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Opinione scritta da Luca Albarella

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Opinione inserita da Luca Albarella    12 Ottobre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli eighties albergano maledettamente nei cuori dei rockers di tutto il mondo; mossi dall’emulazione del sogno americano, hnno vertiginosamente rapito generazioni di musicisti relativamente giovani; portando avanti quella che potrebbe addirittura esser considerato un movimento socio-culturale. Lo street - sleazy non da oggi vanta in Italia fan che ne seguono le gesta; fatto anche di un look che spesso ha fatto dubitare della propria sessualità genitori impauriti di ritrovarsi un’altra Jessica, Pamela; Samantha in casa. I veneti Fallen Angel, sembrano dunque immergersi negli ideali appena citati, presentando il loro debutto “Even Priest Knows”
“Captain in The Dark” fa risuonare tutto l’amore viscerale che i ragazzi veneti nutrono per lo sleazy tipicamente eighties, quello meno morbido e più grezzo per intenderci; l’intenzione è buona, il fine un po’ meno. La produzione non aiuta decisamente la baracca considerando che il pezzo è si diretto, ma non ispiratissimo. La voce è acida e particolare ma decisamente troppo “colorata” di effetti e visto che non poggia su una struttura importante risulta troppo old style.
“Feast With The Beast” è sicuramente più trascinante, buono il chorus e anche il cantato mi sembra ispirato anche se la produzione ne uccide le buone potenzialità, il basso mangia tutto, sovrastando ancora una volta chitarre troppo minimali e zanzarose.
“Millionaire Man” segue un percorso fatto di riff e melodie scanzonate, tributando egregiamente i bei tempi andati. Perché di questo parliamo, nel 2019 puoi solo rendere omaggio anche sotto forma di inediti per un genere scomparso. Le produzioni più recenti sono attuali e moderne e non credo sia questo il caso.
“Pink High Hills” tenta di ammiccare a un boogie sound; non male il lavoro fatto dalle chitarre anche se il cuore del pezzo avrebbe meritato una linea vocale più calda e avvolgente. Peccato, perché il tutto non suona male; almeno come idee ci siamo.
“Jennifer Drugs” è la prima ballad e purtroppo non posso esprimermi positivamente. Tralasciando definitivamente ormai il discorso inerente la produzione, è il songwriting che mi risulta scialbo, perdonatemi ragazzi, ma chi vi recensisce è cresciuto praticamente con questo genere, nulla di personale quindi; in certi casi non è reato plagiare, lo fanno in tanti, avreste potuto osare. Sembra il consiglio di un folle, ma almeno la ballad in questo genere, non va toppata.
“The Force In The Mind” ha un piglio più duro complice i bpm relativamente più bassi. La linea vocale anche se meritava un cantato più robusto mi sembra più che gradevole. Ancora una volta il lavoro fatto dalle chitarre salva la barca; egregio il lavoro fatto sulla solista. Non riesce invece a convincermi il chorus, troppo piatto e scialbo.
“Pschicolove” tenta la via della sperimentazione e credo si sia fatto il passo più lungo della gamba. Un pezzo strano da decifrare ma di sicuro non credo si possa annoverare fra le composizioni più riuscite del lotto.
“But I’ll Live Forever” è una power ballad , dai connotati più oscuri e mi sembra di buona fattura. Scarna, essenziale il cantato gira intorno ad un arpeggio minimale per la prima parte per poi aprirsi a un riffing cadenzato che riesce a dare un po’ di dinamica a una traccia fra le più riuscite di un platter che purtroppo non vede molti spunti positivi.
“For a Piece Of Bread” in chiusura ritorna a spingere sul classico sleazy senza troppi fronzoli. Paradossalmente il combo veneto quando c’è da andare dritto per dritto risulta sicuramente più credibile, mascherando lacune oggettive emerse un po’ in tutto il disco.
In Conclusione: un lavoro come appena accennato che non riesce nell’intento di rendere omaggio agli eighties al meglio. C’è la passione, abbiamo il look, vedo anche convinzione ma ci sono tanti aspetti da limare ancora, vedi produzione assolutamente penalizzante e un songwriting più studiato, il resto verrà da se; per ora mi sento di dare solo una stentata sufficienza. (A volte imbattersi in un recensore, non giornalista come tanti amano definirsi autocelebrandosi, cresciuto a pane e rock ‘n roll non credo sia un punto a favore. Si spera di dare indirettamente eventuali consigli, perché la recensione dovrebbe essere un momento di riflessione sugli eventuali errori commessi. Parlo per esperienza naturalmente; in bocca al lupo ragazzi!! Nda)


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Opinione inserita da Luca Albarella    10 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo lavoro targato Kissin Dynamite; la band svizzero-tedesca nel corso di un decennio ha saputo ritagliarsi un ruolo relativamente importante nel panorama Hard‘n'Heavy, riuscendo a finire sotto l’egida della grande Metal Blade Records in breve tempo. Una popolarità in continua crescita, dovuta anche a produzioni sempre più curate con un songwriting mirato ad ammaliare estimatori del rock più duro e ingraziarsi vecchi nostalgici dell’aor. “Ecstasy” dunque è la loro ultimissima prova sulla lunga distanza.
“I’ve got the fire” apre le danze come meglio non potrebbe; sapiente mix di melodie vocali avvolgenti, supportate da un lavoro di chitarre incisivo, ma mai eccessivo, il tutto riesce a muoversi con gusto e misura. Se queste sono le premesse, si spera in un grande platter.
“You’re Not Alone” è sicuramente più scuro, anche se i chorus tendono a dilatare la traccia. Il pezzo è ricercato, sapiente cura per gli arrangiamenti che, seppur non riscrivano la storia dell’Hard‘n'Heavy melodico, quantomeno provano a essere coinvolgenti; da rimarcare una produzione ineccepibile.
