A+ A A-

Opinione scritta da Virgilio

48 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Virgilio    20 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Uneven Structure sono un gruppo francese che aveva pubblicato il suo primo album, “Februus”, nel 2011, ottenendo buoni riscontri, che sono valsi loro diversi tour assieme a band quali Textures, Tesseract e Protest The Hero. Sono trascorsi ben sei anni da quel disco, ma possiamo dire che con questo loro secondo lavoro, intitolato “La Partition”, tutto sommato il combo transalpino riprende il discorso esattamente da dove era stato lasciato. Infatti, lo stile degli Uneven Structure si caratterizza in modo particolare per il fatto di mescolare sonorità post metal con riff poliritmici alla Meshuggah, inserendo però nelle proprie composizioni una forte componente atmosferica, che punta ad enfatizzare l’aspetto emotivo della propria musica. A ciò, si aggiunge una certa vena prog, che porta così la band a realizzare brani dalla struttura alquanto articolata o con divagazioni strumentali dall’elevato tasso tecnico. Lo stile degli Uneven Structure finisce così per essere alquanto variegato, perché alterna con grande facilità momenti suadenti ed atmosferici con altri carichi di groove, oppure viene lasciato spazio a ritmi complessi o a multiformi trame chitarristiche, dovute anche al fatto che nella band militano ben tre chitarristi. Discorso analogo può farsi per il cantato di Romarin, che passa con estrema naturalezza da voci calde e suadenti a growl vocals aggressive. Le undici tracce che compongono “La Partition” si susseguono dunque con grande efficacia, praticamente senza soluzione di continuità tra un brano e l’altro, catapultando l’ascoltatore in un autentico ed imprevedibile viaggio sonoro. A dire il vero, qualche perplessità, tuttavia, si presenta quando la band tende a prolungare alquanto le parti atmosferiche, finendo per appesantire e rendere meno dinamico il sound, tanto che così appaiono un po’ in ombra diverse idee e spunti interessanti che gli Uneven Structure riescono ad inserire nei vari brani, quasi diluiti quando ritmi veloci ed aggressivi lasciano il passo a lunghi passaggi lenti ed introspettivi. Ciò non toglie che, nel suo complesso, si tratta di un gran disco, apprezzabile sia per lo sforzo dimostrato dalla band a livello compositivo, sia per le capacità espressive che confermano tutte le grandi qualità dimostrate dagli Uneven Structure nel corso di questi anni.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Virgilio    23 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Underdamped System si formano nel 2008, ma solo nel 2016 viene pubblicato il loro album di debutto, intitolato “Phantom Pain”. Superata la solita intro inutile, si erge subito un muro sonoro che lascia intendere come la band polacca opti per uno stile parecchio aggressivo e carico di groove: parliamo di un thrash/deathcore tecnico, con influenze che provengono dai vari Gojira, Decapitated, Neurosis, Deftones, Dillinger Escape Plane, Meshuggah, Pantera, giusto per indicare alcune tra le principali fonti d’ispirazione degli Underdamped System. I brani sono dunque di grande impatto e caratterizzati da riff decisi, inframmezzati talvolta da fugaci intermezzi più introspettivi, che mettono maggiormente in evidenza l’aspetto più tecnico della band. Bisogna pur dire, tuttavia, che in qualche modo le tracce tendono ad essere un po’ ripetitive, tanto che qualche volta si fa persino fatica a distinguere quando finisca un brano ed inizi un altro, così come questi sembrano seguire degli schemi ben precisi, che li rendono alquanto scontati. Insomma, prese singolarmente, le tracce riescono a colpire e ad essere trascinanti, ma nel suo insieme, l’album finisce per essere piuttosto prevedibile, se non addirittura noioso, specie dopo ripetuti ascolti. “Phantom Pain” in fondo non è dunque