A+ A A-

Opinione scritta da Daniele Ogre

228 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 23 »
 
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

E' un progetto altamente avvolto dal mistero, quello degli Altarage. La line up è sconosciuta, mai divulgata, ed i quattro componenti si presentano, in foto come on stage, coi volti coperti da cappucci e veli... e sì, se la cosa vi comincia a sembrare familiare è così: sta diventando un po' troppo di moda questa cosa, non trovate?
Ma comunque sia, bando alle ciance ed occupiamoci di questa band proveniente da Bilbao, Paesi Baschi, che già col demo "MMXV" aveva suscitato un enorme interesse attorno a sé, tanto quanto per l'aurea di mistero, quanto più prettamente per le doti musicali. Interesse che non solo è stato confermato, ma è addirittura cresciuto quando nel 2016 è uscito il debut album "NIHL", edito da Doomentia Records: i riscontri di critica e pubblico sono stati talmente notevoli da suscitare l'interesse anche del colosso Season of Mist, che non ha perso tempo nel prendere sotto la propria ala la band basca, che all'insegna della regola "un disco all'anno", torna con questa seconda fatica su lunga distanza, "Endinghent", licenziata dalla sub-label di SoM, Season of Mist Underground Activists.

La proposta degli Altarage si può riassumere in una sola parola: caos. Caotico è il ferale Death/Black dei nostri, caotica è la produzione, caotiche quanto surreali le tematiche horror affrontate. Dai primissimi secondi dell'opener "Incessant Magma" s'intuisce quale sia l'influenza primaria di questa marcia creatura proveniente dalle terre pirenaiche: gli australiani Portal. E anche se sembra che l'ombra (non "sopra Innsmouth") della folle e sperimentale band lovecraftiana si stagli costantemente su quanto possiamo ascoltare nella proposta degli Altarage, credetemi non è così: il quartetto basco usa quest'influenza semplicemente come una "base", uno spunto da cui partire per mettere insieme gli interessantissimi lavori usciti sinora. Ho avuto modo, prima di ascoltare attentamente "Endinghent" per recensirlo, di ascoltare "NIHL"; ebbene, il primo album degli Altarage è semplicemente fantastico, ma questo è nettamente superiore: pur non mutando di una virgola il proprio stile, la crescita degli spagnoli è costante. Orrorifica e disturbante - prendete l'inizio di "Rift" - la proposta degli Altarage riesce a trasportare l'ascoltatore in un mondo di spaventose visioni oniriche, di incubi ad occhi aperti, di vera e propria angoscia, di caos primordiale; non un calo, non un difetto, con sole otto tracce per un totale che nemmeno raggiunge i 37 minuti, gli spagnoli riescono a tirare fuori uno dei dischi migliori di quest'annata.

C'è ben poco da aggiungere: se in così poco tempo gli Altarage sono riusciti ad attirare su di loro l'attenzione nientemeno che di Season of Mist, qualcosa vorrà pur dire. "Endinghent" è un album caldamente consigliato, uno dei "must have" di questo 2017 pieno di ottime uscite. Segnatevi il loro nome, che qui ne vedremo ancora delle belle (si fa per dire).

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    15 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Primo album per gli americani Dark Waters End, band proveniente da Philadelphia dedita ad un ipertecnico ed interessantissimo Technical/Progressive Deathcore - questo il loro genere, più che il Progressive Death con cui vengono presentati -. Dopo l'EP "Rat King" del 2016, il debutto su lunga distanza avviene giusto un annetto dopo con questo "Submersion", album in cui convergono tutte le influenze dell'act di Philly: The Faceless, Converge, Between Buried and Me... tecnicismo e modernità insomma si fondono nel sound del quintetto statunitense.

I fortissimi richiami -core potrebbero in un certo qual modo far storcere il naso ai più puristi, ma è altrettanto vero che alle migliaia di fans di tali sonorità moderne tutto questo potrebbe risultare interessante. Perché, alla fine, interessante è la proposta dei DWE: basta semplicemente levarsi i paraocchi per lasciarsi colpire in primis dalle innate doti tecniche dei nostri, che trovano valvole di sfogo soprattutto in pezzi come l'incredibile "Empty Skies". Non mancano richiami alle dissonanze del Mathcore à là The Dillinger Escape Plan, vedasi ad esempio "Mass Grave" e soprattutto "The Great Dirge", ma per la maggiore il sound dei DWE vive su di un groove che fa da perfetto tappeto per le aperture tecniche del comparto strumentale: tanto le due asce che la sezione ritmica appaiono in ottima forma, fornendo una prestazione altamente sopra le righe. Supportato poi da una produzione potente e perfettamente bilanciata, "Submersion" ha il pregio di essere un album che non subisce alcun calo durante i suoi quasi 50 minuti di durata, mostrandoci una band a proprio agio sia su pezzi più lunghi come l'opener "Immortal Consciousness", sia quando si tratta di concentrare le loro forze in meno di tre minuti - questi ultimi i momenti in cui escono fuori le influenze Mathcore -.

