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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2017
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Il terzo album è, per qualsiasi band, lo scoglio forse più duro da superare. E' quello che serve a consacrarsi, a confermare quanto di buono è stato fatto precedentemente, che spinge la band in questione a spingersi al massimo più che nei primi lavori e, spesso, nei successivi. Ci sono molti che arrivati a questa prova cadono, ma non è il caso dei Darkend, la Symphonic Black Metal band reggiana che da tempo ormai è più che nota per essere tra le migliori nel proprio campo nel Belpaese.

Con "The Canticle of Shadows" i Darkend trovano non solo la loro consacrazione, ma anche la loro dimensione internazionale grazie ad un disco che farà far loro il definitivo salto di qualità. Quanto di ottimo si era potuto sentire nel loro spettacolare debut album "Assassine" e nel seguente "Grand Guignol - Book I" appare oggi, dopo l'ascolto della loro terza fatica, quasi come un esercizio. E non lo dico per sminuire i lavori passati, ma semplicemente perché con "The Canticle..." la band è riuscita a tirare fuori tutto il meglio. L'unione tra il Black Metal melodico, base del sound dei Darkend, e l'incessante tappeto orchestrale è praticamente perfetto, segno di un lavoro di songwriting maturo ed intelligente. Come intelligente e ben usata è l'alternanza di inglese, italiano e latino per quanto riguarda le lyrics. L'album scorre talmente bene grazie a brani come il singolo "Of the Defunct", l'ottima opener "Clavicula Salomonis", "A Precipe Towards Abyssal Caves (Inmost Chasm, I)" col suo assolo di sassofono (!!!), che persino la lunga durata (58 minuti nella versione limitata con una traccia in più, la cover dei Fearbringer "Inno alla Stagione dell'Inverno", non presente nel promo inviatomi) nemmeno si nota più di tanto.

Menzione a parte va fatta per i grandi ospiti presenti in "The Canticle...": Attila Csihar (Mayhem) in "Of the Defunt" e "Sealed in Black Moon and Saturn", Labes C. Necrothytus (Abysmal Grief) in "Il Velo delle Ombre", Niklas Kvarforth (Shining) in "A Passage Towards Abysmal Caverns (Inmost Chasm, II)" e Sakis Tolis (Rotting Christ) in "Congressus Cum Demone" (mai titolo più azzeccato).

Per i fans della frangia sinfonica della Nera Fiamma, "The Canticles of Shadows" è uno di quei dischi da avere assolutamente in collezione. I Darkend hanno dimostrato, con questa loro ultima fatica, di poter definitivamente ambire ad una posizione di rilievo in campo internazionale per quel che riguarda questo genere. Promossi, senza alcuna riserva

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Opinione inserita da Daniele Ogre    29 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2017
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Fondati nel 2002 come Thrash/Death Metal band, i Pulvis et Umbra diventano una one man band nel 2013, tra l'uscita del debut album "Reacing the End" e quella di "Implosion of Pain". "Atmosfear" è, quindi, il terzo album per l'act lombardo, secondo da quando a portarne avanti il nome è il solo Damy Mojitodka. Col tempo anche il genere e mutato in un Death/Black che riesce ad attingere dalle sonorità più classiche, senza però disdegnare momenti più "moderni", che anzi hanno in molti frangenti una parte predominante.

"Atmosfear" è, alla fine dei conti, un album decisamente più che discreto. La fortuna delle one man band è, soprattutto, che l'unico mastermind può lavorare con calma e senza ingerenze esterne ai propri pezzi e, come in tutti i progetti così, anche per Pulvis et Umbra il risultato finale è a mio avviso soddisfacente. Il songwriting di Damy Mojitodka sembra in quest'album particolarmente ispirato e vario, proprio grazie a soluzioni di stampo più moderno che danno, per l'appunto, una maggiore varietà al prodotto finale. Esempi di questa cosa li troviamo soprattutto nella sincopata "Virus" e in "Divinity or Icon", il pezzo che, con "Can't Handle", mi ha maggiormente impressionato. Non manca di sicuro un certo flavour groove, che non fa altro che pompare ulteriormente il sound dell'artista lombardo: ascoltare "The Price of Trust" per credere. Last but not least, particolarmente apprezzabili i momenti acustici, messi saggiamente su più di un pezzo, senza che però risulti una soluzione ridondante e che trova il proprio apice in "Blinded by Thoughts".

