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Opinione inserita da Virgilio    10 Dicembre, 2017
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“Rumours of a Coming Dawn” è il titolo scelto per l’album di debutto di questa nuova band svizzera. Si tratta di una formazione che suona un metal sinfonico, con voce femminile operistica e qualche inserto di growl vocals. Nulla di particolarmente originale e neppure di particolarmente significativo quello che si può ascoltare nell’album, dove le influenze molto forti di band come Nightwish o Everon finiscono per dare subito la tipica impressione del “già sentito”. Neppure si può dire che incanti la voce della cantante Gisella, non particolarmente brillante su tonalità molto alte, al punto da apparire quasi stridula. Più interessante invece il lavoro alle tastiere di Philip Bohny (che è anche l’autore delle growl vocals), che dimostra di possedere una certa versatilità e fantasia. Diciamo che nella tracklist si mettono in evidenza più che altro alcune tracce come “Seed of Hope”, “Another Inquisitor”, “Deny Me” o “For a Final Ultimatum”: si tratta di brani gradevoli, che cercano pure di trasmettere qualcosa a livello emotivo, per quanto non parliamo di nulla di imprescindibile. Apprezzabile lo sforzo di realizzare una lunga suite, tentato con “The Impossible Chain”, un brano di oltre dodici minuti, ma le varie parti ci sono sembrate alquanto slegate tra loro e il risultato complessivo poco convincente, per quanto si possa indubbiamente riscontrare qualche buona intuizione. Insomma, possiamo dare all’album una sufficienza, specie in considerazione del fatto che si tratta di un debutto, però è evidente che per poter emergere un minimo sarà necessario che gli Shadowpath comincino seriamente a rimboccarsi le maniche.

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Opinione inserita da Virgilio    07 Dicembre, 2017
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I Dreamgrave sono un gruppo ungherese formatosi nel 2012 (benché lo stesso moniker fosse stato utilizzato dal cantante/chitarrista Gyimesi già qualche anno prima) che aveva pubblicato un album nel 2014, intitolato “Presentiment”, al quale segue ora questo ep composto da tre tracce, per una durata complessiva di circa ventitré minuti. Diciamo che l’opener “Drop the Curtain” non rende sin da subito l’idea circa la genialità di questa band: si tratta, infatti, di un brano alquanto semplice ed atmosferico, dove si alternano voci maschili e femminili. Diverso il discorso invece per quanto riguarda le altre due tracce, la title-track e “The Passing Faith in Others”: si tratta di due brani piuttosto lunghi, nei quali la band si muove tra sonorità prog rock, prog metal, symphonic e gothic/death, creando un mix esplosivo e di inebriante bellezza. La stessa formazione dei Dreamgrave consente già, del resto, diverse soluzioni espressive, potendo far ricorso a voci femminili, maschili sia in chiaro che in growl, violini e tastiere ma, oltre a questo, la band dimostra di possedere grande fantasia ed originalità nelle proprie composizioni, tanto che averci fatto pensare, in tal senso, all’imprevedibilità degli Haken, rispetto ai quali uniscono però influenze che possono rimandare a Opeth, Paradise Lost, Theater of Tragedy, con qualche passaggio di prog rock degno dei Camel. Insomma, un bel dischetto che non ha mancato di stupirci, per cui auspichiamo di poter ascoltare presto qualcosa da parte di questa band anche sulla lunga distanza.

