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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 2018
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C'è un solo aggettivo che potrebbe rendere pienamente l'idea di che cos'è questo split album che vede coinvolti Elbow Deep e Mentos: dissacrante. Ed entrando ancor più nello specifico, "Trash Party" è probabilmente uno dei lavori più dissacranti che una mente umana avesse mai potuto partorire, come fosse nato da un brainstorming tra Seth Putnam degli Anal Cunt, GG Allin e El Duce, mitico fondatore, batterista e cantante degli stessi Mentors. Questo perché l'americana Horror Pain Gore Death Productions ha messo insieme in un'unica produzione due dei gruppi più offensivi del pianeta: per l'appunto gli Elbow Deep di Jerry Kavouriaris dei Gigan ed i Mentors, che ininterrottamente dal 1976 con il loro Heavy Metal a tinte Punk parlano senza peli sulla lingua di argomenti come sesso, alcolismo, misoginia, il tutto con uno humor nero di fondo sempre costantemente presente.

Lo split parte con i quattro brani ad appannaggio degli Elbow Deep e chi si sarebbe aspettato le classiche sfuriate Grindcore da pochi secondi senza senso rimarrà sorpreso: la voglia di violenza sonora di Kavouriaris si riversa in un Death Metal veloce ma compatto, con cui i nostri dimostrano di saperci ben stare con gli strumenti in mano. Manco a dirlo a farla da padrone è lo humor macabro, come dimostra già solo il titolo della seconda traccia, "Too Fat to Mandhandle" (ho riso per mezz'ora, lo ammetto; n.d.r.). C'è poi la seguente "Nobody Knows what the Nose Knows but the Nose Knows what the Nose Knows": c'ho messo più tempo a scrivere il titolo della canzone nelle info qui sopra che ad ascoltare il pezzo.
E' la volta poi dei Mentors: da oltre quarant'anni fieri portabandiera della peggio ironia in quanto a tematiche. E se da un lato il loro macabro sarcasmo risulta sempre sopra le righe e dannatamente divertente, dall'altro musicalmente i Mentors sono rimasti alle stesse identiche sonorità che avevano in album leggendari come "You Axed for It!" ed "Up the Dose": tradotto, sembra di ascoltare una versione ancor più politicamente scorretta dei vari Sex Pistols e compagnia punkeggiante. Anche omaggiare il mitico El Duce con "Just Like El Duce" o dare il "giusto tributo" agli alcolici con "Operation Alcohol" non basta per risollevare una seconda metà di split album che appare molto più debole rispetto la prima (musicalmente parlando, s'intende).

E' consigliato dunque "Trash Party"? Ma tutto sommato sì, soprattutto per la prima parte degli Elbow Deep. In generale questo split album merita un ascolto, soprattutto se, mettendo da parte per un attimo il lato musicale, siete degli amanti dello humor più nero, macabro e becero. Un lavoro estremamente sopra le righe, già a partire dall'artwork che, per evitare eventuali problemi alla nostra stessa pagina Facebook, abbiamo dovuto censurare. Fate un po' voi!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Agosto, 2018
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Non c'è niente da fare: quando in redazione m'arriva un promo marchiato Comatose Music, posso essere sicuro a scatola chiusa che mi ritroverò davanti ad un disco delicatissimo, soave come una mattina primaverile... Si nota il sarcasmo, vero? Scherzi a parte, dall'etichetta americana ci arriva questa volta il debut album dei texani Kill Everything, "Scorched Earth": mezz'ora di Brutal Death della vecchia scuola, in cui orpelli tecnici e qualsivoglia melodia sono bandite.

Un sound, quello dei Kill Everything, che ricorda molto da vicino quello dei Devourment e per un motivo ben preciso: la presenza in formazione dei membri fondatori Mike Majewski (voce) e Brian Wynn (chitarre), che insieme al defezionario chitarrista Kevin Clark facevano parte per l'appunto della line up della colossale band Brutal di Dallas. Suona quindi naturale ritrovare nel lavoro dei Kill Everything gli ingredienti che hanno fatto la fortuna dei Devourment, così come, tra l'altro, di altri gruppi di belle speranza come Cannibal Corpse e Dying Fetus. Avrete insomma capito che quanto propone il quintetto texano è assolutamente nelle corde degli amanti del Brutal Death nella più pura accezione del termine. Tra pattern di batteria assimilabili ad un martello pneumatico ed un lavoro chitarristico pesante e claustrofobico - l'uso di chitarre a 8 corde direi che aiuta non poco in questo -, si stagliano le cavernose growlin' vocals di Majewski che, senza strafare e rimanendo semplicemente in quello che è il canone del genere, riesce ad offrire una prestazione buonissima. Blast beats di velocità inaudite si mischiano a possenti rallentamenti (è in questi ultimi momenti estremamente pieni di groove che esce fuori l'ombra dei Dying Fetus a mio avviso), creando un continuo vortice di violenza che non subisce nemmeno un'oncia di calo ed in cui i Kill Everything non si concedono un attimo di pausa, procedendo come un inarrestabile rullo compressore grazie a brani come "Bereft of Humanity", la monolitica title-track e "Thermal Liquidation" (i restanti cinque pezzi, in ogni caso, non sono da meno).

Come da titolo della recensione, "Scorched Earth" dei Kill Everything si candida seriamente - e credo avrà vittoria facile - come il disco più brutale del 2018. Non si concedono innovazioni, non promettono di fare null'altro se non quello che sanno fare meglio, ossia tirare mazzate allucinanti per mezz'ora: una ricetta semplicissima quella dei Kill Everything, ma che risulta estremamente vincente. E per usare una similitudine culinaria: è mica un caso che la maggior parte delle persone a piatti gourmet preferisca una 'sana' aglio olio e peperoncino, no?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Agosto, 2018
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Di tanto in tanto escono fuori gruppi dei quali si nota subito che potranno essere destinati a grandi cose; ultimi, in linea temporale, sembrano proprio essere i belgi Carnation, a cui è bastato un solo EP, "Cemetery of the Insane" uscito nel 2015, per farsi notare, tanto da portarli in primis ad un tour in Asia da cui è stato tratto il live album "Live at Asakusa Deathfest Tokyo, Japan", poi (e soprattutto) al deal con Season of Mist: è l'etichetta francese, infatti, a licenziare "Chapel of Abhorrence", debut album del quintetto proveniente da Anversa.

Un debutto in cui si denota da subito la passione con cui Jonathan Verstrepen e soci rendono il loro tributo ai grandi nomi della scena Death europea degli anni '80 e '90, tanto quella inglese (Bolt Thrower su tutti), quanto quella olandese (Asphyx, manco a dirlo). Ma attenzione, stiamo parlando di omaggio che i nostri rendono a questi nomi: i Carnation non sono affatto una copia carbone dei nomi succitati, dato che hanno dalla loro un songwriting già estremamente maturo nel quale si riconosce già una mano che sia personale. Bastano le sole due tracce d'apertura, "The Whisperer" e "Hellfire", per rendersi conto di trovarsi davanti ad un piccolo gioiello e ad una band che ha già ben chiaro in mente il proprio percorso. Non brillerà per nulla in innovazione il quintetto belga, e fin qui possiamo essere d'accordo tutti credo, ma è innegabile che i nostri siano riusciti dove molti falliscono, ex membri dei Bolt Thrower stessi inclusi (mi vengono in mente i Memoriam, ad esempio), ossia mettere più in disparte la comunque presente influenza di un nome leggendario, puntando invece su qualcosa che possa, col tempo, essere indicato come un marchio proprio ben distinto. E vi dirò: bastano pochi ascolti di prani come "The Unconquerable Sun", "Chapel of Abhorrence" o "Plaguebreeder" per entrare in perfetta sintonia con il quintetto di Anversa.

I Carnation sono un nome da tenere estremamente d'occhio. In un periodo come questo in cui si stanno riscoprendo - forse un po' troppo? - le sonorità della prima metà dei 90's, non è semplice riuscire ad affermarsi come una band che abbia un proprio tratto distintivo ed un proprio carattere; eppure, è proprio quello che traspare da "Chapel of Abhorrence" dei Carnation, nonostante quello che ci offrano questi ragazzi non sia assolutamente nulla di nuovo, anzi... Disco consigliato ed una previsione finale: sentiremo parlare spesso di questi ragazzi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Agosto, 2018
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Fondati nel 2012 e portati avanti sino ad oggi dai fratelli Wyatt e Jerred Houseman, gli americani Akhenaten arrivano a tagliare il traguardo del terzo album con questo "Golden Serpent God", disco in cui, consuetudine dei fratelli di Manitou Springs (Colorado), influenze derivanti dalla tradizione araba incontrano un potentissimo quanto tecnico Black/Death Metal.

Se conoscete almeno un po' la storia dell'Antico Egitto, saprete che quello di Akhenaten (Akhenaton, qui in Italia) è un nome decisamente famoso e non solo per essere il padre di Tuthankamon, ma soprattutto per essere stato considerato il Faraone Eretico, colui che bandì il celeberrimo culto politeista egizio per venerare il solo Disco Solare, il dio Aton-Ra, tanto da mutare il proprio nome in Akhenaten/Akhenaton e spostare la capitale in una città da lui costruita e dedicata unicamente al culto dell'unico dio, Akhetaton, considerata poi in seguito una città infame e maledetta... e forse data la mia passione per l'Antico Egitto mi sto dilungando troppo, scusate. Mettendo da parte la piccola lezione storica, tutto questo preambolo è per dire che non sorprende ritrovare tematiche antiche (egizie, mesopotamiche), nel lavoro degli Akhenaten, che quindi tematicamente, ma anche per quel che concerne parte del sound, non possono non portare alla mente i più grandi specialisti del genere, i Nile, senza però dimenticare i tedeschi Maat. I fragelli Houseman inseriscono però moltissimi elementi appartenenti alla cultura musicale araba - esempio lampante la bellissima doppietta iniziale formata da "Amulets of Smoke and Fire" e "Dragon of the Primordial Sea" -, che sposta le sonorità di questo progetto più vicine a quello degli arabi AlNamrood e degli israeliani Melechesh.
"Golden Serpent God" è, comunque, un album che funziona: gli Akhenaten riescono ad unire perfettamente un Black/Death duro come le millenarie pietre di calcare usate per costruire le piramidi ad atmosfere arabeggianti che danno una certa ariosità alle composizioni. Basta prendere "Pazuzu: Harbringer of Darkness", le cui orchestrazioni dal sapore mediorientale unito ad soluzioni chitarristiche simili si aprono su un Death Metal che sarebbe altrimenti estremamente cupo e claustrofobico. Capolavoro di scrittura ed arrangiamento è però la traccia seguente, la lunga "Akashic Field: Enter Arcana Catacombs", strumentale che arriva a sorpresa dopo tanta violenza capace di traslarci nello spazio e nel tempo, portandoci nelle regioni egizie tra faraoni, piramidi, templi, una cultura che aveva un rapporto col divino unica nella storia (per quanto Akhenaton...): sul Tubo la trovate, datele un ascolto.

In conclusione, "Golden Serpent God" è un album che personalmente è piaciuto molto, vuoi perché è andato a toccare una delle mie più grandi passioni - e penso ve ne siate accorti -, vuoi perché questi due fratelli del Colorado sono riusciti a creare un album del tutto personale, senza scopiazzare gente come Nile ed AlNamrood, cosa che si sarebbe potuta molto facilmente accadere. I fan dei suddetti gruppi (a proposito: se non conoscete gli AlNamrood, shame on you!) troveranno decisamente pane per i loro denti: non aspettatevi però un lavoro estremamente pesante e cupo come i Nile, il cui sound sa di piramidi chiuse da millenni e lezzo di mummie, ma qualcosa che, come detto, unisce un Black/Death violento ma ragionato unito ad ariose aperture arabe. Sorprendente, a dir poco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Agosto, 2018
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Ah, il Brasile. Terra che metallicamente parlando ha dato i natali a vere e proprie leggende come Sepultura, Sarcofago e, spingendoci verso il Death Metal, Krisiun. Ma è anche la nazione da cui proviene una delle new sensation della scena Thrash/Death odierna, le Nervosa... ed oggi dobbiamo aggiungere al conto una nuova impressionante realtà: proveniente dalla stessa città delle Nervosa, São Paulo, arriva un'altra band all female, le Sinaya! Attivo dal 2010, nel corso degli anni questo gruppo ha subito una lunga sequela di cambi di formazione, tanto che l'attuale line up si è assestata poco prima delle registrazioni di questo "Maze of Madness", debut album per le quattro ragazze carioca, con l'ingresso ultimo della bassista Bruna Melo.

In barba ai problemi di formazione, le Sinaya hanno continuato imperterrite per la propria strada grazie alla perseveranza della leader Mylena Monaco, attuale cantante/chitarrista che in passato ha rivestito anche il ruolo di bassista. E dovrà essere pienamente soddisfatta, Mylena, di vedere la sua creatura arrivare al traguardo del primo album, a cinque anni di distanza dall'esordio assoluto con l'EP "Obscure Raids". Il sound delle Sinaya è un puro e semplice Thrash/Death, le cui influenze sono da ricercare nei nomi più classici come Sepultura, Slayer, Megadeth, Obituary, Vader... e sì, qualche similitudine con le concittadine Nervosa c'è anche, ma di più sono le differenze. Vi dirò, personalmente preferisco di gran lunga la proposta delle Sinaya: queste ragazze non inventano nulla di nuovo, ma riescono a regalarci un disco da cui traspare una passione sconfinata che si riversa in un songwriting che prende a piene mani gli insegnamenti dei grandi nomi che l'influenzano, unendoli ad una buona dose di personalità. Tra una slayeriana "Always Pain", una "Bath of Memories" a cavallo tra Megadeth e Sepultura, una "Abyss to Death" che è il singolo perfetto per rappresentare quest'album (al pari, a mio avviso, di "Infernal Sight"), le Sinaya approcciano il tutto in maniera diretta, quasi brutale: non amano perdite di tempo ed inutili orpelli e lo dimostrano da subito con l'attacco dritto per dritto dell'opener "Life Against Fate", brano che c'introduce subito nel vortice musicale che ci accompagnerà per poco più di mezz'ora.

Un disco onestissimo questo "Maze of Madness" delle Sinaya; un album che compensa la mancanza di vera e propria originalità con un'attitudine spiccatissima, motore di un sound che risulta essere trascinante man mano che l'ascolto procede. Una piacevolissima sorpresa insomma, che vi raccomando senza alcun dubbio.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Agosto, 2018
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Provengono da Tacoma, nello stato di Washington, USA, gli Aethereus, band Technical Death formatasi dalle ceneri dei Seker, monicker col quale hanno pubblicato nel 2013 l'album "Transcendence"; il cambio di nome arriva nel 2014 e dopo un primo assestamento della line up i nostri pubblicano l'EP "Ego Futurus". Dovrà passare però un altro anno prima che la formazione si assesti definitivamente ed è da allora che gli Aethereus cominciano a lavorare su quello che sarà il loro debut album: "Absentia", prodotto da The Artisan Era.