Come detto già all'inizio di questa recensione, la proposta dei DWE è estremamente interessante; certo, magari "Submersion" non è un album che potrà piacere proprio a tutti, ma se siete amanti tanto del tecnicismo ad ogni costo quanto della frangia più moderna del Death Metal, allora questo disco potrebbe essere facilmente una chicca da aggiungere alla vostra collezione.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Se pensavate che a livello di lunghezza di titoli nessuno avrebbe mai potuto fare concorrenza agli Inquisition (ma anche ai Nile, se è per questo), allora vuole dire che non avete mai conosciuto i polacchi Anima Damnata, arrivati con "Nefarious Seed Grows to Bring Forth Supremacy of the Beast" al terzo album, a dieci anni di distanza dal precedente. Un album che, tra l'altro, è quello dal titolo più corto, visto che i nostri hanno debuttato, dopo un paio di demo, con "Agonizing Journey Through the Burning Universe and Transcendental Ritual of Transfiguration" nel 2003, il cui successore è stato nel 2007 "Atrocious Disfigurement of the Redeemer's Corpse at the Graveyard of Humanity". Per quanto riguarda la line up vi rimando direttamente alle note informative sopra questa recensione.

Tematiche sataniste, anti-cristiane e nichiliste accompagnano il Brutal Death/Black Metal dei nostri che, come da titolo, è di sicuro tra annoverare tra le più violente e brutali bands di Polonia (e del Centro/Est Europa in generale). Non si perdono in fronzoli gli Anima Damnata e puntano, per tutti i 40 minuti circa di durata dell'album, a fare il maggior numero di "danni" possibile, partendo in quarta già con l'opener "The Promethean Blood" e spingendo sull'acceleratore costantemente senza rallentare praticamente mai. E se da un lato questo potrà far felice chi è solito ascoltare cose così incredibilmente violente, dall'altro può rivelarsi un'arma a doppio taglio: non posso negarvi che, dopo un po' - all'incirca già dal terzo pezzo -, il tutto comincia a diventare piuttosto monotono. Presi uno ad uno i pezzi sono ampiamente sufficienti, alcuni anche di più come "Praise the Fall of God" e "I Hail his Name", nell'insieme "Nefarious..." non è nemmeno male come disco, ma per l'appunto il rischio di annoiarsi dopo un po' purtroppo c'è.

Non è affatto un brutto disco "Nefarious..." e gli Anima Damnata sanno comunque il fatto loro. Il punto è che uno stile così diretto e votato interamente alla violenza più primordiale è estremamente di nicchia: questo il motivo per cui, parere personale, più in là di una sufficienza non si può andare.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Album di debutto per i Nihil Eyes, band inglese fondata dal cantante/chitarrista Casey Jones e dal batterista Szymon Ogiello, cui si unirà nel 2017 il bassista Max Morgan, il cui sound è totalmente devoto al Death Metal di scuola britannica: Bolt Thrower, Carcass, primi Paradise Lost, senza che vengano dimenticati passaggi Grind à là Napalm Death.

I Nihili Eyes saranno anche devoti allievi dei grandi gruppi della scena Death britannica, ma fortunatamente quello che possiamo ascoltare in "Black Path" non è affatto una copia carbone; il powertrio di Bradford semplicemente non disillude le attese di quanto ci si può aspettare, mettendoci però molto in quanto a personalità, facendolo senza alcun timore reverenziale. Già dall'autoreferenziale opening track possiamo capire che abbiamo davanti un lavoro particolarmente interessante, in cui il marziale British Death si unisce perfettamente a sfuriate dal sapore Grind e in cui, pur non mancando proprio del tutto, c'è poco spazio per la melodia. Diversi stili si possono ascoltare durante "Black Path", così si passa dalla rocciosa "Lord of Flies" alla più doomeggiante "As the Water Falls" - praticamente un vero e proprio omaggio ai Paradise Lost -, fino alla rapida scarica di violenza in stile Napalm Death di "True Nihilist", che guarda caso è anche il pezzo che maggiormente ho apprezzato di quest'album al pari della seguente "Treachery and Id" (ho letteralmente amato i primi 30" di questa canzone).

