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Opinione inserita da Virgilio    12 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Agosto, 2017
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I Divinity Compromised sono una band di Chicago formatasi nel 2009, che aveva pubblicato il proprio album di esordio, “A World Torn”, nel 2013 e al quale fa seguito questo nuovo lavoro, intitolato “Terminal”. L’ascolto del disco lascia intendere subito come ci si trovi di fronte ad una band davvero di buon livello, capace di proporre un Power/Prog di qualità. Magari i Divinity Compromised non si distinguono per una particolare originalità e band come Dream Theater, Symphony X o Shadow Gallery sono certamente grandi fonti d’ispirazione: va tuttavia osservato come, rispetto ai gruppi ora menzionati, i Divinity Compromised cerchino spesso d’inserire un mood più atmosferico che potrebbe far pensare agli Evergrey; inoltre, quando vengono induriti maggiormente i suoni, si possono riscontrare passaggi Thrash (come avviene ad esempio nel brano “The Definition of Insanity”) e (sia pure sporadicamente) anche parti cantate in growl (ad esempio nella title-track e in “The Last Refugee”). L’album si rivela in effetti molto vario e le tracce riescono a coniugare potenza e aggressività con squisite melodie; va poi evidenziato come i brani siano caratterizzati da trame progressive, che si sviluppano però con assoluta fluidità, senza andare a cercare necessariamente soluzioni forzate o particolarmente complesse. C’è ovviamente spazio anche per assoli ad elevato tasso tecnico, specialmente da parte del chitarrista Jeff Treadwell e del tastierista Ben Johnson, ma anche questi risultano perfettamente funzionali ai brani, senza alcun eccesso di virtuosismi. Si segnala, poi, la presenza di alcuni ospiti, tutti vocalist: “The Sinful Dwarfs” si occupano dei cori in “Shelter in Place”; Kayla Dixon (Witch Mountain, Helion Prime) si occupa delle seconde voci nella title-track, supportando il cantante del gruppo Lothar Keller (voce anche dei The Skull); Paul Kuhr (Novembers Doom, band che peraltro condivideva alcuni membri con i Divinity Compromised fino a non molto tempo fa), infine, canta invece in “The Last Refugee”. Disco davvero gradevole e ben curato, che consigliamo sicuramente a chi piace il Prog Metal

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3.5
Opinione inserita da Virgilio    10 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Agosto, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Slanderus presentano il loro terzo ep (evidentemente hanno una precisa preferenza per questo tipo di formato) intitolato “Walls of the Mind”, benché stavolta, con una durata di trentotto minuti, si potrebbe parlare quasi di un full-length vero e proprio. Il platter comprende sei tracce, nelle quali la band americana alterna un Thrash carico di groove con un Alternative Metal, specie quando opta per un approccio più catchy e diretto. In generale, gli Slanderus prediligono però sonorità aggressive, unite a ritmi veloci e brani piuttosto articolati, considerando che il minutaggio dei pezzi è mediamente abbastanza elevato, arricchiti peraltro dai pregevoli assoli di Jason Kennedy; il cantato di Allen Alamillo, invece, perlopiù in chiaro, talvolta prevede anche alcuni passaggi con extreme vocals. Una piccola eccezione è rappresentata da “Into me you see”, una sorta di mid-tempo, trattandosi di un pezzo melodico eseguito con la chitarra acustica nelle strofe, per poi esplodere in un riff orecchiabile in occasione del ritornello. Abbastanza soft pure l’avvio di “Clarity in Duality”, un pezzo però più tecnico che procede decisamente in crescendo. Certo, con una tracklist così ridotta, al termine del disco si ha la sensazione di qualcosa lasciato un po’ a metà: forse sarebbe il caso che gli Slanderus cominciassero ad osare di più, dimostrando di poter dire la propria anche sulla lunga distanza, perché è evidente che le capacità ci sono ed ormai dovrebbero aver maturato anche una certa esperienza.

