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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Giugno, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il 2016 è stato un anno intenso per questa infaticabile one-man band della provincia di Piacenza, i “Chiral” infatti, attivi/o dal 2014, hanno partorito un buon numero di uscite ed arrivano ora con questa nuova release, dal titolo “Gazing Light Eternity”. Quattro brani per un concept diviso in altrettante parti, dalla considerevole durata, si rasenta il quarto d' ora di musica, solo per il primo pezzo “Part I (The Gazer)”, con il quale inizio l' ascolto. L' atmosfera è marcia e lenta. Tutto intorno a me diventa pesante e ritmato, quando lo scream iniziale fa la sua comparsa e tutti gli strumenti entrano in gioco, mi trovo di fronte ad un buon Depressive Suicidal Black Metal, che quasi immediatamente, inizia a correre su binari strumentali e distorti. Un ritmo cadenzato e pregno di tormento, l' assolo poi, è una carezza sui timpani, veramente qualcosa di inaspettato ed entusiasmante, nonostante non sia in linea con l' atmosfera che ci si aspetterebbe. Il brano scorre bene, la ripetizione delle fasi e dei riff, non fa che aumentare il senso d' angoscia generatosi e tuttavia non annoia, poiché spesso “sporcato” o arricchito, dall' entrata in gioco di altri strumenti che si fanno sentire magari anche per poche battute, che riescono a rendere “fresco” e godibile, un pezzo di quasi quindici minuti, che si ripete...
Buono il lavoro alla batteria, minimale ma adatto, con quale guizzo di virtuosismo qua e la, anche se, spesso ovattato da una produzione non brillante, ma è anche questo il bello del genere stesso, quindi per me è un punto a favore. Il finale poi, addolcisce amaramente, un brano di tormento che non si da pace, dove non c'è spazio per l' autocommiserazione, ma solo per la rabbia incontenibile, per una vita infelice.
“Part II (The Haze)”, parte molto più dolcemente, con un synth che penetra a fondo nel cuore e delle note in acustico che squarciano l' anima. L' atmosfera rispecchia il luogo immaginario che si para dinnanzi ai miei occhi : un giardino fatato, un sole onnipresente, con uccellini ed un' altalena... la dolce voce femminile che si intreccia a quella più virile in un dialogo recitato, non fa che aumentare questa sensazione di “limbo” in cui tutto è perfetto e statico, dove tutto va bene, eppure manca qualcosa. Un brano molto diverso dal precedente, un lavoro unplugged fatto di sensazioni, atmosfera ed immagini evocative, con voci distorte, che stranamente risultano dolci e non malsane, davvero bello, un brano da ascoltare !
Arrivo quindi al terzo atto con “Part III (The Crown)”, e tornano i territori puramente Black Metal, a momenti più atmosferici, misto ad altri più violenti. Inserti melodici ci accompagnano nell'ascolto per quasi tutto il brano, arrivando anche ad inserire voci “epiche” e cavernose molto in secondo piano, come canti gregoriani in lontananza, che vanno ad alternarsi allo scream/yelling, forse non troppo acido per quanto richiesto dal brano stesso, ma che tuttavia, riesce a trasmettere il senso di tormento che si era proposto, non un brano estremamente disperato comunque, la ripetitività riesce a creare quel ristagno malsano in cui le nostre vite marce sguazzano e quando il brano esplode, possiamo apprezzarlo finalmente appieno.
Siamo giunti purtroppo all' ultimo pezzo “Part IV (The Hourglass)”, con una intro lenta e atmosferica, un fischio nell' ombra, tamburi... e poi una crescente sensazione di smarrimento... Torna l' immaginario giardino, il suono di un fiume, e poi si nuovo il sole opprimente. Un brano quasi psichedelico, che combina l' Atmosferic Black metal, con l' Ambient e suoni fatati che richiamano i Dismal. In ultima analisi, è sicuramente un lavoro molto particolare e non per tutti, ma paradossalmente, è un qualcosa, che tutti dovrebbero ascoltare...

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    15 Mag, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il Death metal nasce verso la fine degli anni '80, come estremizzazione del Thrash metal, per lo più nelle tanto amate regioni scandinave, da band che sono sempre state avanti in quel campo, e quasi parallelamente, si viene a creare uno stile analogo, ma profondamente molto differente, negli Stati Uniti. Forse, anche per questo motivo, il Death Metal trae spesso linfa vitale dai martellanti giri Thrash e spesso le due cose si fondono, finendo per diventare una cosa sola. E' questo il caso degli “Hastur”, band molto interessante che è rimbalzata all' attenzione di chi ha l' occhio lungo per l'underground, con l' album “The Black River”. Un concentrato di rabbia e violenza controllatissima e tremendamente efficace già dal primo brano “Black River”, ma, a sorprendermi, è stato l'interessantissimo guitar working della seconda traccia “Consumer the Soul”, mai banale, mai scontato e sempre in primissimo piano al centro dell' attenzione. Una sei corde che da il meglio di se saltellando sul tappeto di martellate dietro le pelle, che non disdegnano momenti tiratissimi in doppia cassa e altri più ragionati. “Infamous” parte subito a trecento all' ora e non c'è un attimo di tregua. E' il pezzo giusto al giusto posto della tracklist, che trovo come corretta e naturale proseguimento di “Consumer the Soul”. Fanno il loro ingresso le tastiere, che nella seconda parte del brano, contribuiscono a smorzare la furia iniziare e creare l' atmosfera marcia e macabra che si andava perdendo per far posto alla raffica di violenza. Lo splendido riffing di “Possessed”, cattura totalmente la mia attenzione, grande è il coinvolgimento emotivo che crea innanzitutto la sezione ritmica, contornata da una prima chitarra sempre attiva ed carismatica, che sfocia in un assolo crescente a metà tra l' hard rock più raffinato di Steve Vai e la rudezza di Pat O'Brien, e... la cosa si ripete ! Un brano favoloso, che non smetterei mai di ascoltare, con una carica ed una profondità pazzesca. Superbo. Se è possibile, si va ancora oltre con “The Clock of Evil” e la sua intro parlata, per non contare l'arpeggio di basso che apre la strada ad uno dei migliori esempi di Death Metal made in Italy, che abbia sentito negli ultimi anni. La nostra penisola infatti, si conferma sempre ad altissimi livelli per quanto riguarda il metallo della morte, basti citare gruppi come “Fleshgod Apocalypse” e “Hour of Penance” su tutti, senza voler scendere nei bassifondi dei fiumi di porpora, nominando Vulvectomy e band ultra-extreme che bazzicano il Death-Grind. Ma proseguendo, la meraviglia continua con “Hate Christians”, ed anche qui, la perfetta continuazione di un album che mi sta prendendo totalmente, non riesco a notare un passo falso o un giro banale, è tutto, incredibilmente perfetto e di più. A voler partire dalla sezione ritmica, ai giri solisti e persino la voce, che nonostante non scenda mai a livelli di growl veramente cavernosi e gutturali, è l' esatto timbro che dona ai brani ciò di cui hanno bisogno per essere vivi e, completandosi, nei magistrali assoli che sono sempre la chiusura del cerchio, per ogni pezzo che derivi dalla controcultura rock del secolo scorso. E questo ragionamento va a trovare conferma con “Brain Buried” ed il suo momento solista e il tempo che raddoppia e dimezza improvvisamente, creando vortici da cuore in gola, un delirio controllato, come sotto LSD. “Prisoner of Christ” è leggermente più legata ad una tradizione Grindcore, rispetto alle altre, ma anche qui è il Death-Thrash che regna, in un modo sublime e palesemente ispirato, con una blasfermia dirompente ed un' arte, che distrugge in secondo piano e prende forma sulle note di un pentagramma che sembra una pista di formula uno, quando le dita di un chitarrista maestro, sfrecciano sulla tastiera dello strumento. La fine purtroppo, arriva troppo prematuramente, con il brano numero nove, l' ultimo di questo “The Black River”, firmato “Hastur”, cioè “Purgatory” e a questo punto immagino abbiate tutti, voi cari lettori, immaginato la grandezza di questo album, un disco che si colloca di diritto tra le migliori uscite in ambito metal estremo degli ultimi anni, italiano e non, Concludo con la speranza che la band prosegua su questa strada e che possa presto sfornare altri lavori del genere, confermandosi uno delle migliori sorprese delle nuove leve, una band assolutamente da tenere d'occhio per le prossime releases. Tornando a questo particolare lavoro, lo consiglio altamente, non si tratta di un lavoro fatto bene, di quelli ce ne sono a centinaia ormai, si tratta di un album superlativo !

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    14 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2017
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Il Death metal nasce verso la fine degli anni '80, come estremizzazione del Thrash metal, per lo più nelle tanto amate regioni scandinave, da bands che sono sempre state avanti in quel campo, e quasi parallelamente, si viene a creare uno stile analogo, ma profondamente molto differente, negli Stati Uniti. Forse, anche per questo motivo, il Death Metal trae spesso linfa vitale dai martellanti giri Thrash e spesso le due cose si fondono, finendo per diventare una cosa sola. E' questo il caso degli “Hastur”, band molto interessante che è rimbalzata all'attenzione di chi ha l'occhio lungo per l'undergrond, con l'album “The Black River”. Un concentrato di rabbia e violenza controllatissima e tremendamente efficace già dal primo brano “Black River”, ma, a sorprendermi, è stato l'interessantissimo guitar working della seconda traccia “Consumer the Soul”, mai banale, mai scontato e sempre in primissimo piano al centro dell'attenzione. Una sei corde che dà il meglio di se saltellando sul tappeto di martellate dietro le pelle, che non disdegnano momenti tiratissimi in doppia cassa e altri più ragionati. “Infamous” parte subito a trecento all'ora e non c'è un attimo di tregua. E' il pezzo giusto al giusto posto della tracklist, che trovo come corretta e naturale proseguimento di “Consumer the Soul”. Fanno il loro ingresso le tastiere, che nella seconda parte del brano, contribuiscono a smorzare la furia iniziare e creare l'atmosfera marcia e macabra che si andava perdendo, per far posto alla raffica di violenza. Lo splendido riffing di “Possessed”, cattura totalmente la mia attenzione, grande è il coinvolgimento emotivo che crea innanzitutto la sezione ritmica, contornata da una prima chitarra sempre attiva ed carismatica, che sfocia in un assolo crescente a metà tra l'hard rock più raffinato di Steve Vai e la rudezza di Pat O'Brien, e... la cosa si ripete! Un brano favoloso, che non smetterei mai di ascoltare, con una carica ed una profondità pazzesca. Superbo. Se è possibile, si va ancora oltre con “The Clock of Evil” e la sua intro parlata, per non contare l'arpeggio di basso che apre la strada ad uno dei migliori esempi di Death Metal made in Italy, che abbia sentito negli ultimi anni. La nostra penisola infatti, si conferma sempre ad altissimi livelli per quanto riguarda il metallo della morte, basti citare gruppi come “Flashgod Apocalypse” e “Hour of Penance” su tutti, senza voler scendere nei bassifondi dei fiumi di porpora, nominando Vulvectomy e band ultra-extreme che bazzicano il Death-Grind. Ma proseguendo, la meraviglia continua con “Hate Christians”, ed anche qui, la perfetta continuazione di un album che mi sta prendendo totalmente, non riesco a notare un passo falso o un giro banale, è tutto, incredibilmente perfetto e di più. A voler partire dalla sezione ritmica, ai giri solisti e persino