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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 17 Agosto, 2017
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Sono chiamati ad un compito arduo, i Thy Art is Murder. "Dear Desolation", quarto album per la Deathcore band australiana, si trova ad essere il successore di "Holy War", che per chi vi scrive (e non solo) è solo uno dei migliori dischi Deathcore mai prodotti. Ne converrete con me che non è per nulla semplice ripetersi dopo un vero e proprio capolavoro, in un periodo poi particolare: All Shall Perish in silenzio dal 2011, Whitechapel con le loro nuove soluzioni stilistiche che fanno quanto meno discutere, Carnifex che non si rialzano da una mediocrità che ormai sembra senza fine... I fans del genere hanno quindi gli occhi puntati su questa nuova uscita del quintetto di Sidney, incrociando fortemente le dita.

E la speranza di tutti non viene disattesa. Ok, non siamo ai livelli di "Holy War" (ma è pur vero che è quasi impossibile), eppure "Dear Desolation" è un album a dir poco ottimo. Ho sempre trovato, poi, che i Thy Art is Murder siano tra i pochi gruppi Deathcore che possono tranquillamente piacere anche ai deathsters più intransigenti, grazie ai non pochi distruttivi passaggi puramente Death, che perfettamente s'intersecano con il sound compatto e moderno di questa macchina da guerra australiana. Già con i singoli apripista, "Slaves Beyond Death" e "The Son of Misery", canzoni che aprono l'album tra l'altro, ci si poteva rendere conto di cosa ci saremmo potuti aspettare: e "Dear Desolation" non delude. Un album dal sound moderno che paga il giusto tributo al genere padre, compatto, violento, tecnicamente ineccepibile, formato da dieci tracce tra le quali non vi è alcun punto debole. Tra le due canzoni d'apertura già citate, "Death Dealer", la spettacolare "The Skin of the Serpent", le mazzate inconsulte che promette "Fire in the Sky"... per quasi 40 minuti i Thy Art is Murder picchiano come fabbri senza sosta con, lasciatemi dire, una sezione ritmica pesante come un macigno.

Già, di solito non è che ascolti così tanto Deathcore: alla fine solo una manciata di bands, lo ammetto senza problemi. Se poi alcune di queste deludono sotto ogni punto di vista, è ancor più un piacere ritrovarsi ad ascoltare un disco come "Dear Desolation" dei Thy Art is Murder. Gli australiani hanno tirato fuori quello che, ad oggi, è probabilmente il miglior disco Deathcore dell'anno. E probabilmente a dicembre potremo dire ancora la stessa cosa....

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 17 Agosto, 2017
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Nati nel 2000, i Mordenial diventano una band vera e propria nel 2008, quando Fiebig e Kjetil cominciano a scrivere il materiale per il primo album. Primo album, "Where the Angels Fall", che ha avuto una genesi difficoltosa: la line up si completerà solo nel 2011, ma di seguito i la band si ritroverà senza cantante; solo dopo tempo, dopo l'infruttuosa ricerca di un nuovo vocalist, il batterista Fiebig decide di prendere posto anche dietro al microfono. Nel 2015 il debut album vede la luce e due anni dopo ecco arrivare il secondo capitolo: il concept album "The Plague".

Concept album che, come da titolo, vede la piaga come filo conduttore del tutto. Sia da un punto di vista futuristico che antico, i Mordenial ci narrano di come le persone giustificano atti orribili pretendendo di esser stati scelti da un dio (o degli dei). Un concept di per sé interessante che viene supportato da buona musica: un Melodic Death tagliente e compatto, sulla scia di At the Gates e primi In Flames. Il lavoro di songwriting appare ispirato tanto per quanto riguarda la stesura del concept e delle liriche, quanto per il comparto strumentale. Non che "The Plague" sia un album che faccia gridare al miracolo, siamo chiari, ma nel complesso possiamo dire che il disco suona bene e si lascia ascoltare nella sua interezza senza alcun tipo di stanca durante la propria durata, grazie al poco su citato songwriting ispirato che vede il proprio apice in pezzi come "Daylight is Gone", "No Empathy" e, soprattutto, "Follow the Cross". Un album, "The Plague" che si sostiene soprattutto sugli ottimi e repentini cambi di tempo, guidati dall'ottimo lavoro dietro le pelli di quello che è anche il vocalist della band, Fiebig, ottimamente supportato dal lavoro alle sei corde di Kjetil Lynghaug.