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Opinione inserita da Virgilio    04 Agosto, 2017
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Gli Echotime sono una band che abbiamo avuto modo di apprezzare con l'esordio "Genuine", pubblicato nel 2013: un concept suddiviso in quattro scene, quasi si trattasse di un film o meglio ancora di un'opera teatrale, a sua volte articolate in vari brani, talvolta canzoni vere e proprie, altre volte brevi intermezzi tra una traccia e l'altra. Con il nuovo disco "Side", la band ricalca grosso modo questa formula, proponendo ancora una volta un concept, che alterna alcune canzoni con brevi dialoghi o effetti sonori. In linea di massima, lo stile, forse anche a causa di diversi cambi avvenuti in line-up, appare ora meno tendente al power/prog dell'esordio e più vario. Così, giusto per fare qualche esempio, se "The Lighthouse" sembra mantenere un approccio power che ricorda gli Edguy, "Mr. Valentine" è invece un ottimo esempio di funky metal; "Hymn Of Glory", al di là di un refrain melodico, ci ricorda per l'uso delle voci parecchio i Nevermore, mentre "The Bend Of Love" è un brano dalle atmosfere sinistre con varie influenze che ci hanno fatto pensare a King Diamond o ai Jon Oliva's Pain; "The River" presenta un' interpretazione vocale molto teatrale, mentre "Stream of Life" tende più verso un classico metal melodico. Belle le atmosfere e le orchestrazioni di "The Orphanage", arricchite anche da inserti di sax, ma l'apice del disco è senz'altro rappresentato da "Freakshow (The)", un brano molto originale e aperto a varie contaminazioni. La nostra sensazione è che "Side" sia un album ricco di spunti interessanti, che però stenta un po' a decollare per via di una tracklist così frammentaria e uno stile un po' disomogeneo: buon disco, ma forse bastava poco per fare ancora meglio.

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Opinione inserita da Virgilio    15 Luglio, 2017
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Colossale: questa è la prima parola che ci viene in mente pensando a questo nuovo live dei Blind Guardian, intitolato “Live Beyond The Spheres”. La band tedesca nel corso degli anni ha dimostrato di volersi sempre porre nuovi obiettivi, nuovi traguardi, rendendo il proprio sound man mano sempre più particolare ed il proprio stile sempre più complesso, al punto da diventare sempre più difficile da riproporre dal vivo, proprio per la meticolosa cura dei più piccoli dettagli, capace di sfociare in autentico perfezionismo. Eppure, chi segue i bardi di Krefeld, sa benissimo quanto siano invece dei maestri a riproporre la magia della propria musica anche on stage, magari semplificando qualcosa in termini di arrangiamenti, ma senza perdere la loro carica di potenza ed aggressività. “Live Beyond The Spheres” non è però un live qualunque, come altri che la band aveva già pubblicato in passato, perché si tratta di una selezione di ben ventidue brani, suddivisi nell’arco di tre cd, estratti da ben dieci shows (su trenta, ciascuno della durata di due ore e quindici minuti circa) registrati in occasione del tour europeo del 2015 per la promozione di “Beyond the Red Mirror”. La band ha avuto così tantissimo materiale a disposizione, scegliendo per ogni canzone la miglior versione: magari in qualche frangente, riteniamo che non per forza sia stata scelta necessariamente quella con la performance perfetta, tenendo conto invece anche di altri fattori come la carica espressiva, l’energia o la partecipazione del pubblico. Con una simile impostazione, il rischio poteva essere quella di un’eccessiva frammentazione del live o di una certa disomogeneità a livello di suoni: in effetti, possiamo dire che, al contrario, il lavoro svolto è stato eccellente e si ha anzi la sensazione di una buona continuità dello show, quasi come si trattasse di un unico grande concerto, capace di coinvolgere i fan dei Blind Guardian in tutta Europa, a prescindere dalle ovvie distanze spazio-temporali delle varie performance, con una grandissima partecipazione del pubblico, che in più occasioni si è trovato parte attiva in cori appassionati ed emozionanti. Se qualche perplessità poteva derivare da qualche brano un po’ sottotono come “Nightfall”, risulta impossibile rimanere indifferenti invece di fronte alla maestosità di canzoni come “And then there was silence”. Peraltro, non si tratta neppure dell’unica suite proposta dalla band, perché ritroviamo altri pezzi di lunga durata come “The Ninth Wave” (che peraltro in questa versione dal vivo ci è piaciuta di più rispetto a quando l’avevamo ascoltata nell’album) o le splendide “Sacred Worlds” e “Wheel of Time”. Certo, pur con una setlist così ampia, non è difficile pensare a brani anche importanti che mancano nella scaletta, ma la band ha cercato di inserire comunque almeno una traccia estratta da ogni album finora pubblicato, riuscendo tutto sommato a ottenere un buon equilibrio tra i pezzi più datati e quelli più recenti, sebbene, in verità, ci saremmo aspettati più brani estratti da “Beyond the Red Mirror”, dal quale vengono riproposti, oltre alla già citata “The Ninth Wave”, soltanto “Prophecies” e “Twilight of the gods”, due canzoni magari meno orchestrali e più orientate verso le classiche sonorità blindguardiane. Naturalmente, non manca neppure un’ampia selezione di brani tratti da alcuni dei capolavori più amati della band, quali possono essere “Tales from the Twilight World” o soprattutto “Imaginations from the other side” e “Nightfall in Middle-Earth”. Insomma, a conti fatti, in questo live c’è davvero così tanta carne al fuoco da renderlo un prodotto succulento per chiunque apprezzi quanto i Blind Guardian hanno fatto nel corso degli anni. Un appunto che ci sentiamo di muovere è relativo alla qualità del suono, senz’altro buona, ma non realmente eccellente (almeno questa è la nostra sensazione dal promo a nostra disposizione), come avrebbe richiesto invece un’opera del genere. Ad ogni modo, tornando a quanto dicevamo in apertura di recensione, in attesa del tanto annunciato album orchestrale, “Live Beyond the Spheres” rappresenta una release davvero colossale per quantità e qualità del repertorio proposto dalla band, che è impossibile far passare inosservata.

