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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Ottobre, 2018
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Considerati i padri fondatori della corrente "Slam", gli internal Bleeding arrivano con "Corrupting Influence" alla pubblicazione del loro sesto album, a quattro anni di distanza da "Imperium" (uscito anch'esso come quest'ultimo sotto l'egida di Unique Leader Records). Dire che la storia degli internal Bleeding è frammentaria è quasi poco: la loro carriera si è mossa su tre diversi piani: fondati nel 1991 si fermano per un annetto nel 1997; dopo il rapido come back nel '98 si fermano nuovamente nel 2004 e stavolta lo stop sarà più lungo, visto che tornano nel 2011 fino ai giorni nostri)... e il tutto sempre con un nome fisso dal 1991 fino ad oggi, quello che chitarrista Chris Pervelis. Ed il suo è anche l'unico nome presente già solo nel precedente lavoro, visto che rispetto ad "Imperium" ci sono ben quattro nomi nuovi su cinque in formazione (e la cosa ad un certo punto comincia a far porci delle domande, non trovate?): in ordine temporale sono arrivati il chitarrista Chris McCarthy nel 2015, il bassista Shaun Kennedy (Pyrexia, Revenance) ed il vocalist Joe Marchese (Revenance) nel 2016 e lo scorso anno il drummer Kile Eddy (Foaming at the Mouth).

Le coordinate stilistiche degli Internal Bleeding rimangono immutante, vertendo sempre su un Brutal Death dalle fortissime connotazioni Slamming: la band newyorchese punta insomma come sempre su un sound che predilige il groove alle classiche bordate Brutal, pur essendo sempre presente una matrice figlia del NY Death Metal. Il punto focale è che arrivati a questo punto i lavori degli Internal Bleeding sono ad appannaggio dei soli fans che la band già ha: già solo nella corrente Slam ci sono giovani leve che ad oggi fanno molto meglio del quintetto di Long Island, quindi la vedo molto difficile che i nostri possano accrescere la loro fan base con lavori che a stento raggiungono una risicata sufficienza (e solo perché comunque "Corrupting Influence" è suonato con mestiere). Dopo svariati ascolti, sinceramente, non ho trovato un brano memorabile in quest'opera, con il tutto che va a perdersi un attimo dopo essere arrivati alla fine del disco; anzi vi dirò che arrivati verso la metà dell'album si ha anche un certo senso di noia. E tutto questo, nonostante il buon apporto dato dai nuovi entrati: viene da chiedersi a questo punto se il motivo di questa mediocre staticità non sia proprio l'unico membro originario -non rispondete, la domanda è retorica-.

La Unique Leader ci ha abituati a lavori mediamente di ottima fattura, fa un po' specie dunque dare un voto mediocre ad un'uscita della label floridiana... ma tant'è: "Corrupting Influence" è un lavoro buono giusto per i fans degli Internal Bleeding, mentre per il resto c'è molto di meglio in giro anche tra gruppi che nemmeno hanno un contratto discografico.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    21 Ottobre, 2018
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Album di debutto per i cileni Pulverized, arrivato dopo un lungo percorso cominciato nel 2006; prodotto da Krucyator Productions, "Monuments of Misanthropy" rappresenta, a detta della band stessa, una pietra angolare per la storia della band: stando al tempo intercorso tra la formazione e l'uscita del primo full, direi che lo si potrebbe definire un nuovo definitivo inizio per il quintetto cileno, dedito ad un Death Metal fortemente influenzato dalle sonorità americane di fine anni '90 e dal meglio della scena sudamericana (Morbid Angel e Deicide da un lato, Krisiun e Abhorrence dall'altro).

