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Opinione inserita da Virgilio    02 Agosto, 2018
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Il moniker richiama una canzone dei Labyrinth e i New Horizons sono pure toscani (benché provengano da Pisa), ma il genere proposto da questi ultimi è decisamente più orientato verso il prog metal. La band debutta con questo primo album, intitolato “Inner Dislocation”, che rappresenta il risultato di tanti anni di fatiche e varie problematiche, legate, tra le altre cose, anche alla difficoltà di reperire una line-up stabile e di buon livello: alla fine, la band ha tenuto duro e possiamo dire che ne è valsa veramente la pena. “Inner Dislocation” è infatti un autentico gioiellino, un debutto favoloso, con brani molto complessi e articolati, nella classica tradizione prog metal, ispirato a Dream Theater, Symphony X, Circus Maximus, Eldritch, con lunghe divagazioni strumentali in stile Haken, un pizzico di fusion e un buon gusto per le melodie. Molto presenti le tastiere, ad opera di uno straordinario Luca Guidi, ma anche le chitarre fanno il loro bel lavoro, con il duo Nicola Giannini e Giacomo Froli, che si dividono rispettivamente i compiti tra ritmiche e soliste, sorrette da una solida sezione ritmica, a supporto di una voce calda e versatile come quella di Oscar Nini. Un disco dunque di elevato spessore, che si mette in evidenza per la qualità degli arrangiamenti e per la complessità compositiva, come si evince da tracce molto articolate, che si nota essere state costruite con paziente meticolosità, senza però allo stesso tempo perdere in freschezza e naturalezza. Pezzi come le due parti di “Borderlands”, la title-track, “Where is the End” o “The Trail of Shadows”, giusto per citarne alcuni, faranno la gioia di ogni amante del metal prog. È pur vero che la band potrebbe avere ancora qualche margine di miglioramento: ad esempio, riteniamo che potrebbe con il tempo acquisire un pizzico di personalità in più, così come sarebbe auspicabile un’ottimale gestione delle parti strumentali (a volte si ha la sensazione che queste siano eccessivamente dilatate rispetto all’effettiva funzionalità del brano) ma considerando, altresì, che si tratta di un album di debutto, davvero non si poteva pretendere oltre, per cui non esitiamo ad annoverare “Inner Dislocation” tra le migliori uscite del genere di quest’anno.

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Opinione inserita da Virgilio    01 Agosto, 2018
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I Leviathan sono una band di vecchia data, formatasi alla fine degli anni ’80, quindi quasi agli albori del metal prog, che tuttavia non è riuscita nel corso del tempo ad emergere per varie ragioni, legate anche a una line-up parecchio instabile e a problemi con alcune etichette, tanto da giungere allo scioglimento nel 1998. Tuttavia, alcuni anni dopo, l’avvio di una collaborazione nel progetto Braver Since Then tra il chitarrista John Lutzow ed il bassista Derek Blake, gettò le basi per una reunion vera e propria, che si concretizzò nel 2009. Da allora, il moniker dei Leviathan viene portato avanti dal duo Lutzow/Blake: infatti, Trevor Helfer e Ronnie Skeen lasciarono subito dopo la reunion, mentre Jeff Ward registrò gli album “At long last, Progress stopped to follow” del 2011 e “Beholden to Nothing, Braver since then” nel 2014. Adesso, è la volta di “Can’t be seen by looking: Blurring the Lines, Clouding the Truth”: al di là dei titoli, sempre più complicati, si assiste a significativi cambi in line-up, con l’inserimento del cantante brasiliano Rafael Gazal e soprattutto con la collaborazione alla batteria di un mostro sacro come Mark Zonder. Proprio l’ex Fates Warning si rende