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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2019
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Alla soglia dei trent'anni di carriera - arrivati quest'anno - arrivano al traguardo del decimo album i tedeschi Obscenity, band guidata dall'inossidabile chitarrista Hendrik Bruns che forse non ha mai raccolto quanto realmente avrebbe meritato nel corso degli anni; quasi un'istituzione in pratria, infatti, nel resto d'Europa il nome degli Obscenity è legato prettamente all'underground, una band apprezzata dai die hard fans del genere, ma che nonostante le tre decadi sulle spalle è ancora sconosciuta ai più: what a shame.

Con questa loro decima fatica, gli Obscenity confermano per l'ennesima volta la bontà della loro proposta; raro infatti trovare un lavoro insufficiente nella discografia del quintetto teutonico, il cui stile - come una buona parte dei gruppi Death tedeschi - riunisce il meglio delle sonorità scandinave con quelle americane: ecco quindi un disco in cui troviamo la possente struttura tipica della East Coast statunitense con una ricerca - non spasmodica, per fortuna - di melodie atte a conferire alle composizioni un maggior respiro. Come per i precedenti album, anche ascoltando questo "Summoning the Circle" il primo paragone che viene in mente è quello degli svedesi Vomitory, le cui assonanze con la band tedesca si fanno forti soprattutto nei momenti in cui gli Obscenity spingono sull'acceleratore, in quelle che sono le parti più brutali dell'album. Ci saranno magari alcune cose non particolarmente riuscite, come ad esempio proprio le melodie di cui parlavamo poco sopra - sembra quasi che i nostri non ne siano abituati, tanto stonino con il resto dell'album, cosa che accade soprattutto nei vari soli -, ma sono cose che si possono facilmente perdonare a fronte di brani particolarmente riusciti come l'opening track "Used and Abused", la ferale "Dreadfully Embraced", l'arcigno mid-tempo di "Let Her Bleed" e la bordata di "Torment for the Living".

Non saranno in quello che potrebbe essere considerato l'Olimpo del Death Metal continentale, ma da trent'anni gli Obscenity sono comunque una garanzia. Anche con "Summoning the Circle" la band sassone dimostra come ci si possa sempre fidare del loro approccio tradizionale, come siano un gruppo che il suo sporco lavoro lo sa eseguire sempre egregiamente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Febbraio, 2019
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Formatisi giusto lo scorso anno, Tribe of Pazuzu sono un nuovo supergruppo Death che si affaccia sul mercato con questo maestoso EP di debutto, "Heretical Uprising" (prodotto da Vic Records). Perché parliamo di supergruppo? Semplice: fondati dall'ex-Soulburner ed ex-Pestilence Nick Sagias, i Tribe of Pazuzu si avvalgono della presenza anche di John McEntee (Incantation, ex-Mortician) alla chitarra e di Flo Mounier (Cryptospy, Vltimas) dietro le pelli, oltre che dell'ex-Mecifecation Randy Harris all'altra chitarra.

Già dai soli nomi dei musicisti coinvolti, è facilmente intuibile come il sound dei Tribe of Pazuzu sia un Death Metal senza il benché minimo compromesso, violento ed oscuro ma anche decisamente tecnico, come insegnano gli stessi Incantation, così come Immolation, Morbid Angel e Hate Eternal. Basta meno di 1/4 d'ora al quartetto nordamericano per attirare decisamente l'attenzione, con un lavoro che trasuda Death Metal da ogni singolo riff e a da ogni minima ritmica: la coppia d'asce McEntee Harris macina riff su riff in maniera spietata, mentre la sezione ritmica è un martellamento continuo, con un Flo Mounier in uno stato di forma debordante. Non ci pensano minimamente i Tribe of Pazuzu a rallentare la loro marcia: la via del blast beat sembra essere l'unica che questo progetto conosce, partendo alla carica dalla title-track e dando requie dopo il massacro solo quando si chiudono le ultime note di "Proliferarion of the Final Plague", piazzandoci nel mezzo altre tre vere e proprie cannonate - tra le quali spicca una mastodontica "Blind Disciples of Poisonous Faiths".

Un po' come i nostrani Coffin Birth, il progetto Tribe of Pazuzu è arrivato in pratica totalmente a sorpresa, ma proprio come la bestiale Death Metal band italo-maltese anche il quartetto nord americano ha rilasciato immediatamente un lavoro al fulmicotone. Non credo sia eresia affermare che "Heretical Uprising" potrà facilmente essere tra le migliori uscite Death del 2019, tanto da lasciare un po' l'amaro in bocca che, al momento, sia sostanzialmente un side-project.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Febbraio, 2019
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Album di debutto per i galiziani Obskkvlt, band formatasi nel 2015 per volontà del cantante Athal-Berath e del chitarrista Hrodiriks, due musicisti spagnoli che decidono di convogliare la loro lunga esperienza nell'Extreme Metal in un nuovo progetto, che prenderà definitiva forma con l'entrata del bassista Unæker e di un drummer che FORSE qualcuno di voi conoscerà già: un certo Nicholas Barker. Parlare di semplice Death Metal per gli Obskkvlt parrebbe alquanto riduttivo, data la presenza nel sound del combo spagnolo di elementi diversi, che spostano il focus su di un sound maggiormente moderno; sia nelle ritmiche che nel riffingwork, si possono trovare infatti influenze Groove/Industrial che facilmente possono portare alla mente Fear Factory e Strapping Young Lad. Il risultato di tutto ciò è un disco che riesce al contempo ad esser moderno - con richiami agli ultimi Decapitated - e più 'vintage', con elementi che molto erano in voga tra la fine degli anni '90 e l'inizio del nuovo millennio. Tra riff granitici ed una sezione ritmica guidata dall'inossidabile Barker che crea una muraglia sonora quasi insormontabile - il tutto a far da tappeto alla voce di Athal-Berath che, ci scommetto, dovrebbe essere un grande fan di Phil Anselmo -, gli Obskkvlt martellano per una mezz'oretta circa con una serie di brani che, alla fine dei conti, sembrano funzionare bene, in particolar modo a mio avviso "Faith" e "Spirit Animal".
"Blackarhats" non è propriamente un disco adatto ai deathsters più puristi probabilmente, ma ai fans delle creature di Devin Townsend e Burton C. Bell sicuramente questo lavoro potrebbe destare un certo interesse. Un biglietto da visita interessante per la band di La Coruña: se poi è stata capace di avvalersi della collaborazione di uno dei più leggendari batteristi estremi esistenti un motivo dovrà pur esserci, non trovate?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Febbraio, 2019
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Formati da membri dei Rudra - uno dei più vecchi e conosciuti gruppi provenienti da Singapore - i The Wandering Ascetic arrivano con questo "Crimson" alla pubblicazione del debut album tramite Transcending Obscurity Asia, dopo un EP datato 2013, "Manifest Destiny". Il lavoro della band asiatica appare da subito quanto mai 'grezzo', con sonorità che molto si rifanno a quelle di fine anni '80/inizio '90, anche in termini di produzione. Ovviamente non possono non ricordare per certi versi gli stessi Rudra, ma per la maggiore il sound della band singaporiana ha chiari riferimenti al vecchio Black greco - Rotting Christ e Varathron su tutti -. Detto questo, non possiamo che essere onesti affermando che "Crimson" risulta essere un album al di sotto delle aspettative, considerato da quale label viene prodotto: Transcending Obscurity Records - come le sue sub-label - ci ha sempre abituato a lavori buonissimi, anche quando si è trattato di un disco marcatamente old school; quello dei The Wandering Ascetic è invece uno di quei dischi che passa quasi in sordina, che viene dimenticato pochi secondi dopo l'aver completato l'ascolto. Non aiuta certo una produzione al di sotto della sufficienza, così come un songwriting che, dopo un po', comincia a puzzar terribilmente di derivativo ed estremamente semplicistico, tanto nel comparto strumentale che in linee vocali quasi scolastiche (per non parlare delle liriche). Non che "Crimson" sia un album da gettare nell'immondizia, sia chiaro, ma semplicemente è un lavoro senza infamia e senza lode, per certi versi un po' troppo piatto, che, alla fine della fiera, non lascia assolutamente nulla di memorabile. E da Transcending Obscurity ci aspettiamo di meglio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Febbraio, 2019
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Vengono da Lafayette, in Louisiana, gli A Novelist, duo formatosi nel 2009 da due amici, il cantante/polistrumentista Ben Nugent ed il batterista Alex Babineaux; dopo un primo album autoprodotto uscito nel 2015, "Portraits", il duo statunitense torna con questo secondo lavoro indipendente a nome "Folie", un disco che, diciamolo subito, denota una maturità stilistica da parte dei due musicisti estremamente elevata. "Folie" è infatti uno di quei dischi da dover necessariamente ascoltare più volte per poter essere ben assimilato, complice il Progressive Death dei nostri che prende però elementi anche da molti altri generi letteralmente agli antipodi: passaggi Blackened (ad esempio in "Exteriors", tastiere e refrain psichedelici che vengono dal Prog Rock (la bellissima "Apparitions"), parti jazzate, fraseggi Blues ("Stokholm Blues"), Sludge e Post-Hardcore ("His Kingdom is Vast", brano in cui sono presenti anche strumenti a fiato per mano di Marc "Elder" Linam, senza che questi risultino un cazzotto in un occhio come accade di solito)... il tutto miscelato con sapienza, messo insieme in maniera fluida. Se musicalmente gli A Novelist possono facilmente far presa si chi ama la musica più tecnica, anche sul piano delle tematiche i due artisti americani dimostrano di saper tirare fuori un lavoro maturo: usando allegorie ed allusioni all'Inquisizione, ed usando la storia di Hiram Abiff - personaggio allegorico che nella pseudostoria viene collocato nella Bibbia ai tempi del Tempio di Salomone come capo della costruzione dello stesso -, Nugent e Babineaux hanno scritto questo concept basandosi sulla vita - in particolar modo gli ultimi quattro anni - di una persona vicino a loro; creando questo concept attorno la fogira di questo Pope of Hell, gli A Novelist han scritto questa storia riguardo il sacrificio senziente di una persona non per autoguadagno, ma per un bene superiore. Ed il tutto si dipana nelle dodici meravigliose tracce che compongono "Folie", un album probabilmente non proprio per tutti: ammetto che c'è il rischio che sulle prime lo si possa trovare un lavoro ai limiti della noia, ma che invece come detto riesce man mano a farsi apprezzare proprio alle sue molteplici sfaccettature, alle tante sfumature che lo compongono. Date quindi un'opportunità a "Folie" degli A Novelist, ma con l'avvertimento di essere pazienti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Febbraio, 2019
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Attivi dapprima dal 2006 al 2013 (circa) per poi ritornare nel 2018 (forse), i californiani Laceration sono una di quelle bands fortemente legate al sound tipico della loro zona: più nello specifico il quartetto americano è impregnato del classico sound della Bay Area, poco velatamente old school ed il cui richiamo principale porta inevitabilmente ai Demoltion Hammer, senz'ombra di dubbio la principale influenza del quartetto. In attesa che i Laceration finiscano i lavori per il loro debut album, con l'aiuto di Unspeakable Axe Records i nostri tirano fuori questo "Remnants", una compilation in cui sono presenti pezzi tratti da tutte le passate uscite - demo, EP e split -. Un'operazione intelligente, a mio avviso, quella della band californiana, che permette in un colpo solo di far conoscere ad un pubblico maggiore quanto fatto fino ad ora, servendo un buon antipasto in vista del primo lavoro su lunga distanza. E così, a partire da brani del primo demo datato 2008 i Laceration ripercorrono la loro carriera in quest'unica opera, mostrandosi semplicemente per quella che è: una band che sarà pure - al momento - senza infamia e senza lode, ma che ha dalla sua una passione innata ed un'attitudine altamente spiccata. Le composizioni qui presenti sono classici brani che specie dal vivo possono avere una gran presa, con momenti più rapidi e taglienti tali da scatenare un sicuro mosh pit, ed altri più duri ma altrettanto spaccacollo. Anche se ad onor di cronaca l'incipit di £Exhausted in Form" è ai limiti del plagio (dei Death).
Nel caso siate amanti delle sonorità di Demolition Hammer, Dark Angel o, perché no?, dei primissimi Death, allora "Remnants" è il modo migliore per fare la conoscenza dei Laceration. Questo disco è tutt'altro che perfetto, sia chiaro, ma può facilmente risultare un ascolto anche piacevole.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 16 Febbraio, 2019
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Dopo ben tre compilation uscite lo scorso anno per festeggiare il trentennale della band, i leggendari Rotting Christ cominciano una nuova decade della loro carriera - finalmente! - con un nuovo album: dall'ormai consolidata partnership con Season of Mist arriva "The Heretics", tredicesimo studio album per la band dei fratelli Tolis. I Rotting Christ possono essere considerati non solo tra i capostipiti del nascente Black Metal tra la fine degli 80's e l'inizio dei 90's, ma anche ai giorni nostri tra i primi alfieri di un modo più liturgico di affrontare il genere. Il punto è che dopo "Κατά τον δαίμονα εαυτού" e "Rituals" sembra che la band greca stia subendo un certo calo (invero, già da "Rituals"). Sul piano musicale - che nonostante tutto resta il maggior punto di forza dei nostri - i Rotting Christ sembrano riciclare i riff dei precedenti due album, non un buon sintomo in vista di questa nuova uscita... ma il problema maggiore risiede proprio in questo stile salmodiante che la band greca ha fatto proprio. Il punto focale è questo: il troppo storpia. E "The Heretics" ha troppo di tutto: fin troppo atmosferico, fin troppo liturgico, fin troppo 'ritualistico' e soprattutto con troppe, davvero TROPPE parti spoken. Scorrendo la tracklist si ha la netta sensazione che ogni brano sia sempre lì sul punto di esplodere, per poi fare una netta retromarcia e rifugiarsi in quei cori dal sapore ecclesiastico (in senso lato, ovvio); l'esempio più lampante lo abbiamo "Dies Irae", il cui incipit sembra finalmente portarci quella sana furia che contraddistingueva Sakis e soci, salvo poi farci rimanere di nuovo di sasso. Risultato di tutto questo? Che brani come "Hallowed be thy Name", la stessa "Dies Irae" e "I Believe" risultano essere di una noia mortale: e non che i restanti sette brani siano meglio. Non bastano citazioni shakespeariane o temi che ricalcano gli scritti di Milton o Poe a risollevare un disco che purtroppo potrà portare molti fans del colosso ellenico a voltare lo sguardo verso l'alto.
Dopo trent'anni è anche normale, in certi casi, che possa esserci un calo fisiologico. Ma, conoscendo le doti dei Rotting Christ e, soprattutto, la competenza compositiva di mr. Sakis Tolis, un album come "The Heretics" è una delusione estremamente bruciante. Ciò non toglie che i die hard fans della band possano comunque apprezzare questo lavoro, ma almeno per chi vi scrive il risultato è sotto ogni aspettativa. Ed è un peccato, visto che "The Heretics" è l'album dei Rotting Christ con probabilmente la miglior produzione che la band greca abbia mai avuto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 15 Febbraio, 2019
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Tre erano i gruppi, qui in Italia, che hanno fatto da apripista a tutte le altre Death Metal bands del nostro paese negli anni '90: i pugliesi Natron, i genovesi Antropofagus ed i bolognesi Electrocution; ed è proprio di questi ultimi che ci occupiamo oggi, recensendo il loro ultimo lavoro, "Psychonolatry", uscito su Goregorecords - sub-label prettamente Death di Aural Music -. Nel loro primo periodo di attività, dal '90 al '97, gli Electrocution hanno rilasciato quel "Inside the Unreal" che è un pezzo di storia del Death Metal tricolore, un autentico pezzo da collezione (specie nella stampa dell'epoca). Quindici anni dopo lo scioglimento, nel 2012 dunque, gli Electrocution tornano in vita per volere del cantante e mastermind Mick Montaguti, realizzando nel 2014 l'album di ritorno "Metaphysincarnation", sempre per Goregorecords.

Gli Electrocution sarebbero potuti facilmente incappare nella trappola che solitamente attanaglia i gruppi che ritornano dopo un notevole lasso di tempo, ossia quello di riprendere da dove ci si era fermati come se non fossero passati 15-20 anni; invece, nonostante il successo leggendario del primo periodo, la band bolognese ha saggiamente deciso sì di mantenere il proprio Death marchio di fabbrica come 'sottofondo', ma puntando soprattutto in maniera decisa ad un Technical Death 'moderno', allineandosi con quello che è lo stile maggiormente sotto l'occhio oggigiorno. Ed il risultato è sotto gli occhi di tutti, visto il ritorno in grande stile cinque anni fa con "Metaphysincarnation" e questa nuova, debordante fatica. In "Psychonolatry", infatti, possiamo sentire gli Electrocution aggressivi come forse non sono mai stati in tutta la loro carriera; una serie di mitragliate una via l'altra che colpiscono l'ascoltatore senza soluzione di continuità. Attenti ad inserire nel proprio sound quella parvenza di melodia che serve a dare un respiro più ampio alle composizioni, i nostri si caricano nei primi secondi introduttivi della title-track che apre il disco per poi attaccare a testa bassa, prendendo a sassate il malcapitato ascoltatore dai primi attimi dell'album. Con sonorità che in primis sono accostabili ai connazionali Antropofagus e Hour of Penance, fatte di blast beats martellanti, chitarre feroci e taglienti ed un growl profondo ed aggressivo - il buon Mick appare decisamente in forma smagliante -, gli Electrocution non dimenticano il buon vecchio Death 'classico' piazzando in tracklist pezzi come la 'morbidangeliana" "Bulåggna" (e "Bologna"... stesso pezzo) o come "Of Blood and Flesh", in cui Montaguti si lascia andare ad uno stile vocale à la John Tardy/Dave Matrise, più sguaiato, in un certo senso, ma sempre ben incisivo. "Malum Intra Nos", "Divine Retribution", Misanthropic Carnage" o la versione ri-registrata di "Premature Burial" (brano presente nel mitico "Inside the Unreal") sono solo altre perle d'inconsulta violenza che rendono "Psychonolatry" un gioiello da avere assolutamente se si è amanti del Death più tecnico e violento.

Tanto di cappello agli Electrocution, che dimostrano con un album perfetto in ogni sua componente - a partire da una produzione sontuosa - di non voler ancora abdicare e di potersi ritenere a merito come una delle maggiori realtà Death Metal qui in Italia. L'acquisto di "Psychonolatry" non è solo consigliato, ma è d'obbligo se vi professate deathsters.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Febbraio, 2019
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Dopo un EP ("Hostos Ecclesiae" del 2015) arrivano a lanciare il primo album i francesi In Hell, band Black/Death formatasi nel 2013 che, a quanto possiamo ascoltare in questo "Satanica Mundi", segue esattamente quelli che sono gli stilemi del genere. Insomma, con "Satanica Mundi" abbiamo un album Black/Death nella più piena accezione del termine, con la band transalpina che non si discosta da quanto fatto da una miriade di altri gruppi prima di loro. Niente di nuovo sotto il sole dunque da parte degli In Hell, il cui sound prende a piene mani dalle sfuriate Swedish Black di Dark Funeral e Setherial e dalla compattezza di Behemoth o Belphegor; ma nonostante ciò, il rischio di annoiarsi durante l'ascolto di "Satanica Mundi" è ben lungi: ad essere onesti sono presenti un bel po' di passaggi in cui si ha la netta sensazione di 'già sentito', ma è qualcosa su cui gli In Hell penso possano lavorarci su in futuro, visto che alcuni guizzi in quest'opera riescono a regalarli: mi riferisco a brani come l'opener "Origin of Occult", come "Sheol and Hades" e come, soprattutto, "Blasphementes". Un commento a parte è da fare invece sulle vocals di James Spar, che se da un lato è in possesso di un ottimo growl, dall'altro deve probabilmente con lo scream, che questa voce così gracchiante può arrivare ad essere quasi fastidiosa.
Insomma, per il futuro gli In Hell devono cercare di migliorare alcuni punti della propria proposta, ma per ora possiamo dar loro una sufficienza meritata; pur mancando di una dose di personalità necessaria, gli In Hell sono riusciti in qualche modo a rendere discreto l'ascolto di "Satanica Mundi". Se siete amanti di queste sonorità, buttateci pure un orecchio, che potreste essere felicemente sorpresi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Febbraio, 2019
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Secondo lavoro per i francesi Gorgon, band guidata dal cantante/chitarrista Paul Thureau con all'attivo diversi singoli e l'album d'esordio "Titanomachy". Nei poco più di due anni trascorsi dal debutto e questo "Elegy", sembra che la band francese abbia fatto decisamente passi da gigante: se il primo album era un lavoro da semplice sufficienza, con questa loro seconda opera i transalpini sembrano volere alzare nettamente l'asticella; il songwriting in questo disco sembra da subito molto ispirato, con un concept ben pensato ed eseguito: "Elegy" è infatti concepito sulla figura femminile nella storia, una 'visione' in cui la sottile linea della dualità viene spezzata ed in cui figure perno del simbolismo femminile ne sono protagoniste: da Maria a Hecate, da Eva a Pandora, e così via. Per parlare del piano prettamente musicale, bisogna prendersi un attimo per scandagliare le varie infouenae riscontrabili nel lavoro di Thureau e soci; in "Elegy" infatti troviamo diverse anime che convivono armoniosamente grazie ad un grandioso lavoro d'arrangiamento: da inserti arabeggianti che non possono non ricordare Melechesh ed Orphaned Land, passando per un'attenzione estremamente particolare per le orchestrazioni e ad un Death Metal compatto e potente ma in cui non manca un certo gusto per la melodia - e qui il termine di paragone non può che essere con i nostri Fleshgod Apocalypse o con i greci Septicflesh -, mentre in momenti più melodici la mente rimanda ad un altro colosso italiano, i Dark Lunacy. Ecco, detta così sembra quasi un mischione senza né capo né coda, invece i Gorgon hanno personalità da vendere, tanto che nei 3/4 d'ora di durata dell'album non troviamo nemmeno un momento che possa essere definito filler: ogni cosa è al proprio posto, dai riff che sanno essere ora granitici ora melodici, le orchestrazioni ora epiche ora ricche di pathos - andate a sentire che lavoro enorme è stato fatto in "Into the Abyss" -, fino ad arrivare alle parti narrate o agli splendi cori dal sapore mediorentale di Safa Heraghi.
Aggiungiamoci in conclusione una produzione pompatissima, capace di mettere in risalto tanto i classici strumenti che le orchestrazione, ed abbiamo sul piatto con disco saprà di certo colpire gli amanti di queste sonorità particolari. I Gorgon sono promossi su tutta la linea ed un plauso va fatto a Dusktone per aver scoperto la talentuosa band parigina.

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