Rispetto alla prima incarnazione, gli Aethereus hanno abbandonato le influenze derivanti dal Deathcore, concentrandosi su un Technical Death moderno. I risultati sono certamente degni di nota, per quanto possiamo ascoltare in "Absentia": tecnicamente eccelsi, gli Aethereus dimostrano di non temere alcun timore reverenziale verso chicchessia, propinandoci un debutto eccezionale. Non mancano fraseggi più prettamente Progressive Death - ed un esempio lampante lo abbiamo nell'ottima "Writhe" - che possono ricordare giganti del genere come i mitici Necrophagist, ma ascoltando l'album nella sua interezza ci si rende conto di una cosa non da poco: gli Aethereus non mettono in disparte il songwriting per dimostrare quanto siano bravi a suonare, anzi l'elevato tasso tecnico dei nostri viene totalmente messo al servizio di una scrittura matura e pienamente ragionata, in cui intricate melodie si uniscono ad una grande potenza di fondo (à la Arsis, per intenderci). Il quintetto americano non è, insomma, band che abbassa la testa ed attacca a spron battuto, ma riescono a sorprendere l'ascoltatore con repentini cambi senza che il pezzo in questione venga snaturato di una virgola. Ad un comparto strumentale sugli scudi - da urlo la prestazione dietro le pelli di Matthew Behner -, si unisce la maestosa prestazione vocale di Vance Bratcher, poliedrico nel passare da un growl profondo e cavernoso ad uno scream tagliente come pochi, arrivando al proprio apice nella spettacolare "Fluorescent Halls of Decay", brano il cui solo è eseguito dal chitarrista dei Rivers of Nihil, Brody Uttley.

Pregio di "Absentia" è che migliora man mano che l'ascolto scorre, con da segnalare "That Which is Left Behind" che è il perfetto trait d'union tra melodia, brutalità e fraseggi Prog. Gli Aethereus non avrebbero potuto presentarsi meglio: "Absentia" è un debutto che non presenta il benché minimo difetto ed anzi riesce a trascinare l'ascoltatore per tutti i suoi poco più di 40 minuti. Un disco, insomma, consigliatissimo agli amanti della frangia più tecnica del Death.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Agosto, 2018
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No, non convince quasi per nulla questo debut album eponimo degli americani Homerik. Nati tre anni or sono, la band newyorkese debutta per l'appunto con questo album (anticipato da tre singoli) che alla lunga palesa una serie di difetti che oscurano quanto di buono ci può essere. In primis il mischiare un po' troppi generi, ma senza criterio alcuno: si passa dal Symphonic al Folk, passando per il Prog ed il Death, singoli o mischiati tra loro per un risultato che risulta essere caotico e che 'spezzetta' la proposta degli Homerik, che, detto tra noi, sembrano andar meglio sul frangente Death. Non funzionano poi le voci, che spesso sembrano quasi un'accozzaglia di ubriaconi che urlano ad mentula canis (c'è bisogno che ve la traduco?). Non funzionano del tutto nemmeno le orchestrazioni/passaggi Folk, per via di una produzione che mette i suoni delle tastiere - o quel che sono - troppo in primo piano, con suoni non bilanciati perfettamente. Vi chiederete: ma ci sono solo episodi negativi in questo disco? No, assolutamente. Ci sono anche passaggi molto interessanti in quasi tutti i pezzi - vedi la sfuriata deatheggiante in "An Angel of Darkness" -, ma, come detto, sono troppo pochi e vengono oscurati da tutto quello che non convince di quest'opera, tipo quanto scritto sopra, o quelle voci semirappeggianti (???) sparse qua e là ma che diventano quasi fastidiose in "Curse of the Black Nile".

