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Opinione inserita da Virgilio    14 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Shade of Echoes si formano alla fine del 2015, con l’intento di suonare una sorta di alternative metal dalle influenze prog. La loro prima fatica, “Shades of Light”, è un album composto da sette tracce e interamente autoprodotto. Come spesso avviene per le opere prime, ci sono alcuni aspetti positivi, accanto ad altre cose da migliorare. Certamente, la band ha compiuto uno sforzo significativo, perché i brani presenti nel disco sono effettivamente molto articolati e cercano di far convivere sonorità dure accanto a suadenti melodie, con alcuni autentici lampi di genialità: basti ascoltare, in tal senso, le magnifiche divagazioni strumentali in “Fall of Agony”, una traccia lunga oltre nove minuti. La band si mette in evidenza comunque anche sotto l’aspetto esecutivo, curando l’aspetto puramente tecnico e virtuosistico, sempre però rimanendo ben legata al contesto del brano e senza cercare di strafare a tutti i costi. Qualcosa di meglio poteva essere fatta a nostro avviso invece per quanto concerne gli arrangiamenti, che non sempre ci hanno convinto, specialmente nel caso di tracce complesse, quando magari ci sono anche stacchi decisi tra le varie parti del brano, ma soprattutto l’impressione è che in alcuni frangenti non ci sia un ottimale amalgama tra parti vocali e strumentali, le quali sembrano quasi viaggiare su binari diversi, come se andassero per conto proprio. A livello di registrazione, si avverte come sia stato fatto tutto con un budget limitato, ma non tanto perché la qualità del suono sia scadente, quanto piuttosto perché non tutto funziona come si deve, con tanti piccoli aspetti che avrebbero potuto essere meglio curati. Non parliamo, per intenderci, di situazioni madornali, ma di tante piccole imperfezioni che si ravvisano nel corso del disco e che non permettono al lavoro di essere valorizzato in maniera ottimale: limitandoci ad alcuni esempi, la cassa della batteria si sente troppo poco, specialmente nelle parti più aggressive; il basso in certi brani è praticamente assente (ed è un peccato, perché quando invece si può ascoltare come si deve, si nota come il bassista Alberto Gabrielli faccia un lavoro davvero eccezionale); la voce a volte appare come (troppo) amplificata, creando un effetto un po’ innaturale. Insomma, non possiamo fare a meno di notare alcuni aspetti legati al fatto che si tratta di una prima esperienza ma, al di là di questo, gli Shade of Echoes dimostrano di saper comporre buona musica e riescono a convincere, ad emozionare e talvolta persino a sorprendere, grazie alla propria bravura esecutiva. Il punto di partenza è ottimo e il disco trasuda passione, per cui siamo certi che la band saprà compiere molto presto quest’ulteriore e definitivo salto di qualità.

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Opinione inserita da Virgilio    17 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I NORÐ presentano un ep composto da quattro tracce e intitolato “Alpha”. Il brano di apertura, “Kill the marshalls”, rivela un approccio che tenta di spaziare tra vari generi, creando un mix tra melodic death, metalcore e metal progressive, con il cantato del singer Bjarne Brogaard Matthiesen che alterna passaggi in growl, in harsh e puliti. Il brano riesce ad essere alquanto articolato, ma bene o male pone l’apice sul refrain, potente ma decisamente orecchiabile. La successiva traccia, “Rosehip Garden”, appare inizialmente un po’ più statica, ma verso metà uno stacco atmosferico introduce una nuova parte caratterizzata da un’interpretazione accattivante del cantante, accompagnato da una chitarra più ariosa, prima di riprendere la pesantezza ed il groove propri dello stile della band danese. “Restless” parte con il basso in evidenza, per poi incentrarsi su voce e riff, con qualche intermezzo in growl, ma il brano si evolve tanto da essere questa una delle tracce del disco dove maggiormente si possono riscontrare elementi progressive. La conclusiva “Omega” è una canzone dove inizialmente la musica vivace sembra fare da contrapposizione al cantato cupo e gutturale, ma anche qui le cose cambiano: del resto, va riconosciuto come i NORÐ abbiano dato prova che con loro non bisogna mai dare nulla per scontato. Nel complesso, l’ep risulta interessante: c’è ancora magari qualche acerbità, però la performance dei musicisti è molto valida e si possono ritrovare nel lavoro tante idee interessanti. Come inizio dunque non c’è male, vedremo come i NORÐ sapranno giocarsi in futuro le proprie carte.