"Black Path" è un album che mantiene le proprie promesse, omaggiando la scena estrema britannica senza scopiazzarla e che riesce ad avere anche una certa varietà. Un lavoro come detto interessante, che risulterà esserlo maggiormente per i fans dello UK Death e che sono alla ricerca di nuove bands per quanto riguarda questo inconfondibile stile.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

A molti, purtroppo, il nome degli Undecroft dirà ben poco. Eppure questa band, nata nel 1991, per i cultori del sottobosco metallico è un nome quasi leggendario; formatisi 26 anni fa in Santiago, Cile, rilocatisi poi col tempo prima in Svezia (Stoccolma) e poi in Germania (Amburgo), la Death/Thrash band sudamericana in cui troviamo alla chitarra l'ex Necrophagist Björn Vollmer arriva con "The Seventh Hex" al suo settimo album - o la sua settima maledizione, in questo caso -, prodotto dalla label salvadoregna Morbid Skull Records, dopo che in passato i nostri sono stati anche nell'orbita di Season of Mist. Un cambio di label che, presumo, sia stato fortemente voluto dai nostri per avere più libertà di movimento, stilisticamente parlando.

Per quaranta minuti gli Undecroft martellano nella maniera più semplice possibile: un Death/Thrash diretto e sfrontato, senza alcun compromesso. Gli ingredienti per una ricetta vincente ci sono tutti: dai riff taglienti alle parti soliste ben ispirate, fino ad una sezione ritmica rocciosa, passando per le harsh vocals di Alvaro Lillo, autore di una buonissima e duttile prova con ottimi passaggi growl - vedasi "Sing the Die Song", ad esempio. E' una prova muscolare, quella degli Undercroft, con canzoni in cui mancano del tutto inutili orpelli messi lì per abbellire la proposta: non ne hanno bisogno e restano fedeli a quella che è la loro proposta, né più né meno. Non sentirete nemmeno un difetto in "The Seventh Hex": la produzione è buon e "sporca" il giusto, sia la durata dei pezzi che il totale dell'album sono precisamente nella media ed in più ho trovato particolarmente azzeccata la scelta di cantare sia in inglese che in spagnolo. Sono anzi due delle tracce cantante in iberico idioma ad essere le più interessanti del disco: "Femicidio" e "Miseria de Barro".

Trovo che qualora ancora non abbiate fatto conoscenza con gli Undercroft, sia arrivato il momento buono per farlo. La loro è una proposta onesta, piena d'attitudine e che difficilmente lascerebbe scontenti i fans di queste sonorità perfettamente a cavallo tra la compattezza del Death e la rapidità d'esecuzione del Thrash. Una possibilità, insomma, questi cileni trapiantati in Europa la meritano eccome: "The Seventh Hex" è di sicuro un album a cui dedicare ben più di un ascolto.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    12 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Non è che quello che abbiamo qui davanti brilli particolarmente per originalità, diciamo. A cominciare dal nome della band in questione, From North, e conseguente titolo eponimo del disco, fino al genere del quintetto svedese: Viking Metal. Ma per lo meno una band svedese che suona questo genere è normale, al contrario di una italiana o spagnola, così per dire... Anyway, gli svedesi From North debuttano ad un solo anno dalla loro formazione con questo disco di undici tracce prodotto da Downfall Records.

Il sound rispecchia pienamente i canoni del genere, ossia un Melodic Death con forti richiami Folk; tutto nella norma insomma, direte voi, qualcosa di già sentito e risentito: vero, ma solo in parte. In parte perché "From North" è un album che ci mostra una band già matura, in cui mancano del tutto soluzioni semplicistiche che si potrebbero facilmente trovare in un disco di debutto - arrivato tra l'altro senza essere preceduto da alcun demo o EP -. Un album che, forse anche un po' a sorpresa, riesce ad essere tra i migliori nel genere usciti negli ultimi anni grazie ad un buon songwriting in cui la band svedese riesce a fondere sapientemente le "anime" presenti nel proprio sound senza che una prevalga prepotentemente sull'altra, riuscendo a portare l'ascoltatore nel loro mondo e in una visione completa della mitologia nordica - naturale tema portante per i From North -, grazie a pezzi come "He who Hates", "Mead of Poetry", "Sworn Brotherhood" ed "Ormr Inn Langi". Non manca ovviamente un tocco epico, che ha il suo culmine nell'ottima "Last Appeal", pezzo migliore dell'album a mio avviso al pari con la seguente "Ships Tale", altra gran bella canzone che mi ha ricordato non poco gli spettacolari Ereb Altor.