“Somebody’s Gotta Do It”, stupenda traccia che oscilla sapientemente fra il rock‘n'roll più scanzonato di stampo southern e le classiche aperture vocali teutoniche da cantare a squarciagola. Pregevole il lavoro svolto sulle chitarre soliste, gusto e buona perizia tecnica.
“Ecstasy” è abrasiva e di sicuro la traccia più cattiva, anche se la portante melodica resta base fondamentale per la buona riuscita della produzione. Mi preme rimarcare, almeno finora, la diversificazione fra una traccia e un’altra, pur mantenendo un sound eterogeneo, questo già direi che è un grande punto a favore. Raramente ho dato la promozione assoluta su AAM; vedremo.
“Still Around”, che ballad portentosa! La classe non è acqua c’è poco da fare. Kissin’ Dynamite è una band che non ha punti deboli. Un pezzo che farebbe impallidire nomi più blasonati. Il cantato di Braun tocca il cuore, offrendo più sfaccettature con uno stile ed un’ugola importante.
“Superhuman” ha il piglio più catchy e radiofonico. Rischio di ripetermi e di essere troppo celebrativo, ma non è colpa mia se i crucchi hanno tirato fuori una bomba sonora di altissimo livello. Ogni parola è troppo superflua per provare a spiegare la bontà di un lavoro impeccabile.
“Placebo”, un mid tempo carico di potenza e melodia. I chorus sono spettacolari; la traccia ha dinamiche ben congegnate. Strofe relativamente vuote, sorrette prevalentemente da un basso pulsante e chorus avvolgenti. Una delle migliori tracce del lotto al momento.
“Breaking The Silence” è cupa, monolitica e ha bisogno più di un ascolto per essere metabolizzata. I bpm sono veramente bassi e il tutto è veramente oscuro, le stesse linee vocali anche nel ritornello sono maledettamente chiuse e ben si sposano con il sound espresso.
“Waging War” ritorna a pigiare il piede spostando di nuovo il tiro su un Hard Rock di stampo teutonico. Grandi melodie, produzione granitica e chorus cesellati come sempre con precisione chirurgica ne fanno l’ennesimo episodio che non ha punti deboli. Quanti dischi ci sono attualmente in giro così? Davvero pochi.
“One More Time” ritorna a percorrere sentieri di un rock‘n'roll scanzonato. Forse leggermente inferiore ai pezzi precedenti, risultando troppo scontata, tutto sommato una traccia che si lascia ascoltare, anche se scivola via senza troppi sussulti.
“Heart of Stone” è una ballad delicata, dove il pathos gioca un ruolo determinante. Anche in questo caso ci troviamo di fronte a un songwriting ispirato e trascinante. Il tutto suona con misura, non risulta pacchiano o quantomeno prova a non essere ancorato eccessivamente agli standard degli eighties. Bella e gradevole, sicuramente non da “strappa orecchi”.
“Wild Wind” (Bonus Track), siamo di fronte a un aor molto morbido, dove i chorus giocano ruolo determinante per l’ottima riuscita di una traccia che farà la felicità degli estimatori del genere. Chitarre mai eccessive si limitano a spingere quanto basta il cuore del pezzo.
“No Time To Wonder” (Bonus Track), in chiusura, ci propone un rock‘n'roll questa volta molto più vicino al rock arena dei bei tempi. Traccia indovinatissima sotto tutti i punti di vista. Trascinante, corposa e pronta ad essere riascoltata più volte senza remore.
In conclusione: "Ecstasy" è un lavoro ottimamente prodotto che non potrà non fare la felicità di tutti gli amanti del rock maturo; ad onor del vero mi sento di consigliare a tutti gli amanti della buona musica, indipendentemente dal gusto personale. I Kissin’ Dynamite sono qui pronti a rendere giustizia a un genere troppe volte sbeffeggiato o sminuito e non mi meraviglierei se a breve potessero finire anche loro fra le grinfie di una prestigiosa label italiana, ormai sovrana nel genere Hard Rock/aor mondiale.

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Opinione inserita da Luca Albarella    28 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Giugno, 2018
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Il progetto di cui mi appresto a parlarvi, qualche anno fa suscitò in me già ampi consensi con un full davvero ben fatto, travolgente, moderno ed armonico, nonostante la compattezza fosse l’arma principale sfoggiata dal combo finlandese Red Eleven. Ritornano con un EP edito da Secret Entertainment (etichetta collegata ad Inverse Records), che ancora una volta non delude le mie aspettative. Riescono a muoversi fra l’alternative, l’hard rock moderno più malato, il tutto condito con buone dosi di melodia, elemento non trascurabile sul quale la corposità del sound riesce a giostrarsi. Parliamo dunque del nuovo “Fueled By Fire”.
You’ve Been Warned ha tutta la spinta cupa e potente dell’alternative, impreziosita in questo contesto dalle infuenze più goth che inevitabilmente possono riscontrarsi nel progetto Red Eleven made in Finland. Chorus di facile presa si incastrano a meraviglia in un ambiente dunque roccioso.
Back in Time, malgrado si presenti sulla falsa riga del pezzo di apertura, merita di essere ascoltato con maggiore attenzione per essere metabolizzato. Le strofe sono evocative e introspettive, per poi aprirsi in un industrial – alternative sempre di impatto. La traccia in sé è relativamente ricercata e, in questo contesto, tastiere di stampo evidentemente moderno trovano giusta collocazione.
