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Opinione scritta da Luca Albarella

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Opinione inserita da Luca Albarella    14 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il lavoro di cui mi appresto a parlarvi è sicuramente bizzarro, per usare un eufemismo, dovrebbe essere un Hard’n Heavy retrò; il problema è che non bastano le buone intenzioni per la riuscita di un progetto e mi sono ritrovato ad ascoltare un album interamente registrato in home recording e credo con forte ausilio di “midi” e sequencer. Il risultato purtroppo per la one man band del bolognese Giuseppe Lentini, che utilizza il moniker Uber Sheizer per lanciare il suo primo lavoro “King Of Rock”, è deludente.
“40 Miles a Day” è orecchiabile molto diretta e, come già anticipato mi limiterò ad ascoltare le idee presenti in questo lavoro, sorvolando sulla produzione che per me suona come una pre-produzione, in vista di un lavoro più impegnativo. Quindi direi che le idee presenti in questa prima traccia non sono malvagie, nulla di trascendentale, ma quantomeno fruibile.
“King of Rock”: in questo caso ci muoviamo su terreni di un hard ‘n heavy vecchia scuola e il buon Lentini sarà felice di essere accostato almeno in questa traccia ai primissimi Priest, anche vocalmente mi ricorda Halford sui registri medi. Conferma che le idee potrebbero essere smerigliate con una band, avvalendosi di una produzione degna di nome.
“I Want You Forever” invece la sento caotica. Ci sono buone cose, alternate a soluzioni davvero acerbe e da sviluppare con maggiore attenzione. Poco da aggiungere ad una traccia terribilmente acerba e decisamente poco ispirata.
“Fire In The Night” verte su ritmi più cadenzati e anche in questo caso non mi sento di essere tenero. D’altronde per chi presenta un proprio lavoro come autoproduzione completamente registrato in home recording e in “digitale” (per essere vaghi o magnanimi!!nda), potrà a questo punto leggere senza problemi eventuali critiche.
“Hell Is Your Way” è di stampo più settantiano o almeno cerca timidamente di approcciarsi a quel tipo di sound. La linea vocale non è malvagia, ma il tutto risulta veramente raffazzonato. Ho difficoltà a essere più esaustivo, ma sto cercando di essere quanto più equilibrato possibile, per non urtare la sensibilità dell’artista in questione.
“Beginning Again” si sposta su ambientazioni più cupe e claustrofobiche. Quantomeno vedo la volontà di affacciarsi su lidi non ancora esplorati, anche se il tutto è dannatamente affossato e sfuggente. Come se apriste una scatola e dentro, fra tanta caciara, si riesca a pescare anche quello che serve. Ecco, metaforicamente potrei descrivere così questa traccia.
“I am The Night” ritorna a marciare su ciò che forse risulta essere più riuscito, vale a dire un Hard Rock melodico e di facile presa. Una di quelle tracce che terrei buona lì per il futuro per essere ripescata, perché ripeto l’impronta base su cui lavorare è discreta.
“Now”, se fosse stata sviluppata meglio, sarebbe stata una composizione gradevole. Un mid tempo pomp rock con una linea vocale anche riuscita, tutto sommato. Siamo sempre su un condizionale malgrado tutto, questa è la cosa che più mi rammarica.
“More Metal Than Metal” tenta di arrampicarsi disperatamente su un hard ‘n heavy relativamente oscuro, riuscendoci anche in questo caso a malapena. Quando manca la produzione o la scelta degli arrangiamenti (non parlo di esecuzione o produzione!!nda) in alcuni casi posso riscontrare almeno una buona linea vocale sulla quale lavorare in futuro, non in questo caso dove non riesco a salvare nulla.
“Lay On The Floor” sembra voler intraprendere soluzioni sperimentali e invece siamo su un mid tempo deludente, che non aggiunge nulla che non abbia già detto.
In chiusura: un lavoro sul quale credo di essermi accanito anche troppo. Non mi sento di dare ulteriori giudizi se non che personalmente credo sia stata una delle peggiori recensioni che abbia fatto su AAM; per me che amo scrivere non è piacevole, come non è piacevole recensire ragazzi che credono di poter fare dischi in questo modo. Una sconfitta su tutti i fronti.

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Opinione inserita da Luca Albarella    11 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Ogni tanto su AAM mi si palesa la possibilità di poter recensire lavori fuori dai soliti clichè, le solite produzioni che seppur possano evidenziare evidenti qualità esecutive, e godere di ottime produzioni, ormai non mi lasciano dentro quel trasporto musicale di cui ho sempre fame. La band marchigiana di cui mi appresto a parlarvi, è riuscita evidentemente ad accendermi dentro quella famosa scintilla, malgrado sia cresciuto con un rock decisamente più diretto e muscolare e meno legato a sonorità più introspettive con un sound vicino agli anni settanta con lievi riferimenti al prog italiano.Presentiamo dunque i Chien Bizarre con il secondo lavoro “Outsider”.
“Il Gigante” rappresenta cosa possa esprimere ancora il rock italiano. Genuinità, introspezione, carica emotiva. Una riuscita linea vocale che si sposa con frammenti di energico e puro rock con sottili allusioni al prog dei 60-70 italiano.
“Canzone d’umore nero” ha un impatto maggiore pur restando per certi versi sugli stessi binari tracciati dal pezzo precedente. Il tutto è perfettamente amalgamato in un trasporto ricercato e senza troppi riferimenti marcati, il che dunque conferisce come già detto una buona dosa di originalità, restando pur sempre ancorati alla vecchia e cara forma canzone italiana.
“Come Cleopatra” mostra i muscoli. Alternative asciutto con un alone di post punk e new wave che aleggia in verità su tutto il positivissimo progetto Chien Bizarre. Poco altro da aggiungere se non che rimarco l'impressione positiva sulla band marchigiana che trovo decisamente fresca e ispirata.