Quindi ok, l'originalità è ben lungi dall'essere presente in questo primo lavoro dei From North, ma Håkan Johnsson e soci sono riusciti a tirar fuori un bel lavoro con naturalezza, senza bisogno di strafare. L'inserimento di elementi Folk, bagpipes in primis, risulta essere una soluzione vincente ed allo stesso tempo non preponderante: i momenti folkeggianti sono insomma presenti, ma non snaturano le sonorità proposte dai nostri, dando invece quel tocco d'epicità e di varietà che male non fa nell'economia totale del disco. Interessante scoperta, dunque, questi From North, il cui disco d'esordio è caldamente consigliato - sì, l'ossimoro è voluto - agli amanti di questo nordico genere.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Qualche tempo fa si discuteva con amici di come alcune percezioni cambino da band a band. Mi spiego: si parlava di come a volte il rimanere fedeli a se stessi di alcuni gruppi sia visto di buon occhio (vedi Obituary o Manowar), mentre per altri lo stesso discorso non vale, risultando alla lunga noiosi, ad essere buoni; lo stesso discorso è da fare per chi cambia il proprio stile con ottimi risultati (es. Incantation) e chi meno o per nulla (Sepultura, Morbid Angel). Ritornando alla prima casistica, i The Black Dahlia Murder ne rientrano a pienissimo titolo.
Formatisi in un periodo come i primissimi anni 2000, in cui l'ondata Nu Metal cominciava già a diventare stantia ed obsoleta (tradotto: la moda era bell'e che finita e la moltitudine di gruppi di quel periodo cominciavano ad essere quasi un peso sia sul mercato che per gli stessi fans), Trevor Strnad e soci arrivarono come un tornado con una soluzione semplicissima: un Melodic Death Metal totalmente devoto agli At the Gates in cui trova spazio la marcia violenza dei Carcass, il tutto condito con un'enorme tecnica strumentale. Sedici anni dopo ed arrivati all'ottavo album, TBDM non hanno cambiato di una virgola quella che è la loro proposta. Mai. Nemmeno per un secondo. Con tutti i pregi ed i difetti del caso.

Eccoci quindi a parlare di "Nightbringers", ottavo album, come detto, per la band di Detroit. Ed alla luce di quanto detto qui sopra, essendo un album dei TBDM si sa già cosa bisogna aspettarsi: il sound della band americana è ormai un marchio di fabbrica indissolubile, con pezzi che raramente arrivano ai 4 minuti, una rapidità d'esecuzione invidiabile, così come invidiabile è la tecnica del quintetto. E quest'ultimo è anche un po' il difetto dei TBDM, visto che questo oltranzismo alla tecnica spesso sembra "coprire" i momenti più orecchiabili. Ma comunque sia, tutto è come sempre: il susseguirsi incessante dei riff, la sezione ritmica frenetica, la produzione chiara e potente, il cantato di Trevor come sempre in alternanza tra screamin' e growlin' vocals... ma anche qualche pezzo che fa più fatica degli altri ad emergere rispetto agli altri. Insomma, tutto nella norma! Ma stiamo comunque parlando di una band che ha trovato la propria formula vincente e che quindi, al netto di qualche difetto qua e là come già detto, è ormai tra quelle una cui canzone è riconoscibilissima dopo pochi secondi. Ed è così quindi che ci ritroviamo tra una martellante "Matriarch" e l'indovinatissimo primo singolo, la title-track "Nightbringers" col suo riff portante così incredibilmente catchy, passando per l'opening "Widowmaker" ed il rullo compressore di "Of God and Serpent, Of Spectre and Snake", "Kings of Nightworld" - ultimo singolo lanciato prima della release dell'album - ed "As Good As Dead", ad ascoltare semplicemente quello che "Nightbringers" promette di essere dai primi secondi: un album dei The Black Dahlia Murder. Cosa che per le migliaia e migliaia di fans di quello che ormai è un colosso della scena estrema mondiale è tutto ciò che serve per avere l'ennesimo capolavoro targato Strnad/Eschbach.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Nove tracce (otto più la solita inutile intro). Mezz'ora scarsa di musica. E gli indiani Gutslit sono capaci di letteralmente annichilire il malcapitato ascoltatore. Forti di un nuovo ottimo vocalist, Kaushal LS, la band di Mumbai formatasi dieci anni fa pubblica per Trascending Obscurity India questo "Amputheatre", secondo lavoro sulla lunga distanza che, al confronto, demolisce il già ottimo debutto "Skewered in the Sewer".