Redneck’s Promised Land si apre con un intro mediorientale e sfocia in una produzione cupa e assolutamente pesante. Cadenzata nel suo incedere, riserva manciate di hard rock di stampo moderno dal flavour malato. Strizza l’occhio alle ultime produzioni targate Ozzy, ma dai connotati più acidi, se possibile. Non mi ha fatto saltare dalla sedia, ma riconosco la bontà della traccia in sé.
Again ritorna sui binari di un alternative più canonico e, in questo caso, complice anche il cantato pulito, mi ha riportato agli Avanged Sevenfold, le soliste si fanno sentire e graffiano il dovuto, spazio dunque a buone linee vocali sostenute da chitarroni compressi e scuri come il genere impone.
Last Call, in chiusura di questo EP di buona fattura troviamo una bella ballad elettroacustica; spunta fuori anche un sax a impreziosire il tutto, sostituendosi alla classica chitarra in veste solista. Non mi lascia interdetto più di tanto, in quanto ho sempre avuto stima del combo finlandese capace di scivolare abilmente in più ambiti, senza risultare eccessivamente fuori contesto.
In conclusione: il progetto Red Eleven non fa altro che confermare le ottime impressioni avute qualche anno fa; un progetto che riesce a destreggiarsi agevolmente fra alternative, soft rock e hard rock più moderno. Per chi non li conoscesse, ne consiglio quantomeno un ascolto.

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Opinione inserita da Luca Albarella    11 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il talento, la classe pura, la stoffa del campione o di chi si direbbe in gergo “faccia un altro mestiere” alla fine può solo emergere prepotentemente. Vero anche che nel music-biz questo non accade sempre, lasciando per strada ipotetici fuoriclasse relegandoli a illustri sconosciuti. Non è il caso fortunatamente per il carismatico guitar-hero Gus G., nome d’arte del greco Kostas Karamitroudis. Fin dalle prime battute il suo nuovo “Fearless” dimostra tutta la classe cristallina di un chitarrista che riesce a trasportare in musica le innumerevoli esperienze, tra tutte naturalmente quella con Ozzy con tutti gli onori del caso del grande Zakk Wylde.
“Letting Go” è rocciosa ed estremamente qualitativa nel suo incedere; riffing importante che va a sostenere linee vocali vincenti del grande Dennis Ward. Si esatto, quel Dennis Ward e non c’è da aggiungere altro. L’esperienza con Ozzy del talentuoso chitarrista greco è palpabile, in quanto gli arrangiamenti si presentano scuri e potenti; produzione vicina alla seconda parte di carriera dell’istrionico frontman.
“Mr. Manson” non si discosta molto dal pezzo di apertura. Fa capolino anche una punta di elettronica che rende il tutto malato e oscuro. Altro episodio quindi riuscitissimo, Le soluzioni articolate in questo contesto di stampo virtuosistico riescono naturalmente ad emergere senza stravolgere le coordinate della traccia in questione.
“Don’t Tread On Me”, a gusto personale, la migliore del lotto al momento. Ispirata, evocativa, soprattutto dovuto al lavoro sulla voce a tratti caldo e a volte graffiato e incisivo. Il metal di stampo moderno spesso e volentieri opta per ugola di questo tipo, ben lontane dalle sirene degli eighties. Per me un’altra promozione a pieni voti.
“Fearless è il primo strumentale del guitar-hero. Sapete cosa aspettarvi, anche se ad onor del vero il tutto è più incentrato sul riffing, che su soluzioni di scuola virtuosistica “macinascale”. In alcuni passaggi di scuola più melodica riesco a sentire anche riferimenti di scuola Satriani-Vai. Un pezzo dunque che, nonostante sia uno strumentale, si lascia apprezzare senza annoiare.
“Nothing To Say” è la prima ballad e cade con precisione chirurgica nel mezzo di questo full che al momento non presenta punti deboli. Che ballad ragazzi, brividi. Non mi sento di aggiungere altro. Linea vocale stupenda, intimista e struggente al tempo stesso e arrangiamenti di classe, appongono le fondamenta per una traccia di sicuro spessore artistico.
“Money For Nothing” è una grandissima rivisitazione della bellissima hit dei Dire Straits. Molto più cadenzata naturalmente, rispetta il canovaccio del progetto GUS G. Di sicuro molto lontana dall’originale e che potrebbe far storcere il naso ai fans più intransigenti di Knopfler e soci. A gusto personale amo entrambe le versioni.
“Chances” è un’altra chicca di Hard Rock moderno. Questa volta siamo su terreni più rockeggianti e catchy. Non so se ci sia la volontà di estrarne un singolo, ma non meraviglierei se ciò accadesse. Una produzione che potrebe ricordarmi i Sixx A.M. per intenderci, quel rock’n roll malato, potente e accattivante che va molto in voga oggi fra le grandi produzioni americane.
“Thrill Of The Chase” prosegue per certi versi la linea tracciata con il pezzo precedente. Il secondo strumentale; di stampo più neoclassico, Gus sciorina in questo caso tutta la sua tecnica sopraffina non tralasciando il gusto per la melodia.
“Big City” quasi in dirittura d’arrivo, ci si trova di fronte a un buon bluesy dal taglio decisamente più retrò; ulteriore conferma della qualità assoluta di un lavoro che non presenta punti deboli. Meno immediato rispetto alle tracce precedenti, merita più di un ascolto per essere metabolizzato.
“Last Of My Kind” in chiusura la considero una delle tracce più introspettive e ricercate. Il sound assume toni a tratti epici, ma anche progressivi, il che non mi lascia affatto interdetto. Un mid tempo dal flavour introspettivo suggella tutta la bontà per una produzione assolutamente priva di sbavature.