I sei brani che compongono "Monuments of Misanthropy" si possono racchiudere perfettamente nell'espressione "violenza primitiva". Fortemente novantiano, quest'album ci offre una band che rende omaggio a quella che è probabilmente l'epoca d'oro del Death Metal. Totalmente devoti alla causa, per così dire, i Pulverized non concedono nemmeno un secondo del loro tempo ad una qualsivoglia modernità, lanciandosi all'attacco già dai primi istanti dell'opening track "Devoción". E' un lavoro, quello dei Pulverized, che presenta sia dei punti forti che alcuni da rivedere; partendo dai primi, buona sembra la scelta del cantato sia in spagnolo che in inglese -ad onor di cronaca, li ho preferiti con le vocals nella loro madrelingua-, così come punto forte del disco sembra essere la personalità messa in campo dai nostri: pur suonando con uno stile estremamente derivativo dalle influenze succitate, la band cilena sopperisce con una passione che traspare da ogni nota profusa, supportati anche da una produzione nella media più che buona, sporca quanto basta e con suoni ben bilanciati; l'unica nota dolente del disco viene dalla seconda parte, dove i nostri piazzano brani dalla lunghezza decisamente sproporzionata, dai quasi 9 minuti di "Cadáveres" e "Profecía-Flagelo-Extinción" ai quasi 7 di "Aniquilación Genética", sembra che i Pulverized in questo caso abbiano voluto strafare, inserendo parecchi passaggi filler: riducendo questi momenti del tutto riempitivi e snellendo le composizioni non ci sarebbe stato il rischio di quei momenti di stanca che arrivano, per l'appunto, nella seconda parte dell'album.

E' un debutto tutto sommato sufficiente quello dei Pulverized con "Monuments of Misanthropy", un disco che ha tutto per essere inserito nella collezione degli amanti di queste sonorità Death novantiane. La band cilena ha le carte in regola per farsi valere, a patto che in primis scrivano brani che raggiungano massimo la durata dei primi due di questo disco. E magari fossi in loro, punterei ancor di più sul cantato in spagnolo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Ottobre, 2018
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Arrivano per la prima volta sulle nostre pagine gli americani Solium Fatalis, ma quello in esame oggi, "Genetically Enginereed to Enslave", è il quarto album per la band del New Hanmpshire. Attivi dal 2012, quindi, i nostri si sono dimostrati ampiamente prolifici sinora, arrivando al momento della pubblicazione di questa loro quarta fatica con un buon grado di maturità stilistica.

Non brilleranno per innovazione le composizioni dei Soilum Fatalis, visto che il loro Blackened Death richiama fortemente nomi quali Behemoth, Belphegor o i loro connazionali Azarath, ma ciò non toglie che le dieci canzoni che compongono "Genetically Enginereed..." risultano essere dieci proiettili di malvagità musicale. Grazie soprattutto ad una prova sugli scudi del drummer Jeff Saltzman -un martello pneumatico continuo-, ben coadiuvato dalle taglienti asce di Jim Gregory e Ryan Beevers e dal lavoro sia alla voce che al basso del leader Jeff DeMarco, i pezzi che compongono l'album risultano essere estremamente godibili, sia quando quando i nostri spingono a tutta sull'acceleratore, ad esempio nell'opening track "Threshold", sia quando decidono per un incedere cadenzato ma comunque estremamente pesante, come in "Synthon", uno dei migliori brani dell'intero lotto. Altra menzione va fatta per la seguente "A Gathering of Storms", pezzo che va adattandosi, oltre che allo stile dei Solium Fatalis, anche a quello dei due ospiti presenti: dal malinconico incipit arpeggiato che fa da tappeto alla voce di Haydee Irizarry, sia nell'appesantimento con l'ingresso di Matt McGachy dei Cryptopsy, pur mantenendosi su di un atmosferico mid-tempo. Sembra invero quasi esserci un calo verso la parte finale del disco, ma i Solium Fatalis riescono comunque a piazzare il colpo di coda con "Chemical Reagent", prima di chiudere il disco con altri due pezzi in cui traspare una certa stanchezza.

