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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Giugno, 2018
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Mi aspettavo di più da questo disco dei Morgengrau. Sarà magari per le influenze citate nelle info che accompagnano questo promo (Asphyx, Pestilence, Deicide, Celtic Frost) o... non lo so, davvero. Ma mi aspettavo di più di quanto ho potuto ascoltare in questo "Blood Oracle", secondo album - uscito tramite Unspeakable Axe Records - dei death metallers statunitensi.

Il sound della band guidata da Erika Morgengrau è un Death che unisce sia lo stile nord-europeo (nel riffingwork soprattutto) che quello floridiano (la sezione ritmica); un mix che, solitamente, funziona abbastanza bene e che in questo caso porta i Morgengrau ad essere accostati più a Master o Slaughter più che alle bands citate poco sopra... ma con le dovutissime proporzioni e con risultati non così esaltanti. La produzione volutamente old school anche ormai non è più una novità - ma, personalmente, non sono tra quelli che l'apprezzano -, visto che in questo infinito revival di sonorità Death novantiane sono in molti che, per scelta specifica o meno, scelgono tale tipo di produzione. In più, i brani non dicono quasi nulla ed anzi l'ascolto diventa via via sempre più pesante, tanto che la voglia di premete il tasto STOP arrivati a metà disco diviene quasi un'urgenza. Infine, la nota dolente delle vocals... e qui entriamo in un discorso che potrebbe essere complesso, quindi meglio che provo a spiegarmi meglio. Non sono mai stato un gradissimo fan di gruppi estremi con voce femminile, ma ciò non vuol dire che alcuni non siano ottimi; semplicemente, se una donna vuole cantare extreme metal, più nello specifico Death, o è un vero fenomeno o meglio che lasci perdere, perché altrimenti i risultati potrebbero essere estremamente deludenti. Per il primo caso mi vengono in mente ad esempio Linnea Landstedt dei Tyranex, U dei giapponesi MergingMoon (sì, lei si chiama proprio così), senza che si vadano a scomodare leggende come Angela Gossow e Sabina Classen; nel secondo caso rientra invece ad esempio Alissa White-Gluz, la voce femminile probabilmente più sopravvalutata in assoluto. Tutto questo (forse lungo) preambolo, per dire che anche la vocalist cui i Morgengrau devono il nome rientra nella seconda casistica: il cantato di Erika, in molti frangenti, appare quasi forzato e mancante di fluidità. Insomma: risultato molto deludente.

Ed un risultato deludente è anche quello, alla fine dei conti, dei Morgengrau. "Blood Oracle" è un album che probabilmente potrebbe anche piacere agli integralisti dell'old school, ma anche in quel caso è difficilmente digeribile e rischia di scadere nella noia verso la metà del disco. Niente di imprescindibile quindi, visto che in giro c'è molto, molto di meglio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Giugno, 2018
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Succede, ogni tanto, che su questi lidi approdino dischi che col Metal non hanno nulla a che fare. E quello che ci stiamo apprestando a recensire è, probabilmente, quanto di più lontano sia capitato su questo portale. Si tratta infatti di "Nivalis", nuova fatica (la quinta per essere precisi) degli islandesi Árstíðir. Il trio islandese, che si avvale della collaborazione di una lunga serie di collaboratori, può essere definito - più che per comodità che altro - una Indie/Folk Rock band, ma la cosa sarebbe alquanto riduttiva.