In conclusione: poco altro da aggiungere, se non che mi sono imbattuto in un lavoro che merita l’acquisto senza indugi e fortunatamente riesce a spazzare via la troppa mediocrità che imperversa attualmente. Mi sento di consigliarlo praticamente a tutti gli amanti delle sonorità più rocciose e moderne, ma con predilezione per le belle melodie. Da parte mia è una promozione piena come da anni ormai non mi capitava di fare qui su A.A.M.

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Opinione inserita da Luca Albarella    14 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il lavoro di cui mi appresto a parlarvi è sicuramente bizzarro, per usare un eufemismo, dovrebbe essere un Hard’n Heavy retrò; il problema è che non bastano le buone intenzioni per la riuscita di un progetto e mi sono ritrovato ad ascoltare un album interamente registrato in home recording e credo con forte ausilio di “midi” e sequencer. Il risultato purtroppo per la one man band del bolognese Giuseppe Lentini, che utilizza il moniker Uber Sheizer per lanciare il suo primo lavoro “King Of Rock”, è deludente.
“40 Miles a Day” è orecchiabile molto diretta e, come già anticipato mi limiterò ad ascoltare le idee presenti in questo lavoro, sorvolando sulla produzione che per me suona come una pre-produzione, in vista di un lavoro più impegnativo. Quindi direi che le idee presenti in questa prima traccia non sono malvagie, nulla di trascendentale, ma quantomeno fruibile.
“King of Rock”: in questo caso ci muoviamo su terreni di un hard ‘n heavy vecchia scuola e il buon Lentini sarà felice di essere accostato almeno in questa traccia ai primissimi Priest, anche vocalmente mi ricorda Halford sui registri medi. Conferma che le idee potrebbero essere smerigliate con una band, avvalendosi di una produzione degna di nome.
“I Want You Forever” invece la sento caotica. Ci sono buone cose, alternate a soluzioni davvero acerbe e da sviluppare con maggiore attenzione. Poco da aggiungere ad una traccia terribilmente acerba e decisamente poco ispirata.
“Fire In The Night” verte su ritmi più cadenzati e anche in questo caso non mi sento di essere tenero. D’altronde per chi presenta un proprio lavoro come autoproduzione completamente registrato in home recording e in “digitale” (per essere vaghi o magnanimi!!nda), potrà a questo punto leggere senza problemi eventuali critiche.
“Hell Is Your Way” è di stampo più settantiano o almeno cerca timidamente di approcciarsi a quel tipo di sound. La linea vocale non è malvagia, ma il tutto risulta veramente raffazzonato. Ho difficoltà a essere più esaustivo, ma sto cercando di essere quanto più equilibrato possibile, per non urtare la sensibilità dell’artista in questione.
“Beginning Again” si sposta su ambientazioni più cupe e claustrofobiche. Quantomeno vedo la volontà di affacciarsi su lidi non ancora esplorati, anche se il tutto è dannatamente affossato e sfuggente. Come se apriste una scatola e dentro, fra tanta caciara, si riesca a pescare anche quello che serve. Ecco, metaforicamente potrei descrivere così questa traccia.
“I am The Night” ritorna a marciare su ciò che forse risulta essere più riuscito, vale a dire un Hard Rock melodico e di facile presa. Una di quelle tracce che terrei buona lì per il futuro per essere ripescata, perché ripeto l’impronta base su cui lavorare è discreta.
“Now”, se fosse stata sviluppata meglio, sarebbe stata una composizione gradevole. Un mid tempo pomp rock con una linea vocale anche riuscita, tutto sommato. Siamo sempre su un condizionale malgrado tutto, questa è la cosa che più mi rammarica.
“More Metal Than Metal” tenta di arrampicarsi disperatamente su un hard ‘n heavy relativamente oscuro, riuscendoci anche in questo caso a malapena. Quando manca la produzione o la scelta degli arrangiamenti (non parlo di esecuzione o produzione!!nda) in alcuni casi posso riscontrare almeno una buona linea vocale sulla quale lavorare in futuro, non in questo caso dove non riesco a salvare nulla.
“Lay On The Floor” sembra voler intraprendere soluzioni sperimentali e invece siamo su un mid tempo deludente, che non aggiunge nulla che non abbia già detto.
In chiusura: un lavoro sul quale credo di essermi accanito anche troppo. Non mi sento di dare ulteriori giudizi se non che personalmente credo sia stata una delle peggiori recensioni che abbia fatto su AAM; per me che amo scrivere non è piacevole, come non è piacevole recensire ragazzi che credono di poter fare dischi in questo modo. Una sconfitta su tutti i fronti.

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Opinione inserita da Luca Albarella    11 Gennaio, 2018
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Ogni tanto su AAM mi si palesa la possibilità di poter recensire lavori fuori dai soliti clichè, le solite produzioni che seppur possano evidenziare evidenti qualità esecutive, e godere di ottime produzioni, ormai non mi lasciano dentro quel trasporto musicale di cui ho sempre fame. La band marchigiana di cui mi appresto a parlarvi, è riuscita evidentemente ad accendermi dentro quella famosa scintilla, malgrado sia cresciuto con un rock decisamente più diretto e muscolare e meno legato a sonorità più introspettive con un sound vicino agli anni settanta con lievi riferimenti al prog italiano.Presentiamo dunque i Chien Bizarre con il secondo lavoro “Outsider”.
“Il Gigante” rappresenta cosa possa esprimere ancora il rock italiano. Genuinità, introspezione, carica emotiva. Una riuscita linea vocale che si sposa con frammenti di energico e puro rock con sottili allusioni al prog dei 60-70 italiano.