Poco meno di mezz'ora, dicevamo. Tanto basta ai Gutslit per farsi notare come una delle più interessanti realtà Brutal Death del circuito underground mondiale, probabilmente la migliore proveniente dall'Asia. Con un Kaushal LS che offre una prestazione varia e dinamica, il chitarrista Prateek Rajagopal che si dimostra una macchina sparariff incessante ed una sezione ritmica monolitica - con il batterista Aaron Pinto decisamente sugli scudi -, i Gutslit tirano fuori un album Brutal Death compatto e moderno, che riesce al contempo a strizzare l'occhio ad un sound vicino a quello degli inizi degli anni 2000. Andando a scomodare come termine di paragone due bands nostrane, la proposta dei Gutslit può in alcuni punti - quando decidono di accelerare - ricordare gli Hour of Penance del periodo "Pegeantry for Martyrs", mentre nei momenti più pesanti e monolitici, grazie anche ad una buona versatilità del loro vocalist, mi han fatto venire in mente gli immensi Putridity, così come possono ricordare, per i temi trattati, i canadesi Brodequin (che tra l'altro è il titolo della sesta traccia di questo disco). Tralasciando come sempre l'intro, il quartetto indiano dà il via al massacro con l'ottima "Brazen Bull", pezzo che si dimostrerà tra gli highlights dell'album insieme alla già citata "Brodequin", alla violenza concentrata (meno di tre minuti) di "Scaphism" e a quella che è la mia traccia preferita di questo lavoro, ossia la possente "Blood Eagle": è in questo pezzo che ci si rende conto a pieno dell'enorme potenziale che questa band ha.

Non è propriamente facile emergere nella scena Brutal Death. Molti sono i gruppi che, nonostante lavori degni di nota o una tecnica invidiabile, restano semisepolti nel sottobosco, non riuscendo a farsi apprezzare per quello che meriterebbero. Con "Amputheatre" i Gutslit reclamano invece senza timore reverenziale il loro posto: questa è, credetemi, una delle più interessanti uscite in ambito Brutal di quest'anno, un disco forte di una produzione potente e bilanciatissima ed un songwriting maturo che, seppur per nulla innovativo sia chiaro, ci mostra una band in forma smagliante, cui gioverebbe maggiormente l'inserimento magari di una seconda chitarra (ascoltate l'assolo di "Necktie Party" e capirete).

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Gli Incarnal si formano nel 2010 dai due ex membri dei Leviathan Karol Łapczyński (voce) e Krzysztof Kiecana (chitarra) e pensato come duo: sono infatti i due membri fondatori a registrare in un home studio sia il singolo di debutto, "Deathfront", che il primo album "Where Evil has its Beginning"; le buone critiche ricevute convinceranno poi Łapczyński e Kiecana ad ampliare la line up, facendo divenire gli Incarnal una band vera e propria, da qui all'entrata del chitarrista Alek Szymański, del bassista Mateusz Szymanek e del batterista Mikołaj Kujda è un passo. Con questa line up arriveranno dapprima l'EP "I Have Worn a Bird's Mask" - in cui invero manca Szymański, entrato dopo l'uscita di questo CD - e l'album "Hexenhammer", ed infine, dopo il deal con la label polacca Via Nocturna - che ha prodotto anche i miei concittadini ed amici Evil Never Dies -, questo "Mortuary Cult", terzo album per i deathsters polacchi.

Lo stile dei nostri non si discosta dal classico sound della scuola polacca: un Death/Black Metal estremamente tecnico in cui non mancano momenti più occulti e, potremmo dire, cerimoniali come, esempio a caso, l'ottima "Wolves of the God". Quello che subito risalta è come gli Incarnal si muovano come un unica entità, come si sente che questi anni passati assieme abbiano cementato l'unità d'intenti dei cinque musicisti coinvolti in questo gruppo: gli Incarnal sono insomma una macchina da guerra ben oliata, che per 35 minuti è totalmente votata all'attacco frontale. Non si ha un momento di calo durante "Mortuary Cult", fatto che fa capire come la band di Puławy abbia raggiunto un'ottima maturità compositiva. A dimostrazione di ciò abbiamo pezzi come l'evocativa "Wolves of the God", l'arcigna opening track "Behold the King of Mortuary Cult" e le ottime "In Blood I Bathe" e "Cold as the Dead Man's Skin", la cui parte centrale è forse il momento migliore dell'intero disco.

