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Melodic Rock/Metal nostrano: arrivano i Misthaven! Melodic Rock/Metal nostrano: arrivano i Misthaven! Hot

Melodic Rock/Metal nostrano: arrivano i Misthaven!

recensioni

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titolo
Aces
etichetta
Autoproduzione
Anno

1. The Bless 
2. House of Ades 
3. The Chance 
4. Sunwarmth 
5- Won’t Look Back 
6. Melted Past 
7. In Time 
8. On Springs and Hopes 
9. Watch Over You 

opinioni autore

 
Melodic Rock/Metal nostrano: arrivano i Misthaven! 2019-03-01 09:57:08 ENZO PRENOTTO
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    01 Marzo, 2019
Ultimo aggiornamento: 01 Marzo, 2019
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Il progetto Misthaven, nato nel 2014, è una band del sud Italia che, dopo diverse date live, demo, EP e qualche sistemata alla lineup, arriva al debutto discografico con il qui presente "Aces" (uscito verso la fine del 2018). Musicalmente ci si trova al cospetto di un mix tra Evanescence e qualcosa dei Within Temptation più radiofonici e meno metallici, quindi uno stile molto più sul rock melodico alternative, che non prettamente metal.

L’apertura con “The Bless” non parte a dire il vero con le migliori prospettive, con sezioni strumentali ingarbugliate che mostrano diversi limiti nella produzione del disco. Di fatti il tessuto sonoro viene spesso messo in un angolo, in favore delle vocals femminili che spesso necessitano di una bella scarica elettrica, come nel già citato brano, oppure nella gotica “House of Hades” (interessanti le stratificazioni vocali) dove la voce è fin troppo lagnosa e poco espressiva; la stessa però si esprime al meglio quando le atmosfere si fanno prettamente angeliche (“In Time” con la sua aurea oscuro/tragica). I toni vengono smorzati da diversi episodi più radiofonici, come la sfiziosa “The Chance” dalle atmosfere barocco/sinfoniche, o la mediocre ballad “Sunwarmth” (che fa molto soundtrack da film per teenagers americani), ma più che altro c’è troppo poca cura nei ritornelli che non riescono ad imprimersi in testa particolarmente. “Won’t Look Back” avrebbe una buona melodia, ma è troppo breve; “Melted Past” non si fa ricordare e c’è la presenza di troppi episodi lenti come “On Springs and Hopes”, la cover degli Alter Bridge “Watch Over You” o la finale “Here Comes War”. Nel complesso la scrittura dei brani non sarebbe neanche malaccio, ma non c’è nulla che emerge come se si viaggiasse con il freno a mano tirato. La sezione strumentale, come detto, si espone pochissimo, come se avesse paura di mostrare i muscoli e la donzella al microfono non sorprende, se non in pochi sprazzi.

Un consiglio spassionato alla band è puntare di più alla scrittura ed al lato tecnico (entrambi ancora parecchio acerbi) e meno alle cose accessorie.

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