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Opinione inserita da Virgilio    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
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La genesi dei Return to Void affonda le proprie radici in un trio acustico dedito a suonare cover di Bruce Dickinson, poi evolutosi appunto in una band vera e propria con l’innesto di un batterista e di un tastierista. Le prime composizioni originali del gruppo trovano dunque spazio in questo loro omonimo album d’esordio. Va subito precisato come la band abbia optato per uno stile più vicino all’hard rock, per quanto la tracklist sia tutto sommato abbastanza varia, tanto che possiamo ritrovare un pezzo purpleiano come “Throughout the Ages”, accanto alle atmosfere fantascientifiche di “Human Alien Hybrid”, oltre ad un vero e proprio anthem come “Sight of Immortal Sea”, dove si possono ascoltare anche voci femminili che duettano con il cantante Markku Pihlaja. I brani sono molto diretti e compatti, ma, nonostante ciò, chitarre e tastiere si ritagliano ampi spazi per i propri assoli. Il tutto nell’insieme è abbastanza gradevole, ma neppure si può dire che vi siano tracce che colpiscano particolarmente, tali da far spiccare l’album. Anzi, accanto a canzoni tutto sommato alquanto accattivanti come quelle già menzionate, alle quali potremmo accostare “Lightbearer”, “Fools King” o la title-track, ve ne sono altre che aggiungono ben poco. Insomma, questo debutto dei Return to Void ci presenta una band molto brava tecnicamente e che sa scrivere buone canzoni, ma per il futuro riteniamo sia necessario qualche sforzo in più a livello compositivo per potersi ritagliare il proprio spazio nell’odierno, affollatissimo, panorama musicale.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Novembre, 2017
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Dovrebbero essere note le vicende che portarono Anton Kabanen, principale autore dei Battle Beast, a separarsi dalla band nel 2015, per formare un nuovo gruppo, chiamato Beast in Black, con un moniker che richiama chiaramente la formazione in cui ha militato per diversi anni. È altresì noto come i Battle Beast nei loro dischi abbiano sempre puntato su una grande varietà delle canzoni, inserendo pure elementi non proprio canonici in ambito metal, magari mutuati dal pop o dalla dance. Kabanen, con questa sua nuova band prosegue dunque su questa falsariga, senza che però ne risulti fuori in realtà granchè di straordinario. L’album si apre con una canzone abbastanza aggressiva e dalle influenze blindguardiane, che porta il nome del gruppo ed è ispirata alla saga manga di “Berserk”, così come la traccia “Zodd The Immortal”, anch’essa tra gli episodi più irruenti del disco. Seguono però poi una serie di brani molto catchy, con delle tastiere quasi pop anni ’80 molto in evidenza, quali “Blind and Frozen”, dove la voce del cantante Yannis Papadopoulos va a tratti talmente alta da sembrare femminile, “Blood of a Lion” (dotata di un bel refrain melodico) e “Born Again”. “The Fifth Angel” è un altro brano molto diretto, prima di “Crazy, Mad, Insane”, una canzone, a detta di Kabanen, addirittura ispirata alla disco italiana degli anni ’80 e certamente uno dei brani più insoliti e particolari del disco. In chiusura, l’album offre altre due tracce dove dominano ancora tastiere ottantiane quali “Eternal Fire” e “End of the World” e una classica ballata, intitolata “Ghost in the Rain” (con Papadopoulos ancora su tonalità molto alte). A conti fatti, a nostro avviso, in tutta sincerità, questo primo disco non è poi tanto male ma perde alla grande il confronto con l’ultimo dei Battle Beast, che ci è sembrato più convincente sia nei brani più aggressivi che in quelli più catchy, senza contare che, anche in quanto ad originalità, questo “Berserk” non offre poi granchè in più rispetto a quanto si era già potuto ascoltare nei primi album della “Bestia”. Paradossalmente, a questo punto, con nostra grande sorpresa, almeno per il momento, sembrerebbe che abbiano fatto bene i Battle Beast a lasciare andare via Kabanen, a quanto pare troppo impuntato su certe posizioni e su determinate sonorità e poco in grado di garantire quel minimo di evoluzione stilistica di cui il gruppo aveva bisogno per non fossilizzarsi e superare la prova del tempo.

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Opinione inserita da Virgilio    11 Novembre, 2017
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L’ultimo album dei Communic risaliva al 2011, con il disco “The Bottom Deep”: nel frattempo, sono successe varie cose a livello personale per i membri della band e, in particolare, il cantante/chitarrista Stensland prima ed il batterista Andersen poi, sono diventati genitori e hanno preferito dedicarsi alla famiglia. In questa fase di stand-by, Stensland ha colto l’occasione per andare a ripescare idee dal suo archivio personale, riscoprendo del materiale così valido da fargli mettere da parte tutto quello a cui stava lavorando. In effetti, difficile dargli torto perché, a conti fatti, il risultato che si può ascoltare in questo lavoro, intitolato assai significativamente “Where Echoes Gather”, presenta dei brani davvero interessanti, con soluzioni che fanno pensare magari anche al miglior metal prog degli anni ’90, riarrangiate però rispetto a quello che è l’attuale sound del gruppo norvegese. Ci saremmo, tra l’altro, aspettati a questo punto un approccio molto più vicino ai Nevermore, band che aveva fortemente influenzato i Communic, soprattutto nei primi dischi, ma rispetto ai quali questi si erano nel corso del tempo sempre più emancipati, crescendo indubbiamente in quanto a personalità, benché restino comunque tra le influenze della band norvegese, assieme ad acts come Fates Warning, Pagan’s Mind, Dream Theater e Queensrÿche, ma si possono ravvisare anche in diversi passaggi affascinanti echi degli Psychotic Waltz. In linea di massima, possiamo dunque dire che l’album si orienta verso un metal prog vecchia scuola, con sfuriate power/thrash, un approccio tecnico ma allo stesso tempo potente, senza tralasciare momenti più introspettivi e con un mood malinconico (in tal senso, il miglior esempio può ascoltarsi soprattutto in “Moondance”) o splendidi assoli, sia veloci che più suadenti e carichi di feeling. Da evidenziare come diversi brani siano divisi in due parti: così la title-track, “The Pulse of the Earth” e “The Claws of the Sea” e ciò consente alla band di sviluppare ed articolare meglio i temi legati ad ogni brano. Gran bel disco, sicuramente tra le migliori uscite di quest’anno per chi ama il metal prog. Segnaliamo, infine, che nella versione in digipak sono presenti come bonus track due tracce registrate dal vivo in studio, “Watching it all disappear” e “At Dewy Prime”, oltre a una versione acustica (sempre dal vivo) di “Waves of Visual Decay”.

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Opinione inserita da Virgilio    28 Ottobre, 2017
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La Nuclear Blast pubblica un dvd che comprende due differenti concerti dei Korpiklaani, entrambi svoltisi durante due edizioni del Masters of Rock (storico festival che si tiene ogni anno nella Repubblica Ceca), rispettivamente del 2014 e del 2016. Benchè la posizione nel bill della band fosse differente, in quanto nel 2014 i finlandesi suonarono nel tardo pomeriggio, mentre nel 2016 erano headliner, la durata dei due concerti è comunque sostanzialmente abbastanza simile e si aggira intorno ai settanta minuti. Per quanto riguarda lo show del 2014, il gruppo non aveva uscite vicinissime da presentare, ma la setlist si è comunque focalizzata sul più recente album “Manala” del 2012, dal quale sono state tratte ben sette canzoni. Per il resto, viene dato spazio ovviamente a classici come “Metsämies”, “Kantaiso” o “Happy Little Boozer”, con ben quattro tracce estratte da “Karkelo”, arrivando fino a “Wooden Pints” e “Pellonpekko”, risalenti a “Spirit of the Forest” del 2003. La qualità video e audio è buona, per quanto non eccellente e la band è brava a coinvolgere e trascinare il pubblico con la propria carica travolgente. Riteniamo, però, in linea di massima, per varie ragioni, migliore il concerto del 2016. Il video, infatti, è stato realizzato sicuramente con mezzi più importanti, sia a livello di camere impiegate, sia in quanto al lavoro di regia, meglio curato anche in tanti piccoli dettagli. Inoltre, il fatto di suonare di sera, ha permesso alla band di avvalersi maggiormente anche di luci, integrando il solito show con effetti luminosi che arricchiscono la resa del concerto a livello visivo. Per l’occasione, la band si è avvalsa poi di due ulteriori musicisti, inserendo un secondo violino ed una seconda fisarmonica, rendendo indubbiamente il palco affollato (con ben otto musicisti), ma l’ampio spazio a disposizione non ha creato problemi di movimento, rendendo anzi lo show ancora più dinamico sia in quanto a presenza scenica, sia in quanto alla maggiore possibilità di offrire più soluzioni a livello sonoro. In questo secondo concerto, la band aveva di recente pubblicato “Noita” e quindi questo live si concentra (analogamente al primo) su brani tratti da questo lavoro, spaziando comunque su tutta la discografia del combo finlandese. Peraltro, è importante notare come la band nei due concerti cerchi di evitare di ripetere le stesse canzoni, tanto che sulle diciotto tracce presenti nei due show (in realtà sarebbero diciannove se si include anche l’intro), soltanto sette brani sono proposti in entrambi i casi. Insomma, una prova sicuramente imponente da parte dei Korpiklaani, che testimonia l’ampiezza e la validità del loro repertorio, giustificando altresì come il gradimento del pubblico abbia portato negli anni ad un continuo crescendo del loro successo e della loro popolarità.

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Opinione inserita da Virgilio    21 Ottobre, 2017
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I Fabulae Dramatis si sono formati in Belgio nel 2011 e, dopo il loro album d’esordio, “Om”, pubblicato l’anno seguente, presentano adesso il loro secondo full-length, dal titolo “Solar Time’s Fables”. Già dalle prime note ci si può rendere conto di come si tratti di un disco che va decisamente fuori dagli schemi: la band, infatti, mescola stili completamente differenti, in un autentico crossover che sfugge a qualsiasi etichetta. Ecco che, dunque, persino all’interno di uno stesso brano, i Fabulae Dramatis si muovono con disinvoltura tra metal prog, avantgarde, folk metal, melodic death, gothic e chi più ne ha più ne metta. La band si sbizzarrisce anche con l’utilizzo delle voci, sia in chiaro (maschili e femminili), sia con cantato estremo e persino con cantato lirico. Ancora, viene fatto ricorso a strumenti particolari come la fisarmonica, il sax o il sitar. Insomma, quest’album dei Fabulae Dramatis diventa un autentico crocevia di stili e di culture, che si condensano in undici tracce davvero interessanti. Ogni brano è infatti un’autentica sorpresa, dove non si sa mai quello che può succedere e dove il tutto viene fatto convivere con assoluta naturalezza e lucidità, senza creare alcun effetto confusione (con tanta varietà il rischio era dietro l’angolo) e senza che vi siano forzature. A livello di testi, inoltre, la band si concentra su storie o fiabe, che rendono il lavoro ancora più intrigante. Disco molto bello ed originale, realizzato da una band che merita visibilità e attenzione.

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Opinione inserita da Virgilio    14 Ottobre, 2017
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Gli Shade of Echoes si formano alla fine del 2015, con l’intento di suonare una sorta di alternative metal dalle influenze prog. La loro prima fatica, “Shades of Light”, è un album composto da sette tracce e interamente autoprodotto. Come spesso avviene per le opere prime, ci sono alcuni aspetti positivi, accanto ad altre cose da migliorare. Certamente, la band ha compiuto uno sforzo significativo, perché i brani presenti nel disco sono effettivamente molto articolati e cercano di far convivere sonorità dure accanto a suadenti melodie, con alcuni autentici lampi di genialità: basti ascoltare, in tal senso, le magnifiche divagazioni strumentali in “Fall of Agony”, una traccia lunga oltre nove minuti. La band si mette in evidenza comunque anche sotto l’aspetto esecutivo, curando l’aspetto puramente tecnico e virtuosistico, sempre però rimanendo ben legata al contesto del brano e senza cercare di strafare a tutti i costi. Qualcosa di meglio poteva essere fatta a nostro avviso invece per quanto concerne gli arrangiamenti, che non sempre ci hanno convinto, specialmente nel caso di tracce complesse, quando magari ci sono anche stacchi decisi tra le varie parti del brano, ma soprattutto l’impressione è che in alcuni frangenti non ci sia un ottimale amalgama tra parti vocali e strumentali, le quali sembrano quasi viaggiare su binari diversi, come se andassero per conto proprio. A livello di registrazione, si avverte come sia stato fatto tutto con un budget limitato, ma non tanto perché la qualità del suono sia scadente, quanto piuttosto perché non tutto funziona come si deve, con tanti piccoli aspetti che avrebbero potuto essere meglio curati. Non parliamo, per intenderci, di situazioni madornali, ma di tante piccole imperfezioni che si ravvisano nel corso del disco e che non permettono al lavoro di essere valorizzato in maniera ottimale: limitandoci ad alcuni esempi, la cassa della batteria si sente troppo poco, specialmente nelle parti più aggressive; il basso in certi brani è praticamente assente (ed è un peccato, perché quando invece si può ascoltare come si deve, si nota come il bassista Alberto Gabrielli faccia un lavoro davvero eccezionale); la voce a volte appare come (troppo) amplificata, creando un effetto un po’ innaturale. Insomma, non possiamo fare a meno di notare alcuni aspetti legati al fatto che si tratta di una prima esperienza ma, al di là di questo, gli Shade of Echoes dimostrano di saper comporre buona musica e riescono a convincere, ad emozionare e talvolta persino a sorprendere, grazie alla propria bravura esecutiva. Il punto di partenza è ottimo e il disco trasuda passione, per cui siamo certi che la band saprà compiere molto presto quest’ulteriore e definitivo salto di qualità.

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Opinione inserita da Virgilio    17 Settembre, 2017
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I NORÐ presentano un ep composto da quattro tracce e intitolato “Alpha”. Il brano di apertura, “Kill the marshalls”, rivela un approccio che tenta di spaziare tra vari generi, creando un mix tra melodic death, metalcore e metal progressive, con il cantato del singer Bjarne Brogaard Matthiesen che alterna passaggi in growl, in harsh e puliti. Il brano riesce ad essere alquanto articolato, ma bene o male pone l’apice sul refrain, potente ma decisamente orecchiabile. La successiva traccia, “Rosehip Garden”, appare inizialmente un po’ più statica, ma verso metà uno stacco atmosferico introduce una nuova parte caratterizzata da un’interpretazione accattivante del cantante, accompagnato da una chitarra più ariosa, prima di riprendere la pesantezza ed il groove propri dello stile della band danese. “Restless” parte con il basso in evidenza, per poi incentrarsi su voce e riff, con qualche intermezzo in growl, ma il brano si evolve tanto da essere questa una delle tracce del disco dove maggiormente si possono riscontrare elementi progressive. La conclusiva “Omega” è una canzone dove inizialmente la musica vivace sembra fare da contrapposizione al cantato cupo e gutturale, ma anche qui le cose cambiano: del resto, va riconosciuto come i NORÐ abbiano dato prova che con loro non bisogna mai dare nulla per scontato. Nel complesso, l’ep risulta interessante: c’è ancora magari qualche acerbità, però la performance dei musicisti è molto valida e si possono ritrovare nel lavoro tante idee interessanti. Come inizio dunque non c’è male, vedremo come i NORÐ sapranno giocarsi in futuro le proprie carte.

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Opinione inserita da Virgilio    17 Settembre, 2017
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I Damnation Plan pubblicano il loro secondo full-length, intitolato “Reality Illusion”, dopo l’album di debutto “The Wakening” del 2013. Diciamo subito che il loro stile s’ispira ad un tipico melodic-death di stampo svedese, rispetto al quale il gruppo finnico prova ad inserire anche qualche venatura prog. Il cantato, invece, curato da due singer, alterna le clean vocals di Asim Searah con le harsh vocals di Tommy Tuovinen. Com’è facile intuire, a questo punto, il risultato, in verità, non si distingue particolarmente per originalità: va anche detto però che la band è abile nel creare un certo mood atmosferico che permea le proprie composizioni, ma di fatto i Damnation Plan convincono poco sia nelle parti aggressive, che quando provano ad inserire qualche passaggio più tecnico o progressive; tra le tracce un po’ più articolate, potremmo annoverare la titletrack e “The final destination”, dove effettivamente si possono ascoltare buone cose. Si riscontra poi nel disco una certa cura per le melodie, dato che diverse canzoni presentano ritornelli azzeccati, che risultano persino alquanto catchy: potremmo citare, ad esempio, “Beyond these walls” e “Rise of the messenger”, ma questa è un po’ una caratteristica in generale di buona parte della tracklist. Su un brano come “Maze of despair”, invece, la band fa ascoltare il proprio lato meno aggressivo e infatti entrambi i singer cantano in chiaro in una traccia che non possiamo considerare una ballata ma che neppure preme sull’acceleratore. I Damnation Plan si cimentano anche con una cover: in particolare, si tratta di “Don’t talk to strangers” di Dio ed è davvero singolare notare come uno dei brani più celebri del metal, personalizzato dalla band con il proprio stile, finisca per diventare una canzone quasi anonima, come del resto avviene appunto bene o male per le altre tracce dell’album. In conclusione, “Reality illusion” è un disco molto nella media e che non sembra essere in grado di entusiasmare più di tanto ma che, come evidenziato, ha pure i suoi pregi, per cui riteniamo che, soprattutto per chi ama il genere, potrebbe effettivamente risultare un gradevole ascolto.

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