un disco da buttare e la band fa anche ascoltare alcune cose interessanti, specie sotto il profilo esecutivo, però sarebbe opportuno per il futuro qualche sforzo in più, quanto meno a livello compositivo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Virgilio    02 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Con un nome che potrebbe far pensare ad una tipica band folk finlandese, i Talvienkeli spiazzano un po’ quando si scopre che si tratta invece di un gruppo francese che suona metal sinfonico. Formatasi nel 2012, la band transalpina aveva pubblicato un ep nel 2014 e, dopo una serie di cambi di line-up, la formazione si è stabilizzata con cinque membri, che hanno lavorato alla realizzazione di questo primo full-length, intitolato “Hybris”. Accomunati dalla passione per Nightwish ed Epica, in realtà i cinque componenti dei Talvienkeli presentano per il resto influenze alquanto differenti: basti pensare che il batterista si dichiara amante del death o che la bassista si dice influenzata dal metal prog e dal jazz. Un aspetto, questo, che risulta piuttosto evidente ascoltando l’album: superate, infatti, le prime impressioni date dalla voce lirica della cantante Camille Borrelly e dalle orchestrazioni, ci si può rendere conto di quanto la musica dei Talvienkeli sia invece alquanto complessa, con tracce dalla struttura molto articolata e di stampo progressivo. L’intuizione della band transalpina è stata in effetti quella di far convivere insieme diversi elementi, dando vita ad uno stile alquanto originale. C’è però il rovescio della medaglia: la sensazione, infatti, in alcuni casi, è che ognuno vada un po’ per conto suo, suoni alla sua maniera, con le sue influenze, mentre non risulta del tutto ottimale l’amalgama dei musicisti sia tra di loro che in relazione alla voce, davvero molto bella, ma che talvolta sembra far un po’ fatica a calarsi in un contesto metal, specialmente quando ci sono passaggi con una ritmica più complessa. In tal senso, forse, in qualche misura, la band avrebbe potuto essere meglio aiutata anche in fase di produzione. Un’altra considerazione è legata al fatto che, come dicevamo, la musica è molto più complessa rispetto a quella di tante metal band con voce femminile, ma allo stesso tempo non facilmente accostabile al tipico metal prog, per cui richiede un po’ di pazienza per poter apprezzare in pieno le tracce in tutte le loro sfumature. D’altronde, i Talvienkeli dimostrano che quando vogliono realizzare brani più diretti e che colpiscano sin dai primi ascolti sono pure bravi, dandone prova con una canzone come “Atlas”, davvero squisita con le sue accattivanti melodie, ma risulta davvero deliziosa la voce melodiosa della Borrelly pure nell’incantevole e suggestiva “Raining Moon”. Per contro, tra i brani più complessi, non ci ha invece particolarmente convinto la lunghissima title-track, suddivisa in due parti (di cui curiosamente la seconda è stata inserita come prima traccia nella tracklist), caratterizzata da troppi passaggi lenti con conseguenti accelerazioni, in una sorta di continuo altalenare tra parti delicate e dure, finendo così per dare l’impressione di risultare poco scorrevoli e troppo slegate tra loro, pur in presenza di diversi momenti davvero pregevoli. In conclusione, “Hybris” si rivela però un disco interessante e per certi versi pure sorprendente: magari nel complesso c’è ancora qualcosa da assestare, ma le premesse sono davvero incoraggianti e ci presentano una band dalle buone potenzialità, da seguire con attenzione.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Virgilio    09 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Varang Nord sono un gruppo lettone che si forma nel 2014 dalle ceneri dei Balagury. Il loro esordio è rappresentato da questo mini cd, intitolato “Fire of the north”, composto da sei tracce, per un totale di circa ventuno minuti. La band suona un folk metal abbastanza convenzionale, influenzato soprattutto da gruppi come Amon Amarth e Finntroll, concentrando le liriche su argomenti quali la caccia, battaglie epiche, riferimenti a divinità pagane e altri, tipici di gruppi che s’ispirano alla cultura nordica. I Varang Nord uniscono un sound aggressivo, condotto dal cantato (tutto in russo) estremo e gutturale di Max, con cori epici e con una ricerca di melodie accattivanti, tracciate soprattutto attorno al suono della fisarmonica, strumento molto presente e in qualche modo anche caratterizzante della musica dei Varang Nord. Un esordio tutto sommato valido, benché non presenti neppure nulla di particolarmente originale o memorabile, ma va riconosciuto come la tracklist scorra in maniera abbastanza gradevole, per cui come debutto può anche andar bene così.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Virgilio    08 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

“Circles” è un ep pubblicato dai russi Jointstereo: il sottotitolo al disco, alquanto significativamente è: “The unbegun and unfinished story told by Jointstereo”. In effetti, la storia raccontata da questo “Circles” probabilmente non è stata finita ma non è neppure davvero iniziata. Precisiamo come i Jointstereo si formarono nel 2008 e all’attivo avevano già alcuni demo e single, più un album del 2012. Quando però, con il secondo album, sembra finalmente arrivare l’occasione per farsi conoscere maggiormente all’estero, ecco che praticamente la band si disgrega: durante le registrazioni, quasi tutti, per motivi di cui ignoriamo i dettagli, abbandonano, lasciando solo il duo composto da Arthur Shakhbazian (voce) e Yuri Khartiunov (chitarra), i quali, accantonando l’idea di completare l’album, decidono di realizzare almeno quest’ep. Il disco in questione è composto da quattro tracce, benché la prima sarebbe poi in realtà una sorta di intro alla title-track, posta in coda alla tracklist. Diciamo che, per l’idea che ci siamo fatti, il lavoro è alquanto interessante: parliamo di un rock atmosferico, che riesce a creare un certo mood e che di tanto in tanto indurisce i suoni tendendo al post-metal, ma con ulteriori influenze mutuate ad esempio, tra gli altri, da Anathema e The Ocean e Opeth. La voce calda di Shakhbazian è ben coadiuvata dagli arpeggi e dai riff di Khartiunov, mentre si nota talvolta (soprattutto in un pezzo come “Ouroboros”), l’assenza di un’autentica sezione ritmica, specie nelle parti più dure. Difficile dire dove sarebbero potuti arrivare i Jointstereo con una line-up al completo o con un full-length, né è chiaro come intenda muoversi la band per il prosieguo: in ogni caso, “Circles” riesce ad essere davvero intrigante e affascinante, per cui vale senz’altro la pena cominciare a conoscere i Jointstereo attraverso questo disco.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Virgilio    04 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Soen di Martin Lopez (ex Opeth e Amon Amarth) e Joel Ekelöf (Willowtree) tornano, a distanza di poco più di due anni dalla pubblicazione di “Tellurian”, con il loro terzo album, intitolato “Lykaia”. In line-up non sono poche le modifiche, perché, al di là della conferma di Stefan Stenberg al basso, vengono inseriti Lars Åhlund (organo e tastiere) e Marcus Jidell (Avatarium, ex Royal Hunt e Evergrey) alle chitarre, che si occupa anche di curare la produzione del disco. In realtà, non per questo lo stile dei Soen risulta snaturato, anzi. Diciamo che viene mantenuto un sound fresco e moderno, incentrato sulla batteria di Lopez e sulla voce calda di Ekelöf, che punta a creare un certo mood atmosferico, ma che nei passaggi più duri trasuda un forte groove. La struttura dei brani, peraltro, si mantiene tutto sommato alquanto scarna, essenziale, tanto che gli inserti di Åhlund e Jidell appaiono molto discreti, mai eccessivi o ridondanti. Certo, a