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Opinione inserita da Virgilio    21 Ottobre, 2018
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I Cage nascono agli inizi degli anni ’90, inizialmente con il moniker di Soundproof Red, proponendo musica in un classico stile prog rock. Con il passare del tempo e a seguito di alcuni cambi di line-up, lo stile cambia sensibilmente. Il loro nuovo lavoro, intitolato “Images”, ci presenta dunque una band dedita ad un art rock che suona pure alquanto melodico, talvolta persino radiofonico, ma che mantiene comunque un’impronta molto raffinata, dovuta anche ad un approccio che resta piuttosto tecnico da parte dei musicisti con i propri strumenti. Un buon compromesso, dunque, ed un ottimale equilibrio tra quelle che sono le diverse anime e le diverse influenze che si incarnano nella formazione attuale dei Cage. Il disco è composto da sette tracce, per un totale di circa mezz’ora. “Black Hole” è in realtà una sorta di intro, mentre si entra nel vivo della tracklist con la bellissima “Cage”, una traccia molto orecchiabile, nella quale spicca la splendida voce della cantante Diletta Manuel e per la quale è stato realizzato anche un video. A seguire, “Drowning” parte in maniera molto soffusa, per poi andare man mano in crescendo, fino ad esplodere in un bellissimo refrain; un’intro atmosferica con piano e archi apre la title-track, nella quale s’inseriscono la voce delle due cantanti: in un crescendo di emozioni, si percepisce un’autentica rivoluzione interiore. Delicata ed introspettiva è “Julia’s Dream”, mentre si torna su sonorità decisamente più rock con i riff di “Flow of Time”, un altro brano molto diretto e dotato di un ritornello catchy sin dai primissimi ascolti. Conclude la tracklist “Words”, la traccia più lunga del disco (sfiora, infatti, quasi i sei minuti e mezzo), l’ennesimo, fulgido esempio di come i Cage siano abili nell’alzare o abbassare d’intensità le loro composizioni, suscitando un suggestivo ed efficace gioco emotivo nell’ascoltatore. Bel disco, che ci ha colpiti sicuramente oltre che per le sue canzoni, per la grande capacità di poter essere apprezzato a diversi livelli, dato che si tratta di musica indubbiamente di qualità ma che può risultare molto gradevole anche ad un ascolto più superficiale o distratto per lo squisito gusto melodico e la raffinatezza degli arrangiamenti.

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3.0
Opinione inserita da Virgilio    16 Ottobre, 2018
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Gli Etherius sono un nuovo gruppo formato nel New Jersey dal chitarrista Jay Tarantino: dopo aver suonato in tour la ritmica per il virtuoso Angel Vivaldi, questi ha pensato di formare una propria band e dare sfogo così a tutta la propria creatività, mettendo in mostra altresì le sue doti tecniche. Piuttosto però che realizzare il classico disco di shredding interamente strumentale, ha preferito circondarsi di musicisti di elevata caratura e formare così una band vera e propria. Questo loro primo lavoro, un ep composto da cinque tracce (per una durata di venti minuti circa) ed intitolato “Thread of Life”, viene dunque presentato come un disco di metal prog: in realtà, resta a nostro avviso principalmente un disco di shredding, comunque ampiamente incentrato sulla chitarra di Tarantino, che si cimenta in brani veloci, nei quali emergono altresì le sue forti influenze neoclassiche. Poi, certo, la sezione ritmica composta dal batterista Zaki Ali, dal bassista Chris Targia e dal secondo chitarrista Jon Perkins, è indubbiamente molto valida dal punto di vista tecnico, ma in linea di massima non emerge dai brani un’autentica struttura progressive. Chi apprezza dunque questo genere di dischi incentrati sul virtuoso di turno, potrà certamente gradire le qualità di Tarantino ma, al momento, da questi pochi brani, si fa fatica in tutta sincerità a riconoscere qualche novità o apporto significativo rispetto alle tante uscite del genere. Ci saremmo quindi aspettati magari qualche piccolo sforzo in più, soprattutto a livello compositivo: questo debutto presenta alcuni spunti interessanti ma non si può dire tuttavia che ci abbia particolarmente entusiasmati, per cui staremo a vedere come si evolverà il percorso artistico della band nel prossimo futuro.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Ottobre, 2018
