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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Dicembre, 2018
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Per gli amanti del Brutal Death, quello dei Lividity è di certo fra i nomi più noti e stimati. La band americana è di certo da annoverare tra le vere e proprie istituzioni della scena Brutal mondiale e questo loro ritorno con "Perseverance" - che giunge a ben nove anni di distanza dal precedente "To Desecrate and Defile" - era tanto atteso quanto temuto. E dico temuto perché essendo appunto passati nove anni dall'ultimo lavoro non si sapeva cosa aspettarsi dal quinto album del quartetto proveniente dall'Illinois... Ma fortunatamente i timori vengono spazzati via dal solito tornado di violenza cui i Lividity ci hanno abituati sin dagli esordi agli inizi degli anni '90. Insomma, non è cambiato nulla in casa Lividity: la line up è la stessa di nove anni fa, ma cosa più importante il sound della band statunitense è rimasto immutato. Brutali, diretti, sfrontati, i nostri non si concedono nemmeno di sfuggita un momento che li possa accostare all'odierno modo di intendere il genere. I Lividity sono un caterpillar, capaci di asfaltare qualsiasi cosa si pari loro innanzi, che siano brani più lenti e monolitici come "Meat for the Beast" o più feroci e rapidi come "The Pussy Horde" o "Whore Destroyer" - e stiamo pescando dal mazzo a caso -. Senza contare che restano maestri indiscussi di dark humor, cosa che si riflette oltre che nei titoli e nei testi anche nell'accurata scelta di campionamenti (uno su tutti il "No means yes, yes means anal" al termine di "Kill Then Fuck"). Ed a proposito dei titoli, noterete scorrendo la tracklist nelle info qui sopra come, al solito, i Lividity si dimostrino come sempre particolarmente eleganti ed educati...
Un ritorno che ci riporta i Lividity esattamente da dove avevano lasciato, senza alcun cambio stilistico ed un sound devoto alla più bieca furia ed all'assalto barbaro in stile Broken Hope, Cannibal Corpse, Putride Pile, tanto che il titolo dell'album, "Perseverance", appare quanto mai azzeccato per una band come i Lividity che con perseveranza va avanti per la propria strada, come se non fosse passata quasi una decade dal precedente lavoro. Nulla per cui strapparsi i capelli magari, ma di certo un disco questo che difficilmente lascerà scontenti i die hard fans dello US Brutal Death.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Dicembre, 2018
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E' stato un anno particolarmente proficuo questo 2018 per i meneghini Methedras. In primis, a gennaio c'è stato il ritorno al microfono dello storico cantante Claudio Facheris, fuoriuscito dopo il precedente disco "System Subversion" del 2014, sostituito da un paio di cantanti, ma ritornato fortunatamente in tempo per il nuovo lavoro del thrash-deathsters milanesi, "The Ventriloquist"; a settembre è poi arrivati il deal con Massacre Records, che porta poi direttamente a dicembre ed all'uscita del quinto album della band nostrana.

Iniziamo col dire che il rientro di Claudio Facheris è letteralmente manna dal cielo per i Methedras: il suo stile vocale è perfetto per il sound della band... un sound che si è evoluto in questa loro ultima fatica, visto che al solito Thrash/Death cui i nostri ci hanno abituato hanno aggiunto elementi moderni, con alcune soluzioni ritmiche ed anche alcuni synths derivanti dalla scena "-core", che però non snaturano quello che i Methedras sono sempre stati. Non è un mistero che comunque l'influenza principale dei Methedras siano sempre stati i Testament ed è quella la componente che rimane quella principale delle sonorità della band. Basta ascoltare ad esempio pezzi come "Sham Knockout" e "Dead Silence" ad esempio, in cui le influenze testamentiane sono estremamente forti, seppur proprio la stessa "Dead Silence" è una di quelle canzoni in cui perfettamente convive l'unione tra old school ed inserti moderni. Avrete capito ormai che rispetto al precedente "System Subversion", insomma, "The Ventriloquist" è un album maggiormente vario, spaziando senza problemi tra più generi, incanalati tutti verso il solo obiettivo di rendere estremamente fluido l'ascolto di questo lavoro ispirato dal film horror Dead Silence di James Wan. Se poi spesso il Facheris col suo stile vocale ricalca pedissequamente la timbrica del gigantesco Chuck Billy, divenendo la ciliegina sulla torta di un album in cui il titolo di MVP va a mani basse al drummer Daniele Gotti - martellante dal primo all'ultimo secondo, chirurgicamente preciso dal primo all'ultimo secondo -, non si può far altro che apprezzare l'egregio lavoro della band dal tolkieniano nome, che intanto riesce nel corso di "The Ventriloquist" a piazzare anche due sonore mattonate in faccia con "Fire Within" e "Stab me Again".