Un discreto album Melodic Death quindi, "The Plague" piacerà sicuramente a chi preferisce un sound Swedish più novantiano, in cui le atmosfere tanto in voga oggi lasciano totalmente spazio ad un impatto più duro e in qualche modo cupo, senza che venga messo da parte un certo gusto per la melodia.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Agosto, 2017
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"Beyond Omega" è l'album di debutto, autoprodotto, degli americani Oracle, Melodic Black/Death band proveniente da Mobile, Alabama. Nelle info che accompagnano il promo, gli Oracle sono descritti come un'amalgama di differenti idee e stili... e la descrizione, devo dire, è accurata. Ascoltando gli Oracle possiamo tranquillamente ritrovarci con riff di scuola Heavy su di un violento tappeto Death/Grind, blast beats tipici della frangia svedese del Black alternarsi a pesanti passaggi che richiamano il Death floridiano, il tutto in un continuo susseguirsi. Il risultato finale, vi dirò, è soddisfacente.

Il merito di "Beyond Omega" (e quindi degli Oracle) è, l'avrete capito, quello d'essere un disco vario; più si va avanti con l'ascolto più s'intuisce di come il songwriting sia particolarmente ispirato, songwriting che segue un concept che, attraverso anche metafore, segue praticamente il corso della vita dall'inizio, passando per tribolazioni e sofferenze, alla fine vista come una liberazione. Un disco vario dicevamo ed infatti si passa senza soluzione di continuità da uno stile all'altro, con un occhio sempre fisso, però, sul Melodic Black/Death che è la base di tutto. Possiamo quindi ritrovarci a passare dalla deatheggiante "Nocturnal Creatures" alla melodicissima "By the Hands of Aestrea", in cui fanno capolino anche passaggi di puro Melodic Death seguiti da fucilate Swedish Black. Tutto questo non fa che mantenere alta l'attenzione dell'ascoltatore, che non rimarrà deluso da nessuna delle tracce qui presenti.

Da appuntare nella casella dei debutti più interessanti pervenutimi, "Beyond Omega" è decisamente un ottimo disco che ci presenta una band che vanta già un certo grado di maturità, che non ha nemmeno paura di inserire qui e lì dei piccoli elementi più moderni (mi viene in mente la parte iniziale di "On the Wings of a Martyr"). Adesso gli Oracle saranno chiamati a ripetersi, ma se le premesse sono queste, possiamo aspettarci belle cose da loro per il futuro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 11 Agosto, 2017
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Ero curiosissimo di ascoltare "Into the Marinesnow", secondo album dei No Limited Spiral. Vuoi per il mio amore sconfinato per il Giappone - e i nostri vengono da una delle città che spero un giorno di visitare, Osaka -, vuoi perché si sa quanto i nipponici sappiano il fatto loro, anche in ambito estremo. Da qui, quindi, la curiosità di ascoltare queste Melodic Death Metal band prodotta dalla nostrana WormHoleDeath, le cui influenze sono da andare a ricercare nello Swedish Death più "spinto" (At the Gates e, soprattutto, primi Soilwork).

Non so perché, ma mi aspettavo tutt'altro dai NLS. Ed invece, dopo l'intro "-In Reminescence-", il quintetto giapponese spinge subito sull'acceleratore con "Nyx", un pezzo che grida "Soilwork!" da tutte le note. Ed in effetti l'ombra della band di "Speed" Strid (prima che diventassero lo schifo Metalcore di oggi) è sempre presente nel sound dei NLS: peccano quindi, i nostri, di un forte citazionismo (persino la voce di Ren assomiglia tantissimo a quella di Björn Strid), ma ciò non toglie che "Into the Marinestone" è un album che si lascia decisamente ascoltare. E questo grazie a gran bei pezzi come "the Witch of Dusk", "Kalra the Everlasting Red" e una delle due hit del disco, ossia "Dissolved in the Color of Ocean". E grazie anche all'ottimo lavoro alle tastiere di Ruri, che in un comparto strumentale degno di nota dà il proprio contributo creando un ottimo tappeto atmosferico sotto la furia del resto degli strumenti, prendendosi il ruolo di protagonista nel bellissimo intermezzo strumentale "-Daffodil-". Dicevamo prima di due hit presenti in quest'album: ebbene l'altra è la conclusiva "Clockwork Serenade", canzone incredibilmente catchy, con soluzioni forse troppo semplici ma che funzionano in maniera egregia, specie l'irresistibile refrain. Menzione va fatta, infine, anche all'ottima produzione: i suoni sono perfettamente bilanciati, non c'è nulla che vada a coprire il resto ed in più i suoni della batteria sono pressoché perfetti.

