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Opinione scritta da Mark Angel

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Opinione inserita da Mark Angel    02 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Provenienti dalla Westphalia del Nord, più precisamente dalla città di Colonia, i Mortal Peril sono un quartetto di Thrash Metal vecchio stampo giunti dopo sei anni di carriera al secondo full-length.
Esistenti infatti sin dal 2010, due anni dopo hanno dato alle stampe l’Ep d’esordio “Of Black Days and Cruel Alliances” salvo sfornare nel 2015 il debutto sulla lunga distanza “Walking on Hellish Trails”; con qualche mese di ritardo mi accingo a recensire questo “The Legacy of War” senza troppe aspettative dato il marasma del revival Thrash.
Tuttavia già dai primi secondi della efficace opener “Generation Hate” tiro un respiro di sollievo: un drumming forsennato ed un riffing di chiara matrice Teutonica mi assalgono senza disdegnare alcuni fraseggi melodici delle chitarre, decisamente un ottimo assaggio di quello che sarà il disco in questione.
L’impressione positiva viene confermata dalla successiva “Gladiator”, un Thrash Metal ordinario arricchito però dall’ottimo gusto melodico dei chitarristi e da un ritornello efficace che si insinua rapidamente nella mente dell’ascoltatore.
La terza “Psychotic” pur senza impressionare troppo, presenta alcuni spunti tecnici più accentuati nonché dei passaggi chitarristici complessi di chiara derivazione dei Metallica di fine anni ’80; la vera sorpresa arriva con “Air Attack (When Death Flies SIlent)” a mio avviso la miglior canzone presente sul disco: ad un attacco al fulmicotone seguono degli intrecci melodici davvero superbi che mi hanno portato alla mente i Kreator di “Outcast” ed “Endorama”, un brano del genere può tranquillamente considerarsi il cavallo di battaglia dei Mortal Peril.
Le successive quattro canzoni sono leggermente sottotono anche se l’approccio più ragionato di un brano come “Creeping Apocalypse” ha le potenzialità per portare molti fan alla corte della compagine germanica.
Gli ingredienti sono sempre gli stessi in tutto il disco: un efficace mix di Exodus, Kreator, Metallica, ma soprattutto Sodom del grezzissimo e sottovalutato “Better Off Dead”, la stessa “Machete” potrebbe benissimo essere contenuto in un qualsiasi disco di Tom Angelripper & company.
Un punto di similitudine con il disco citato è la registrazione Old School senza fronzoli e l’attitudine estremamente live di questo album, la band infatti non nasconde il fatto che il disco sia stato registrato in maniera analogica e non digitale come si usa in questi anni; forse la potenza del drumming ed il suono del rullante ne risentono, ma il fascino della produzione Old Style allontana qualsiasi pericolo di “artificialità” che inquina il 90% delle uscite del Revival Thrash degli ultimi anni.
Questo sorprendente disco si conclude con la title track, un brano inizialmente più melodico rispetto agli altri ma che lentamente si trasforma in un assalto frontale all’arma bianca; anche qui il mirino è stato centrato ed il quartetto di Colonia ancora una volta può sfoggiare un ottimo ritornello.
Chi segue le mie recensioni sa quanto io tenga, specialmente in ambito Thrash Metal, alla cura dei ritornelli e ad una certa varietà compositiva all’interno del disco; i Mortal Peril sono un’ottima band che curando i refrain, proponendo dei brani dalla durata logica (sotto i 4 minuti) riescono a non perdersi in un mero esercizio di “Tupa tupa” e doppia cassa dall’inizio alla fine.
Non ho davvero alcuna critica da muovere a questa sorprendente band tedesca, ma se proprio dovessi cercare il pelo nell’uovo consiglierei di emanciparsi pian piano dalle influenze, a volte troppo marcate dei loro beniamini (la copertina del disco vi ricorda qualcosa?).
Avanti così Mortal Peril, sperando che qualcuno vi noti anche al di fuori dei confini della Germania, di sicuro io seguirò lo sviluppo della vostra carriera!

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Opinione inserita da Mark Angel    11 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Una storia particolare quella degli X-Tinxion, quintetto Modern Thrash Metal proveniente dall’Olanda e formatosi nel 2004. Dopo un paio di demo la band originaria della città di Dordrecht ha debuttato nel 2010 con l’Ep “Act the Injured Innocent”; tuttavia questo “From the Ashes of Eden” è il primo full length di questa matura band olandese.
Risalta subito all’occhio la presenza di una cantante donna, Monica Janssen, fautrice di una prova vocale molto convincente e poliedrica durante tutto il corso del disco: 52 minuti di complicato ascolto per motivi che illustrerò di seguito.
Nella Press Release il genere della band è descritto come un ponte tra il Thrash vecchia scuola ed il Thrash più moderno, personalmente ho notato moltissimi elementi derivanti dallo “Swedish Death” di inizio millennio. Dalle informazioni in mio possesso, la band ha un’elevata esperienza live avendo suonato con gruppi del calibro di Benedictum, Heathen, Nuclear Assault ed altre.