Un disco interessante quello dei Solium Fatalis insomma. Forse l'unica cosa imputabile son le fin troppe referenze behemothiane, ma ciò nonostante "Genetically Enginereed to Enslave" è un album ascoltabilissimo, il cui acquisto è consigliato agli amanti di queste sonorità perfettamente a cavallo tra Black e Death.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    18 Ottobre, 2018
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Dopo un demo, un EP e diversi singoli, arrivano al debutto su lunga distanza gli statunitensi Outer Heaven, e lo fanno anche su di una label di certo non di poco conto, visto che ad occuparsi di questo "Realms of Eternal Decay" è la Relapse. Vi dirò in tutta onestà che al primo ascolto di questo disco mi sono chiesto cosa c'avesse visto l'etichetta in questa band proveniente dalla Pennsylvania, ma con il progredire degli ascolti mi sono dovuto ricredere. Resta magari la sensazione che si sarebbe potuto far qualcosa di meglio per quanto concerne la produzione -soprattutto in termini di volumi delle vocals-, ma è anche vero che "Realms..." è un album che si comincia ad apprezzare dopo un po'.

Non inventano nulla di nuovo gli Outer Heaven, il cui sound verte soprattutto su un Doom/Death di scuola britannica (Bolt Thrower) affrontato con una spiccata attitudine Hardcore (Jungle Rot, Gatecreeper). Il risultato è un disco pesante, dai suoni melmosi -soprattutto le chitarre-, in cui all'improvviso partono accelerate assassine che portano una buona 'variazione sul tema'. Fondamentalmente, comunque, le sonorità degli Outer Heaven (e quindi questo loro primo full) potranno ricevere ottimi riscontri soprattutto da parte di chi ascolta prevalentemente il Death britannico: Bolt Thrower, Benediction, i più recenti Memoriam... è possibile ritrovare loro echi nel sound del quintetto americano, che dopo una partenza in sordina con "Vortex of Thought", episodio più debole dell'opera, aggiustano subito il tiro con "What Lies Beneath" mantenendo sempre sufficiente il livello di scrittura fino alla conclusione del disco, toccando l'apice con "Echoes from Beyond".

Un disco non perfetto quello degli Outer Heaven, ma che saprà di certo trovare non pochi estimatori. Io stesso, come detto, dopo i dubbi iniziali mi sono dovuto ricredere: "Realms of Eternal Decay" è un album il cui ascolto riesce ad essere per certi versi scorrevole, guadagnandosi una più che meritata sufficienza.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    17 Ottobre, 2018
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Primo full length per i Cursus Bellum, Blackened Death band svedese formata da Jocke Unger e Anders Nyander, entrambi attivi in diverse altre realtà compreso, e vale sia per l'uno che per l'altro, i Sgt. Carnage. Dopo un solo EP di un paio d'anni fa, il duo scandinavo trova il deal con Downfall Records che si occupa di licenziare "Ex Nihilo Nihil Fit"; un album in cui i nostri riescono ad unire un assalto brutale ad un certo gusto per il melodico, soprattutto per quanto riguarda le soliste delle composizioni. Uno stile perfettamente a cavallo tra la compattezza del Death e la ferocia del Black, sia per quanto riguarda il comparto strumentale -ottimo il lavoro alla chitarra di Eriksen- che per le vocals, in cui l'alternarsi di scream e growl offre una buona varietà. Buonissima anche la prova dietro le pelli del vocalist Jocke Unger -forse più che al microfono mi sentirei di dire-, che col suo drumming forsennato guida la carica dei Cursus Bellum, nel cui sound riescono a trovare spazio tellurici blast beats e pesantissimi mid-tempos. Si poteva fare magari qualcosina di meglio in fase di produzione: talvola le musiche dei Cursus Bellum appaiono un filo troppo caotiche, ed in più si sarebbe dovuto alzare leggermente i volumi delle vocals. Ma a parte questo, "Ex Nihilo Nihil Fit" riesce ad essere un disco abbastanza interessante, grazie soprattutto a brani come "No Promise of God" e "Magma Prophet"; la parte centrale di quest'ultima è probabilmente il momento migliore dell'opera.