“Canzone d’umore nero” ha un impatto maggiore pur restando per certi versi sugli stessi binari tracciati dal pezzo precedente. Il tutto è perfettamente amalgamato in un trasporto ricercato e senza troppi riferimenti marcati, il che dunque conferisce come già detto una buona dosa di originalità, restando pur sempre ancorati alla vecchia e cara forma canzone italiana.
“Come Cleopatra” mostra i muscoli. Alternative asciutto con un alone di post punk e new wave che aleggia in verità su tutto il positivissimo progetto Chien Bizarre. Poco altro da aggiungere se non che rimarco l'impressione positiva sulla band marchigiana che trovo decisamente fresca e ispirata.
“Insensibile” riesce a destreggiarsi agilmente nel rock dei ’70 anche se non c’è mai la volontà di usare l’irruenza, piuttosto si usa la sottile arma del pathos congiuntamente a testi sicuramente incisivi e diretti. Questi ragazzi mi stanno conquistando veramente, complice una piattezza musicale italiana oggettivamente imbarazzante.
“Empatia” è al momento il pezzo più fruibile del lotto. Il sound è dilatato, leggero e di facile presa senza mai abbandonare lo stile personale del progetto. Per certi versi mi hanno fatto pensare ai Negrita dei tempi migliori.
“Preghiera Laica” sempre immediata e asciutta negli arrangiamenti che agevolmente girano intorno a un cantato caldo. Il chorus riesce a imprimersi in testa fin dal primo ascolto. Il pezzo in questione avrebbe tutte le potenzialità per diventare una buona hit nel circuito indie-rock italiano.
“La Mia Generazione” è una delicata ballad e vive di più stati emotivi.Strofe molto intimistiche e una maggiore incisività sui chorus con chitarre che nonostante tutto non dimostrano mai di essere veramente roboanti.
“Mantide” necessita più di un ascolto per essere apprezzata e direi che è fra le più progressive del loto se me lo si concede. Oscura e ammaliante quanto basta riesce a catalizzare una maggiore attenzione solo ad un ascolto successivo. Ammetto che non mi ha particolarmente entusiasmato per ciò che concerne l’arrangiamento;tuttavia non si discute il songwriting in se che reputo oggettivamente buono.
“Underground” sembra uscito direttamente dai seventies. Ritmi cadenzati su cui girano melodie vocali anche in questo caso orecchiabili. Apprezzabile anche il break centrale e la coda di stampo più progressive. Ostico per chi non ama queste sonorità; apprezzeranno coloro che amano tuffarsi senza remore nell'ascolto del rock a tutto tondo.
“Il Solito Caffè” in chiusura pur restando su un rock settantiano ritorna su standard immediati e sicuri per chi necessita di ascolti più diretti.
In Conclusione: Un lavoro che ha tanto da dire e avrà bisogno di attenzione per essere esplorato nella sua interezza; direi inoltre che la maturazione musicale è palese e mi sento di promuovere pienamente questo platter che ha tutte le credenziali per poter essere apprezzato da chi non si fossilizza musicalmente.In bocca al lupo ragazzi!!


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Opinione inserita da Luca Albarella    03 Gennaio, 2018
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Territorio italico palesemente fucina di band e artisti che fanno del rock ‘n roll la loro ragione di vita ne è pieno ormai. Sostengo da tempo che queste sonorità in Italia hanno sempre avuto modo di covare in un underground che rifiutava la sola idea che una band italiana potesse produrre Hard Rock. I demo in cassette venivano cestinati o bistrattati e allora ci si fiondava su generi al tempo modaioli e dalla buona fruibilità discografica.Di conseguenza, le stesse etichette che oggi decidono di dare spazio all’Hard ‘n Heavy, (che abbia un taglio moderno o meno!! Nda) si fiondavano su progetti di power-epic sinfonico a volte veramente imbarazzanti o cloni malriusciti di una famosa band italiana. Fortunatamente da un po’ di anni ci si è accorti anche dei prodotti italiani; uno di questi è il progetto Midnight Sin che ritorna con il nuovo Full length “One Last Ride”.
“Loaded Gun” è un grande apripista Hard ‘n Heavy che dimostra le ottime peculiarità di una band che sa davvero il fatto suo. Ottimo riffing sul quale delle belle armonie vocali di facile presa riusciranno senza alcun dubbio a catturare l’attenzione fin dal primo ascolto. Se queste sono le premesse direi che siamo messi bene.
“Land Of The Freak” cambia completamente registro e si dirotta su un rock ‘n roll scanzonato, nulla di originale ma sicuramente ben fatto. La band pur non riscrivendo nulla di originale dimostra tuttavia di saperci fare; il loro Hard Rock è quadrato, convincente malgrado non abbia un occhio di riguardo per un sound moderno. La produzione di alto livello enfatizza naturalmente tutte le caratteristiche positive del platter.
“Game Over Fame” l’intro roboante di batteria lascia presagire a qualcosa di esplosivo. Ispirato, arrangiato come si conviene e ben prodotto dove il tutto è perfettamente bilanciato; il mio pezzo preferito al momento. Speriamo che il colpaccio possa materializzarsi, da troppo non mi sbilancio sul massimo dei voti.
“Send Me A Light” esprime tutto il meglio che la band riesce a dare su territori blueseggianti; il tutto trasuda passione e grande emotività in un cantato che in questo contesto riesce a esprimere il meglio di se.
“Never Say Never” è tirato e va dritto per dritto senza compromessi. Una scheggia impazzita di vecchio e sporco rock ‘n roll. Grande davvero anche la track in questione che riesce a far emergere attraverso un break centrale tutto il lato acido e malsano Midnight Sin. Una piacevolissima sorpresa si stanno rivelando questi quattro ragazzacci.
