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Rewind, Replay, Rebound: nuovo album dei Volbeat! Rewind, Replay, Rebound: nuovo album dei Volbeat! Hot

Rewind, Replay, Rebound: nuovo album dei Volbeat!

recensioni

gruppo
titolo
Rewind, Replay, Rebound
etichetta
Vertigo Records
Anno

1. Last Day Under The Sun
2. Pelvis On Fire 
3. Rewind The Exit 
4. Die To Live (feat. Neil Fallon) 
5. When We Were Kids 
6. Sorry Sack of Bones 
7. Cloud 9 
8. Cheapside Sloggers 
9. Maybe I Believe 
10. Parasite 
11. Leviathan 
12. The Awakening of Bonnie Parker 
13. The Everlasting 
14. 7:24

opinioni autore

 
Rewind, Replay, Rebound: nuovo album dei Volbeat! 2019-08-11 16:12:04 ENZO PRENOTTO
voto 
 
3.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Agosto, 2019
Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 2019
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

I danesi Volbeat sono in giro fin dall’inizio degli anni 2000 e sono esplosi abbastanza in fretta scalando in breve tempo le classifiche specie di quella della madrepatria. In tutto il mondo la band si è fatta conoscere con un intrigante mix di rockabilly/rock’n’roll e l’heavy metal più coriaceo che, nonostante non abbia inventato nulla di che, funzionava e tuttora pare continui a spopolare, seppur in maniera più tiepida. Il qui presente settimo album si intitola Rewind, Replay, Rebound continuando ovviamente quanto fatto in passato, ma virando per il 90% in altri lidi.

Bisogna partire subito dal fatto che questo disco è ruffiano e non poco, o meglio, fa in modo di piacere a tutti e sicuramente questo è un pregio ma, per fare ciò, il quartetto nordico prende talmente tante strade da snaturare sé stesso e non capire più chi sia. In qualche modo il nuovo album dei Volbeat si può dividere in tre tronconi. Il primo che salta all’orecchio è una certa leggerezza di fondo, sia nella pulizia dei suoni che nello stile molto easy/radiofonico, per non dire zuccheroso; si prendano in considerazione in tal senso la zuccherosa “Last Day Under the Sun” con quella chitarra iper leggera che richiama non poco i The Darkness (frizzantissimo l’assolo), la tragica “Rewind the Exit” fin troppo melensa, la sviolinata commerciale “Cloud 9” (con ospite una voce femminile) o la sbarazzina “The Awakening Of Bonnie Parker” che richiama gli U2 sfiorando sia il rock che il pop. Il lato più “da massa” viene equilibrato poi da episodi più duri (anche se non così tanto, spesso piatti e mediocri) quindi ecco arrivare “Sorry Sack of Bones” pezzo oscuro mischiato al classico rock’n’roll, la violenta “Cheapside Sloggers” con il suo intermezzo catacombale o l’equilibrata “Maybe i Believe” dal buon lavoro di chitarra che però non si infiamma mai del tutto e per finire “The Everlasting” con il suo assalto Metallica-style molto thrash metal nel riffing. A questo punto dell’ascolto non ci sono particolari sussulti, se non in alcuni sporadici episodi e ciò è un peccato, cercando poi di compiacere troppo l’ascoltatore medio o il metallaro di primo pelo. Fortunatamente ci sono quattro brani che risollevano un pochino la triste sorte, ovvero la genialata “Pelvis on Fire” che, seppure puzzi di tributo a km di distanza, è talmente ben fatta che diverte mettendoci una pietra sopra (ovviamente è un infuocata versione di Elvis Presley fatta a pezzi e ricostruita alla maniera della band), “Die to Live” un boogie infuocato con ospite il cantante dei Clutch Neil Fallon pieno zeppo di sax e pianoforte a dettare legge, “Leviathan” con delle melodie talmente eleganti da essere AOR/pop senza esserlo e la ballad malinconica “When we Were Kids” dai toni molto oscuri, seppur faciloni in certi momenti.

Ineccepibili dal lato tecnico, le vocals di Poulsen nel bene o nel male sono sempre quelle ed, in generale, il nuovo disco si lascia ascoltare con piacere, ma il timore è che, dopo qualche ascolto, si possa essere tentati di ascoltare altro. Un mezzo disastro da cui non ci si aspetti troppo.

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