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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Febbraio, 2018
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Secondo album per i greci Rapture, Thrash/Death band proveniente da Atene che nella sua ancor breve storia (sono stati fondati nel 2012) si è dimostrata alquanto prolifica. Prima di questo "Paroxysm of Hatred", infatti, i Rapture hanno realizzato tre EP ed un album, "Crimes Against Humanity", datato 2015. Le influenze del quartetto ateniese sono da ricercare nei grandi nomi Thrash e Death di anni '80 e '90, come Sodom, Dark Angel, primi Death, Demolition Hammer, Slayer... un sound old school quindi, a cui però i Rapture abbinano una produzione degna di tal nome, che riesce in un certo senso a dare quella sensazione 'vintage', risultando però potente e con buonissimi suoni.

Per quaranta minuti i Rapture martellano senza pietà, dimostrando come si trovino a loro agio quando si tratta di pestare premendo fino in fondo il pedale dell'acceleratore. Le chitarre sono taglienti, la sezione ritmica in gran spolvero con rasoiate senza soluzione di continuità, mentre la sporca ugola di Apostolos Papadimitriou completa l'opera vomitando rabbioso nel microfono. Già solo i primi dieci minuti di "Paroxysm of Hatred" lasciano quasi senza fiato: "Thriving on Atrocity" e "Vanishing Innocence" sono due bordate incredibili, due brani che riescono a non subire nemmeno il benché minimo calo anche con una durata non proprio esigua - quattro minuti e mezzo il primo, poco più di cinque il secondo -. Altro merito dei Rapture è quello di mettere in mostra quali siano tutte le loro influenze, miscelandole per bene e dando un'estrema varietà alle loro composizioni: è facilissimo trovare, nei loro pezzi, passaggi slayeriani che sfociano nello sporco Thrash/Death dei Death degli esordi. Non aspettatevi cali di tensione né tanto meno di velocità; anzi, col passare dei minuti sembra che le canzoni dei Rapture acquistino maggior cattiveria e diventino ancor più veloci e ferali, con l'apice che viene toccato dalla strabordante "Misanthropic Outburst".

Senza girarci troppo attorno, "Paroxysm of Hatred" dei Rapture è un album a dir poco sorprendente. A suo modo marcio, violento, cattivo, rabbioso, quest'album riesce a chiudere l'ascoltatore in un vortice, in un ciclone fatto di ritmi serrati e chitarre che divengono delle vere e proprie macchine spara-riff - visione azzeccata, dato l'artwork -, quaranta minuti di mattonate in pieno viso e cazzottoni nello stomaco. I Rapture non inventano nulla di nuovo - basti pensare agli altri 11 gruppi che hanno (o avevano) lo stesso nome -, ma lo fanno bene. Dannatamente bene.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Febbraio, 2018
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Torna al suo vecchio solo-project Gabriele Gramaglia, la mente dietro i Summit, altra one man band dell'artista milanese prodotta da I, Voidhanger nel 2016. Con The Clearing Path, il musicista nostrano torna al concept già iniziato con il debutto "Watershed Between Earth and Firmament", uscito nel 2015 per Avantgarde Music. Quello che il Gramaglia propone qui è un Black estremamente atmosferico e d'avanguardia, progressivo, dissonante, caotico, eppure a suo modo spirituale, grazie appunto ad un concept che si focalizza sullo spazio profondo e l'aspetto metafisico dell'Universo.

Parlando d'Avantgarde, per fare un esempio direi che siamo lontani da quanto possiamo sentire con i Progenie Terrestre Pura (al momento la massima espressione dell'Avantgarde Black nostrano, per quanto mi riguarda). Il lavoro di The Clearing Path è per certi versi ancor più complesso, in cui si apprezza da subito la capacità di scrittura di Gabriele Gramiglia: quello che ad un ascoltatore disattento potrà sembrare un gran casino, è invece Avantgarde Black nell'accezione pura del termine: dissonanze come se non ci fosse un domani che creano un armonioso caos. Persino nell'arrangiamento come nella produzione sono stati fatti lavori egregi: facendo un altro esempio, la voce risulta quasi distante, dando quel senso di enorme distanza che il cosmo più esterno dovrebbe dare. Questa seconda opera di The Clearing Path, dal chilometrico titolo "Watershed Between Firmament and the Realm of Hyperborea" (continuazione perfetta del primo album), si può benissimo riassumere in un solo aggettivo: straniante. Prendiamo "Stargazer Monolith", un Black Metal 'classico', in cui arpeggi e riff puliti quasi si 'dissociano' da quel che fanno il resto degli strumenti, creando però atmosfere uniche... tremendamente stranianti, per l'appunto.