la voce, che nonostante non scenda mai a livelli di growl veramente cavernosi e gutturali, è l'esatto timbro che dona ai brani ciò di cui hanno bisogno per essere vivi e, completandosi, nei magistrali assoli che sono sempre la chiusura del cerchio, per ogni pezzo che derivi dalla controcultura rock del secolo scorso. E questo ragionamento va a trovare conferma con “Brain Buried” ed il suo momento solista e il tempo che raddoppia e dimezza improvvisamente, creando vortici da cuore in gola, un delirio controllato, come sotto LSD. “Prisoner of Christ” è leggermente più legata ad una tradizione Grindcore, rispetto alle altre, ma anche qui è il Death-Thrash che regna, in un modo sublime e palesemente ispirato, con una blasfermia dirompente ed un'arte, che distrugge in secondo piano e prende forma sulle note di un pentagramma che sembra una pista di formula uno, quando le dita di un chitarrista maestro, sfrecciano sulla tastiera dello strumento. La fine purtroppo, arriva troppo prematuramente, con il brano numero nove, l'ultimo di questo “The Black River”, firmato “Hastur”, cioè “Purgatory” e a questo punto immagino abbiate tutti, voi cari lettori, immaginato la grandezza di questo album, un disco che si colloca di diritto tra le migliori uscite in ambito metal estremo degli ultimi anni, italiano e non, Concludo con la speranza che la band prosegua su questa strada e che possa presto sfornare altri lavori del genere, confermandosi uno delle migliori sorprese delle nuove leve, una band assolutamente da tenere d'occhio per le prossime releases. Tornando a questo particolare lavoro, lo consiglio altamente, non si tratta di un lavoro fatto bene, di quelli ce ne sono a centinaia ormai, si tratta di un album superlativo!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Forces of the Northern Night (DVD 1)

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dai tempi di gloria di “Enthrone Darkness Triumphant”, da cui i Dimmu Borgir non hanno sbagliato un colpo, piantando pietre miliari che hanno messo i cardini su ciò che il Synphonic Black Metal poteva essere, anche discostandosi dalla tradizione più oltranzista e “anti-commerciale”. E di certo non si può dire che non abbiano messo in chiaro di sapere cosa stessero facendo, di album in album, la band norvegese non ha sbagliato mai un colpo, dal già citato “Enthrone Darkness Triumphant” ; “Spiritual Black Dimensions” e “Puritanical Euphoric Misanthropia”, fino a quella vera e proprio bomba nucleare che è stato “Death Cult Armaggeddon”. Il primo, se così si può chiamare, passo falso, è stato il tanto chiacchierato “In Sorte Diaboli”, da me sinceramente, in ugual modo apprezzato. Quello che invece, veramente mi ha fatto storcere il naso, è stato l'ultimo album “Abrahadabra”, dove, con una band mutilata di ben tre elementi cardine (certa gente ancora piange l' abbandono di Vortex...), è sembrato più un voler ribadire di essere ancora vivi e vegeti, che una vera e propria forma di espressione (Quella “Dimmu Borgir”, che sa tremendamente di autocompiacimento..!), tuttavia, oggi tornano sulle scene (e nei chiacchiricci metallici), con un doppio DVD live, chiamato “Forces of the Northern Night”. Il primo disco, registrato a Oslo, presenta immediatamente la vera, reale chicca, cioè la presenza della magnifica “Kringkastingsorkestret Orchestra”, meglio conosciuta come “Norwegian Radio Orchestra” e del suo Coro, a cui viene lasciata l' apertura totalmente strumentale di “Xibir”, che devo dire riesce a far crescere l' hype, fino all' esplosione della prima vera track, “Born Treacherous” con un intermezzo corale, veramente suggestivo. La carica però sfuma immediatamente quando parte “Gateways”, che, nonostante la presenza in scena di “Agnete Maria Forfang Kjølsrud” a dare man forte a Shagrath, con la sua pungente voce femminile, presenta un mixaggio veramente insoddisfacente, con i volumi sfasati e le chitarre che paiono inesistenti. A questo punto, è di nuovo la “Kringkastingsorkestret Orchestra” a dimostrare la sua maestria, interpretando “Dimmu Borgir”, con i loro strumenti ben lontani dalle distorsioni ribassate dei blacksters, che però non fanno attendere molto per tornare on stage, dato che lo stesso pezzo “Dimmu Borgir”, viene ripetuto questa volta normalmente, tanto da sembrare un prolungamento della stessa. Dopo i saluti al pubblico di Shagrath, subito si riparte con una raffica di doppia cassa, con “Chess with the Abyss”, dove però, mi dispiace dirlo, ma la chitarra di “Galder”, è totalmente assente. Lo vediamo suonare a vuoto, senza il suono e la cosa fa davvero male... tanto più che assistiamo ad una “Ritualist”, assolutamente non al loro livello, ma che puzza tanto di “riempitivo”, fino ad un brano che torna ad innalzare il livello della band on stage, cioè “A Jewel Traced Through Coal” dove mi rendo conto che le bellissime ragazze del coro, sono inquadrate molto spesso, a differenza del povero Brat alle tastiere, praticamente dimenticato dai cameraman. “Eradication Instincts Defined”, segna la fine della prima parte dello show, anche questa lasciata agli archi dell' orchestra, senza la band in scena. Da questo momento, sono i classici a farla da padrone, si torna in pompa magna, con un gustoso cambio d' abiti, con la sensazionale “Vredesbyrd”, dove con gli effetti alla voce e le luci accattivanti, assistiamo ad una prova molto convincente, se non fosse per un problema assolutamente indigeribile : L' assolo non si sente ! Galder è un mimo che si muove sul palco, una marionetta che imbraccia una chitarra muta, il che è un peccato immenso. Il vero spettacolo metal, lo si ha però con la colossale “Progenies of the Great Apocalypse” ed il pubblico si infiamma, soprattutto godendosi la strepitosa parte clean, che una volta era affidata a Vortex, cantata magistralmente dal coro, in un intermezzo che mette i brividi ! Stessa formula, con “The Serpentine Offering”, dove lo show è veramente ai livelli degni di una band del genere, che supportato da una magnifica orchestra, non può che raggiungere dei livelli epici immensi. Anche questo brano, affida la sua clean al coro e la scelta è oltremodo vincente ! “Fear and Wonder”, in mano alla “Norwegian Radio Orchestra”, da ai nostri, il tempo di cambiarsi di nuovo d' abito e di far riprendere le corde, vocali e non, per tornare in scena con “Left are the kings of the carnival creation...Carrying out the echoes of the fallen...” e la sua terzina di piano a mettere i brividi ai presenti e non. Unica pecca, anche qui, è la chitarra di Galder, del tutto inesistente, e dopo la strepitosa strofa clean, come sempre affidata al coro, mi trovo a sospirare malamente durante l' assolo dell' axeman pelato, che è totalmente muto. Le immagini sul tabellone e nel disco, vengono alternate a quelle riprese da un cellulare (?!!) sulle luci rosse di “Puritania” e, tra i continui incitamenti di Shagrath al pubblico, ci avviamo all' ultima fatica on stage con “Mourning Palace”, con un Galder totalmente dimenticato ormai, come se la sua chitarra non fosse collegata, tanto da avere silenzio, nei momenti in cui gli altri strumenti hanno le pause. Una cosa scandalosa !
Un ultimo brano, un ultimo momento di gloria, viene lasciato ai maestri della “Kringkastingsorkestret Orchestra”, che esegue sul finale “Perfection or Vanity”, che vede il ritorno della band sul palco, per ricevere i saluti e gli acclami del pubblico, in un bagno di folla, con tanto di inchino. Le inquadrature sfumano tra numerose carrellate tra pubblico e musicisti e tra i titoli di coda, sfuma così il primo disco.

Northern Forces over Wacken (DVD 2)

Nella suggestiva luce del tramonto, sul palco sul Wacken, uno dei festival metal più importanti a livello mondiale, che non ha certo bisogno di presentazioni, partono quasi immediatamente le note orchestrali di “Xibir” e mi rendo subito conto che qui è tutta un' altra musica, paradossalmente parlando ! Con un mixaggio serio ed un impianto audio veramente degno, questa volta i Dimmu Borgir possono veramente esprimersi al meglio, tant'è che appena “Born Treacherous” fa esplodere lo stage, mi ritrovo ad ammirare la grande band che ho imparato a conoscere in tutti questi anni, a parte un Silenoz totalmente pelato, tanto che si fa fatica a distinguerlo da Galder, se non fosse per la corporatura molto differente. I costumi sono diversi, qui si torna al classico look nero e borchiato e nel complesso il tuto si presenta in modo molto più professionale e notevolmente migliore del primo disco. “Gateways” apre anche ad una regia più accattivante, con delle luci sul verde che aumentano il senso di magnificenza e marciume (!!!) che la band riesce ad esprimere, anche grazie ad una strepitosa performance di Agnete Maria Forfang Kjølsrud, che esprime una enorme cattiveria e malignità. Come la tracklist del disco precedente, anche qui “Dimmu Borgir” viene ripetuta due volte, la prima eseguita in modo totalmente strumentale, dalla sempre stupenda “Norwegian Radio Orchestra”, in cui alcuni membri hanno addirittura accennato ad un timido facial painting, e poi risuonata immediatamente dopo, in modo normale dalla band che nel frattempo ha cambiato outfit e, devo dire, che qui si sentiva la mancanza del metal on stage ! Mi colpisce poi, la bella prova del drumming in “Chess with the Abyss”, ma soprattutto, ad attirare la mia attenzione è il coro di “Ritualist”, molto valorizzato, complice anche l' intro in acustico del brano stesso. Quando già mi trovo ad essere molto soddisfatto da questo “Northern Forces over Wacken - DVD 2”, ecco che “A Jewel Traced Through Coal” innalza notevolmente il livello e il tutto è veramente coinvolgente. Anche qui i cameraman si soffermano spesso e volentieri sulle bellissime ragazze presenti tra i musicisti dell' orchestra e tra il coro e devo dire che mi trovo ad apprezzare la cosa ! Anche qui, come già avvenuto nel live precedente, “Eradication Instincts Defined” segna la metà dello show, il momento in cui i classici della band la faranno da padrone. “Vredesbyrd” e i continui incitamenti al pubblico di Shagrath, aprono la strada al brano forse più famoso dei Dimmu Borgir, cioè “Progenies of the Great Apocalypse” con tutta l' orchestra che abbandona la serietà tipica del loro ambiente e si lascia andare a corna al cielo ed è coinvolgente il loro divertimento. Anche qui, il coro esegue magistralmente la strofa in clean vocals, che una volta apparteneva a Vortex e senza perdere un secondo si riprende con “Fear and Wonder” affidata agli orchestrali, prima di un momento magnifico, con degli effetti visivi strabilianti ed un Galder che questa volta riceve il giusto spazio, mi godo una splendida “Kings of the Carnival Creation”, eseguita in modo impeccabile, con un assolo sorretto dagli archi in uno spettacolo assoluto. A questo punto, Shagrath chiede al pubblico se è stanco o ne vuole ancora e con il palco immerso in luci rosse al neon, ecco la distorsione vocale di “Puritania”, numerose sono le inquadrature dedicate al pubblico in questa fase e dopo il grande applauso dedicato alla “Kringkastingsorkestret Orchestra”, siamo pronti per il gran finale, con “Mourning Palace”, con i seri orchestrali che hanno abbandonato le facce professionali per lasciarsi andare totalmente in un divertimento collettivo, ad una fratellanza che unisce e varca i confini dei generi, che solo il grande metal riesce a donare. Unire due stili così diversi da essere agli antipodi, qui diventano un unica, magnifica, emozionante e stupenda, cosa sola ! I saluti finali si hanno sulle note di “Perfection or Vanity”, mentre la band si gode il bagno di folla e i titoli di coda scorrono on screen.
In ultima analisi che dire, si tratta di un lavoro controverso, che pare essere stato rilasciato tanto per ricordare che i Dimmu Borgir sono vivi e che esistono ancora, ma che non aggiunge niente di nuovo alla storia di questa band, che pare non riuscire più a mantenere gli standard che essa stessa ha delineato. Tuttavia, i DVD sono piacevoli e l' unica pecca è il mixaggio ridicolo del primo disco, anche se poi con il secondo si recupera alla grandissima e mi chiedo il perché di questa scelta, visto che sarebbe bastato invertire i due live e risparmiarsi un veramente brutto biglietto da visita.
Consigliato a chi è fan della band, a chi vuole riscoprirla e a chi cerca del buon metal in video.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    26 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Wolf's Hunger vengono dalla Serbia e con una manciata di demo e lavori minori, più il titolo d'esordio “Retaliation in Blood”, sono riusciti a ritagliarsi un piccolo spazio di nicchia tra gli appassionati, tanto da riconfermare la cosa con il secondo full-lenght dal titolo impronunicabile “Bež’te živi vraćaju se mrtvi”, un Thrash-Black metal molto patriottico, come nei canoni del genere, basato sulla mitologia e le leggende serbe. Mi accoglie immediatamente la Title-track e mi sorprende la grande componente Thrash metal che incontro. Riffing in up che combinano i primi Kreator ad Exxodus e Slayer, con un ritmo leggermente più contenuto, ma che riesce a trasportare. La canzone è rapida, asciutta, e sinceramente, se non fosse per uno scream soffocato ed un low-fi di fondo che rievoca la glacialità di opere scandinave, di Black metal non c'è niente. Così come in “U Vatri Sazdan”, secondo brano dal ritmo sostenuto e dalla lunghissima e piacevole intro, un po' alla Slayer di “Season in the Abyss”. La cattiveria è tenuta in serbo (scusatemi il gioco di parole !), per il finale, dove la parte più puramente Black metal viene fuori. La band alterna i due stili, allacciandoli a dovere l' uno dietro l' altro, ma senza riuscire ad amalgamarli come mi sarei aspettato. Tuttavia, le lunghe melodie suonate dalle sei corde e gli assoli in puro stile Thrash, rendono piacevolissima lo scorrere dei brani. Molto più Black oriented è la numero tre “Gvozdeni Puk”, la prima dove appare un blast beat con tanto di scampanellio sui piatti che ben anticipa l' assolo, questa volta ben degno della NWOBHM. Lo zampino di Kerry King, mette il marchio a “Vostani Serbie” e gli accenni ai trascorsi degli Arch Enemy sono palesi, anche nel martellare tipico della band di Tom Araya. Mi tuffo in un mare di Black metal pieno di folk, con “Rusija”, un brano che sembra uscito dalla mente geniale di Arkanum, con delle spruzzate di Thrash moderno qua e la, ma il blast beat che mitraglia a metà pezzo non lascia dubbi. Devo dire che questo è uno dei brani migliori ascoltati fino ad ora. Scorrevole, pregno di oscurità e amore per la propria Terra. Un brano evocativo ed oscuro che dona un notevole spessore a tutto l' album. La numero sei è “Slava Gromu”, con il suo assolo iniziale, non cala minimamente di ritmo, anzi, come una bolla, continua a gonfiare questo “Bež’te živi vraćaju se mrtvi”, che ormai ha superato il suo punto di non ritorno. Il bridge smorza i tempi e la carica cade per qualche secondo, facendo però accrescere la tensione, in un crescendo di Hard Rock, Thrash Metal e NWOBHM, perfettamente miscelati tra di loro, che contornano il Black metal di base, oscuro quanto basta, pur non toccando punte di disperazione e cattiveria immense. “Lesinari ce slaviti moje ime”, riporta le atmosfere alla Arch Enemy, dosate in modo molto più progressivo questa volta, tanto da avere il suo climax a tre quarti dal finale, lasciato totalmente alla musica. Penultima posizione per un brano dal titolo “Egzekutor”, Thrash ferale e violento, quasi totalmente strumentale, cosa che apprezzo tantissimo, batteria in up con un tappeto di blast che rende impossibile tenere ferma la testa, ed in questa fase trovo anche dei cori a rafforzare il titolo. Brano che non brilla all' interno dell' album, se non fosse per il grandioso assolo sul finale, che riaccendo un pezzo che, altrimenti, non avrebbe avuto niente da dire.
Arrivo quindi all' atto finale “Rod” e alla sua cavalcata Thrash, dalla intro chilometrica. Rabbia e cattiveria qui si fondono per appena due minuti e trentasette secondi, che però, chiudono degnamente un gran bel lavoro, che merita sicuramente più considerazione dal grande pubblico metal.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    28 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
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Ci siamo, finalmente gli Ultha possono dire di aver trovato la strada giusta con “Converging Sins”, scrollandosi di dosso l' aria contaminata da “post-qualcosa” che si portavano dietro, così come i continui accostamenti alla parte più atmosferica del Black Metal. Oggi invece, trovano la loro giusta via, e la cosa è palese già dalla prima traccia “The Night Took Her Right Before My Eyes”, ben diciassette minuti di Black ferale e subdolo, maligno, tra momenti più cadenzati ed altri misti a furia cieca. Tuttavia, il lavoro è strettamente legato a doppio filo con il Depressive Suicidal Black Metal, la voce è uno yelling viscerale sperduto nella notte in una tempesta feroce. La ricerca della circolarità del brano, mantiene alto il ritmo e, al contrario a quanto si possa pensare, non annoia ma, anzi, trascina l' ascoltatore in un loop ipnotico, sorretto da una batteria mastodontica. Una mitragliatrice nel deserto delle nostre anime. Il brano alterna nel modo migliore, momenti carichi di rabbia, ad altri più disperati e pieni d'angoscia. Pensieri ansiosi e oscuri saltano alla mente, ascoltando i synth sinfonici lasciati a colorare un brano impregnato di tristezza, rabbia, impossibilità alla rassegnazione, il tutto poi va a eterizzarsi in un finale mistico, vaporoso, quasi “spaziale”, ed il feed out mi accompagna a “Mirrors In A Black Room” al numero due, ed al suo dolce arpeggio distorto iniziale; qui, al posto dello scream urlato del brano precedente, troviamo una malsana voce femminile che trasforma in una cantilena ipnotica tutta la prima parte, la disperazione più nera e tremenda arriva a metà del brano, voce uno scream forte come la bora, irrompe prepotente sulla scena e sovrasta ogni cosa, di colpo l' arpeggio che fino ad ora sembrava dolce e cadenzato, diviene malato ed inquietante. Si toccano i territori del Funeral Doom. Le due voci continuano ad intrecciarsi e tutto diviene magnifico, una sinfonia di pura arte oscura, un viaggo nel cosmo o immersi in un pozzo... nero e tormento è tutto ciò che troviamo, con una melodia che ci avvicina al divino, stiamo forse attraversando l'inferno per giungere altrove? Parte il brano più breve dell'album: “appena” cinque minuti e sedici per “Athame”, un vortice delirante, potente ed estremo, rabbioso e senza speranza. Depressive Suicidal Black Metal, unico, misto al black metal più canonico, senza denigrare ciò che è legato al “Post-Black”, con momenti più potenti, che annunciano “You Will Learn About Loss” ed il suo noise. I cori che si innalzano dallo statico, danzano sul blast beat scansando lo yelling, quasi quindici minuti di delirio. Una caduta costante e senza un appiglio, possiamo solo continuare a sprofondare in questo vortice nero. Non c'è un rallentamento, non c'è una pausa, né un momento più melodico o atmosferico, è un tritacarne che dilania la speranza e fa a pezzi ogni sentimento positivo, trascinandoci a forza nella disperazione e nella depressione più totale. Una enorme consapevolezza delle proprie capacità e conoscenza dei propri mezzi, una composizione che non annoia mai, in nessun momento, nonostante la grande durata dei brani e le continue ripetizioni. Vengo messo di fronte ad una fase che richiama i Satyricon dei decenni passati e ammiro estasiato, ciò che sono riusciti a creare nella parte finale. Brividi. Ultima, monumentale prova per gli “Ultha”, è la numero cinque “Fear Lights The Path (Close To Our Hearts)”, che purtroppo, con i suoi sedici minuti e quarantotto, chiude questo “Converging Sins”. L'inizio è pesante, sospirato, fatto di rumori e leggeri fraseggi distorti, al limite del noise. La base scandisce un tempo lento ma inesorabile, dove i suoni acuti dei piatti, fanno a botte con i ritmi oscuri, gravi e cupi delle chitarre, sorrette da un basso che è un'ombra opprimente nell'aria. Il primo accenno di voce, si ha molto oltre i cinque minuti di suono e non esiste passo falso. Un album compatto, che porta una formula ben definita sin dalle prime note, ma che non annoia mai, appena cinque brani per oltre un'ora di oscurità e disperazione in musica, un'esperienza grandiosa ed appagante, che riesce a toccare i meandri dimenticati dell'animo umano e che distrugge ogni cosa con la sua intensità e potenza. Da ascoltare, e riascoltare infinite volte, amare e sviscerare, in ogni sua emozione. Consigliato a chiunque!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    27 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

“Kopfjagd” è il primo demo della band “Wiking MCMXL”, black metal grezzo e confusionario che parte con l'accenno di un campionamento hitleriano; non sta certo a me giudicare tale scelta, io sono qui per la musica e, parlando per la musica, devo dire che non colpisce. Già dal primo brano “Duty & Honor”, si sente una grande voglia di emulare le sonorità e le atmosfere di Marduk e Gorgoroth, ma rischiando di ottenere qualcosa di prossimo alla noia. Lo scream è totalmente fuori contesto, una specie di “lamento” che vorrebbe essere quasi un richiamo ai Mayhem di “De Mistiiris Dom Sathanas”, ma che non fa altro che togliere spazio all'unica cosa più degna di nota: le chitarre, che non suonano banali, ma hanno degli spunti interessanti. Non mi convince la batteria che mi sembra piatta e ovattata, messa totalmente in secondo piano. Le cose migliorano leggermente con “JagdPanther”, ma anche qui siamo lontani dal gridare al miracolo. Il sound diviene più pungente e potente, migliorando notevolmente nella seconda parte. Qui si riconosce una struttura più delineata, ma la voce continua a non convincere con una performance non all'altezza ed il tutto risulta confusionario. Non basta fare molto rumore, per fare del buon black metal. Tornano i campionamenti di comizi pseudo nazisti con l'ultima traccia “Sonnenrad”, che non porta niente di nuovo. Tuttavia, il brano scorre e prosegue l'iperbole, migliorando man mano in qualità e capacità compositiva; sinceramente, si poteva fare di più, sia in termini di produzione, che di produttività, per non parlare del lato artistico. Ci sono solo tre pezzi in questo "Kopfjagd", date un'ascolto, magari la vedrete diversamente da me che non ne sono rimasto colpito positivamente.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Io amo il Depressive Suicidal Black Metal. Quando sono in un momento “no”, è ciò che ascolto per toccare il fondo e poi riprendermi, però, purtroppo (o per fortuna...) non capita spesso di recensire questo genere, forse un po' “dimenticato”. Il fratello scomodo del Black Metal infatti, viene preso in considerazione molto raramente da una band, la maggior parte delle volte, ci troviamo di fronte alle sofferenze solitarie di un singolo artista, che si occupa di tutti gli strumenti, e che mette in musica il suo tormento, modificando e rallentando e distorcendo, il Black Metal.
Questo sembra essere esattamente il caso di questa One Man Band italiana, chiamata “Damnatus”, con il suo Ep d' esordio dal titolo devastante “Io odio la vita”.
Premo quindi play e mi lascio avvolgere dalle tenebre malate della Intro iniziale. Mi accoglie un sound molto più “chiaro” di quanto mi aspettassi, ma forse è solo la sensazione illusoria di queste note singole di piano, chitarra e basso intrecciate, a far sembrare il tutto più fruibile, infatti, con la chitarra distorta di “Primavera Depressa”, si sprofonda in un vortice di depressione e tormento, dove gli accordi, danno il giusto senso di “ristagno” di una vita che non vede via d'uscita. Quello che non convince, è lo scream forse un po' troppo sforzato, che non trasmette il senso di disperazione viscerale, che non lascia scorrere via il tormento che si era proposto di trasmettere. Gli inserti parlati in clean poi, non fanno altro che aumentare questo senso di controllo, penalizzando la parte disperata e senza via d'uscita. Un brano che, nonostante funzioni, non è mai “fuori di se” per l'esasperazione che questo genere cerca di proporre. Tuttavia, la canzone è oscura, i canoni principali del Depressive, vengono rispettati in pieno e l'introspezione non manca, comparendo al punto giusto nel pezzo. Al numero due, è “Ricaduta”, a proseguire il viaggio nella mente senza speranza di Damnatus. L' arpeggio iniziale è ciò che serve per portare malinconia e oppressione che saranno poi spazzate via da un carico di sentimenti negativi, nella distorsione degli strumenti. Qui anche la voce migliora notevolmente e la sensazione di “Depressive Suicidal Black Metal” è totale. Un brano assolutamente superiore al precedente, una carrellata in musica che richiama band come Abyssic Hate o le terrificanti visioni allucinate messe in musica da Malefic, sotto il nome di Xasthur. Il livello di disperazione e terrore trasmesso qui è ben oltre la sensazione iniziale, un brano magnifico, una prigione senza sbarre, che comunque non ha via d'uscita, l'assolo sulla parte finale, dà il colpo di grazia, come un ultimo, malinconico requiem, per chi urla la sua fine su una base della vita, che non conosce luce. Prosegue sullo stesso, corretto binario “Le ferite non si rimarginano”, che con la stessa formula, colora di nero la mia stanza. Un riff ipnotico e granitico, che impressiona eppure culla, tenendoci riparati dal mostro sotto al letto, che si palesa nello yelling malefico e senza pace di una voce che urla al mondo, che esiste anch'essa. Straziante.
L'ultimo atto di questa breve corsa nel buio della depressione, è “Il ricordo inesistente di una vita andata a male”, che riesce a mettere i brividi già dal titolo stesso, paragonando se stesso ad un frutto marcio, il frutto di un amore che non è fiorito e poi sbocciato, dando frutto a nuova vita, ma creando un frutto marcio, che è destinato a decomporsi senza riuscire a fiorire a sua volta. Le chitarre sono immediatamente dure e violente, pesanti che, come una processione di infelici, si fanno spazio con accordi singoli e tremendi. Qui il yelling dei brani precedenti, lascia spazio ad un parlato tenue, un testo malinconico recitato in italiano, che è una presa di coscienza, un'accettazione, che si palesa nel momento in cui la distorsione svanisce e il pezzo continua in uno strumentale clean. La seconda parte del brano poi, stravolge il tutto, facendo tornare il tormento, che stranamente riaccende la speranza. Un non accettare tutto questo dolore, un dire di no alla morte e volere cercare ancora una possibilità, urlando nel buio, per essa. Un brano magnifico, come magnifico è tutto questo “Io odio la vita”, una prova ottima per questa One Man Band, che ha forse messo il piede in fallo solo nel primo brano “Primavera Depressa”, che obiettivamente non è all'altezza degli altri e che, come biglietto da visita, non lascia ben sperare nelle capacità di questo artista, che poi invece, vengono a galla con fervore, negli atti seguenti. Assolutamente consigliato!

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Opinione inserita da Anthony Weird    21 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Tre anni dopo l' ultima release, “The Underground Resistance”, tornano i Darkthrone con questo nuovissimo ed attesissimo “Arctic Thunder”. Siamo abituati ormai ad avere un nuovo lavoro su cui discutere dei Darkthrone una volta ogni tre anni e, tra le solite polemiche che una band di tale rilevanza si porta dietro, arriva anche la curiosità si ascoltare cos'altro hanno Nocturno Culto e Fenriz, in serbo per noi.