“The Maze” estremizza il lato più roccioso del sound Midnight Sin. Grande impatto e belle aperture vocali presenti nei chorus; necessita più di un ascolto per essere metabolizzato ma si tratta pur sempre di una traccia di buona fattura.
“Plan B” ritorna su lidi di un rock’n roll scanzonato; una party song che riesce a coinvolgermi solo in parte.In questo caso non mi sento di bocciare il tutto anche perché partiamo sempre dal presupposto che si tratta di un platter superiore alla media dal punto di vista della produzione e anche del songwriting. Direi in questo caso, promozione con riserva.
“Not Today” è granitica, possente ma al tempo stesso riesce ad essere anche aperta e melodica. Complice il riffing, il tutto mi rievoca i grandi Gotthard e dimostra di essere uno dei migliori episodi del lotto. Riuscita sotto tutti i punti di vista. Anche il lavoro fatto sulle chitarre soliste è di ottima fattura; melodia e perizia tecnica perfettamente bilanciate.
“Born This Way” in chiusura ritorna su lidi rock ‘n roll – sleazy. Carina e di facile presa. Compensa discretamente la mancanza assoluta di ballad di cui mi aspettavo almeno in coda la presenza, se non altro per dar respiro all’intero lavoro.
In Conclusione: Un lavoro che nel 2018 ormai si pone come prodotto esclusivo per fanatici appassionati di un Hard Rock/sleazy che fondamentalmente non morirà mai. Le band italiane da un po’ di anni dimostrano di sapersela giocare senza grossi problemi con le troppo coccolate e osannate band estere, personalmente gli darei una chance; in bocca al lupo ragazzi!!



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Opinione inserita da Luca Albarella    06 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

La band di cui mi accingo a parlarvi nasce in origine come cover band di gruppi seminali quali Ac/Dc, Motorhead, Ozzy e il sempre battagliero Scotto. Proprio quest’ultimo influenza i 5 rockers nell’intraprendere un discorso inedito con il cantato italiano. Scelta che può rivelarsi pericolosa, quanto azzardata. In soldoni, la lingua italiana è rock? Io dico di si, ma con remore perché non ha certo la musicalità e l’adattabilità dell’inglese. Ho avuto modo di fare una sorta di “zapping” sul platter e devo dire che è ciò che mi aspettavo. Resettiamo le chiacchiere e iniziamo a parlare di “Indians”, debut album degli Hard Rockers Nightraid.
“Stand By” mostra fin da subito quale possa essere l’incipit dell’intero platter. Hard Rock senza troppi fronzoli, dunque con la sempre coraggiosa scelta del cantato italiano. Scrivere in italiano è sempre un rischio azzardato, soprattutto quando ci si ritrova ad adattare il tutto a sonorità assolutamente graffianti e corpose. Se avete presente bands tipo Strana Officina, Anhima, Vanadium, l’amato-odiato Scotto e la lista potrebbe continuare, potreste dare una posibilità a questi ragazzi che dimostrano a primo impatto di saperci fare.
“Sinergie” inizia con un piglio blueseggiante, per poi mettersi comodo su sonorità corpose e cadenzate. In questo caso il lavoro fatto sul testo dimostra quanto non sia agevole scrivere in lingua madre e che la metrica diventa fondamentale, non potendo avvalersi della stessa musicalità anglofona. Musicalmente non male, ma la linea vocale e il testo non mi convincono.
“Bombe a Gaza” offre spaccato politico di un platter che di sicuro non si dimostra di facile assimilazione. Il pezzo in sé non è malvagio, ma è la linea vocale che necessita di maggiore armonia. Peccato perché il tiro è buono e il timbro del vocalist è decisamente integro a un contesto hard rock. Dunque sfruttare le proprie armi nel migliore dei modi è la soluzione più semplice. Il problema forse è che molte bands inconsciamente hanno il rifiuto per linee vocali più accessibili, spero non sia questo il caso e che sia frutto di scelte ponderate.
“Indians” vive di due stati emotivi assolutamente differenti. Pathos nella prima parte con un crescendo che sfocia su lidi più rabbiosi; il tutto con un velato senso di malinconia che avvolge tutto il pezzo. Rischio di ripetermi; questi ragazzi confermano le loro qualità dal punto di vista tecnico, ma non riescono veramente a lasciare il segno, la linea vocale (la cosa che colpisce di più nel rock a tutto tondo!! Nda) non resta, non emoziona come dovrebbe.
“Nightraid” è un bel rock ‘n roll scanzonato; anche questa volta nulla da dire per ciò che concerne attitudine e sinergia per un genere di cui i nostri sembrano davvero essersene nutriti. In questo caso direi che ci siamo sotto tutti i punti di vista.
“Overcast” è uno degli episodi più aspri e duri. Siamo sul rock’n roll alla Motorhead senza compromessi. In questo frangente l’ugola di Andrea Cocciglio è rabbiosa e graffiante, forse come mai nei precedenti episodi. Tralasciando i gusti personali, direi che siamo ancora su discreti livelli. La metrica più decisa aiuta decisamente e ne farei tesoro anche per il futuro, qualora si dovesse proseguire sulla strada del cantato italiano.
“Dio del Blues” dimostra cosa in realtà potrebbero fare questi ragazzi. La cover di Scotto è eseguita magistralmente, anche se pedissequamente all’originale. L’hard rock cantato in italiano ci può stare, ma la differenza la fanno proprio testi indovinati, abbinati a una buona metrica e linee vocali più incisive. Ragazzi perdonatemi se sembro petulante su questo aspetto, ma ascoltando questa cover sento ancor di più potenzialità inespresse.