Se siete tra quei bigotti - termine scelto non a caso - per cui il Black Metal dev'essere quella roba inascoltabile registrata con un registratore della Chicco o in una cantina col cantante chiuso dentro ad un armadio, ebbene The Clearing Path non è per nulla la band adatta a voi. Bisogna avere una certa predisposizione ed una grossa apertura mentale per poter godere a pieno di "Watershed Between Firmament and the Realm of Hyperborea", altrimenti si rischia solo di vedere in giro critiche insulse che lasciano il tempo che trovano. Per quanto mi riguarda, nella sua "stranezza" - virgolette d'obbligo - non posso che promuovere questo disco di The Clearing Path: un album scritto, suonato e prodotto con classe.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    14 Febbraio, 2018
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I Bestialord si formano nel Kansas per volere del cantante e chitarrista (ex-Manilla Road) Mark Anderson e del batterista Chris Johnson, entrambi membri dei Sanctus Infernum. Qualche mese dopo si unirà alla combriccola il bassista Rob Harris ed è con questa formazione che la band registrerà l'album di debutto, "Law of the Burning", uscito il 1° gennaio per Symbol of Domination Productions.

Quello che abbiamo davanti è un lavoro tutt'altro che perfetto. Il Death/Doom dei Bestialord è devoto soprattutto a suoni 'vintage', con influenze che sono da andare a ricercare in Black Sabbath, Candlemass, Cathedral, Celtic Frost e Morbid Angel. Le cupe atmosfere lovecraftiane soprattutto richiamano la leggendaria creatura di Ozzy, così come molte soluzione create dal trio statunitense, soprattutto nel riffingwork. Questo pur non mancando episodi più duri, come "Vermin" o "Marduk Kurios". "Law of the Burning" paga però una produzione forse un po' troppo old school: troppo asciutta, con suoni non equilibrati benissimo e volumi che a tratti sembrano quasi un po' sbalzati. A parte questo, dopo un po' si ha la sensazione di 'già sentito' che porta ad una certa noia col proseguire dell'ascolto, tanto da voler skippare avanti dopo un paio di minuti del pezzo.

Se si sorvola su quel paio di punti a sfavore, "Law of the Burning" dei Bestialord è un disco che comunque potrà piacere agli amanti del Doom più classico e 'vecchio', quello appunto dei vari Sabbath, Candlemass ecc. ecc. Nel complesso un disco sufficiente, cui avrebbe giovato non poco una produzione anche solo un pelo migliore.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2018
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Storia alquanto travagliata quella degli Assacrentis, band francese formatasi nel 1999 col nome Cursed Artefact, prima di cambiare il monicker in quello attuale per sciogliersi nel 2008 con all'attivo solo un demo. La band di Nizza ritorna però nel 2012 con tre dei membri originari - il cantante/chitarrista Dagoth, il bassista Ceptis ed il batterista Abaddon - ed un anno dopo pubblicano l'album "Put Them to Fire and Sword". Passati quattro anni eccoli tornare col secondo full length, "Colossal Destruction", uscito lo scorso gennaio per Anesthetize Productions.

Andando subito al dunque, quello che abbiamo avanti è un Black Metal che paga (molto) tributo alla scuola svedese: Marduk, Dark Funeral, così come accenni Melodic à là Dissection. E possiamo dire che sta tutto qui: il lavoro degli Assacrentis non è brutto, sia chiaro, ma non aggiunge nulla a quanto si è potuto sentire e risentire da tanti anni a questa parte. Riff taglienti, blast beats a manetta.. c'è tutto quello che ci si può aspettare ci sia in un disco di questo genere. Bastano i primi secondi dell'opener "Human Zero", brano massacrante ma che lascia già capire cosa ci si aspetterà per i restanti 40 minuti di disco: nulla, appunto, che non abbiamo già sentito in dischi come "Storm of the Light's Bane" - uno a caso proprio - compresi i melodici rallentamenti fatti di arpeggi cui seguono una parte cadenzata che precede una nuova accelerata. Insomma, che vi dicevo? Già si sa cosa ci sarà.

"Colossal Destruction" è un album che la sufficienza la raggiungerebbe pure, ma a far storcere il naso c'è quest'imponente sensazione di "già sentito e risentito" che non molla mai l'ascoltatore fino alla chiusura della conclusiva "Burning Skies". A conti fatti, un disco violento e che ha pure mordente, ma che non lascia assolutamente nulla a fine ascolto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    13 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Febbraio, 2018
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Quando, in ambito Metal, si pensa alle Isole Fær Øer, il primo nome che viene in mente è immancabilmente quello dei Týr. Eppure, il piccolo stato scandinavo ha dato i natali anche ad un'altra band che col tempo si sta facendo valere come una delle realtà più interessanti d'Europa. Mi riferisco ovviamente agli Hamferð, che con "Támsins Likam" continuano la storia che ha visto lo stesso protagonista già nei precedenti due lavori, l'EP "Vilst Er Síðsta Fet" e il debut album "Evst". "Támsins Likam" è dunque il terzo ed ultimo capitolo di questo concept a ritroso, ma è anche il primo album degli Hamferð sotto lo stendardo di Metal Blade, che ha rilasciato questo nuovo capolavoro della band faroese.

Devoti a quelle atmosfere malinconiche tipiche del Death/Doom nordeuropeo, gli Hamferð da un lato dimostrano come siano ancora in parte alla ricerca di una propria identità ben definita, ma dall'altro mostrano una capacità di scrittura innata, un songwriting maturo che trova ottime soluzione per diversificarsi da quelle che sono le influenze principali che li hanno portati ad avere questo sound. Nella fattispecie, al monolitico Death/Doom in cui non mancano certo riferimenti melodici i nostri riescono a dare un'atmosfera plumbea, malinconica, grazie ad un sapiente uso di cori e al grande operato di Esmar Joensen alle tastiere, capace di creare con il suo lavoro tinte epiche. Colpisce anche il cantato di Jón Aldará - vocalist anche dei finlandesi Barren Earth -, grazie ad una versatilità incredibile: la sua voce ora pulita, interpretativa, sofferente, ora cavernosa e (quasi) liberatoria, è quello che più permette alle due anime della bands di convivere in maniera fluida e coerente. E' proprio la fluidità con cui gli Hamferð passano dai momenti più atmosferici e malinconici a quelli più duri e rabbiosi il leitmotiv che tiene incollato l'ascoltatore per i quasi 3/4 d'ora di "Támsins Likam", un disco che raggiunge il proprio apice nella parte centrale con "Tvístevndur Meldur" prima e poi con la magnifica "Frosthvarv": proprio il brano più corto del disco è quello che emozionalmente colpisce di più, una canzone drammatica e sofferta, che ha richiami insistenti agli Opeth di "Still Life" e "Blackwater Park"; persino il growl di Aldará è interpretativo al massimo, dandoci la sensazione di rabbiosa disperazione di un uomo che sente aumentare le distanze tra se e la propria donna, preso dal disgusto di se stesso, perso nei ricordi e che alla fine decide di seguire la donna (una volta) amata nelle sue fughe sia per condividerle, sia per poter incolparla del suo dolore.

"Támsins Likam" è un album malinconicamente romantico, emozionale, capace di colpire nel profondo soprattutto se si riesce a seguire passo passo il concept - cosa non semplice dato l'uso della madrelingua, ma basta fare una semplice ricerca, no? -. Gli Hamferð dovranno forse ancora trovare definitivamente una propria identità musicale, ma è pur vero che sul piano del songwriting questa band riesce a sorprendere e sfiorare le corde giuste, cosa non di poco conto per questo genere che tende a colpire soprattutto le emozioni più romantiche (e malinconiche... e oscure) dell'animo. E questa, appunto, è una cosa che agli Hamferð riesce con una naturalezza disarmante.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio, 2018
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Secondo album - cui si aggiungono due EP - per gli australiani Rise of Avernus, band che dal 2011 ad oggi è stata particolarmente prolifica sia sotto il piano delle pubblicazioni, come vedete, sia per quanto riguarda i live. Nel corso di questi anni infatti, la band australiana ha avuto modo di condividere il palco con grossi nomi come Fleshgod Apocalypse, Septicflesh, Rotting Christ, Enslaved, Apocalyptica ed Eluveitie, oltre che aver fatto da main support in Giappone prima per gli Eternal Tears of Sorrow, poi per Arcturus e 1349. Il genere proposto dai nostri è un Death/Doom orchestrale, che molto deve, in termini d'influenze, proprio a Fleshgod Apocalypse e Septicflesh.

Questo perché la componente orchestrale ha particolare importanza nel sound dei Rise of Avernus, così come i colossi italiano e greco: il lavoro d'orchestrazione di Ben VanVollenhoven è quell'arma in più che rende il lavoro dei nostri ancor più bello di quanto potesse già essere normalmente. Il Death/Doom dei RoA è infatti devoto soprattutto alla scuola finnico-svedese, quella in cui il Melodic Death si riflette nelle atmosfere malinconiche del Doom: il tocco orchestrale riesce a dare un pathos ancora maggiore a brani che già funzionano, soprattutto per l'uso massiccio di archi. A giovarne sono tutti i brani compresi in "Eigengrau", ma già dalla prima coppia di pezzi composta da "Terminus" e "Ad infinitum" possiamo apprezzare le atmosfere squisitamente malinconiche che i RoA riescono a darci, con in più un tocco quasi epico, come appunto in "Ad Infinitum". Mai come questa volta è arduo poter dire quale pezzo possa esser ritenuto anche solo un filo migliore rispetto gli altri: l'intero disco è permeato di una magnificenza totale, musicalmente, tematicamente, atmosfericamente, e a tutto questo dobbiamo aggiungere una produzione perfetta, chiara e potente, che riesce a non far andare in secondo piano il resto degli strumenti rispetto alle imponenti orchestrazioni.

Per gli amanti del Metal estremo orchestrale, così come i semplici fruitori di Death/Doom svedese, quello dei Rise of Avernus è un lavoro che potrà di certo accendere l'interesse. "Eigengrau" è formato da otto perle, risultando essere nel suo genere un gioiellino imperdibile.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Febbraio, 2018
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A cinque anni di distanza da "Manzo Criminale" tornano con una nuova dose di violenza ed ignoranza i Buffalo Grillz, grindsters romani capitanati come sempre da Enrico "Tombinor" Giannone (Undertakers) e Marco "Cinghio" Mastrobuono (Hour of Penance), cui si aggiungono le due new entries Pacio (Dr. Gore) al basso e Mizio (Whiskey & Funeral, Spectral Forest ed ex di Ebola e VII Arcano) alla batteria. Chi ascolta Grind sa benissimo che insieme ai Cripple Bastards il quartetto romano rappresenta il top nazionale nel genere, grazie al sound sempre violento e tagliente, i titoli di album e brani irriverenti come pochi e le esplosive esibizioni live.

Con "Martin Burger King" i Buffalo Grillz non cambiano la loro formula: non prendono nulla seriamente, facendo il tutto molto seriamente! L'ossimoro è facilmente spiegabile: se da un lato abbiamo titoli a dir poco geniali (li potete leggere tutti nelle info della recensione qui sopra, ma ci terrei a far notare "Beverly Grillz 90666", "Scooby Doom" e "Campari Sodom"), dall'altro abbiamo una prova strumentale mostruosa, con Cinghio - che tutti noi conosciamo per essere il debordante bassista degli Hour of Penance - che qui alla chitarra si lancia in una serie infinita di riff feroci e taglienti, cui si appaiano la sparatissima sezione ritmica del "new blood" Pacio/Mizio e il solito, mastodontico growl di Giannone. Proprio quest'ultimo può vantare una certa libertà: non essendoci testi nelle composizioni dei Buffalo Grillz*, Enrico "Tombinor" è libero di sparare nel microfono il proprio growl sguaiato senza dover seguire particolari schemi intricati, ma lasciandosi guidare dal - e guidando il - comparto strumentale. Non mancano ovviamente campionamenti a film o cartoni, tutti scelti con grande oculatezza e conformi all'ironia che contraddistingue la macchina da guerra capitolina: vi basti pensare che il disco comincia con il leggendario stornello all'entrata nel ristorante Gli Incivili del commissario Auricchio (Lino Banfi) in "Fracchia la Belva Umana", mentre in "Cradle of Findus" abbiamo la coppia Brega/Verdone in "Un Sacco Bello" (geniale che i BG abbiano scelto la scena di "E questa me la chiami violenza?").

I Buffalo Grillz giocano e si divertono, sono irriverenti ed ironici come praticamente nessun altro, non si prendono sul serio ma, come detto, lo fanno seriamente: lasciano che a parlare sia il loro Grindcore tritaossa, potente e trascinante come nessuno qui in Italia - no, nemmeno i Cripple Bastards -. "Martin Burger King" è l'ennesima scommessa vinta facilmente dalla Premiata Ditta Giannone/Cinghio: ormai che i Buffalo Grillz tirino fuori un disco mostruoso non viene manco più quotato alla SNAI.

*Su YouTube potrete vedere ed apprezzare il NO LYRICS VIDEO di "Beverly Grillz 90666".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio, 2018
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Non potete minimamente immaginare quante volte ho rimandato questa recensione. Ogni santa volta ho avuto proprio non solo la difficoltà nel trovare cosa scrivere, ma addirittura di ascoltare questo disco. Togliamoci subito il dente: "Catharsis" dei Machine Head è un album che non funziona, per svariati motivi che vanno anche in ambito extra-musicale (leggasi alla voce "Proclami di Robb Flynn"). Vero, i Machine Head sono una band che ci ha sempre abituato a questo suo cavalcare l'onda del momento; già all'epoca di quell'album mostruoso che fu "Burn my Eyes" (mostruoso sì.. ma quanto dei Pantera c'era in quel disco? Su, ammettiamolo), Flynn e soci hanno sempre cercato la easy way per vendere il più possibile e per raccogliere sempre più proseliti, riuscendoci sempre e questo va loro dato atto, persino con la svolta Nu Metal arrivata con i bruttissimi "The Burning Red" e "Supercharger", o con "The Blackening", disco che potrà piacere come no, ma che ad essere intellettualmente onesti rappresenta musicalmente l'apice della carriera della band. Ma, in ogni caso, i Machine Head pur essendo uno dei gruppi più noti del globo non sono mai stati degli innovatori. Mai. E questo è un semplice dato di fatto, non una critica fine a se stessa.

Ma siamo qui a parlare di "Catharsis", nono album per i Machine Head, e non per ripercorrere la loro carriera. E come detto, "Catharsis" non funziona praticamente mai: di cose che non girano come dovrebbero ce ne sono e per giunta in estrema abbondanza. A partire dal fatto che sembra stilisticamente un "best of" della band (si fa per dire) del periodo inizi 2000-2014, con un ritorno parziale al Nu Metal, unito però a stucchevoli passaggi Alternative Rock/Metal, mielosi momenti Hardcore melodico... e non solo, c'è anche molto altro. Aggiungiamoci pure che sia stilisticamente che per quanto riguarda gran parte dei testi, sembra di avere di fronte una band di 15enni incazzati. Degli anni '90. Il che rende questo album per giunta anacronistico!
Ci sono tante cose che avrei potuto fare nel tempo speso ad ascoltare, riascoltare e recensire questo disco, ma ormai siamo qui e la diciamo tutta. "Volatile" sulle prime lascia anche ben sperare, ma poi arriva Flynn, quel "Fuck the World" che fa tanto Rage Against the Machine e comincia l'inesorabile calata di braccia. Non migliorano le cose con la title-track, la cui chitarra iniziale potrebbe ricordare il riff iniziale di "Nemesis" degli Arch Enemy, con la differenza che qua il brano non esplode mai, anzi ci si ritrova tra voci clean da diabete e parti semi-rappate novantiane. Arrivati a questo punto, ci s'immerge negli abissi, un quintetto di brani che per il malcapitato ascoltatore/recensore sembra quasi una montagna impossibile da scalare: "Beyond the Pale" che plagia "Love?" degli Strapping Young Lad nel suo riff iniziale, lo stile che richiama di nuovo il Nu Metal dei 90's ed un inciso che può procurare un ennesimo attacco di diabete; "California Bleeding", che è il pezzo a cui si deve la sensazione di star ascoltando dei ragazzini di 15 anni che vogliono rifarsi agli Slipknot; saltiamo un attimo al sesto pezzo, ossia "Kaleidoscope", che è forse il primo vero momento piacevole del disco, un discreto Hardcore melodico e che sa essere, finalmente!, piacevolmente catchy, anche se l'incipit non aveva fatto sperare per il meglio. Con "Triple Beam" e "Bastards" i Machine Head toccano quello che è probabilmente il punto più basso di tutta la loro carriera: il primo non mi sento di definirlo nemmeno Nu Metal, ma direttamente Rap Metal di limpbizkitiana memoria, un pezzo che normalmente non sarebbe finito nemmeno in quegli abomini di "The Burning Red" e "Supercharger", mentre il secondo è un ibrido mezzo-folk, americanata patriottica in cui Flynn fa confluire tutte le sue convinzioni politiche. Il pezzo andrebbe pure bene, se ti chiamassi Dropkick Murphys e non Machine Head. Siamo a metà disco e di salvabile per ora abbiamo un pezzo, "Kaleidoscope" - il ritornello sarà un successone dal vivo, ne sono sicuro -, ed il riff iniziale di "Volatile". Proseguiamo con "Hope Begets Hope", pezzo energico ma fin troppo prevedibile, mentre "Screaming at the Sun" riesce ad essere potente nel suo essere cadenzata e con clean vocals per una volta ben funzionali. Con "Behind a Mask" abbiamo una buonissima ballad, grazie anche ad un Robb Flynn che finalmente interpreta il pezzo alla sua maniera e non con lo stucchevole stile di roba tipo Nickelback e compagnia Alternative varia. Quindi non è proprio tutto da buttare in "Catharsis" e a dimostrarcelo arriva l'unico vero episodio pienamente convincente, "Heavy Lies the Crown": l'unico in cui i Machine Head si ricordano cosa significa pestare a sangue, il solo dove troviamo presenti le bordate Thrash che tanti di noi hanno amato di questa band. La parte restante del disco rimanda ancora al Nu Metal novantiano, con momenti bene o male riusciti ("Razorblade Smile"), ma che comunque danno la sensazione di già sentito. Vent'anni fa.

Insomma, c'è poco di salvabile in "Catharsis". La produzione è ottima, ma non ci si aspetterebbe di meno da un disco targato Nuclear Blast, ci sono 2-3 pezzi che riescono a salvarsi dalla mediocrità - a esser buoni - generale, come buona è tutta la parte solistica del disco, denotando come almeno in una cosa i Machine Head non abbiano perso mordente. Il resto va tutto ad accumularsi nella cartella dei contro: troppi quindici pezzi, troppi settantacinque minuti di musica, specie se il tutto provoca abnormi sensazioni di noia e di già sentito eoni fa. Volendo andare a riassumere, potremmo dire che il problema di "Catharsis" è tutto qui: è un album che nei proclami vuole essere sperimentale, ma lo fa nella maniera più anacronistica possibile. Se sperimentare vuol dire tirare fuori cose che 15 anni fa sarebbero state già vecchie, allora non abbiamo capito semanticamente il significato. Da tutto questo, il significato del voto basso che vedete qua sopra, un unico punto su cinque che, per quanto mi riguarda, i Machine Head hanno guadagnato giusto per "Heavy Lies the Crown". I Machine Head sono riusciti con "Catharsis" a darci non solo la prima grossa delusione del 2018 - e a fine anno resterà in questa particolare classifica, potete scommetterci -, ma anche una delle più immense delusioni in generale. "Catharsis" è la prova alla tesi che sostengo da tempo, ossia che nonostante il successo planetario, i Machine Head non sono mai stati una band da "oltre la sufficienza" e che fondamentalmente si mettono in scia a quello che più può farli vendere. Scelta loro comprensibilissima, sia chiaro, ma che molti appassionati potrebbero anche vedere come presa per i fondelli. E ora scusatemi, ma vado a risentirmi "Burn my Eyes".

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Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Febbraio, 2018
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I Blood and Brutality si formano nel 2008 per volere del batterista Arant, da sempre unico membro sempre rimasto in questa band, tanto che è lui stesso ad occuparsi di tutto in questo "Decor Macabre", EP prodotto da Blood and Brutality Records, che suppongo sia di proprietà dello stesso Arant. L'artista dell'Alabama è stato abbastanza prolifico in passato con questa sua creatura, dato che ha in carniere già quattro album e, con quest'ultimo, tre EP.

Ciò che colpisce in questo "Decor Macabre" è una certa varietà che Arant riesce a dare ai vari brani, denotando un buon grado di fantasia in fase di composizione. La "base" su cui si muove con Blood and Brutality è un classico Death che si rifà ai primi Death, agli Obituary... i soliti nomi insomma; su questo però ci sono varie sfumature che cambiano di pezzo in pezzo, da quelle opprimenti di "Left for Dead" alle influenze Speed di "Reduced to Ash", passando per l'approccio più Melodic Death della strumentale Erosion of Time, fino alla diretta "Bound in Flesh" ed alla lunga traccia finale, la 'carcassiana' "Dark Omen Rise", fondamentalmente influenzata da quel capolavoro che è e sempre sarà "Heartwork". Solitamente quando si ha a che fare con dischi suonati interamente da un unico musicista, s'incappa in qualche errore di sorta, capita quasi sempre che uno strumento risulti meno accurato; ebbene, questo non accade in "Decor Macabre": Bryan Arant non solo è a proprio agio con quello di cui si è sempre occupato (voce e batteria), ma offre una prestazione più che buona anche al basso e, soprattutto, alla chitarra. Proprio il riffingwork è probabilmente il punto di forza di questo EP, grazie appunto alla varietà d'influenze riscontrabili.

Ad essere onesto, mi aspettavo di peggio. Come detto, in caso di one man band spesso parto prevenuto, il che lascia ancora più piacevolmente sorpresi quando si ha poi a che fare con dischi interessanti come questo "Decor Macabre". Arant, come si suol dire, se la canta e se la suona (e se la produce, se è per questo), ma a quanto pare questa scelta è stata ben ponderata e risulta, in un'ultima analisi, vincente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    08 Febbraio, 2018
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Formatisi nel 2012 per volere del chitarrista Robin Larsen e del bassista André Bjerring, i norvegesi Dominant arrivano con questo EP intitolato "The Summoning" - licenziato da Lacerated Enemy Records -al debutto assoluto. Aiutati dal cantante Jimmy Javins e dal batterista Tapir, che sono poi entrati a far parte in pianta stabile in formazione, i nostri ci offrono venti minuti circa di Death Metal nell'accezione moderna del termine. Non nel senso di Deathcore, sia chiaro, ma stiamo semplicemente parlando di un Death estremamente tecnico, potente, prodotto in maniera corposa.

I cinque brani che compongono "The Summoning" ci mostrano una band che ha ben chiaro in mente cosa vuole fare: tra Deicide, Suffocation, Hour of Penance, ciò che ha influenzato il modo di scrivere e suonare dei Dominant è chiaro, ma non per questo i nostri si limitano a scopiazzare. Tra l'altro, già dalle prime note di "The Purging Swarm" a risaltare è la tecnica individuale di ogni musicista coinvolto, con soprattutto il drummer Tapir sugli scudi, autore di una performance mostruosa. "The Summoning" è un EP che denota già un buon grado di maturità compositiva per il quartetto norvegese, un lavoro muscolare che riesce a passare senza patemi dalla rapidità assassina di "Servants of Damnation" alla meno tirata ma maggiormente spaccacollo - e "deicidiana" - "Vultures of the Void". Con "Feast of Woe" i Dominant spingono di nuovo sull'acceleratore, dando il ruolo di protagonista a ritmi serrati e blast beats incessanti, mentre è una violenza più ragionata quella della conclusiva "Vacant Soul Invasion".

E' un gran bel biglietto da visita quello che ci mostrano i Dominant. La band norvegese debutta con EP interessantissimo che, seppure non porti alcuna innovazione, potrà senz'altro piacere ai deathsters in giro, soprattutto se non si è fissati con il sound e le produzioni old school.

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Una vera e propria prova di forza dei finlandesi Abhordium in questo loro secondo album
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