Dopo aver vissuto un periodo un po' più di stanca col precedente lavoro, seguito poi dall'abbandono del filgiol prodigo dietro al microfono, i Methedras tornano in forma più che mai e con un disco che riesce da un lato a strizzare l'occhio agli amanti delle sonorità più 'storiche', ma dall'altro flirta anche con influenze più moderne in un mix che alla fine dei conti risulta vincente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Dicembre, 2018
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"Kult of the Raven" è l'album di debutto dei Nattravnen, band svedese-americana dietro cui abbiamo due musicisti la cui carriera parla per loro stessi: alla voce Kam Lee, primo batterista (e seconda voce) dei Death oltre che fondatore e primo vocalist dei Massacre, mentre la parte strumentale è affidata a Jonny Pettersson (Heads for the Dead, Wombbath, Gods Forsaken, Ursinne...). Due veterani che hanno dunque unito le forze sotto l'egida della leggenda del Night Raven - tratto da un racconto scritto dallo stesso Kam Lee -. Il concept scelto dai nostri si sposa alla perfezione con il sound del duo, ossia un Death Metal estremamente vario che partendo da una 'base' di vecchia scuola svedese si dirama in diverse direzioni a seconda dell'influenza che i Nattravnen prendono di pezzo in pezzo, dal Death/Doom centro-europeo, fino ad azzeccatissime tastiere à la Dimmu Borgir, per passare anche, nella fattispecie in "Corvus Corax Crown", al Black svedese. Complice anche una produzione pienamente soddisfacente, i Nattravnen attraggono l'ascoltatore in un vortice fatto di Death Metal spietato dalle atmosfere plumbee, oscure. Merito di ciò va però soprattutto a Pettersson, perfetto esecutore di tutte le parti strumentali di questo disco, e Lee, che dimostra come un buon vocalist sia un po' come il buon vino, migliorando invecchiando: tra i tanti progetti passati ed attuali, non credo di sbagliarmi se affermo che quella offerta in questo "Kult of the Raven" sia la miglior performance dell'artista statunitense. Pezzi come "Suicidium, the Seductress of Death" - primo singolo estratto da quest'album -, la già citata "Corvus Corax Crown" e la seguente "Upon the Sound of Her Wings", o ancora "From the Haunted Sea" e "Kingdom of the Nattravnen" lasceranno di sicuro soddisfatti i deathsters degni di tal nome che avranno a che fare con questo monolitico debut album. Ma tra tanti (praticamente tutti) brani riusciti, ce n'è uno che si erge non solo a migliore dell'intero lotto, ma anche probabilmente tra i migliori pezzi Death Metal di questa annata: "Return to Nevermore" vale praticamente da sola l'acquisto del disco: riff e sezione ritmica che riportano alla mente i Morbid Angel di "Formulas Fatal to the Flesh" e "Gateways to Annihilation" - un sound duro, roccioso, claustrofobico - su cui si stagliano le cupe vocals di Kam Lee, con una parte finale in cui le tastiere tornano protagoniste dando quel tocco atmosferico che rende ancor più un capolavoro questo brano.
Se amate il Death Metal nella sua più pura accezione del termine, allora amerete di sicuro "Kult of the Raven" dei Nattravnen. Il duo svedese/americano è riuscito a tirare fuori un unico imponente monolite di 40 minuti da ascoltare tutto d'un fiato, a cui è difficile resistere nel premere di nuovo PLAY arrivati alla fine. Una nota di merito va fatta alla Transcending Obscurity Records: la label indiana si appresta a chiudere un 2018 sontuoso, probabilmente l'annata migliore dalla propria nascita; un'annata che si chiude con dischi come quello che abbiamo già recensito dei Master o questo debutto dei Nattravnen e che proietta l'etichetta di Kunal Choksi verso un 2019 che, ne sono sicuro, la vedrà ancora una volta protagonista.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Dicembre, 2018
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Ne è passata d'acqua sotto i ponti per i greci Mass Infection, band che sin dall'esordio datato 2007 con "Atonement for Iniquity" non ha praticamente mai sbagliato un colpo. Sono passati quattro anni dall'ultimo "For I Am Genocide" e quella che è una delle band di punta del sottobosco Death continentale si presenta con un paio di sostanziali novità. La prima riguarda la line up, con una sezione ritmica tutta nuova rispetto al precedente lavoro, grazie agli innesti di John Kyriakou al basso e di una nostra vecchia conoscenza dietro le pelli, Giulio Galati (Hideous Divinity, Kenòs, Nero di Marte, Onryō, ecc. ecc.).

