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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Dicembre, 2017
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Fondati una decina d'anni fa in quel di Toronto, i Paroxsihzem sono una Death/Black band con all'attivo un paio di demo, un EP ed un album. Proprio quest'ultimo, dal titolo eponimo, è stato appena ristampato in formato Tape dalla francese Krucyator Productions. E praticamente da qui in avanti potrei fare copia/incolla della recensione dei connazionali Auroch, altra bansd canadese il cui primo album è stato ristampato nello stesso formato dalla label transalpina.

Seriamente, c'è poco da dire di questa ristampa di diverso da quanto scritto non meno di 24 ore fa. Con l'aggravante che fino ad ora i Paroxsihzem hanno rilasciato un solo album, quindi sostanzialmente l'uscita della suddetta ristampa è giusto solo per i collezionisti di questo formato "old school". La band, comunque sia, è dedita ad un Death/Black estremamente violento ed aggressivo, fatto di riff taglienti e sezione ritmica martellante: niente di nuovo sotto al sole dunque; la produzione, purtroppo, non è delle migliori, col risultato che spesso si sente un'accozzaglia di suoni indistinti, specie per quel che riguarda la batteria e, in alcuni punti, la voce. Arrivato alla fine dell'ascolto, "Paroxsihzem" non mi ha lasciato praticamente nulla: un disco Death/Black come migliaia di altri, con i suoi spunti interessanti, ma che comunque non restano memorabili, cosa che non spinge a premere di nuovo il tasto PLAY così velocemente.

Insomma, un'uscita non memorabile ed una ristampa la cui utilità lascia il tempo che trova. Giusto qualche collezionista potrebbe interessato per via del formato, ma "Paroxsihzem" resta comunque un album che quasi non lascia traccia.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Dicembre, 2017
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I canadesi Auroch - da Vancouver - nascono come band Thrash Metal, prima di mutare radicalmente il proprio genere in un tecnico e violento Death/Black, stile col quale rilasceranno tre album, un paio di split e ud un EP. "From Forgotten Worlds" è stato il debut album per la band canadese, rilasciato all'epoca da Hellthrasher Productions e ristampato oggi in cassetta (limitata a 100 copie) dalla francese Krucyator Productions.

"From Forgotten Worlds" è un album discreto, che personalmente credo raggiunga pienamente la sufficienza... ma non oltre. Come ogni ristampa, pensiero mio, ha i soli compiti di dare un altro pezzo da aggiungere ai collezionisti e far dare uno sguardo a cosa combinava la band in questione all'epoca. Un'epoca non tanto lontana, in questo caso, visto che il CD è uscito appena 5 anni fa. Insomma, "FFW" è giusto uno sguardo sui primi passi di una band che col tempo è diventata poi più interessante, affinando le proprie doti ed il proprio sound, ora più vicino alla dirompente tecnica dei Cryptopsy - influenza invero riscontrabile anche in questo loro debutto - abbinata ad atmosfere behemothiane. Sia chiaro comunque che non togliamo nulla alla potenza di pezzi come "Fleshless Ascension (Paths of Dawn)" o "Bloodborne Conspiracy" - i due che maggiormente mi sono piaciuti di quest'opera in particolare -, ma è solo che in 5 anni sono cambiate tante cose, anche nel modo d'intendere l'estremo ed il Death/Black in particolare.

