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Opinione inserita da Virgilio    26 Giugno, 2017
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I Frozen Sand si sono formati nel 2010 e dopo aver pubblicato tre ep, hanno rilasciato quest’anno il loro primo full-length, intitolato “Fractals: A shadow out of lights”. Si tratta di un lavoro alquanto complesso, costruito attorno ad un concept molto articolato. La tracklist è infatti suddivisa in quattro atti, che vedono come principale protagonista il pianista americano Peter Light, ma la storia vede coinvolti diversi altri personaggi, con ambientazioni in epoche molto diverse, sia passate che future. Probabilmente, anche in base a tale circostanza, la band opta per un cantato in lingue diverse: principalmente in inglese, ma anche in italiano e persino in spagnolo. In verità, il disco ci è sembrato un po’ altalenante: soprattutto nel primo atto, i Frozen Sand suonano un metal melodico che, pur con le sue venature prog, appare molto nella media e non riesce ad entusiasmare. Le canzoni sono certo ben suonate ed interpretate, ma il songwriting non riesce ad essere particolarmente brillante. Quando l’album sembrava ormai aver preso una piega ben precisa, le cose cambiano e il livello qualitativo sale in maniera esponenziale: va già meglio nel secondo atto, con la fresca e spagnoleggiante “Sail towards the Unknown” e con la progressiva “Yell of hesitation”, ma soprattutto il terzo atto ci ha particolarmente colpiti con due tracce molto interessanti quali “Rule this world” e specialmente “You – Partial – Perfection – Daylight”. Il finale, invece, è affidato a “Silent raven”, che potremmo considerare in pratica alla stregua di una ballata, anche questa niente male. Si segnala, inoltre, la presenza di alcuni ospiti nel disco, che interpretano alcuni dei vari personaggi della storia: si tratta di Fabio Privitera (Aeternal Seprium, Sound Storm, ex Bejelit), Alex Saitta e Alessandra Sancio, che duetta con il cantante dei Frozen Sand nel brano “You – Partial – Perfection – Daylight”. In conclusione, “Fractals: A shadow out of lights” rappresenta un buon esordio, forse un tantino ambizioso sotto certi aspetti e questo si ripercuote in qualche misura sul risultato finale, dato che si ha la sensazione che, per certi versi, sarebbe servita un pizzico di esperienza in più. Ciò non toglie che si tratti di un lavoro molto interessante, con alcuni spunti davvero geniali, per cui riteniamo che i Frozen Sand meritino attenzione e che questo loro album di debutto non vada assolutamente fatto passare inosservato.

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Opinione inserita da Virgilio    25 Giugno, 2017
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Formatisi nel 2013, i pugliesi Overkhaos pubblicano il loro primo full-length, intitolato “Beware of truth”. Si tratta di un concept album costruito attorno ad una storia immaginaria ma che potremmo definire di denuncia sociale per i temi trattati, relativi all’inquinamento e alla speculazione economica, messa in atto da gente senza scrupoli, anche a discapito della salute della popolazione. Lo stile della band è un metal dalle forti tinte progressive, che però va a lambire tanti generi, tra cui power, power-thrash e metalcore. Proprio in funzione di questo, il cantato di Mimmo D’Oronzo è molto versatile, alternando clean vocals con extreme vocals o optando spesso per armonizzazioni che ci hanno un po’ fatto pensare ai Nevermore: uno dei brani più emblematici di quanto il sound degli Overkhaos sia variegato e ricco di sfaccettature è ad esempio “Die Catsaw!”. In generale, possiamo dire che il risultato è abbastanza interessante, perché gli Overkhaos si rivelano abili nel costruire dei brani ben strutturati, aggressivi ma magari non particolarmente diretti, richiedendo più ascolti per poter meglio essere apprezzati, per quanto la band sappia pure proporre belle melodie e refrain più orecchiabili, come avviene ad esempio in “White Light”. Una caratteristica del quintetto pugliese è quella di non avere un tastierista in line-up, ma almeno per un brano i ragazzi hanno deciso di avvalersi di un guest davvero d’eccezione dato che, in “Anna’s Song”, suona addirittura Derek Sherinian, autore di pregevoli inserti ed assoli, che impreziosiscono il brano in maniera significativa. “Beware of truth” è dunque un album di debutto davvero interessante che, magari, riprendendo quanto accennavamo poco sopra, avrebbe giovato della presenza di qualche traccia più diretta, in grado da fare da traino al resto dell’album e garantire maggiore visibilità a tutto il resto. Al di là di questo, c’è tanta qualità e auspichiamo dunque che il disco possa rappresentare un vero e proprio trampolino di lancio per questa giovane band.