conti fatti va pure detto che lo stile rimane sempre debitore di acts quali Tool o A Perfect Circle, con riferimenti evidenti agli Opeth nelle parti più progressive (ma potremmo annoverare tra le influenze, ancora, tra gli altri, Porcupine Tree e Katatonia): del resto, i Soen sono sempre stati additati come un gruppo clone, di scarsa originalità rispetto ai gruppi ora citati. È vero anche però che la band ha dimostrato di crescere disco dopo disco, realizzando di fatto con “Lykaia” un album che riesce a colpire dal punto di vista emotivo, alternando passaggi atmosferici con dure sfuriate metal. Tra gli highlights del disco annoveriamo l’opener “Sectarian” e la conclusiva “God’s Acre”, nonché le bellissime “Sister” e “Stray”, ma ci hanno intrigato parecchio, ad esempio, anche pezzi come “Orison”, “Opal” e “Jinn” (quest’ultima caratterizzata da un intermezzo orientaleggiante e dalla presenza di archi). In conclusione, con “Lykaia” i Soen magari non riescono a sorprendere né fanno gridare al miracolo, però sicuramente hanno saputo realizzare un disco bello ed affascinante, che non va minimamente sottovalutato.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Virgilio    27 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Xandria vengono spesso liquidati sin troppo facilmente come l’ennesima band clone di Nightwish o Epica, eppure hanno saputo a poco a poco ritagliarsi il loro spazio nel tempo con una serie di dischi che testimoniano una continua crescita. Con “Theater of dimensions” giungiamo al loro settimo album, il secondo con la cantante Dianne van Giersbergen, che aveva debuttato in “Sacrificium” del 2014. Il nuovo lavoro appare un disco alquanto vario, in quanto presenta, nei suoi settantaquattro minuti di durata, tracce sicuramente di metal sinfonico, con cori imponenti e interpretazioni liriche della cantante, ma anche canzoni più semplici di metal melodico o dal sapore marcatamente folk. Sotto quest’ultimo profilo, si possono citare ad esempio brani quali “Death to the holy” o la strumentale “Céilì”, mentre vagamente etnica e orientaleggiante è “Burn me”, dove compare in veste di guest Zaher Zorgati dei tunisini Myrath. Non si tratta però dell’unico ospite presente nel disco: ritroviamo, ancora, infatti Björn Strid, che duetta con la van Giersbergen in un pezzo duro e cupo quale “We are murderers (We all)”, mentre Ross Thompson dei Van Canto si rende protagonista nelle belle linee vocali di “Ship of doom”. Straordinario anche Henne Basse (Firewind) nella title-track, una suite di oltre quattordici minuti, caratterizzata peraltro nel finale da uno splendido coro dove diverse linee vocali s’intrecciano, come in diverse canzoni dei Savatage o della Trans-siberian Orchestra. In una tracklist così lunga, ci saremmo aspettati in verità diversi filler, invece effettivamente l’album si mantiene su alti livelli per tutta la sua durata, con cori maestosi, squisiti arrangiamenti orchestrali, l’utilizzo di veri archi ma anche cornamuse e la splendida voce di Dianne van Giersbergen, straordinaria sia quando si cimenta in interpretazioni liriche, sia quando va con la voce leggera. Tra gli highlights del disco, oltre alle tracce citate, meritano ancora una menzione speciale brani come “Call of destiny”, “Forsaken love”, “When the walls came down (Heartache was born)”, ma ci è davvero piaciuta la performance soprattutto della cantante anche in un pezzo lento e teatrale come “Dark night of the soul”. Davvero dunque un ritorno in grande stile questo degli Xandria, i quali, pur inserendosi in un determinato genere senza inventare poi nulla di particolare, hanno saputo però introdurre alcune peculiarità nei loro brani, sfoderando peraltro una maturità espressiva ed una qualità compositiva di altissimo livello e tutto ciò rende “Theater of dimensions” un disco davvero brillante e godibilissimo.

Trovi utile questa opinione? 
31
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Virgilio    14 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Sirenia ripartono con una nuova cantante, dopo l’abbandono di Ailyn e, dopo una norvegese (Henriette Bordvik), una danese (Monika Pedersen) e una spagnola (Ailyn, appunto), pescano ancora una volta da un paese diverso, dato che la nuova singer, Emmanuelle Zoldan, è francese. Per la verità, stavolta la scelta è stata facile ed in un certo senso la soluzione era già in casa, in quanto la Zoldan collaborava con la band ai cori da diversi anni e ora è stata semplicemente promossa a cantante solista. Brava a cantare sia con voce leggera che da soprano, Emmanuelle riesce a coprire così con una certa versatilità le varie esigenze che possono scaturire dallo stile dei Sirenia, alternando appunto diversi registri vocali a seconda dei casi. In generale, poi, ritroviamo i cori imponenti che hanno spesso caratterizzato la musica dei Sirenia (molto belli ad esempio, nella traccia di apertura, “Goddess of the sea”), anche se riscontra un minor utilizzo rispetto al passato, così come sono parecchio ridotte le uscite di Veland con harsh vocals o, più in generale, con cantato estremo. Per contro, ci sono un po’ più clean vocals, per le quali è stato invitato Joakim Næss: in particolare, apprezzabile il suo duetto con la Zoldan in “Veil of Winter”. La band spara subito probabilmente le sue cartucce migliori, dato che i pezzi iniziali sono dei brani molto orecchiabili e coinvolgenti, dotati di refrain accattivanti, in particolare nel caso della title-track. Tutto sommato, la tracklist si mantiene però effettivamente su buoni livelli: la band rimane fedele al suo metal sinfonico (salvo qualche piccola differenza, come abbiamo sopra evidenziato) e tutto scorre magnificamente, senza grosse sorprese, ma neppure senza defaillance o particolari cali d’ispirazione. Anzi, su qualche traccia come “Elusive sun”, “Playing with fire” e “Fifth column”, possiamo apprezzare lo sforzo di realizzare qualche brano un po’ più articolato, con significativi cambi di atmosfera o repentine accelerazioni. Buon disco, che non dovrebbe deludere chi segue già la band nè, più in generale, chi ama il genere.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Virgilio    05 Gennaio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Binary Creed si erano formati verso la fine del 2013 dall’incontro tra Andreas Stoltz (ex Hollow) e Stefan Rådlund (ex M.A.D.) e ne era scaturito un album, “Restitution”, pubblicato l’anno successivo. Adesso, pur con qualche cambio in line-up (in particolare per la sezione ritmica, che ha visto gli innesti di Robert Alenius al basso e di Peter Widding alla batteria), la band ha pubblicato la sua seconda fatica, “A battle won”, un concept-album che si concentra su temi quali la guerra ed il terrore. Lo stile del gruppo svedese è forse un po’ eterogeneo e sicuramente risente di diverse influenze, soprattutto in ambito heavy, power, prog e gothic. Ad ogni modo, i Binary Creed privilegiano soprattutto tipiche sonorità power/prog con qualche tocco modern, tanti riffs e una ritmica alquanto dinamica, sulle quali svetta la voce altissima di Stoltz. Piuttosto variegato anche l’approccio del tastierista Peo Olofsson, il quale si muove tra i classici tappeti e suoni orchestrali, non disdegnando talvolta il timbro del piano o del clavicembalo. Proprio per tutte queste caratteristiche “A battle won” è un disco che si ascolta con piacere, anche perché è sicuramente ben curato e ben interpretato, ma che non riesce a conquistare pienamente, in quanto si ha la sensazione che siano stati inseriti tanti elementi diversi senza che poi se ne siano tratte le dovute conclusioni: così, nel disco sono presenti diversi buoni spunti, qualche idea interessante, ma i brani finiscono per essere piuttosto scontati e soprattutto si fa un po’ fatica a ravvisare un autentico marchio di fabbrica o un reale filo conduttore che leghi la musica, al di là di quanto possano fare i testi. Tra gli episodi migliori, segnaliamo soprattutto “Journey without end” e “In a time to come”, due brani caratterizzati da un buon gusto melodico (per la verità però il refrain del secondo ci ha fatto pensare a certo pop anni ’80), così come niente male sono “Black Storm” e l’irruenta opener “Servants”; di una traccia come “These hands”, invece, abbiamo particolarmente apprezzato il raffinato e ricercato lavoro vocale. Disco onesto, benché visto il background dei suoi autori, ci saremmo aspettati risultati più importanti e, del resto, la sensazione è che, con un piccolissimo sforzo in più, si sarebbe potuto fare senz’altro meglio.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Virgilio    30 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

I Lucid Dream tornano a distanza di tre anni dall’ottimo “The Eleventh Illusion”, presentando il loro terzo full-length, intitolato “Otherworldly”. Si possono subito evidenziare alcuni aspetti che differenziano questo lavoro dal precedente: mentre, infatti, “The Eleventh Illusion” era un disco con diversi brani hard rock ma in generale un po’ più vario e orientato verso il prog, il nuovo album appare invece più omogeneo e tendenzialmente appunto più assestato su sonorità hard rock, mantenendo qualche influenza settantiana (soprattutto da parte dei Rainbow). Mettiamo subito in chiaro che anche “Otherworldly” è un buon disco con belle canzoni, però probabilmente risulta, a conti fatti, meno sorprendente e un po’ più prevedibile rispetto al suo predecessore. Non ci hanno poi particolarmente convinto i suoni della chitarra, poco incisivi (e forse persino talvolta alquanto “zanzarosi”) nelle parti più dure ma neppure abbastanza “settantiani” come dovrebbe essere se ci si volesse rifare apertamente a quelle sonorità: insomma, quasi una via di mezzo che non sempre valorizza adeguatamente l’eccellente performance di Simone Terigi. Al di là di queste osservazioni, “Otherworldly” presenta brani molto validi che confermano come i Lucid Dream sappiano realizzare musica di un certo livello: sorvolando sulla brevissima intro (il cui titolo è costituito da una formula matematica), il disco parte con canzoni molto dirette e coinvolgenti quali “Buried treasure”, “The ring of power” e “Everything dies”. La tracklist vede un piccolo calo d’ispirazione con “The stonehunter” e un’altra breve strumentale quale “A blanket of stars”, per poi ripartire alla grande con “Magnitudes” e “Broken mirror”, traccia che inizia come una ballata per poi andare in crescendo. In chiusura, un’altra strumentale, “The theater of silence”, è stavolta senz’altro più significativa rispetto alle precedenti e viene tra l’altro impreziosita dall’utilizzo di un terzetto di archi. I Lucid Dream dimostrano dunque ancora una volta di possedere grandi qualità, benché, in effetti, dopo “The Eleventh Illusion” ci saremmo aspettati un ulteriore salto di qualità che, a dire il vero, non sembra riscontrarsi in un disco comunque valido quale è “Otherworldly”.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
48 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5
Powered by JReviews

releases

NUOVO SINGOLO BOMBA DEI BOLOGNESI RAIN!!!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un gradito come-back per i Cryonic Temple
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un E.P. per i Blazon Stone nella tradizione del Pirate Metal
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Game Over. Il nuovo E.P. "spacca"!
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Game Over: Il passato (l'anno scorso)
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Game Over: Il passato (tre anni fa)
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

demo

Grit, quando la passione non basta
Valutazione Autore
 
1.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Buon biglietto da visita il secondo demo dei deathsters lombardi Crypt of the Whisper
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Wiking MCMXL - Kopfjagd
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Red Riot: Gioventù in rivolta
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Damnatus - Io odio la vita
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Obscurãtio, un discreto esordio che lascia intravedere buone potenzialità
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla