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Opinione inserita da Virgilio    26 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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I Follow The Cipher sono una band fondata da Ken Kängström, (noto per alcune sue collaborazioni in passato con Joakim Brodén, con il quale ha firmato alcune canzoni dei Sabaton), che adesso esordiscono con questo loro album omonimo. La band suona un metal melodico molto fresco e moderno, dove si riscontra un massiccio utilizzo di tastiere e dove spicca subito la voce della cantante Linda Toni Grahn, davvero molto versatile e in grado di spaziare tra tonalità altissime, timbri suadenti e ammalianti o, al contrario interpretazioni aggressive o sinistre. Lo stile della band è abbastanza definito e le influenze sono molteplici, andando a prendere qualcosa da tutto il metal scandinavo in particolare, dai Sabaton agli In Flames, dai Nightwish ai Nocturnal Rites, dagli Amaranthe ai Children of Bodom, giusto per citarne alcune. In qualche brano la band si cimenta su sonorità horror metal, che potrebbero far pensare un po’ a King Diamond, ma anche ai nostrani Deathless Legacy: è il caso sicuramente ad esempio dell’opener “Enter the Cipher”, ma in qualche passaggio anche in “A Mind’s Escape”. Proprio quest’ultimo brano è uno di quelli che ci ha colpiti maggiormente, perché probabilmente più degli altri riesce a mostrare e a far convivere le diverse sfaccettature nello stile della band. La tracklist varia comunque nelle sue canzoni, così ci sono ad esempio mid-tempo come “Titan’s Call”, pezzi anthemici come “I revive” o più aggressivi come “Starlight”, cantata per buona parte con extreme vocals: in questa traccia, tra l’altro, si segnala la presenza di diversi guest di prestigio, quali Nils Patrik Johansson (Astral Doors), Johnny Lindkvist (Nocturnal Rites), Ronny Hemlin (Tad Morose) e, ovviamente, Joakim Brodén. A proposito di quest’ultimo, è stata inclusa in chiusura di tracklist una versione di “Carolus Rex”, uno dei più celebri brani dei Sabaton, scritto appunto a suo tempo insieme da Brodèn e Kängström. Diciamo che “Follow the cipher” certamente non è un disco innovativo ma neppure eccessivamente derivativo: semplicemente, presenta tante belle canzoni ed è stato realizzato in maniera assolutamente professionale, per cui di certo può rappresentare un gradevolissimo ascolto, specialmente per chi apprezza e segue il power metal ed il metal melodico.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Dietro il moniker dei Visionoir si cela Alessandro Sicur, bassista dei Blind Mirror, che ha voluto riprendere un progetto iniziato nel lontano 1998 e che aveva portato alla realizzazione di un demo, intitolato “Through the Inner Gate”. Successivamente, Sicur aveva accantonato i Visionoir, per dedicarsi appunto principalmente ai Blind Mirror, continuando tuttavia a raccogliere idee e a comporre. Il materiale scritto dunque in tanti anni, è andato poi a confluire in questo primo album, intitolato “The Waving Flame of Oblivion”. Il disco è composto da nove tracce strumentali, interamente scritte ed eseguite dallo stesso Sicur, di fatto incentrate soprattutto attorno a tastiere e synth. Visti i lunghi tempi di gestazione del disco, comprendente brani scritti e concepiti a distanza anche di un bel po’ di anni, è facile intuire come questi possano essere piuttosto eterogenei, ma ci sembra di poter dire anche difficili da catalogare. C’è senz’altro una componente prog, qualcosa di art rock, di rock atmosferico, qualche venatura gothic, qualche incursione nello space rock (come nel caso di “Shadowplay”), qualche riff metal, poco o nulla di avantgarde: in verità, si fa fatica a trovare una definizione per il genere proposto, non tanto perché si tratti di qualcosa di straordinariamente