“Insensibile” riesce a destreggiarsi agilmente nel rock dei ’70 anche se non c’è mai la volontà di usare l’irruenza, piuttosto si usa la sottile arma del pathos congiuntamente a testi sicuramente incisivi e diretti. Questi ragazzi mi stanno conquistando veramente, complice una piattezza musicale italiana oggettivamente imbarazzante.
“Empatia” è al momento il pezzo più fruibile del lotto. Il sound è dilatato, leggero e di facile presa senza mai abbandonare lo stile personale del progetto. Per certi versi mi hanno fatto pensare ai Negrita dei tempi migliori.
“Preghiera Laica” sempre immediata e asciutta negli arrangiamenti che agevolmente girano intorno a un cantato caldo. Il chorus riesce a imprimersi in testa fin dal primo ascolto. Il pezzo in questione avrebbe tutte le potenzialità per diventare una buona hit nel circuito indie-rock italiano.
“La Mia Generazione” è una delicata ballad e vive di più stati emotivi.Strofe molto intimistiche e una maggiore incisività sui chorus con chitarre che nonostante tutto non dimostrano mai di essere veramente roboanti.
“Mantide” necessita più di un ascolto per essere apprezzata e direi che è fra le più progressive del loto se me lo si concede. Oscura e ammaliante quanto basta riesce a catalizzare una maggiore attenzione solo ad un ascolto successivo. Ammetto che non mi ha particolarmente entusiasmato per ciò che concerne l’arrangiamento;tuttavia non si discute il songwriting in se che reputo oggettivamente buono.
“Underground” sembra uscito direttamente dai seventies. Ritmi cadenzati su cui girano melodie vocali anche in questo caso orecchiabili. Apprezzabile anche il break centrale e la coda di stampo più progressive. Ostico per chi non ama queste sonorità; apprezzeranno coloro che amano tuffarsi senza remore nell'ascolto del rock a tutto tondo.
“Il Solito Caffè” in chiusura pur restando su un rock settantiano ritorna su standard immediati e sicuri per chi necessita di ascolti più diretti.
In Conclusione: Un lavoro che ha tanto da dire e avrà bisogno di attenzione per essere esplorato nella sua interezza; direi inoltre che la maturazione musicale è palese e mi sento di promuovere pienamente questo platter che ha tutte le credenziali per poter essere apprezzato da chi non si fossilizza musicalmente.In bocca al lupo ragazzi!!


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Opinione inserita da Luca Albarella    03 Gennaio, 2018
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Territorio italico palesemente fucina di band e artisti che fanno del rock ‘n roll la loro ragione di vita ne è pieno ormai. Sostengo da tempo che queste sonorità in Italia hanno sempre avuto modo di covare in un underground che rifiutava la sola idea che una band italiana potesse produrre Hard Rock. I demo in cassette venivano cestinati o bistrattati e allora ci si fiondava su generi al tempo modaioli e dalla buona fruibilità discografica.Di conseguenza, le stesse etichette che oggi decidono di dare spazio all’Hard ‘n Heavy, (che abbia un taglio moderno o meno!! Nda) si fiondavano su progetti di power-epic sinfonico a volte veramente imbarazzanti o cloni malriusciti di una famosa band italiana. Fortunatamente da un po’ di anni ci si è accorti anche dei prodotti italiani; uno di questi è il progetto Midnight Sin che ritorna con il nuovo Full length “One Last Ride”.
“Loaded Gun” è un grande apripista Hard ‘n Heavy che dimostra le ottime peculiarità di una band che sa davvero il fatto suo. Ottimo riffing sul quale delle belle armonie vocali di facile presa riusciranno senza alcun dubbio a catturare l’attenzione fin dal primo ascolto. Se queste sono le premesse direi che siamo messi bene.
“Land Of The Freak” cambia completamente registro e si dirotta su un rock ‘n roll scanzonato, nulla di originale ma sicuramente ben fatto. La band pur non riscrivendo nulla di originale dimostra tuttavia di saperci fare; il loro Hard Rock è quadrato, convincente malgrado non abbia un occhio di riguardo per un sound moderno. La produzione di alto livello enfatizza naturalmente tutte le caratteristiche positive del platter.
“Game Over Fame” l’intro roboante di batteria lascia presagire a qualcosa di esplosivo. Ispirato, arrangiato come si conviene e ben prodotto dove il tutto è perfettamente bilanciato; il mio pezzo preferito al momento. Speriamo che il colpaccio possa materializzarsi, da troppo non mi sbilancio sul massimo dei voti.
“Send Me A Light” esprime tutto il meglio che la band riesce a dare su territori blueseggianti; il tutto trasuda passione e grande emotività in un cantato che in questo contesto riesce a esprimere il meglio di se.
“Never Say Never” è tirato e va dritto per dritto senza compromessi. Una scheggia impazzita di vecchio e sporco rock ‘n roll. Grande davvero anche la track in questione che riesce a far emergere attraverso un break centrale tutto il lato acido e malsano Midnight Sin. Una piacevolissima sorpresa si stanno rivelando questi quattro ragazzacci.
“The Maze” estremizza il lato più roccioso del sound Midnight Sin. Grande impatto e belle aperture vocali presenti nei chorus; necessita più di un ascolto per essere metabolizzato ma si tratta pur sempre di una traccia di buona fattura.
“Plan B” ritorna su lidi di un rock’n roll scanzonato; una party song che riesce a coinvolgermi solo in parte.In questo caso non mi sento di bocciare il tutto anche perché partiamo sempre dal presupposto che si tratta di un platter superiore alla media dal punto di vista della produzione e anche del songwriting. Direi in questo caso, promozione con riserva.
“Not Today” è granitica, possente ma al tempo stesso riesce ad essere anche aperta e melodica. Complice il riffing, il tutto mi rievoca i grandi Gotthard e dimostra di essere uno dei migliori episodi del lotto. Riuscita sotto tutti i punti di vista. Anche il lavoro fatto sulle chitarre soliste è di ottima fattura; melodia e perizia tecnica perfettamente bilanciate.