L'altra novità riguarda invece il sound. L'approccio dei Mass Infection appare infatti meno brutale rispetto al passato, pur mantenendone inalterata l'anima. Si riescono sempre a riscontrare le solite influenze che hanno portato i Mass Infection ad essere quel che sono oggi, e mi riferisco a gruppi come Hater Eternal e Morbid Angel, ma anche Deeds of Flesh e Suffocation per i passaggi più brutali, ma ciò che si nota in "Shadows Became Flesh" è che i nostri hanno un mood parecchio più oscuro rispetto al passato, con passaggi blackish che, uniti al tellurico Death che li contraddistingue, potrebbe portare qualcuno ad accostarli ai Behemoth del medio-periodo ("Thelema.6" - "Zos Kia Cultus" - "Demigod"). Sulle prime, questo approccio più oscuro dei Mass Infection potrebbe lasciare per un attimo interdetto chi ha avuto modo di ascoltare i vecchi lavori della band ellenica, ma col passare dei minuti ci si riesce sempre più ad addentrare nelle nere atmosfere che pervadono questo disco, portando l'ascoltatore ad apprezzare ogni singola sfumatura, con una parte centrale del disco formata da "Oath of Nothingness" + "Enduring Through the Apocalypse" + "At One with Demon Dreams" semplicemente da urlo.

