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Opinione scritta da Giuseppe Lombardo

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    14 Dicembre, 2017
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Leider è un nome a me sconosciuto nel panorama Heavy Metal, ma questi cinque messicani, “zitti zitti”, sono arrivati a pubblicare questo Alloys che è il terzo capitolo della loro discografia.
L'apertura del disco è affidata a We Are Masters, pezzo che presenta un songwriting molto in linea con quello che ci si può aspettare da un gruppo che suona Heavy Metal tradizionale, ma che nel complesso risulta efficace e dotato di un buon tiro.
La successiva Flesh convince già meno, ma i Leider si rifanno in fretta con Phoenix, pezzo ultra Maideniano che non fa sicuramente urlare al miracolo, ma che regala comunque (quasi) 6 minuti di piacevole Heavy Metal come ormai fanno in pochi.
Il disco prosegue pressochè su questi binari offrendo altri 5 pezzi che aggiungono poco o nulla a quanto di già sentito. Fa eccezione la conclusiva Blood Heroes, in cui fa capolino anche una cornamusa la quale prova a dare quel qualcosa in più a un disco non brutto ma, secondo me, privo di momenti veramente memorabili.
Dunque, per tirare le somme, Alloys è un disco che si lascia ascoltare, a cui però si può fare anche a meno... Parte bene nel complesso ma si perde un po' a mano a mano che si va avanti. Se volete dargli un'opportunità fate pure (bastano solo 34 minuti per sentire l'album intero) altrimenti passate oltre, non vi perdete di certo un “discone”.

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    21 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Pyroxene sono un gruppo sloveno che suona un Heavy Metal piuttosto grezzo e “basilare” che purtroppo non convince. Non con questo EP almeno, che coincide anche con l'essere la prima release del quintetto di Ljubljana (se escludiamo un singolo uscito 2 anni fa, che è comunque parte della tracklist di questa uscita).
C'è poco da dire sulle 5 tracce che compongono questo EP (è proprio questo il titolo!): i 4 brani originali qui contenuti presentano un songwriting scadente o comunque per nulla originale... i riff di chitarra sono banali o scontati e la voce di Jan Tehovnik non convince, nonostante dimostri di avere una buona estensione. Si salva in corner solo “Helium – 3”, pezzo di chiusura di questo disco, facilmente superiore al resto. Non è da buttare via neanche la cover dei Black Sabbath “Electric Funeral” ma, nonostante questo, i Pyroxene rimangono lontani dall'agguantare la sufficienza.
Il combo sloveno, a mio parere, ha ancora molto da lavorare per creare un prodotto di livello che possa “competere” con quello che è il mercato musicale attuale. Speriamo che la prossima uscita dei nostri presenti quindi dei grandi passi in avanti, perché questo EP è un “dischetto” destinato a essere dimenticato facilmente.

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3.5
Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    14 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Monuments è la freschissima release di casa Edguy, una band che ormai non necessita di presentazioni data la grossa popolarità che ha acquisito nel corso degli anni. Con questa uscita, Tobias Sammet e compagni celebrano il compleanno numero 25 del gruppo, un traguardo incredibile, specialmente se si pensa che per gran parte di questo periodo la line up del quintetto di Fulda sia rimasta invariata (gli unici cambi sono avvenuti nel 1998 con l'ingresso di Eggi Exxel al basso e di Felix Bohnke alla batteria al posto di Dominik Storch).
La release qui recensita è ricca di contenuti, l'edizione “standard” si compone infatti di ben 3 dischi: 2 CD audio composti soprattutto da brani pescati dal passato della band (tra cui uno mai pubblicato prima) e da 5 brani nuovi di zecca, più un DVD contenente un intero show registrato in Brasile nel 2004 durante l'Hellfire Club tour e tutti i videoclip della band. Quello che ci consegna la Nuclear Blast per questa recensione è “solo” la parte audio di questa uscita, quindi non ho purtroppo modo di dare uno sguardo al live DVD, che per me rappresenta il vero piatto forte di Monuments.