“Born This Way” in chiusura ritorna su lidi rock ‘n roll – sleazy. Carina e di facile presa. Compensa discretamente la mancanza assoluta di ballad di cui mi aspettavo almeno in coda la presenza, se non altro per dar respiro all’intero lavoro.
In Conclusione: Un lavoro che nel 2018 ormai si pone come prodotto esclusivo per fanatici appassionati di un Hard Rock/sleazy che fondamentalmente non morirà mai. Le band italiane da un po’ di anni dimostrano di sapersela giocare senza grossi problemi con le troppo coccolate e osannate band estere, personalmente gli darei una chance; in bocca al lupo ragazzi!!



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Opinione inserita da Luca Albarella    06 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

La band di cui mi accingo a parlarvi nasce in origine come cover band di gruppi seminali quali Ac/Dc, Motorhead, Ozzy e il sempre battagliero Scotto. Proprio quest’ultimo influenza i 5 rockers nell’intraprendere un discorso inedito con il cantato italiano. Scelta che può rivelarsi pericolosa, quanto azzardata. In soldoni, la lingua italiana è rock? Io dico di si, ma con remore perché non ha certo la musicalità e l’adattabilità dell’inglese. Ho avuto modo di fare una sorta di “zapping” sul platter e devo dire che è ciò che mi aspettavo. Resettiamo le chiacchiere e iniziamo a parlare di “Indians”, debut album degli Hard Rockers Nightraid.
“Stand By” mostra fin da subito quale possa essere l’incipit dell’intero platter. Hard Rock senza troppi fronzoli, dunque con la sempre coraggiosa scelta del cantato italiano. Scrivere in italiano è sempre un rischio azzardato, soprattutto quando ci si ritrova ad adattare il tutto a sonorità assolutamente graffianti e corpose. Se avete presente bands tipo Strana Officina, Anhima, Vanadium, l’amato-odiato Scotto e la lista potrebbe continuare, potreste dare una posibilità a questi ragazzi che dimostrano a primo impatto di saperci fare.
“Sinergie” inizia con un piglio blueseggiante, per poi mettersi comodo su sonorità corpose e cadenzate. In questo caso il lavoro fatto sul testo dimostra quanto non sia agevole scrivere in lingua madre e che la metrica diventa fondamentale, non potendo avvalersi della stessa musicalità anglofona. Musicalmente non male, ma la linea vocale e il testo non mi convincono.
“Bombe a Gaza” offre spaccato politico di un platter che di sicuro non si dimostra di facile assimilazione. Il pezzo in sé non è malvagio, ma è la linea vocale che necessita di maggiore armonia. Peccato perché il tiro è buono e il timbro del vocalist è decisamente integro a un contesto hard rock. Dunque sfruttare le proprie armi nel migliore dei modi è la soluzione più semplice. Il problema forse è che molte bands inconsciamente hanno il rifiuto per linee vocali più accessibili, spero non sia questo il caso e che sia frutto di scelte ponderate.
“Indians” vive di due stati emotivi assolutamente differenti. Pathos nella prima parte con un crescendo che sfocia su lidi più rabbiosi; il tutto con un velato senso di malinconia che avvolge tutto il pezzo. Rischio di ripetermi; questi ragazzi confermano le loro qualità dal punto di vista tecnico, ma non riescono veramente a lasciare il segno, la linea vocale (la cosa che colpisce di più nel rock a tutto tondo!! Nda) non resta, non emoziona come dovrebbe.
“Nightraid” è un bel rock ‘n roll scanzonato; anche questa volta nulla da dire per ciò che concerne attitudine e sinergia per un genere di cui i nostri sembrano davvero essersene nutriti. In questo caso direi che ci siamo sotto tutti i punti di vista.
“Overcast” è uno degli episodi più aspri e duri. Siamo sul rock’n roll alla Motorhead senza compromessi. In questo frangente l’ugola di Andrea Cocciglio è rabbiosa e graffiante, forse come mai nei precedenti episodi. Tralasciando i gusti personali, direi che siamo ancora su discreti livelli. La metrica più decisa aiuta decisamente e ne farei tesoro anche per il futuro, qualora si dovesse proseguire sulla strada del cantato italiano.
“Dio del Blues” dimostra cosa in realtà potrebbero fare questi ragazzi. La cover di Scotto è eseguita magistralmente, anche se pedissequamente all’originale. L’hard rock cantato in italiano ci può stare, ma la differenza la fanno proprio testi indovinati, abbinati a una buona metrica e linee vocali più incisive. Ragazzi perdonatemi se sembro petulante su questo aspetto, ma ascoltando questa cover sento ancor di più potenzialità inespresse.
“Misteri” non aggiunge molto a ciò che ho ampiamente espresso. Da rimarcare il chorus che riesce a far aprire un pezzo prevedibile e a tratti ostico. Mi preme ricordare che le mie sono considerazioni fatte con spirito amicale, non saccente. Di scribacchini saccenti, troppo spesso non curanti dei sacrifici fatti per un progetto o che credono di lavorare per Panorama o L’Espresso ne abbiamo a vagonate purtroppo.
“Zasko” in chiusura non aggiunge nulla di nuovo a un lavoro che vive di luci ed ombre. Quanta aggressività nel cantato; a volte troppo invadente, toglie armonia e spazio a un pezzo che poteva ancora una volta dare di più, regalare più emotività.
In conclusione: il progetto Nightraid, come già anticipato in sede di inizio recensione, necessita di essere rivisto sotto certi aspetti perché le potenzialità non mancano, basterà davvero poco per fare il salto di qualità; lavorare meglio sulle linee vocali, misurarsi vocalmente sui testi che l’ottimo Andrea Cocciglio saprà sicuramente enfatizzare al meglio. In bocca al lupo ragazzi!

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Opinione inserita da Luca Albarella    14 Settembre, 2017
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Quando ho visto la provenienza della band di cui a breve vi parlerò ovvero Marostica, la città degli scacchi, ho rivisto vecchi ricordi. Inevitabilmente il pensiero è volato ad oltre venti anni fa quando il bel Jon ed i suoi Bon Jovi, calcava il palco del famigerato Festivalbar presentando “Always” e facendomi impietrire davanti alla Tv per lo squallore a cui si era prestato. Fra le influenze dei 5 ragazzacci ci sono anche i rockers del New Jersey. Colors Void presentano dunque il loro debut album “Rise Fight”, un lavoro che malgrado venga presentato come Hard Rock, a mio avvisto trasuda alternative da ogni singola traccia.
