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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Aprile, 2018
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Per chi ascolta Grindcore, quello dei finlandesi Rotten Sound è un nome che non ha assolutamente bisogno di presentazioni. La band guidata come sempre dal cantante Keijo Niinimaa e dal chitarrista Mika Aalto fa parte infatti di quelle ristretta cerchia di gruppi che possono essere considerati delle vere e proprie leggende del genere, al pari di, ad esempio, Nasum e Pig Destroyer. Senza ovviamente dimenticare i Napalm Death. Tra EP ed album, la carriera dei Rotten Sound è costellata di uscite su uscite (anche se lo zenit credo sia stato raggiunto dall'accoppiata " Murderworks" + "Exit"), e "Suffer to Abuse" è solo l'ultima in ordine cronologico per la leggenda estrema finnica, a due anni di distanza dall'album "Abuse to Suffer".

Forti di una line up stabilizzata da ormai 8 anni (e ne sono passati 12 da quando Sami Latva ha sostituito Kai "The Grinder" Hahto dei Wintersun dietro le pelli), i nostri dimostrano come bastano poco più di dieci minuti per far capire come mai in ambito Grindcore loro siano un'istituzione. Sempre fedeli al loro sound ed alle loro tematiche politico-sociali, i Rotten Sound offrono la solita prova massiccia e muscolare, diretta, violenta e senza compromessi. Bordate come "Privileged", "One Hit Wonder" e "Slaves of Lust" fanno il paio la più 'lenta' (per modo di dire...) "Nutrition" e con "Harvester of Boredom", in cui fanno capolino anche le vecchie influenze Punk/Hardcore insieme a sfuriate di velocità inaudita. Inutile dire che, pur essendo un EP di durata striminzita, anche "Suffer to Abuse" è un lavoro che finirà al 100% nella collezioni degli amanti del Grindcore e, soprattutto, dei tanti fans del quartetto di Vaasa. Come sempre, i Rotten Sound si confermano tra i migliori acts al mondo in questo genere così estremo; sono una di quelle bands che non sbagliano un disco nemmeno se ci si mettessero d'impegno.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Aprile, 2018
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Secondo album per i danesi Deiquisitor, band che dalla propria formazione nel 2013 si è dimostrata abbastanza prolifica tra demo, EP e, ovviamente, il debut album eponimo. "Downfall of Apostates" è uscito giusto un paio di giorni fa tramite Dark Descent Records, e già la label dovrebbe lasciar facilmente intuirea che tipo di lavoro ci troviamo davanti. Il sound del trio danese è infatti un cavernoso Old School Death Metal influenzato dai grandi nomi che "infestavano" la scena negli anni '90.

Ad un primo ascolto, sembra che i nostri abbiano tratto insegnamento soprattutto, a mio avviso, da Deeds of Flesh ed Immolation. Col procedere dell'ascolto di "Downfall of Apostates" sono infatti facilmente riscontrabili elementi che riportano alla mente le due bands succitate, come ad esempio "Faint Distorted Images", che se fosse inserita in un album degli Immolation nessuno ne sentirebbe la differenza (ed è inteso come complimento, questo). E' un album, quello che abbiamo qui in esame, che ha diversi punti a proprio favore, a cominciare da una produzione che riesce a dare la sensazione di old school, ma senza che per questo i suoni siano obrobriosi: anzi tra un ottimo bilanciamento del tutto e la giusta dose di "pompaggio" del suono, quello che abbiamo avanti è un lavoro che prende il meglio sia dalle produzioni OS che da quelle più moderne; altra cosa che risulta chiara immediatamente, è che i Deiquisitor non amano perdere tempo ed a dimostrazione di ciò abbiamo la partenza sparata con "Atom Synthesis", senza intro o orpelli inutili vari. Ed il canovaccio di "Downfall of Apostates" è, bene o male, questo, con i Deiquisitor che caricano a testa bassa, dando però la giusta varietà alle loro composizioni tra rapide accelerazioni, passaggi di indubbio gusto tecnico ed un riffingwork graffiante ed incessante. Tutto questo che possiamo sentire durante tutta la durata dell'album, lo possiamo riscontrare anche in un singolo pezzo, quella "The Order of Pegasus Light" che è, manco a dirlo, probabilmente il miglior brano di quest'opera insieme alla seguente "Metatron".

"Downfall of Apostates" è un album che possiamo definire con un singolo aggettivo: brutale. Il saper coniugare uno stile così della vecchia scuola ad una produzione che ne facesse risaltare il tutto è stata, a mio avviso, la carta vincente della band danese, capace di tirare fuori un disco che, seppur non brilli ovviamente per innovazione, è suonato tremendamente bene, tanto da essere un disco caldamente consigliato ai fans di questo tipo di sonorità.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2018
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La scena Black Metal greca è sempre stata una delle più prolifiche in assoluto, con un numero elevato di gruppi validissimi. A cominciare dai "soliti" Rotting Christ, passando poi per Astarte, Varathron, Ravencult e Thou Art Lord; ed è proprio da queste ultime due bands che provengono i due membri che compongono il progetto Nigredo: A. dai Ravencult, Maelstrom dai Thou Art Lord (ed altri tantissimi gruppi di cui è membro o ex membro). Dopo un EP datato 2015, "Facets of Death", che ha ricevuto diversi riscontri positivi, il duo ateniese raggiunge un deal con la sempre prolifica Transcending Obscurity Records, etichetta che licenzia questo loro debut a titolo "Flesh Torn - Spirit Pierced".

E' un Black Metal dalle varie sfaccettature quello che ci propinano i Nigredo, con influenze che spaziano dai Bolzer ai Blut aus Nord, dai Deathspell Omega ai Portal, senza che siano lasciati da parte momenti vicini al Thrash/Black dei Ravencult stessi. Un sound dunque furioso e diretto, cui non mancano parti cervellotiche e rallentamenti quasi doomegianti, in cui si fondono la rabbia della scuola greca e la classe di quella francese, con un'attitudine che richiama però il più classico stile norvegese. A dirla così, sembrerebbe un mischione forse senza né capo e né coda, mentre invece il risultato è un album che sì, mantiene saldi gli stilemi del genere, ma riesce ad avere anche una certa varietà di suoni che riescono a rendere "Flesh Torn - Spirit Pierced" un disco interessante, grazie a pezzi come "Choronzon Possession" e Necrolatry", che si dividono la palma di migliori pezzi del disco, così come "Mental Glimpses at Cosmic Horror" ed il suo riffing-work iniziale prettamente Thrash/Black e la violentissima "Towards the Monolith".

Niente da dire, se si tratta di Black Metal proveniente dalle terre elleniche, difficilmente si rimane delusi. Nigredo è un progetto giovanissimo rispetto ai grandi nomi citati ad inizio recensione, eppure con questo "Flesh Torn - Spirit Pierced" dimostrano come il loro sia un nome da tenere estremamente sott'occhio. Se ci si presenta con un biglietto da visita simile, c'è buona possibilità di sentir parlare ancora di loro. E molto bene.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    24 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Aprile, 2018
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Completano una trilogia di EP i cileno-svedesi Corpsehammer con questo "Perversión", che segue di un anno i primi due capitoli usciti tutti e due nel 2017, "Sacrilegio" e "Posesión". Un lavoro scarno che consta in una decina di minuti scarsi per tre brani (+ outro), di Black/Death ESTREMAMENTE Old School, con influenze che vanno dalla primissima ondata Black di fine anni '80 alla scena estrema sudamericana di fine anni '80/inizio '90 (qualcuno ha detto Sarcofago?). Uscito via Morbid Skull Records in tape limitata a 99 copie, "Perversión" è un omaggio ai suoni old school e all'attitudine underground, un EP che sembra uscito dritto dritto da quegli anni ormai lontani tre decadi o quasi. E questo è croce e delizia di questo lavoro, formato da brani con un discreto tiro, con la sola parte iniziale parlata di "Reino / Sangre del Diablo" che fa abbastanza storcere il naso, ma che sa forse un po' troppo di già sentito e risentito e risentito ancora, oltre che a dare quella sensazione di tremendamente anacronistico. Si possono capire le influenze o il voler "omaggiare" col proprio sound dei capisaldi e pionieri del genere, ma suonare esattamente come loro, nel 2018, sinceramente mi pare eccessivo.

"Perversión" è il completamento, come detto, di una trilogia di EP che, se messi insieme, fanno sostanzialmente un album. E non mi stupirebbe infatti se un giorno i tre lavori uscissero insieme in un unico formato. Un lavoro diretto solamente ai feticisti dell'old school più intransigente quindi quello dei Corpsehammer, ma che personalmente trovo non permetta ai nostri di raggiungere nemmeno lontanamente la sufficienza.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Aprile, 2018
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In attesa di un nuovo lavoro, i goregrinders canadesi Human Compost fanno uscire, in collaborazione con Horror Pain Gore Death Productions, una compilation che va a raccogliere tutto il materiale del periodo 2013-2015, composto da tre EP, promo ancora mai realizzati ed in chiusura una cover degli Impetigo registrata per l'occasione. Impetigo che sono una delle influenze principali, del quintetto di Toronto, il cui Goregrind molto deve alla leggendaria band americana, così come a Machetazo, Mortician ed Autopsy.

Fondamentalmente, non c'è tantissimo da dire su "Exhumations of Death and Horror". Come detto, racchiude anzitutto i primi tre EP della band canadese, ossia "Degradation of a Virgin Corpse" (2013), "The Cold Flesh" (2014) e "Reduced to Human Sludge" (2014). Tutti i brani, compresi i due mai rilasciati risalenti al 2015, "Death and Horror in the Labyrinths Below" e "Mutilate the Innocent", sono avuto un processo di remastering, cosa che può rendere questo lungo lavoro più appetibile. Anche se, dati i temi trattati dai nostri, il termine "appetibile" non è forse il più azzeccato. Titoli come "Overflowing Pitching of Pus", "Prenatal Punching" (il cui intro ci fa capire che non si tratta propriamente dei teneri colpetti di un bambino nella pancia della madre), "Preteen Sex Machine", "Fecal Mastication (Diarrhetic Ecstasy)", fanno capire come, nel pieno rispetto dei canoni del Goregrind, gli Human Compost non siano decisamente dei seguaci del bon ton. Non mancano campionamenti da film (splatter, manco a dirlo) e sono da segnalare anche alcune cover, tra le quali spicca soprattutto quella di "Carnage" dei Mayhem, molto ben eseguita. Last but not least, anche sul piano musicale c'è poco da dire: ritmiche serrate, esecuzioni velocissime e letali, un growl "da fogna": esattamente quello che ci si potrebbe aspettare da una band che cita quei nomi tra le proprie influenze.

Solitamente non vedo di buon occhio i best of, le compilation o le ristampe, ma devo dire che questo "Exhumations of Death and Horror" ha il suo perché. Vuoi soprattutto per l'ottimo lavoro di remastering che da al lavoro una produzione ottima, superiore agli standard della scena underground Goregrind, ma credo che per i fans di questo genere così estremo, questo disco possa essere altamente consigliato, in modo da avere così i primi tre lavori di questa macchina da guerra canadese in un colpo solo, completando la discografia con l'album del 2016 "From the Grave They Crawl".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Aprile, 2018
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Primo album per gli americani Angerot, Death Metal band formata da veri e propri veterani della scena underground statunitense: C.R. Petit, Jason Ellsworth e Josh Farrie (voce/chitarra, chitarra e batteria), fanno parte anche infatti, dei Suffer, altra band Death proveniente ovviamente dalla stessa città dei nostri, Sioux Falls (South Dakota), attiva dal '90 al '99 prima di riformarsi nel 2013, ed anche dei Tennessee Murder Club. Non ho avuto modo di ascoltare qualcosa delle due suddette, ma per quel che riguarda gli Angerot, il quartetto si dedica anima e corpo a quello che è un vero e proprio tributo all'Old School Swedish Death, con un sound quindi fortemente devoto ai vari Entombed, Dismember, Grave, Unleashed ecc. ecc.

Come da titolo, un vero e proprio culto quello degli Angerot per questo genere prettamente scandinavo; per quasi 3/4 d'ora il quartetto americano martella senza sosta, dimostrando un certo dinamismo tramite le loro composizioni. Vero è che quando decidono di spingere sull'acceleratore sembra che i nostri riescano a dare decisamente il meglio: ritmiche forsennate e granitiche, riffing-work affilatissimo dal primo all'ultimo secondo, sembra quasi di star a sentire una costola degli stessi Entombed. Una band che si ritaglia in maniera netta il proprio spazio in questo "The Splendid Iniquity" e non solo come influenza primaria degli Angerot; nella quarta traccia, "Rivers of Chaos", è infatti ospite niente meno che LG Petrov in persona, mr. Entombed in ugola e ossa: in quello che, tra l'altro, è tra i brani più convincenti dell'opera, insieme ad "Eternal Unrest" e "They Wake at Dusk". Ed insieme all'altra traccia dove è possibile trovare un ospite d'eccezione, quella "From the Pit to the Apex" in cui alla sei corde troviamo James Murphy (Death, Testament, Obituary)... un tizio che di certo non ha bisogno di presentazione, suppongo.

Un album in cui si respirano le atmosfere della vecchia scuola, con uno stile reso inconfondibile dai mostri sacri della scuola svedese. Se si vede "The Splendid Iniquity" ed il lavoro degli Angerot in quest'ottica, quello di una band che omaggia un genere così specifico, non si può non promuovere senza riserve questo disco. Siamo ben lontani da qualsiasi concetto di innovazione, questo è ormai ben chiaro, ma la passione che traspare da quest'album, unito tra l'altro ad una produzione a dir poco ottima, rendono "The Splendid Iniquity" uno di quei dischi che possono valere l'acquisto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Aprile, 2018
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Provengono da Chicago e arrivano alla pubblicazione del secondo album i Blood of the Wolf, Blackened Death Metal band formatasi nel 2013 chiamata a confermare le ottime impressioni suscitate con l'esordio - anch'esso autoprodotto - "I: The Law of Retaliation". Ottime impressioni che, lo diciamo subito, sono ampiamente confermate da questo "II: Campaign of Extermination".

Rispetto al primo album, la formazione è totalmente rinnovata, con il solo cantante/chitarrista Mike Koniglio al timone, mentre si registrano le nuove entrate di Frank Garcia, Krystopher e Rick Hernandez rispettivamente chitarra, basso e batteria. Rimane invece invariato il sound dei BotW, un Blackened Death le cue influenze principali sono da ricercare in Behemoth, Belphegor e (primi) God Dethroned, con passaggi più marcatamente Swedish Black in cui compare l'ombra dei Marduk, come ad esempio nella massacrante "The Sword is my Light and Salvation". Tra ritmiche forsennate e riff taglienti, con il growl "vaderiano" di Mike a completare il tutto, i BotW sciorinano una prestazione decisamente degna di nota, partendo in quarta già dalle prime note dell'opening track "Thunder the Drums of War". Tenendo fede al titolo, "II: Campaign of Extermination" è un album "battagliero", che riesce a colpire già dal primo ascolto e risultando interessante anche ad ogni nuovo ascolto, pur non inventando nulla di nuovo. I BotW ci regalano infatti con questo disco, un'opera senza fronzoli e diretta, un Black/Death potente e violento, che non ha bisogno di alcun orpello per risultare estremamente incisivo.

Un disco diretto agli amanti di queste sonorità, "II: Campaign of Extermination". Se si è alla ricerca di qualcosa che sia innovativo o che abbia accenno melodici, i Blood of the Wolf non sono di certo la band che ne fa al caso. La band statunitense è una di quelle che carica a testa bassa, e se i risultati sono due album che meritano una piena promozione la cosa va più che bene.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2018
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Si formano giusto un paio d'anni fa i Molested Divinity, side project di Batu Çetin, vocalist e fondatore dei Cenotaph (e se non sapete chi sono i Cenotaph fossi in voi mi vergognerei), affiancato da Emre Üren e Berk Köktürk, rispettivamente chitarrista e batterista dei Decimation, altra band turca attiva ormai da quasi 20 anni e prodotta da Comatose Music. Giusto il tempo di far uscire nel 2017 un promo di un pezzo, "Depths of Chaotic Existence", e vuoi anche per la notorietà del cantante, arriva per la band turca il deal con la Show No Mercy Records, che produrrà questo "Desolated Realms Through Iniquity".

Quello che abbiamo avanti, signore e signori, è un serio candidato ad essere il miglior disco Brutal dell'anno. In meno di 25 minuti, i Molested Divinity riescono letteralmente a sbranare l'ascoltatore con un Brutal Death violento, marcio, malsano; un susseguirsi di violenza monolitica che passa da blast beats ferali a durissimi rallentamenti "slameggianti" (riferimenti proprio a Cenotaph e Decimation sono più che scontati). "Desolated Realms Through Iniquity" è un disco che fa dell'immediatezza unita alla potenza il suo punto forte, basti pensare che il brano più lungo è la title-track che nemmeno raggiunge i 4 minuti. Il profondo, catacombale growl di Çetin guida l'ascoltatore in nemmeno mezz'ora di violenza inaudita, con pezzi come "Yearning to Nothingness" e "Reign Beyond Apocalypse" che possono facilmente rappresentare il biglietto da visita di un disco in cui, se siete amanti di queste sonorità così estreme, sarà difficile trovare un singolo difetto.

Un paragone che si può fare, per cercare di farvi capire a cosa ci troviamo davanti, è quello con i nostri Devangelic: quando ho recensito l'ultimo lavoro della band romana, ho paragonato il loro disco all'esser gettati direttamente in un tritacarne; la stessa cosa la si può dire ascoltando il debutto di questo carro armato guidato da LA leggenda del metal estremo turco. Se la premessa è "Desolated Realms Through Iniquity", c'è da starne certi che dei Molested Divinity ne sentiremo riparlare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2018
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Per gli amanti del Death Metal, quello dei Lecherous Nocturne non è un nome nuovo. La band statunitense è infatti ormai in giro da un ventennio, periodo in cui i nostri hanno raggiunto una certa notorietà, specie nei circuiti underground, non essendo propriamente tra quelli che possiamo definire i grandissimi nomi del genere. Eppure i LN partirono con un debut album di rara bruttezza "Adoration of the Blade", tanto che anche io mi chiesi se quello fosse lo stesso gruppo che aveva rilasciato l'EP "Lecherous Nocturne". Col tempo, con "The Age of Miracle has Passed" e "Behold Almighty Doctrine", i LN sono riusciti a rialzare il tiro con prove più che soddisfacenti, rendendoli quelli che potremmo definire degli "onesti mestieranti" della scena Death.

"Occultaclysmic" è dunque il quarto studio album per la band di Greensville, South Carolina, primo col nuovo vocalist Josh Crouse, la cui prova è più che buona. Un album che paga dazio per una produzione su cui si poteva fare meglio, ma che ci mostra anche una band che rispetta il proprio personale canovaccio: un Brutal Death estremamente tecnico (impressionante il lavoro dietro le pelli di Alex Lancia), con riferimenti chiari anche al Death/Black di scuola europea. L'inizio del disco sembra in sordina, poi a partire da "Tower of Silence" i LN cominciano a carburare ed a sciorinare le loro doti. "Occultaclysmic" risulterà essere, alla fine, un disco certo non privo di difetti, ma che grazie a brani come la già citata "Tower of Silence" - che probabilmente sarebbe dovuta essere il singolo scelto dai nostri e dalla Willowtip -, "Unidimensional Eclipse" e la strabordante "Psionics", senza contare l'ottima strumentale "Remembrance", potrà soddisfare pienamente l'appetito di chi nel Death è alla ricerca soprattutto di violenza sonora allo stato brado.

Personalmente, credo che questo sia il livello qualitativo dei Lecherous Nocturne, una band che è quindi capace di sfornare lavori sufficienti, ma che difficilmente potranno mai far gridare al miracolo né potrebbero portare la band americana allo stadio di "leggenda" del genere, per quanto tecnicamente ineccepibile ed uno dei nomi più noti del sottobosco Death mondiale. "Occultaclysmic" è, manco a dirlo, un album pienamente sufficiente che un ascolto attento lo merita anche, ma che probabilmente potrebbe entrare con difficoltà in una playlist "fissa".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2018
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Attivi da quasi un decennio, arrivano alla realizzazione del quarto album (secondo per Metal Blade) i californiani Twitching Tongues, band che si è sempre contraddistinta per unire ad un sound Stoner/Doom anche influenze (ed attitudine) Hardcore. Rimasti orfani dei compagni originari, i fratelli Colin e Taylor Young hanno trovato nuova linfa dall'innesto, poco dopo l'uscita di "Disharmony" di F. Sean Martin, Alec Faber e Cayle Sain, rispettivamente chitarra, basso e batteria.

Paradossalmente, proprio "Disharmony", primo album ad uscire sotto l'egida di Metal Blade, è stato il primo neo nella carriera del quintetto di Los Angeles, almeno per chi vi scrive. Un disco in cui mancava il mordente che si riusciva a trovare in "Sleep Theory" e "In Love There is no Law". Con "Gaining Purpose Through Passionate Hatred", i TT sembrano esser rientrati nei binari, grazie ad un disco che, alla fine, risulta essere ampiamente sufficiente. Magari gli ingressi nuovi in formazione hanno giovato anche ai fratelli Young, visto che quest'album non sarà magari uno per il quale strapparsi i capelli, ma il cui ascolto scorre senza intoppi restituendo una certa "rabbia" alla band losangeliana, capace di darci anche un paio di brani estremamente interessanti come la semi-ballatona "Kill for You" e la mazzata hardcoreggiante di "T.F.R.".

Un disco che può avere due risvolti, questo dei Twitching Tongues: se il target di referenza sono gli ascoltatori abituali di Stoner e/o Doom - vedasi "Forgive & Remember" -, "Gaining Purpose Through Passionate Hatred" può trovare terreno fertile presso il pubblico Hardcore, data la spiccata attitudine della band californiana. Grazie ad un'ottima produzione ed una ritrovata ispirazione nel songwriting, i Twitching Tongues riescono a raccogliere una facile sufficienza.

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