Un disco non scevro da qualche difetto, ma che potrà di certo interessare gli amanti di queste sonorità. Certo per farsi valere nella scena extreme scandinava ci vuole molto, ma davvero molto di più... ma nonostante questo una chance ai Cursum Bellum la darei: potreste rimanere piacevolmente sorpresi.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    16 Ottobre, 2018
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Formatisi nel 1994, i goregrinders polacchi Reinfection rimangono in attività fino al 2002, anno in cui il progetto viene messo in naftalina; nel frattempo, nel 2000, la band è riusita a pubblicare il debut album "They Die for Nothing". Nel 2004 la band ritorna con la stessa formazione avuta negli ultimi due anni precedenti lo stop, line up rimasta invariata da allora: a 14 anni dal come black sono gli stessi Rudolph, Misiek e Młody a pubblicare, tramite Deformeathing Production, quello che è il secondo album del trio estremo polacco: "Breeding Hate".

Poco meno di mezz'ora in cui i nostri seminano violenza. "Breeding Hate" è un disco che non concede pause all'ascoltatore, con i Reinfection che si lanciano all'attacco dal primo all'ultimo secondo, tra riff di matrice Brutal e ritmiche serrate classiche del Grind/Goregrind. Sonorità che permettono di accostare i nostri ai loro connazionali Dead Infection: quasi coetanei come gruppi, si nota, ascoltando quest'opera, come siano 'cresciute insieme' e come siano diventati i nomi di punti della scena Grind di quelle zone. In fase di produzione si sarebbe potuto fare un po' meglio, ma tutto sommato non è il caso di lamentarsene alla fine: la produzione risulta essere sufficiente e ben integrata con quello che è il sound feroce e marcio dei Reinfection. La band martella senza sosta per i 27 minuti di durata del disco, senza che si abbia l'intenzione di fare prigionieri; i Reinfection hanno il chiaro intento di mietere vittime e lo fanno senza sosta con rasoiate come "Chasing Life's Demise", "Everything Must Vanish" o "To See your World Collapse".

Un disco più che sufficiente per i Reinfection: rabbioso, feroce, violento... non ci sarebbe aspettato di meno da una band che ha i suoi anni di esperienza, nonostante questo sia solo il secondo album. Non sarà magari nulla di trascendentale questo "Breeding Hate", ma a onor del vero risulta essere un album onesto che potrà senz'altro piacere agli amanti del genere.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Ottobre, 2018
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E' purtroppo un risultato finale insoddisfacente quello che viene fuori dai ripetuti ascolti del debut album dei turco-danesi Hyperdontia, band formatasi nel 2015 e con all'interno membri ed ex membri di diverse realtà sia della scena turca che di quella danese -tra queste spicca il nome dei Burial Invocation-. Insoddisfacente non perché la proposta dei nostri -un Death Metal old school, fortemente influenzato, su tutti, dagli Incantation- sia brutta o cosa, ma a causa di una produzione che possiamo definire con un solo aggettivo: pessima. Gli Hyperdontia cadono nell'errore che molti altri gruppi fanno, ossia quello di credere che suonando old school, la produzione debba esserlo altrettanto: credo sia d'uopo chiarirlo una volta per tutte che questa è una strabordante stronzata. Qui è un peccato, perché brani che abbiano un gran bel tiro ci sono pure, come "Teeth and Nails" o "Euphoric Evisceration", ma il tutto si perde in suoni che oggi, 2018 A.D., non hanno più ragione d'essere. Un basso inesistente, totalmente coperto da tutto il resto; una batteria che sembra esser registrata in presa diretta e via, arrivederci a tutti; chitarre zanzarose con le ritmiche che vengono sovrastate dalle soliste; una voce che sembra registrata in fondo ad un pozzo tanto il riverbero e la 'lontananza' che se ne percepisce...

Insomma, quello che con un poco di sforzo in più sarebbe potuto essere un album che avrebbe potuto raggiungere una facile sufficienza letteralmente annega invece nella mediocrità essenzialmente per una produzione a dir poco pessima. Spiace stroncare praticamente di netto un lavoro, ma qui sembra davvero che mixing e mastering siano stati eseguiti alla cazzo di cane, ed in un genere così sovraffollato e pieno di ottime realtà come è il Death Metal, ci vuole ben altro per poter anche solo emergere. Il motivo per cui un album come questo "Nexus of Teeth" abbia trovato spazio in un'etichetta solitamente attenta come la Dark Descent Records mentre altri lavori nettamente superiori siano destinati all'autoproduzione, rimarrà per me un mistero.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Ottobre, 2018
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Continua inesorabile la discografia degli instancabili Hierophant, che a due anni dall'ottimo "Mass Grave" e dopo aver calcato una moltitudine di palchi, tra cui quello del Party.San Open Air, tornano a farsi sentire con un EP uscito in formato LP 7" per la Unholy Anarchy Records. "Spawned Abortions" si presenta con due soli brani, uno per lato, con cui gli Hierophant dimostrano come il loro stato di forma non sia calato rispetto all'album di un paio di anni fa. vero che non c'è poi tantissimo da dire su di un lavoro che consta per l'appunto in due soli brani, di cui uno è una cover -"Realm of Chaos" dei Bolt Thrower, rivisitato in chiave Hierophant-, ma possiamo comunque notare come gli elementi che hanno fatto la fortuna della band romagnola siano ancora ben presenti. "Spawned Abortions" -il brano- prosegue il percorso del trio di Ravenna su quel Blackened Sludge/Death pesante e per certi versi caotico che non risulta essere un difetto come in altri lavori pervenutici in passato, ma bensì un marchio di fabbrica dei nostri. C'è del criterio nel caos musicale degli Hierophant e stando ben attenti riuscirete a cogliere le sfumature presenti nel pezzo del Lato A di questo 7", accorgendovi che rispetto al solito si nota una vena leggermente più blackeggiante.

Fondamentalmente un tipo di lavoro come questo è ad appannaggio soprattutto dei collezionisti, per questo il voto (una "sufficienza d'ufficio"). "Spawned Abortions" è comunque un lavoro valido e non è che ci si aspettasse qualcosa di diverso dagli Hierophant. Ma va da sé che per l'appunto, l'EP è consigliato ai die hard fans della band o comunque agli amanti del genere, soprattutto se si è, come detto, avidi collezionisti di materiale nel formato vinile.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Ottobre, 2018
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Dopo due demo ed un ottimo EP, gli statunitensi The Odious Construct arrivano alla pubblicazione di un secondo EP, il qui in esame "Shrine of the Obscene", dischetto che si avvale della produzione di The Artisan Era. Se avete avuto modo di seguire la giovane label americana, avrete di certo notato come si muova maggiormente sul versante tecnico del Death, dandoci nei mesi scorsi ottimi lavori come l'ultimo Inferi o il debutto dei Mordant Rapture, oltre che "Illusive Golden Age" degli Augury. Il quintetto californiano non fa eccezione, con il suo sound Technical Melodic Death sulla scia di The Black Dahlia Murder, Arsis e dei compagni di label Inferi.

Cinque brano per poco meno di 20 minuti di tecnica eccelsa e gran gusto per le melodie, di passaggi feroci ed inserti orchestrali, di ritmiche frenetiche e riffingwork ispirato... "Shrine of the Obscene" è un vero e proprio gioiellino che permette ai The Odious Construct di avere, grazie al lavoro della label, il giusto spazio e la possibilità di farsi conoscere maggiormente a livello globale. Bastano ad esempio i primi secondi dell'opening track "Vortex of Self" per capire che ci troviamo davanti ad una band che ha ben chiaro in mente cosa vuole e come ottenerlo. I nostri sanno colpire con un crescendo d'intensità che raggiunge il suo punto più intenso con "They Came Through the Mirrors", senza che però i restanti due brani, "Cyanide Eyes" e la title-track, ne subiscano un contraccolpo od un calo. Intenso è in effetti l'aggettivo giusto per definire questo EP della band di Sacramento, capace di non cedere di un millimetro durante lo scorrere di quest'ottima opera.

Nonostante stilisticamente The Odious Construct ripercorrano strade già ampiamente battute soprattutto da Arsis ed Inferi, i nostri si fanno notare per il grado di maturità già raggiunto in fase di scrittura. Tecnicamente ineccepibili, i cinque ragazzi californiani usano questa tecnica al servizio delle composizioni, senza lanciarsi in noiose quanto inutili "masturbazioni strumentali". C'è magari da aggiustare un po' il tiro per quanto riguarda le (non molte) parti orchestrali, che se da un lato riescono a dare quella nota di pathos, dall'altro hanno bisogno di una limatina in fase di produzione. Il mio consiglio è di procurarsi questo lavoro dei The Odious Construct e di seguire con molta attenzione l'evoluzione di questa band, oltre che più in generale The Artisan Era: ho come l'impressione che la label americana possa avere un'ulteriore crescita esponenziale nel futuro prossimo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Ottobre, 2018
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Nonostante siano una vera e propria leggenda della scena Grind mondiale, i Terrorizer non è che siano mai stati poi così tanto prolifici, vuoi anche per i tanti tira e molla della loro carriera, a cominciare dallo scioglimento dopo l'uscita del seminale "World Downfall", poi il ritorno nel 2005 e nuovo scioglimento dopo il dimenticabile "Darker Days Ahead" nel 2006 -complice anche la morte di Jesse Pintado-. E infine quello che sembra il definitivo come back nel 2009 che porta i Terrorizer a realizzare "Hordes of Zombies" nel 2012.

Da allora sono passati ben sei anni prima che la band statunitense si ripresentasse con un nuovo album, "Caustic Attack". E che si ripresentasse, soprattutto, con la formazione nuovamente stravolta. Con sempre un solo uomo al comando (o sarebbe meglio dire al "Commando"), l'inossidabile Pete Sandoval, i Terrorizer si presentano a questa nuova uscita con la formazione di nuovo rinnovata: al posto di Anthony "Wolf" Rezhawk e Katina Culture ci sono l'ex Monstrosity Sam Molina a basso e voce e Lee Harrison (Monsotrosity ed ex di Atheist e Malevolent Creation) alla chitarra. Insomma, non proprio musicisti di primo pelo e lo possiamo sentire in "Caustic Attack": l'album è suonato decisamente con mestiere, non discostandosi di un millimetro dalla proposta tra Death e Grind del trio statunitense. Un unico attacco frontale che si propaga per i quasi 3/4 d'ora di durata dell'album con brani sparati a velocità siderali in cui però non mancano pesanti rallentamenti spaccacollo -il migliore dei quali troviamo in "Conflict and Despair". C'è, ad essere onesti, una certa ripetitività tra i brani, scritti "con il pilota automatico inserito", ma è anche vero che "Caustic Attack" è un disco che si lascia ascoltare e che ci offre senza pretese quello che i Terrorizer da sempre promettono: una scarica di violenza adrenalinica, con pezzi come "Devastate", "Crisis" e "Sharp Knives" che faranno sicuramente colpo. Una menzione particolare va fatta per Pete Sandoval: avrà pure lasciato i Morbid Angel per i noti motivi religiosi, ma ciò non toglie che non si è assolutamente dimenticato com'è che si suona Death Metal e la prestazione offerta in questo album è qui a dimostrarlo.

Per quanto riguarda i Terrorizer c'è ora da sperare che la formazione possa rimanere stabile: Molina/Harrison/Sandoval sembra essere un'ottima quadratura del cerchio per una line-up che, come detto in apertura, non ha mai avuto una stabilità. E c'è da aspettarsi da questi tre, nel caso tirino fuori un nuovo lavoro -si spera non tra molti anni-, che possano fare anche meglio di questo comunque buonissimo "Caustic Attack".

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