Premo quindi play ed il riffing andante e regolare di “Tundra Leech” inizia a deliziarmi le orecchie. Dopo pochi giri, la voce soffocata e sofferente di Nocturno Culto apre le danze. Tutto è molto statico, rimanendo su velocità accessibilissime. Un Black Metal che richiama i loro primi lavori degli anni '90 e sono anche un po' sorpreso di come questa band sia sempre così fresca e coinvolgente, nonostante gli anni che passano e la formula proposta, sempre parecchio basica, con un tappeto grezzo e un riffing che richiama il Black'n Roll sul finale. Mi avvio così alla numero due “Burial Bliss” e qui la parola d' ordina è “grezzo”, così come le rocce dei fiordi della Norvegia. Riff circolari, che aumentano in velocità ed ampiezza di respiro, senza mai cambiare di formula. Gorgoglii disperati che sono molto diversi dallo scream più moderno. Tutta la composizione risulta piuttosto scarna, si sentono lacune di “vuoti” sotto le chitarre, ma è anche questo il fascino di questa band. L' arpeggio malsano di “Boreal Friends” e qui si fa sul serio. Torna il Black Metal più legato ai canoni dell' arte norvegese, con un drumming eccelso che rende il brano vario e mai statico. Si notano passaggi rasenti il Doom, che vanno poi ad intrecciarsi con terzine metalliche che profumano da NWOBHM, e non faccio fatica a dire di godermi il brano non poco mentre, purtroppo, si avvia sul finale. “Inbred Vermin” e la formula tende a ripetersi: Black Metal grezzo e granitico, che va a mescolarsi con sfuriate Heavy, che catturano l' attenzione e fanno molto molto piacere. Del resto, i Darkthrone hanno sempre osato e sperimentato con le contaminazioni e la ricerca in altri generi. Arrivo quindi alla title-track “Arctic Thunder”, posta alla numero cinque, con un'apertura favolosa ed una danza su un riff scarno, semplice ma funzionale, per un brano che in linea di massima non aggiunge niente di nuovo e rischia anche di passare inosservato, se non fosse per alcune soluzioni adottate dietro le pelli che lo rendono interessante, così come lo splendido ed inaspettato assolo, che va a chiudere il brano. Proseguo con “Throw Me Through The Marshes”, un ritmo lento e cadenzato, ma anche qui non si aggiunge granché a quanto ascoltato fino ad ora, nonostante dei passaggi del drumming molto interessanti, con qualcosa anche di derivazione jazz. Discorso totalmente diverso per “Deep Lake Trespass”, e qui si che riconosco la band che ho amato. Le chitarre alzano la voce e fanno vedere di cosa sono capaci, tra parti più dilatate e circolari e altri mid-tempo di pura matrice Thrash, mi trovo a muovere la testa sorridendo, per un brano veramente molto intenso, una delle migliori di tutto l'album insieme alla glaciale “Boreal Friends”. Ultimo brano, al numero otto, è “The Wyoming Distance” ed il suo palm-mute iniziale. Trovo poco da riportare, se non fosse per le metriche veramente chiuse e corte del pezzo, anche qui miste ad altri passaggi di più ampio respiro e sorrido, ascoltando il siparietto mantenuto sul finale.
In ultima analisi, un album dove i Darkthrone tornano alla grande, senza stravolgere ulteriormente il suono trademark e con un lavoro che non fa altro che confermare ed aggiungere una perla alla immensa carriera dei norvegesi. Senza gridare al capolavoro, si tratta comunque di un album validissimo, un nuovo gioiello per i fans della band.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    27 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Recensire un singolo! Impresa ardua, si perché se in un album puoi basarti su un buon numero di informazioni, dalla varietà compositiva, al rispetto del genere proposto, fino all'amalgama dei brani in scaletta, in un singolo hai molte meno informazioni a cui attenerti per dare il tuo parere (e mai giudizio, io non mi permetto di giudicare nessuno!). “A Silent God” è il secondo singolo che anticipa l'album di debutto “Where Hatred Dwells and Darkness Reigns”, degli svedesi “Zornheym”, atteso per quest'inverno, che devo dire inizia a convincere già dai primi secondi. Un bel mix di vari generi estremi su cui troneggiano sicuramente Black e Death metal, sapientemente combinati ed arricchiti da sinfonie che fanno, di primo acchitto, subito pensare agli Emperor.
Giri di chitarra furiosi, senza un attimo di pace, le pause a volte sparse lungo il brano non fanno altro che donare quella nota in più di terrore e tensione, che serve al suono per impattare ancora contro il nostro udito distruggendolo! Sono palesi le grandi capacità degli scandinavi, ed a questo punto, mi sale la curiosità di ascoltare tutto l' album! Le parti sinfoniche hanno una loro dimensione praticamente essenziale per “A Silent God”, ma non diventano mai opprimenti, né pesanti, restano in secondo piano, e ci si rende conto man mano che il brano non sarebbe più lo stesso senza. Con una sezione ritmica che è la vera anima del singolo, ciò che salta immediatamente all'attenzione è il grande lavoro di riffing, ma in genere tutto il guitar working, basso compreso, che va a dare forza ad una batteria martellante e dinamica, in pieno stile Blackned Death Metal. Aspetto quindi con impazienza “Where Hatred Dwells and Darkness Reigns” di questi “Zornheym” che, stando alle premesse, si preannuncia come un vero gioiellino! Qualcosa che i fans di Behemoth, Septicflesh e Necronomicon non devono farsi scappare!

Anthony

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