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Esordio per i Song Of Anhubis: quando il non investire ha le sue conseguenze! Esordio per i Song Of Anhubis: quando il non investire ha le sue conseguenze! Hot

Esordio per i Song Of Anhubis: quando il non investire ha le sue conseguenze!

recensioni

titolo
Revenge As Redemption
etichetta
Autoproduzione
Anno

1. Fields of Chains
2. Dance Of Decadence
3. Serotonin I
4. Serotonin II
5. Endpoint
6. New Messiah´s
7. Last Dawn
8. Nympherim Emporio
9. Incognitae Theory
10. Arachnida Nest

opinioni autore

 
Esordio per i Song Of Anhubis: quando il non investire ha le sue conseguenze! 2019-09-13 18:51:05 ENZO PRENOTTO
voto 
 
2.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Settembre, 2019
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2019
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

I Song Of Anhubis sono un quartetto spagnolo nato nel 2016 e nello stesso anno pubblica direttamente il disco di debutto a nome Revenge As Redemption. Il disco, che al momento è l’unico uscito, si presta come un possibile incrocio tra il gothic metal moderno ed il symphonic metal, con qualche spruzzata elettronica molto dosata. Il lavoro è stato autoprodotto, quindi si parla di una band quasi o totalmente underground.
Fatte le dovute premesse, purtroppo bastano i primi secondi di ascolto perché arrivino i problemi, come se si ricevesse un pugno in faccia. “Fields of Chains” esplode in tutti i sensi nei suoi terribili difetti piazzando una chitarra elettrica ad un volume esagerato che pare di sentire un martello pneumatico. Quando la chitarra si diletta in qualche arpeggio, il rullante domina su tutto e tutti senza tregua. Solo questi due aspetti basterebbero a dare fastidio, ma sono solo l’inizio. Le vocals della singer Raquel, per quanto all’inizio possano sembrare gradevoli ed eteree, cominciano a diventare statiche tanto da diventare quasi degli urletti irritanti. La realtà dei fatti è che non si riesce a comprendere quanto le canzoni siano valide, proprio per il fatto di un mixing terrificante fatto di volumi sproporzionati che segano le gambe anche a quelle poche idee piacevoli, soprattutto nel lato melodico o in qualche partitura più prog. Bisogna sorvolare il fatto che ci sia un ospite maschile in “Dance of Decadence” con delle vocals talmente piatte e pessime da infossare quel poco di buono che c’è nell’album. Altra nota dolente sono le tastiere che, oltre ad essere plasticose, in alcuni casi appaiono addirittura fuori contesto, come in “Serotonin II”. Tutto è confuso ed incomprensibile, un supplizio uditivo che mette davvero seri dubbi sul modo di lavorare della band dato che nessuno si è accorto dei continui sbalzi di missaggio (altro esempio è la pestata “End Point” con un suono di batteria da lacrime).

Inutile dilungarsi ulteriormente. Uno, bisogna lavorare di più sulle tracce, sia in composizione, che in esecuzione. Due, investire in quello che si fa e non solo il tempo, perché così non si arriva da nessuna parte!

N.B.: Pur trattandosi di un disco uscito nel 2016, è arrivato in redazione solamente a fine agosto 2019...

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