, invece, come detto, è davvero relegato ad un ruolo molto da comprimario. A questa maniera, sinceramente, diventa difficile non annoiarsi, dato che manca energia ed elettricità, c’è solo da mettersi comodi ad ascoltare, senza pretendere o cercare la classica scossa che ti dà un buon pezzo metal (ecco perchè dicevo che è necessaria la giusta predisposizione di spirito). I brani sono intitolati dal numero 1 (dedicato a Doug Gorkoff, che è stato il maestro di violoncello di Anna) fino alla numero 10 (piazzata troppo tardi nella tracklist, dato che è il brano dall’impatto migliore); un po’ di fantasia in più nel dare un titolo ai pezzi non avrebbe guastato! In questo consesso così particolare, forse ci sarebbe stata bene la presenza di qualche voce lirica, magari un basso o un tenore (a seconda del flavour che si vuole dare ai componimenti), giusto per evitare il classico soprano che infesta buona parte del metal sinfonico. A questa maniera, forse, l’ascolto sarebbe stato più gradevole e si sarebbe evitato il pericolo incombente della noia... Gli Alchemy Chamber, insomma, devono migliorare ancora parecchio se vogliono avere qualche speranza di farsi notare in positivo, in primis con una produzione all’altezza.

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