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Opinione inserita da Virgilio    14 Giugno, 2017
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Gli ART sono una band formatasi soprattutto per iniziativa del tastierista Enrico Lorenzini, insieme ad altri quattro musicisti: Denis Borgatti (voce), Roberto Minozzi (chitarre), Diego Quarantotto (basso) e Fabio Tomba (batteria). Il primo risultato di questa collaborazione è rappresentato dall’album di debutto, intitolato “Planet Zer0”. Si tratta di un lavoro assai ricco di suggestioni, con un mood tra il fiabesco e l’onirico, che riesce a trasmettere immagini tramite i testi, trasportando l’ascoltatore in un emozionante viaggio sonoro. Lo stile della band trae spunto da influenze diverse, in grado di far convivere il prog rock della PFM con il neo prog dei Marillion, o ancora con il pop-rock di Billy Idol con le melodie e gli assoli carichi di feeling dei Toto, senza trascurare gli echi tastieristici del maestro Claudio Simonetti: insomma, un mix alquanto variegato, che rende la musica degli ART parecchio affascinante e sempre in bilico tra esplosioni rock e passaggi atmosferici di grande intensità, il tutto arricchito da splendidi assoli non solo da parte di Roberto Minozzi, ma anche dello stesso Enrico Lorenzini, sicuramente tra i principali protagonisti del lavoro con i suoi tasti d’avorio e con la sua grande versatilità interpretativa, perfettamente a proprio agio che si tratti di prog settantiano, metal prog o effetti elettronici. “Planet Zer0” rappresenta dunque un ottimo esordio per gli ART: per la verità, a nostro avviso forse il disco cala leggermente nel finale, non tanto a livello interpretativo, quanto ad idee, dato che, almeno fino ad “Insomnia”, il songwriting ci è sembrato più brillante ed ispirato. Ciò non toglie che gli ART dimostrano comunque di essere una band parecchio interessante, che merita di essere seguita con attenzione.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 2017
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Gli Hidden Lapse debuttano con questo loro primo full-length, intitolato “Redemption”. Si tratta di un concept incentrato attorno alla figura di una donna condannata a morte, in procinto di ricevere l’esecuzione della pena, che ripercorre la propria vita e le circostanze che l’hanno portata a quella situazione. Il loro stile è un metal melodico dalle tinte prog, con una vena leggermente malinconica, che potrebbe far immaginare la loro musica come una sorta di incontro tra Dream Theater ed Evergrey, ma che in verità (sarà anche per il titolo del disco) ci ha davvero fatto pensare anche ai Redemption di Nick Van Dyk: l’utilizzo delle tastiere e la capacità di creare atmosfere, i riff massicci, gli intermezzi strumentali, sono alcuni degli elementi in comune con la band citata. Una differenza fondamentale però è rappresentata dal fatto che gli Hidden Lapse presentano una voce femminile, quella di Alessia Marchigiani, la quale punta su interpretazioni decise e cariche di grinta, per quanto non sempre la produzione e gli arrangiamenti sembrino valorizzarla al meglio. “Redemption” è comunque un disco che si fa ascoltare gradevolmente: magari non si riscontra nulla di eclatante, né riesce ad emergere in maniera particolare rispetto alle tante uscite del genere, però si può ravvisare lo sforzo da parte della band di dare un’impronta personale al lavoro, cercando di mescolare anche influenze diverse, che attingono magari dal gothic, dal power o dall’alternative, con risultati apprezzabili, per quanto ancora ci siano margini di crescita. Tra i brani che ci hanno maggiormente intrigato, citiamo “Compassion” ed “Awareness”. Buon debutto, che lascia ben sperare per il prosieguo di carriera della band.