Niente di innovativo in "Into the Marinesnow", ma vi dirò: a me quest'album è piaciuto! Suonato bene, prodotto meglio, questa fatica dei No Limited Spiral è stata, per chi vi scrive, una piacevolissima sorpresa, che consiglio ai fans delle bands svedesi citate più su. Specie se vi mancano i vecchi Soilwork, questa band fa al caso vostro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Agosto, 2017
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Ammetto che quando mi è arrivato il promo di questo "Vision Wallows in Symphonies of Light" degli Ingurgitating Oblivion (da ora in avanti per comodità IO) il mio primo pensiero è stato: "Oddio, che palle!". Basta diate un'occhiata alle info quassù, più di preciso alla durata dei pezzi, per capire il perché di questa mia prima istintiva reazione. Beh, mi sbagliavo di grosso. Ma andiamo con ordine...

Anzitutto, gli IO vengono fondati nel 2001 dal chitarrista Flroian Engelke e restano attivi fino al 2015, periodo in cui hanno rilasciato diversi demo, split ed EP e, soprattutto, due album: "Voyage Towards Abhorrence" nel 2005 e "Continuum of Absence" nel 2014. Nel 2015 uno stop che però dura pochissimo ed il processo che li porterà a questa loro terza fatica, "Vision Wallows in Symphonies of Light", per l'appunto, in cui Florian è coadiuvato dal bassista/vocalist Adrian Bojarowski e dal batterista Paul Wielan.

Quattro pezzi per quasi un'ora di musica, con due tracce superiori ai 10 minuti ed una che addirittura arriva a sfiorarne i 23. Decisamete "Vision..." non è un album per tutti, dato che non sono molti ad avere la, diciamo, "resistenza" ad ascoltare canzoni così lunghe. Sarebbe poi comunque riduttivo definire gli IO come una band Death Metal. Fortunatamente la band berlinese fonde nel proprio sound diversi elementi, andando a diversificarsi anche durante lo stesso pezzo - e meno male, aggiungerei -, per cui mentre in un momento abbiamo un classico Death Metal (stile Morbid Angel, per capirci), in un altro si hanno passaggi Technical/Progressive Death, fino ad arrivare a splendidi momenti in cui fanno capolino influenze Avantgarde sperimentate con successo finora, per quanto mi riguarda, solo dai Gorguts; anche se è pur vero che nei primi minuti della seconda traccia, dall'"inquisitioniano" titolo "A Mote Constitutes what to me is not all, and Eternally all, is Nothing" non è un azzardo dire che possono venire alla mente i Deathspell Omega. Ad un disco d'una durata così imponente erano da affiancare tematiche altrettanto imponenti: poesia, saggezza, filosofia, rendono "Vision..." un album per niente banale, in ogni sua componente. Il songwriting è ispiratissimo, con un lavoro d'arrangiamento magnificamente perfetto - e non dev'essere stato per nulla semplice -, cosa che è il punto focale della questione: l'album durerà tanto, i pezzi hanno un lunghissimo minutaggio, ma state certi che non ci si annoierà mai durante l'ascolto.

Siamo chiari: "Vision..." degli IO è sicuramente un album incredibilmente ostico. Ma tanto è ostico quanto altrettanto bellissimo. Per ascoltarlo a dovere, però, bisogna esser mentalmente preparati, essere come gli stessi IO e prepararsi ad un ascolto totalmente fuori dagli schemi e godersi un lungo viaggio attraverso una delle più interessanti uscite del 2017, tra Death Metal puro e momenti estremamente stranianti, vedi la parte centrale della già citata traccia No.2.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Agosto, 2017
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EP di debutto per gli Inferum, giovanissima band - età media 19 anni - di Eindhoven, Olanda. Autodefinitisi Mechanical Death Metal, i cinque ragazzi, tutti studenti alla Metal Factory, suonano in sostanza un Groove Death Metal che prende influenze soprattutto dalla scia moderna (Thy Art is Murder, Gojira, Decapitated, Slaughter to Prevail), con molti riferimenti ai Meshuggah, soprattutto, manco a dirlo, per una serie di psicotici tempi sincopati.

