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Per i baschi Hex un Doom/Death con poche accelerazioni ma dall'impatto decisamente buono Per i baschi Hex un Doom/Death con poche accelerazioni ma dall'impatto decisamente buono

Per i baschi Hex un Doom/Death con poche accelerazioni ma dall'impatto decisamente buono

recensioni

gruppo
titolo
God Has No Name
etichetta
Transcending Obscurity Records
Anno

PROVENIENZA: Spagna 

GENERE: Doom/Death Metal 

FFO: Disembowelment, Gorefest, (early) Paradise Lost, (early) Hypocrisy, Unleashed 

LINE UP: 
Jonathan - vocals 
Adolfo WB - guitars 
Jon - guitars 
Endika - bass 
Asier - drums 

TRACKLIST: 
1. Thy Kingdom Gone [05:26] 
2. Soulsculptor [04:40] 
3. Worshipping Falsehood [04:49] 
4. Daevangelism - The Dark Sunset [06:08] 
5. Where Gods Shal not Reign [05:17] 
6. Apocryphal [04:38] 
7. All Those Lies that Dwells... [06:26] 

Running time: 37:24 

opinioni autore

 
Per i baschi Hex un Doom/Death con poche accelerazioni ma dall'impatto decisamente buono 2019-07-15 17:18:59 Daniele Ogre
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Luglio, 2019
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Hanno debuttato nel 2014 con l'autoprodotto "Deadly Sin", ma è oggi, a distanza di cinque anni, che raggiungono un più ampio spettro di pubblico gli spagnoli Hex, il cui "God Has No Name" è uscito una decina di giorni fa tramite l'indiana Transcending Obscurity Records. Il Doom/Death della band basca prende spunto essenzialmente dalla scuola (non melodica) dell'Europa settentrionale, con influenze che vanno quindi ricercate in Hypocrisy ed Unleashed, ma anche nei primi Paradise Lost e, soprattutto a mio avviso, negli australiani Disembowelment. Già dall'opening track "thy Kingdom Gone" possiamo inuire come i baschi prediligano un incedere più lento, marziale, puntando a dare al proprio sound un impatto duro ed atmosfere plumbee, cosa che va man mano crescendo con lo scorrere della tracklist, ma che trova il suo zenit nella parte centrale di "Soulsculptor", pezzo che, insieme alla seguente "Worshipping Falsehood" ed a "Where Gods Shall not Reign", è da annoverare tra gli episodi più interessanti di quest'opera, grazie anche ad una parte finale in cui gli Hex dimostrano anche di saper spingere sull'acceleratore. Sono diversi comunque i punti a favore di "God Has No Name", a partire da un'ottima produzione che riesce a mettere in risalto la prestazione della band basca - in primis dell'ottimo vocalist Jonathan -, fino ad un songwriting che, comparato con il comunque buon debutto, appare maggiormente maturo ed ispirato. Senza contare che questa seconda fatica degli Hex si presenta con uno dei più begli artwork di quest'annata fino ad ora.
Gli Hex sfruttano a pieno la maggior visibilità che Transcending Obscurity potrà loro concedere, mettendo sul piatto un album maturo e ben suonato, come dicevamo poche righe fa. L'esame è passato a mio avviso, e se in futuro gli Hex riusciranno a rendere la loro proposta ancor più personale potremmo trovarci davanti persino ad un piccolo gioiello.

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