Ed anche gli Auroch stessi sono cambiati, quindi mi limiterei a consigliare questa ristampa solo ai fanatici del genere che siano anche accaniti collezionisti di cassette. Per il resto, se volete fare la conoscenza di questa band canadese, il mio consiglio è di partire proprio da quello che per ora è il loro ultimo studio album uscito nel 2016, "Mute Books". Quello sì, che è un disco di cui tener conto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Dicembre, 2017
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Il triennio che va dal 2005 al 2007 può essere considerato un periodo d'oro per la scena Black Metal italiana. In quegli anni sono usciti quelli che probabilmente sono ancora oggi i migliori dischi del genere mai realizzati nella nostra penisola: stiamo parlando di capolavori assoluti come "Kosmokrator" degli Spite Extreme Wing (2005, preceduto di un anno da "Non Dvcor, Dvco" che è IL miglior disco Black mai uscito in Italia), "Inter Uterum et Loculum" dei Locus Mortis (2005), "Requiem of December" dei Beatrik (2005), A Climb to Eternity" dei The True Endless (2005), "Buried by Time and Dust", sempre dei The True Endless (2006, il loro capolavoro per quanto mi riguarda), "Antico Misticismo" dei Tenenrae in Perpetuum (2006), "Towards the Abyss of Disease" dei Lorn (2006), "Fvlgvres" di Janvs (2007). A questi ne va aggiunto un altro di sicuro, un album che per chi vi scrive, da partenopeo, è anche motivo di orgoglio campanilistico: "Memoriae Mali", dei napoletanissimi Malvento.

"Memoriae Mali" fu l'apice dei Malvento, dopo una carriera vissuta da leggenda del sottobosco napoletano, al pari di altre realtà di culto come i Mephisto o i Funereum: meno famosi di certo dei brutal-grindsters Undertakers, ma con un loro seguito enorme per i cultori dell'underground estremo. Ma non siamo qui a parlare di "Storia del Metal Napoletano", anche perché rischierei di finire tra una settimana, ma proprio dei Malvento e della loro ultima fatica. Ma prima di fare ciò, una (nuova) premessa è doverosa: "Memoriae Mali" fu un album fantastico, oscuro ed occulto dalle funeree sonorità, il cui seguito lasciò chi li seguiva da tempo totalmente spiazzati. Con "Clavi (Figendi Ritus)" i Malvento spostarono il loro sound verso un Black/Industrial in cui erano proprio le sintetiche parte Industrial ad esser maggiormente protagonista, cosa ripetuta nel seguente "Oscuro Esperimento Contro Natura". A 10 anni da quel cambio di genere, i Malvento sembrano essere riusciti a trovare il giusto "compromesso", il giusto dosaggio tra le due anime che compongono il loro sound.

"Pneuma", l'album qui in esame, è il quarto in studio per la band partenopea guidata dal mastermind Zin. E' un disco in cui tornano prepotentemente le atmosfere che decretarono il successo di "Memoriae Mali" - o per lo meno, più che nei suoi due predecessori -, ben supportate stavolta dalla componente Industrial, presente ma non predominante, ben integrata nel contesto occulto-esoterico che da sempre è il tema portante delle composizioni dei nostri. Il singolo "L'Incanto" va ad incarnare perfettamente lo spirito dell'album, con il suo incedere lento ed inesorabile, mortifero e sulfureo; stesso dicasi per "La Via Sinistra" e "Notte", mentre non vanno a mancare incursioni su territori più Industrial con "Vortex", che precede la 'rituale' "Respiro Notturno", altro gran bel pezzo presente in quest'album, prima che l'album si chiuda con l'altra industrialoide "Apuania" e la lunga quanto bella "Le Danze", che va a precedere l'outro "Il Risveglio", che mette il punto definitivo ad un album riuscitissimo.