C'è davvero molto da lavorare per gli Homerik. In questa loro prima opera la band americana ha messo troppa carne al fuoco, col risultato che, detto in maniera schietta, non si capisce cosa cazzo vogliano fare e viene il dubbio che manco loro lo sanno ancora. Personalmente, consiglierei come prima cosa di eliminare quelle vocals da taverna che risultano enormemente fastidiose già dopo 10 secondi. Ed altro consiglio, di scegliere per bene cosa si vuole proporre, che questo mischione, alla lunga, diventa improponibile ed è un peccato per i (pochi) momenti buoni dell'album.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Agosto, 2018
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I parmensi Distruzione sono uno di quei gruppi della scena estrema italiani che son contornati da una vera e propria aura di leggenda. Attivi dapprima dal 1990 al 2007, hanno avuto modo in quel periodo di rilasciare tre album, tra cui il mitico "Endogena" del 1996; si fermano per qualche anno, prima di ritornare nel 2011 e, dopo quattro anni, lanciare l'album "Distruzione", che segna definitivamente il loro ritorno. "Inumana", EP prodotto da Jolly Roger Records, è dunque il secondo lavoro in studio dalla riformazione della band emiliana, che come sempre mantiene intatto il proprio marchio di fabbrica: il cantato in italiano. Precursori (con gli In.Si.Dia.) di tanti altri gruppi che arriveranno dopo, come S.R.L. o Subhuman tanto per fare un paio di nomi, questa scelta di cantare in madrelingua è ciò che permesso ai nostri di esser considerati un orgoglio di casa nostra.

Guidati dall'inossidabile trio composto da Devid Roncai (voce), Massimiliano Fallieri (chitarra) e Dimitri Corradini (basso), con un nuovo batterista - Manu (Bulldozer, Death Mechanism) - rispetto al precedente disco, i Distruzione ci regalano in "Inumana" due brani inediti con il loro inconfondibile stile Death. Altra caratteristica tipica della band parmense è la perfetta fusione tra la musica e ciò che viene detto nelle liriche, cosa riscontrabile anche in questo lavoro con la tanto rapida quanto sofferta "Uomini Contro Uomini", in cui a dominare è l'incertezza di sopravvivenza durante una guerra, e con la violentissima e cupa "La Torre della Muda", in cui si narra del Conte Ugolino della Gherardesca, rinchiuso a morire con figli e nipoti nella suddetta torre. Nella seconda parte dell'EP, invece, i Distruzione rendono omaggio al passato recente con "Stultifera Navis" (da "Distruzione") ed a quello remoto con due brani dal mitico "Endogena", "Ossessioni Funebri" e "Senza Futuro": i tre brani sono tratti dallo show della band emiliana all'edizione del 2016 del Metalitalia.com Festival. Che sia in studio o live, i Distruzione appaiono per quello che sono: un'inarrestabile macchina da guerra, un rullo compressore capace di distruggere - mai termine più adatto - tutto ciò che può capitare a tiro; senza contare che Devid Roncai dimostra una volta ancora, come se ce ne fosse bisogno, di essere tra i migliori vocalist estremi della Penisola.

Due soli brani inediti bastano per accorgersi che i Distruzione sono in uno stato di grazia. "Uomini Contro Uomini" e "La Torre della Muda" ci restituiscono infatti una band in forma smagliante e non fanno altro che aumentare la fame in vista di un (auspicabile) nuovo album, che si spera possa vedere la luce quanto prima. Come allora così adesso, i Distruzione erano, sono e rimangono un orgoglio per la scena italiana.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Agosto, 2018
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A solo un anno e mezzo di distanza da "Thor" torna Drakhen, mastermind (ed unico membro) del progetto Viking Metal Bloodshed Walhalla. Nata per omaggiare Bathory, la one man band materana ha pagato dazio, se così si può dire, nei primi lavori, prima di una decisa svolta verso un sound più personale con il già citato terzo album, pur mantenendo comunque l'amore per Quorthon. Con "Ragnarok", uscito per la capitolina Hellbones Records, la proposta di Drakhen si fa più sfrontata, puntando ad un approccio maggiormente epico che va ad incastrarsi perfettamente con il concept protagonista di quest'ultima fatica.

