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Rings Of Saturn: il viaggio nel profondo spazio cosmico continua Rings Of Saturn: il viaggio nel profondo spazio cosmico continua

Rings Of Saturn: il viaggio nel profondo spazio cosmico continua

recensioni

titolo
Gidim
etichetta
Nuclear Blast
Anno

PROVENIENZA: U.S.A.

GENERE: Technical Deathcore

LINE-UP:

  • Ian Bearer | vocals
  • Lucas Mann | guitars, bass, synths
  • Joel Omans | guitars
  • Marco Pitruzzella (Lord Marco) | session drums

TRACKLIST:

  • 1. Pustules (Ft. Charles Caswell of Berried Alive) =VIDEO=
  • 2. Divine Authority
  • 3. Hypodermis Glitch (Ft. Dan Watson of Enterprise Earth)
  • 4. Bloated and Stiff 
  • 5. Tormented Consciousness (Ft. Yo Onityan)
  • 6. The Husk =VIDEO=
  • 7. Mental Prolapse =VIDEO=
  • 8. Genetic Inheritance
  • 9. Face of the Wormhole
  • 10. Gidim (Instrumental)

 

opinioni autore

 
Rings Of Saturn: il viaggio nel profondo spazio cosmico continua 2019-11-03 17:12:45 Luigi Macera Mascitelli
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Novembre, 2019
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I Rings Of Saturn sono una di quelle band che o le si ama o le si odia: non tutti, infatti, apprezzano il loro particolarissimo deathcore tecnico al limite dell'umano. Il gruppo, capitanato dal chitarrista e mente Lucas Mann, è in grado di trascendere qualunque limite con un groviglio di riff di una complessità e ricchezza fuori dal comune. Il tutto totalmente inzuppato di sonorità psichedeliche e spaziali alla "Star Trek" che elevano a potenza il trip mentale a cui si va in contro quando si ascolta il trio statunitense.

Con questa malata premessa vi presento "Gidim", quinto album dei ROS e secondo in casa Nuclear Blast. Conseguenza diretta del precedente ed ottimo "Ultu Ulla", il lavoro in questione continua il viaggio cosmico nello spazio più profondo con una violenza e pesantezza senza eguali, pur tuttavia mantenendo quella concretezza -già avviata dal penultimo disco- che, di fatto, allargò il bacino d'utenza e l'interesse nei confronti del gruppo. Se prima i lavori erano più "caciaroni" e astratti -della serie: troppa carne sul fuoco risulta stucchevole- ora siamo di fronte a qualcosa che mantiene l'approccio del passato ma con cognizione di causa. Il risultato? Un gran disco per gli amanti della tecnica portata all'esasperazione e un deathcore micidiale e pesantissimo che vi spezzerà l'osso del collo.
Vi avviso fin da subito: non si tratta di un ascolto facile o spensierato; tutt'altro. Approcciarsi ai ROS è sempre un'impresa non facile che richiede tempo, dedizione e, come un buon alcolico, una degustazione che riesca a far emergere tutto il cucuzzaro che viene proposto. Ma fidatevi del sottoscritto che alla fine si rimarrà a bocca aperta e piacevolmente stupiti di come si possa apprezzare della musica iper tecnica senza sbadigliare. Complice di tutto ciò è sicuramente quel genio che risponde a nome di Lucas Mann, fondatore, chitarrista e songwriter che, di fatto, tiene in piedi tutta la baracca. Il tizio in questione è la prova vivente che gli esperimenti tra esseri umani e alieni esistono: suonare come riesce a fare lui -vi consiglio di cliccare su =VIDEO= di fianco alle tracce sopra- è un'impresa possibile solo a chi ha almeno otto dita per mano. "Divine Authority", "Bloated and Stiff" o il singolo "The Husk" vi mostreranno che cosa voglia dire stuprare uno strumento restando comunque a piedi saldi sui propri passi. A sorreggere i velenosissimi riff di Mann intervengono le pelli del session drummer Marco Pitruzzella, anche lui frutto di un qualche malato esperimento che gli ha concesso dei tentacoli aggiuntivi per tritare sulla batteria come solo lui riesce a fare. Infine è da menzionare il vocalist Ian Bearer che si riconferma un cantante con gli attributi: il suo growl potente a cavernoso e i suoi scream acutissimi ed acidi riecheggiano come i versi di un mostro spaziale venuto dalle galassie lontane. Insomma, si è capito che del comparto tecnico non serve nemmeno parlarne. Che piacciano o meno, i ROG hanno tra le fila alcuni dei musicisti più bravi del mondo che sanno quello che fanno.

Giunti alla fine del trip cosmico durato quarantacinque minuti, cosa possiamo dire di questo "Gidim", oltre al fatto che sarebbe stata la colonna sonora perfetta di "Asteroids" o "Space Invaders" se fossero usciti trent'anni dopo? Sicuramente è un album che ha saputo consolidare Mann e soci su lidi ben più concreti e meno dispersivi, ricco -anzi, straripante- di velocità d'esecuzione, riff tirati fino all'estremo, assoli supersonici e blastate a manetta che sapranno farvi apprezzare un genere di nicchia. Chiaro, qui si va molto sui gusti personali -da qui la premessa ad inizio recensione- ma vi invito comunque ad ascoltare "Embryonic Anomaly" (2010) e poi questo e vi renderete immediatamente subito dell'enorme salto qualitativo fatto. Personalmente l'ho trovato un signor disco, non più qualcosa di fine a se stesso ma un prodotto che saprà presentarsi al grande pubblico a testa alta. Complimenti!

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