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Opinione inserita da Virgilio    17 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Damnation Plan pubblicano il loro secondo full-length, intitolato “Reality Illusion”, dopo l’album di debutto “The Wakening” del 2013. Diciamo subito che il loro stile s’ispira ad un tipico melodic-death di stampo svedese, rispetto al quale il gruppo finnico prova ad inserire anche qualche venatura prog. Il cantato, invece, curato da due singer, alterna le clean vocals di Asim Searah con le harsh vocals di Tommy Tuovinen. Com’è facile intuire, a questo punto, il risultato, in verità, non si distingue particolarmente per originalità: va anche detto però che la band è abile nel creare un certo mood atmosferico che permea le proprie composizioni, ma di fatto i Damnation Plan convincono poco sia nelle parti aggressive, che quando provano ad inserire qualche passaggio più tecnico o progressive; tra le tracce un po’ più articolate, potremmo annoverare la titletrack e “The final destination”, dove effettivamente si possono ascoltare buone cose. Si riscontra poi nel disco una certa cura per le melodie, dato che diverse canzoni presentano ritornelli azzeccati, che risultano persino alquanto catchy: potremmo citare, ad esempio, “Beyond these walls” e “Rise of the messenger”, ma questa è un po’ una caratteristica in generale di buona parte della tracklist. Su un brano come “Maze of despair”, invece, la band fa ascoltare il proprio lato meno aggressivo e infatti entrambi i singer cantano in chiaro in una traccia che non possiamo considerare una ballata ma che neppure preme sull’acceleratore. I Damnation Plan si cimentano anche con una cover: in particolare, si tratta di “Don’t talk to strangers” di Dio ed è davvero singolare notare come uno dei brani più celebri del metal, personalizzato dalla band con il proprio stile, finisca per diventare una canzone quasi anonima, come del resto avviene appunto bene o male per le altre tracce dell’album. In conclusione, “Reality illusion” è un disco molto nella media e che non sembra essere in grado di entusiasmare più di tanto ma che, come evidenziato, ha pure i suoi pregi, per cui riteniamo che, soprattutto per chi ama il genere, potrebbe effettivamente risultare un gradevole ascolto.

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Opinione inserita da Virgilio    05 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I tedeschi Die Apokalyptischen Reiter tornano con il loro decimo album in studio, intitolato “Der rote Reiter”. Un traguardo di tutto rispetto per questi “Cavalieri dell’Apocalisse”, che ancora una volta riescono a mettere tutto a ferro e fuoco con la forza dirompente della propria musica. Come sempre, la band se ne infischia di qualsiasi etichetta o categoria e propone dunque tredici brani (tra l’altro, con i suoi cinquantaquattro minuti circa è il più lungo album nella storia del gruppo tedesco) dove spazia tra diversi generi: riff duri e ritmi veloci hanno certamente un ruolo preponderante, così come la voce gutturale del cantante Fuchs, ma c’è anche tanta melodia, oltre a passaggi atmosferici, in un sound che resta vicino a sonorità classiche ma sa essere anche fresco e moderno. Tra gli highlight del disco potremmo citare anzitutto l’opener “Wir sind Zurück”, “Auf und Nieder” e soprattutto “Herz in Flammen”, uno dei brani più intriganti del disco. Delude un po’ invece “Ich nehm dir deine Welt”, un pezzo di oltre sei minuti, ma per la verità si riscontra la presenza anche di altri filler nella tracklist. In linea di massima, comunque, il disco risulta gradevole e la tracklist scorre via piacevolmente, senza particolari picchi e senza grosse sorprese, ma tutto sommato il livello si mantiene abbastanza buono. Insomma, non si tratta magari del disco migliore mai realizzato dai Die Apokalyptischen Reiter, ma come sempre la band tedesca riesca a far trasudare passione ed energia dalla propria musica, per cui possiamo dire che, a conti fatti, “Der rote Reiter” è un buon disco che, se magari non esalta, neppure delude e merita perciò la sua chance.

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Opinione inserita da Virgilio    12 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Agosto, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Divinity Compromised sono una band di Chicago formatasi nel 2009, che aveva pubblicato il proprio album di esordio, “A World Torn”, nel 2013 e al quale fa seguito questo nuovo lavoro, intitolato “Terminal”. L’ascolto del disco lascia intendere subito come ci si trovi di fronte ad una band davvero di buon livello, capace di proporre un Power/Prog di qualità. Magari i Divinity Compromised non si distinguono per una particolare originalità e band come Dream Theater, Symphony X o Shadow Gallery sono certamente grandi fonti d’ispirazione: va tuttavia osservato come, rispetto ai gruppi ora menzionati, i Divinity Compromised cerchino spesso d’inserire un mood più atmosferico che potrebbe far pensare agli Evergrey; inoltre, quando vengono induriti maggiormente i suoni, si possono riscontrare passaggi Thrash (come avviene ad esempio nel brano “The Definition of Insanity”) e (sia pure sporadicamente) anche parti cantate in growl (ad esempio nella title-track e in “The Last Refugee”). L’album si rivela in effetti molto vario e le tracce riescono a coniugare potenza e aggressività con squisite melodie; va poi evidenziato come i brani siano caratterizzati da trame progressive, che si sviluppano però con assoluta fluidità, senza andare a cercare necessariamente soluzioni forzate o particolarmente complesse. C’è ovviamente spazio anche per assoli ad elevato tasso tecnico, specialmente da parte del chitarrista Jeff Treadwell e del tastierista Ben Johnson, ma anche questi risultano perfettamente funzionali ai brani, senza alcun eccesso di virtuosismi. Si segnala, poi, la presenza di alcuni ospiti, tutti vocalist: “The Sinful Dwarfs” si occupano dei cori in “Shelter in Place”; Kayla Dixon (Witch Mountain, Helion Prime) si occupa delle seconde voci nella title-track, supportando il cantante del gruppo Lothar Keller (voce anche dei The Skull); Paul Kuhr (Novembers Doom, band che peraltro condivideva alcuni membri con i Divinity Compromised fino a non molto tempo fa), infine, canta invece in “The Last Refugee”. Disco davvero gradevole e ben curato, che consigliamo sicuramente a chi piace il Prog Metal

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Opinione inserita da Virgilio    10 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Agosto, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Slanderus presentano il loro terzo ep (evidentemente hanno una precisa preferenza per questo tipo di formato) intitolato “Walls of the Mind”, benché stavolta, con una durata di trentotto minuti, si potrebbe parlare quasi di un full-length vero e proprio. Il platter comprende sei tracce, nelle quali la band americana alterna un Thrash carico di groove con un Alternative Metal, specie quando opta per un approccio più catchy e diretto. In generale, gli Slanderus prediligono però sonorità aggressive, unite a ritmi veloci e brani piuttosto articolati, considerando che il minutaggio dei pezzi è mediamente abbastanza elevato, arricchiti peraltro dai pregevoli assoli di Jason Kennedy; il cantato di Allen Alamillo, invece, perlopiù in chiaro, talvolta prevede anche alcuni passaggi con extreme vocals. Una piccola eccezione è rappresentata da “Into me you see”, una sorta di mid-tempo, trattandosi di un pezzo melodico eseguito con la chitarra acustica nelle strofe, per poi esplodere in un riff orecchiabile in occasione del ritornello. Abbastanza soft pure l’avvio di “Clarity in Duality”, un pezzo però più tecnico che procede decisamente in crescendo. Certo, con una tracklist così ridotta, al termine del disco si ha la sensazione di qualcosa lasciato un po’ a metà: forse sarebbe il caso che gli Slanderus cominciassero ad osare di più, dimostrando di poter dire la propria anche sulla lunga distanza, perché è evidente che le capacità ci sono ed ormai dovrebbero aver maturato anche una certa esperienza.

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Opinione inserita da Virgilio    04 Agosto, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Echotime sono una band che abbiamo avuto modo di apprezzare con l'esordio "Genuine", pubblicato nel 2013: un concept suddiviso in quattro scene, quasi si trattasse di un film o meglio ancora di un'opera teatrale, a sua volte articolate in vari brani, talvolta canzoni vere e proprie, altre volte brevi intermezzi tra una traccia e l'altra. Con il nuovo disco "Side", la band ricalca grosso modo questa formula, proponendo ancora una volta un concept, che alterna alcune canzoni con brevi dialoghi o effetti sonori. In linea di massima, lo stile, forse anche a causa di diversi cambi avvenuti in line-up, appare ora meno tendente al power/prog dell'esordio e più vario. Così, giusto per fare qualche esempio, se "The Lighthouse" sembra mantenere un approccio power che ricorda gli Edguy, "Mr. Valentine" è invece un ottimo esempio di funky metal; "Hymn Of Glory", al di là di un refrain melodico, ci ricorda per l'uso delle voci parecchio i Nevermore, mentre "The Bend Of Love" è un brano dalle atmosfere sinistre con varie influenze che ci hanno fatto pensare a King Diamond o ai Jon Oliva's Pain; "The River" presenta un' interpretazione vocale molto teatrale, mentre "Stream of Life" tende più verso un classico metal melodico. Belle le atmosfere e le orchestrazioni di "The Orphanage", arricchite anche da inserti di sax, ma l'apice del disco è senz'altro rappresentato da "Freakshow (The)", un brano molto originale e aperto a varie contaminazioni. La nostra sensazione è che "Side" sia un album ricco di spunti interessanti, che però stenta un po' a decollare per via di una tracklist così frammentaria e uno stile un po' disomogeneo: buon disco, ma forse bastava poco per fare ancora meglio.

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Opinione inserita da Virgilio    15 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Colossale: questa è la prima parola che ci viene in mente pensando a questo nuovo live dei Blind Guardian, intitolato “Live Beyond The Spheres”. La band tedesca nel corso degli anni ha dimostrato di volersi sempre porre nuovi obiettivi, nuovi traguardi, rendendo il proprio sound man mano sempre più particolare ed il proprio stile sempre più complesso, al punto da diventare sempre più difficile da riproporre dal vivo, proprio per la meticolosa cura dei più piccoli dettagli, capace di sfociare in autentico perfezionismo. Eppure, chi segue i bardi di Krefeld, sa benissimo quanto siano invece dei maestri a riproporre la magia della propria musica anche on stage, magari semplificando qualcosa in termini di arrangiamenti, ma senza perdere la loro carica di potenza ed aggressività. “Live Beyond The Spheres” non è però un live qualunque, come altri che la band aveva già pubblicato in passato, perché si tratta di una selezione di ben ventidue brani, suddivisi nell’arco di tre cd, estratti da ben dieci shows (su trenta, ciascuno della durata di due ore e quindici minuti circa) registrati in occasione del tour europeo del 2015 per la promozione di “Beyond the Red Mirror”. La band ha avuto così tantissimo materiale a disposizione, scegliendo per ogni canzone la miglior versione: magari in qualche frangente, riteniamo che non per forza sia stata scelta necessariamente quella con la performance perfetta, tenendo conto invece anche di altri fattori come la carica espressiva, l’energia o la partecipazione del pubblico. Con una simile impostazione, il rischio poteva essere quella di un’eccessiva frammentazione del live o di una certa disomogeneità a livello di suoni: in effetti, possiamo dire che, al contrario, il lavoro svolto è stato eccellente e si ha anzi la sensazione di una buona continuità dello show, quasi come si trattasse di un unico grande concerto, capace di coinvolgere i fan dei Blind Guardian in tutta Europa, a prescindere dalle ovvie distanze spazio-temporali delle varie performance, con una grandissima partecipazione del pubblico, che in più occasioni si è trovato parte attiva in cori appassionati ed emozionanti. Se qualche perplessità poteva derivare da qualche brano un po’ sottotono come “Nightfall”, risulta impossibile rimanere indifferenti invece di fronte alla maestosità di canzoni come “And then there was silence”. Peraltro, non si tratta neppure dell’unica suite proposta dalla band, perché ritroviamo altri pezzi di lunga durata come “The Ninth Wave” (che peraltro in questa versione dal vivo ci è piaciuta di più rispetto a quando l’avevamo ascoltata nell’album) o le splendide “Sacred Worlds” e “Wheel of Time”. Certo, pur con una setlist così ampia, non è difficile pensare a brani anche importanti che mancano nella scaletta, ma la band ha cercato di inserire comunque almeno una traccia estratta da ogni album finora pubblicato, riuscendo tutto sommato a ottenere un buon equilibrio tra i pezzi più datati e quelli più recenti, sebbene, in verità, ci saremmo aspettati più brani estratti da “Beyond the Red Mirror”, dal quale vengono riproposti, oltre alla già citata “The Ninth Wave”, soltanto “Prophecies” e “Twilight of the gods”, due canzoni magari meno orchestrali e più orientate verso le classiche sonorità blindguardiane. Naturalmente, non manca neppure un’ampia selezione di brani tratti da alcuni dei capolavori più amati della band, quali possono essere “Tales from the Twilight World” o soprattutto “Imaginations from the other side” e “Nightfall in Middle-Earth”. Insomma, a conti fatti, in questo live c’è davvero così tanta carne al fuoco da renderlo un prodotto succulento per chiunque apprezzi quanto i Blind Guardian hanno fatto nel corso degli anni. Un appunto che ci sentiamo di muovere è relativo alla qualità del suono, senz’altro buona, ma non realmente eccellente (almeno questa è la nostra sensazione dal promo a nostra disposizione), come avrebbe richiesto invece un’opera del genere. Ad ogni modo, tornando a quanto dicevamo in apertura di recensione, in attesa del tanto annunciato album orchestrale, “Live Beyond the Spheres” rappresenta una release davvero colossale per quantità e qualità del repertorio proposto dalla band, che è impossibile far passare inosservata.

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Opinione inserita da Virgilio    04 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Minraud si presentano con il loro album di debutto, intitolato “Vox Populi”, un concept ispirato al capolavoro di Alan Moore, “V for Vendetta”. Il loro stile è chiaramente metal prog, con un approccio molto tecnico, ma che riesce anche a coniugare riff duri e squisite melodie, arricchendo il proprio sound con splendidi inserti di tastiere e ampie divagazioni strumentali: un sound che risulta fresco e moderno, con evidenti influenze dei Dream Theater, ma aperto anche a qualche eco proveniente dal prog rock italiano e che, in generale, lascia comunque intravedere una buona personalità da parte della band. Il cantante Alessandro Rubino privilegia spesso tonalità altissime e ci ha fatto pensare ad una sorta di via di mezzo tra James LaBrie e Andrè Matos, ma dimostra comunque una buona versatilità a seconda delle esigenze del brano. “Vox populi” è in effetti un disco molto affascinante e ricco di spunti interessanti, che riesce ad attirare l’attenzione dell’ascoltatore sin dai primi brani. La strumentale “Anonymous” funge da intro, per poi lasciare spazio ad una serie di pezzi molto articolati quali “Ms.Justice”, “Theorevision” e “Burning Dolls”, assai vari e cangianti in quanto a temi e a struttura ritmica. La breve, pianistica, “Scarlet Sleepy” fa da intermezzo per la parte finale della tracklist, che comprende a nostro parere i veri pezzi forti del disco. “Carnal Cross” è infatti una bellissima traccia, peraltro caratterizzata da un intermezzo strumentale favoloso e a dir poco geniale. “The Salt Flats” è invece un brano dalle atmosfere più soffuse, con inserti di chitarra acustica, mentre il finale è affidato a “Domino Effect”, una suite di quasi undici minuti di durata, nella quale la band si sbizzarrisce nel trovare soluzioni fantasiose e di grande effetto. Davvero un bellissimo debutto dunque questo dei Minraud, che dimostrano di essere una band di grande talento e da seguire con interesse.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Giugno, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Frozen Sand si sono formati nel 2010 e dopo aver pubblicato tre ep, hanno rilasciato quest’anno il loro primo full-length, intitolato “Fractals: A shadow out of lights”. Si tratta di un lavoro alquanto complesso, costruito attorno ad un concept molto articolato. La tracklist è infatti suddivisa in quattro atti, che vedono come principale protagonista il pianista americano Peter Light, ma la storia vede coinvolti diversi altri personaggi, con ambientazioni in epoche molto diverse, sia passate che future. Probabilmente, anche in base a tale circostanza, la band opta per un cantato in lingue diverse: principalmente in inglese, ma anche in italiano e persino in spagnolo. In verità, il disco ci è sembrato un po’ altalenante: soprattutto nel primo atto, i Frozen Sand suonano un metal melodico che, pur con le sue venature prog, appare molto nella media e non riesce ad entusiasmare. Le canzoni sono certo ben suonate ed interpretate, ma il songwriting non riesce ad essere particolarmente brillante. Quando l’album sembrava ormai aver preso una piega ben precisa, le cose cambiano e il livello qualitativo sale in maniera esponenziale: va già meglio nel secondo atto, con la fresca e spagnoleggiante “Sail towards the Unknown” e con la progressiva “Yell of hesitation”, ma soprattutto il terzo atto ci ha particolarmente colpiti con due tracce molto interessanti quali “Rule this world” e specialmente “You – Partial – Perfection – Daylight”. Il finale, invece, è affidato a “Silent raven”, che potremmo considerare in pratica alla stregua di una ballata, anche questa niente male. Si segnala, inoltre, la presenza di alcuni ospiti nel disco, che interpretano alcuni dei vari personaggi della storia: si tratta di Fabio Privitera (Aeternal Seprium, Sound Storm, ex Bejelit), Alex Saitta e Alessandra Sancio, che duetta con il cantante dei Frozen Sand nel brano “You – Partial – Perfection – Daylight”. In conclusione, “Fractals: A shadow out of lights” rappresenta un buon esordio, forse un tantino ambizioso sotto certi aspetti e questo si ripercuote in qualche misura sul risultato finale, dato che si ha la sensazione che, per certi versi, sarebbe servita un pizzico di esperienza in più. Ciò non toglie che si tratti di un lavoro molto interessante, con alcuni spunti davvero geniali, per cui riteniamo che i Frozen Sand meritino attenzione e che questo loro album di debutto non vada assolutamente fatto passare inosservato.

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