“Misteri” non aggiunge molto a ciò che ho ampiamente espresso. Da rimarcare il chorus che riesce a far aprire un pezzo prevedibile e a tratti ostico. Mi preme ricordare che le mie sono considerazioni fatte con spirito amicale, non saccente. Di scribacchini saccenti, troppo spesso non curanti dei sacrifici fatti per un progetto o che credono di lavorare per Panorama o L’Espresso ne abbiamo a vagonate purtroppo.
“Zasko” in chiusura non aggiunge nulla di nuovo a un lavoro che vive di luci ed ombre. Quanta aggressività nel cantato; a volte troppo invadente, toglie armonia e spazio a un pezzo che poteva ancora una volta dare di più, regalare più emotività.
In conclusione: il progetto Nightraid, come già anticipato in sede di inizio recensione, necessita di essere rivisto sotto certi aspetti perché le potenzialità non mancano, basterà davvero poco per fare il salto di qualità; lavorare meglio sulle linee vocali, misurarsi vocalmente sui testi che l’ottimo Andrea Cocciglio saprà sicuramente enfatizzare al meglio. In bocca al lupo ragazzi!

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Opinione inserita da Luca Albarella    14 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  


Quando ho visto la provenienza della band di cui a breve vi parlerò ovvero Marostica, la città degli scacchi, ho rivisto vecchi ricordi. Inevitabilmente il pensiero è volato ad oltre venti anni fa quando il bel Jon ed i suoi Bon Jovi, calcava il palco del famigerato Festivalbar presentando “Always” e facendomi impietrire davanti alla Tv per lo squallore a cui si era prestato. Fra le influenze dei 5 ragazzacci ci sono anche i rockers del New Jersey. Colors Void presentano dunque il loro debut album “Rise Fight”, un lavoro che malgrado venga presentato come Hard Rock, a mio avvisto trasuda alternative da ogni singola traccia.
“Live It” corposa opener alternative pronta a entrare subito nella testa e nel cuore di chi stravede per sonorità di questo tipo. Il tutto è ottimamente bilanciato frutto di un lavoro assolutamente impeccabile fatto in sede di mix e mastering.
“Reaching the Light” pur mantenendo una discreta fruibilità riesce a giostrarsi decisamente su ambientazioni alternative dal taglio oscuro e a tratti malinconico. Buona personalità espressa accompagnata dunque a una predisposizione per una scrittura relativamente originale.
“Rise To Fame” pur restando su terreni di un rock alternativo diretto senza fronzoli riesce a essere assolutamente versatile e offrire ancora una volta buona originalità in fase di songwriting. Una linea vocale che tendenzialmente resta magniloquente per trovare aperture su chorus incisivi. Una band che sembra avere le idee chiare su ciò che intende proporre malgrado la giovane età.
“Damned” ritorna a marciare su percorsi immediati e in questo caso siamo su un rock ‘n roll senza fronzoli; canticchiare il pezzo fin dal primo ascolto è la prerogativa della track in questione. Nulla di trascendentale ma godibile.
“Odd Saviours” segue in linea di massima la direzione della traccia precedente ma con una maggiore attitudine punk. La band veneta dimostra di privilegiare sonorità scevre da soluzioni un po’ più articolate, puntando decisamente su armonie vocali di facile presa.
“Fake” purtroppo non si discosta molto dagli episodi precedenti; gradevole e fruibile ma ruota esclusivamente su melodie vocali di facile ascolto lasciando agli arrangiamenti un ruolo marginale. Probabilmente il genere è quello ma una maggiore ricercatezza in alcune soluzioni gioverebbe alla freschezza di composizioni di per se comunque positive.
“T413” è un intro sperimentale trampolino per lanciare”Mess”. Avverto purtroppo ancora una certa ripetitività fra una traccia e un’altra e arrivati al giro di boa non credo deponga a favore. Comunque ancora una volta l’alternative melodico proposto non fa gridare al miracolo ma risulta sempre ben confezionato. A mio parere queste sono composizioni che in sede live avranno davvero l’attenzione che meritano, diversamente da quanto possa accadere ascoltandoli su un freddo supporto.
“The Meaning” è una riuscitissima power ballad e serve come il pane a spezzare una certa monotonia. Si è colto il centro sotto tutti gli aspetti questa volta. Si privilegia anche gli arrangiamenti questa volta e aggiungo che Il pezzo trasuda anche emotività, fattore che in un genere di questo tipo a volte latita.
“6AM” non aggiunge nulla di nuovo a quanto già descritto in precedenza. Altro “cotto e mangiato” anche se in questo caso forse ho avuto modo di apprezzare un buon solo di chitarra; discretamente tecnico e pregno di melodia. Da rivedere invece alcune soluzioni di batteria che a mio avviso potrebbero essere anche più lineari e quadrate. Ma questo è una cosa che ho notato anche in altri pezzi e credo sia una scelta artistica ben precisa.
“Dumbass” riesce a convincermi ancora una volta su tutti i fronti. Mid tempo cadenzato e trascinante; una di quelle canzoni che probabilmente riusciresti ad apprezzare anche a un secondo ascolto. Avrei optato maggiormente per soluzioni di questo tipo per un platter che forse da questo punto di vista ha poco respiro.
“Face the End” è una delle tracce che maggiormente tende ad avvicinarsi a un Hard Rock melodico e graffiante anche se la voce del singer è tipicamente punk ‘n roll o alternative metal melodico caratterizzando il sound di un progetto che palesemente è ancorato ai generi sopracitati.
In conclusione: Un Lavoro onesto e ben prodotto che potrà accontentare le esigenze di una fascia di pubblico molto giovane o vecchi rockers dalla mentalità aperta come il sottoscritto. Le potenzialità per diventare veramente un progetto forte ci sono tutte, manca un pizzico di coraggio, bagnarsi di nuove sperimentazioni gioverebbe sicuramente; la presenza e l’esperienza del produttore Pietro Foresti al loro fianco sarà un’arma importante da sfruttare a dovere. In bocca al lupo.

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Opinione inserita da Luca Albarella    18 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il sound degli eighties sembra non conoscere ostacoli o barriere di sorta. Si annida fra sonorità moderne che disperatamente cercano di vivere di luce propria. Nulla di quello che si ascolta oggi in giro avrebbe modo di essere credibile, se quegli anni non avessero dato luce a una vera orgia di puro e svavillante rock ‘n roll. Si percepisce un po’ che sono un vecchio nostalgico? Già; solo un po’. Nulla di grave; ci sono band pronte a darmi una bella botta di energia positiva e a farmi ritornare un giovincello con il sogno americano impresso nel cuore. I friulani Roxin’ Palace ritornano a farmi visita provando a farmi rivivere con “Freaks Of Society” le emozioni di un tempo. Sono fiducioso, la scena italiana negli ultimi anni è cresciuta davvero tantissimo. Iniziamo dunque il consueto “track by track”.
L’intro di “Freaks of Society” ci catapulta subito nel punk ‘n roll stradaiolo di “Monsters Love”. Direi che i Roxin’ Palace riescono a conservare lo smalto di un tempo, nonostante i diversi cambi di line up. Gradevole all’ascolto, ma nulla che possa far gridare al miracolo. Una Party song carica di energia positiva e credo che possa bastare.
“Gangs Eraser” non si discosta molto dalla composizione precedente. A dire il vero forse siamo su un gradino inferiore. I chorus non li trovo completamente vincenti e il pezzo in se, malgrado corra come un treno, temo abbia più aspettative di quanto in realtà esprima. Come se ci fossero tanti buoni ingredienti, ma non dosati nella giusta misura.
“Thai Of Mine” gioca su ambientazioni più blueseggianti. I bpm scendono e il tutto diventa più incisivo. Il sound è ricco, corposo; restiamo su registri orientativamente stradaioli, in questo caso direi che è stato colto il centro. I chorus, perno portante di un genere di questo tipo, mi sembra girino con più naturalezza.
“Postatomic Hotel” ha il compito di ammansire l’ascoltatore con una bella e vincente song dal sapore east cost. Direi che la proposta è riuscita e potrebbe tranquillamente fungere da singolo, qualora la band non ne avesse già individuato uno; melodie trascinanti, soli di chitarra di gusto e melodici. Lo annovero fra i miei pezzi preferiti, nonostante il viaggio con la band friulana sia da poco iniziato.
“L.A. Mist” la etichetto come una power ballad. Vive di più movimenti; ambientazioni acustiche iniziali, per poi aprirsi a terreni hard rock in cui l’aspra ugola del nuovo entrato AL, credo renda molto di più, non essendo dotato di doti interpretative, ma si esprima al meglio in contesti più essenziali. Non male il risultato finale.
“Monkey Junkie” ritorna a correre su territori più consoni alla band friulana. In questo caso però le soluzioni diventano più moderne, chitarroni compressi provano a lanciare con discreti risultati chorus in questo caso assolutamente ficcanti e incisivi. Tutto fila per il verso giusto e mi sento di promuovere a pieni voti la traccia.
“Rockers Of The Eagle”, malgrado si presenti inizialmente con un approccio punkettone, entrando a piedi uniti con la sezione ritmica basso-batteria, poi si scioglie in sonorità più aperte, con un hard rock orecchiabile dove ancora una volta riesce a pescare il jolly con una buona linea vocale, pronta a essere canticchiata fin dal primo ascolto. Corona in questo contesto riesce a mettersi in luce con un solo di chitarra pregevole, melodico ma al tempo stesso dimostrando che le doti tecniche non mancano di certo.
“Neighbourhood Stars” rischia di diventare il mio pezzo preferito. Un energico boogie blues che riesce a essere coinvolgente, orecchiabile, diretto, insomma vincente. Non sarà il classico trademark Roxin’ Palace, ma poco importa; al contrario opterei di più per soluzioni di questo tipo che in ogni caso possono far respirare platter di questo tipo.
“Fading Idol” fa trasudare ancora manciate di rock ‘n roll immediato e dal sapore commerciale. Messe da parte ancora una volta le peculiarità più aggressive, in favore di massicce dosi di melodie degne dei primi Poison o Fester Pussycat per intenderci. Un’altra party song ben confezionata.
“Freak?”, posta quasi in dirittura d’arrivo, ci consegna ancora una volta una band capace di giocare anche su terreni più morbidi. Dietro delle belle armonie vocali, si cela nel pezzo in questione un retrogusto malinconico, ma assolutamente vincente. Altra chicca di un platter che non fa rimpiangere il disco d’esordio.
“F.A.N.” ritorna prepotentemente lo street ‘n roll tanto caro alla band friulana. Risulta un vestito perfettamente calzante a ciò che i Roxin’ Palace vogliono essere. Stradaioli e malati, per sonorità che prepotentemente sono ritornate negli ultimi anni, un ritorno a dire il vero più per vecchi nostalgici.
“Little Lizzy” è una bella bonus track che non si discosta molto da tracce precedenti pregne di chitarroni ruggenti, melodie ruffiane e passione viscerale per il rock ‘n roll d’annata.
In conclusione, un lavoro pregevole potrà essere gustato da chi non vuole rinunciare a rivivere i mitici eighties e potrà, perché no?, accalappiare qualche giovanotto voglioso di cadere nell’ammaliante e mai doma trappola del vero rock ‘n roll.

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