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Opinione inserita da Virgilio    12 Giugno, 2017
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Terzo album per i Disperse, un gruppo anglo-polacco che si era messo in evidenza soprattutto con il disco di debutto “Journey through the hidden gardens”. In questo loro nuovo lavoro, intitolato “Foreword”, appare evidente sin dalle prime note come non si tratti del “solito” disco ma come, al contrario, la band vada spesso e volentieri alla ricerca di soluzioni non necessariamente semplici, tra tempi complessi, passaggi jazzati, atmosfere soffuse, sonorità elettroniche e riff djent. Insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti nella musica dei Disperse, benché tanta genialità non sempre ci sembri incanalata nella giusta direzione. Si può osservare, ad esempio, un ricorso eccessivo a dissonanze o l’utilizzo di tempi e velocità diverse all’interno delle stesse battute, che portano talvolta ad un risultato sgradevole, a serio rischio cacofonico. Altre volte, la band punta su soluzioni più melodiche, con un cantato che però si sforza di essere caldo, ma che risulta persino forzato (con tono scherzoso, lo potremmo definire al limite di un amplesso simulato). Dove proprio però i Disperse non ci convincono, è nelle tracce più lunghe, quali “Sleeping Ivy” o “Does it matter how far?”, nelle quali sembrano perdersi in mezzo ad atmosfere troppo dilatate, senza mai riuscire a decollare e finendo per tediare, specialmente alla luce del fatto che in precedenza avevano proposto invece pezzi decisamente più fantasiosi e sperimentali quali ad esempio “Stay”, “Surrender” o “Tomorrow”. Diciamo che, con “Foreword”, i Disperse confermano tutto il loro talento e la loro capacità di concepire trame complesse in sede di songwriting: la loro tendenza un po’ a strafare, li porta però altresì ad eccedere sia quando puntano sul virtuosismo, sia quando vogliono esaltare il lato più introspettivo della propria musica. Disco apprezzabile, dunque, quello realizzato da questi quattro musicisti, ma che ci induce a considerarli ancora quasi alla stregua di potenziali mine vaganti piuttosto che una vera e propria certezza ed un punto di riferimento rispetto al genere proposto.

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Opinione inserita da Virgilio    31 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Giugno, 2017
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I 3 dreAms neVer Dreamt sono un gruppo formatosi già qualche anno fa per iniziativa soprattutto del cantante Gianluigi Girardi e del chitarrista Andy Signorelli, arrivano quindi al loro disco d’esordio, intitolato “A Vanishing Day”. Non abbiamo alcuna indicazione precisa a riguardo ma, da quanto abbiamo interpretato leggendo i testi, dovrebbe trattarsi di un concept, che narra l’esperienza di John Doe, deceduto, ma la cui anima per un qualche tempo non ha ancora abbandonato del tutto il mondo terreno ed è legata in qualche modo all’amata Elise, che ne avverte la presenza e percepisce il suo amore. Lo stile della band riesce ad essere alquanto versatile e variegato, accompagnando le canzoni attraverso questo viaggio spirituale, a seconda di quanto richieda la narrazione. In generale, si può apprezzare lo sforzo dei 3 dreAms neVer Dreamt di creare particolari atmosfere con il proprio sound (anche se, in tal senso, la sensazione talvolta è che si sarebbe potuto fare meglio), permeando il tutto con una vena malinconica, sulla scia di bands come Anathema, Paradise Lost o Type O’Negative. Partendo da questa impostazione, il gruppo milanese va poi a sperimentare, come dicevamo, diversi generi, che vanno a lambire il doom (ad esempio in “I, the Loner Vagrant”), l’horror/gothic (“My Head on the Wall”) o il metal prog. Il disco si rivela dunque molto ricco e pieno di spunti interessanti e la band è abile nello svelare le sue carte a poco a poco, inserendo qua e là voci femminili, orchestrazioni, stacchi arpeggiati, cori maestosi, melodie accattivanti o riff massicci. Da evidenziare la presenza di alcuni ospiti illustri: Pier Gonella suona un assolo molto particolare in “In this Room”, dove attacca partendo velocissimo, cambiando totalmente passo rispetto al resto del brano; Roberto Tiranti, invece, duetta con Girardi nella bellissima “Myself and I”; ancora, Matteo Marson è autore delle belle orchestrazioni nel brano “Razor”. Si segnala, inoltre, come la produzione ed il mixaggio siano stati curati da Mattia Stancioiu, mentre il mastering è stato affidato a Dan Swano. Insomma, siamo sinceri: “A Vanishing Day” è un album che parte un po’ in sordina, ma che diventa davvero interessante ed affascinante man mano che ci si comincia ad addentrare nell’architettura sonora e narrativa messa in piedi dalla band. Un lavoro dunque da assaporare e da gustare con pazienza, che sarebbe un peccato far passare inosservato!

P.S. Nel frattempo ci sono stati alcuni cambiamenti nella formazione della band, per cui la line-up che leggete sopra è quella che ha registrato questo disco.