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Gli Heyoka’s Mirror si formano nel 2015 a Calgary, in Canada, ma con membri di origine internazionale (ad esempio, il chitarrista Omar Sultan è di origine pakistana). La band ha pensato di presentarsi intanto con un ep contenente tre tracce, ma non bisogna lasciarsi trarre in inganno dal numero esiguo delle canzoni, perché parliamo di una band metal prog, e infatti il disco sfiora la durata addirittura di mezz’ora! L’intento degli Heyoka’s Mirror sembra quello di fondere il classico prog metal con influenze mutuate dai propri paesi d’origine (e difatti ritroviamo di tanto in tanto passaggi orientaleggianti), ma anche e soprattutto con alcune tradizioni dei nativi americani, in particolare dei Lakota: lo stesso moniker, fa riferimento appunto alla figura degli heyoka, tipica della cultura di alcune di queste tribù e un po’ tutto il disco richiama questi concetti, a partire dalla splendida copertina. La struttura dei brani è alquanto complessa ed articolata, con continui cambi tematici e lunghe divagazioni strumentali. Piuttosto particolare l’approccio vocale, che tende ad essere impostato e solenne e soltanto nella terza traccia appare più vicino ad un cantato più consueto nel metal prog, mentre nella prima traccia c’è qualche inserto anche di extreme vocals. Diciamo che, pur non inventando in realtà nulla di particolare, gli Heyoka’s Mirror dimostrano di essersi sforzati di costruirsi una propria identità, di far emergere alcune peculiarità del loro sound e in questo sono riusciti bene, ottenendo risultati apprezzabili. Magari c’è ancora qualcosa da perfezionare per poter realmente compiere un significativo salto di qualità, ma si tratta di una band senz’altro da tenere d’occhio, per cui auspichiamo possa sviluppare le proprie idee quanto prima anche in un full-length.

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Opinione inserita da Virgilio    09 Ottobre, 2018
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I Crippled Black Phoenix si sono messi in evidenza per una discografia già abbastanza prolifica e variegata, tanto che il loro stile è stato definito di volta in volta, con definizioni anche abbastanza creative, come stoner prog, freak folk o psychedelic doom. Di base, comunque, nella loro musica si possono riscontrare, come elementi caratterizzanti, una vena dark, unita ad una certa melanconia di fondo: una sorta di estensione della visione e dello stato d’animo del suo leader Justin Greaves, il quale, proprio tramite la musica, trova linfa e forza per combattere una forte depressione, che purtroppo lo attanaglia da qualche tempo a questa parte. La musica di questo “Great Escape” è dunque molto atmosferica, soffusa, quasi un sottofondo discreto, che mira ad avvolgere l’ascoltatore in un impianto sonoro ad alto impatto emotivo, benchè di tanto in tanto provi pure ad esplodere in passaggi più determinati ed incisivi. La tracklist è dunque composta sia da brevi tracce strumentali, che scorrono via senza particolare enfasi, sia da tracce molto lunghe e dalla struttura aperta, nelle quali Greaves trova modo di far fluire una serie di sensazioni ed emozioni, fatte confluire in modo alquanto spontaneo, senza ragionarci troppo, per quanto comunque in maniera alquanto lucida. D’altronde, si ravvisa una certa cura anche negli arrangiamenti e nella scelta di spaziare con l’utilizzo di diversi strumenti come l’organo, la tromba, anche qualche timbro che ricorda la fisarmonica (come in “Times, They are a’raging”), oltre a synth ed effetti vari, che talvolta danno un senso un po’ di “spaziale”, cosmico. Particolare anche l’uso delle voci, mai sovrastanti, sempre molto soffuse, anche quando la band si avvale di voci femminili (in particolare, della cantante Belinda Kordic). Insomma, “Great Escape” è un disco molto particolare, che certamente trova i suoi punti di forza non tanto in riff duri e ritmi veloci, quanto nella sua capacità di essere introspettivo e atmosferico: peraltro, considerando che la sua durata si assesta intorno ai settantatre minuti (che diventano circa novanta, se si aggiungono due bonus track), parliamo di un album che va certamente assaporato con molta calma e tranquillità e senza alcuna fretta.