Solo quattro brani ma una durata che supera l'ora di musica per questo "Ragnarok", in cui l'artista lucano si concentra sulla battaglia finale tra le forse della luce e delle ombre nella mitologia norrena. Dall'uccisione di Baldr tramite l'inganno di Loki, le preghiere di Odino che supplica la dea Hel di liberare il figlio, le condizioni dettate dalla dea dell'Oltretomba che una volta liberatasi del nonno invia i segni premonitori che porteranno al Ragnarok. Il resto, se avete un'infarinatura di mitologia norrena, è storia nota. Ebbene, con il suo quarto album Drakhen ci prende per mano ed attraverso le quattro lunghissime canzoni che compongono "Ragnarok" ci porta a vivere con i nostri occhi (e le nostre orecchie, più che altro), la mitologica battaglia che vide le forze dell'ordine scontrarsi con quelle del caos. Sul piano delle liriche, dunque, è a dir poco eccezionale il lavoro dell'artista, capace di riversare nelle sue opere l'amore, così come uno studio attentissimo, per la cultura norrena. Parlando invece del comparto musicale di "Ragnarok", come detto già dal precedente album Bloodshed Walhalla si è discostato dal sound totalmente bathoryano dei primi lavori; le influenze della leggendaria band svedese, come quelle dei Moonsorrow, sono sempre presenti, ma Drakhen dimostra di avere la maturità necessaria per creare il suo unico sound, capace di attingere anche da altri generi alla bisogna (nel refrain di "Like your Son", ad esempio, mi è sembrato di scorgere anche l'ombra dei Blind Guardian). Ottimo è poi l'uso dei cori, che riescono a dare ancor di più quel tocco di epicità che è, alla fine, il punto di forza di questo buonissimo disco.

Magari ci si potrebbe trovare un po' in difficoltà per l'enorme durata del disco e dei singoli brani ("For my God" arriva quasi a mezz'ora), ma se ci si lascia trasportare dalle liriche di quest'album ci si ritrova in fondo senza nemmeno accorgersene. "Ragnarok" è un ottimo modo per vedere la suddetta battaglia tramite un altro punto di vista; ed è anche un ottimo modo, per chi non è pratico dell'antica mitologia scandinava, per avvicinarsi ad una cultura che, a secoli di distanza, esercita ancora un fascino indescrivibile.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    06 Agosto, 2018
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Fino a qualche tempo fa tendevo quasi a denigrare il Black Metal made in USA; tante uscite c'erano nei primi anni degli anni 2000, ma poche, pochissime quelle degne di nota. Poi qualcosa è improvvisamente cambiato ed anche dalla patria dello Zio Sam son cominciati ad arrivare buoni dischi ed ottime bands con una maggiore continuità, ed i qui presenti Mutilation Rites sono da annoverare tra questi. Partiti un po' in sordina con un paio di demo, un paio di EP ed un debut album discreti ma non di certo memorabili, i Mutilation Rites hanno poi calato l'asso nel 2014 con il sorprendente "Harbinger", di cui questa loro ultima fatica - terza su lunga distanza -, "Chasm", è il successore.

Il quartetto di New York City è uno di quelli che offrono prestazioni prettamente muscolari e con "Chasm" non sono da meno. I nostri riescono ad avere uno stile tutto loro dove ad elementi derivanti tanto dal Black della scuola norvegese quanto da quella più dura svedese (Marduk in primis), uniscono anche ritmiche serrate ed un'attitudine marcatamente Crust/Punk. E questa vena punkeggiante è, a mio avviso, il maggior punto di forza dei Mutilation Rites: tecnicamente nella media, così come lo sono i loro brani, riescono però ad avere un tiro enorme grazie all'esagerata velocità d'esecuzione, cui si abbina una potenza non da poco; è così che abbiamo pezzi come "Axiom Destroyer", che non avrebbe sfigurato in uno degli album dei Darkthrone dalla vena più Punk, o come la mardukiana "Ominous Rituals", nella cui parte centrale i Mutilation Rites dimostrano come anche sul piano tecnico, se ci si mettono, ci sanno fare.

"Chasm" non sarà un capolavoro, ma di certo è un onestissimo disco Black Metal che potrà sicuramente piacere a chi, in questo genere, è alla ricerca di sonorità estremamente veloci e violente. I Mutilation Rites confermano le favorevolissime impressioni destate dal precedente "Harbinger", meritandosi una promozione mai messa in discussione durante l'ascolto di quest'album.

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