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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    13 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Agosto, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

E' ancora possibile oggi parlare degli Astarte? La primissima band Black Metal completamente al femminile, torna a reclamare la luce dei riflettori, impazienti di scoprire cosa gli Astarte sono oggi, dopo quel maledetto 10 agosto 2014, quando la piaga della leucemia ha purtroppo avuto la meglio sulla compianta Tristessa.
E poi scopriamo che, in realtà, si tratta di una riedizione: accanto a Kinthia, che si è occupata della maggior parte del lavoro - realizzando le voci, le tastiere e le chitarre - ed a Nemesis, che ha dato il suo contributo a tastiere e chitarre, troviamo Tristessa a suonare il basso, in questo “Doomed Dark Years”, la re-release dell'album del '98.
E quindi, senza indugiare oltre, oggi come allora, è “Passage to Eternity” ad aprire le danze. Synth inquietanti e tuoni in lontananza fanno il loro sporco lavoro, creando un' atmosfera immediatamente sinistra. “Voyage to Eternal Life” è però la prima vera canzone. Un Black Metal ferale e grezzo, che trasuda inquietudine e atmosfera. Nei suoi oltre nove minuti di durata, non annoia e non cala di tensione, da notare il basso che non solo è in primissimo piano, ma anzi collabora attivamente al riffing, creando una melodia maledetta che entra sotto la pelle. Senza un attimo di respiro, vengo catapultato nel riffing circolare e da tritacarne di “Throns of Charon Pt.I Astarte's Call”. Anni '90 in ogni nota, il Black Metal potente e perfetto come io lo intendo, senza nessuna fottuta intromissione tamarra per accattivare i metallarini, ma solo vero e puro Black Metal creato in modo magistrale da queste tre donne, queste tre immense artiste che non hanno mai cercato il consenso del grande pubblico (come altre band molto più tamarre), ma che l' hanno sempre ricevuto, perché la proposta portata avanti è sempre stata impeccabile, dal 1998 ad oggi. Il dolce arpeggio della title-track mi accoglie, ma so che non devo adagiarmi sulle coccole di queste dolci note perché la furia è dietro l'angolo ed inizio ad inquietarmi quando i synth preannunciano l'esplosione di potenza e cattiveria che arriva poco dopo. Mi sorprende ritrovare oggi quei riff così articolati che riescono a non uscire mai dai canoni del Black che si erano proposti di rispettare ed arricchire, anche aggiungendo tastiere “squillanti” e arpeggi carichi di atmosfera. La velocità aumenta ed il metronomo sale per “Throns of Charon Pt. II Emerge from Hades”, la seconda parte di questa colossale pietra miliare del genere divisa in tre parti. Seconda parte molto più dinamica della prima, assolutamente carica di alta capacità compositiva, dove numerose fasi si alternano e si scambiano per creare qualcosa di sublime per l'appassionato. Un brano ricco, pregno di synth, di blast beats e un grande guitar working che riesce a coinvolgere senza annoiare mai. A raffica la terza ed ultima parte “Throns of Charon Pt.III Pathway to Unlight”, di sicuro più atmosferica delle tre, che non manca di chiudere degnamente questo brano immenso, forse solo leggermente inferiore alle parti precedenti, a livello compositivo. Risulta molto, piatta e statica, forse volutamente in contrapposizione con “...Pt. II Emerge from Hades”, molto più dinamica e attiva. Tuttavia non mancano anche qui spunti interessanti da assaporare, come ad esempio una predominanza atmosferica di un synth acido a metà del brano, che non dispiace minimamente. La vena estremamente femminista della band, emerge con “Empress of the Shadow”, l'imperatrice che domina sul mondo oscuro che le Astarte, hanno sempre acclamato in musica. Un brano che risulta ancora più bello di 20 anni fa (circa), che non è invecchiato di un giorno e che trova nuova linfa, nuova materia nera in questa riedizione, da cui trarre i nutrimenti di cui ha bisogno per brillare di luce nera per altri 1000 anni almeno! Nei suoi 7 minuti e 22 secondi tutta la poesia, la magnificenza e la bravura di questa band, mai troppo apprezzata ed amata. Con “The Rise of Metropolis”, si concludeva l'album del 1998, ma questa versione contiene ben cinque bonus-tracks, che lo rendono ancora più succulento. Tra cui la versione strumentale della splendida “The Rise of Metropolis” e la cover di “Deathcrush” dei Mayhem, ma, soprattutto, il discorso di Maria Kolokouri, meglio nota come Tristessa, che ha fatto durante un'intervista in radio che mette veramente i brividi.
