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Opinione scritta da Daniele Ogre

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Giugno, 2017
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Sto seriamente cominciando a pensare che la quantità di ristampe della Vic Records inizi ad essere un po' troppa. Dopo la moltitudine già recensita in passato ed il recensito in questi giorni, eccoci di nuovo davanti all'ennesima ristampa, questa volta della Thrash/Death band tedesca Assorted Heap. Per chi non li conoscesse, gli Assorted Heap erano una band originaria di Aurich che è stata attiva dal 1987 al 1992. Durante quel periodo i nostri riuscirono a farsi un discreto nome all'interno della scena centro europea grazie ad un Thrash/Death tanto tecnico quanto brutale che ha avuto il suo apice nel disco d'esordio, "The Experience of Horror".

Purtroppo non è il loro debut ad essere ristampato, ma il secondo album, "Mindwaves". Un album in cui ancora c'è qualcosa dai primi demo o dell'esordio... ma molto poco. "Mindwaves" è un album che punta più alla tecnica (ma di certo non dovete aspettarvi quella che possiamo sentire oggi) ed alle atmosfere, col risultato che a mancare del tutto è la furia che fece di "The Experience of Horror" un buon disco e diede loro la nomea d'essere tra i gruppi Thrash più brutali in Europa. Insomma, per farla breve, abbiamo la ristampa, con aggiunta di quattro pezzi live che porta la durata a oltre un'ora, di un album che per la maggiore risulta essere abbastanza noioso, pur con i suoi momenti interessanti tipo "Nice to Beat you" (divertente anche il gioco di parole del titolo). Ma se poi pensiamo ai quasi nove minuti della noiosissima "What I Confess"... Posso giurarvi che ad ogni ascolto sembravano non passare mai ed ogni volta era sempre peggio.

Riscoprire dischi vecchi tutto sommato non è una brutta cosa. Ma se il numero di ristampe comincia ad essere enorme ed in più vengon ritirati fuori dischi di cui probabilmente non se ne sentiva nemmeno la necessità, forse due domande sarebbe il caso di farsele. Citando l'amico David Folchitto, questo disco è decisamente NØ.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    23 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2017
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Mentre sono in giro a promuovere la loro ultima fatica, "No God", i thrashers canadesi Infernäl Mäjesty rilasciano anche tramite l'olandese Vic Records la ristampa del loro secondo album, "Unholier than Thou". Formatisi ufficialmente nel 1986 (prima son passati per altre due incarnazioni chiamate Lord Satans Disciples e Overlord), gli Infernäl Mäjesty irrompono sul mercato nel 1987 con quello che ad oggi rimane il loro inarrivabile capolavoro, il debut album "None Shall Defy". Solo 11 anni dopo e dopo cambi di line up, arriverà "Unholier than Thou", prodotto dalla Hypnotic Records.

Risultano chiarissime due cose sin da subito: il poco attaccamento alla religione del quintetto di Toronto e lo stile grezzo e diretto che ancora oggi li contraddistingue, accostabile a quello di bands quali primi Death, Venom o Sodom. Insomma, ascoltando questa ristampa ci s'immergerà appieno nelle atmosfere e nelle sonorità del Thrash 80's più duro e senza compromessi, di quello che ha fatto da padre alla nascita del Thrash/Black e, in buona parte, del Death. Basti pensare ad esempio a "Black infernal World" che, con chitarre maggiormente appesantite, sarebbe un pezzo Death Metal degno dei Morbid Angel più claustrofobici. Ma per la maggiore, appunto, abbiamo un sound vicino alle bands suddette, con ritmiche taglienti e un incessante susseguirsi di riff tritaossa. L'importanza di questo disco è poi data da pezzi che ancora oggi non sfigurano rispetto alle uscite più nuove, compreso il già citato "No God". E mi riferisco, oltre alla rinomata title-track, anche a canzoni come la slayeriana "Where is your God?" (ascoltatela e ditemi se non vi viene in mente subito "Angel of Death"!), la martellante "Roman Song", in cui si parla del brutale sacrificio dei Gladiatori, e la conclusiva "The Art of War". Come spesso accade, l'etichetta olandese piazza svariate bonus-tracks alla fine del disco. Il più delle volte si tratta di un vecchio Demo o EP completo, mentre per gli Infernäl Mäjesty abbiamo il live album "Chaos in Copenhagen", uscito nel 2000 e registrato al Loppen Club della capitale danese il 14 ottobre del 1998, durante il tour che ha visto i thrashers canadesi girare per l'Europa accompagnando Cannibal Corpse e Dark Funeral. Considerato a) le bands coinvolte e b) quello che possiamo ascoltare in questa ristampa, non oso minimamente immaginare con quante ossa rotta possa essere uscito il pubblico da quegli show.

Per quanto immagino si sia tentati maggiormente a gettarsi a capofitto sulla loro ultima fatica, se siete amanti di queste sonorità così squisitamente old school e, soprattutto, se ancora non ce l'avete, più di un pensiero ad "Unholier than Thou" fossi in voi lo farei. Con l'aggiunta del live album si supera abbondantemente l'ora di musica, cosa che magari potrebbe essere ostica ai più, specie se come me rischiate la noia se già si raggiungono i 40 minuti. Ma nonostante ciò l'ascolto di questa particolare versione del disco non ne risente più di tanto.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    22 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 2017
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Altro giro (dal passato) altra corsa con la Vic Records, etichetta olandese che, oltre a rilasciare materiale nuovo, è sempre attenta alle ristampe, specie di bands Death olandesi dei 90's. In questo caso, però, non si tratta di una vera e propria ristampa, quanto la realizzazione di un demo del 2005 dei Sinister.

Quando nel 2003 i Sinister si sciolsero, Aad ed Alex decisero di continuare a suonare Death Metal, fondando così i No Face Slave; ma i pezzi scritti erano così simili a quelli dei Sinister... che decisero di riportare in vita i Sinister stessi! Reclutarono così il batterista Paul Beltman e con lui registrarono un demo di quattro pezzi che portarono poi all'accordo con Nuclear Blast e l'uscita di "Afterburner". Demo che viene riproposto oggi con il titolo "Gods of the Abyss" ed artwork opera del mio concittadino e vecchissimo amico Roberto Toderico.

Se conoscete già il disco in questione, allora saprete già cosa troverete all'interno di "Gods of Abyss". "Afterburner" risultò essere un disco particolarmente ispirato, vuoi anche magari per il periodo di crisi da cui i Sinsiter stavano uscendo; un'ispirazione che, adesso possiamo capirlo, era già ben presente quando la band olandese registrò questo demo che presentava una metà dell'album furioso che sarebbe uscito l'anno dopo. La presenza di pezzi come quella che diverrà poi la title-track dell'album, "Afterburner" per l'appunto", e di "Altruistic Suicide", da sempre una delle mie canzoni preferite dei Sinister, non sono altro che un valore aggiunto, per quanto mi riguarda. Il canovaccio, poi, è quello che ben conosciamo da Aad e soci: un Death Metal della vecchia scuola in cui, più che forsennati blast beats, a farla da padrone sono ritmiche sì serrate, ma molto ben ragionate, a dare quel senso di potenza che da sempre ispira il loro sound. I Sinister sembrano infine, qui come in "Afterburner", più arrabbiati del solito, cosa che è facilmente riscontrabile soprattutto quando decidono di spingere sull'acceleratore.

Come dicevo, se conoscete "Afterburner" conoscete già di certo quello che si ascolta in Gods of the Abyss". E questo, credo, non è propriamente un punto a favore. Alla fine, infatti, questo EP è consigliabile quasi esclusivamente ai fans duri e puri della band olandese, come disco da inserire in collezione. Quindi rimane una domanda finale: per quanto buono, ce n'era davvero bisogno?

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 2017
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Cosa succede quando due musicisti che suonano Brutal Death Metal si uniscono e lavorano a distanza? Succede che nascono gruppi come gli Antipathic, duo formato dall'italiano Tato (Zora, Glacial Fear) e dall'americano Chris (Human Repugnance). I due artisti rilasciano così l'EP di debutto "Autonomous Mechanical Extermination", Brutal Death caratterizzato da parti estremamente veloci intervallate da passaggi Slam.

Sono solo tre i pezzi che compongono questo EP: oltre la title-track, che chiude il lavoro, abbiamo "Apparatus" e "Molecular Deviations". Nonostante l'esiguità di canzoni, è nettamente palese come sia Tato che Chris non siano propriamente gli ultimi venuti, anzi vantano una vasta esperienza. In sole 3 tracce, per un totale di 6 minuti e mezzo, i nostri riescono a mettere sul piatto tutto quanto promesso dalle info sheets, con "Apparatus" che è il classico pezzo Brutal sulla scia dei Disgorge (messicani), "Molecular Devastation" che si concede molti più momenti di Slam Brutal e "Autonomous Mechanical Extermination" che non solo fa coesistere i due stili, ma in cui è anche presente un certo flavour Blackned Thrash. Una menzione la merita anche la spettacolare copertina, opera dell'artista Dian Triatmoko.

"Autonomous Mechanical Extermination" è solo un piccolissimo antipasto, un rapido biglietto da visita per presentare questo nuovo progetto che, dopo l'uscita dell'EP in questione, ha firmato per l'italiana Despise the Sun Records, che si occuperà della release del debut album, si spera in tempi brevi. Per gli amanti di queste sonorità estreme, una band da seguire con particolare interesse.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2017
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Secondo lavoro in studio per i romani Onryō, band formatasi grazie Daniel Casari (ancora oggi vocalist della band) e Deborah Pettine, cui si aggiunsero Alessio Cattaneo e Giulio Galati, batterista tra gli altri degli Hideous Divinity. Nel 2012 è uscito un primo demo di 3 pezzi, seguito a 5 anni di distanza da questo EP, "Mūto", in uscita domani per la Everlasting Spew Records. La proposta della band capitolina è un tecnicissimo Mathcore in cui forti sono le influenze del più ferale Grind made in U.S.A.

La cultura giapponese gioca un ruolo predominante nella sfera degli Onryō: basti pensare al nome, al titolo dell'EP, "Mūto"... ed alla traccia che apre questo disco, "Oni", in cui, in nemmeno due minuti, i nostri decidono di mettere da subito le cose in chiaro. "Nervoso" è probabilmente l'unico termine per descrivere il sound degli Onryō; ritmiche sincopate (con un Giulio Galati in grandissimo spolvero) ed un riffingwork che prende a piene mani gli insegnamenti di gruppi quali The Dillinger Escape Plan e Converge, senza però fossilizzarsi in un unico piano sonoro. Basta prendere ad esempio quella che è a mani basse la miglior canzone dell'EP, "Humanphobia", in cui il mix col Grind è reso decisamente al meglio. Tecnicamente ineccepibili, gli Onryō si avvalgono anche di una produzione ottima, con voce e strumenti perfettamente bilanciati senza il minimo errore.

Il Mathcore è un genere per cui non esistono mezze misure: o lo si ama o lo si odia. Il merito degli Onryō con questo loro "Mūto" è quello di rendere un genere ostico accessibile a più ascoltatori grazie alle forti influenze più "classiche". Un EP, dunque, che non lascerà scontenti molti, aiutato anche da una durata esigua (che è paradossalmente l'unico difetto imputabile a questo disco) che rende l'ascolto meno pesante a chi non è abituato a certe sonorità. Onryō promossi su tutta la linea insomma, ma non posso negarvi la curiosità di poterli ascoltare su una distanza maggiore.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    19 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Giugno, 2017
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Tornano a 5 anni di distanza dal discreto "The Fatal Feast (Waste in Space)" i thrashers statunitensi Municipal Waste, con questo "Slime and Punishment", sesto capitolo per la band di Richmond, Virginia. Far passare più tempo tra un disco e l'altro è sembrato una scelta vincente, visto che in passato abbiamo avuto nel giro di due anni il capolavoro dei MW, "The Art of Partying", seguito dal non entusiasmante "Massive Aggressive", un album che sembrava messo su in fretta e furia senza pensarci troppo per partire immediatamente in tour. Arriverà in seguito il deal con la Nuclear Blast e, come detto, "The Fatal Feast (Waste in Space)", che riporterà la band di Tony Foresta e Ryan Waste in carreggiata.

Con "Slime and Punishment" i MW dimostrano come siano sempre e solo loro gli unici veri eredi di gruppi come Nuclear Assault, D.R.I. e S.O.D., bands cardine per il Thrash/Crossover suonato dai nostri. Il canovaccio è quello cui ci hanno abituati, con pezzi rapidissimi (in media sui 2 minuti, 2 e mezzo massimo, con pezzi anche più corti però), riff sparati a velocità sperimentate solo dalla N.A.S.A. con contorno di sezione ritmica martellante dal primo all'ultimo secondo... e la solita voce urlata di mr. Foresta. Non mancano la solita ironia e l'ancor più solito mood festaiolo, senza dimenticare però un occhio (velenoso) verso la società, il tutto riversato su un Thrash Metal con una spiccatissima attitudine punkeggiante, che è poi quel mix che ha reso i MW quelli che sono ora: una macchina da moshpit come ce ne sono poche. In poco meno di mezz'ora, grazie a pezzi come la title-track, "Shrednecks", "Bourbon Discipline", la massacrante "Amateur Sketch", "Excessive Celebration" - che potrebbe benissimo essere uscita da "The Art of Partying" - e la "lunga" "Death Proof" - addirittura quasi 3 minuti! -, i MW si sbarazzano di tutta la "concorrenza", tirando fuori un lavoro che li riporta agli antichi fasti, proseguendo e migliorando il lavoro cominciato con "The Fatal Feast (Waste in Space)" e che porta finalmente a dimenticarsi quel passo falso di "Massive Aggressive".

I Municipal Waste sono uno di quei gruppi che sono consigliabili ad ogni thrasher che si rispetti; ma è pur vero che sarebbe inutile, visto che il suddetto thrasher già dovrebbe sapere a priori che Ryan Waste e soci sono da acquistare ed ascoltare a scatola chiusa. Ed a parte questo, chiunque voglia lasciarsi trasportare per una mezz'oretta da un Thrash suonato a velocità disumane, casinista e conscio d'esserlo, "Slime and Punishment" potrebbe essere il disco adatto allo scopo.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    11 Giugno, 2017
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Proposta particolare quella dei finlandesi Black Royal, che si presentano con un mix tra Heavy settantiano, Stoner e Death Metal novantiano, con un sound che, per noi italiani soprattutto, potrebbe essere riconducibile per certi versi ai romani Southern Drinkstruction, anche se non proprio del tutto.

"Dying Star" è un singolo uscito per la Suicide Records in versione vinile 7" e segue gli EP "The Summoning Pt.1" del 2015 e "The Summoning Pt. 2" del 2016. Solo due i pezzi presenti in questo 7", "Dying Star", per l'appunto, e "Reformation", che tra le due è la canzone che maggiormente ho apprezzato. Proprio perché è solo un singolo non è che ci sia così tanto da dire. Il sound dei Black Royal è buono, con un Death Metal "sporcato" dallo Stoner su cui si stagliano atmosfere tipiche dell'Heavy Metal degli anni '70, tant'è che potremmo anche dire "Black Sabbath meets Entombed" per poter far capire il genere proposto dal quartetto finnico. Ho trovato particolarmente apprezzabile il riffingwork chitarristico su entrambi i pezzi, roccioso come insegna l'Old School svedese (Entombed, Dismember e compagnia), ma con un certo flavour blueseggiante: ed è qui che va a cadere il paragone con i nostrani Southern.

Insomma, non male la proposta dei Black Royal, ma per un giudizio che possa essere definitivo ci sarebbe da ascoltarli su un lavoro su una distanza più lunga. Il voto finale sarebbe un "no quote" (senza voto, per i non bilingue), ma data l'assenza nel form un 3/5 politico va più che bene. Da segnare il loro nome, che in futuro potremmo ascoltare da questa band qualcosa di veramente molto interessante.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    10 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Giugno, 2017
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Mi sono avvicinato con un certo timore all'ottava fatica in studio dei Suffocation, la leggendaria Death Metal band newyorchese che in passato ci ha regalato pietre miliari del Death come "Effigy of the Forgotten" e "Pierced from Within". Con timore perché il primo singolo estratto da quest'album, il terzo sotto Nuclear Blast, non è che avesse lasciato ben sperare.

I dubbi però sono stati spazzati via dall'ascolto dell'intero disco: "Your Last Breaths" si è solo rivelato essere il pezzo più debole dell'album, che per il resto è supportato da altri otto veri e propri macigni, i quali mostrano come la leggenda di Long Island sia in formissima. I fari erano puntati anche sui due neo-acquisti, il chitarrista Eric Morotti ed il batterista Charlie Errigo (origini italiane ne abbiamo?): i due "new kids" (entrambi 25enni) se la cavano egregiamente, senza alcun timore reverenziale verso il nome cui han messo a disposizione le loro doti e, soprattutto, senza far rimpiangere i predecessori. Il songwriting è a dir poco sorprendente, a partire dal tema della trascendenza al centro del disco, una visione dei vari piani dell'esistenza; c'è il tema portante del suicidio in "...of the Dark Light", ma non nel senso propagandistico: citando il main songwriter Derek Boyer, i punti sono la trascendenza e quello che "viene dopo". Sorprendente è anche il piano musicale, con i Suffocation sempre più capaci di unire il Technical Death Metal odierno senza però tradire le loro più "grezze" origini, merito di un Derek Boyer in stato di grazia in fase di scrittura e ad un Frank Mullen vocalmente bestiale (con nota di merito per il backing vocalist Kevin Muller, ex Pyrexia). Dopo una prima parte di album discreta e di "riscaldamento", è con la seconda metà del cd, a partire da "The Violation", che il quintetto statunitense pigia sull'acceleratore, consegnando un quartetto di pezzi violenti all'inverosimile e tecnicamente mostruosi (alla già citata "The Violation" seguono la title-track, "Some Things Should be Left Alone" e il gioiello dell'album, "Caught Between Two Worlds"). C'è tempo anche per una sorpresa finale, con la versione ri-registrata di "Epitaph of the Credolous", canzone compresa nell'album "Breeding the Spawn".

Un singolo non memorabile e un artwork che ha fatto chiedere a me e molti altri se non sembrasse la copertina di un album Deathcore hanno, credo giustamente, lasciato temere per quest'album. Invece "...of the Dark Light" è un disco solido che porta con se le reminiscenze dei primi capolavori: c'è un qualcosa di "Effigy of the Forgotten" dentro al sound Technical Death dei Suffocation, ed è un mix che permette a questa leggenda made in U.S.A. di calare l'ennesimo asso vincente.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    04 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Giugno, 2017
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Formatisi nel 2015 e con un demo già alle spalle ("Three Marks of Dreams"), i giovanissimi napoletani Jumpscare rilasciano nel giugno del 2017 l'EP "Sowing Storms", qui in esame, per la Volcano Records. Sound vario, l'Alternative Metal di questi ragazzi, grazie alle diverse influenze che vanno a confluire nella musica del quartetto partenopeo: dal Nu/Alternative di SOAD e Disturbed, al Modern Metal di Trivium e Killswitch Engage, fino alle tirate Thrash di panteriana memoria.

I Jumpscare mostrano una discreta qualità in questo lavoro, sciorinando una prestazione tutto sommato buona, pur con qualche cosa qui e lì migliorabile in futuro, ma ci arriveremo dopo. Parte del merito dei nostri è, come detto, quello di far confluire diverse influenze in maniera abbastanza naturale, senza che il risultato finale sembri essere un mischione inconcludente (succede, succede...). "My Purifying Day", "The Climb" e la title-track sono buoni pezzi, in cui magari i Jumpscare hanno "osato" poco, andando più sul sicuro con tre pezzi che risultano alla fine orecchiabili, catchy. Proprio "Sowing Storms (The Day of your Dark Decay)" può esser preso a manifesto, grazie all'ottimo groove abbinato a parti sapientemente accelerate, fino al breakdown che precede la fine del pezzo.
C'è, come detto però, l'altra faccia della medaglia, qualcosa che in futuro sarà tranquillamente migliorabile, data la giovane età della band. A partire da quanto scritto poco fa, ossia che è stato "osato" poco, trovando soluzioni sì funzionali, ma forse fin troppo semplici; si dovrà lavorare un po' anche sulla voce del singer, Lorenzo, che parte già da una buona base, ma in alcuni punti manca un po' di espressività, risultando troppo lineare, come se venisse a mancare una certa profondità (chi è vocalist capirà cosa intendo)... Insomma, il cantato hardcoreggiante di Lorenzo va bene e s'incastra alla perfezione col sound dei Jumpscare, sia chiaro, c'è solo qualche piccolo neo di carattere tecnico. Infine, c'è la nota dolente: la produzione. Ancora una volta, il risultato finale arrivato da una band napoletana non è soddisfacente, checché se ne voglia col mastering fatto negli USA. Volumi bassi, poco pompati, eccessivo riverbero nella voce, quando proprio in questo genere ritengo dovrebbe essere più "secca" e rocciosa quanto le musiche... Questo, a mio parere, continua a rimanere un neo per l'intera scena napoletana (a meno che le bands non si affidino, ad esempio, a blasonati studi romani).

Tirando le somme, "Sowing Storms" è un buon biglietto da visita per i Jumpscare: essendo il debutto di una band emergente, non si va a cercare la perfezione a tutti i costi. I pezzi funzionano? Sì, tutto sommato sì. Hanno un buon tiro? Ma decisamente. La band ha margini di miglioramento? Enormi, credetemi. "Sowing Storms" è solo il primo passo per la band napoletana e, seppur come detto qualcosa è da migliorare in futuro, possiamo dire che si sono gettati nella mischia caricando a testa bassa. E così si deve fare.

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Opinione inserita da Daniele Ogre    01 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 01 Giugno, 2017
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Promo parco d'informazioni quello di "Si Vis Pacem, Para Bellum", secondo album della one man band inglese Written in Torment. Parco d'informazioni nel senso che non era presente un file informativo sull'opera o sull'artista, e le poche informazioni le ho reperite tramite la pagina Facebook: fondati nel 2003 da Leviathan, da allora unico membro del progetto e con all'attivo un demo, due EP e l'album "Bellum Omnium Contra Omnes".

Non siamo di fronte ad un brutto disco, anzi. "Si Vis Pacem..." è tutto sommato un buon disco, ben suonato e con una buonissima produzione, cosa che in ambito Black fa quasi notizia; per una volta le influenze annotate sono giustissime, dato che richiami ad Emperor e, soprattutto, Dissection sono riscontrabili in ogni singola nota del disco... ed è forse qua il problema. Nonostante Written in Torment esista da 14 anni, il sound soffre della mancanza di un tocco che sia totalmente personale, andando solo a ricalcare gli insegnamenti dalle bands cui Leviathan trae ispirazione. Ma come detto, ciò non vuol dire che sia da buttare questo lavoro, solo che rientra semplicemente nella norma. Sufficiente, ok, ma non più di tanto, mancando quel quid che possa rendere "Si Vis Pacem..." un disco con quel qualcosa in più. Invece finito di ascoltare in mente rimane ben poco, forse solo le parti più folkeggianti di "Baralis" e le atmosfere di "The Gun to my Head" (ecco, questo è di sicuro il pezzo migliore del disco), ma nulla che ti faccia venir voglia di ripremere PLAY subito, nonostante la consapevolezza di aver ascoltato un buon prodotto, tutto sommato.

Tirando le somme, per gli amanti del Black "Si Vis Pacem, Para Bellum" di Written in Torment è un disco che in collezione ci può stare benissimo. Non sarà un album memorabile, ma di sicuro è molto meglio di tanto schifo che c'è in giro oggi e che viene fatto passare come prodotto quasi "di culto". Sufficienza raggiunta quindi, ma da parte mia un filo di disappunto: mi sarei aspettato qualcosa di più.

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