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Opinione inserita da Virgilio    29 Agosto, 2018
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Sappiamo che al giorno d’oggi non è poi così complicato realizzare un disco, magari anche con un pc a casa propria: ciò non significa però naturalmente che chiunque diventi di colpo un compositore o un musicista. Diciamo anche che, in linea di massima, il materiale che ci arriva e per cui ci viene richiesta una recensione di solito è mediamente di buon livello e anche noi ci sforziamo di trovare quanto possa esserci di buono, specialmente se ci troviamo di fronte ad un disco autoprodotto. Purtroppo non è sempre così e questo platter dei Solituary Ritual ne è un esempio lampante. Si tratta di una one-man band, dietro il cui moniker si cela il greco Giorgios Triantafyllou, il quale inspiegabilmente ha deciso non solo di realizzare tale obbrobrio, ma anche di pubblicarlo e persino di incaricare un’agenzia per promuoverlo. Il suddetto Giorgios, utilizza una serie di suoni campionati, sui quali inserisce la sua voce: il problema principale è che non solo non sa cantare, ma è proprio stonato come una campana. Inoltre, la parte musicale è assestata alla meno peggio, con tracce perlopiù lunghissime, caratterizzate da riff ripetuti all’inverosimile e assoli strampalati, che spesso vanno pure fuori tempo. Non va meglio infatti neppure quando l’”autore” ci risparmia la sua vociaccia (che peraltro ha anche una pessima pronuncia dell’inglese), come nell’interminabile “Uncertainly So”, un brano che non offre granchè al di fuori della noia e con i soliti problemi strutturali che abbiamo già evidenziato. Semmai, è appena ascoltabile “Pack-In-The-Box”, dove Giorgios azzarda dei coretti e riesce persino ad azzeccare qualche tonalità. Vogliamo dunque essere indulgenti e definire questo debutto come un disco sperimentale o chissà cosa? No, dobbiamo purtroppo essere realisti e dire le cose come stanno, ovvero che è una totale tortura per le orecchie e vi consigliamo caldamente di starne totalmente alla larga. Noi purtroppo non ci siamo potuti esimere, voi salvatevi finchè siete in tempo.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Agosto, 2018
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Celebrati i suoi trent'anni di carriera, Doro (o forse sarebbe più corretto dire i Doro, dato che la cantante ormai da anni è accompagnata da una vera e propria band) ritorna con un nuovo studio album, optando per la prima volta per la pubblicazione di un doppio cd. La Metal Queen ha modo così di spaziare tra tutti quelli che sono i cavalli di battaglia del suo repertorio, alternando anthem, pezzi heavy veloci, mid-tempo e ballate melodiche, duetti e qualche cover. Tra gli anthem citiamo senz’altro l’opener “All for metal”, un brano con il quale Doro ha cercato ancora una volta di replicare il successo di “All we are” e nel quale è riuscita a coinvolgere davvero tanti personaggi e musicisti attivi nel genere (come è possibile vedere anche nel videoclip che è stato realizzato). Ben riusciti brani grintosi come “Bastardos”, “Résistance” e “Heartbroken”, canzone impreziosita dalla presenza della chitarra di Doug Aldrich, ma niente male sono pure “Blood Sweat and Rock ‘n’ Roll” e “Fight Through the Fire”. Va altresì menzionata “Living Life to the Fullest”, una canzone dedicata al compianto Lemmy, che Doro conosceva bene e che celebra anche con una cover dei Motorhead, “Lost in the Ozone”, interpretata dalla bionda singer alla sua maniera. Un’altra cover è “Don’t break my heart again” dei Whitesnake, che sinceramente non ci ha particolarmente entusiasmati in questa versione, ma tra le bonus track è stata prevista anche “Caruso” di Lucio Dalla, con Doro che, tutto sommato se la cava abbastanza bene a cantare in italiano. Tra i pezzi più melodici, citiamo “Soldier of Metal”, “Love’s gone to hell”, “Lift me up” e la briosa “Love is a sin”, ma obiettivamente, in tal senso, qualche altra traccia, tra quelle inserite, probabilmente non era proprio imprescindibile. C’è il classico pezzo in tedesco, che nella fattispecie è “Freunde Fürs Leben”, proprio a confermare la volontà di rispettare la tradizione, di cristallizzare la propria proposta in un mix talmente classico che possa andare bene praticamente in ogni epoca. A dire il vero, la band prova anche a sperimentare qualcosa di diverso, ma con risultati che non sempre convincono pienamente: uno di questi casi è il duetto di Doro con Johan Hegg (Amon Amarth) nel brano “If I can’t have you, no one will”, dove a nostro parere il cantato estremo dell’ospite non s’inserisce adeguatamente nel contesto del brano. Più interessante il tentativo di includere inserti jazz, con tanto di sax, nel brano “Backstage to Heaven”, ma decisamente meglio riuscita è la già citata “Heartbroken”, una traccia magari non necessariamente innovativa ma che rispetto agli altri brani osa un po’ di più sia negli arrangiamenti di chitarra che nella ritmica. Diciamo che quando si opta per un doppio album, c’è sempre il rischio che i brani migliori vengano diluiti in mezzo a qualche filler, facendo perdere qualcosa all’insieme. In tal senso, non possiamo asserire che “Forever Warriors, Forever United” sia un capolavoro e probabilmente qualche brano in effetti non aggiunge granchè, però bisogna riconoscere che i due dischi, anche presi singolarmente, sono godibilissimi e funzionano bene, oltre al fatto che la proposta della band riesce ad essere davvero varia e completa, per cui possiamo dire che la Regina del Metal è ancora qui e tiene saldo il suo scettro, più forte che mai.

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Opinione inserita da Virgilio    02 Agosto, 2018
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Il moniker richiama una canzone dei Labyrinth e i New Horizons sono pure toscani (benché provengano da Pisa), ma il genere proposto da questi ultimi è decisamente più orientato verso il prog metal. La band debutta con questo primo album, intitolato “Inner Dislocation”, che rappresenta il risultato di tanti anni di fatiche e varie problematiche, legate, tra le altre cose, anche alla difficoltà di reperire una line-up stabile e di buon livello: alla fine, la band ha tenuto duro e possiamo dire che ne è valsa veramente la pena. “Inner Dislocation” è infatti un autentico gioiellino, un debutto favoloso, con brani molto complessi e articolati, nella classica tradizione prog metal, ispirato a Dream Theater, Symphony X, Circus Maximus, Eldritch, con lunghe divagazioni strumentali in stile Haken, un pizzico di fusion e un buon gusto per le melodie. Molto presenti le tastiere, ad opera di uno straordinario Luca Guidi, ma anche le chitarre fanno il loro bel lavoro, con il duo Nicola Giannini e Giacomo Froli, che si dividono rispettivamente i compiti tra ritmiche e soliste, sorrette da una solida sezione ritmica, a supporto di una voce calda e versatile come quella di Oscar Nini. Un disco dunque di elevato spessore, che si mette in evidenza per la qualità degli arrangiamenti e per la complessità compositiva, come si evince da tracce molto articolate, che si nota essere state costruite con paziente meticolosità, senza però allo stesso tempo perdere in freschezza e naturalezza. Pezzi come le due parti di “Borderlands”, la title-track, “Where is the End” o “The Trail of Shadows”, giusto per citarne alcuni, faranno la gioia di ogni amante del metal prog. È pur vero che la band potrebbe avere ancora qualche margine di miglioramento: ad esempio, riteniamo che potrebbe con il tempo acquisire un pizzico di personalità in più, così come sarebbe auspicabile un’ottimale gestione delle parti strumentali (a volte si ha la sensazione che queste siano eccessivamente dilatate rispetto all’effettiva funzionalità del brano) ma considerando, altresì, che si tratta di un album di debutto, davvero non si poteva pretendere oltre, per cui non esitiamo ad annoverare “Inner Dislocation” tra le migliori uscite del genere di quest’anno.