Penso si sia ampiamente capito che allo stesso modo con cui ho amato "Memoriae Mali", "Clavi" ed "Oscuro Epserimento..." non li ho graditi poi così tanto, per usare un eufemismo. Con "Pneuma" i Malvento sono riusciti a riavvicinarmi a loro, grazie ad una commistione perfetta tra Industrial ed Occult Black. La costante sempre rimasta in loro è la loro ritualistica attitudine, accentuata in quest'ultimo lavoro da un leggero ritorno, se così lo si vuol chiamare, alle atmosfere del passato. "Pneuma" insomma è, come già detto, un album perfettamente riuscito che merita più di un attento ascolto soprattutto da parte dei vecchi fans.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 11 Dicembre, 2017
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Non giriamoci troppo attorno e andiamo subito al punto focale: questo decimo studio album dei Morbid Angel era una delle uscite più attese dell'anno, così come una delle più temute per molteplici motivi. In primis, perché tutti hanno ancora bene in mente - purtroppo - quello schifo inenarrabile che è stato "Illud Divinum Insanus"; poi per tutta una serie di cambi avvenuti in casa Morbid Angel, il primo e più importante dei quali è l'avvicendamento - di nuovo! - nel ruolo di bassista e vocalist: via Dave Vincent, dentro di nuovo Steve Tucker; c'era poi curiosità nel sentire all'opera il nuovo batterista, l'ex Havok ed Abysmal Dawn Scott Fuller, a cui è stato affidato il compito di rimpiazzare Tim Yeung, accasatosi negli I Am Morbid di mr. Vincent. Intanto la band americana ha anche cambiato etichetta, accasandosi presso la Silver Lining Music, etichetta tedesca che vanta nel proprio roster anche Annihilator, Girlschool e Saxon.

Sommando tutti questi punti, la domanda che ognuno di noi si sarà sicuramente posto è stata: cosa tireranno fuori i Morbid Angel? Il terrore di avere un nuovo abominio come "Illud..." c'era, anche se in parte mitigato dal rientro in formazione dell'incazzatissimo Tucker. Ci si è cominciati a distedere quando 6 mesi fa, è spuntato su YouTube un video di un nuovo pezzo da un live ad Orlando: si trattava di "Paradigms Warped" e sembrava proprio che Trey Azagthoth e compagnia si fossero rimessi in carreggiata, tornando ad un sound che più si confà al prestigioso nome che si portano dietro. E infine, eccoci: continuando la tradizione di seguire l'ordine alfabetico per i titoli (la lettera "J" è stata utilizzata per il live album "Juvenilia"), arriva il decimo album dell'Angelo Morboso, "Kingdoms Disdained". E sì, i Morbid Angel sono tornati!

Non è che abbiamo tra le mani un capolavoro assoluto, visto che i Morbid Angel ci hanno regalato in passato dei veri e propri pezzi di storia del Death Metal. Ma parliamoci chiaro: "Kingdoms Disdained" è un disco che suona Morbid Angel. Un Death Metal tecnico, permeato di atmosfere plumbee e claustrofobiche, un sound che ricorda facilmente "Formulas Fatal to the Flash" (bel disco per inciso, ma con l'artwork più brutto nella carriera dei Morbid Angel). Avanti, alzi la mano chi all'uscita del singolo "For no Master" non abbia tirato un sospiro di sollievo. Non c'è bisogno di controllare, so benissimo che le mani alzate saranno ben poche. Con un Scott Fuller che offre una gran bella prestazione, gli occhi di tutti erano puntati sulla premiata ditta Azagthoth/Tucker, specie sull'appena rientrato cantante/bassista, il cui stile più rabbioso ho sempre preferito a quello di Dave Vincent, a costo di risultare quasi eretico per i die hard fans della band. Niente da dire, l'impronta di Steve Tucker c'è e si sente eccome! Così come si sente come Trey si è potuto finalmente lasciare dietro i casini occorsi alla sua creatura negli ultimi anni, a partire da un Sandoval convertito e un Dave Vincent lontano parente di quello d'inizi carriera. Un Trey Azagthoth che si è potuto concentrare nello scrivere un album Death Metal ispirato, in uno stile che possiamo definire semplicemente consono... insomma, mi scuso se mi ripeto, un album dei Morbid Angel che suonasse come un album dei Morbid Angel. Un album che ai primi ascolti mi ha convinto a metà ma che ascolto dopo ascolto sono riuscito ad apprezzare maggiormente. Ok, continuo a pensare che in fase di produzione qualcosa di meglio si potesse fare e continua a non piacermi per nulla "Declaring New Law (Secret Hell)", ma andiamo: pezzi come "Architect and Iconoclast" - a mani basse il migliore dell'album -, "Paradigms Warped", il singolo "For no Master", così come una "Garden of Disdain" o una "From the Hand of Kings", non possono non mettere il cuore in pace ai numerosissimi fans di questa Leggenda del Death Metal. Leggenda con la "L" rigorosamente maiuscola.