Senza compiere un track by track che in questa occasione sarebbe controproducente ai fini della recensione, devo ammettere che il disco era partito bene con la furiosa “Amalgamation”, un riffing serrato e degli assoli ben rifiniti strutturano la canzone impreziosita dalla versatilità vocale della Janssen che riesce a passare dal growl sino a delle clean vocals a volte accostabili a quelle della nostra Cristina Scabbia.
I brani successivi sono fondamentalmente un’alternanza tra Thrash songs influenzate da gente come Necrodeath (periodo Tones of Hate), Slayer, Dew-Scented, e canzoni dove la componente “Swedish” è più marcata, impossibile non notare l’influenza dei primi Soilwork nella terza “Severed from Heaven” oppure in “Uniformity”, a mio avviso il brano migliore de disco, impreziosito da accelerazioni che riportano alla mente quel capolavoro di “The Jester Race” degli In Flames.
Escludendo l’inutile interludio acustico “Eden”, i brani presentano tutti la medesima struttura: sfuriate Thrash Death con una Janssen indemoniata, salvo poi rallentare durante il ritornello in clean vocals puntando tutto sulla melodia, trovo il tutto troppo artificiale, patinato e scontato; fosse stato un Ep (l’ennesimo) forse sarei stato più clemente con il giudizio finale, ma trovandomi dinanzi ad un debut album dopo 14 anni di carriera non posso far finta di dimenticare la noia che mi ha accompagnato durante l’ascolto.
Il giudizio negativo pesa ancor di più considerando le enormi potenzialità della cantante e l’ottima tecnica di tutti i membri della band, ma tutto ciò non riesce a sollevare le sorti di un disco che annoia, si dimentica facilmente, uguale dall’inizio alla fine. Peccato anche per il concept del disco: l’autodistruzione dell’essere umano sia a livello personale che collettivo.
Dato che do un valore alle parole scritte sulle recensioni e tendo ad idealizzare il mio lettore come una persona che ancora acquista dischi (e non li scarica), magari in seguito alla lettura di recensioni attente e dettagliate, mi sentirei oltremodo colpevole a consigliare l’acquisto di questo cd in base alla mia personale esperienza d’ascolto.
Mi dispiace per i volenterosi X-Tinxion, ma per me la fruizione di questo disco è stata gravosa ed a tratti irritante, ragion per cui invito la band a cercare uno stile più personale senza ricorrere al solito copia e incolla in fase compositiva.

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Opinione inserita da Mark Angel    12 Febbraio, 2017
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Con grande responsabilità mi accingo a recensire questo Ep: l’ennesima release pervenuta in maniera diretta tra le mani del sottoscritto.
Comincio subito col dire che i Red Riot sono una giovanissima band campana (per la precisione di Nocera Inferiore) che autodefinisce il proprio stile “Thrashin’ Sleaze Metal”. Una definizione piuttosto azzardata e coraggiosa data la ultratrentennale rivalità tra due generi agli antipodi musicali della scena “dura”.
Il quintetto nocerino formatosi nel 2013, ha rilasciato la scorsa estate questo Ep composto da tre brani, della durata complessiva di una dozzina di minuti; nonostante i fisiologici cambi di line up la band presenta una compattezza considerevole ed un’attitudine che mostra sfacciataggine ed una discreta personalità, cosa che traspare anche attraverso il caratteristico logo del gruppo ed i testi, coerenti con il concept ribelle della band.
Già dalla title track spunta con veemenza l’attitudine stradaiola della band, estremamente influenzata dagli Skid Row di “Slave to the Grind” e “Subhuman Race”; tuttavia i Red Riot non si limitano ad una mera riproposizione dei loro beniamini ma vanno oltre inserendo anche alcuni stacchi più tipicamente ‘90s: un ottimo inizio per gli amanti del genere.
La successiva “Squealers” è a mio avviso il brano di punta della band: veloce, grezzo e totalmente stradaiolo, arricchito da un ritornello di grande impatto che dal vivo farà sicuramente la sua bella figura. Un cenno a parte merita la parte centrale del brano e l’assolo che mi hanno riportato alla mente i Megadeth di inizio anni ’90: una trentina di secondi di eccelsa caratura; sono fermamente convinto che questa canzone avrebbe ottenuto enormi riscontri nel triennio 1989-1991.
La conclusiva “Who We Are” si pone un gradino sotto i due brani precedenti, anche se non si tratta assolutamente di un passo falso, anzi, a scriverne di brani così al giorno d’oggi. Le influenze della band tornano prepotentemente, un mix tra Skid Row, Motley Crue e Guns’n’Roses di inizio anni ’90.