“Live It” corposa opener alternative pronta a entrare subito nella testa e nel cuore di chi stravede per sonorità di questo tipo. Il tutto è ottimamente bilanciato frutto di un lavoro assolutamente impeccabile fatto in sede di mix e mastering.
“Reaching the Light” pur mantenendo una discreta fruibilità riesce a giostrarsi decisamente su ambientazioni alternative dal taglio oscuro e a tratti malinconico. Buona personalità espressa accompagnata dunque a una predisposizione per una scrittura relativamente originale.
“Rise To Fame” pur restando su terreni di un rock alternativo diretto senza fronzoli riesce a essere assolutamente versatile e offrire ancora una volta buona originalità in fase di songwriting. Una linea vocale che tendenzialmente resta magniloquente per trovare aperture su chorus incisivi. Una band che sembra avere le idee chiare su ciò che intende proporre malgrado la giovane età.
“Damned” ritorna a marciare su percorsi immediati e in questo caso siamo su un rock ‘n roll senza fronzoli; canticchiare il pezzo fin dal primo ascolto è la prerogativa della track in questione. Nulla di trascendentale ma godibile.
“Odd Saviours” segue in linea di massima la direzione della traccia precedente ma con una maggiore attitudine punk. La band veneta dimostra di privilegiare sonorità scevre da soluzioni un po’ più articolate, puntando decisamente su armonie vocali di facile presa.
“Fake” purtroppo non si discosta molto dagli episodi precedenti; gradevole e fruibile ma ruota esclusivamente su melodie vocali di facile ascolto lasciando agli arrangiamenti un ruolo marginale. Probabilmente il genere è quello ma una maggiore ricercatezza in alcune soluzioni gioverebbe alla freschezza di composizioni di per se comunque positive.
“T413” è un intro sperimentale trampolino per lanciare”Mess”. Avverto purtroppo ancora una certa ripetitività fra una traccia e un’altra e arrivati al giro di boa non credo deponga a favore. Comunque ancora una volta l’alternative melodico proposto non fa gridare al miracolo ma risulta sempre ben confezionato. A mio parere queste sono composizioni che in sede live avranno davvero l’attenzione che meritano, diversamente da quanto possa accadere ascoltandoli su un freddo supporto.
“The Meaning” è una riuscitissima power ballad e serve come il pane a spezzare una certa monotonia. Si è colto il centro sotto tutti gli aspetti questa volta. Si privilegia anche gli arrangiamenti questa volta e aggiungo che Il pezzo trasuda anche emotività, fattore che in un genere di questo tipo a volte latita.
“6AM” non aggiunge nulla di nuovo a quanto già descritto in precedenza. Altro “cotto e mangiato” anche se in questo caso forse ho avuto modo di apprezzare un buon solo di chitarra; discretamente tecnico e pregno di melodia. Da rivedere invece alcune soluzioni di batteria che a mio avviso potrebbero essere anche più lineari e quadrate. Ma questo è una cosa che ho notato anche in altri pezzi e credo sia una scelta artistica ben precisa.
“Dumbass” riesce a convincermi ancora una volta su tutti i fronti. Mid tempo cadenzato e trascinante; una di quelle canzoni che probabilmente riusciresti ad apprezzare anche a un secondo ascolto. Avrei optato maggiormente per soluzioni di questo tipo per un platter che forse da questo punto di vista ha poco respiro.
“Face the End” è una delle tracce che maggiormente tende ad avvicinarsi a un Hard Rock melodico e graffiante anche se la voce del singer è tipicamente punk ‘n roll o alternative metal melodico caratterizzando il sound di un progetto che palesemente è ancorato ai generi sopracitati.
In conclusione: Un Lavoro onesto e ben prodotto che potrà accontentare le esigenze di una fascia di pubblico molto giovane o vecchi rockers dalla mentalità aperta come il sottoscritto. Le potenzialità per diventare veramente un progetto forte ci sono tutte, manca un pizzico di coraggio, bagnarsi di nuove sperimentazioni gioverebbe sicuramente; la presenza e l’esperienza del produttore Pietro Foresti al loro fianco sarà un’arma importante da sfruttare a dovere. In bocca al lupo.

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Opinione inserita da Luca Albarella    18 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il sound degli eighties sembra non conoscere ostacoli o barriere di sorta. Si annida fra sonorità moderne che disperatamente cercano di vivere di luce propria. Nulla di quello che si ascolta oggi in giro avrebbe modo di essere credibile, se quegli anni non avessero dato luce a una vera orgia di puro e svavillante rock ‘n roll. Si percepisce un po’ che sono un vecchio nostalgico? Già; solo un po’. Nulla di grave; ci sono band pronte a darmi una bella botta di energia positiva e a farmi ritornare un giovincello con il sogno americano impresso nel cuore. I friulani Roxin’ Palace ritornano a farmi visita provando a farmi rivivere con “Freaks Of Society” le emozioni di un tempo. Sono fiducioso, la scena italiana negli ultimi anni è cresciuta davvero tantissimo. Iniziamo dunque il consueto “track by track”.
L’intro di “Freaks of Society” ci catapulta subito nel punk ‘n roll stradaiolo di “Monsters Love”. Direi che i Roxin’ Palace riescono a conservare lo smalto di un tempo, nonostante i diversi cambi di line up. Gradevole all’ascolto, ma nulla che possa far gridare al miracolo. Una Party song carica di energia positiva e credo che possa bastare.
“Gangs Eraser” non si discosta molto dalla composizione precedente. A dire il vero forse siamo su un gradino inferiore. I chorus non li trovo completamente vincenti e il pezzo in se, malgrado corra come un treno, temo abbia più aspettative di quanto in realtà esprima. Come se ci fossero tanti buoni ingredienti, ma non dosati nella giusta misura.
“Thai Of Mine” gioca su ambientazioni più blueseggianti. I bpm scendono e il tutto diventa più incisivo. Il sound è ricco, corposo; restiamo su registri orientativamente stradaioli, in questo caso direi che è stato colto il centro. I chorus, perno portante di un genere di questo tipo, mi sembra girino con più naturalezza.
“Postatomic Hotel” ha il compito di ammansire l’ascoltatore con una bella e vincente song dal sapore east cost. Direi che la proposta è riuscita e potrebbe tranquillamente fungere da singolo, qualora la band non ne avesse già individuato uno; melodie trascinanti, soli di chitarra di gusto e melodici. Lo annovero fra i miei pezzi preferiti, nonostante il viaggio con la band friulana sia da poco iniziato.
“L.A. Mist” la etichetto come una power ballad. Vive di più movimenti; ambientazioni acustiche iniziali, per poi aprirsi a terreni hard rock in cui l’aspra ugola del nuovo entrato AL, credo renda molto di più, non essendo dotato di doti interpretative, ma si esprima al meglio in contesti più essenziali. Non male il risultato finale.
“Monkey Junkie” ritorna a correre su territori più consoni alla band friulana. In questo caso però le soluzioni diventano più moderne, chitarroni compressi provano a lanciare con discreti risultati chorus in questo caso assolutamente ficcanti e incisivi. Tutto fila per il verso giusto e mi sento di promuovere a pieni voti la traccia.
“Rockers Of The Eagle”, malgrado si presenti inizialmente con un approccio punkettone, entrando a piedi uniti con la sezione ritmica basso-batteria, poi si scioglie in sonorità più aperte, con un hard rock orecchiabile dove ancora una volta riesce a pescare il jolly con una buona linea vocale, pronta a essere canticchiata fin dal primo ascolto. Corona in questo contesto riesce a mettersi in luce con un solo di chitarra pregevole, melodico ma al tempo stesso dimostrando che le doti tecniche non mancano di certo.
“Neighbourhood Stars” rischia di diventare il mio pezzo preferito. Un energico boogie blues che riesce a essere coinvolgente, orecchiabile, diretto, insomma vincente. Non sarà il classico trademark Roxin’ Palace, ma poco importa; al contrario opterei di più per soluzioni di questo tipo che in ogni caso possono far respirare platter di questo tipo.
“Fading Idol” fa trasudare ancora manciate di rock ‘n roll immediato e dal sapore commerciale. Messe da parte ancora una volta le peculiarità più aggressive, in favore di massicce dosi di melodie degne dei primi Poison o Fester Pussycat per intenderci. Un’altra party song ben confezionata.
“Freak?”, posta quasi in dirittura d’arrivo, ci consegna ancora una volta una band capace di giocare anche su terreni più morbidi. Dietro delle belle armonie vocali, si cela nel pezzo in questione un retrogusto malinconico, ma assolutamente vincente. Altra chicca di un platter che non fa rimpiangere il disco d’esordio.
“F.A.N.” ritorna prepotentemente lo street ‘n roll tanto caro alla band friulana. Risulta un vestito perfettamente calzante a ciò che i Roxin’ Palace vogliono essere. Stradaioli e malati, per sonorità che prepotentemente sono ritornate negli ultimi anni, un ritorno a dire il vero più per vecchi nostalgici.
“Little Lizzy” è una bella bonus track che non si discosta molto da tracce precedenti pregne di chitarroni ruggenti, melodie ruffiane e passione viscerale per il rock ‘n roll d’annata.
In conclusione, un lavoro pregevole potrà essere gustato da chi non vuole rinunciare a rivivere i mitici eighties e potrà, perché no?, accalappiare qualche giovanotto voglioso di cadere nell’ammaliante e mai doma trappola del vero rock ‘n roll.

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Opinione inserita da Luca Albarella    05 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Mag, 2017
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Compito arduo recensire il lavoro di cui a breve leggerete queste righe inaspettatamente sudate per il sottoscritto. Raramente mi è capitato di sentire forte disagio e malessere diffuso; sembrerebbe un’esagerazione, ma vi assicuro che alzarsi e camminare per la stanza ad ogni pezzo recensito è da manicomio criminale. Non credo di essere io il pazzo; almeno non in questo contesto. Mi sono anche chiesto in momenti di lucidità come sia possibile osannare dei pacchi di questa portata. Meglio chiuderla qui altrimenti il capo mi censura. Vi lascio alla lettura di “Sola(s)” (ma davvero eh!!nda)

“Solas” decisamente ipnotico; trascinante nel suo incedere. Il cantato è caldo inizialmente quasi seducente per poi aprirsi e diventare la tipica voce brit-pop: chiara, che in alcuni frangenti ricorda il grande Bono. Vengono etichettati come Hard Rock ma qualcosa non mi torna, almeno per questo pezzo di apertura. Sicuramente inusuale, non esattamente qualcosa di roboante, ma da assaporare ad un successivo ascolto.
“Beautiful World” anche in questo caso i toni sono oscuri e minimali. Confermo che di Hard Rock a mio avviso non c’è ombra. Parlerei di un indie rock con una produzione più imponente. Arrangiamenti scarni e quasi irritanti. Sonorità piatte e senza un minimo di mordente, nessun cambio di riff o un assolo degno di nota. Non troverete nulla di tutto questo. Il desiderio misto a una forte preoccupazione di andare avanti cresce in me.
“Battle Cry” si muove su territori acustici e di facile presa. Vediamo se riescono a risollevare il mio morale decisamente a terra. Se questo è il nuovo corso del rock preferisco restare sui vecchi standard. Rock semi acustico con un chorus che dovrebbe avere l’intento di imprimersi nella mente a primo ascolto. Si imprime nella mente, ma nel senso più negativo del termine. A questo punto ho capito l’andazzo e mi aspetta un lavoro davvero arduo.
“Untrue Color” riserva lo stesso riffing monocorde e scialbo che non riesce a smuoversi di un millimetro dalle idee precedenti. Evidentemente è una scelta artistica precisa. Apprezzo il coraggio, ma il rovescio della medaglia è che ci si può imbattere in cultori di hard rock e aor come il sottoscritto e lì sono dolori di pancia (esclusivamente i miei; loro se la ridono ammucchiando soldi a palate nda). A parte questo, l’unica cosa che riesce a emozionarmi è il cantato. L’ugola di Neeson riesce ad essere anche tagliente raggiungendo picchi notevoli.
“In This Land” si sposta su territori più morbidi fatto di chitarre acustiche, arrangiamenti essenziali. Devo ammettere che in questo ambito i The Answer riescono a convincermi decisamente anche se non mi ritrovo davanti un vero capolavoro. Molto Goo Goo Dolls per intenderci ma almeno il mio stato di insofferenza inizia a dileguarsi.
“Thief Of Light” si ritorna su territori elettroacustici. Non da primo ascolto, ma ha il pregio di riservare nuove emozioni ad un successivo ascolto. Inizio a sentirmi spiazzato. Probabilmente questo platter è una sorta di spartiacque fra il vecchio sound e ciò che verrà. Ma queste sono considerazioni in cui non voglio addentrarmi. Il pezzo in questione riesce a trascinare e, se riuscite ad “aiutarvi” con qualcosa di buono da sfumacchiare, credo che gli apprezzamenti possano accrescere notevolmente.
“Being Begotten” è una nenia assolutamente priva di mordente, di slancio emozionale. Difficile da descrivere. Dovreste ascoltarli perché purtroppo è arduo trovare parole adatte e ricordarsi che non si chiacchiera al bar fra amici, i toni sarebbero molto diversi.
“Left Me Standing” almeno ricomincia a farmi respirare con un rock ‘n roll dalle sfumature indie. Non ci si strappa i capelli perché non ci sono soluzioni mirabolanti o assoli memorabili, o meglio di assoli nemmeno l’ombra. Confermo l’idea che si è più vicino all’indie rock. Se questo è il tipo di rock che spopola, allora sarà meglio mettersi l’anima in pace perché certi fenomeni sono assolutamente imposti dalle major e non ci sarà mai verso di cambiare le cose.
“Demon Driven Man” è l’ennesimo episodio che mi lascia esterrefatto. Rock’n roll dal sapore retrò che pretenziosamente scimmiotta grandi nomi dei seventies. Una noia assoluta che stancamente e faticosamente mi porta fortunatamente quasi alla fine di questa agonia.
“Real Life Dreamers” segue per certi versi sulle coordinate del pezzo precedente, ma quantomeno riserva una buona linea vocale cantata egregiamente. Ho difficoltà a etichettare a questo punto questa band che vive di pochissime luci e tante ombre che distruggono impietosamente delle soluzioni interessanti.
“Tunnel” è una piacevole ballad sempre a tinte acustiche che in chiusura ha quantomeno l’ingrato compito di rasserenarmi un po’ lo spirito. Siamo sempre su tempi cadenzati con una buona interpretazione vocale.
In conclusione: Spero di non dover mai più sentir parlare del progetto The Answer e di scoraggiare quante più persone possibili ad avvicinarsi anche solo per curiosità a questa band che inspiegabilmente trova consensi anche da mostri sacri dell’hard rock mondiale. Non è una crociata contro di loro, ma contro major o grosse indipendenti che continuano a propinare aborti musicali spacciandoli per capolavori e travestendoli da innovativi. A mai più.

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Opinione inserita da Luca Albarella    26 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

La band di cui mi accingo a parlarvi non mi è affatto nuova. Se non erro ebbi modo di occuparmi di un loro lavoro proprio su AAM. Ad ogni modo il trio torinese può vantare un ottimo risultato da quando sono in attività, ovvero dal 2011. Sono la band hard rock italiana che in oltre quattro anni ha fatto più serate, oltre 500. Un risultato notevolissimo se pensate che l’approccio è quello di una vera band old style, macinando km non solo in Italia ma in giro per l’Europa e aprendo per quotati acta quali: Gilby Clarke, Blaze Bayley, Warrior Soul per citarne alcuni. Al tempo stesso non tralasciano l’aspetto compositivo e, con un primo lavoro in lingua inglese, si ripresentano nel 2017 con una proposta che risulta gradevole al primo ascolto (almeno ascoltando pochi secondi a pezzo prima di ascoltarli per davvero. Nda), nulla di innovativo, ma solo del buon rock‘n’roll suonato con il cuore e che non gode di una produzione pianificata a tavolino come ormai bands più quotate possono “vantare”. “Pure Breed” ha dunque bisogno che gli si dedichi finalmente lo spazio che merita dopo una dovuta introduzione.
“SPNC” è un bellissimo intro monolitico e cadenzato pronto a introdurci in un lavoro che si preannuncia notevole almeno dal punto di vista del sound, staremo a vedere.
“War Thunder” è Hard Rock senza troppi fronzoli; diretto ma non eccessivamente stradaiolo. I ragazzi puntano a colpire con armonie vocali sicuramente indovinate piuttosto che affidarsi a riffing sleazy. Ottimo inizio.
“Taking In The Out Takes” è un rock‘n’roll dai toni più scanzonati e anche in questo caso tutto gira al meglio. Belle melodie vocali appoggiate da un lavoro di chitarra che ho trovato incisivo ma non invadente, bellissimo il break centrale pronto a smorzare i toni prima di lanciarsi in un finale dove anche le chitarre recitano ruolo da prima donna. Vediamo se questi ragazzi riusciranno a fare il colpaccio del top album.
“Radioactive” è punk‘n’roll anche se il marchio di fabbrica è sempre ben riconoscibile. Il tutto gira intorno alla voce di Paul del Bello con chitarre molto minimali e un giro di basso indovinato atto a sostenere praticamente tutta l’ossatura del pezzo. Non da primo ascolto, ma godibile.
“Pure Breed” ritorna sulle coordinate rock‘n’roll nudo e crudo e se vogliamo vicino al classico sound Ac/Dc, Airbourne. Le chitarre del “Mohicano” sono taglienti e belle aperte e un plauso per le sue soluzioni soliste, pregevoli che lasciano intravedere stralci di buona tecnica individuale. Paul interpreta al meglio le sue linee vocali “cotte e mangiate” e direi che anche in questo caso il trio piemontese ha fatto centro.
“I Fucking Hate Drummers” è l’episodio più leggero dai connotati glam. Una vera party song dei migliori Poison, Faster Pussycat e l’elenco potrebbe essere davvero lungo. Non ci sono slanci compositivi o qualcosa di cui si possa parlare. E’ un pezzo carino e canticchiabile e credo sia solo questo l’intento dei ragazzi.
“I Need A Holiday” non so perché ma mi ha ricordato un po’ Alice Cooper, forse complice il cantato aspro sui chorus. Siamo sempre sui binari rock‘n’roll polverosi e blueseggianti. La compattezza è ciò che emerge; una band che malgrado sia “solo” un trio riesce a tirare fuori il meglio di se con un sound accattivante e mai noioso. La strada più difficile da percorrere è sempre quella più facile se solo si avesse il coraggio di guardare la musica con il cuore e non come una gara podistica. Troppe band non lo capiranno mai.
“Stuck In Traffic” è uno dei miei pezzi preferiti; un rockabilly trascinante che riuscirà a farvi saltellare e a muovere la capoccia dal primo ascolto. Bello davvero. Anche in questo caso le parole sono superflue, Ascoltare e far viaggiare la testa con leggerezza. Siamo quasi in dirittura d’arrivo e non so se i ragazzi possano meritare la promozione assoluta, ma di sicuro siamo su livelli importanti.
“Hometown” entra a piedi uniti come si userebbe dire in gergo calcistico. Intro importante, a tratti epico, pronto a spianare la strada all’episodio forse più maturo del lotto. Ricercato per quanto si possa essere originali naturalmente; ma il sound e il songwriting prende le distanze dai pezzi precedenti. Che voglia essere un nuovo corso per le composizioni a venire?
“Magic Mountain” simpatico e leggerino rock‘n‘roll. Divertente nel suo incedere si lascia ascoltare senza batter ciglio, mettendo ancora in mostra una band pronta a badare esclusivamente alla forma canzone. Insomma la qualità vince sulla quantità.
In conclusione il ritorno dell’instancabile combo piemontese sembra sia stato più che vincente. Un lavoro che potrà piacere praticamente a tutti gli amanti del rock senza alcuna distinzione di sorta, a patto che non ci sia la ricerca spasmodica di soluzioni patinate e ricca di artifici pronti a stupire. Non vi è nulla di tutto questo. In bocca al lupo ragazzi.

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Opinione inserita da Luca Albarella    20 Dicembre, 2016
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A volte ritornano è il caso di dire. Mi ritrovo fra le grinfie ancora una volta i rockers milanesi Sixty Miles Ahead che agilmente riescono a muoversi fra l’hard rock dal taglio moderno e il post grunge. Ricordo che mi fecero una buona impressione sul loro primo lavoro sulla lunga distanza quindi speranzoso ci possa essere un fortunato sequel mi accingo a parlarvi di “Insanity” e senza indugi il consueto “Track by Track”. “Lost In My Mind” è oscuro e pesante dal piglio decisamente moderno segno che le coordinate della band sono rimaste pressoché invariate. Aperture melodiche concesse nei chorus fanno si che il pezzo resti in mente già dal primo ascolto. La produzione è chirurgica, ogni interprete gode dello spazio riservatogli. “Every Time I Try” continua a colpirmi positivamente in quanto si muove agilmente fra l’alternative il post grunge e il punk melodico per ciò che concerne il ritornello. Il tutto riesce a scorrere via mettendo in luce anche una buona ricercatezza sul lavoro delle linee vocali. “Sign For Tomorrow” si presenta su connotati decisamente più roccheggianti mostrando una certa pecularità nel sapersi destreggiare su lidi fatti di hard rock cupo e malato molto in voga negli ultimi anni. La title-track “Insanity” potrei annoverarla fra le ballad benché abbia arrangiamenti sicuramente importanti, fatti di chitarroni avvolgenti. Credo molto nella buona riuscita della linea vocale assolutamente ricercata e fresca. Un pezzo che non sa di già sentito anche se ormai nel rock di questo tipo è difficile risultare veramente particolari. “Dirt and Lust” è d’impatto, si lascia ascoltare fin dal primo giro di riffs e complice ancora una volta melodie vocali indovinate difficilmente vi lascerà indifferenti. Se avete voglia di sano rock ‘n roll fatto con il cuore prodotto bene con una produzione che rende giustizia a ciò che viene offerto in fase di songwriting allora i SMA possono davvero fare al caso vostro. “Let Go” è un’altra ballad e gli standard qualitativi restano sempre alti in cui il sound corposo resta predominante. Non siamo al cospetto della solita ballad strappalacrime dai connotati tipicamente eighties che hanno fatto le fortune di tantissime band a stelle e strisce; anche in questo caso direi la promozione a pieni voti c’è tutta. Il post grunge e l’hard rock più moderno ritornano prepotentemente a fare capolino. “Dead Space” di sicuro non riserva immediatezza a primo ascolto ma pur sempre si tratta di un episodio godibilissimo fatto di chitarroni imponenti come il genere impone. Niente assoli, niente fronzoli ma solo un muro di suono che inesorabilmente avanza per tre minuti scarsi. I toni ritornano a essere un po’ più evocativi e morbidi proferendo respiro a un platter evidentemente proficuo di songwriting. “Neverending Fight” pone basi su elementi che ne rendono il pezzo asciutto e caldo. Una versione acustica del pezzo in questione possa rendere davvero alla grande. Non griderei al miracolo ma di un buon episodio che si lascia ascoltare dai connotati emotivi e ai limiti del southern. “All My Fears” inizialmente mi faceva presagire a qualcosa di più oscuro e invece direi che il tutto è decisamente dilatato complice un chorus aperto e incisivo e gli arrangiamenti delle chitarre non sono invadenti ma supportano quindi una linea vocale fresca e orecchiabile. Siamo quasi in dirittura d’arrivo e per spegnere i toni e ed essere più intimisti ci pensa il pathos dell’acustica “No One Else”. I ragazzi ritornano prepotentemente a far capire di che pasta sono fatta con “Absence Of Light”. Non assimilabile al primo ascolto anche se il riffing iniziale è incisivo ed è l’elemento predominante su cui si regge l’intera struttura. Qualitativamente direi niente male e relativamente ispirato malgrado come più volte mi è capitato di ribadire non ci sia molto spazio per creare qualcosa di veramente ispirato in questo genere ma questo è un altro discorso; non sono un esaltato alla ricerca di soluzioni che a volte sanno solo di sbiadita saccenza. In chiusura “Used To Believe” vive di un’alternanza dinamica che oscilla fra interpretazione, rabbia e trasporto emotivo. Da riascoltare più volte per assaporarne sfaccettature sempre nuove. Ammetto che inizialmente non mi aveva fatto una buona impressione e solo dopo successivi ascolti sono riuscito a cogliere i vari connotati di cui sopra. Bene; si chiude con la dodicesima traccia il ritorno della band meneghina che direi possa ritenersi assolutamente soddisfatta per essere rimasta sugli standard qualitativi del primo lavoro e piacevolmente promossi anche per “Insanity”. In bocca al lupo ragazzi.

