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Quando l'heavy metal profuma troppo di vecchio: debutto per i Neck Cemetery! Quando l'heavy metal profuma troppo di vecchio: debutto per i Neck Cemetery!

Quando l'heavy metal profuma troppo di vecchio: debutto per i Neck Cemetery!

recensioni

titolo
Born In A Coffin
etichetta
Reaper Entertainment
Anno

Tracklist:
1. L.F.I.R.S
2. King of The Dead
3. Castle of Fears
4. The Fall Of A Realm
5. Banging In The Grave
6. Feed The Night
7. The Creed
8. Sisters of Battle

Line up: 
Jens Peters - vocals 
Boris Dänger - guitars 
Yorck Segatz - guitars
Mad Matt - bass 
Lukáš Strunck - drums

opinioni autore

 
Quando l'heavy metal profuma troppo di vecchio: debutto per i Neck Cemetery! 2020-10-16 18:54:28 ENZO PRENOTTO
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    16 Ottobre, 2020
Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 2020
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Essere troppo attaccati al passato porta tuttora ad idee molto discutibili sia da parte degli appassionati che dai musicisti stessi. Purtroppo nel tranello ci sono caduti anche i tedeschi Neck Cemetery che, a partire dal nome per finire all’artwork, si presentano sul mercato discografico con il debutto "Born In A Coffin" e non potevano che affidarsi ad un sound metallone degli anni '80 a base di power metal. A fare da corposo contorno compaiono anche ospiti illustri come Chris Boltendahl (GRAVE DIGGER), Michael Koch (ex-ALTANTEAN KODEX) e alla chitarra Yorck Segatz attualmente in forza nei Sodom.

Nonostante la massiccia presenza di special guests non ci vuole molto tempo perché arrivino i dolori da cui sarà difficile riprendersi. Partendo da una produzione (forse voluta) volutamente povera e grezza il combo teutonico si arma fino ai denti di cliché a profusione che lasciano tristemente il tempo che trovano. Il sound puzza di vecchio fino all’inverosimile con i soliti riffs di chitarra scontatissimi (“King of the Dead”), ritornelli piatti, melodie scopiazzate dai Running Wild (“Castle of Fear”) o le classiche mitragliate a tutta velocità power/thrash come “Feed the Night” o “The Creed” con i suoi rallentamenti sulfurei alternati a giri chitarristici a rasoio. La sensazione di già sentito è fin troppo plateale, ma anziché mettersi in secondo piano, grazie ad una possibile forza comunicativa, fa storcere totalmente il naso. A poco servono certe sfumature più eroiche figlie dell’epic metal come “The Fall of a Realm” o “Sisters of Battle”, perché alla resa dei conti si spengono in fretta grazie a ripetizioni continue che alla lunga stancherebbero anche il più indomito defender. Non è nemmeno questione di tecnica scarsa ma proprio di idee e di composizione che praticamente non esistono, dato che sono tutti rimandi al glorioso passato di un’epoca che oramai non ha più nulla da dare a meno che non ci siano dei soliti attributi. Nemmeno il vocione del buon Chris dei Grave Digger in “Bagging in the Grave” serve a risollevare le sorti di una tragedia destinata al buio totale. In definitiva il tutto pare più un divertimento fine a sé stesso che non un lavoro per raggiungere un vero e proprio obbiettivo.

C’è poco da salvare ma probabilmente i cultori della scena metallica più grezza e primitiva potrebbero trovare dei momenti di estasi ma per tutti gli altri si consiglia di lasciar perdere. Band al momento rimandata finché non avrà idee più concrete ma soprattutto la voglia per realizzarle seriamente.

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