innovativo, ma probabilmente proprio per le modalità (a cui facevamo accenno sopra) con cui il disco è stato concepito e scritto. “The Waving Flame of Oblivion” è un po’ come un continuo ed intenso fluire di emozioni, che sono state raccolte nel tempo e cristallizzate, poi in qualche modo rielaborate, dando forma a determinate idee e visioni musicali dell’autore. Non possiamo dire che ne sia risultato un disco di facile ascolto o adatto a chiunque, anche perché proprio per la sua eterogeneità non è facile che incontri gli stessi gusti e gli stessi favori da parte dell’ascoltatore per tutta la sua durata: merita però di avere un approccio, un tentativo di aggancio verso il percorso sonoro tracciato dall’autore. Da parte nostra, non ci ha convinto particolarmente la scelta di inserire delle lunghe parti recitate: in ben quattro brani, infatti, sono stati inclusi testi di poeti e scrittori come Ezra Pound, Antonin Artaud, Dylan Thomas e T.S. Eliot (peraltro con le autentiche registrazioni delle loro voci), ma questi non sembrano funzionare sempre bene, finendo per essere un sottofondo piuttosto monotono e in una certa misura anche preponderante, che fa perdere di vista l’aspetto musicale e fa venire meno quell’impianto emotivo ed atmosferico che altrove sembra invece funzionare decisamente meglio. In tal senso, sarebbe stato piuttosto a nostro avviso preferibile inserire delle parti cantate, che avrebbero potuto invece “incastrarsi” più facilmente con l’aspetto prettamente musicale. Non sappiamo se il progetto avrà un seguito ma possiamo ipotizzare che, se così sarà, si tratterà di un lavoro più strutturato, con una dimensione stilistica meglio definita. Al momento, resta il fatto che “The Waving Flame of Oblivion” è un disco molto sui generis, al quale vale la pena però di accostarsi e dare una chance.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Mag, 2018
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La storia dei Saber Tiger è ormai alquanto lunga, se si pensa che la band giapponese è stata fondata nel 1981. Un arco di tempo non indifferente e una discografia davvero copiosa non sono stati però probabilmente sufficienti al gruppo nipponico perché potesse sfondare realmente al di fuori della propria patria e la riprova è che questo loro ultimo full-length, intitolato “Bystander Effect”, era stato pubblicato addirittura già nel 2015 e solo adesso è stata resa disponibile una versione internazionale, che peraltro non può considerarsi una semplice ristampa rispetto a quella rilasciata in Giappone. Infatti, quattro brani sono stati ri-registrati con il cantato in inglese e in più sono state inserite altre quattro tracce: si tratta della strumentale acustica “Ship of Theseus”, di una nuova versione del brano “First Class Fool” e della versione demo di due brani, “Sin Eater” e “What I Used to Be”. Lo stile dei Saber Tiger si fonda su riff decisi, assoli di stampo chiaramente neoclassico e una buona dose di melodie nei refrain: potremmo descrivere “Bystander Effect” come una sorte di power/prog, con la band che oscilla tra un power diretto alla Grave Digger (peraltro la voce roca del cantante Takenori Shimoyama potrebbe far pensare a quella di Chris Boltendahl) e passaggi più complessi, con venature prog, alla Symphony X, nei quali, peraltro, è giusto far notare come qualsiasi virtuosismo chitarristico venga posto al servizio dei brani e non risulti mai fine a sé stesso. Tracce come “Dying Breed”, “One Last Time”, “Afterglow” o l’emozionante “An Endless End – Another Time” sono tra i migliori biglietti da visita per “Bystander Effect”, dimostrando come i Saber Tiger abbiano saputo creare dunque un buon mix, magari non particolarmente originale o significativo, ma che la band ha saputo fare proprio, risultando assolutamente credibile nella propria proposta.