L'apertura della compilation è affidata ai 5 nuovi brani, i quali continuano il trend “Hard Rock” che gli Edguy ormai portano avanti da un bel po' di tempo e che, personalmente, mi ha sempre entusiasmato poco e a tratti. Solo Landmarks si discosta un po' da questo tipo di sonorità, grazie soprattutto alla doppia cassa di Felix Bohnke che trascina il pezzo dall'inizio alla fine; buono anche il ritornello e il lavoro delle 2 chitarre su questo pezzo, sicuramente il migliore dei 5 nuovi, ma che rimane lontano anni luce dai capolavori sfornati nei primi album.
Per quanto riguarda gli altri 4 nuovi brani c'è poco di salvabile a mio parere, The Mountaneer può contare almeno su un bel ritornello che ti si stampa in testa, Ravenblack è tutto sommato un discreto mid tempo Heavy (un po' scontato), mentre ritengo Wrestle the Devil e Open Sesame 2 momenti assolutamente negativi, direi quasi indegni di far parte della gloriosa discografia degli Edguy...
I seguenti 23 brani che compongono i 2 CD sono, come già detto, tratti dal passato della band, soprattutto dal passato recente, scelta un po' strana a mio avviso, visto che per far spazio a canzoni quasi “anonime” come 9-2-9 o Rock of Cashel sono state sacrificate tante altre cose migliori come potevano essere How Many Miles, Wake Up the King o la maestosa Theater of Salvation. Il "vuoto" lasciato da quest'ultima è colmato (almeno in parte) da un altro pezzo dall'alto minutaggio ovvero The Eternal Wayfarer (tratta dall'ultimo studio album "Space Police") che per me rappresenta il miglior momento compositivo di Tobias Sammet degli ultimi anni (Avantasia inclusi).
I brani immortali degli Edguy non potevano mancare, infatti ritroviamo con piacere cose come Vain Glory Opera, Babylon, Out of Control, Tears of a Mandrake e Mysteria, tutti momenti Top della carriera del quintetto di Fulda.
L'ultima traccia che compone il discorso audio di Monuments è una vera chicca: Reborn in the Waste infatti è un brano registrato durante le sessioni di Savage Poetry (1995) e mai rilasciato prima. Possiamo qui riassaporare quelle sonorità grezze tipiche del periodo (non per questo il brano è da buttare via, anzi!) da cui gli Edguy iniziarono la loro scalata verso il successo.

A tutto ciò, si aggiunge anche una bella confezione digibook che, da quanto si può intravedere tramite i social network della band, contiene tantissime foto di repertorio raccolte nel corso degli anni, molte delle quali mai pubblicate prima.
Siamo quindi di fronte a un prodotto “must-have” per tutti i fan della band, ma consiglio Monuments ovviamente anche a tutti coloro che magari stanno cominciando ad avvicinarsi all'”universo Edguy” solo di recente.
Monuments è una release che sì, contiene alti e bassi, ma tutto sommato è il giusto “tributo” per celebrare il primo quarto di secolo di una band che ha dato (e spero darà ancora) tantissimo alla scena Heavy Metal mondiale.

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    30 Giugno, 2017
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Ho sentito parlare spesso degli Unleash the Archers negli ultimi anni, ma per quanto mi riguarda non mi hanno attirato mai abbastanza da farmi andare a sentire un loro disco per intero.
Ora con questo Apex, quarto album della formazione canadese, ho l'opportunità di farlo.
I nostri suonano un Heavy/Power metal dalle sonorità ultra-moderne caratterizzato da ritmiche granitiche (ottimo il lavoro di Nikko Whitworth al basso e di Scott Buchanan alla batteria), da buoni riff di chitarra, messi in gran risalto da una produzione egregia, e soprattutto dalla voce di Britney Slayes, probabilmente il vero valore aggiunto degli Unleash the Archers. Prestazione davvero impeccabile la sua, una voce in grado di trasmettere grande energia, sia quando canta su toni medio-bassi, sia quando arriva a toccare tonalità altissime.
Awakening è la prima traccia di questo disco, sicuramente è una delle migliori del lotto: 7 minuti che racchiudono un po' tutti gli elementi descritti poco sopra e che farà sicuramente scapocciare molti.
Apex prosegue imperterrito tra sfuriate di doppia cassa, assoli di chitarra e acuti paurosi di Britney Slayes, raggiungendo forse il suo apice con Cleanse the Bloodlines, The Coward's Way e la conclusiva title-track (almeno secondo il mio parere). Tutti i brani, ad ogni modo, hanno qualcosa da dire, rischiano solo di essere dimenticati in fretta in quanto mancano all'interno di essi dei momenti veramente memorabili. È quello che è successo almeno a me, ma consiglio lo stesso l'ascolto di questo Apex a tutti coloro che vivono di Heavy classico e di Power, perchè sono sicuro possa riservare loro delle soddisfazioni.