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Opinione inserita da Virgilio    30 Mag, 2017
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I Karma Rassa sono un gruppo russo formatosi nel 2013, che già l’anno seguente pubblicava il suo album di debutto, intitolato “Music into the Void”. Dopo un singolo uscito nel 2015 (“Oxygene II”, una cover di Jean-Michelle Jarre) e la partecipazione al ProgPower Europe Festival nello stesso anno, la band ha poi realizzato il suo secondo album, dal titolo “Talks to Innerself”. Il disco, composto da nove tracce, è un lavoro ricco di suggestioni, nel quale la band dimostra di saper creare dei brani carichi di intense atmosfere, che denotano subito un certo mood ed un sound raffinato, condito da spunti prog e da una sottile vena malinconica. Aspetti, questi, peraltro rafforzati grazie all’utilizzo di azzeccate dissonanze, nonché deliziosi inserti di piano e tastiere: a scanso di equivoci, va però precisato come la band non disdegni affatto sonorità dure, di stampo decisamente metal. Le influenze sono varie: potremmo citare, tra le tante, Katatonia, Moonspell, Opeth, Anathema, Draconian e Tiamat, ma in effetti i Karma Rassa sono riusciti ad assimilarle per creare un proprio sound, che risulta credibile e non eccessivamente derivativo. Tutto il disco si assesta su buoni livelli, ma il brano più particolare è senz’altro “The Endless Universal Hysteria”, dove a cori da “Internazionale comunista” (stranamente, se non andiamo errati però, nella versione in spagnolo), si sovrappongono giri di basso, riff decisi ed inserti di sax, con una ritmica alquanto complessa. Un disco davvero interessante, realizzato da una band che dimostra di avere talento e buone idee e che perciò meriterebbe a nostro avviso maggiore visibilità rispetto a quella ottenuta finora.

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Opinione inserita da Virgilio    20 Aprile, 2017
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Gli Uneven Structure sono un gruppo francese che aveva pubblicato il suo primo album, “Februus”, nel 2011, ottenendo buoni riscontri, che sono valsi loro diversi tour assieme a band quali Textures, Tesseract e Protest The Hero. Sono trascorsi ben sei anni da quel disco, ma possiamo dire che con questo loro secondo lavoro, intitolato “La Partition”, tutto sommato il combo transalpino riprende il discorso esattamente da dove era stato lasciato. Infatti, lo stile degli Uneven Structure si caratterizza in modo particolare per il fatto di mescolare sonorità post metal con riff poliritmici alla Meshuggah, inserendo però nelle proprie composizioni una forte componente atmosferica, che punta ad enfatizzare l’aspetto emotivo della propria musica. A ciò, si aggiunge una certa vena prog, che porta così la band a realizzare brani dalla struttura alquanto articolata o con divagazioni strumentali dall’elevato tasso tecnico. Lo stile degli Uneven Structure finisce così per essere alquanto variegato, perché alterna con grande facilità momenti suadenti ed atmosferici con altri carichi di groove, oppure viene lasciato spazio a ritmi complessi o a multiformi trame chitarristiche, dovute anche al fatto che nella band militano ben tre chitarristi. Discorso analogo può farsi per il cantato di Romarin, che passa con estrema naturalezza da voci calde e suadenti a growl vocals aggressive. Le undici tracce che compongono “La Partition” si susseguono dunque con grande efficacia, praticamente senza soluzione di continuità tra un brano e l’altro, catapultando l’ascoltatore in un autentico ed imprevedibile viaggio sonoro. A dire il vero, qualche perplessità, tuttavia, si presenta quando la band tende a prolungare alquanto le parti atmosferiche, finendo per appesantire e rendere meno dinamico il sound, tanto che così appaiono un po’ in ombra diverse idee e spunti interessanti che gli Uneven Structure riescono ad inserire nei vari brani, quasi diluiti quando ritmi veloci ed aggressivi lasciano il passo a lunghi passaggi lenti ed introspettivi. Ciò non toglie che, nel suo complesso, si tratta di un gran disco, apprezzabile sia per lo sforzo dimostrato dalla band a livello compositivo, sia per le capacità espressive che confermano tutte le grandi qualità dimostrate dagli Uneven Structure nel corso di questi anni.

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Opinione inserita da Virgilio    23 Marzo, 2017
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Gli Underdamped System si formano nel 2008, ma solo nel 2016 viene pubblicato il loro album di debutto, intitolato “Phantom Pain”. Superata la solita intro inutile, si erge subito un muro sonoro che lascia intendere come la band polacca opti per uno stile parecchio aggressivo e carico di groove: parliamo di un thrash/deathcore tecnico, con influenze che provengono dai vari Gojira, Decapitated, Neurosis, Deftones, Dillinger Escape Plane, Meshuggah, Pantera, giusto per indicare alcune tra le principali fonti d’ispirazione degli Underdamped System. I brani sono dunque di grande impatto e caratterizzati da riff decisi, inframmezzati talvolta da fugaci intermezzi più introspettivi, che mettono maggiormente in evidenza l’aspetto più tecnico della band. Bisogna pur dire, tuttavia, che in qualche modo le tracce tendono ad essere un po’ ripetitive, tanto che qualche volta si fa persino fatica a distinguere quando finisca un brano ed inizi un altro, così come questi sembrano seguire degli schemi ben precisi, che li rendono alquanto scontati. Insomma, prese singolarmente, le tracce riescono a colpire e ad essere trascinanti, ma nel suo insieme, l’album finisce per essere piuttosto prevedibile, se non addirittura noioso, specie dopo ripetuti ascolti. “Phantom Pain” in fondo non è dunque un disco da buttare e la band fa anche ascoltare alcune cose interessanti, specie sotto il profilo esecutivo, però sarebbe opportuno per il futuro qualche sforzo in più, quanto meno a livello compositivo.

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Opinione inserita da Virgilio    02 Marzo, 2017
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Con un nome che potrebbe far pensare ad una tipica band folk finlandese, i Talvienkeli spiazzano un po’ quando si scopre che si tratta invece di un gruppo francese che suona metal sinfonico. Formatasi nel 2012, la band transalpina aveva pubblicato un ep nel 2014 e, dopo una serie di cambi di line-up, la formazione si è stabilizzata con cinque membri, che hanno lavorato alla realizzazione di questo primo full-length, intitolato “Hybris”. Accomunati dalla passione per Nightwish ed Epica, in realtà i cinque componenti dei Talvienkeli presentano per il resto influenze alquanto differenti: basti pensare che il batterista si dichiara amante del death o che la bassista si dice influenzata dal metal prog e dal jazz. Un aspetto, questo, che risulta piuttosto evidente ascoltando l’album: superate, infatti, le prime impressioni date dalla voce lirica della cantante Camille Borrelly e dalle orchestrazioni, ci si può rendere conto di quanto la musica dei Talvienkeli sia invece alquanto complessa, con tracce dalla struttura molto articolata e di stampo progressivo. L’intuizione della band transalpina è stata in effetti quella di far convivere insieme diversi elementi, dando vita ad uno stile alquanto originale. C’è però il rovescio della medaglia: la sensazione, infatti, in alcuni casi, è che ognuno vada un po’ per conto suo, suoni alla sua maniera, con le sue influenze, mentre non risulta del tutto ottimale l’amalgama dei musicisti sia tra di loro che in relazione alla voce, davvero molto bella, ma che talvolta sembra far un po’ fatica a calarsi in un contesto metal, specialmente quando ci sono passaggi con una ritmica più complessa. In tal senso, forse, in qualche misura, la band avrebbe potuto essere meglio aiutata anche in fase di produzione. Un’altra considerazione è legata al fatto che, come dicevamo, la musica è molto più complessa rispetto a quella di tante metal band con voce femminile, ma allo stesso tempo non facilmente accostabile al tipico metal prog, per cui richiede un po’ di pazienza per poter apprezzare in pieno le tracce in tutte le loro sfumature. D’altronde, i Talvienkeli dimostrano che quando vogliono realizzare brani più diretti e che colpiscano sin dai primi ascolti sono pure bravi, dandone prova con una canzone come “Atlas”, davvero squisita con le sue accattivanti melodie, ma risulta davvero deliziosa la voce melodiosa della Borrelly pure nell’incantevole e suggestiva “Raining Moon”. Per contro, tra i brani più complessi, non ci ha invece particolarmente convinto la lunghissima title-track, suddivisa in due parti (di cui curiosamente la seconda è stata inserita come prima traccia nella tracklist), caratterizzata da troppi passaggi lenti con conseguenti accelerazioni, in una sorta di continuo altalenare tra parti delicate e dure, finendo così per dare l’impressione di risultare poco scorrevoli e troppo slegate tra loro, pur in presenza di diversi momenti davvero pregevoli. In conclusione, “Hybris” si rivela però un disco interessante e per certi versi pure sorprendente: magari nel complesso c’è ancora qualcosa da assestare, ma le premesse sono davvero incoraggianti e ci presentano una band dalle buone potenzialità, da seguire con attenzione.

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