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Opinione inserita da Virgilio    06 Mag, 2018
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“Beholder” è il titolo scelto dagli Ypnos (da non confondere ovviamente con i quasi omonimi Hypnos) per il loro album di debutto. La band bolognese suona essenzialmente un metal prog ispirato soprattutto ai Dream Theater, che sono certamente tra le principali influenze del gruppo, per quanto vada pure riconosciuto come gli Ypnos abbiano compiuto un notevole sforzo a livello compositivo, mostrando, da bravi progsters, anche una certa predilezione verso suite e pezzi di lunga durata. L’album è composto dunque da due brani autonomi (“Arachnophobia” e “Northern Star”), più la prima parte di una suite (“The Circle”), mentre nel resto della tracklist trova spazio “Tyranny” (che poi nel titolo richiama anche un celebre album degli Shadow Gallery), una lunga suite suddivisa in sette parti (peraltro, alcuni titoli sono suddivisi a loro volta in altre sottoparti). Insomma, un’opera alquanto complessa ed impegnativa, che gli Ypnos conducono con una maestria e una perizia che difficilmente si possono ritrovare in un album di debutto. Nell’arco di tutto questo lavoro, peraltro, la band riesce a trovare un equilibrio ottimale tra melodie, virtuosismi e parti più aggressive, conducendo dunque l’ascoltatore in un viaggio sonoro ricco, fantasioso e affatto banale. Certo, uno stile meno derivativo consentirebbe magari alla band di mettersi maggiormente in evidenza ed essere meglio valorizzata: in tal senso, ci sembra che proprio l’ultima traccia, “The Circle”, che dovrebbe rappresentare la prima parte di una nuova suite, faccia ascoltare uno stile un po’ più personale e questo suscita in noi sincera curiosità per quelli che potrebbero essere i prossimi sviluppi stilistici degli Ypnos. Al di là di questo, già per quello che possiamo ascoltare in “Beholder” la band risulta alquanto interessante, per cui questo loro lavoro merita di avere la sua chance, soprattutto da parte di chi ama e segue il metal prog.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Aprile, 2018
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Dietro l’enigmatico moniker Aynsophar (che, come apprendiamo, significa “Luce senza limiti”, dall’ebraico), si cela di fatto una one man band, o meglio dovremmo dire “one woman”, dato che si tratta di Barbara Teleki, una chitarrista ungherese, che debutta con questo ep, intitolato “Abysmal Secrets of Unknown”, composto da quattro tracce per una durata di poco superiore ai venti minuti. Lo stile si muove principalmente attorno a sonorità death/thrash, con forti influenze dei Death di Chuck Schuldiner. Le prime due tracce, la title track e “Feed the Machine”, sono abbastanza articolate e presentano vari riff e cambi tematici, alternando parti ben riuscite con altre meno convincenti. Il terzo brano, “Inhuman Conditions”, è quello che ci sembra più originale, in quanto parte con un canto alquanto evocativo, per poi scaricare una vera e propria dose di violenza e malignità: peccato però per un assolo inserito in maniera piuttosto maldestra, prima di uno stacco con voce pulita, che un po’ ci ha fatto pensare ai Nevermore (tra l’altro, nel disco sono ben tre i cantanti coinvolti). Curiosamente, poi, nel promo in nostro possesso, il brano sembra terminare intorno al quarto minuto, ma segue un’appendice con tre linee di chitarra sovrapposte in modo a dir poco approssimativo, come se fosse stata inserita per sbaglio. L’ultima traccia, “Eternal Soul Damnation”, è una canzone breve, di meno di tre minuti, che non aggiunge granchè a quanto ascoltato in precedenza. In conclusione, in questo primo ep degli Aynsophar si possono ascoltare cose interessanti, accanto ad altre obiettivamente da rivedere: un punto di partenza, con alcuni buoni spunti ma anche con diversi margini di miglioramento.

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Opinione inserita da Virgilio    09 Marzo, 2018
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Gli Agera sono una band romana di recente formazione, che presenta il proprio primo lavoro discografico con questo ep, intitolato “Prime” e composto da quattro tracce. In realtà, si tratta di un concept fantascientifico che dovrebbe trovare un più completo sviluppo in un full-length, attualmente in preparazione. Limitando la nostra analisi però al momento ovviamente all’ep, possiamo dire che gli Agera presentano uno stile tendente al metal prog, che concede spazio ad ampie divagazioni strumentali. In realtà, arriva anzi probabilmente troppo presto “The Voyage”, in quanto apre il disco catapultando subito l’ascoltatore appunto in una traccia strumentale, in mezzo a tanti assoli e virtuosismi vari. Il discorso cambia però con la successiva “The bleak Side of Venus”: introdotta da una splendida chitarra acustica, che vede poi inserirsi la splendida voce di Federica Capretti, dolce e ammaliante, ma allo stesso tempo determinata e grintosa. L’effetto è davvero affascinante e il brano riesce a sprigionare grandi emozioni anche quando va in crescendo. Niente male “Collapsing Earth”, anche stavolta introdotta dalla chitarra acustica, ma qui tendenzialmente viene dato maggiore spazio a riff e sonorità dure, oltre ad una lunga parte strumentale, risultando comunque pure in questo caso di buon impatto anche a livello emotivo. Partenza decisamente metal prog invece quella di “Mars”, un pezzo molto dreamtheateriano (ma con qualche giro di basso che sembra “rubato” ai Tool), che si mette in luce, oltre che per la sua freschezza ed energia, anche per il suo hammond, che conferisce un tono di colore al sound della band. La nostra sensazione è che gli Agera al momento risultino molto più efficaci e convincenti quando puntino ad un approccio più introspettivo ed atmosferico, senza però per questo rinunciare alla potenza e all’aggressività; per contro, ci hanno colpito meno quando si dilungano in parti strumentali che talvolta sembrano un po’ fini a se stesse (in modo particolare nella prima traccia). “Prime” è comunque un lavoro molto interessante e siamo sinceramente curiosi di vedere come si orienterà la band nella stesura di un full-length a completamento e ulteriore sviluppo di quanto fatto finora ascoltare.