In poco più di 1/4 d'ora questi ragazzi dimostrano di che pasta sono fatti: potrà piacere come no quello che suonano, ma quello che è sicuro è che tecnicamente i nostri sono decisamente molto dotati. In alcuni casi anche più delle bands cui fanno riferimento, e sì, mi riferisco proprio ai Decapitated: a differenza della band polacca, ad esempio, gli Inferum hanno un vocalist che sa cantare. Nomen omen, "Modern Massacre" tiene appunto fede al proprio nome, visto che l'EP è sul serio un massacro (per lo meno restando tra i canoni del genere). Estremamente ricco di groove, questo EP ci mostra una band che è in cerca di una propria maturazione: infatti, per quanto buono sia quanto possiamo ascoltare, ancora manca quell'impronta personale che potrà far risaltare gli Inferum nel marasma generale. Ma con il tempo dalla loro e pensando che hanno anche recentemente suonato a Wacken dopo aver vinto la Metal Battle olandese, direi che c'è da esserne fiduciosi. Non credo sia un caso che tra pochi giorni suoneranno di supporto ai Cryptopsy, né tanto meno che a settembre saranno al Baroeg Open Air con Destruction ed Asphyx.

Io non so quanto questo trend continuerà - perché Groove Death e Deathcore questo sono: un trend destinato prima o poi a scemare -, ma fin quando durerà c'è seriamente da tenere d'occhio questi cinque ragazzi olandesi: se (inspiegabilmente) vi è piaciuto l'ultimo Decapitated, allora letteralmente impazzirete per questo EP, credetemi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Agosto, 2017
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C'è da dire che di certo questo James McBain non se ne sta con le mani in mano. A parte gli Hellripper qui in esame col full "Coagulating Darkness", il musicista di Aberdeen è coinvolto anche nella band Rats of Reality (Black/Crust) ed in due altre one man bands: Lord Rot, Death Metal, e Lock Howl, Gothic Post-Punk (???). Il progetto Hellripper nasce nel 2014 e fino ad oggi ha pubblicato un EP ("The Manifestation of Evil" nel 2015) e tre Split, prima di arrivare, come detto prima, a "Coagulating Darkness", primo lavoro su lunga distanza.

Un album, questo, volutamente Old School. Non aspettatevi niente di innovativo, né tanto meno una minima influenza che non sia dagli 80's. Hellripper è un progetto Black/Speed devoto ai vari Venom (su tutti), Celtic Frost, Hellhammer, primi Bathory, così come gente più "nuova" come i Toxic Holocaust, con cui Hellripper hanno più di un punto di contatto. Ed è ai fans di queste bands e di queste sonorità che è indirizzato "Coagulating Darkness", un concentrato di nemmeno mezz'ora che sembra uscito più dalla metà degli anni '80 piuttosto che nel 2017. Pezzi rapidi e ferali, "tupa-tupa" incessante e uno scream sguaiato - che molto spesso assomiglia non poco a quello di Joel Grind dei Toxic Holocaust, come ad esempio in "Conduit Closing" - sono gli ingredienti qui presenti. Per alcuni sarà una minestra riscaldata, per altri no, ma tant'è: gli Hellripper sono semplicemente questo, prendere o lasciare.

Avrete capito che quest'album è consigliato espressamente agli amanti di queste sonorità Old School. Non è nulla di trascendentale, ma in una collezione di tal tipo, tutto sommato, non sfigurerebbe.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Agosto, 2017
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La Grecia ha una grossissima tradizione nell'ambito del Metal più estremo, soprattutto se andiamo a vedere la scena Black: Rotting Christ, Thou Art Lord, Varathron, Astarte... La furia che ci mettono i gruppi greci in quel che fanno ha ben pochi pari, in Europa come nel resto del mondo. Non stupisce dunque che anche questi Prometheus non siano da meno, autori di un Black/Death votato all'assalto frontale.

"Consumed in Flames", questo il titolo del debut album dei Prometheus, è un album di una violenza primordiale ed assoluta, pur non mancando atmosfere che legano alla loro terra d'origine - vedasi la strumentale "Seth" -. Prendete i Belphegor del periodo "Lucifer Incestus"/"Goatreich - Fleshcult", rendeteli ancora più incazzati ed avrete i Prometheus. Il trio greco non si prende nemmeno la briga di prendere prigionieri, ma anzi si premura di mietere quante più vittime possibili già con l'opening track "The Disgusting Tongues", concedendosi ben poche pause durante la mattanza perpretrata. Menzione al merito all'incredibile "Vulture all Black", la cui immarcescibile violenza ben s'interseca con una parte centrale atmosferica da brividi. "Prometheus Rising", così come "Hatesworn" e "Consumed in Flames" - curiosamente queste ultime due hanno la stessa durata -, sono classici pezzi Black/Death, tirati su per far malissimo on stage. Chiude il disco una seconda versione di "Hand of War", solo strumentale.