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Opinione inserita da Luca Albarella    05 Novembre, 2016
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“The Place Men Call Hell” è un intro sinfonico che già lascia presagire a qualcosa di importante; una produzione curata dove nulla viene lasciato al caso. Ottimo presagio di quello che poi effettivamente risulta essere “Diablo”.Un Hard Rock anthemico ben strutturato , corposo e con un incipit che risulta canticchiabile fin dal primo ascolto. Ottimo il biglietto da visita anche per l’ugola di Marcello Spera che malgrado non spicchi per originalità gode di armi quali estensione e buona espressività. Odio fare paragoni ma a primo impatto anche per l’inserimento di tastiere old school, i ragazzi mi hanno lasciato pensare alla teatralità dei primi Queensryche unita alla melodia accattivante e più europea dei Gotthard o Scorpions. Ma su produzioni di questo tipo i paragoni si sprecano. Proseguiamo con “Alcohol Symphony” che vive di luci ed ombre. Se da una parte riesco a vedere un ottimo lavoro delle chitarre in particolar modo sui soli ad opera di Cristiano Stefana, dall’altra vedo la linea vocale lacunosa proprio nel chorus troppo semplice e poco ricercato e nella stesura delle tastiere, forse complice un mix penalizzante che tende a tenerle latenti e poco ariose. Nel complesso si tratta comunque di una buona prova. “Never Too Late” merita più di un ascolto per essere digerita. Si presenta delicatamente con un buon intro disegnato dalle tastiere di Andrew Tabelsi per poi iniziare a correre come un treno su classici binari del Class Rock; riprendere dunque respiro in un break centrale dove tutta la band riesce a dimostrare quanto riesca ad esprimersi anche su lidi più eterei. Il lavoro dietro le pelli di Luca Cortesi a tratti è un po’ troppo nervoso e poco lineare guardando il genere ma in questo caso entra in gioco lo stile del musicista che nulla a che vedere con la prestazione. Per dirla tutta oggi recensire le batterie su un disco non avrebbe molto senso visto che vengono quantizzate oltre modo appiattendo anche dinamiche e chi più ne ha più ne metta, ma è giusto dare gloria a chi sputa sangue per un progetto. Trovo stupendo “Blessed Path”. Una bellissima ballad relativamente ricercata e non banale. Tutto funziona a meraviglia; in questo caso trovano maggiore collocazione le tastiere malgrado risultino essere sempre poco corpose e il basso di Matteo Castelli dal tocco sicuramente caldo di cui già mi ero accorto negli tracce precedenti. “End Of The Line” ritorna su lidi più vicini a un diretto Hard Rock senza fronzoli; avvolgente e a mio gusto personale le produzioni che prediligo. La linea vocale mi ha convinto pienamente in questo caso anche se mi spiace ripetermi avrei optato per una batteria più dritta e meno impreziosita di continui break che possono alla lunga far perdere dinamica e “tirare in dietro”. “Rise Again” potrei definirla una sorta di power-ballad relativamente facile da assimilare al primo ascolto. Gradevole ma che non lascia particolarmente il segno. Il songwriting del pezzo è buono mentre per ciò che concerne gli arrangiamenti avrei optato per qualcosa di più aor e magari dal tratto più acustico. “Get Out” posto quasi in dirittura d’arrivo è irritante. Ragazzi vi penalizzerei solo per come avete scelto di concerto immagino le partiture delle batterie. Il pezzo è molto bello, e allora perché lasciarsi affossare da una batteria isterica e a tratti imprecisa? Non è una crociata contro Luca sia chiaro ma contro la band che ha grandi potenzialità da esprimere e si perde in queste cose dall’apparenza poco rilevanti. Spero possiate apprezzare la buona fede del sottoscritto dove ogni recensione viene fatta senza nessun pregiudizio consapevole degli sforzi che si fanno per fare una produzione discografica. “My Way Home” molto diretta; riffing corposo e linee vocali ancora una volta indovinate lascia spazio in chiusura a una “Ghost Track”, l’acustica e magniloquente “Fading Memories” che riserva un’ottima interpretazione di Marcello Spera sicuramente in grado di essere anche morbido ed evocativo quando vuole. In conclusione questo “Never Too Late” purtroppo non può godere della promozione assoluta per alcune sbavature ampiamente analizzate e mi aspetto allo stesso tempo il salto di qualità della band bresciana che ha tante frecce al proprio arco. In bocca al lupo ragazzi.

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