Devo ammettere non conoscevo gli Árstíðir, per nulla. Non prima che Season of Mist caricasse sul proprio canale YouTube i singoli che han fatto da apripista a questo album, facendomi innamorare al primo ascolto di questa band. "Nivalis" è un album fortemente poetico, etereo, sognante. Un affresco formato da delicatissime pennellate in cui Daniel Auðunsson, Gunnar Már Jakobsson e Ragnar Ólafsson costruiscono armonie evocative. Un disco, "Nivalis" che si lega a doppio filo alle meraviglie della natura islandesi, un disco che trasmette calma... questo grazie all'intricato lavoro delle voci: vocals che hanno quasi del celestiale, con cori di una finezza incredibile. Possiamo trovare momenti che passano dal Folk (e Neofolk) al country, passaggi Ambient, come anche momenti più oscuri, ma ciò che resta come comune denominatore è la scrittura raffinata degli Árstíðir. Per 3/4 d'ora gli islandesi riescono ad emozionare canzone dopo canzone, toccando l'apice con due brani da brividi quali sono "Entangled", uno dei singoli usciti prima della release dell'album, e la seguente "Like Snow". Da non sottovalutare, poi, la delicata potenza poetica delle liriche: ancora una volta sono "Entangled" e "Like Snow" a colpire maggiormente, ma non si possono dimenticare altri brani di una bellezza rara come l'altro singolo "Lover", "Þar Sem Enginn Fer (Sjálfviljugur) che fa apparire quasi romantica una lingua dura come l'islandese. O come "Circus", "In the Wake of You"... Ma insomma, chi vogliamo prendere in giro? L'intero "Nivalis" ha un potere suggestivo.

Un album immaginifico, uno di quei rarissimi casi in cui con un sound delicato come una brezza si sprigiona una potenza tale da trasportare l'ascoltatore in un vero e proprio viaggio nella propria mente. Un viaggio fatto di immagini di assoluta bellezza e tranquillità. L'ascolto di "Nivalis" trasmette una calma totale, tanto che sembra quasi di disintossicarsi dalle peggiori tossine (un po' come quando lasci la città per respirare la più pura aria di montagna, credo possiate cogliere l'assonanza). Gli Árstíðir hanno trovato una maturità artistica senza pari, donandoci un album magnifico e di una sensibilità da lasciare senza parole. Ascoltando "Nivalis", vi renderete conto come l'Islanda non è solo Sigur Rós. Ed anzi, potreste facilmente adorare i magnifici Árstíðir allo stesso modo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Giugno, 2018
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Tra le (non poche) bands Black nate a cavallo tra la fine del secolo scorso e gli inizi degli anni 2000, ce ne sono diverse che hanno avuto un discreto impatto sin da subito. Ma sono poche quelle che hanno colpito dal primo istante, che sono arrivate sulla scena come un uragano come gli svedesi Craft. Per anni confinati al solo lavoro in studio senza mai, per scelta, calcare i palchi, i Craft tra il 2000 ed il 2005 pubblicano tre degli album più cattivi, marci ed allo stesso tempo impressionanti in ambito Black: "Total Soul Rape", il loro capolavoro massimo "Terror Propaganda" e "Fuck the Universe". Dischi Black a tutto tondo, in cui si possono trovare richiami tanto allo stile norvegese quanto al più potente (e melodico) svedese, fino alle influenze Thrash/Black di "Fuck the Universe". Da quel trittico passeranno sei anni prima che la band fondata dal chitarrista (ex bassista) Joakim Karlsson ritorno col non tanto convincente "Void"; nel frattempo, almeno, i Craft cominciano a fare concerti...

Correva l'anno 2011 quindi, questo vuol dire che sono passati sette anni di silenzio prima che la malvagia creatura svedese si ripresentasse con "White Noise and Black Metal", album numero 5 per loro, primo sotto l'egida della Season of Mist (l'album è pubblicato dalla sub-label Season of Mist Underground Activists). E bisogna dire che i Craft sono realmente tornati: si torna alle sonorità di "Terror Propaganda", ossia quel Black a tutto tondo che punta ad essere semplicemente il più cattivo possibile, ma unito a questo c'è un songwriting più maturo ed intelligente, che ci mostra quindi una band in forma smagliante. Non c'è un canone preciso che i Craft seguono, dunque possiamo ritrovarci con bordate Swedish Black come "Undone", l'espressamente 'darkthroniana' "Again", o pezzi figli del Bergen Sound come "Tragedy of Pointless Games". Il tutto, come detto, da l'impressione di consegnarci una band in formissima: pur non inventando assolutamente nulla di nuovo, il riffingwork tagliente unito ad una sezione ritmica mai esagerata eppure in linea con il buon songwriting - e devo dire che fa strano sentire il batterista dei Katatonia, Daniel Moilanen, all'opera su qualcosa di così estremo -, fanno sì che "White Noise and Black Metal" sia un disco il cui ascolto procede senza momenti di stanca. Ah... e poteva mancare mai un momento più "Black'n'Roll"? Ovviamente no, visto la thrash-blackeggiante "Darkness Falls", altro brano che consente una certa varietà a quest'album.

Niente di nuovo sotto al sole per i Craft. Fedele al proprio stile, la band svedese con "White Noise and Black Metal" ci dona un disco soddisfacente che ripaga sia della lunga attesa - sette anni, come detto -, sia del non proprio imprescindibile "Void".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Giugno, 2018
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A poco meno di due anni dal debutto assoluto con un impressionante EP eponimo tornano i black metallers Gaerea, con il loro primo full prodotto dalla sempre prolifica Transcending Obscurity Records, "Unsetting Whispers". Parlavamo dell'anonimato totale della band all'epoca di "Gaerea", ebbene qualcosa è cambiato dall'epoca: si sa adesso che la band è portoghese - e diciamo che tutti quei live in Portogallo lo lasciavano abbastanza intendere -, in più nonostante per l'album la line up sia ancora anonima, basta fare un rapido giro sull'Encyclopaedia Metallum per scoprire la line up corrente, tra i quali figura al basso Jorge Marinho dei Pestifer... non so se mi spiego! (Nota: per chi non li conoscesse i Pestifer sono un gran bel gruppo Death portoghese, il cui debutto "Execration Diatribes" è stato una delle più piacevoli scoperte del 2017).

Ma bando alle ciance, come si suol dire, e passiamo a "Unsetting Whispers". Il primo lavoro su lunga distanza dei Gaerea conferma quanto di buono avevamo sentito nell'EP di debutto. Nel giro di due anni i Gaerea hanno maturato ulteriormente il sound pur rimanendo nei loro canoni, ossia un Black Metal le cui influenze spaziano dalle atmosfere dei Mgła e dei Deathspell Omega, passando per fraseggi Melodic Black alla Dissection. Le atmosfere nel lavoro dei Gaerea, insomma, restano oscure ed a tratti quasi ossessive. Confermano inoltre un loro marchio di fabbrica, ossia quello di non esagerare mai con parti maggiormente veloci, ma sapendo invece inserirle perfettamente all'interno di massicci mid-tempos doomeggianti, che sono un po' la dimensione ideale per le sonorità della band portoghese. "Whispers" ne è l'esempio perfetto, un brano in cui possiamo trovare uniti grazie ad un grandissimo arrangiamento Death/Black, Atmospheric, Avantgarde e Melodic Black. Frullatone insensato? No, assolutamente no, visto che il brano non solo funziona, ma è a mani basse il migliore di questo "Unsetting Whispers". Certo non sono da meno "Lifeless Immortality", pezzo con sonorità più "classiche", più vicine allo stile made in Norway per certi frangenti, così come il singolo scelto da band ed etichetta, la conclusiva "Catharsis".

I Gaerea avranno anche mollato la questione dell'anonimato totale, ma in fondo a qualcuno gliene può fregare? Sul piano musicale i Gaerea sono una band che sa cosa vuole, sa cosa può offrire e lo fa con naturalezza. "Unsetting Whispers" è, come detto, la conferma della bontà della proposta della band portoghese, uno di quei dischi che piacerà non poco agli amanti del Black di qualità, quelli per cui la Nera Fiamma non è un genere da registrazioni in cantina con un registratore della Chicco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 2018
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Ha quasi dell’incredibile come sia cresciuta in così poco tempo la nostrana Everlasting Spew Records. L’etichetta bresciana è infatti cresciuta esponenzialmente d’uscita in uscita, con produzioni sempre di livello qualitativo elevato, tanto che pian piano sta diventando un’etichetta di riferimento in Europa per quanto riguarda il Death Metal. Ultimo colpo in ordine di tempo è rappresentato dai Construct of Lethe, band americana che arriva con questo “Exiler” alla pubblicazione del proprio secondo album. Secondo album sì, ma con questo monicker, visto che la band è stata attiva dal 2001 al 2006 col nome Bethledeign e dal 2006 al 2010 come Xaoc. Ed è proprio per pubblicare materiale scritto e mai registrato delle due suddette incarnazioni (ed anche qualcosa dei Dead Syndicate), che Tony Petrocelly ha formato, con alla voce il fido compagno Dave Schmidt, questo nuovo progetto che può già vantare una maturità compositiva invidiabile.

Già dalle prime note dell’opener “Rot of Augury”, infatti, ci si rende conto di come i Construct of Lethe abbiano trovato una dimensione più personale: restano sempre influenze provenienti da gruppi come Hate Eternal e Morbid Angel, ma grazie ad un ottimo lavoro di songwriting ed arrangiamento la band statunitense riesce ad imprimere il proprio marchio alle composizioni. Impressiona soprattutto, con lo scorrere dell’album, l’incredibile lavoro fatto per le chitarre: tra assoli melodici, riff granitici e passaggi squsitamente tecnici, la premiata ditta Petrocelly/Bonvin offre una prestazione mostruosa; come mostruosa è la sezione ritmica, col martellante basso sempre di Tony Petrocelly ed una batteria semplicemente mastodontica! Ma quest’ultima cosa non dovrebbe stupire, visto che dietro le pelli si siede, in qualità di session, Kévin Paradis dei Benighted. Un Paradis semplicemente perfetto in tutto il disco, ma che si segnala soprattutto per la fantastica prestazione in “Soubirous”. “Exiler” è comunque un album il cui ascolto stupisce sempre più col passare dei minuti, e che raggiunge il proprio apice con “A Testimony of Ruin” e “Fugue State”, due brani costruiti maggiormente su ritmi lenti ed in cui si può godere più che negli altri brani presenti nel disco di una scrittura quanto mai perfetta. Soprattutto “Fugue State”, che tra arpeggi dal mood quasi inquetante ed un’interpretazione vocale di Dave Schmidt che rasenta la perfezione, vale quasi da sola l’acquisto.

“Exiler” va a rappresentare una delle più piacevoli sorprese dell’anno fino ad ora. Con quest’album i Construct of Lethe ci regalano una quarantina di minuti di ottimo Death Metal e, soprattutto, dimostrano di potere essere considerati (e DOVER essere considerati) tra le più interessanti realtà del panorama estremo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2018
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Secondo album per gli austriaci Richthammer, band Death/Black che vede la luce nel 2009 e che dopo una serie di partecipazioni a compilation debutta nel 2013 con "Gemartert Geschunden Verheert". Passano dunque cinque anni ed un paio di cambi di line up prima che il quartetto ritorno all'opera con questo "Ascheland", prodotto da Jay Hundert con la sua Studio Hundert Records.

Con sonorità derivanti soprattutto da quelle di fine anni '90-inizio del nuovo secolo, i Richthammer mettono sul piatto un discreto lavoro; rispetto a molte band Death/Black che puntano soprattutto a colpire con estrema e velocissima ferocia, la band austriaca predilige un impatto meno "rapido" ma più duro. Ciò non vuol dire che non ci siano episodi del primo caso, vedi ad esempio "Vormarsch", ma c'è da dire che per quanto mi riguarda il meglio dei Richthammer lo possiamo sentire in brani come "Zeugnis der Gier", con i suoi marziali mid tempos pesanti come macigni, in cui possiamo trovare elementi che rimandano allo Swedish Black dei Dark Funeral. Chitarre taglienti ed una sezione ritmica dura e martellante fanno da tappeto al lavoro vocale "old school" di Florian Fangmeyer, le cui harsh vocals difficilmente si attestano su un growl "puro" o su screamin' vocals. Unici due piccoli nei di questo "Ascheland": una produzione forse un po' troppo pastosa e - ma questo è un problema più che altro alle nostre latitudini - l'uso del solo tedesco.

"Ascheland" è un disco che merita agevolmente la sufficienza. Ma, purtroppo per i Richthammer, non più di questo. Il lavoro della band austriaca è uno di quelli cui un ascolto lo si può dare e che probabilmente lascerà abbastanza soddisfatti, ma che allo stesso modo potrebbe finire nel dimenticatoio con altrettanta facilità, non lasciando nulla che sia veramente memorabile

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 2018
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Si formano nel 2012 i Soul Dissolution,. duo belga che con questo "Stardust" pubblica il proprio secondo album. Dopo un demo altamente acclamato dalla critica, Acharan e Jabawock debuttano nel 2016 con "Pale Distant Light", disco prodotto da Throats Productions (ed in cassetta da Heathen Tribes) in cui i due artisti belgi definiscono quello che sarà il sound definitivo dei Soul Dissolution: un Post-Black Metal atmosferico, influenzato dai vari Alcest, Agalloch e, come sempre quando si tratta di questo genere, Katatonia. Senza dimenticare, ovviamente, gli austriaci Harakiri for the Sky, con cui i Soul Dissolution hanno tantissime cose in comune.

Partiamo da una cosa innegabile: "Stardust" è un disco bellissimo. Un album da ascoltare e capire fino in fondo, uno di quei lavori che sanno entrare in sintonia con i lati più malinconici dell'animo umano con una naturalezza spiazzante. Un lavoro il cui mood quasi disperato riesce a colpire nel profondo chi riesce ad entrare in sintonia con le sofferenti atmosfere donateci da questi due bravissimi artisti. Coadiuvati in questa loro secondo fatica da Forge Stone, ex batterista dei The Amenta, in qualità di session, Acharan e Jabawock tirano fuori un album che riesce, per quel che concerne le atmosfere, intricate trame che sanno scavare a fondo: depressione, apatia, trovano qui sfogo in un lavoro in cui l'aurea depressiva mutuata dai Katatonia è un'ombra sempre presente, pure nei momenti in cui il sound dei Soul Dissolution sembra essere più feroce e rabbioso; ferocia e rabbia che sono figlie della disperazione che permea l'intera opera: titoli come "Circle of Torment" e "The Last Farewell", direi, lasciano ben poco spazio all'immaginazione.

E' un disco praticamente perfetto sotto ogni punto di vista, questo "Stardust". I Soul Dissolution dimostrano come non sia complicato creare un'opera che possa essere ritenuta memorabile pur trattandosi di un genere che ultimamente sta prendendo sempre più piede - seguendo a traino il successo planetario degli Alcest. Persino le due brevissime strumentali, l'intro "Vision" e l'intermezzo "Mountain Path", sono da considerare due gioielli di pura malinconia all'interno di un'opera che più nera non si può. Album e band consigliatissimi per chi cerca opere che sappiano emozionare: i Soul Dissolution ci riescono alla perfezione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Giugno, 2018
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Ammetto di non aver mai sentito assolutamente niente prima d'ora degli americani Dischordia. Eppure la band proveniente da Oklahoma City è attiva dal 2010 e, prima di questo EP intitolato "Binge/Purge", ha già realizzato altri due EP ("Creator, Destroyer" nel 2011 e "Sources" nel 2015) e due album ("Project 19" nel 2013 e "Thanatopsis" nel 2016). Tornati ad autoprodursi dopo la doppia esperienza con Rogue Records America - le produzioni del 2013 e 2015 -, i Dischordia sono uno di quei gruppi che potremmo definire unici nel loro genere. Non quello di referenza, visto che il trio statunitense opta per un Progressive/Technical Death Metal alquanto "canonico", con suoni altamente dissonanti provenienti dagli insegnamenti di gruppi quali Gorguts e The Dillinger Escape Plan, ma quanto per l'uso di strumenti totalmente avulsi al Metal come ukulele e marimba (!!!). Strumenti che possiamo sentire all'opera per la prima volta nella parte centrale (jazzata?, caraibica?, un mix dei due?, non saprei come definirla, giuro) di "Binge" e l'effetto, per quanto leggermente straniante, funziona. Il trio americano, comunque, dimostra già solo con questi due pezzi di avere una tecnica invidiabile e d'esser capaci di scrivere brani strutturalmente intricati in cui possiamo trovare influenze derivanti da più stili differenti derivanti dal Death, il tutto in una maniera discretamente fluida. L'aggiunta di queste sonorità caraibiche/centro-americane (la marimba pur essendo di origini africane è usata oggi soprattutto in Costa Rica, Messico, Nicaragua, Guatemala...) oltre a dare una particolare ariosità alle composizioni, da anche quel tocco esotico che, per quanto strano come ho già detto, risulta starci a pennello. E pensare che fino ad oggi non avrei mai pensato di scrivere in una recensione di un disco Death Metal le parole "da quel tocco esotico"...

Una band, i Dischordia, che potranno interessare soprattutto agli amanti delle sonorità più cervellotiche, sullo sgile per l'appunto di Gorguts e The Dillinger Escape Plan. L'altra faccia della medaglia è che qui, alla presa con due soli pezzi, l'ascolto procede sì alquanto fluido, ma resta comunque questo uno stile molto difficile da digerire. Figurarsi poi un disco intero... Insomma, una band consigliata prettamente agli amanti di queste particolari sonorità, in caso contrario a fine ascolto avrete bisogno di un Oki.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2018
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Molte sono le giovani bands in ambito Black che si sino dimostrate estremamente interessanti già al loro debutto: vengono in mente i nostri Scuorn, Selvans e Progenie Terrestre Pura, i finlandesi Antimateria e, seppure più sul Black/Death, i tedeschi The Spirit (recentemente approdati su Nuclear Blast). E a questi nomi ce n'è di certo un altro da aggiungere, quello di una band internazionale - con membri provenienti da Nuova Zelanda, Svezia e Italia - che è arrivata a pubblicare il proprio secondo album: i Sojourner, autori di questo "The Shadowed Road", prodotto da Avantgarde Music. Formatisi nel 2015 per mano del vocalist spagnolo (trasferito in Svezia) Emilio Crespo e da marito e moglie neozelandesi, il chitarrista Mike Lamb e la polistrumentista Chloe Bray, i Sojourner hanno recentmemente acquisito un nuovo drummer, l'italiano Riccardo Floridia, già negli Atlas Pain. Nel 2015 la band intercontinentale debutta, sempre per Avantgarde Music, con l'ottimo "Empires of Ash", disco che ha portato ai nostri una notorietà nell'ambiente più che meritata.

Rispetto al precedente album, in "The Shadowed Road" i toni dei Sojourner si fanno maggiormente epici, cosa che va a rispecchiarsi anche nel bellissimo artwork. Le tematiche fantasy unite al sound che fa riferimento alla frangia Black più epica e sinfonica, non possono che far accostare i Sojourner a maestri del genere quali sono i leggendari Summoning e gli spettacolari Caladan Brood, ma possiamo e dobbiamo aggiungere che dopo un album come questo "The Shadowed Road" il quintetto qui in esame può guardare a questi due mostri sacri praticamente senza timore reverenziale. Ancor più che in "Empires of Ash", è qui fondamentale l'apporto di Chloe Bray, come già possiamo sentire dalla bellissime opening track "Winter's Slumber": il lavoro al piano e l'eterea voce della Bray fanno da perfetto contraltare al furioso Epic Black della band ed alle screamin' vocals di Emilio Crespo. Brani poi come "Titan", "Ode to the Sovereign" o "Where Lost Hope Lies" fanno intendere come i Sojourner cerchino fortemente di dare una loro impronta personale, togliendosi di dosso la scomodissima etichetta di ennesimo clone dei Summoning (cosa fino ad ora riuscita solo ed esclusivamente ai Caladan Brood, a mio avviso). L'obiettivo, per quanto mi riguarda, è pienamente raggiunto, grazie ad un accurato songwriting in cui si possono trovare, specie nel comparto chitarristico, echi provenienti dal più classico Heavy Metal, senza contare degli accenni quasi Power nella già citata "Ode to the Sovereign".

I Sojourner hanno il merito di mantenere inalterato il proprio stile, anche inserendo nuovi elementi nel sound che vanno ad integrarsi alla perfezione con quanto propone la band. Ottimo è l'apporto del neo-entrato Riccardo Floridia dietro le pelli, come senza pecca alcuna sono le harsh vocals di Emilio Crespo, intense e "treatrali" abbastanza da essere perfette per la proposta dei Sojourner, con picchi più elevati toccati nei momenti in cui duetta con la bellissima voce di Chloe Bray. Per gli amanti delle sonorità più epico-atmosferiche del Black, i Sojourner sono uno di quei gruppi da seguire con il massimo interesse. E "The Shadowed Road" un album da avere assolutamente nella propria collezione.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

E' incredibile come sia raro il numero di prodotti prevenienti dalla Finlandia che non siano qualitativamente ottimi. E ok, forse posso essere di parte, visto che seguo con particolare attenzione la scena finnica, ma sembra davvero che lì siano quasi geneticamente predisposti a fare ottima musica, che siano nomi altisonanti (tranne Sonata Arctica, Nightwish e Children of Bodom... quelli proprio non li digerisco) o progetti più underground conosciuti lavorando qui su Allaroundmetal.com. Non è quindi un caso, dunque, che segua con particolare interesse anche la Inverse Records, etichetta finlandese dall'occhio decisamente lungo (e che produce, tra gli altri, i miei amici fraterni Párodos): è proprio l'etichetta scandinava a rilasciare questo "Tightrope Walk on the Ground", album di debutto della one man band finlandese (eccoci di nuovo) Circenses, progetto formato nel 2016 dal cantante e polistrumentista Severi Osala.

Progressive Death Metal è la proposta dell'artista finnico, autore unico di un disco estremamente interessante. Con un gran gusto per la melodia, Osala osa anche facendo un massiccio uso di tastiere/orchestrazioni/piano, una scelta a mio modo vincente visto che riesce a dare alle proprie composizioni delle magnifiche atmosfere che s'integrano con un sound compatto, in cui non manca una buonissima dose tecnica senza che però risulti esagerata; altra scelta vincente è quella di puntare su brani immediati: non c'è, all'interno di questo disco, una canzone che sia un mattone da 7-8 minuti o oltre, anzi il brano dalla lunghezza maggiore è la bellissima "From Darkness to Joy" (stupenda la parte centrale con chitarra acustica e voce pulita). C'è tanto in questo "Tightrope Walk on the Ground", tutto legato a quello che è ormai il tradizionale stile finlandese: c'è del Melodic Death estremamente atmosferico, c'è un mood malinconico che pervade l'intera opera, ci sono passaggi che vanno a sconfinare nel Doom/Death, ci sono momenti puramente Progressive e sfuriate Death... C'è soprattutto un lavoro di scrittura, in questo lavoro, già estremamente maturo.

Il progetto Circenses di mr. Severi Osala, insomma, si è rivelato essere una piacevolissima scoperta, oltre che l'ulteriore conferma che in Finlandia non sono capaci di fare musica brutta. Un lavoro che merita più di un attento ascolto e che, personalmente, consiglio caldamente.

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