protagonista di un lavoro come sempre straordinario dietro le pelli, che innalza ulteriormente il tasso tecnico della band. L’album è composto da appena sei tracce, che però sono mediamente tutte di lunga durata, con i picchi rappresentati dall’opener “Life Beyond Meaning” e dalla traccia conclusiva “Lies are the new normal (No Lesser of Evil)”, che sfiorano quasi i tredici minuti di durata. Possiamo considerare il platter in effetti un concept, nel quale le canzoni si basano su argomenti di grande attualità, come la corruzione nella politica, l’inquinamento ambientale o l’aumento della povertà: un modo dunque molto diretto con cui affrontare le problematiche che affliggono il mondo, descritte attraverso delle tracce alquanto complesse sotto il profilo musicale, con brani davvero molto articolati, caratterizzati da trame intricate e tanti cambi, ma con alcuni temi musicali che ricorrono di tanto in tanto nel corso di tutta la tracklist: ad ogni modo, ciò che va maggiormente evidenziato è il fatto che i Leviathan cercano di ottenere una musica che sia in grado di provocare e far riflettere, unita ad una certa qualità compositiva e ad una notevole raffinatezza esecutiva. Un lavoro dunque magari che tutto sommato non riserva grandi sorprese e che non punta ad essere innovativo a tutti i costi, ma che sicuramente è stato realizzato con grande passione e professionalità, giungendo così ad un risultato che certamente incontrerà i favori da parte degli amanti del prog metal.

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Opinione inserita da Virgilio    24 Luglio, 2018
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Vincenzo Avallone, chitarrista e produttore, aveva esordito nel 2015 con il suo primo album solista, intitolato “Escape Velocity”, seguito dal progetto dei Burning in Deception, più orientato verso una sorta di symphonic death. Con “Phantom Singularity”, Avallone ritorna alla sua veste solista, suonando tutti gli strumenti e proponendo un album, a differenza del precedente, quasi interamente strumentale: infatti, solo la title-track registra la presenza di un lead singer, ovvero, anche in questo caso, il cantante brasiliano Ruan C. Elias. Non si tratta, tuttavia, dell’unico ospite, perché diverse altre sono le collaborazioni: Georgia Damigou (impegnata, con Avallone e Elias, anche nei Burning in Deception), infatti, coadiuva l’autore per le orchestrazioni in un paio di brani e poi ci sono una serie di solisti, nella fattispecie Kirill Konayev (chitarra in “Solaris”), John Galanakis (Quadrus, synth in “Supersymmetry”) e Sasha Garcia (chitarra in “Trascendence”). Il disco sembra articolarsi un po’ a sprazzi, nel senso che ci sono lunghe parti atmosferiche (spesso ispirate allo sci-fi o allo space rock), con cori lirici o con parti parlate, inframmezzate da veloci assoli o divagazioni strumentali o, ancora da parti un po’ più aggressive e tendenti al metal. Magari sarebbe un po’ improprio parlare di progressive (salvo qualche eccezione), però possiamo dire che nei brani che compongono “Phantom Singularity” Avallone riesce a mettere tanta carne al fuoco, spaziando tra una certa varietà tematica e interpretativa, tale da far scaturire un continuo susseguirsi di suggestioni ed emozioni. Probabilmente, con una sezione ritmica più brillante e dinamica, il lavoro sarebbe risultato ancora più interessante, così come un maggiore spazio al cantato rispetto alle parti parlate in qualche frangente avrebbe trasmesso più calore e apportato qualcosa in più ai pezzi. Ad ogni modo, “Phantom Singularity” è un album che si lascia ascoltare piacevolmente, non incentrato esclusivamente sulla chitarra, come avviene spesso in questi casi, che merita sicuramente di avere la sua occasione.