Non posso che avere un’opinione più che positiva per questi ragazzi che stanno riscontrando il meritato successo e sono in procinto di organizzare un mini-tour europeo; d’altronde la loro gavetta l’hanno fatta bene e velocemente suonando insieme a gente del calibro di: Dgm, Kaledon, Hangarvain e Teodasia.
Mentre la scena campana è sempre stata famosa per il proliferare di bands estreme, non posso che essere contento per l’esplosione di gruppi come i Red Riot ed i loro colleghi Mastribes che con il loro “Blast” hanno fatto breccia nella mia Top Ten personale del 2016.
Da musicista prima che da recensore consiglio ai Red Riot di prendersi tutto il tempo necessario prima di produrre il disco d’esordio, data l’elevata qualità di questo Ep sarebbe un peccato bruciarsi per piazzare frettolosamente sul mercato una nuova release.
Quindi mi raccomando prendetevi il tempo necessario e sino ad allora: “We Fight! Fight! Fight!”

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Opinione inserita da Mark Angel    02 Gennaio, 2017
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Chi sono e da dove spuntano questi Green Death di cui non avevo mai sentito parlare?
La mia curiosità è stata subito soddisfatta dall’ottima Press Release in mio possesso: il quintetto in questione viene da Des Moines (Iowa), città celebre per aver dato i natali agli Slipknot, e propone un Modern Thrash Metal molto tecnico e personale.
Nati nel 2012 i Green Death hanno prodotto finora 2 Ep, il full-length d’esordio “The Deathening” nel 2013 e questo “Manufacturing Evil” uscito negli Usa nell’Aprile del 2015, ma pubblicato in Europa un anno dopo.
La band presenta da subito ottime credenziali come la partecipazione al Knotfest del 2015 suonando insieme a mostri sacri come Judas Priest, Slipknot, Korn, Mastodon ed altri. In un brano è presente come guest vocalist il leggendario David Vincent dei Morbid Angel e la produzione è stata affidata a Dave Ellefson, bassista dei Megadeth, altresì proprietario della label Emp (Ellefson Music Productions).
Passando sul versante musicale, il disco dura 28 minuti scarsi ed è composto da una breve intro acustica (Cilicium) e da otto brani; la title track è una chiarissima dimostrazione di intenti della band e del dotatissimo cantante Sol Bales che si presenta con un acuto alla King Diamond; i cambi di tempo ed il ritmo della song sono travolgenti, il ritornello catchy e memorizzabile, nessuna critica può intaccare questo brano di Thrash Metal ultratecnico, un gran bel biglietto da visita per la band.
“Gates of Hell” vede la partecipazione di David Vincent come ospite, il brano in partenza ricorda molto i Disturbed salvo poi cambiare grazie al possente growl di Vincent, a tratti sembra di ascoltare i Morbid Angel del capolavoro “Domination”; verso la fine del brano la presenza delle tastiere e di alcune campane rende l’atmosfera molto lugubre ed horror.
La veloce e Thrashy “Lord of the Dead” scorre via senza emozionare troppo mentre “Soulless” altro non è che un interludio acustico cantato simile ad alcuni momenti melodici del controverso “The Burning Red” dei Machine Head.
Uno scossone avviene con “Through the Eye”, brano tanto estremo quanto breve (un minuto e mezzo di durata), un attacco frontale sulla falsariga di gente come Slayer, Vader o Malevolent Creation che non lascia prigionieri.
La settima “Devil’s Night” è un altro highlight del disco, viaggia su ritmi più sostenuti ed in linea con tutto il platter mette in risalto le qualità canore di Bales che migliorano di canzone in canzone; la penultima “Demons” è una mazzata sui denti sullo stile efferato dei Testament di “Low” e “Demonic”.
Il disco si conclude in maniera melodica con “One with the Flame”, altro brano melodico sulla falsariga di “Soulless”, vi sono echi di Post-Grunge mentre il riff finale ci riporta in scenari Dark-Gothic alquanto claustrofobici.
Come avrete capito siamo in presenza di una band eclettica e non convenzionale: in meno di mezz’ora immaginate un calderone di influenze composte da: Testament, Forbidden, Disturbed, King Diamond, Morbid Angel, Iced Earth e Machine Head, mescolate il tutto con una forte dose di inventiva, tecnica ed un cantante sopra le righe ed otterrete i Green Death.
Di certo dopo aver ascoltato questo disco andrò a riscoprire il loro esordio, credo siano una band molto particolare e meritevole da seguire. A volte mi chiedo come mai certe band non riescano a farsi conoscere in Italia, spero che questa recensione desti la curiosità dei lettori.

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Opinione inserita da Mark Angel    29 Dicembre, 2016
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Ci siamo: la sfera d’acciaio è tornata a colpire inesorabilmente, d’altronde era dal 2013 che i nostri non rilasciavano del nuovo materiale sonoro. A tre anni di distanza da “Electric Punishment” la band californiana si presenta ai propri fans ancora una volta rinnovata attraversi i consueti cambi di line up operati dal mastermind Geoff Thorpe, sempre accompagnato dal fedelissimo batterista Larry Howe. Le new entries stavolta sono il bassista sloveno Tilen Hudrap ed il cantante olandese Nick Holleman chiamato a sostituire Brian Allen.
