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Un lavoro troppo eterogeneo per il greco Constantine Un lavoro troppo eterogeneo per il greco Constantine Hot

Un lavoro troppo eterogeneo per il greco Constantine

recensioni

titolo
"Aftermath"
etichetta
Rockshots Records
Anno

 

TRACKLIST:

1. Bushido (Instrumental)

2. Hellfire Club (feat. Bjorn ''Speed'' Strid)

3. Press on regardless (feat. Ralf Scheepers)

4. Another day (feat. Apollo Papathanasio)

5. Holding on 'til the end (feat. Chris Clancy)

6. Deliver us (feat. Apollo Papathanasio)

7. Elegy (feat. Bill Manthos)

8. War and pain (feat. Schmier)

 

 

LINE-UP:

Constantine – Guitars, Bass

opinioni autore

 
Un lavoro troppo eterogeneo per il greco Constantine 2019-07-02 18:17:03 Ninni Cangiano
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Luglio, 2019
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Multiforme ed eterogeneo, sono questi i primi aggettivi che mi sono venuti in mente ascoltando questo “Aftermath” del musicista greco Constantine (al secolo Constantine Kotzamanis); il secondo album dell’ateniese esce a 9 anni di distanza dal debutto “Shredcore”, a me sconosciuto. L’album è composto da 8 pezzi, tra cui uno interamente strumentale (forse il migliore). Il musicista greco adatta il proprio sound a seconda del cantante che ha come ospite. Ecco che, dopo l’ottima opener di neoclassical power, inizia “Hellfire club” (con il cantante dei Soilwork, Bjorn ''Speed'' Strid)che è una sorta di modern/metalcore decisamente spiazzante e completamente opposta al brano che precede; personalmente proprio non digerisco certe sonorità, quindi passiamo oltre. Con Ralf Scheepers abbiamo un piacevole power metal che ricorda molto la produzione dei Primal Fear. Per Apollo Papathanasio ci sono due brani, il primo in cui ci imbattiamo è “Another day”, dal ritmo un po’ troppo blando, per un melodic metal che stanca dopo pochi ascolti. Si passa a “Holding on ‘til the end” con tale Chris Clancy da tali Wearing Scars (hard rock band di cui non avevo mai sentito parlare prima di ascoltare questo brano), altro pezzo fin troppo melodico e zuccheroso. Con la seconda traccia in cui compare Apollo Papathanasio, intitolata “Deliver us” torniamo su livelli accettabili grazie ad un sound che strizza l’occhio al symphonic. Su Bill Manthos non saprei cosa dire (lo sento nominare adesso per la prima volta), se non che è un altro cantante greco che canta sul pezzo “Elegy”, melodic metal orecchiabile ma che non brilla particolarmente. Quando si arriva all’ultima traccia, “War and pain”, è il turno del mitico Schmier ed abbiamo esattamente un pezzo thrash violento e sporco, proprio come i Destruction fanno da sempre. Ho fatto un “track by track” perchè questo disco è troppo variegato, discontinuo ed eterogeneo per parlarne in altro modo; ogni brano è avulso dagli altri, diverso e probabilmente ideato per mettere a proprio agio i vari cantanti ospiti e per mettere in mostra le capacità di Constantine di scrivere brani di vario genere nell’ampio spettro della musica metal. Ciò nonostante, nessuno di essi spicca particolarmente, se non la predetta opener strumentale (“Bushido”). Non so quanto senso possa avere un disco del genere, perchè dubito che i fans del melodic metal possano apprezzare canzoni con Schmier o Bjorn “Speed” Strid e viceversa... Constantine, insomma, con questo “Aftermath” ha realizzato un calderone che rischia di non convincere e conquistare nessuno. Per il futuro forse sarebbe meglio fare un disco maggiormente omogeneo ed uniforme.

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