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Opinione inserita da Virgilio    01 Agosto, 2018
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I Leviathan sono una band di vecchia data, formatasi alla fine degli anni ’80, quindi quasi agli albori del metal prog, che tuttavia non è riuscita nel corso del tempo ad emergere per varie ragioni, legate anche a una line-up parecchio instabile e a problemi con alcune etichette, tanto da giungere allo scioglimento nel 1998. Tuttavia, alcuni anni dopo, l’avvio di una collaborazione nel progetto Braver Since Then tra il chitarrista John Lutzow ed il bassista Derek Blake, gettò le basi per una reunion vera e propria, che si concretizzò nel 2009. Da allora, il moniker dei Leviathan viene portato avanti dal duo Lutzow/Blake: infatti, Trevor Helfer e Ronnie Skeen lasciarono subito dopo la reunion, mentre Jeff Ward registrò gli album “At long last, Progress stopped to follow” del 2011 e “Beholden to Nothing, Braver since then” nel 2014. Adesso, è la volta di “Can’t be seen by looking: Blurring the Lines, Clouding the Truth”: al di là dei titoli, sempre più complicati, si assiste a significativi cambi in line-up, con l’inserimento del cantante brasiliano Rafael Gazal e soprattutto con la collaborazione alla batteria di un mostro sacro come Mark Zonder. Proprio l’ex Fates Warning si rende protagonista di un lavoro come sempre straordinario dietro le pelli, che innalza ulteriormente il tasso tecnico della band. L’album è composto da appena sei tracce, che però sono mediamente tutte di lunga durata, con i picchi rappresentati dall’opener “Life Beyond Meaning” e dalla traccia conclusiva “Lies are the new normal (No Lesser of Evil)”, che sfiorano quasi i tredici minuti di durata. Possiamo considerare il platter in effetti un concept, nel quale le canzoni si basano su argomenti di grande attualità, come la corruzione nella politica, l’inquinamento ambientale o l’aumento della povertà: un modo dunque molto diretto con cui affrontare le problematiche che affliggono il mondo, descritte attraverso delle tracce alquanto complesse sotto il profilo musicale, con brani davvero molto articolati, caratterizzati da trame intricate e tanti cambi, ma con alcuni temi musicali che ricorrono di tanto in tanto nel corso di tutta la tracklist: ad ogni modo, ciò che va maggiormente evidenziato è il fatto che i Leviathan cercano di ottenere una musica che sia in grado di provocare e far riflettere, unita ad una certa qualità compositiva e ad una notevole raffinatezza esecutiva. Un lavoro dunque magari che tutto sommato non riserva grandi sorprese e che non punta ad essere innovativo a tutti i costi, ma che sicuramente è stato realizzato con grande passione e professionalità, giungendo così ad un risultato che certamente incontrerà i favori da parte degli amanti del prog metal.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Luglio, 2018
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Vincenzo Avallone, chitarrista e produttore, aveva esordito nel 2015 con il suo primo album solista, intitolato “Escape Velocity”, seguito dal progetto dei Burning in Deception, più orientato verso una sorta di symphonic death. Con “Phantom Singularity”, Avallone ritorna alla sua veste solista, suonando tutti gli strumenti e proponendo un album, a differenza del precedente, quasi interamente strumentale: infatti, solo la title-track registra la presenza di un lead singer, ovvero, anche in questo caso, il cantante brasiliano Ruan C. Elias. Non si