Per gli amanti delle tipiche sonorità Death/Black dell'Europa del Centro/Est c'è quindi un'altra band da tenere estremamente sott'occhio. "Mortuary Cult" può essere per gli Incarnal il biglietto d'ingresso per uno stage più grande di quello battuto finora e con l'aiuto della label loro connazionale hanno la possibilità di avere una fetta di pubblico ben più ampia. Cosa che, se ascolterete questo consigliatissimo album, ne converrete è più che meritata.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Daniele Ogre    09 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

I Bloodstrike, da Denver (Colorado), si formano nel 2013 per volere del chitarrista Jeff Alexis e della cantante Holly Wedel; dopo aver reclutato la bassista Rhiannon Wisniewski (ex Acheron e Somnus), il chitarrista Joe Piker e l'ex Havok Ryan Bloom alla batteria, i nostri debuttano nel 2015 con l'album "In Death We Rot", dopo che nel 2014 era uscito il demo "Necrobirth". Il qui in esame "Execution of Violence", licenziato da Redefining Darkness Records, è dunque il secondo album per la band statunitense, dedita ad un Death Metal della vecchia scuola, che punta più all'impatto rispetto alla velocità d'esecuzione.

Il giocare coi cambi di tempo risulta essere il leitmotiv del sound dei Bloodstrike, che passano con naturalezza da sonorità lente e pesanti ad accelerazioni improvvise e ferali, guidate dal buonissimo lavoro dietro le pelli di Bloom; non credo sia un caso, dato il suo passato negli Havok, che le parti più veloci abbiano un tocco thrashy che riesce a dare una certa varietà alla proposta del quintetto americano, che non ha remore a lasciarsi andare a passaggi che prendono insegnamento dalla scuola Black norvegese meno "oltranzista", come possiamo sentire nella parte centrale di "Creeper", che per alcuni versi mi ha ricordato certe soluzioni care agli Emperor. Anyway, nei quasi 38 minuti di durata di "Execution of Violence" possiamo sentire una band che fa il suo in modo onesto, senza eccessi, senza un vero e proprio calo, ma anche senza che ci sia un picco più alto di qualità: riassunto in poche parole insomma, l'album dei Bloodstrike si attesta dall'inizio alla fine su una quieta sufficienza, senza che venga mai osato qualcosa di più che possa rimanere memorabile. E se da un lato può essere un bene, visto che comunque "Execution..." è un album che si lascia ascoltare, dall'altro può non esserlo proprio perché c'è ben poco che possa farlo risaltare nel marasma delle infinite uscite in ambito Death Metal. Non aiuta poi certo la prestazione vocale di Holly Wedel: non so nemmeno dirvi di preciso il perché, ma nell'insieme il lavoro della Wedel mi sembra in qualche modo altalenante, con passaggi anche discreti, ma molti altri in cui sembra quasi svociata e non particolarmente adatta a quello che i compari strumentisti stanno facendo.

Un disco dunque, questo "Execution of Violence", che un ascolto lo merita di sicuro. Ma credo che, come è stato per me, anche per molti di voi potrebbe risultare un album che difficilmente potrà passare così spesso dai vostri impianti stereo, proprio perché, come detto, nonostante la sufficienza sia pienamente raggiunta, non c'è assolutamente nulla che invogli a riascoltarlo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
228 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 23 »
Powered by JReviews

releases

Tanta roba questi Bigfoot!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dopo 30 anni vede la luce il debutto dei Java!
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un disco un po' moscio per la super voce di Robin Beck
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Revolution Saints con un album imperdibile per ogni amante della scena hard rock e aor
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Moritz, un buon melodic hard rock/aor capace di lasciarti soddisfatto
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Every Mother’s Nightmare, meglio lasciar spazio alle nuove leve?
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

demo

Metal dalle forti influenze prog in questo interessante debutto degli Shade of Echoes
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Dead Medusa ed un EP con troppo minutaggio sprecato
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Interessante la proposta di Freddy Spera e del suo solo project Crejuvent
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Secondo EP per i finlandesi Distress of Ruin
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Stilema: folk metal lirico!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Demo per la One Man Band romena Vorus: in formato cassetta!
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla