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Il deathcore incontra il progressive in questo buon debutto dei nostrani Universe In My Yard Il deathcore incontra il progressive in questo buon debutto dei nostrani Universe In My Yard Hot

Il deathcore incontra il progressive in questo buon debutto dei nostrani Universe In My Yard

recensioni

titolo
Holographic Sight
etichetta
Autoproduzione
Anno

PROVENIENZA: Italia

GENERE: Progressive Deathcore/Djent

TRACKLIST:
1. World Wide Addiction
2. Isolating Veil =VIDEO=
3. Storm of Souls
4. Meaningless Gaze
5. Learn to Love the Leash
6. Twelve Years Delay
7. Kempeitai
8. Imagine Your Life as a Palindrome

LINE-UP:
Nicolò Alfei – vocals, lyrics, writing (on tracks 3 and 5)
Mattia “Natuz” Toschi – guitar, writing
Raffaele Sansone – guitar, writing
Tommaso Profumo – bass, writing, backing vocals (on track 5)

opinioni autore

 
Il deathcore incontra il progressive in questo buon debutto dei nostrani Universe In My Yard 2020-08-07 15:39:22 Luigi Macera Mascitelli
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Agosto, 2020
Ultimo aggiornamento: 07 Agosto, 2020
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Spulciando nel variegatissimo mondo del deathcore moderno, in quei meandri più mainstream e sconosciuti, ecco che di tanto in tanto possono uscire fuori delle piccole perle veramente interessanti. Nel nostro caso non dobbiamo nemmeno andare a cercare chissà dove, perché il gruppo di cui parleremo viene proprio dal Bel Paese e vi metterà un pulce nell'orecchio che difficilmente vi toglierete. Oggi siamo a Bologna con gli Universe In My Yard ed il loro primissimo full-length "Holographic Sight".
Nati nel 2011 e con alle spalle un solo Ep, frutto di alcuni cambi di line-up durante il tragitto, i nostri sono dediti ad una musica davvero particolare e d'avanguardia per certi aspetti: deathcore vecchia scuola fortemente impreziosito da una componente progressive/djent davvero notevole che dà a questo lavoro un'interessante sferzata di freschezza e che, sorprendentemente, risulta essere la parte dominante di tutto l'ascolto. Non storcete il naso voi puristi che bollate come profano tutto ciò che finisce per "-core", perchè qui troverete delle tracce che sapranno stuzzicare anche la vostra curiosità. Tutto ciò per merito di quello che ritengo essere il maggior punto di forza di questo "Holographic Sight": l'osare e il non fermarsi ai canoni standard. Come detto poc'anzi, pur non essendo immune a qualche difettuccio, il quartetto bolognese ha saputo prendere il deathcore classico di stampo Despised Icon e Suicide Silence, per poi smantellarlo e ricomporlo in una struttura che molto deve ai micidiali Rings Of Saturn e aggiungendo quel tocco progressive/djent che ritroviamo nei Fallujah, negli Animals As Leaders e -perchè no?!- nei Dream Theater e addirittura nel jazz. Il risultato è a dir poco sorprendente, moderno e molto funzionale. Se l'intento era quello di giocare molto sulla componente musicale, beh, amici miei, ci siete riusciti in pieno regalandoci innovazione e novità. Tesi, questa, che viene avvalorata dal fatto che la voce del buon Nicolò Alfei, seppur funzionale ma fondamentalmente monotona, tende spesso a lasciare spazio alle asce di Mattia Toschi e Raffaele Sansone che, di fatto, sono le vere protagoniste di "Holographic Sight". Accompagnati da una più che ottima sezione ritmica, I riff dei due ragazzi sono potenti, pesanti ma mai stucchevoli e ricchi di tecnicismi per nulla fastidiosi. Si passa da cannonate sulla faccia come "Storm Of Souls" e "Meaningless Gaze", molto più deathcore e cavalcate, a delle vere e proprie rivoluzioni come l'ottima e avanguardistica "Twelve Years Delay", nella quale i nostri sfoderano tutto il loro potenziale alternando momenti epici ad altri più tecnici e tipicamente prog/jazz che vi lasceranno letteralmente a bocca aperta. Il tutto, udite udite, senza che l'asticella dell'attenzione faccia grossi cali; segno importantissimo che denota come il saper fare abbia incontrato il saper emozionare. Tutto l'ascolto è un continuo oscillare in cui tutte le influenze citate si mischiano, giocano, si alternano ma restando sempre percepibili. Un vero e proprio ossimoro che unisce perfettamente tecnica ed espressione musicale.
Insomma, tolto qualche neo che potrebbe essere una leggera ripetitività in alcuni passaggi e -come accennato qualche riga più su- una performance canora buona ma troppo lineare -occhio, questo è un fattore da rivedere-, tutto l'album procede a meraviglia e viene voglia di riascoltarlo più e più volte per coglierne le mille sfaccettature. Chiaramente gli Universe In My Yard non sono un ascolto facile, e per certi aspetti nemmeno per tutti: una certa dose di apertura mentale -se così si può dire- è richiesta. Ma superato questo scoglio posso garantirvi che il quartetto bolognese saprà ripagarvi con qualcosa che non è la solita minestra riscaldata. Complimenti!

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