Che dire? Una veramente splendida sorpresa, quella di ritrovare le Imperatrici del Black Metal, ancora vive in un'edizione che non solo va ad omaggiare la bassista, purtroppo venuta a mancare, ma che omaggia tutta la band, il loro lavoro, la loro passione e la fedeltà dei loro fans, di chi le ha sempre amate, sostenute e seguite. Se amate il Black Metal e ancor più se amate le Astarte, non potete lasciarvi sfuggire questo capolavoro!
R.I.P. Tristessa.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    09 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Agosto, 2017
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Gli Sloveni “Nephrolith” sono una band già attiva da diversi anni, abbastanza conosciuti in patria, e tentano il colpaccio di uscire dall'underground con il secondo Full-length “Paleness of the Bled World”, successore del primo lavoro sulla lunga distanza “Xullux”, che nonostante le critiche abbastanza positive era passato quasi inosservato ai più.
Ci riprovano quindi con queste otto tracce che si aprono con “1004”, classica intro dolce e decadente, suonata al pianoforte con un accompagnamento di chitarra che mette immediatamente angoscia e tristezza e fa entrare nel giusto mood che ci accompagnerà per l'intero album. Infatti al numero due, è la decadenza a farla da padrona, con un misto di Depressive ed Atmosferic Black Metal portato da “Drained Away”. La prima strofa si spezza tra un ritmo lento e controllato e delle spruzzate di corse in doppia cassa, che non raggiungono mai velocità elevate però e restano nel campo dell'atmosferico. Non mancano tuttavia momenti più furiosi, come l'esatto centro della song, dove la furia prende il sopravvento e le vocals si trasformano in un misto di clean e grunt molto interessante ed in linea con il sound proposto, che non lesina su spazi puramente strumentali, un inizio piacevole che ci accompagna verso “Rejoined” ed il suo scampanellio iniziale. L'atmosfera è sempre predominante, ma qui il Black trova il suo connubio con un Doom non opprimente, che sa stare al suo posto e lascia il dovuto spazio alla negatività e all'oppressione tipiche delle nebbie del metallo nero. La voce qui sembra totalmente fuori luogo, eppure, nonostante ciò, è perfettamente integrata per via del senso di disperazione che riesce a trasmettere. Ci rende partecipe del delirio di un'anima perduta, e funziona bene nel contesto, anche se presa singolarmente, l'avrei bocciata su due piedi. Basso dolce e scampanellio sui piatti ci accompagno alla fine ed a “Flamespeech” col suo arpeggio iniziale. Chitarra in secondo piano, per lasciare spazio ad un basso “in your face”, un brano che coinvolge già dalle prime note, con una solida base Black Metal e degli arpeggi dissonati in sottofondo, che non fanno altro che aggiungere tensione a questo proposto. Cariche di batteria che di colpo si addolciscono e sprofondano verso il Doom pesante ed opprimente, per poi unirsi all'ala più melodica ed atmosferica del Black Metal. La voce sempre disperata, propone un clean graffiante, a momenti più chiara ed altri più roca, e continua fino al finale, dove è “Moth” che fa la sua comparsa. Un bellissimo incipit per un brano che è l'esatta continuazione di “Flamespeech”, anche se qui la voce risulta sottotono e appare poco ispirata. Il comparto strumentale invece, si mantiene su un livello costante, una semplicità d'esecuzione per delle composizioni che non fanno gridare al miracolo, ma che funzionano e creano il giusto mix di depressione, disperazione e rabbia. In tutti i brani ho trovato una produzione veramente buona che, nonostante non sia eccelsa, è perfettamente adatta al sound proposto e non credo che una