I Prometheus continuano la tradizione greca: in ambito estremo la regione ellenica difficilmente delude. Una terra antica e gloriosa che un tempo fu culla della civilità, è ora terreno fertile per la nascita di alcune delle bands più violente del pianeta: anche questa volta, con "Consumed in Flames", c'è da rimanere più che soddisfatti. Un disco brutale, diretto e senza inutili abbellimenti. L'obiettivo è colpire duro ed i Prometheus lo fanno egregiamente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Agosto, 2017
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Formati nel 2010 da Pamela Wasiluk e Stefan Solica, gli svedesi Midvinterblot arrivano oggi alla pubblicazione, autoprodotta, del primo lavoro su lunga distanza dopo il demo "Rise of the Forest King" (2012) e l'EP "Gryning" (2015). Dopo alcuni cambi di line up, la band di Stoccolma si assesta dapprima con i sette elementi che hanno registrato "Skymning" - uscito nel dicembre 2016 in digitale e nel marzo 2017 in formato Digipack -, poi negli otto di ora. Come genere, siamo su un classico Folk Metal di scuola scandinava, in cui prevalgono tematiche come la mitologia nordica, la natura.. e il bere!

Dopo un'intro dalla dubbia utilità è "Eldföda" a dare il vero e proprio inizio al disco e da subito si riescono a riscontrare alcune assonanze tra il sound dei Midvinterblot e quello della più celebre band Folk nordica, i Korpiklaani (del periodo di "Spirit of the Forest"). Con flauto e violino sempre al centro dell'attenzione, il resto del comparto musicale si muove a proprio agio attraverso varie sonorità, che però, nell'insieme, giovano all'economia del disco, visto che serve a rendere il tutto vario e mai monotono. Tra i tanti accenni al Melodic Death come "base" abbiamo variazioni sul tema, come ad esempio la marziale "Natthamn" o la più lenta (per modo di dire) "Dènya". E così, tra la bella "Gammeldans" e una sognante "Northern Lights", traccia che ho preferito di quest'album tra l'altro, passando per "Hörgr", la danzereccia "Munskölj" e la conclusiva title-track, "Skymning" si lascia ascoltare con particolare interesse, forte anche della "leggerezza" che porta il genere di riferimento dei nostri. Un solo piccolo appunto da fare, magari, riguarda la voce femminile che in alcuni punti sembra abbia un'unica intonazione... monotono così, no?

Per i fans del Folk Metal nordico una nuova band si affaccia meritevole delle vostre attenzioni. Non aspettatevi con "Skymning" un album che faccia gridare al miracolo, ma di sicuro un disco Folk onesto e suonato con passione, che rappresenta una buona partenza per una band che, si spera, avrà ancora un lungo viaggio da intraprendere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Agosto, 2017
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A dieci anni dalla loro fondazione, avvenuta nel 2006, arrivano all'album di debutto gli svedesi Katharos, Symphonic Black Metal band di Stoccolma con all'attivo un demo del 2007. Influenzati da Emperor e Dimmu Borgir, i nostri con "Exuvian Heraldry" ci presentano un album di sette pezzi dalla durata importante (quasi un'ora).

Come da titolo, per quanto la proposta dei Katharos sia interessante, seppur abbastanza priva di un qualsivoglia spunto proprio, non è priva di difetti. In primis sarei curioso di sapere quale studio ha prodotto quest'album, visto che la parte sinfonica risulta essere troppo ridondante rispetto al resto degli strumenti andando spesso a coprire in maniera eccessiva, facendo risultare l'insieme fin troppo caotico: in breve, spesso si capisce poco di cosa facciano chitarre e basso, ed in più va spesso ad inficiare il buon lavoro alla voce di Richard Annerhall. Ne risentono pezzi come "Thy Fortress of Regrets", che con una produzione migliore sarebbe stata una canzone sicuramente degna di nota. Ad aumentare la sensazione di caos, la batteria programmata, il cui suono è spesso, purtroppo, troppo "finto".

Per quanto mi riguarda, scelta coraggiosa quella della Sliptrick Records quella di produrre questo debut album. O quanto meno, senza pretendere qualche accorgimento del caso, specie in fase di produzione. Produzione che è la prima cosa da migliorare per il futuro: capisco che i Katharos suonino Symphonic Black, ma non è detto che la componente Symphonic debba giganteggiare su tutto il resto. In più un batterista in carne e ossa non potrebbe che far bene. "Exuvian Heraldy" è un album che meriterebbe sorte e voto migliori, ma dati i problemi poc'anzi spiegati per il sottoscritto non riesce a raggiungere nemmeno una sufficienza piena.

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