Facciamo che "Illud Divinum Insanus" - di cui ricordiamo è stata realizzata anche la versione "The Remixes" - è stato solo un incidente di percorso? Sì dai, facciamo così. Questi sono i Morbid Angel che vogliamo, una band che con "Kingdoms Disdained" è tornata a fare quello che sa fare meglio: un sano e granitico Death Metal. Adesso due cose sono importanti: 1. che Trey Azagthoth si tenga stretto Steve Tucker alla voce; 2. che qualcuno insegni loro come si rinnovano i passaporti, così magari riusciamo a vederli dal vivo pure in Europa. Ironia a parte: bentornati, Morbid Angel!

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2017
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Siamo sempre stati abituati a rivivere in musica la Terra di Mezzo attraverso soprattutto il Power Metal, Blind Guardian in primis. Non mi sembra di ricordare qualcuno che unisse le mie due più grandi passioni, ossia Tolkien e il Death Metal. Fino ad ora. Già dal nome che richiama il Reame di Nanosterro, regno dei Nani, i Khazaddum lasciano intendere quale sia il tema da loro portato: la Death Metal band americana ci porta nella Terra di Mezzo, ma lo fa a modo proprio. Formatisi nel 2013 e con all'attivo l'EP "In Dwarven Halls", i Khazaddum pubblicano grazie a Black Market Metal Label il loro primo album: "Plagues upon Arda".

Brutale ed epico, con la giusta dose di elementi sinfonici, "Plagues upon Arda" ci fa vedere, dal lato musicale ovvio, la mitologia di Tolkien sotto tutta un'altra prospettiva, con una "potenza di fuoco" impressionante. L'album è un massacro: un sound compatto e violento, granitico, potente, che grazie ad un buonissimo uso di orchestrazioni riesce a dare anche il giusto pathos; basti sentire la terza traccia - quella che parla di Saruman - "Lord of Isengard". Interessante anche il punto di vista con cui viene affrontato l'argomento tolkieniano: seguendo il titolo del disco, i Khazaddum si concentrano su personaggi negativi di quel capolavoro senza tempo che è "Il Signore degli Anelli". E' così che oltre al già citato Saruman, troviamo ad esempio gli Uruk-Hai ("Legion of the White Hand"), Sauron ("The Black Hand of Gorthaur"), Shelob ("Shelob the Great") fino ad arrivare ad Isildur ("Oathbreaker's Curse"), la cui debolezza ha in pratica causato tutto quello che sappiamo. La cosa migliore è però che oltre a risvegliare prepotentemente l'interesse dei fans del Maestro, i Khazaddum tirano fuori un album impressionante, suonato con mestiere e con una tecnica invidiabile.

Farmi piacere questo disco è stato in pratica come tirare un calcio di rigore a porta vuota: Tolkien e Death Metal? Su, andiamo! Brutalità ed epicità messe insieme al servizio di un album sorprendente: "Plagues upon Arda" dei Khazaddum non può che essere promosso, per quanto mi concerne.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Dicembre, 2017
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Non c'è che dire: di sicuro la proposta di Walter Fornication, al secolo Wouter Fornara, è decisamente particolare. L'artista olandese, che ha cominciato la sua attività con questo solo project nel 2015 dopo aver suonato in diverse bands come chitarrista o bassista, riesce a metter insieme generi e stili che più diversi non si può, visto che al Melodic Death alla base del tutto il nostro Walter/Wouter unisce riff di matrice maideniana e influenze derivanti dal Death Old School, oltre che suoni sintetici derivanti dal Cyperpunk e dalla Synthwave.

Detta così, lo so, può sembrare un gran casino, invece vi dirò che, al netto di alcuni problemi riscontrati - e che comunque ne inficiano il giudizio finale - di cui parleremo dopo, il risultato finale non è poi così male! Quello che traspare maggiormente, comunque, è l'amore dell'artista per i Maiden, sempre presenti come influenza nel sound di questo progetto: basta sentire anche solo "This Perfect Day", traccia che apre il disco dopo l'intro "Trapped Inside a Black Hole". Ogni pezzo risulta essere in qualche modo interessante, a suo modo, vedi "The Dark Ages" o "History Misanthropy", ma è qui che arriviamo al famigerato "però...". Però purtroppo ci sono degli elementi che abbassano il livello qualitativo globale dell'opera e non sono cose da poco conto. A partire da una produzione pessima, al livello di un demo degli anni '80 o '90: suoni con volumi sbalzati in primis che mettono a volte la voce troppo in primo piano e facendo risultare la sezione ritmica quasi un rumore di sottofondo; aggiungiamoci anche che l'esecuzione dei brani non è per niente perfetta: specie in "JC Denton" sembra che si vada spesso fuori tempo.

Insomma, l'idea di base di Walter Fornication promette bene, ma peccato che quelle promesse non siano mantenute per via, appunto, di una produzione pessima e di un'esecuzione dei brani approssimativa. Un peccato perché mi sarei aspettato di più, mentre di questo passo si rischia che questo progetto finisca nel dimenticatoio prima ancora di riuscire a farsi conoscere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Dicembre, 2017
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Qualcosa dovrà pur dire se "Illuminance", album di debutto degli svizzeri Virvum uscito autoprodotto nel 2016, è stato ristampato niente meno che da Season of Mist. E la ragione è delle più semplici: la Progressive Death Metal elvetica ha tirato fuori un debutto a dir poco sorprendente! Fortemente influenzati dai Beyond Creation, i nostri colpiscono per l'elevato tasso tecnico delle loro composizioni.

Elevato tasso tecnico che non si traduce in mera masturbazione strumentale, ma in un sound interessantissimo dove tutto è messo a disposizione per il bene dell'economia del disco. "Illuminance" ci mostra una band estremamente preparata che, al netto di alcuni virtuosismi che spezzano forse troppo la "tensione" e di un sound troppo devoto ai già citati Beyond Creation, riesce comunque a colpire nel segno e lasciare impressionati, grazie anche a lyrics ispiratissime e ad un impatto durissimo. Tutto questo, pregi e difetti, croci e delizie, lo possiamo riassunto nella title-track: una traccia sì impressionante che può essere presa a manifesto del lavoro dei Virvum, ma che al contempo ci mostra come la band svizzera debba ancora crescere un po' dal punto di vista della personalità, dando alle proprie composizioni un marchio che sia solo il proprio. Ciò non toglie che gli amanti del Death più tecnico resteranno piacevolmente impressionati da brani come la già citata title-track, "Tentacles of the Sun" e la mini-suite finale formata dalla piccola intro strumentale "I - A New Journey Awaits" e dalla lunga "II - A Final Warning Shine: Ascension and Trespassing".

Con una tecnica individuale fuori dal comune di ognuno dei musicisti coinvolti in questa band, un'attitudine ben marcata e con alle spalle un colosso come Season of Mist - che per inciso, continua nella sua annata d'oro -, non ci si può che aspettare grandi cose da questa band svizzera, al momento al lavoro su di un nuovo disco. La speranza è che, unico consiglio che mi sentirei di dare a questi ragazzi, riescano a trovare quel marchio personale che li possa contraddistinguere nella sempre più affollata scena Progressive/Technical Death Metal.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 08 Dicembre, 2017
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In tanti, tantissimi anni che recensisco dischi, il qui presente "Among the Lightened Skies the Voidness Flashed" dei bielorussi Woe Unto Me è stato quasi certamente uno dei più complicati di cui scrivere: un album Funeral Doom - genere che a me piace, sia chiaro - della durata di quasi due ore. Sì, due ore. E' pur vero comunque, come ho avuto modo di scrivere proprio ieri recensendo gli Apotelesma, che l'etichetta russa Solitude Productions è un segno di qualità assoluta in questo campo. Insomma, per quanto enormemente difficile da "digerire", questa seconda fatica del sestetto bielorusso risulta essere alla fine un gran bel disco.