Un buon album dunque "Atmosfear" di Pulvis et Umbra, a cui è imputabile, andando a fare proprio i pignoli, l'unico difetto di una batteria che spesso ha suoni fin troppo finti, cosa che al giorno d'oggi, con i plug-in che ci sono ormai in circolazione, fa un po' storcere il naso. Ma è solo un granello di polvere su di una superficie per il resto lucida, qualcosa che, nell'insieme, devi andarla proprio a notare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 2017
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Tornano gli islandesi Dynfari con un nuovo, ambizioso concept album in cui i nostri analizzano la capacità dell'uomo di superare il dolore tramite la musica, ispirandosi alle teorie dello scrittore americano Patrick Rothfuss e gli scritti del poeta esistenzialista islandese dello scorso secolo Jóhann Sigurjónsson.

Nati nel 2010 come un duo, i Dynfari si presentano oggi come una band completa e con un sound cambiato rispetto all'Atmospheric Black dei dischi passati, introducendo elementi Post-Rock, che avvicinano le sonorità del quartetto islandese a Sòlstafir e Agalloch (grazie ai per fortuna non dimenticati elementi Folk), così come Alcest e Falloch. Altro elemento del tutto nuovo per i Dynfari è l'affiancarsi della lingua inglese all'islandese, senza che però venga snaturato il mood che chi ha avuto modo già di ascoltarli conosce. Chitarre acustiche, flauti, voci pulite o parti spoken, fanno da contraltare ai momenti in cui i Dynfari spingono verso la loro componente più estrema, dando al tutto un senso di completezza. La vera e propria alternanza delle due lingue usate risulta al fine essere una scelta oculata che, se da un lato all'inizio può risultare forse anche un po' strana, sempre alle orecchie di chi già li conosce, dopo svariati ascolti sembra semplicemente quel che realmente è: l'evoluzione verso nuovi lidi di una band particolarmente ispirata che ha creato un concept album maturo, scritto con intelligenza ed interpretato al meglio, che vive il massimo splendore nella parte centrale con "2nd Door: Forgetting" e la bellissima, acustica e narrata "Sorg".

Ma credetemi che l'intero resto dell'album non è per nulla da meno e rappresenta un filosofico viaggio nella mente umana da intraprendere dalle prime note fino al termine, passando attraverso le quattro porte rappresentate. I Dynfari, con "The Four Doors of the Mind" si allontanano dalle sponde dell'Extreme Metal verso delle acque che, ascoltando il disco, sembrano infinitamente più quiete. Sembrano. La strada intrapresa dalla band islandese non è delle più semplici, ma se questa è la partenza questo loro viaggio darà loro infinite soddisfazioni.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    25 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Il primo approccio agli Hideous Divinity l'ho avuto dieci anni fa. Erano i tempi in cui avevo una webzine da me diretta e di MSN, e proprio su Messenger mi contattò un vecchio amico, Carlos "Synder", all'epoca negli Eyeconoclast, che mi passò questo demo fatto con "un amico che sta in Norvegia". L'amico altri non era che l'ex Hour of Penance Enrico Schettino ed il demo era "Sinful Star Necrolatry", primo vagito degli Hideous Divinity.
Sono passati appunto dieci anni da quel demo che aveva i suoi spunti interessanti e dopo diversi cambi di line up e due ottimi album, "Obeisance Rising" del 2012 e "Cobra Verde" del 2014, la Death Metal band romana torna con il terzo album che punta ad essere, a mio avviso, una pietra angolare per quanto riguarda questo genere in Italia e non solo, un punto di svolta che proietta gli Hideous Divinity tra i grandi gruppi del Continente.

Partiamo da questo: "Adveniens" è un album incredibile. Estremamente maturo, supportato da una produzione sontuosa, nel disco gli HD sciorinano una prestazione muscolare e tecnicamente ineccepibile, sparando tutti i colpi del loro arsenale certi di andare costantemente a centro. E così è: le nove tracce che compongono "Adveniens" sono nove cannonate impressionanti che ci mostrano una band sicura dei propri mezzi come quasi mai si è visto nella nostra nazione, completando (per ora?) il processo d'evoluzione della band partito già 10 anni or sono col demo di cui sopra e proseguito con i successivi due album.
Molti di voi avranno già ascoltato i tre pezzi rilasciati in quest'ultimo periodo dalla band, "Ages Die", "Angel of Revolution" e "Sub Specie Aeternitatis"; ebbene sappiate che non sono altro che la punta dell'iceberg. Le restanti canzoni non solo non sono da meno, ma alzano ulteriormente l'asticella grazie ad un songwriting tremendamente ispirato a cui fa il paio una prestazione magistrale, che porterà, ne sono sicuro, l'ascoltatore ad avere estreme difficoltà nel trovare una sua canzone preferita nel lotto. Da "Passages" a "Future in Red" passando per "Feeding off the Blind" e l'impressionante doppietta "When Flesh Unfolds"-"Messianica" (probabilmente il momento più alto del disco), ognuna di queste tracce non presenta il benché minimo difetto. Zero. Neanche andandolo a cercare con massima attenzione. Inoltre gli HD trovano il tempo di omaggiare una delle grandi leggende della scena Death, chiudendo l'album dando nuova linfa ad uno dei cavalli di battaglia dei mitici Sinister con "Embodiment of Chaos". Infine, lasciatemi dire che la prestazione dietro al microfono di Enrico H. Di Lorenzo è da lasciare senza parole; già in passato si è potuto apprezzare per le sue doti, ma in "Adveniens" offre una prestazione tecnicamente mastodontica, che ha definitivamente pochi eguali. Al mondo, intendo.

Senza girarci troppo attorno, qui abbiamo un album tra i migliori mai usciti in Europa per questo genere e probabilmente il migliore in Italia, anche più di quel "The Vile Conception" degli Hour of Penance che è, almeno per me, il metro di paragone dal 2008 in avanti. "Adveniens" è il classico must-have, uno di quegli album da prendere a scatola chiusa certi che non si rimarrà delusi. Dopo essersi fatti notare con i precedenti dischi, gli Hideous Divinity sono alla fine esplosi, prendendosi il posto che compete loro: tra i più grandi. E, citando la primissima frase dell'album (tratta dal disturbante film "Videodrome"), "that's only the beginning".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    20 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Aprile, 2017
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Devo ammettere che il mio avvicinamento a questo "Kwintessens" degli olandesi Dodecahedron è stato essenzialmente coi piedi di piombo. Ormai quando leggo la dicitura "Avantgarde Black Metal", il pensiero va direttamente ai giganti del genere (Deathspell Omega su tutti, ma anche Blut Aus Nord) e molto spesso le attese vengono puntualmente disilluse. Finalmente posso dire che non è questo il caso.

Fondati col nome di Order of the Source Below, i Dodecahedron hanno già rilasciato un album nel 2012, "Dodecahedron" (che mi premurerò di recuperare quanto prima), prima di tornare alla carica con questo nuovo, oscuro album. Nelle info che accompagnano il promo in mio possesso, leggo che le influenze degli olandesi siano i Deathspell Omega (ma va?) e i Mayhem di "Ordo Ad Chao", ma mi permetto di dissentire sull'ultimo. In primis, perché "Ordo Ad Chao" è una schifezza immonda, ma soprattutto perché è possibile trovare nei Dodecahedron una furia che appartiene in primis ai brutali inglesi Anaal Nathrakh e un uso perfetto dei synths che, oltre ai già citati inglesi, può facilmente far venire in mente i nostrani Aborym periodo "Fire Walkwith Us". Il risultato finale è l'oscura ma quanto mai affascinante visione dei Dodecahedron: un Avantgarde Black ferale, pregno di violenza sonora fatta di puro Black tecnicamente superiore alla media, nel quale un ruolo da protagonista lo hanno certe arie Industrial che rendono il tutto ancora più contorto e malato. E, scusate se mi ripeto, quanto mai affascinante. In mezzo a questa marea di violenza, a dare respiro (per così dire) nel claustrofobico lavoro della band sono "Prelude", "Interlude" e "Finale": boccate d'aria prima di tuffarsi o rituffarsi nella mente di questa creatura. La sola "HEXAHEDRON - Tilling the Human Soil" ha una parvenza di (quasi) normalità, mentre nel resto dell'album è il Caos più primordiale a farla da padrone, con tempi sincopati e spiazzanti, riff taglienti quanto una lama appena affilata, voce lacerata e lacerante, e quell'aria elettronica che dà un ulteriore peso alle composizioni. La summa di tutto questo lo possiamo ascoltare nella finale "ICOSAHEDRON - The Death of your Body", biglietto da visita perfetto per un album per certi versi spiazzante.