Cos'abbiamo dunque qui? Un disco in cui Brutal Death e Death Metal made in US accolgono al proprio interno atmosfere derivanti dal più classico Black/Death centro-europeo, il tutto senza che nulla di ciò che sono sempre stati i Mass Infection venisse snaturato. Con "Shadows Became Flesh" c'è l'ennesima prova di maturità di una band che, a 11 anni dall'esordio ancora una volta non ha mancato il colpo. E speriamo che a 'sto giro la band greca - con italico batterista - cominci a raccogliere seriamente quanto realmente merita.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2018
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Debuttano con questo EP - se non contiamo il singolo con la cover di "Fist in your face" dei Morbid Scream - i black/death metallers indiani Aempyrean. Formatisi nel 2015, il quintetto indiano è fautore di un Black/Death dal sapore fortemente novantiano, sia per stile che per produzione. Ed è soprattutto agli amanti di quelle sonorità che è indirizzato "Fireborn", un EP che di sicuro non brillerà per originalità, ma che mostra comunque una band che suona questo genere con passione ed attitudine. A cavallo tra la rocciosità di Morbid Angel e Possessed ed il sound tagliente di Absu e Deströyer 666, gli Aempyrean non perdono tempo e caricano a testa bassa dai primi secondi dell'EP con "On the Warpath" e la seguente title-track, brani la cui forma-canzone è delle più semplici possibili: non si perdono in orpelli gli Aempyrean, andando dritti al punto con la classica alternanza strofa-refrain-solo-strofa-refrain. Semplici e lineari, i nostri riescono comunque a colpire per l'impatto che riescono a dare i pezzi che compongono "Fireborn". Buona è la resa di "Chapel of Ghouls", omaggio degli Aempyrean ai leggendari Morbid Angel, e mentre "The Devourer" è giusto un intermezzo che sembra più uno di quei classici intro, con "Undying Scourge" la band mette sul piatto una buonissima chiusura con quello che da un lato è probabilmente il pezzo migliore dell'EP, ma che dall'altro sarebbe potuto essere ancor più godibile con qualche piccola sforbiciata qui e lì, in modo da rendere il brano meno lungo e con meno momenti filler.
Tutto sommato una sufficienza raggiunta facilmente per gli Aempyrean. Con "Fireborn" di sicuro non ci si dovrà aspettare qualcosa che strizzi l'occhio alle sonorità cui siamo abituati oggigiorno ed è per questo, come dicevo ad inizio recensione, che questo EP è indirizzato soprattutto agli amanti di sonorità un po' più vecchiotte. Niente insomma che non abbiamo già sentito, ma che va premiato per la passione messa dal quintetto di Bangalore.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Dicembre, 2018
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Album di debutto per gli americani Inoculated Life, trio dedito ad un buon mix di Death Metal, Grindcore e Powerviolence. Formatisi l'anno scorso in quel di Denver, gli Inoculated Life hanno dapprima rilasciato una demo tape, "In Hope of Eternal Life", andata sold out, prima di trovare un deal con Redefining Darkness Records, etichetta che si è occupata di quest'album uscito pochi giorni fa.

Si può magari non essere del tutto d'accordo con le tematiche sociali degli Inoculated Life - il loro 'grido di battaglia' sarebbe: "Si fotta la polizia, si fotta il sistema giuridico, si fottano l'industria della carne e quella casearia" - e difatti personalmente sono posizionato agli antipodi del trio statunitense, ma qui fortunatamente si parla essenzialmente di musica e su quel piano gli Inoculated Life offrono una prestazione più che buona, regalandoci un disco che sul piano musicale - ci teniamo a ribadirlo - risulta essere estremamente interessante. Tra la compattezza del Death Metal e sfuriate tra il Grindcore ed il Powerviolence, i nostri per una ventina di minuti martellano rabbiosi senza sosta, ora più massicci e gretti à la Brutal Truth (la title-track, "Suffer", "Murderer's Sky"), ora più taglienti e punk-oriented à la Napalm Death ("Indignation"). E' comunque con la penultima traccia, "Abysmal Fixation", che gli Inoculated Life calano il proprio asso: un brano in cui le varie anime che compongono il sound dei nostri vanno a confluire in poco più di tre minuti di cruda spietatezza sonora.

Ci sono ondate ed ondate di gruppi che suonano questo dato genere estremo e, ahimè, la maggior parte di loro sono sinceramente inascoltabili. Poi per fortuna ogni tanto esce fuori una band come gli Inoculated Life, che non si fossilizza su rumori indistinti di pochi secondi, ma decide di colpire in maniera dura con pezzi ben strutturati. E ben vengano dunque più bands come loro.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Dicembre, 2018
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Basta 1/4 d'ora agli svedesi Night Crowned per riuscire ad accendere l'interesse: tanto dura l'EP di debutto del quintetto scandinavo, "Humanity Will Echo Out", edito da Black Lion Records. Cosa che comunque non stupisce, se si va a vedere la formazione di questa band formatasi due anni or sono, on cui troviamo membri ed ex-membri di gruppi quali The Crown, Dark Funeral e Nightrage... senza contare che il primo cantante della band è stato, fino a poco prima delle registrazioni di questo EP, Roberth Karlsson (Scar Symmetry, Facebreaker, ex-Tormented, ex-Edge of Sanity).

Insomma non sono propriamente dei ragazzini sprovveduti i cinque musicisti coinvolti in questo progetto il cui intento è, parole loro, riportare in vita lo spirito degli antichi capolavori degli anni '90. L'impresa è ben ardua e, sotto questo punto di vista, non riuscita del tutto. Il Melodic Black/Death dei Night Crowned riesce sì a richiamare alla mente le sonorità dei vari Dissection, Dawn o Eucharist, con una sezione ritmica martellante - il drummer dei Dark Funeral Janne Jaloma appare decisamente in formissima in questo lavoro - ed una vagonata di riff melodici a dare quel pathos che s'interseca con il taglio ferale delle composizioni... quindi sul piano prettamente musicale, sì, appunto, i Night Crowned riescono anche ad avvicinarsi, ma resta comunque estremamente difficoltoso avvicinarsi a livello emotivo a lavori come la coppia iniziale dei Dissection o ai due album dei Dawn. Ciò comunque non toglie che i tre brani che compongono questo EP - soprattutto il conclusivo "All Life Ends" - potranno sicuramente accendere l'interesse, come si diceva in apertura di recensione, su questo progetto ai primi (estremi) vagiti. Promossi dunque, per quanto mi riguarda, i Night Crowned, ma con una riserva: aspetto di poterli ascoltare su una più lunga distanza per poter confermare o meno le buone impressioni suscitate qui.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    03 Dicembre, 2018
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Uscito dapprima autoprodotto solo in formato digitale, a distanza di un annetto trova l'uscita anche su supporto fisico, grazie ad Everlasting Spew Records, "Pain Will Define Your Death", l'EP di debutto dei Vitriol, Death Metal band di Portland, Oregon. Un buon colpo, per chi vi scrive, per l'etichetta nostrana: il lavoro dei Vitriol, che in questa nuova veste presenta anche un brano in più rispetto l'uscita originaria, ci mette in mostra una band che si presenta con un biglietto da visita di tutto rispetto. Il Death Metal del trio statunitense riesce ad essere estremamente violento quanto tecnicamente ineccepibile, con un sound in cui è possibile sì riscontrare l'influenza di gruppi come Hate Eternal (su tutti) e Morbid Angel, ma in cui notiamo una certa dose di personalità da parte dei nostri ed un songwriting che sembra essere già abbastanza maturo: ed essendo solo al primissimo lavoro, i margini di miglioramento possono essere esponenziali. Già dalle prime note della title-track, chiamata ad aprire l'EP, i Vitriol mettono da subito le cose in chiaro, ma è soprattutto con la successiva "Victim" che rendono evidente il messaggio che vogliono far passare, ossia quello che non hanno alcuna intenzione di essere una meteora della scena Death. Con "Violence, a Worthy Truth" abbiamo l'ennesima esplosione di tecnicissima violenza - un plauso va obbligatoriamente fatto al drummer Scott Walker, seppur i suoi compari non è che siano da meno - e la chiusura originaria dell'EP, ad appannaggio in questa nuova versione ad un altro mostruoso pezzo, "The Parting of a Neck", uscito anche come singolo durante il 2018.
Un debutto sicuramente impressionante per i Vitriol, non c'è che dire. "Pain Will Define Their Death" è uno di quei lavori che sarebbe stato un vero peccato non avessero avuto la risonanza mediatica che merita, quindi merito va dato all'Everlasting Spew per aver voluto puntare su uno dei prodotti Death più sorprendenti di quest'annata (ma anche della scorsa, oserei dire). Promossi a pieni voti, aspettando un lavoro su lunga distanza: e lì ne potremmo vedere delle belle.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Dicembre, 2018
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Sono passati quattro anni da "Abysmal Thresholds", pesantissimo debut album dei death metallers finlandesi Corpsessed, progetto con cui il chitarrista Matti Mäkelä 'sfoga' la sua passione per il Death Metal. Nei quattro anni intercorsi tra il primo album e questa seconda fatica, "Impetus of Death", ne sono successe di cose in casa Corpsessed: in primis l'ingresso del nuovo bassista Tuomas Kulmala (Lie in Ruins), chiamato a sostituire Mikko Pöllä; frattanto Mäkelä ha trovato anche il tempo di far risorgere dalle ceneri i suoi Tyranny, uno dei nomi maggiori della scena Funeral Doom nord europea... ma questa è un'altra storia.

Per chi non avesse avuto ancora il piacere di ascoltare questa monolitica band finnica, i Corpsessed si formano nel 2007 e, bassista a parte, gli altri quattro componenti sono gli stessi di allora; dopo due EP, tra i quali è da annotare soprattutto il primo, "The Dagger & the Chalice", fu favorevolmente accolto da critica e pubblico, arriva per l'appunto "Abysmal Thresholds", disco capace di accentuare la pesantezza stilistica dei nostri. Con "Impetus of Death" i Corpsessed riescono a tirare fuori quello che potrebbe essere additato come il trait d'union tra quel primo EP e lo scorso album: prendete un sound Death Metal old school - à la Incantation, Dead Congregation, Demigod - e mettetelo in mano al leader di un'importante band Funeral Doom, il risultato sarà un sound che molto deve alla vecchia scuola novantiana, ma che ha dalla sua anche una pesantezza di fondo che ha dell'incredibile. In "Impetus..." però le melodie non vengono sotterrate del tutto dal massacro sonoro perpetrato dal quintetto finlandese, seppur passino in secondo piano comunque: i Corpsessed puntano soprattutto ad avere un grosso impatto e ci riescono a pieno già dalle primissime note della title-track che apre il disco, procedendo a amcinare Death Metal su toni gravi in un modo che è difficile trovare oggigiorno in giro. Pezzi come "Forlorn Burial", "Graveborne" e "Paroxysmal" hanno un'aurea sulfurea, cupa: l'ascolto sembra portare negli abissi più cupi di incubi lovecraftiani, colpendo duro senza mai esagerare in velocità, con mid e up tempos che sembrano mattonate alla bocca dello stomaco.

Insomma, tirando le somme "Impetus of Death" dei Corpsessed è un album che è straconsigliato agli amanti di queste sonorità. Chi ha già ascoltato i dischi passati del quintetto finlandese, amerà certamente questa loro nuova opera; altresì per gli altri è un buonissimo modo per venire a contatto con una delle più fantasticamente marce realtà del panorama Death europeo... prima di procurarsi poi obbligatoriamente i lavori precedenti.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Dicembre, 2018
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Debutto sulla nostrana WormHoleDeath per l'Experimental Death Metal band australiana One Step Beyond, arrivata con questo "In the Shadow of the Beast" al quarto album in vent'anni di carriera. E sinceramente, non so cosa c'abbia visto la sempre attenta WormHoleDeath in questo lavoro, tanto da produrlo. Insomma, non voglio offender nessuno, ma quello che possiamo ascoltare in questo album è un ibrido che sembra non portare da nessuna parte: nessuno stile Death ben definito, ma un mix di diversi stili che sembrano messi lì un po' come capita; una produzione deficitaria, vuoi anche per la presenza ad esempio di un batterista (session) e di un drum programming, di samples e di chitarre probabilmente in midi? Non saprei, ma non essendoci menzione di un chitarrista propenderei per questa soluzione. Qualche soluzione funzionale qui e là la si trova pure, ma ahimè annega in un mare di nulla che c'è attorno: "In the Shadow of the Beast" è purtroppo un album che sulla lunga riesce ad essere addirittura fastidioso, basti pensare alla quarta traccia "Shadow Warriors". E non che il resto sia poi tanto migliore, diciamolo, fatta eccezione per la sola "The Sentinel".

Ma un brano solo buono non basta per salvare le sorti di questa quarta fatica degli One Step Beyond. Poi non so, c'è probabilmente in giro qualcuno cui potrà anche interessare la proposta del duo australiano, ma almeno per quanto mi riguarda il consiglio è di passare oltre senza remore: c'è tanto di meglio in giro.

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