"Among the Lightened..." è diviso in due CD, le cui durate singole fan sembrare le due parti come fossero due album a se stanti. Nel primo disco, chiamato "...the Voidness Flashed", sono concentrati i cinque pezzi più lunghi dell'opera, mentre il secondo ("Among the Lightened Skies") è strutturalmente più snello, per modo di dire. Pur non mancando i classici momenti claustrofobici del genere, il Funeral Doom dei Woe Unto Me punta molto di più alle atmosfere: la band infatti riesce a dare il proprio meglio in momenti più "ariosi", in cui il loro stile si sposta su un Doom/Death a fortissime tinte malinconiche, ripercorrendo gli insegnamenti di bands come My Dying Bride e, soprattutto, Shape of Despair; non è un caso, ad esempio, che la lunga parte finale della prima traccia, "Triptych - Shiver, Shelter, Shatter", sia una delle cose più belle che abbia ascoltato quest'anno. Come detto, comunque, sono le atmosfere il punto di forza dei WuM e per questo c'è da ringraziare soprattutto l'ottimo lavoro alle tastiere svolto da Olga Apisheva, coadiuvata anche dal chitarrista Dzmitry Shchyhlinski. Un'opera, quella della band est-europea, che se ascoltata in determinati momenti non può lasciare indifferenti: l'atmosfera decadente, il mood malinconico di chitarre e piano, la sensazione di ascoltare qualcosa in cui non c'è spazio per la speranza ma solo per tristezza e lutto ("A Breath of a Grief", "Drawn by Mourning" e "Leave me to my Sorrows" lasciano ben pochi spazi al dubbio, a riguardo)... "Among the Lightened..." è un album che può farvi perfettamente da sottofondo nei momenti in cui vi lasciate andare ai ricordi, nei momenti in cui vi sentite malinconici: è in quei momenti che un disco come questo può entrarvi fin dentro l'anima.

Vero che c'è da superare l'enorme scoglio della lunghissima durata, ma i Woe Unto Me sono stati bravi nel creare un lavoro che riesce ad essere molto emozionante. Dal mio punto di vista, ho trovato i Woe Unto Me una band ostica, ma al contempo capace di creare atmosfere incredibili. Per quanto mi riguarda i WuM sono promossi, pur se non me la sento di consigliare a tutti questo lavoro: dovreste essere degli amanti di queste sonorità per poter entrare in perfetta sintonia con questo disco.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2017
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Attivi dal 2012 al 2015 come Monuments - monicker col quale registreranno l'EP "The December Sessions" -, gli Apotelesma prendono questo nuovo nome nel 2015 per l'appunto e con "Timewrought Kings" arrivano alla pubblicazione del primo full, grazie alla Solitude Productions. Un lavoro che, purtroppo, rischia di poter essere già il canto del cigno per la Doom/Death band olandese, andata in pausa a tempo indefinito proprio dopo l'uscita del disco.

Già il solo fatto d'esser parte del roster della Solitude Productions mi faceva ben sperare. E lo so, si tratta di un ossimoro, visto che l'etichetta russa è specializzata soprattutto in Doom/Death e Funeral Doom, due generi dove il termine "speranza" è praticamente bandito. Tralasciando le amenità quello che intendevo è che la Solitude è molto attenta in ciò che produce e nel suo campo, per quanto mi riguarda, è sinonimo di qualità assoluta. Gli Apotelesma non fanno eccezione, dandoci in pasto un disco in cui tematiche esoteriche si accompagnano ad un sound cupo e decadente. Tristi arpeggi e passaggi atmosferici trovano spazio insieme a momenti più duri e catacombali, quasi al limite del Funeral Doom, come ad esempio nella bellissima "The Weakest of Men", highlight di un album che sulle prime sembrava non dovesse colpirmi, complice qualche imperfezione nell'opening "Aural Emanations"... imperfezione che è andata però scemando già col procedere della prima traccia, lasciando spazio ad un disco che fa quel che è l'onesto lavoro di un album di questo genere: andare a colpire nei punti più sensibili l'emozioni dell'ascoltatore. L'eterea, mistica "Timewrought" risulta essere un magnifico intermezzo, prima che i nostri calino negli abissi con le due lunghissime tracce conclusive. E noi con loro, grazie a (o per colpa di) "Our Blooming Essence" e "Remnants".

Ed è coi nostri, di resti (trad. in inglese: remnants"), che facciamo i conti alla fine dell'ascolto di "Timewrought Kings". Come ogni band di questo genere che si rispetti, gli Apotelesma riescono a mettere l'ascoltatore di fronte a quel che ha dentro: tristezza, malinconia, solitudine, sono le sole compagne che si riesce ad avere quando si ascolta una band Doom/Death (o Funeral pure, se è per questo) che sa fare il proprio mestiere. Sinceramente non ho idea del perché gli Apotelesma siano al momento fermi, ma sarebbe un vero peccato non dare seguito ad un album così bello come questo loro debutto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    07 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Dicembre, 2017
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Formatisi nel 2014, i maltesi Bound to Prevail sono riusciti in poco tempo a farsi un certo nome nella scena underground estrema della loro nazione, grazie al loro Death Metal potente e dall'elevatissimo tasso tecnico, doti che li han portati a condividere già il palco con dei pesi massimi della scena Death mondiale come Suffocation, Cryptopsy, Entombed A.D., Vader ed i nostri Fleshgod Apocalypse. L'autoprodotto "Omen of Iniquity" è il secondo lavoro per i deathsters maltesi, dopo un demo eponimo: un EP formato da cinque tracce che permette ai nostri di farsi finalmente conoscere dal grande pubblico.

Ed è, se così vogliamo dire, un'entrata in grande stile quella dei Bound to Prevail. In nemmeno mezz'ora di durata dell'EP, il quintetto mostra fieramente i muscoli, sfornando una prestazione mostruosa sia sul piano della tecnica che su quello dell'impatto. E' un Death Metal brutale, quello dei BtP, ma che al contempo prende a piene mani quel che è il sound del Technical Death moderno, fatto anche di sapienti inserti melodici, che come sempre danno più respiro a composizioni fatte per lo più di blast beats forsennati e riffingworks assassini. Emblematico in questo caso è il solo di "The Throne where Gods Bleed", tanto per fare un esempio. Il sepolcrale growl di Alan Briffa è la ciliegina sulla torta su di un sound monolitico, compatto, che ha la fortuna di esser coadiuvato da una produzione ottima che riesce a far risaltare tutto, per un EP che non ha assolutamente nulla fuori posto, finanche l'inquietante quanto bella cover.

Fino ad ora, le terre maltesi sono state sinonimo di Abysmal Torment e Beheaded. Pezzi come "Aeons of Carnage" e "Survival of the Sickest" ci fanno capire come, probabilmente in un periodo anche molto breve, ci sarà una terza potenza nella scena Death di Malta. Per quanto mi riguarda, "Omen of Iniquity" è la prova di come i Bound to Prevail siano dei predestinati: sentiremo ancora parlare di questi ragazzi. E molto, anche. Non mi stupirei, anzi, di vederli presto sotto Unique Leader o qualcun'altra delle grandi label Death Metal.

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