Alla sorpresa della crescente “Europeizzazione” della band si accompagna l’enorme curiosità per questo giovanissimo (classe 1992) frontman che ha ben figurato sul Live Album “Live You to Death 2-American Punishment” del 2014; moltissimi addetti ai lavori hanno timidamente azzardato pericolosi confronti con il mai dimenticato Carl Albert.
Trovando superfluo qualsiasi cenno storico alla carriera della band (voglio sperare che tutti conoscano a menadito la loro discografia, almeno i primi 4 maestosi album) parto subito con l’analisi di questo attesissimo comeback prodotto da Geoff Thorpe e Juan Urteaga (produttore di Machine Head, Hatriot, Testamente ed Exodus).
Si parte subito alla grande con l’efficace e potente title track dotata di trame chitarristiche molto interessanti e di un lavoro di basso di Hudrap davvero encomiabile, i chorus quasi “growl” di Thorpe saranno una costante in quasi tutti i ritornelli soffocando a volte l’ottima voce del nuovo singer.
La seconda “Chemical Slaves” è su livelli molto alti, la sfuriata Thrashy è a tratti smorzata dalla prestazione melodica ed evocativa di Holleman mentre il ritornello è memorabile e dal vivo darà sicuramente luogo ad un Headbanging sfrenato; la maggiore attenzione verso la melodia, specialmente durante l’assolo, ci riporta ai fasti di “Digital Dictator”.
Il titolo della successiva “Victims of a Digital World” potrebbe trarre in inganno l’incauto ascoltatore, non si tratta delle amate sonorità ottantiane dei nostri, bensì di un brano molto groovy e cadenzato, alla Pantera per intenderci, piacevole ma non memorabile. La qualità torna altissima con “Chasing the Priest”, velocissima quanto melodica, l’ispirazione dei Judas Priest è palpabile e la prestazione di Holleman magistrale durante gli spaventosi acuti presenti nel brano; impossibile non amare questa canzone che sembra uscita dal periodo d’oro della band (1985-1991).
Senza dilungarmi troppo sulla Acceptiana “Last of Our Kind” e sulla velocissima ma non originalissima “1000 Years” mi soffermerei sulla strepitosa Semi Ballad “Circle of Secrets” in cui il sound compresso e pompato lascia spazio ad arpeggi melodici incastonati in una struttura del brano tipicamente anni ’80; qui Holleman sfodera una prestazione da urlo e l’intera band sembra tornare prepotentemente ai fasti dei primi Lp.
“Take it or Leave it” è stata scelta come videoclip ufficiale per questo disco e la scelta è facilmente comprensibile: un brano di poco più di tre minuti, diretto, melodico, compatto e con un chorus che si insinua subito nella mente, questa canzone è una piccola hit che non sfigurerà accanto ai classici della band; al contrario “Bastards” altro non è che un riempitivo degno di quel disco scarso che risponde al nome di “Something Burning”.
La penultima “Every Blessing is a Curse” è Speed/Thrash e ricalca in toto il genere degli Overkill, ancora una volta Holleman mette in mostra le sue qualità canore, i Vicious Rumors non potevano fare una scelta migliore; l’ultima “Life for a Life” è uno strampalato esperimento: cantata probabilmente da Thorpe, la canzone riporta in mente i Type O’Negative ed i Kreator di “Endorama”.
In conclusione questo disco è un giusto compromesso tra il primo periodo aureo della band ed i dischi degli ultimi dieci anni, una band come i Vicious Rumors o si ama o si odia, rimanere indifferenti è molto ma molto raro.
Devo infine constatare che la scena americana negli ultimi tempi è tornata prepotentemente alla ribalta, non si spiega altrimenti lo stato di grazia di colossi come: Armored Saint, Queensryche, Helstar, Flotsam and Jetsam, Metal Church, Vicious Rumors, Megadeth, Death Angel e perché no, Metallica.
Non credo vi stiate ancora chiedendo se consiglio o meno l’acquisto di questo disco giusto?
Buy or Fuckin Die!

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Opinione inserita da Mark Angel    12 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Professionalità! Questa è la prima cosa che mi è venuta in mente quando mi sono trovato tra le mani l’Ep d’esordio dei Toscani Lurking Fear. In quest’ultimo decennio con la scomparsa delle musicassette la differenza tra Ep autoprodotto e demo è molto sottile; ciò che conta e fa davvero la differenza sono la confezione e l’artwork.
Nel caso di “Grim Tales in the Dead of Night” siamo su livelli molto alti per un gruppo esordiente: tralasciando la magnifica copertina, vi è un Booklet ricchissimo di 12 pagine, corredato di testi e disegni estremamente evocativi, d’altronde il monicker stesso della band rivela un amore incondizionato per lo scrittore H. P. Lovecraft.
Il trio di Figline Valdarno capitanato dal cantante e bassista Fabiano Fabbrucci esiste dal 2011 ed è giunto all’esordio discografico solamente nel Gennaio di quest’anno grazie a questo Ep composto da cinque brani.
Osservando la tracklist salta subito all’occhio il minutaggio di ogni singolo brano: la canzone più breve infatti supera i 5 minuti mentre le restanti quattro si aggirano tra i 6 ed i 7 minuti e mezzo; dopo questa osservazione non resta che buttarsi a capofitto alla scoperta di questi racconti sinistri nel cuore della notte.
La opener “Watching Eye” si apre con un riff di chiaro stampo NWOBHM, il tempo non è mai trascorso e l’occhio che osserva sembra svolgere il proprio sguardo all’interno di un’umida cantina inglese del 1980: gli Iron Maiden dei primi due dischi, i Vardis, gli Holocaust e gli Angel Witch sono stati senza ombra di dubbio le muse ispiratrici del sound dei Lurking Fear.
Passiamo a “Lady of Usher” e qui affermo sin da subito che il riff iniziale (sempre più NWOBHM della stessa NWOBHM) è la cosa più bella sentita in questo album e funge da traino costante durante il ritornello, proprio durante il refrain mi vengono in mente i Riot dei primissimi dischi. Nonostante i sette minuti di durata l’interesse dell’ascoltatore rimane intatto soprattutto grazie alla strepitosa interpretazione del cantante molto versatile, nei punti in cui interpreta Roderick Usher mi ha ricordato l’Hansi Kursch degli esordi.
Un basso minaccioso introduce “The Strain” il brano più dark del lotto, l’influenza dei Mercyful Fate d’annata è evidente nonostante la voce di Fabbrucci non raggiunga i picchi acuti di King Diamond, tuttavia il cantato in questo brano è totalmente ispirato dal Re Diamante. Non c’è che dire la canzone funziona ma un paio di minuti in meno avrebbero sicuramente giovato alla fruibilità dell’ascolto.
Con “I Am” i ritmi accelerano presentandoci i Lurking Fear in versione leggermente più Speed: sembra di ascoltare gli Exciter con Steve Harris al basso; verso metà brano i ritmi rallentano ed un efficace interludio Doom Metal funge da collante con un assolo molto riuscito; song efficace e non troppo prolissa.
La conclusiva “Flesh and Soul” non spicca per velocità ma riesce nell’intento di creare un mood oscuro ed asfissiante, l’interpretazione vocale è sempre poliedrica ed evocativa ma in questo brano la mancanza di un vero e proprio ritornello incide negativamente sulla resa complessiva; anche in questo caso l’elevato minutaggio è un fattore di svantaggio.
Giunto alla fine dell’ascolto la considerazione più corretta da fare è che questo Ep è un prodotto di nicchia, riservato esclusivamente ad un pubblico nostalgico che stenta ad accettare l’evoluzione del Metal dal 1983 in poi: gli amanti della NWOBHM e dei Mercyful Fate ameranno alla follia questo “Grim Tales in the Dead of Night”. I lettori in cerca di evoluzione, sperimentazioni ed originalità evitino questo disco come la peste.
A mio avviso i Lurking Fear raggiungono la piena sufficienza grazie ad una dedizione fuori dal comune, tuttavia auspicherei in futuro una sorta di evoluzione: ritmi più veloci, una maggiore originalità ed un minutaggio più contenuto, non è necessario comporre esclusivamente brani lunghi. Detto questo l’Underground italiano va sempre supportato quando così meritevole e sincero.

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Opinione inserita da Mark Angel    06 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 06 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

La recensione di questo Ep è per me fonte di soddisfazione: in meno di due anni di collaborazione con Allaroundmetal mi ritrovo infatti per la prima volta a recensire un gruppo già incontrato prima. Sono fermamente convinto che seguire il percorso delle band underground sia un grande privilegio.
Avevo recensito i padovani Forklift Elevator nel Luglio 2015 in occasione del debut album “Borderline” con un giudizio a dire il vero non troppo positivo, anzi a malapena sufficiente (gli interessati cerchino sul sito la recensione del 12 Luglio 2015).
Il loro debutto da me definito altalenante peccava di poca originalità e di una ricerca confusionaria atta ad unire più generi tra loro: dal Thrash Metal all’Hardcore; dall’Alternative Metal al Southern Rock, un bel calderone penalizzato dalla voce del cantante non troppo convincente.
Nella Press Release in mio possesso leggo di importanti avvicendamenti nella line up: il chitarrista Stefano Segato ha abbandonato la chitarra solista per dedicarsi esclusivamente alla voce in seguito alla dipartita dell’ex singer Enrico Martin; viceversa la lead guitar è stata affidata al nuovo entrato Uros Obradovic mantenendo inalterata la formazione a cinque.
Nonostante gli avvicendamenti la band si è rimboccata le maniche sfornando dopo solo un annetto questo “Killerself” composto da un’intro e sei brani di durata di poco inferiore alla mezz’ora.
L’iniziale “Life Denied” altro non è che una melodica intro formata da arpeggi cupi ed elaborati come nella miglior tradizione Thrash statunitense; allo scadere del minuto esatto entra in scena la terremotante “Bagger 288” impreziosita da un ritmo di batteria esplosivo, lo scream iniziale è una dichiarazione di intenti da parte di Stefano Segato, totalmente a proprio agio nella nuova veste di cantante: promosso a pieni voti.
La successiva “The 8th Sin” funge invece da biglietto da visita per le doti del nuovo solista Obradovic: song moderna e dall’incedere veloce, assolutamente perfetta per le esibizioni dal vivo anche grazie agli azzeccatissimi cori; la malvagia “Deception” si presta ad un Headbanging ben ritmato grazie ad un Groove indovinato e degli Stop’N’Go pazzeschi, questa song ha qualcosa degli Slayer del periodo “Diabolus in Musica”.
“Black Hole” è la song più particolare del lotto: a metà tra i Metallica di Reload ed il sound sudista ed intransigente dei Black Label Society (influenza particolarmente ingombrante sul disco di debutto del 2015), qui i ritmi rallentano ma l’ascoltatore risulta sempre piacevolmente coinvolto ed ancora una volta l’ottimo assolo di Obradovic impreziosisce di gran lunga il brano.
La penultima “I Executor” introdotta da un cupo arpeggio prosegue in seguito verso lidi prettamente Doom salvo poi accelerare improvvisamente, i Forklift Elevator ci offrono un’altra song ben riuscita tra Pantera, Machine Head, Lamb of God e gli Exodus del periodo “Dukes”.
Con la finale “Hidden Side” la band sviscera spudoratamente tutto il proprio amore per i Pantera inserendo al contempo delle clean vocals interessanti; degna di nota è l’accelerazione finale del brano, da far saltare dal letto ogni Thrasher che si rispetti, a tratti sembra di ascoltare i Forbidden o i sempre poco nominati Grip Inc di Dave Lombardo; non poteva esserci conclusione migliore per questo Ep.
Stavolta i Forklift Elevator hanno centrato il bersaglio elevandosi al di sopra della sufficienza, un’ottima produzione ed una compattezza di fondo caratterizzano questa nuova uscita discografica della band; personalmente confido in un tour esteso della band padovana.
Sono certo che continuando a lavorare sodo la band potrà ambire ad una posizione di prestigio nel panorama Groove Thrash nazionale e perché no, affacciarsi anche al mercato estero: avanti così!

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Opinione inserita da Mark Angel    29 Settembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Dopo un’attesa lunga tre anni ed alcuni intoppi relativi alla produzione ed al mastering, irrompe sul mercato sotto l’egida della Pure Steel Records il nuovo disco degli Us Metallers partenopei Savior From Anger; la compagine guidata dal mastermind Marco Ruggiero (ora Mark Ryal) è alla quarta prova in studio, dopo aver esordito con l’Ep “No Way Out” del 2006 sfornò rispettivamente nel 2009 e nel 2013 i full-lenght “Lost in the Darkness” e “Age of Decadence”.
Chi conosce la band fondamentalmente sa cosa aspettarsi, un roccioso Us Power Metal che più a stelle e strisce non si può; la devozione di Mark Ryal per band storiche come: Metal Church, Vicious Rumors, Riot, Annihilator, Anthrax, Reverend, Heathen ecc è davvero unica; purtroppo in Italia questo sound è poco seguito quindi molti Metal kids nostrani si perdono una fetta purissima del nostro amato genere musicale.
La sorpresa più grande di questo disco è la presenza del veterano Bob Mitchell (Attacker, Mind Assassin, Sleepy Hollow, Vyndykator ecc) in qualità di nuovo cantante della band, stavolta Mark Ryal non poteva compiere scelta migliore assoldando il navigato singer statunitense, dotato di una voce realmente adatta al genere proposto: chi lo conosce sa di cosa parlo, chi non lo ha mai sentito cantare, immagini un misto tra David Wayne, Mike Vescera e Rob Halford.
Un’altra nota positiva rispetto al passato è la produzione finalmente all’altezza degli standard internazionali, i dischi precedenti dei Savior From Anger, seppur qualitativamente ottimi erano molto penalizzati da una produzione Low Cost che non ne esaltava il sound.
Ciò che mi ha colpito, conoscendo bene la band, è un leggero cambiamento stilistico, la componente Speed/Thrash è stata messa da parte per far spazio ad uno stile più catchy e melodico, quasi europeo a tratti, ma partiamo con un’attenta analisi dei brani: La opener “Across the Sea” si scaglia sull’ascoltatore con un riff poderoso continuando su di un ritmo veloce che rallenta durante il ritornello offrendo degli ottimi spunti melodici.
La successiva “In the Shadows” scelta come singolo apripista dell’album, annovera l’ex Metal Church Craig Wells come coautore del brano, qui siamo in presenza di una vera e propria perla che non ho problemi a classificare come uno dei brani più belli da me ascoltati in questo 2016. In “Bright Darkness” il cantato di Mitchell si fa più melodico ed a tratti sembra di ascoltare gli Helloween di metà anni ’90 o gli Axxis.
Ecco che con “The Eye” i ritmi aumentano e torna il classicissimo Us Metal d’autore, questa song molto Live-oriented è stata scritta secondo i dettami di mostri sacri come Metal Church e Vicious Rumors; la successiva Thunderheads è Metal Church al 100%, la prestazione vocale di Mitchell qui oscilla tra il Wayne d’annata e Bobby “Blitz” Ellsworth; il brano non sfigurerebbe in dischi come “The Dark” o “The Human Factor”.
“Chosen Ones” è un altro highlight del disco, che ritornello ragazzi! Anche la successiva “The Calling” si assesta su ottimi livelli, mentre l’ottava traccia “Starlight” è una dolce ballad sulla scia delle vecchie “Through this Life” e “Warrior Princess” dei dischi precedenti; l’atmosfera è molto anni ’70 e potrebbe intenerire anche il cuore del metallaro più truce, unico neo l’eccessiva durata.
Lo Speed Metal torna sovrano con la velocissima “The Eyes Open Wide” altro validissimo brano partorito da un Mark Ryal in stato di grazia; la penultima “Repentence” possiede un feeling oscuro e presenta alcune influenze dei Crimson Glory di “Astronomica”, sicuramente è una canzone che per essere apprezzata appieno deve essere ascoltata più volte. La title track posta alla fine dell’album presenta elementi di Iron Maiden, Running Wild e Rage, anche se è il brano che mi ha convinto di meno nonostante il discreto livello.
Che dire, siamo in presenza di un disco italiano di ottima fattura, non ci sono riempitivi in questo “Temple of Judgment” ne tempi morti, anche se personalmente mi avrebbe fatto piacere qualche elemento Thrash Metal come nei vecchi dischi ma non dispero per il futuro.
In conclusione chi si definisce un Defender ma soprattutto un seguace del Metallo italiano dovrebbe procurarsi senza esitazioni questo disco, il migliore finora della coerentissima e lodevole carriera dei Savior From Anger.

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Opinione inserita da Mark Angel    12 Giugno, 2016
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Gli Ivory da Torino non saranno certo un nome nuovo per i lettori più attenti, la band piemontese infatti esordì nel 2003 con il disco “Prophecy of a Dream” seguito dal successivo “Time for Revenge” del 2008 mentre il cd che ho tra le mani: “A Moment, a Place and a Reason” è uscito ad inizio Febbraio, ben otto anni dopo il disco precedente.
Appurato che il quartetto torinese non è molto prolifico in quanto ad uscite discografiche occorre sottolineare l’attenta ricerca qualitativa della propria proposta musicale, inoltre va segnalato il ritorno del primo singer della band Roby Bruccolieri al posto di Ivan Giannini.
Ciò che colpisce è l’inequivocabile sterzata stilistica attuata dalla band che dal Power/Prog dei primi due lavori si è spostata su territori Hard Rock/Blues decisamente anni ’70; l’artwork ed il booklet sono discretamente curati ed il mastering è stato curato dal celebre Roland Grapow, ex chitarrista degli Helloween ed ora titolare dei “Grapow Studios”.
La opener “Bad News” non può lasciarci indifferenti travolgendoci con il suo ritmo veloce, caldo e sanguigno; le chitarre e le tastiere si intrecciano creando un brano davvero convincente pieno di reminescenze Whitesnake e Deep Purple del periodo “Burn” o “Stormbringer” non a caso la song in questione è stata scelta come videoclip promozionale del disco.
Con la successiva “The Hawk” i ritmi rallentano e l’Hard Rock degli Ivory diventa più melodico tessendo delle atmosfere ariose e sognanti, con “Feeling Alive” il Blues la fa da padrone mentre qualche passaggio è puro Funk Rock, non c’è che dire un gran lavoro, sia ritmico che dal punto di vista prettamente chitarristico.
Con “Who Am I?” veniamo sorprendentemente catapultati in territori NWOBHM e la cosa non mi dispiace affatto, il songwriting del chitarrista Salvo Vecchio denota una notevole cultura musicale; al contrario dei primi quattro brani la Country Rock “Take a Ride” non mi convince più di tanto così come ho trovato superflua la brevissima strumentale “A Drink at the Village”.
Scorre piacevolmente l’ottima cover dei Beatles “Come Together” un grande classico, qui indurito ed elettrizzato a dovere mentre con “Inner Breath” gli Ivory presentano uno dei brani migliori del disco, una canzone più tipicamente Metal rispetto alle altre, molto evocativa e ben costruita.
La ballad del disco è la malinconica e nostalgica “Through Gloria’s Eyes”, episodio semiacustico e riflessivo del disco davvero raffinato in cui si possono cogliere alcune sfumature progressive del songwriting della band; infine con la conclusiva “Blues for Fools” sembra di assistere ad una jam session tra Led Zeppelin e Deep Purple, gli amanti di queste sonorità rimarranno estasiati!
Alla luce di quanto scritto credo ci sia ben poco da aggiungere: chiunque viva di pane, Hard Rock, Blues e gruppi come Deep Purple, Whitesnake, Led Zeppelin, Van Halen, Rainbow, Mr. Big ed altri, farebbe bene a non farsi sfuggire questa raggiante band tricolore.
Come voto non posso che assegnare un 7 pieno (il nostro Allaroundiano 3,5) a questo disco che ci regala una mezzoretta ricca di pathos e buona musica, avanti Ivory sono in attesa di vostre nuove “Good News”!

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Opinione inserita da Mark Angel    26 Mag, 2016
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Bene, qui siamo in presenza di una band tra le più storiche della NWOBHM, anche i meno esperti del genere avranno sicuramente sentito nominare, o letto da qualche parte il nome “Vardis” affianco a quello dei Maiden, dei Saxon, degli Angel Witch, dei Tygers of Pan Tang, dei Diamond Head, dei Raven, dei primissimi Def Leppard e via dicendo.
Il valore ed il contributo storico di questa band al movimento inglese dei primissimi anni ’80 è difficilmente opinabile nonostante un numero abbastanza limitato di dischi pubblicati: i Vardis infatti annoverano nella loro discografia una manciata di Ep, solamente tre studio album ed uno storico Live nel 1980.
Dopo trent’anni esatti dalla loro ultima apparizione discografica (Il disco “Vigilante” del 1986) torna il trio capitanato dal leader Steve Zodiac, a pochi mesi dalla perdita del bassista Terry Horbury; i Metalheads più attempati ed amanti della storica band britannica sanno già cosa aspettarsi, ma i più giovani?
Dunque,senza inutili giri di parole i Vardis suonano un genere che già nel lontano 1983 era considerato superato ed anacronistico, ma data l’importanza del ritorno non si può prescindere un’analisi dettagliata della musica contenuta in questo “Red Eye”.
La canzone che da il titolo all’album parte con un riff oscuro che porta con se un mood molto malinconico venato di tinte Blues, quasi Sabbathiana se non fosse per la voce ben riconoscibile di Steve Zodiac, un buon inizio per essere mancati dalla scena da più di 30 anni.
La successiva “Paranoia Strikes” scelta come videoclip promozionale del disco, si basa su di un unico riff sempre molto Bluesy che a tratti mi ha ricordato gli Status Quo ed i Deep Purple d’annata, con “I Need you Now” veniamo trasportati in un’atmosfera briosa e senza tempo di fine anni ’70 mentre “The Knowledge” molto simile alla canzone precedente, potrebbe esserne il continuo, molto efficace l’assolo a metà brano.
Dopo un paio di canzoni meno convincenti (“Back to School” sembra uscita dalla penna di Elvis) ecco giungere forse il pezzo migliore del disco, tal “Jolly Roger” che già dal titolo si preannuncia importante: una cavalcata NWOBHM accompagnata dalla voce convincente di Zodiac tesse delle trame epiche, confezionando finalmente un brano di puro Heavy Metal.
“Head of the Nail” scorre via lasciando ben poche tracce mentre “Hold Me” è una canzone tipicamente Southern”sia nella struttura che nel sound tuttavia non convincendo oltremodo; per ritrovare una canzone convincente e dotata di una certa potenza dobbiamo aspettare “200 M.P.H”, ideale seguito della storica “100 M.P.H” presente nel loro Ep di debutto del lontano 1979, energica e molto Live-Oriented grazie al lungo e coinvolgente assolo.
L’edizione a me pervenuta ricomprende anche due imperdibili Bonus Tracks presenti nella versione digipack: la storica “Living Out of Touch” presente sul Live Album “100 MPH” del 1980, brano per certi versi accostabile allo stile dei colleghi Saxon, e “200 M.P.H.(Reprise)” versione sostanzialmente più breve, senza cantato ed “improvvisata” della decima traccia del disco.
Sinceramente per questo disco dovrei avere due parametri differenti di valutazione, per i loro sostenitori accaniti il voto sarebbe di 5/5 ma io trovandomi in una situazione di imparzialità, non posso che assegnare una piena sufficienza a questo gradito ritorno discografico.

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