tratta, tuttavia, dell’unico ospite, perché diverse altre sono le collaborazioni: Georgia Damigou (impegnata, con Avallone e Elias, anche nei Burning in Deception), infatti, coadiuva l’autore per le orchestrazioni in un paio di brani e poi ci sono una serie di solisti, nella fattispecie Kirill Konayev (chitarra in “Solaris”), John Galanakis (Quadrus, synth in “Supersymmetry”) e Sasha Garcia (chitarra in “Trascendence”). Il disco sembra articolarsi un po’ a sprazzi, nel senso che ci sono lunghe parti atmosferiche (spesso ispirate allo sci-fi o allo space rock), con cori lirici o con parti parlate, inframmezzate da veloci assoli o divagazioni strumentali o, ancora da parti un po’ più aggressive e tendenti al metal. Magari sarebbe un po’ improprio parlare di progressive (salvo qualche eccezione), però possiamo dire che nei brani che compongono “Phantom Singularity” Avallone riesce a mettere tanta carne al fuoco, spaziando tra una certa varietà tematica e interpretativa, tale da far scaturire un continuo susseguirsi di suggestioni ed emozioni. Probabilmente, con una sezione ritmica più brillante e dinamica, il lavoro sarebbe risultato ancora più interessante, così come un maggiore spazio al cantato rispetto alle parti parlate in qualche frangente avrebbe trasmesso più calore e apportato qualcosa in più ai pezzi. Ad ogni modo, “Phantom Singularity” è un album che si lascia ascoltare piacevolmente, non incentrato esclusivamente sulla chitarra, come avviene spesso in questi casi, che merita sicuramente di avere la sua occasione.

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Opinione inserita da Virgilio    21 Giugno, 2018
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Forti di due album ben accolti dalla critica e di una carriera che sta conoscendo un’autentica e significativa parabola crescente, i Khemmis pubblicano il loro terzo full-length, intitolato “Desolation”. Il disco, composto da sei tracce, rappresenta il naturale proseguimento e la perfetta evoluzione di quanto già si poteva ascoltare nel precedente “Hunted”: lo stile della band, infatti, propone una valanga di riff di matrice doom, mescolati ad armonizzazioni di heavy classico, con passaggi talvolta di stampo vagamente epic ed echi di progressive atmosferico. Giusto per rendere l’idea, potremmo descriverli come una sorta di moderno incontro tra Candlemass e Iron Maiden, che i Khemmis riescono a realizzare, introducendo peraltro nelle loro composizioni un tono drammatico, solenne e malinconico. Il loro sound riesce dunque a far viaggiare distante l’ascoltatore, tra atmosfere intrise di fantasy e divagazioni strumentali di grande effetto. La voce, perlopiù in chiaro, lascia spazio però spesso pure a passaggi in growl, contribuendo così a creare un approccio ancora più “cattivo” e sinistro. Le tracce sono mediamente piuttosto lunghe: la più breve, “Isolation”, presenta peraltro un refrain un po’ più orecchiabile rispetto alle altre canzoni, quanto meno già ai primi ascolti e, non a caso, è stato girato anche un video per questo brano. “Bloodletting” è una perfetta opener, in quanto introduce subito nel sound dei Khemmis, ma tra gli highlight dell’album citiamo senz’altro anche “Flesh to Nothing” (con un bel finale acustico) e l’epica “From Ruin”, che sfiora i nove minuti e mezzo di durata. Gran bel disco dunque da parte della band americana, che si conferma tra gli astri nascenti del metal e tra le protagoniste del doom contemporaneo.

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