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Opinione inserita da Virgilio    04 Luglio, 2017
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I Minraud si presentano con il loro album di debutto, intitolato “Vox Populi”, un concept ispirato al capolavoro di Alan Moore, “V for Vendetta”. Il loro stile è chiaramente metal prog, con un approccio molto tecnico, ma che riesce anche a coniugare riff duri e squisite melodie, arricchendo il proprio sound con splendidi inserti di tastiere e ampie divagazioni strumentali: un sound che risulta fresco e moderno, con evidenti influenze dei Dream Theater, ma aperto anche a qualche eco proveniente dal prog rock italiano e che, in generale, lascia comunque intravedere una buona personalità da parte della band. Il cantante Alessandro Rubino privilegia spesso tonalità altissime e ci ha fatto pensare ad una sorta di via di mezzo tra James LaBrie e Andrè Matos, ma dimostra comunque una buona versatilità a seconda delle esigenze del brano. “Vox populi” è in effetti un disco molto affascinante e ricco di spunti interessanti, che riesce ad attirare l’attenzione dell’ascoltatore sin dai primi brani. La strumentale “Anonymous” funge da intro, per poi lasciare spazio ad una serie di pezzi molto articolati quali “Ms.Justice”, “Theorevision” e “Burning Dolls”, assai vari e cangianti in quanto a temi e a struttura ritmica. La breve, pianistica, “Scarlet Sleepy” fa da intermezzo per la parte finale della tracklist, che comprende a nostro parere i veri pezzi forti del disco. “Carnal Cross” è infatti una bellissima traccia, peraltro caratterizzata da un intermezzo strumentale favoloso e a dir poco geniale. “The Salt Flats” è invece un brano dalle atmosfere più soffuse, con inserti di chitarra acustica, mentre il finale è affidato a “Domino Effect”, una suite di quasi undici minuti di durata, nella quale la band si sbizzarrisce nel trovare soluzioni fantasiose e di grande effetto. Davvero un bellissimo debutto dunque questo dei Minraud, che dimostrano di essere una band di grande talento e da seguire con interesse.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Giugno, 2017
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I Frozen Sand si sono formati nel 2010 e dopo aver pubblicato tre ep, hanno rilasciato quest’anno il loro primo full-length, intitolato “Fractals: A shadow out of lights”. Si tratta di un lavoro alquanto complesso, costruito attorno ad un concept molto articolato. La tracklist è infatti suddivisa in quattro atti, che vedono come principale protagonista il pianista americano Peter Light, ma la storia vede coinvolti diversi altri personaggi, con ambientazioni in epoche molto diverse, sia passate che future. Probabilmente, anche in base a tale circostanza, la band opta per un cantato in lingue diverse: principalmente in inglese, ma anche in italiano e persino in spagnolo. In verità, il disco ci è sembrato un po’ altalenante: soprattutto nel primo atto, i Frozen Sand suonano un metal melodico che, pur con le sue venature prog, appare molto nella media e non riesce ad entusiasmare. Le canzoni sono certo ben suonate ed interpretate, ma il songwriting non riesce ad essere particolarmente brillante. Quando l’album sembrava ormai aver preso una piega ben precisa, le cose cambiano e il livello qualitativo sale in maniera esponenziale: va già meglio nel secondo atto, con la fresca e spagnoleggiante “Sail towards the Unknown” e con la progressiva “Yell of hesitation”, ma soprattutto il terzo atto ci ha particolarmente colpiti con due tracce molto interessanti quali “Rule this world” e specialmente “You – Partial – Perfection – Daylight”. Il finale, invece, è affidato a “Silent raven”, che potremmo considerare in pratica alla stregua di una ballata, anche questa niente male. Si segnala, inoltre, la presenza di alcuni ospiti nel disco, che interpretano alcuni dei vari personaggi della storia: si tratta di Fabio Privitera (Aeternal Seprium, Sound Storm, ex Bejelit), Alex Saitta e Alessandra Sancio, che duetta con il cantante dei Frozen Sand nel brano “You – Partial – Perfection – Daylight”. In conclusione, “Fractals: A shadow out of lights” rappresenta un buon esordio, forse un tantino ambizioso sotto certi aspetti e questo si ripercuote in qualche misura sul risultato finale, dato che si ha la sensazione che, per certi versi, sarebbe servita un pizzico di esperienza in più. Ciò non toglie che si tratti di un lavoro molto interessante, con alcuni spunti davvero geniali, per cui riteniamo che i Frozen Sand meritino attenzione e che questo loro album di debutto non vada assolutamente fatto passare inosservato.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Giugno, 2017
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Formatisi nel 2013, i pugliesi Overkhaos pubblicano il loro primo full-length, intitolato “Beware of truth”. Si tratta di un concept album costruito attorno ad una storia immaginaria ma che potremmo definire di denuncia sociale per i temi trattati, relativi all’inquinamento e alla speculazione economica, messa in atto da gente senza scrupoli, anche a discapito della salute della popolazione. Lo stile della band è un metal dalle forti tinte progressive, che però va a lambire tanti generi, tra cui power, power-thrash e metalcore. Proprio in funzione di questo, il cantato di Mimmo D’Oronzo è molto versatile, alternando clean vocals con extreme vocals o optando spesso per armonizzazioni che ci hanno un po’ fatto pensare ai Nevermore: uno dei brani più emblematici di quanto il sound degli Overkhaos sia variegato e ricco di sfaccettature è ad esempio “Die Catsaw!”. In generale, possiamo dire che il risultato è abbastanza interessante, perché gli Overkhaos si rivelano abili nel costruire dei brani ben strutturati, aggressivi ma magari non particolarmente diretti, richiedendo più ascolti per poter meglio essere apprezzati, per quanto la band sappia pure proporre belle melodie e refrain più orecchiabili, come avviene ad esempio in “White Light”. Una caratteristica del quintetto pugliese è quella di non avere un tastierista in line-up, ma almeno per un brano i ragazzi hanno deciso di avvalersi di un guest davvero d’eccezione dato che, in “Anna’s Song”, suona addirittura Derek Sherinian, autore di pregevoli inserti ed assoli, che impreziosiscono il brano in maniera significativa. “Beware of truth” è dunque un album di debutto davvero interessante che, magari, riprendendo quanto accennavamo poco sopra, avrebbe giovato della presenza di qualche traccia più diretta, in grado da fare da traino al resto dell’album e garantire maggiore visibilità a tutto il resto. Al di là di questo, c’è tanta qualità e auspichiamo dunque che il disco possa rappresentare un vero e proprio trampolino di lancio per questa giovane band.

