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Opinione inserita da Virgilio    11 Gennaio, 2019
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I Forlorn Seas nascono nel 2015 e, dopo aver realizzato un demo e un singolo, giunge per loro il momento (sempre tanto agognato per una band) di pubblicare il primo full-length. Il lavoro in questione s’intitola “Exodus” ed è stato preceduto dai due singoli “Thirst” e “The Kingdom Below”: in verità, l’album non è poi particolarmente lungo, visto che comprende sette tracce per appena trentacinque minuti circa di durata. A tal riguardo, immaginiamo che la band possa aver preferito mantenere una certa omogeneità e un certo standard nella tracklist, a scapito magari di qualche traccia in più che possibilmente non avrebbe aggiunto più di tanto. Il loro stile si articola tra autentiche trame progressive, con cambi tematici e ritmiche complesse, con intermezzi atmosferici/ambient che fanno pensare tanto ai TesseracT, per quanto il cantato sia invece estremo, ricalcando stilemi più vicini al metalcore. La proposta musicale dei Forlorn Seas attinge dunque da diverse influenze, che vengono fatte confluire in un mix stilistico ben preciso e definito. A metà della tracklist troviamo “Crestfallen”, una strumentale pianistica, ma per il resto la band si muove sulle coordinate stilistiche che abbiamo descritto, con buoni risultati. Il gruppo patavino, peraltro, procede bene in questa direzione, evitando facili o edulcorate melodie e al massimo nei due singoli sopra citati si sforza di essere leggermente più diretto: d’altronde, giustamente, i singoli servono proprio ad attirare subito l’attenzione dell’ascoltatore ed in questo riteniamo che, soprattutto “The Kingdom Below”, sia riuscito a colpire nel segno. Buon esordio, dunque, che ci presenta una band già alquanto matura e con le idee chiare circa il proprio percorso stilistico.

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Opinione inserita da Virgilio    07 Gennaio, 2019
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Con la ristampa di "The Book of Burning" e "Hymns to Victory", i Virgin Steele osano qualcosa che probabilmente mai nessuno prima d'ora aveva tentato: la band, infatti, non si è limitata ad inserire qualche bonus track (in effetti quelle ci sono pure), come avviene di solito in questi casi, per invogliare l'acquisto di queste riedizioni, ma ha addirittura integrato i due dischi con ben tre cd di inediti, formando così una raccolta di cinque cd, intitolata "Seven devils moonshine"! La composizione del nuovo materiale è molto variegata: due cd, sono stati intitolati "Ghost Harvest (The Spectral Vintage Sessions)", rispettivamente "Vintage 1 - Black Wine for Mourning" e "Vintage 2 - Red Wine for Warning", mentre il terzo è stato intitolato "Gothic Voodoo Anthems". In realtà, la differenza non è poi così netta, ma un aspetto che è molto importante evidenziare è che questo non può essere considerato come un nuovo album dei Virgin Steele a tutti gli effetti. Sarebbe un grave errore considerarlo tale, proprio perchè non tutto il materiale è omogeneo e in verità non si può dire che tutto sia realmente esaltante, salvo considerare qualche traccia come una sorta di divertissement. Ed in effetti, ritroviamo alcune canzoni scritte apposta per questa raccolta, alcuni out-take inediti, versioni differenti di brani già pubblicati in passato, tantissime cover, anche parecchio coraggiose, dato che si va a spaziare tra tantissimi pezzi vintage (da qui il titolo) a roba più recente degli anni '80, talvolta coinvolgendo tutta la band, spesso invece con interpretazioni del solo DeFeis con voce e piano. Obiettivamente, sooprattutto nel terzo disco, qualche brano, in tal senso, non aggiunge poi tantissimo a quanto proposto, però obiettivamente c'è tantissimo materiale e ci sono anche parecchie perle che meritano di essere evidenziate. Il primo disco è composto principalmente da inediti, alcuni anche piuttosto lunghi e, in generale, neanche niente male: citiamo in modo particolare "Seven Dead Within", "Hearts on Fire", la rockeggiante "Child of the Morning Star", "Feral" e la melodica "Princess Amy". A parte una versione orchestrale di "Bonedust" (brano originariamente incluso in "Visions of Eden"), c'è spazio anche per le prime cover, come una sorprendente "Wicked Game" (di Chris Isaak) e "Little Wing" di Jimi Hendrix. Il secondo cd si apre con una versione piano e voce di "The Evil in her Eyes" (dal capolavoro "Noble Savage"): anche qui ci sono alcuni inediti, ma perlopiù si tratta di brevi temi o di canzoni che richiamano a loro volta temi in qualche modo utilizzati in altri brani. Maggiore invece la presenza di cover o omaggi ad artisti del passato, come "Feelin' Alright" (Traffic), "Sister Moon" (Sting), addirittura la celebre "Summertime", "Rock Steady" (Bad Company), "Nutshell" (Alice in Chains), Jesus just left Chicago" (ZZ Top) e il trittico dei Doors composto da "Soul Kitchen", "When the music's over" e "Crawling King Snake". In chiusura, troviamo due belle versioni acustiche di "Twilight of the gods" e "Transfiguration", entrambe tratte da "The Marriage of Heaven and Hell Pt. 2". Nel terzo cd, pochissimi gli inediti, anzi troviamo subito una serie di versioni orchestrali di diversi brani della band. Tantissime invece le cover: un trittico dei Mother Love composto da "Bone China", "Chloe Dancin'" e "Gentle Groove"; inoltre, "The Enchanter" (Robert Plant), "No Quarter" (Led Zeppelin) e due blues come "Death letter blues" e "Spoonful". Insomma, l'ascolto di "Seven devils moonshine" può essere difficile, dato che parliamo di circa quattro ore di musica (escludendo le due ristampe), però è certamente molto variegato e ci offre diversi aspetti dei Virgin Steele, anche alquanto diversi rispetto a come siamo abituati a conoscerli. Possiamo quindi considerare questa raccolta come un'immensa offerta di materiale bonus, che acquista un certo interesse a questo punto anche al di là delle ristampe in sè, rappresentando un succulento intrattenimento, in attesa di quello che sarà il prossimo album di DeFeis e compagni.

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Opinione inserita da Virgilio    20 Dicembre, 2018
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Yarn Of the Wicked è il moniker di un nuovo progetto, che in questo debutto si ispira in modo particolare ad Anne de Boissy e Lore Fournier, personaggi principali di un film di Joël Séria del 1971, dal titolo "Mais ne nous délivrez pas du mal" (ovvero "Ma non liberarci dal male"), con delle liriche perlopiù ispirate alla poesia di Baudelaire, la cui lettura affascinava le due protagoniste. Benchè nella line-up vengano indicati diversi membri, se abbiamo ben interpretato, in realtà dovrebbero fare tutti capo alla figura di un unico musicista, Evil, affiancato per le parti vocali da Yankes dei Misanthropic Rage. L'ep, composto da cinque tracce, per una durata di circa venticinque minuti, si articola passando dalla solita intro, per entrare nel vivo con la seconda traccia, intitolata "The Sadness Of The Moon (Tristesses de la Lune)", a nostro parere la più interessante del disco, perchè riesce a far convivere sonorità da film horror settantiane con un prog rock tipico di quegli anni, con risultati davvero apprezzabili. Nelle successive tracce, invece, la band, pur mantenendo un certo mood e puntando molto sull'aspetto atmosferico, legato, come precisato, alle scene del film e alla poesia di Baudelaire, tende tuttavia a focalizzarsi su una serie di riff e ostinati ritmici, con poca varietà all'interno dei brani, dando così il senso di qualcosa che si sviluppa in maniera ossessiva, esprimendo una sensazione di angoscia, che però allo stesso tempo appesantisce un po' le tracce, specialmente quando il minutaggio comincia a dilatarsi sensibilmente, ovvero in occasione degli ultimi due brani. Ci sono dunque alcuni aspetti interessanti in questo ep di debutto degli Yarn of the Wicked, ma riteniamo che le cose migliori si possano ascoltare quando sia più accentuata la componente prog del loro sound e, in tal senso, in generale, quest'ultima poteva meglio essere curata. Vedremo come si evolveranno dunque le cose nel futuro di questo progetto, che al momento ci ha convinti solo in parte, ma che possiede certamente grandi potenzialità.

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Opinione inserita da Virgilio    19 Dicembre, 2018
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Appena pochi mesi fa avevamo recensito “Bystander Effect”, un album che i nipponici Saber Tiger avevano originariamente pubblicato nel 2015, ma per il quale solo quest’anno era stata pubblicata una versione internazionale (peraltro con qualche differenza rispetto a quella originale). “Obscure Diversity” è invece il titolo del loro nuovo full-length, il primo al quale ha contribuito come membro ufficiale anche il bassista Hibiki. Rispetto al suo predecessore, il cui sound oscillava tra un power molto diretto ed un power/prog un po’ più complesso, la band sembra voler accentuare questo secondo aspetto. Inoltre, sembra più esaltato un approccio virtuosistico dal punto di vista strumentale, con una sezione ritmica molto tecnica e potente e un lavoro chitarristico, dalle influenze neoclassiche, davvero notevole. Per contro, la voce del cantante Takenori Shimoyama, sempre molto appassionata e grintosa, non ci è sembrata tuttavia a proprio agio in qualcuno dei pezzi più duri e aggressivi. Ad ogni modo, “Obscure Diversity” è caratterizzato dunque da un sound che riesce ad essere potente e tecnico, nel quale si possono ritrovare brani veloci e decisi come “The Crowbar Case” e “Permanent Rage”, accanto ad altri più tendenti al prog come “Distant Signals” o “Divide to Deny”. Non mancano neppure tracce più atmosferiche, come il mid-tempo di “The Shade of Holy Light” o “The Forever Throne” (proposta anche in una versione alternativa, eseguita solo con voce e chitarra acustica). “Obscure Diversity” ci presenta dunque una band che riesce ad adattare il proprio sound alle proprie attuali vocazioni stilistiche, ottenendo un disco gradevole, realizzato con esperienza e professionalità. A margine, segnaliamo, altresì, come il mixing ed il mastering siano stati curati da Simone Mularoni, in questo campo ormai una garanzia assoluta.

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Opinione inserita da Virgilio    18 Dicembre, 2018
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I Moonspell si sono imbarcati in un’impresa a dir poco titanica quando hanno deciso di realizzare questo dvd, intitolato “Lisboa under the Spell”. Infatti, la band portoghese ha voluto riproporre dal vivo per intero due tra i suoi primi e più apprezzati album, vale a dire “Wolfheart” e “Irreligious”, originariamente pubblicati rispettivamente nel 1995 e nel 1996, nonché il più recente “Extinct” del 2015. Il problema è però che il concerto si è svolto nell’ambito della stessa serata (esattamente il 4 febbraio del 2017), diventando così un autentico tour de force sia per la band che per il pubblico, che alla fine ci ha dato l’impressione di essere soddisfatto ma stremato. Difficile, d’altronde, non rimanere entusiasti di fronte a questa monumentale prova della band, che si è cimentata in un’impresa a dir poco ardua ma al contempo anche indubbiamente affascinante. Il dvd si apre con una sorta di documentario: i vari membri della band sono stati dotati di piccole telecamere con cui hanno ripreso praticamente tutta la loro giornata fino agli istanti antecedenti il concerto. Il film, per la verità, lascia un po’ il tempo che trova e probabilmente offre scorci di vita quotidiana che non ci sono sembrati in verità di grande interesse. Ben altro discorso può farsi quando comincia il concerto con “Wolfheart”: la band cura ogni particolare di fronte a circa quattromila fan in grande attesa, che esplodono di gioia quando attacca “Wolfshade”. Compaiono sulla scena le due coriste, le Crystal Mountains Singers, con abiti pittoreschi e copricapi cornuti e la setlist prosegue con grande energia ed entusiasmo. Le note della strumentale “Lua d’inverno”, introducono il duo composto da “Trebaruna” e “Ataegina”, dove si avvertono più forti gli elementi folk che caratterizzavano il sound dei Moonspell di quegli anni. Segue “Vampiria”, nella quale il singer Fernando Ribeiro entra tutto ammantato, per poi passare a “An erotic alchemy” e chiudere alla grande con la celebre “Alma Mater”. C’è a questo punto una pausa, durante la quale il pubblico viene intrattenuto dai Cornalusa, dei quali vengono riproposti alcuni brevi spezzoni. La band torna invece sul palco per riproporre “Irreligious”: si parte così con “Opium” e si prosegue passando anche per brani che molto raramente vengono suonati dal vivo, come nel caso di “A poisoned gift”. A seguire, “Raven Claws” vede Ribeiro duettare con Mariangela Demurtas (cantante dei Tristania e moglie del chitarrista Ricardo Amorim), ma la cantante italiana tornerà con le coriste anche nel gran finale di “Full Moon Madness”. Poco prima, in occasione di “Herr Spiegelmann”, Ribeiro si era presentato sul palco con un vestito luccicante, che sparvaa luci dalle nocche delle mani. Più dark le atmosfere per l’album “Extinct”, anzi durante la title-track compare sul palco una conturbante Carolina Torres, con cappello da poliziotta e benda da pirata, che “minaccia” i membri della band con una spada. Lo show prosegue e in occasione di “Funeral bloom”, Ribeiro indossa una sorta di lunga stola rossa ed un cappello. Arrivati a “Future is dark”, è quasi una liberazione per la band: tutto è filato liscio, magari la performance non è stata sempre impeccabile, però per un concerto di questa portata non si poteva pretendere la perfezione. Non finisce però ancora qui, perché le immagini proseguono con Ribeiro che dopo tanto calore ed esaltazione in mezzo questo bagno di folla, si ritrova a fine serata in solitudine, evidenziando un grande senso di vuoto. Insomma, ci verrebbe da osservare che se uno è un pessimista cosmico, non c’è successo che regga ma, in fondo, se i Moonspell non fossero un po’ così, probabilmente neanche la loro grande musica sarebbe la stessa. Un dvd dunque monumentale, senz’altro imprescindibile per i fan del gruppo portoghese.

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Opinione inserita da Virgilio    07 Dicembre, 2018
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I Fall sono una band texana formatasi nel 2010, che ha all’attivo un demo e soprattutto un full-length, “The Insatiable Weakness”, pubblicato nel 2016. Adesso il gruppo torna sul mercato discografico con un ep composto da quattro tracce, per una durata complessiva di circa venticinque minuti. Pur trattandosi di una band americana, lo stile è pesantemente influenzato dalla scena scandinava: potremmo citare tra le loro principali fonti d’ispirazione soprattutto Soilwork e Opeth, anche se poi in effetti per qualche sfumatura del cantato o delle chitarre ogni tanto ci hanno fatto pensare per qualche istante a Tool o A Perfect Circle. Fondamentalmente, però, la band suona un prog/melodic death, perché i brani spesso si sviluppano attorno ad autentiche trame progressive, con cambi tematici e cantato in chiaro, per poi inserire però anche autentiche sfuriate all’insegna del melodic death di stampo svedese, con il cantato che ovviamente in questi casi diventa estremo. Le tracce sono dunque mediamente piuttosto lunghe (addirittura “Longing Spirits” supera gli otto minuti) e i Fall dimostrano di saper alternare sapientemente passaggi aggressivi con altri più atmosferici oppure inserendo qualche divagazione strumentale. Insomma, non possiamo dire che questi quattro musicisti inventino nulla di nuovo, però hanno saputo creare quattro tracce molto ben articolate e con diverse idee apprezzabili. Un buon disco, dunque, che certo non ci spinge al punto di accostare i Fall ai migliori Opeth, ma che merita sicuramente di avere la sua chance.

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Opinione inserita da Virgilio    20 Novembre, 2018
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La Bottega del Tempo a Vapore aveva esordito un paio di anni fa con l’album “Il Guerriero Errante”: adesso la band beneventana ritorna con un nuovo full-length, intitolato “Viaggi inVersi”. Nel frattempo, la line-up ha subito consistenti cambiamenti, perché attorno al trio composto Alessandro Zeoli (chitarra), Angelo Santo (voce) e Gabriele Beatrice (batteria), che si sono avvalsi ancora una volta dei bellissimi testi scritti da Alfredo Martinelli c’è stata quasi una piccola rivoluzione: infatti, è rimasto un solo chitarrista, non c’è più neppure Angelo D’Amelio, che offriva interessanti soluzioni suonando sia tastiere che sax, ora sostituito, almeno alle tastiere, da Giuseppe Sarno e anche il bassista è cambiato con l’innesto di Luca Iorio. Nonostante ciò, rispetto al disco di debutto, del quale questo nuovo lavoro rappresenta il seguito, anche a livello concettuale, la sensazione è di trovarci di fronte ad una band decisamente più matura. Se, infatti, nell’esordio, lo stile, soprattutto nelle parti metal, appariva ancora piuttosto derivativo, adesso appare decisamente meglio definito e più personale. Inoltre, la band riesce a far confluire nel proprio sound influenze di prog rock settantiano, insieme ad un cantato in italiano, rendendo così la propria proposta alquanto particolare. Anche a livello di songwriting, i ragazzi de La Bottega, osano non poco: basti pensare che una traccia come “Dama di spade” ha una durata di ben venticinque minuti, nei quali la band si cimenta in una complessa suite, un’autentica perla, ricca di cambi tematici, tra belle melodie ed efficaci intermezzi, suadenti e carichi di feeling. Particolare, a livello vocale, la seconda parte di “Tempo inverso”, che si divide tra una parte recitata e seconde voci che di fatto costituiscono la parte cantata; in generale, poi, assai efficaci sono anche le diverse parti strumentali, nella migliore tradizione prog, peraltro spesso arricchite da pregevoli assoli di chitarra o di tastiere. Nel complesso, “Viaggi inVersi” è un disco forse leggermente meno vario e imprevedibile rispetto a “Il guerriero errante” però, in compenso, la band ha saputo compiere il salto di qualità che avevamo a suo tempo auspicato, realizzando un album di grande livello, molto intenso e in grado di incantare ed emozionare.

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Opinione inserita da Virgilio    15 Novembre, 2018
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Le streghe sono tornate! Dopo il debut album omonimo dell’anno scorso, questo gruppo svizzero interamente al femminile ha attirato le attenzioni della Nuclear Blast, che presenta ora il secondo full-length, intitolato “Hexenhammer”. Si tratta di un disco ispirato concettualmente al “Malleus maleficarum” (in tedesco, appunto, “Hexenhammer”), un testo del XV secolo, scritto da due padri domenicani e finalizzato alla repressione di stregonerie ed eresie. Lo stile proposto è un heavy molto classico, ispirato soprattutto a band come Judas Priest e Accept, nel quale si mettono in evidenza però una lead guitar virtuosa e la voce della cantante Seraina, spesso graffiata e cattiva, ma capace anche di cantare in maniera pulita e di spiccare il volo con acuti altissimi. Scorrendo la tracklist, superata l’intro “The Witch Circle”, colpisce subito “Executed”, con il suo avvio decisamente priestiano, per quanto poi nel prosieguo cambi un po’. Non eccezionale “Lords of War”, mentre decisamente più incisiva è la successiva “Open Your Mind”. C’è a questo punto uno stacco deciso con la ballata “Don’t Cry my Tears”, che forse arriva un po’ presto nella tracklist, ma che ad ogni modo non si rivela essere nulla di particolare. Niente male invece “Maiden of Steel” e la più cadenzata “Dead Ender” (quest’ultima preceduta dalla breve intro “Dungeon of Infamy”), ma l’apice del disco è rappresentato certamente dalla bellissima title-track. Esprimono bene tutto il carattere sinistro degli argomenti trattati le successive “Possession” e “Maneater”, mentre il finale è affidato ad una cover della celeberrima “Holy Diver” di Dio, tutto sommato riproposta in maniera piuttosto pedissequa, quasi anonima, salvo che per l’assolo di chitarra. A conti fatti, le Burning Witches non propongono nulla di particolarmente originale, però il loro è un heavy genuino, ben suonato e con diverse belle canzoni, perciò per chi ama il genere e non le conoscesse ancora, possono rappresentare una piacevole scoperta.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Novembre, 2018
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Registrato nella suggestiva cornice del Red Rocks Amphitheatre, in Colorado e con una copertina di Travis Smith che richiama palesemente quella di “In Rock” dei Deep Purple (in tal senso, si ricorderanno anche i richiami alla band britannica nella copertina del live alla Royal Albert Hall), “Garden of the Titans” è il titolo scelto dagli Opeth per questo loro live album, con il quale viene immortalato un loro concerto durante il tour di supporto a “Sorceress”, per il quale è stata pubblicata anche una versione in dvd. Com’era facile immaginare, viene dato più spazio all’ultimo album, del quale vengono proposti tre brani, ovvero la title-track, che apre il concerto, più “The Wilde Flowers” ed “Era”. Per quanto, com’è noto, gli Opeth negli ultimi anni abbiano un po’ mutato pelle e attitudine con la loro musica, per la gioia dei suoi fan, Åkerfeldt almeno dal vivo non abbandona del tutto i suoi pezzi più datati e così, oltre all’immancabile “Deliverance”, ritroviamo brani come “Demon of the Fall” o “Ghost of Perdition”, insieme alla malinconica “In My Time of Need”, canzone tratta da “Damnation”, alla quale anche il pubblico presta il proprio contributo, cantando in coro un’ampia parte del brano. Certo, onestamente avremmo gradito qualcosa in più in tal senso ed è un peccato che non venga minimamente preso in considerazione un album leggendario come “Blackwater Park”. Ad ogni modo, la band suona in modo impeccabile e riesce a tessere trame intriganti e suggestive, che non mancano di incantare il pubblico. Come di consueto, inoltre, Åkerfeldt parla parecchio tra un brano e l’altro, magari scherzando o anche per spiegare o introdurre il pezzo successivo: la sensazione è che, al di là di tutto, gli Opeth abbiano saputo mantenere una certa continuità tra il passato ed il presente che, quando viene evidenziata, riesce a far emergere momenti di grande intensità, facendone apprezzare le migliori qualità, che li hanno resi grandi in tutti questi anni. Un ottimo concerto, magari non il migliore o quello definitivo, ma che riesce ad immortalare in maniera alquanto convincente quelli che sono gli Opeth di oggi.

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Opinione inserita da Virgilio    10 Novembre, 2018
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Siamo in un periodo di revival di vecchie glorie del metal e poco dopo la pubblicazione del nuovo album degli Heir Apparent, è la volta di un’altra storica band americana, ovvero i Fifth Angel. Autori negli anni ’80 di due grandi dischi, l’omonimo del 1986 e “Time Will Tell”, pubblicano ora un nuovo full-length a distanza di ben ventinove anni da quest’ultimo. Le premesse per un loro ritorno erano state poste in occasione di una loro partecipazione al festival tedesco Keep It True del 2010. La line-up attuale è una versione ridotta di quella di “Time Will Tell”, dato che non ha partecipato alla realizzazione del nuovo album Ed Archer (che però in seguito si è riunito pure ai suoi vecchi compagni), ma neppure il vecchio cantante Ted Pilot, che ormai da diversi anni fa il dentista e non era ormai in condizioni di ricoprire tale ruolo dietro ai microfoni. Al suo posto si è cimentato invece il chitarrista Kendall Bechtel, il quale se la cava niente male, oltre ad aver svolto un ottimo lavoro con la sua sei corde. Il titolo dell’album allude, con un palese doppio senso, al Terzo Segreto di Fatima, al quale sono ispirati alcuni brani, oltre al fatto di essere il terzo full-length della loro discografia. In effetti, si riscontra una certa continuità con le vecchie produzioni della band, che propone dei brani di chiara ispirazione ottantiana. Dobbiamo dire che non ci aspettavamo nulla di rivoluzionario né chissà quale innovazione, però va pure detto che sono passati tre decenni e di musica nel frattempo ne è stata pubblicata ovviamente parecchia: con questo intendiamo dire che i Fifth Angel di oggi presentano cioè un disco di solido heavy ottantiano, ma che a dire il vero non aggiunge poi granchè alle tante uscite del genere. Una certa attenzione nei confronti di “Third Secret” è giustificata, dato che è stato rispolverato un moniker di un certo rilievo, ma se così non fosse non potremmo considerarlo un disco assolutamente imprescindibile, anzi ascoltando qualche brano si ha spesso la classica sensazione del “già sentito”. L’opener “Stars Are Falling” è una bella cavalcata e non è niente male neppure la successiva “We Will Rise”. Echi dei Dio si possono ritrovare in “Queen Of Thieves” e molto bella è pure la title-track. La band dà però probabilmente il meglio di sé nei due mid-tempo, “Fatima” e soprattutto “Can You Hear Me”, nei quali riesce davvero a creare un’atmosfera quasi magica, di grande impatto emotivo. A parte lo splendido lavoro chitarristico di Bechtel, di ispirazione neoclassica, non c’è molto altro da evidenziare nel resto della tracklist, che si chiude con due tracce molto veloci, “Shame On You” (praticamente un brano power) e “Hearts of Stone”. Ad ogni modo, quale che siano le impressioni riguardo il disco, la pubblicazione di “The Third Secret” è già di per sé un piccolo evento e per chi ama l’heavy classico l’ascolto è quasi obbligatorio.

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