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Opinione inserita da Virgilio    21 Giugno, 2018
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Forti di due album ben accolti dalla critica e di una carriera che sta conoscendo un’autentica e significativa parabola crescente, i Khemmis pubblicano il loro terzo full-length, intitolato “Desolation”. Il disco, composto da sei tracce, rappresenta il naturale proseguimento e la perfetta evoluzione di quanto già si poteva ascoltare nel precedente “Hunted”: lo stile della band, infatti, propone una valanga di riff di matrice doom, mescolati ad armonizzazioni di heavy classico, con passaggi talvolta di stampo vagamente epic ed echi di progressive atmosferico. Giusto per rendere l’idea, potremmo descriverli come una sorta di moderno incontro tra Candlemass e Iron Maiden, che i Khemmis riescono a realizzare, introducendo peraltro nelle loro composizioni un tono drammatico, solenne e malinconico. Il loro sound riesce dunque a far viaggiare distante l’ascoltatore, tra atmosfere intrise di fantasy e divagazioni strumentali di grande effetto. La voce, perlopiù in chiaro, lascia spazio però spesso pure a passaggi in growl, contribuendo così a creare un approccio ancora più “cattivo” e sinistro. Le tracce sono mediamente piuttosto lunghe: la più breve, “Isolation”, presenta peraltro un refrain un po’ più orecchiabile rispetto alle altre canzoni, quanto meno già ai primi ascolti e, non a caso, è stato girato anche un video per questo brano. “Bloodletting” è una perfetta opener, in quanto introduce subito nel sound dei Khemmis, ma tra gli highlight dell’album citiamo senz’altro anche “Flesh to Nothing” (con un bel finale acustico) e l’epica “From Ruin”, che sfiora i nove minuti e mezzo di durata. Gran bel disco dunque da parte della band americana, che si conferma tra gli astri nascenti del metal e tra le protagoniste del doom contemporaneo.

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Opinione inserita da Virgilio    18 Giugno, 2018
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Si è parlato in passato di movimenti come il “riot grrl”, una sorta di sottogenere del punk che trattava principalmente tematiche legate alla disparità e all’oppressione femminile. Le Charlotte in Cage hanno avuto l’idea di riprendere grosso modo tali tematiche, che vengono però riproposte in chiave metal, tanto da far definire il loro stile come “riot metal”. In effetti, sono assai variegate le influenze di questa band tutta al femminile, che riesce a trasmettere il proprio messaggio al di là di etichette di sorta, tanto da poter individuare nel proprio sound magari soprattutto influenze alternative metal, ma senza mai rimanere chiusa entro confini di genere, tanto da poter ritrovare altresì venature doom, horror metal, metalcore o persino rockblues e grunge. Riff potenti sono accompagnati da un cantato ora suadente, ora sinistro, con inserti di growl, mentre la ritmica, precisa e dinamica, è spesso carica anche di un certo groove. Un debutto dunque interessante, che vede i propri highlight in canzoni come la title-track, “Yours Faithfully”, “I Hate Myself” e “Dyonisus”. Forse, in verità, poteva essere fatto un leggero sforzo in più inserendo ancora qualche brano, dato che l’album dura appena ventisette minuti. Al di là di questo, le Charlotte in Cage sono riuscite a realizzare un disco abbastanza fresco e vario, nel quale hanno saputo veicolare idee e suggestioni con bravura e disinvoltura, senza mai risultare scontate o banali. Gruppo senz’altro promettente, come inizio non c’è male.

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Opinione inserita da Virgilio    30 Mag, 2018
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Terzo full-length per gli Ephyra, intitolato “The Day of Return”, il quale segue di tre anni “Along the path”. Possiamo subito constatare come il percorso artistico seguito dai lariani li abbia portati ad una crescita esponenziale: se nel primo album, “Journey”, si potevano riscontrare ancora parecchie acerbità, nel secondo disco si poteva constatare come la band fosse già più matura e con uno stile più definito, per quanto ci fosse ancora qualche aspetto da migliorare. Possiamo dire che gli Ephyra hanno davvero fatto tesoro delle precedenti esperienze, realizzando adesso un disco di buon livello, ben interpretato e con diversi spunti interessanti. Il loro stile, ispirato principalmente a band come Ensiferum, Suidakra ed Eluveitie, resta poi di fatto aperto comunque anche a svariate altre influenze, che vanno dal gothic/death al metal sinfonico. Di certo, però, a caratterizzare sempre più il loro sound è la componente folk, che ha assunto un ruolo sempre più importante, con alcune peculiarità, legate in questo caso al fatto di aver utilizzato strumenti tipici della tradizione orientale (specialmente di quella sino-mongola), come il morin khuur o strumenti a percussione. Questi vengono però ben vengono incastonati in un solido contesto ovviamente metal, dove si mettono in evidenza i riff massicci del duo Santoro/Diliberto, insieme ad una sezione ritmica molto dinamica e di grande impatto, costituita dal batterista Tagliabue e dal nuovo bassista Patrick Segatto. Qualche perplessità in passato ci era derivata talvolta dal modo di interagire dei due cantanti: anche sotto questo profilo, tutto funziona adesso alla perfezione, così Francesco Braga riesce ad essere quanto mai convincente nelle sue extreme vocals, mentre Nadia Casali riesce a conferire con la sua voce incantevole un tocco quasi fiabesco che si adatta molto bene alle suggestive atmosfere create dalla band. L’unico brano che ci ha convinti un po’ meno, è “Run through the restless fog” (forse anche per il suo ritornello un po’ troppo lento), ma per il resto la tracklist funziona davvero bene e i brani riescono ad essere interessanti ed affascinanti: una menzione speciale, meritano, tra le altre, la title-track, “Your Sin”, “The Spirit Of The Earth” (anche per il suo bel testo ecologista) e la dirompente “True Blood”. Bel disco, che ci presenta una band ormai nel pieno della propria maturità artistica ed espressiva e che non va fatto assolutamente passare inosservato.

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Opinione inserita da Virgilio    26 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
Top 10 opinionisti  -  

I Follow The Cipher sono una band fondata da Ken Kängström, (noto per alcune sue collaborazioni in passato con Joakim Brodén, con il quale ha firmato alcune canzoni dei Sabaton), che adesso esordiscono con questo loro album omonimo. La band suona un metal melodico molto fresco e moderno, dove si riscontra un massiccio utilizzo di tastiere e dove spicca subito la voce della cantante Linda Toni Grahn, davvero molto versatile e in grado di spaziare tra tonalità altissime, timbri suadenti e ammalianti o, al contrario interpretazioni aggressive o sinistre. Lo stile della band è abbastanza definito e le influenze sono molteplici, andando a prendere qualcosa da tutto il metal scandinavo in particolare, dai Sabaton agli In Flames, dai Nightwish ai Nocturnal Rites, dagli Amaranthe ai Children of Bodom, giusto per citarne alcune. In qualche brano la band si cimenta su sonorità horror metal, che potrebbero far pensare un po’ a King Diamond, ma anche ai nostrani Deathless Legacy: è il caso sicuramente ad esempio dell’opener “Enter the Cipher”, ma in qualche passaggio anche in “A Mind’s Escape”. Proprio quest’ultimo brano è uno di quelli che ci ha colpiti maggiormente, perché probabilmente più degli altri riesce a mostrare e a far convivere le diverse sfaccettature nello stile della band. La tracklist varia comunque nelle sue canzoni, così ci sono ad esempio mid-tempo come “Titan’s Call”, pezzi anthemici come “I revive” o più aggressivi come “Starlight”, cantata per buona parte con extreme vocals: in questa traccia, tra l’altro, si segnala la presenza di diversi guest di prestigio, quali Nils Patrik Johansson (Astral Doors), Johnny Lindkvist (Nocturnal Rites), Ronny Hemlin (Tad Morose) e, ovviamente, Joakim Brodén. A proposito di quest’ultimo, è stata inclusa in chiusura di tracklist una versione di “Carolus Rex”, uno dei più celebri brani dei Sabaton, scritto appunto a suo tempo insieme da Brodèn e Kängström. Diciamo che “Follow the cipher” certamente non è un disco innovativo ma neppure eccessivamente derivativo: semplicemente, presenta tante belle canzoni ed è stato realizzato in maniera assolutamente professionale, per cui di certo può rappresentare un gradevolissimo ascolto, specialmente per chi apprezza e segue il power metal ed il metal melodico.

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Opinione inserita da Virgilio    13 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2018
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Dietro il moniker dei Visionoir si cela Alessandro Sicur, bassista dei Blind Mirror, che ha voluto riprendere un progetto iniziato nel lontano 1998 e che aveva portato alla realizzazione di un demo, intitolato “Through the Inner Gate”. Successivamente, Sicur aveva accantonato i Visionoir, per dedicarsi appunto principalmente ai Blind Mirror, continuando tuttavia a raccogliere idee e a comporre. Il materiale scritto dunque in tanti anni, è andato poi a confluire in questo primo album, intitolato “The Waving Flame of Oblivion”. Il disco è composto da nove tracce strumentali, interamente scritte ed eseguite dallo stesso Sicur, di fatto incentrate soprattutto attorno a tastiere e synth. Visti i lunghi tempi di gestazione del disco, comprendente brani scritti e concepiti a distanza anche di un bel po’ di anni, è facile intuire come questi possano essere piuttosto eterogenei, ma ci sembra di poter dire anche difficili da catalogare. C’è senz’altro una componente prog, qualcosa di art rock, di rock atmosferico, qualche venatura gothic, qualche incursione nello space rock (come nel caso di “Shadowplay”), qualche riff metal, poco o nulla di avantgarde: in verità, si fa fatica a trovare una definizione per il genere proposto, non tanto perché si tratti di qualcosa di straordinariamente innovativo, ma probabilmente proprio per le modalità (a cui facevamo accenno sopra) con cui il disco è stato concepito e scritto. “The Waving Flame of Oblivion” è un po’ come un continuo ed intenso fluire di emozioni, che sono state raccolte nel tempo e cristallizzate, poi in qualche modo rielaborate, dando forma a determinate idee e visioni musicali dell’autore. Non possiamo dire che ne sia risultato un disco di facile ascolto o adatto a chiunque, anche perché proprio per la sua eterogeneità non è facile che incontri gli stessi gusti e gli stessi favori da parte dell’ascoltatore per tutta la sua durata: merita però di avere un approccio, un tentativo di aggancio verso il percorso sonoro tracciato dall’autore. Da parte nostra, non ci ha convinto particolarmente la scelta di inserire delle lunghe parti recitate: in ben quattro brani, infatti, sono stati inclusi testi di poeti e scrittori come Ezra Pound, Antonin Artaud, Dylan Thomas e T.S. Eliot (peraltro con le autentiche registrazioni delle loro voci), ma questi non sembrano funzionare sempre bene, finendo per essere un sottofondo piuttosto monotono e in una certa misura anche preponderante, che fa perdere di vista l’aspetto musicale e fa venire meno quell’impianto emotivo ed atmosferico che altrove sembra invece funzionare decisamente meglio. In tal senso, sarebbe stato piuttosto a nostro avviso preferibile inserire delle parti cantate, che avrebbero potuto invece “incastrarsi” più facilmente con l’aspetto prettamente musicale. Non sappiamo se il progetto avrà un seguito ma possiamo ipotizzare che, se così sarà, si tratterà di un lavoro più strutturato, con una dimensione stilistica meglio definita. Al momento, resta il fatto che “The Waving Flame of Oblivion” è un disco molto sui generis, al quale vale la pena però di accostarsi e dare una chance.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Mag, 2018
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La storia dei Saber Tiger è ormai alquanto lunga, se si pensa che la band giapponese è stata fondata nel 1981. Un arco di tempo non indifferente e una discografia davvero copiosa non sono stati però probabilmente sufficienti al gruppo nipponico perché potesse sfondare realmente al di fuori della propria patria e la riprova è che questo loro ultimo full-length, intitolato “Bystander Effect”, era stato pubblicato addirittura già nel 2015 e solo adesso è stata resa disponibile una versione internazionale, che peraltro non può considerarsi una semplice ristampa rispetto a quella rilasciata in Giappone. Infatti, quattro brani sono stati ri-registrati con il cantato in inglese e in più sono state inserite altre quattro tracce: si tratta della strumentale acustica “Ship of Theseus”, di una nuova versione del brano “First Class Fool” e della versione demo di due brani, “Sin Eater” e “What I Used to Be”. Lo stile dei Saber Tiger si fonda su riff decisi, assoli di stampo chiaramente neoclassico e una buona dose di melodie nei refrain: potremmo descrivere “Bystander Effect” come una sorte di power/prog, con la band che oscilla tra un power diretto alla Grave Digger (peraltro la voce roca del cantante Takenori Shimoyama potrebbe far pensare a quella di Chris Boltendahl) e passaggi più complessi, con venature prog, alla Symphony X, nei quali, peraltro, è giusto far notare come qualsiasi virtuosismo chitarristico venga posto al servizio dei brani e non risulti mai fine a sé stesso. Tracce come “Dying Breed”, “One Last Time”, “Afterglow” o l’emozionante “An Endless End – Another Time” sono tra i migliori biglietti da visita per “Bystander Effect”, dimostrando come i Saber Tiger abbiano saputo creare dunque un buon mix, magari non particolarmente originale o significativo, ma che la band ha saputo fare proprio, risultando assolutamente credibile nella propria proposta.

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Opinione inserita da Virgilio    06 Mag, 2018
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“Beholder” è il titolo scelto dagli Ypnos (da non confondere ovviamente con i quasi omonimi Hypnos) per il loro album di debutto. La band bolognese suona essenzialmente un metal prog ispirato soprattutto ai Dream Theater, che sono certamente tra le principali influenze del gruppo, per quanto vada pure riconosciuto come gli Ypnos abbiano compiuto un notevole sforzo a livello compositivo, mostrando, da bravi progsters, anche una certa predilezione verso suite e pezzi di lunga durata. L’album è composto dunque da due brani autonomi (“Arachnophobia” e “Northern Star”), più la prima parte di una suite (“The Circle”), mentre nel resto della tracklist trova spazio “Tyranny” (che poi nel titolo richiama anche un celebre album degli Shadow Gallery), una lunga suite suddivisa in sette parti (peraltro, alcuni titoli sono suddivisi a loro volta in altre sottoparti). Insomma, un’opera alquanto complessa ed impegnativa, che gli Ypnos conducono con una maestria e una perizia che difficilmente si possono ritrovare in un album di debutto. Nell’arco di tutto questo lavoro, peraltro, la band riesce a trovare un equilibrio ottimale tra melodie, virtuosismi e parti più aggressive, conducendo dunque l’ascoltatore in un viaggio sonoro ricco, fantasioso e affatto banale. Certo, uno stile meno derivativo consentirebbe magari alla band di mettersi maggiormente in evidenza ed essere meglio valorizzata: in tal senso, ci sembra che proprio l’ultima traccia, “The Circle”, che dovrebbe rappresentare la prima parte di una nuova suite, faccia ascoltare uno stile un po’ più personale e questo suscita in noi sincera curiosità per quelli che potrebbero essere i prossimi sviluppi stilistici degli Ypnos. Al di là di questo, già per quello che possiamo ascoltare in “Beholder” la band risulta alquanto interessante, per cui questo loro lavoro merita di avere la sua chance, soprattutto da parte di chi ama e segue il metal prog.

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