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Opinione inserita da Virgilio    14 Giugno, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli ART sono una band formatasi soprattutto per iniziativa del tastierista Enrico Lorenzini, insieme ad altri quattro musicisti: Denis Borgatti (voce), Roberto Minozzi (chitarre), Diego Quarantotto (basso) e Fabio Tomba (batteria). Il primo risultato di questa collaborazione è rappresentato dall’album di debutto, intitolato “Planet Zer0”. Si tratta di un lavoro assai ricco di suggestioni, con un mood tra il fiabesco e l’onirico, che riesce a trasmettere immagini tramite i testi, trasportando l’ascoltatore in un emozionante viaggio sonoro. Lo stile della band trae spunto da influenze diverse, in grado di far convivere il prog rock della PFM con il neo prog dei Marillion, o ancora con il pop-rock di Billy Idol con le melodie e gli assoli carichi di feeling dei Toto, senza trascurare gli echi tastieristici del maestro Claudio Simonetti: insomma, un mix alquanto variegato, che rende la musica degli ART parecchio affascinante e sempre in bilico tra esplosioni rock e passaggi atmosferici di grande intensità, il tutto arricchito da splendidi assoli non solo da parte di Roberto Minozzi, ma anche dello stesso Enrico Lorenzini, sicuramente tra i principali protagonisti del lavoro con i suoi tasti d’avorio e con la sua grande versatilità interpretativa, perfettamente a proprio agio che si tratti di prog settantiano, metal prog o effetti elettronici. “Planet Zer0” rappresenta dunque un ottimo esordio per gli ART: per la verità, a nostro avviso forse il disco cala leggermente nel finale, non tanto a livello interpretativo, quanto ad idee, dato che, almeno fino ad “Insomnia”, il songwriting ci è sembrato più brillante ed ispirato. Ciò non toglie che gli ART dimostrano comunque di essere una band parecchio interessante, che merita di essere seguita con attenzione.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Hidden Lapse debuttano con questo loro primo full-length, intitolato “Redemption”. Si tratta di un concept incentrato attorno alla figura di una donna condannata a morte, in procinto di ricevere l’esecuzione della pena, che ripercorre la propria vita e le circostanze che l’hanno portata a quella situazione. Il loro stile è un metal melodico dalle tinte prog, con una vena leggermente malinconica, che potrebbe far immaginare la loro musica come una sorta di incontro tra Dream Theater ed Evergrey, ma che in verità (sarà anche per il titolo del disco) ci ha davvero fatto pensare anche ai Redemption di Nick Van Dyk: l’utilizzo delle tastiere e la capacità di creare atmosfere, i riff massicci, gli intermezzi strumentali, sono alcuni degli elementi in comune con la band citata. Una differenza fondamentale però è rappresentata dal fatto che gli Hidden Lapse presentano una voce femminile, quella di Alessia Marchigiani, la quale punta su interpretazioni decise e cariche di grinta, per quanto non sempre la produzione e gli arrangiamenti sembrino valorizzarla al meglio. “Redemption” è comunque un disco che si fa ascoltare gradevolmente: magari non si riscontra nulla di eclatante, né riesce ad emergere in maniera particolare rispetto alle tante uscite del genere, però si può ravvisare lo sforzo da parte della band di dare un’impronta personale al lavoro, cercando di mescolare anche influenze diverse, che attingono magari dal gothic, dal power o dall’alternative, con risultati apprezzabili, per quanto ancora ci siano margini di crescita. Tra i brani che ci hanno maggiormente intrigato, citiamo “Compassion” ed “Awareness”. Buon debutto, che lascia ben sperare per il prosieguo di carriera della band.

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Opinione inserita da Virgilio    12 Giugno, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Terzo album per i Disperse, un gruppo anglo-polacco che si era messo in evidenza soprattutto con il disco di debutto “Journey through the hidden gardens”. In questo loro nuovo lavoro, intitolato “Foreword”, appare evidente sin dalle prime note come non si tratti del “solito” disco ma come, al contrario, la band vada spesso e volentieri alla ricerca di soluzioni non necessariamente semplici, tra tempi complessi, passaggi jazzati, atmosfere soffuse, sonorità elettroniche e riff djent. Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti nella musica dei Disperse, benché tanta genialità non sempre ci sembri incanalata nella giusta direzione. Si può osservare, ad esempio, un ricorso eccessivo a dissonanze o l’utilizzo di tempi e velocità diverse all’interno delle stesse battute, che portano talvolta ad un risultato sgradevole, a serio rischio cacofonico. Altre volte, la band punta su soluzioni più melodiche, con un cantato che però si sforza di essere caldo, ma che risulta persino forzato (con tono scherzoso, lo potremmo definire al limite di un amplesso simulato). Dove proprio però i Disperse non ci convincono, è nelle tracce più lunghe, quali “Sleeping Ivy” o “Does it matter how far?”, nelle quali sembrano perdersi in mezzo ad atmosfere troppo dilatate, senza mai riuscire a decollare e finendo per tediare, specialmente alla luce del fatto che in precedenza avevano proposto invece pezzi decisamente più fantasiosi e sperimentali quali ad esempio “Stay”, “Surrender” o “Tomorrow”. Diciamo che, con “Foreword”, i Disperse confermano tutto il loro talento e la loro capacità di concepire trame complesse in sede di songwriting: la loro tendenza un po’ a strafare, li porta però altresì ad eccedere sia quando puntano sul virtuosismo, sia quando vogliono esaltare il lato più introspettivo della propria musica. Disco apprezzabile, dunque, quello realizzato da questi quattro musicisti, ma che ci induce a considerarli ancora quasi alla stregua di potenziali mine vaganti piuttosto che una vera e propria certezza ed un punto di riferimento rispetto al genere proposto.

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