Se pure avevo dei dubbi quando mi sono approcciato a "Kwintessens", i Dodecahedron li hanno spazzati via dopo le primissime note. Tecnicamente ineccepibile, questo resta comunque a mio avviso un album non per tutti i palati. Astenersi quindi gli amanti delle sonorità dei gruppi del Sarcazzostan che registrano coi registratorini Bontempi chiusi in un armadio all'interno di una cantina. Per quanto violento, ferale, elettronico, questo è un disco suonato con classe.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 2017
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Per molti il nome dei Memoriam suonerà del tutto nuovo. E in effetti, questa band inglese è relativamente nuova, essendo nata nel 2016. Ciò che non risulterà sicuramente nuovo sono i nomi dei musicisti che ci sono dietro la creazione di questo progetto Karl Willets, storico cantante dei Bolt Thrower, e Frank Healy, ex bassista dei Benediction. La fondazione dei Memoriam è davvero, come da titolo, scaturita dall'oscurità, in un momento difficile per i due fondatori: con i Bolt Thrower definitivamente sciolti dopo la morte del batterista Martin "Kiddie" Kearns (a cui è dedicata questa band in sostanza) e i Benediction di Healy, che ha perso il padre nello stesso periodo della morte di Kearns, senza un disco nuovo dall'ormai lontanissimo 2008. Willets e Healy decidono di unire le forze, reclutano Andrew Whale (storico batterista dei Bolt Thrower) ed il chitarrista Scott Fairfax: nascono i Memoriam.

Il nome della band, così come il titolo dell'album, "For the Fallen", lasciano ben intendere come i nostri abbiano voluto omaggiare i loro "caduti", facendolo nel modo migliore che conoscessero: old school Death Metal. Non bisogna lasciarsi ingannare però: per quanto qualche similitudine con le rispettive precedenti band possa esserci, i Memoriam non sono il copia/incolla di Bolt Thrower o Benediction. Sono una band estremamente conscia dei propri mezzi, capace di sfornare un album di debutto degno di nota. E' pur vero che con i nomi coinvolti è quanto meno il minimo che ci si potesse aspettare. Il sound è quello del Death novantiano, quando l'overdose di blast beats ancora non aveva cominciato a proliferare, quindi con tempi dalla velocità sensibilmente ridotta, ma, e qui sta il bello, risultando molto più pesante. Per farvi un esempio: un album Death Metal odierno colpisce immediatamente l'ascoltatore, che viene letteralmente travolto; un disco come quello dei Memoriam invece colpisce in maniera metodica, prendendosi i propri tempi, facendoti ritrovare alla fine dell'ascolto come se avessi preso una miriade di cazzottoni. "War Rages On", la lunga e devastante "Flatline", le scudisciate spaccacollo di "Surrounded by Death", tutto è studiato alla perfezione per lasciare l'impatto più violento possibile. Cosa in cui, diciamocelo, i Memoriam riescono benissimo.

Un album e una band per gli amanti di sonorità più vecchie, supportate però da una produzione che sia attuale, che di dischi che suonano ancora come gli anni '90 in tutto e per tutto non è che se ne senta tutto questo bisogno. Va da sé che sicuramente i fans delle due leggendarie bands inglesi sopraccitate saranno ben allerta per questo "For the Fallen", basta non cadano nell'errore, come dicevo, di aspettarsi il classico copia/incolla. Da musicisti di questo calibro, ci sarebbe da aspettarsi una cosa simile? Su, andiamo!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2017
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Terzo album per i russi Pokerface, Thrash Metal band proveniente da Mosca che, dopo varie (e classiche) vicissitudini di line up è riuscita a trovare una propria stabilità, diventando una delle più interessanti realtà per quanto riguarda i gruppi Female Fronted. Alla voce del quartetto russo abbiamo la senza dubbio rimarcabile (in tutti i sensi) Alexandra "Lady Owl" Orlova, su cui ovviamente andrà a finir puntata l'attenzione di chiunque si accosti a questo lavoro. Non sempre, infatti, si riesce a rimanere soddisfatti quando è una donna ad usare growlin' vocals: non tutte sono Angela Gossow o Rachel Heyzer, diciamocelo. Alexandra, però, riesce ad essere uno dei punti forti dei Pokerface grazie ad un uso buono (Satana sia lodato!) del growl, ottimamente mischiato a voci pulite, a rendere il tutto meno noioso e scontato.

Altra cosa che colpisce dei Pokerface è il sound: un Thrash Metal furioso e "battagliero" che molto deve agli insegnamenti di Arch Enemy, Slayer e, soprattutto, Kreator. Il songwriting, pur non innovativo, è ispirato, con riff taglienti e, in un certo senso, "catchy" il giusto, aiutati da una sezione ritmica martellante. Si deve dar atto poi ai Pokerface di non lasciare un attimo di respiro all'ascoltatore, visto che già dall'opener "The Bone Reaper" partono ad un assalto frontale che durerà per tutti i 40 minuti di durata di "Game On", passando per pezzi molto convincenti ("Straight Flush" su tutti, ma anche "Play or Die" e "Jackpot") ed altri un po' meno, come "Cry. Pray. Die.", che ha però comunque soluzioni degne di nota. Altro punto a favore di "Game On" è che, oltre ad essere un buon lavoro, lascia con la curiosità di vedere come rendano dal vivo sia i pezzi che la band, cosa non da poco.

Cosa che viene ripetuta spesso, non abbiamo qui un lavoro innovativo. Anzi, il sound deriva molto dai gruppi di riferimento che il quartetto di Mosca ha preso ad esempio. Eppure, semplicemente, tutto funziona. "Game On" è un disco ben al di sopra della sufficienza, che accenderà sicuramente l'interesse dei thrashers.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2017
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Quando mi è stato inviato il promo per questa recensione, sulle prime ho avuto la sensazione che il nome non mi fosse del tutto nuovo. Ed andando a leggere la biografia ho realizzato come mai: i Replacire, nati dalla mente del talentuosissimo chitarrista Eric Alper, hanno rilasciato nel 2012 il loro debut album autoprodotto, "The Human Burden". Un disco che ancora oggi reputo tra i migliori debutti che riesca a ricordare.

Passati 5 anni, la band di Boston torna, questa volta sotto l'egida della Season of Mist, con un lavoro che non fa che confermare quanto di buono quel primo album ci aveva fatto notare. Questo perché i Replacire riescono ad essere diversi da tante altre bands Technical Death che ci sono in giro. Sia chiaro, come tutti risentono delle influenze, fra tutti, di mostri sacri come Death e Cynic, ma i nostri riescono ad avere quel qualcosa, nei piccoli dettagli, che li discosta dalla massa. Che sia la durata "normale" delle canzoni (solo "Cold Repeater" supera i 5 minuti) o il fatto di come si noti una certa intelligenza nello scrivere canzoni tecnicamente mostruose ma che nemmeno per un secondo sembrano essere la classica masturbazione musicale, come accade per molti (alzi la mano chi non ha pensato questo sentendo il basso nei due, seppur magnifici, album dei Beyond Creation).
Piccoli stacchi jazzy messi qua e là, nei punti giusti e senza che sembrino invasivi, tempi sincopati che fanno da contraltare ad accelerate tipicamente Death Metal, voci pultie che arrivano improvvise e spiazzanti, ma che non spezzano l'armonia generale del lavoro... Insomma, io non ho trovato un difetto che sia uno, in "Do not Deviate": persino l'intermezzo di pianoforte, "Reprise", è perfetto come spartiacque tra le due metà dell'album. Per una volta, poi, non mi sento di consigliare questo pezzo o quell'altro: "Do Not Deviate" è da ascoltare dall'inizio alla fine senza sosta. Ma se proprio non volete prendere questo lavoro a scatola chiusa, potete fidarvi delle vostre orecchie ascoltando le tre canzoni presenti nel canale YouTube della Season of Mist: "Do not Deviate", "Spider Song" e "Horsestance".

Il Technical Death è uno di quei generi che, in questo periodo storico, vanno per la maggiore. Ma lasciatemi dire che non è per una questione di moda: il tutto lo si deve a gruppi che sanno bene cosa vogliono fare e come. E lo fanno divinamente. I Replacire sono tra questi, con l'aggiunta, come scritto poco su, che riescono per certi versi ad essere diversi da tutti gli altri. Promossi, senza riserve.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2017
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Questo è proprio il classico esempio di disco che mi mette in difficoltà nel recensirlo. Voglio dire: cosa puoi mai dire su di un lavoro composto da solo due canzoni? E voglio essere chiaro: "The Infected Crypts" dei Grave Plague non è nemmeno male, però... beh, ci arriveremo alla fine. "The Infected Crypts" è l'EP di debutto per i Grave Plague, fondatisi nel 2015 e che vedono tra le proprie fila gli ex Abigail Williams Thomas Haywood e Michael Wilson (quest'ultimo anche ex Aborted). L'EP è rilasciato in due formati: vinile 7" per Give Praise Records e Redifining Darkness e in tape per Caco-Daemon Records.

Due pezzi, quindi, per il debutto dei Grave Plague. Due pezzi di old school Death Metal, di quello che va a spuntare ad occhi chiusi la casella "no compromises", con pregi e difetti del caso. E personalmente nei difetti ci metto solo che in alcuni punti il tutto può sembrare, ai più, confusionario. Per quanto mi riguarda "Arise the Infected" e "Hall of the Rotten" sono due pezzi che funzionano, che hanno un gran tiro e che promettono di essere quello che canzoni Death Metal devono essere: spaccacollo. E adesso il problema: cos'altro dire se non le considerazioni finali?

Niente, appunto. E quindi, passando direttamente alle considerazioni finali, reputo "The Infected Crypts" il classico lavoro da collezionista, dati anche i formati in cui è uscito: il mercato di vinili e cassette è diventato sempre più di nicchia, ma i collezionisti sono forse quelli più attenti, quando si tratta di uscite come questa. Per il resto, mi riallaccio a quanto dicevo all'inizio. Questo EP dei Grave Plague non è male, però solo due pezzi, diciamolo, ormai quasi non bastano più. Arrivi a finire l'ascolto di questi 6 minuti e mezzo e vorresti ascoltarne ancora. Per cui, speriamo in un come back veloce e sulla lunga distanza per il quintetto americano, magari proseguendo su questa strada, che il sound così com'è non ha bisogno di nulla in più.

***Nota: il voto finale è da intendersi puramente "politico", data l'assenza del "senza voto" nel form da noi usato***

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Aprile, 2017
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Gli Evil Never Dies (da qui in avanti per comodità E.N.D.) sono uno dei più longevi gruppi della scena Metal partenopea. Fondati nel 1990, infatti, hanno rilasciato due demo durante gli anni '90, per poi avere una certa continuità dal 2008 in avanti col lancio dell'EP "Today is the Day", seguito poi da "De Maleficis" (2011) e "Sulphur Paintings" (2014). E nella tradizione del disco ogni 3 anni, nel 2017 arriva "Ekpyrosis", quello che è, a tutti gli effetti, il primo album della band napoletana.

Il Thrash degli E.N.D. ha forti influenze sia dagli 80's che dai 90's, cosa che può esser vista come un'arma a doppio taglio. Se da un lato c'è il pregio che i tantissimi amanti di quelle sonorità avranno sicuramente pane per i loro denti con questo lavoro, c'è anche il difetto che non suoni del tutto "attuale". Non è certo un album privo di difetti questo "Ekpyrosis", a partire dalla produzione non ottimale per gli standard odierni (ma questo è un difetto riscontrabile in praticamente quasi tutti i gruppi napoletani), passando per pezzi che magari funzionano poco, come la semi-doomeggiante "Epitaphs", ma d'altro canto ha anche i suoi punti a favore. E mi riferisco a pezzi come l'opener "Holy Mountain", o "It's Alive", o "Land with no Future" (il riferimento a Napoli è velato, eh?), che sono sicuro in sede live avranno la loro presa. Proprio "It's Alive" è, secondo il mio parere, il punto da cui partire in vista di lavori futuri: dimostra come gli E.N.D. ci sappiano fare quando si lasciano andare senza freni.

Luci ed ombre, quindi, per "Ekpyrosis" degli Evil Never Dies. In un'analisi riassuntiva, direi che è un album cui si può benissimo concedere un ascolto, che di sicuro ha il pregio di non annoiare. Lo si deve fare, però, con la consapevolezza che si ha davanti un disco che rientra "nella media". Sufficiente, quindi, ma che non farà gridare al miracolo.

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