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Opinione inserita da Virgilio    09 Marzo, 2018
Top 10 opinionisti  -  

I Grimner giungono con “Vanadrottning” al loro terzo full-length, un disco ispirato alla figura di Gullveig, che nella mitologia norrena (in particolare nell’Edda poetica) veniva più volte bruciata da Odino per poi rinascere. La loro scelta di cantare in svedese non rende facilmente accessibile la comprensione dei testi, ma è perfettamente funzionale al proprio stile musicale, un folk metal che unisce riff decisi a melodie molto orecchiabili e ad una ritmica quasi ballabile, con il ricorso a strumenti come cornamuse, flauti e occasionalmente anche il violino (“Avundas hennes ungdom”). Nulla ormai di particolarmente originale, tanto che potremmo accostarli a miriadi di altri gruppi, come potrebbero essere i Korpiklaani, ma i Grimner riescono comunque a risultare credibili grazie ad un buon livello sia compositivo che esecutivo. Da evidenziare poi come il cantato sia arricchito, oltre che da clean vocals, anche da passaggi con cantato estremo e tanti cori, che riempiono ulteriormente il sound e trasmettono all’ascoltatore una sensazione di maggiore coinvolgimento. Tra le guest nel disco, si segnala la prestigiosa partecipazione di Erik Grawsiö dei Manegarm, che compare nel brano “Fafnersbane”, senz’altro una delle tracce meglio riuscite ed intriganti del lavoro in questione, insieme alla quale citiamo almeno “Vårt blod, våra liv”, o altre comunque più dirette come la title-track, “En fallen jätte” o “Dödens dans”. Tirando le somme, “Vanadrottning” è dunque un disco magari non imprescindibile ma sicuramente gradevole, per cui merita la sua chance.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Febbraio, 2018
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I VersOver sono attivi da oltre un ventennio, ma nel corso della loro carriera hanno visto varie pause e momenti di stand-by, tanto che il loro album precedente, “House of Bones”, risaliva al 2003, seguito da un ep (“Built Perspectives” del 2005) e da un live album (“Live Perspective” del 2009). Il nuovo full-length, intitolato “Hell’s Inc, vede la band dei fratelli Carmo concentrarsi su tematiche che affliggono la società odierna, parlando di morte, ingiustizie e conflitti, scaricando con la loro musica tutta la rabbia e l’afflizione per queste problematiche. Diciamo che il sound delle chitarre è molto americano e non a caso il chitarrista Gustavo Carmo vive negli USA (mentre gli altri membri sono rimasti in Brasile), ed è orientato su sonorità heavy/thrash. C’è anche da dire però che suona sull’album Miro (notissimo co-produttore di band come Kamelot, Epica, Angra e tantissimi altri), il quale si occupa di tastiere e orchestrazioni e quando questo avviene, la band sembra trasformarsi. Se, infatti, nella maggior parte delle tracce, i VersOver suonano in maniera molto diretta e aggressiva, in canzoni come “The Asylum”, “Edge” o “Lady Death”, dove c’è una maggiore presenza di orchestrazioni, lo stile sembra diventare più raffinato (persino teatrale a tratti) e attento anche a curare l’aspetto emotivo. In effetti, nei pezzi più duri la band non colpisce particolarmente a livello di songwriting, in quanto si tratta di canzoni piuttosto lineari, che non offrono soluzioni particolarmente significative e dove al massimo può apparire degno di menzione qualcuno dei lunghi assoli che Gustavo Carmo ama inserire nei brani, per la verità a volte alquanto interessanti, altre volte un po’ fini a se stessi. Viceversa, come dicevamo, nei brani più strutturati, i VersOver riescono ad essere molto meno scontati: prendiamo come esempio la già citata “Lady Death”, dove ci hanno fatto pensare addirittura agli ultimi Savatage e dove, nel finale, si lanciano in una parte in crescendo con orchestrazioni davvero mozzafiato. Insomma, si assiste ad una sorta di dicotomia all’interno dello stesso album, come se la band possedesse due anime che solo occasionalmente vengono unite in simbiosi (un esempio in tal senso potrebbe essere “Waiting Room”), ma che il più delle volte si trovano invece fianco a fianco nella tracklist senza che realmente si fondano l’una con l’altra. Possiamo ipotizzare (ma è solo una nostra supposizione) che alcuni pezzi fossero più datati e poi la band abbia optato per un approccio differente nella stesura di nuovi brani, ma comunque stiano le cose, questo rende “Hell’s Inc.” un album un po’ difficile da inquadrare: sicuramente avrebbe giovato di una maggiore omogeneità, mentre così appare un po’ altalenante. Peccato, perché per una band assente sul mercato discografico da così tanto tempo poteva essere utile un ritorno di maggiore impatto, però la sensazione è che sviluppando meglio alcuni aspetti del proprio stile, i VersOver potranno giungere ad un’evoluzione del proprio percorso artistico davvero importante, da cui potranno scaturire risultati particolarmente interessanti.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Febbraio, 2018
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Gli Hamnesia sono un giovane gruppo romano, che presenta il proprio album di debutto, intitolato “Metamorphosis”. Si tratta di un concept basato su un viaggio nella mente umana, tra le sue paure ed insicurezze e il tentativo di superarle tramite appunto una metamorfosi. Vari brani, peraltro, presentano titoli in greco, lasciando intendere un approccio filosofico o emozionale dell’argomento, piuttosto che propriamente psicologico. Lo stile della band oscilla tra il classico prog rock e sonorità più vicine al metal prog: da una parte, ritroviamo dunque l’inserto di violini o organi, dall’altra le chitarre talvolta induriscono i suoni e la sezione ritmica si produce in tempi veloci. Il tutto avviene però con grande naturalezza, anche perché gli Hamnesia prediligono spesso cimentarsi in lunghe divagazioni strumentali, dove danno sfogo del proprio virtuosismo in maniera assolutamente libera, senza condizionamenti di sorta, dando spazio anche a influenze mutuate dalla musica classica o dal jazz: in tal senso, ad esempio, molto belli i timbri di fiati presenti nella title-track o i vocalizzi operistici nel finale magniloquente di “Noctudromos” o, ancora, i numerosi cambi tematici nella lunga strumentale “Fleeting Throne”, che potrebbero far pensare in qualche misura a band come gli Haken, in quella che, guarda caso, è una delle tracce del disco più tendenti al metal. A nostro avviso gli Hamnesia hanno già dimostrato con questo album di aver imboccato la strada giusta nell’ottica di costruire un proprio stile e lavorando in tal senso potranno risultare ancora più convincenti ed interessanti. Si può segnalare qualche piccola cosa da rivedere, come qualche linea vocale che appare leggermente forzata o una tendenza al virtuosismo che in qualche frangente non ci è sembrata necessariamente funzionale al brano, però nel complesso “Metamorphosis” è senz’altro un ottimo esordio, per cui ci sentiamo di consigliarne l’ascolto a tutti gli amanti del prog.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Febbraio, 2018
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Gli Of Origins sono una giovanissima band finlandese formatasi nel 2015, che giunge con “Days” al suo secondo ep. Si tratta di un dischetto composto da quattro tracce, per una durata complessiva di circa venti minuti. In così poco tempo non sempre è facile farsi un’idea precisa circa un gruppo e peraltro gli Of Origins complicano le cose spacciandosi per una band metal prog: di prog può esserci magari occasionalmente qualche cambio di tempo o qualche ritmica un po’ più complessa, ma non è certo questa la componente principale del loro stile, che appare più orientato tra thrash, metalcore e sonorità modern. Il loro sound è dunque molto aggressivo, con una ritmica veloce e serrata, un riffing massiccio, prolungati assoli e il cantato che alterna extreme vocals con passaggi in chiaro. Il quartetto finlandese dimostra comunque di possedere già una buona personalità, riuscendo a realizzare un disco magari non imprescindibile ma sicuramente godibile e non sempre facilmente catalogabile in un genere piuttosto che in un altro, per cui vale senz’altro la pena di dare loro una chance.

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