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    01 Mag, 2017
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Dopo il buonissimo Rise of the Animal del 2015, tornano sul mercato i Wolfpakk con questo Wolves Reign, quarta fatica per il progetto nato dalle menti di Michael Voss e Mark Sweeney.
Per chi non ne fosse a conoscenza i Wolfpakk sono una sorta di Metal Opera, infatti per ogni album, i due mastermind, si circondano di una lunga lista di ospiti illustri.
Musicalmente siamo sempre su territori misti tra Hard Rock e Melodic Metal, combinazione che ci aveva convinti su Rise of the Animal e che convincerà anche stavolta.
L'opener Falling è un'ottima dimostrazione di ciò, siamo di fronte infatti a un buonissimo pezzo Heavy caratterizzato da graffianti riff di chitarra, forse non originalissimi, ma comunque vincenti.
Questa tipologia di sound si ripropone anche nei successivi brani. Run All Night è uno dei pezzi migliori del lotto (Michael Vescera è un valore aggiunto non da poco). Anche Blood Brothers (con Biff Byford) e Wolves Reign (con il formidabile George Lynch alla chitarra) non sfigurano.
Con la successiva No Remorse si toccano invece territori puramente Power Metal. Il pezzo è, per chi scrive, forse il meglio che si possa trovare su questo disco. Qui la fanno da padrona la doppia cassa di Gareon Homann, le melodie di chitarra e tastiera, e la prova canora del grande Oliver Hartmann (non a caso, il pezzo ha un retrogusto di Avantasia non da poco).
Dopo la parentesi Hard Rock di Inside the Animal Mind (forse il pezzo più debole del disco), si continua spediti con Scream of the Hawk (con Steve Grimmet) e Commandments (con Alex Holzwarth e Pasi Rantanen), sicuramente due ottimi momenti di questo Wolves Reign.
Il disco si avvicina alla chiusura, e, ormai, ha ben poco da aggiungere. Mother Earth è un discreto pezzo Heavy Rock in cui figura in veste di ospite il grande Ronnie Atkins, Tomorrowland è una ballad pianistica (unico lento del lotto) e I'm Onto You è un altro buon brano Heavy che vede la partecipazione di Chris Holmes.
Wolves Reign è tutto sommato un'altra prova positiva per i Wolfpakk, forse Rise of the Animal ci aveva convinti un pelo di più, ma di certo anche quest'ultima uscita ha molto di buono da offrire.
Se vi piacciono release in stile Avantasia, questo è sicuramente un disco che fa al caso vostro; ma più in generale, Wolves Reign è un disco per tutti gli amanti di Hard Rock e Metal melodico!

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2017
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Potenza! E' questa la parola che meglio si sposa con il debut album dei Debackliner!
Il gruppo francese infatti ci consegna un disco godibile, caratterizzato da un'ottima produzione in grado di risaltare il sound “True Metal” del combo marsigliese.
Le 9 tracce che compongono questa release presentano tutte un'ottima solidità ritmica ma, allo stesso tempo, trovano spazio buone linee melodiche.
Unica nota negativa è che questo disco, secondo me, rischia di annoiare già dopo un paio di ascolti. Non fraintendetemi, Debackliner, come già detto, è un bel disco di puro Heavy Metal, il songwriting è sicuramente buono, mancano però delle vere e proprie hits trascinanti.
Pandora, Werewolf, Erase the Hordes e Jolly Roger sono indubbiamente i pezzi con più tiro e che ho apprezzato maggiormente.
Questo Debackliner, per essere un debut album, direi che complessivamente supera la sufficienza, e tutti gli amanti del “True Metal” dovrebbero dargli una possibilità; sono sicuro che in molti possano trovare pane per i propri denti!

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    22 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Febbraio, 2017
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Sono sempre stato un detrattore del noto youtuber/cantante Pellek (all'anagrafe Per Fredrik Åsly). Le sue abilità canore sono indiscusse, ma il suo timbro vocale proprio non sono mai riuscito a farmelo piacere. Eppure il signor Fraser Edwards (già chitarrista degli Ascension) è riuscito a comporre un disco (più o meno) Metal, in cui la voce “Pop” di Pellek calzasse a pennello.
I Am God è infatti un album strano per certi versi, in cui si passa da pezzi potenti e tipicamente Power Metal, ad altri invece più “commerciali”. Il tutto tenuto assieme da piacevoli melodie Pop, che rimangono in testa per parecchio, e da virtuosismi chitarristici con cui il mastermind scozzese ci delizia.
Qualcuno potrebbe pensare che questa miscela sia sicuramente un buco nell'acqua. A parer mio, questo non è assolutamente vero. I Am God è un disco sorprendentemente piacevole da sentire. E la sorpresa più grande (per me) è finalmente sentire dei pezzi in cui Pellek trova una dimensione che gli appartiene a pieno.
Un ascolatore che sia un minimo open minded potrà trovare sicuramente molto di interessante qui, in particolare, i pezzi che secondo me lasciano più il segno sono Alone (quasi una canzone dei Trick or Treat), Mentalist Brigade (puro Pop Metal!), I Am God (pezzo dai riff Malmsteeniani) e Geography of Time (altro bel pezzo Power spinto).
Segnalo anche “12 Variations (On Nyan Cat) Pt. 1 - Edward Snowden”, strumentalmente una rivisitazione del Nyan Cat, fenomeno di Youtube con oltre 140 milioni di visualizzazioni.
Per dirla breve, se volete sentire qualcosa di fresco, che non sia una copia di cose già sentite, correte a dare un ascolto a questo piccolo gioiello di Pop Metal!
Complimenti Edwards!

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    29 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

I Brute Forcz (la Z non è un errore) sono un gruppo di Los Angeles nato dalle menti di due ex wrestler professionisti, tali Slammer (batteria) e Jammer (basso e voce), che giunge in questo 2016 alla pubblicazione di questo omonimo EP (terza release dopo un EP del 2011 e un full lenght del 2012, roba a me sconosciuta).
Le 4 tracce di questa release non sono niente di speciale, siamo infatti di fronte a un Heavy Rock che (nonostante fortemente ispirato a gente come Motorhead o Judas Priest) risulta abbastanza scontato e monotono, complici ritmiche ripetitive ma soprattutto una noiosa prova “canora” di Jammer, il quale pare stia semplicemente parlando dietro un microfono.
I 15 minuti di questo EP trascorrono in fretta (per fortuna?) senza riuscire a colpire nel segno.
Di conseguenza se non avete alcuna pretesa, e se vi piace questo tipo di Rock (puro sì, ma anche, ripeto, scontato), allora date un ascolto a questi Brute Forcz, altrimenti girate al largo!

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    09 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

I Mad Hatter's Den, dopo il debutto (a me sconosciuto) “Welcome to the Den”, tornano in azione con questo “Excelsior”, disco molto valido di Heavy/Power Metal dalle forti tinte melodiche.
Excelsior parte con una breve e forse inutile introduzione (Eye of the Storm) e con Break the Chains, non il miglior pezzo del disco ma sicuramente una buona opener che mette subito in chiaro le cose. La furia di Arto Pitkänen dietro le pelli, i riff dell'accoppiata Hänninen/Korhonen e la particolare voce di Jarno Vitri (mi ha ricordato un po' Morby dei Domine a tratti), sono gli elementi che la fanno da padrone. Ciò che caratterizza questo pezzo è anche il sound, molto “oscuro” e molto diverso dalla successiva Birds of Prey, più “happy” e catchy. Sarà questa la piega principale che assumerà questo album.
Le tracce che più ho apprezzato di questo Excelsior sono state senza dubbio la velocissima Through the Unknown e Hero's End (At the Silver Gates) bel mid tempo caratterizzato anche dalla presenza di azzeccate melodie folkloreggianti.
Tirando le somme, Excelsior non sarà un disco originalissimo, ma i Mad Hatter's Den ci sanno fare, e i 10 brani che compongono questo album meritano l'ascolto. Dunque, fan di metal melodico, siete i benvenuti nella tana del cappellaio matto!

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Opinione inserita da Giuseppe Lombardo    10 Ottobre, 2016
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Time For Revolution è il titolo del debut album degli svizzeri Headless Crown. Il quintetto è autore di un discreto Heavy Metal di stampo classico che aggiunge poco o niente di nuovo a quanto già fatto da tantissime altre band.
Ascoltando questo album è chiaro che gli Headless Crown si ispirino molto a chi ha scritto la storia di questo genere; infatti i pezzi che compongono questo Time For Revolution seguono binari abbastanza “standard”. Di conseguenza sarà facile trovare molti mid tempo dotati di buoni riff di chitarra, una sezione ritmica da “minimo indispensabile” (che per il genere può andare bene) e un cantato che cerca un po' di rifarsi ai grandi del genere (con risultati buoni ma non sempre convincenti).
Questi sono un po' gli elementi che caratterizzano il debut album degli Headless Crown.
The World Scream, pezzo che apre le danze, ripropone esattamente quanto detto. Questo brano in particolare non sarà un capolavoro certo, ma secondo me, è dotato di un buon impatto, soprattutto in eventuale sede live (merito anche di un cantabilissimo ritornello). Tracce che invece colpiscono nel segno (non sono moltissime secondo me), sono invece Here Comes The Night, Be Seeing You e Men Or Machines.
Fan di Saxon (soprattutto), ma anche di Iron Maiden e Accept, Time For Revolution è facile che sia un disco di vostro gradimento!

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