produzione più chiara e cristallina sarebbe stata un bene per questi brani, soprattutto nel momento in cui “Moth”, ci regala un intenso momento clean, intrecciato ad un simil-grunt che riesce veramente a convincere. Fraseggio sul finale ed entrata in scia di “Olistje”. Riverbero arpeggiato e batteria preparano l'ascoltatore ad una scarica di ferraglia grezza e sporca, in quello che è il brano più propriamente Black Metal di tutto l'album, dove sembra di ascoltare Attila Csihar cantare nei Draconian leggermente addolciti! Qualcosa di veramente particolare quindi, che può far storcere il naso, ma anche far innamorare. Il brano scorre bene, anche se la cassa viene praticamente cannibalizzata da un crash troppo predominante e questo è un peccato. Una batteria in primo piano è sempre una scelta ottima in campo Black Metal, ma non se così opprimente e coprente! Mi dimentico immediatamente di questo piccolo intoppo con lo splendido inizio di “Warmth into Fire” e di un poderoso basso che fa tremare il petto e mi rammarico di trovare questo pezzo al penultimo posto della tracklist, perché sarebbe stata una perfetta opening. Una sfuriata velocissima che si alterna a fasi più dolci, con vocals modificate ed accattivanti, in un crescendo di melodia e decadenza, che dona un incredibile spessore a tutto il disco, di sicuro il brano migliore di tutto l'album. Chiude il cerchio “4001”, il rovescio della medaglia in un'outro dove è la chitarra ad essere predominante, accompagnata dal pianoforte, nel discorso inverso fatto inizialmente. Un'ottima idea, che di certo non mancherà di deliziare gli ascoltatori più attenti.
In ultima analisi, si tratta di un ottimo lavoro in studio, scorrevole e pregno di emozione che riesce ad arrivare al cuore dell'ascoltatore, che utilizza i canoni principali del Black Metal, del Doom e del Metal più atmosferico in generale, per plasmare qualcosa di personale ed introspettivo, senza stravolgerli, né sminuendoli e questa è una grandissima cosa a mio avviso. Tuttavia, ciò che manca a questo album, è un po' di intensità emotiva. Le emozioni, come detto, ci sono e sono tangibili, ma non arrivano così prepotentemente da stimolare un sussulto, lasciarti incantato e farti pensare, ma scorrono velocemente, come lavate via dallo stesso fiume di note che le ha portate. Non è presente una vera profondità, non è una disperazione totale e senza via d'uscita, ma i sentimenti tirati in ballo sono soltanto accennati, forse troppo superficialmente per i miei gusti. Tuttavia, ciò non toglie che ci troviamo di fronte ad un bellissimo album, che merita di sicuro un ascolto per poi essere giudicato.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    16 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 17 Luglio, 2017
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I napoletani Scuorn debuttano con “Parthenope”, l’album che li consacra al primo lavoro sulla lunga distanza, dopo la demo "Fra Ciel’ e Terr’" del 2008.
Napoli è di sicuro una della città più influenti ed affascinanti della nostra penisola ed io direi anche di tutto il mondo e quindi le leggende, la storia dei miti popolari è florida e molto amata, tanto che la canzone napoletana è conosciuta ed apprezzata praticamente ovunque. Sembrava strano, infatti, che nessuno fino ad oggi (a parte qualche rarissima eccezione underground) si sia mai interessato a portare in musica questa tradizione popolare così intensa. Ed è proprio qui che entrano in gioco gli Scuorn, che attraverso l'alta arte scandinava, continuano a mantenere vivo lo spirito di una tradizione che ha sempre fatto della musica il suo punto di forza, ma che mai aveva attraversato le scale del Black Metal!
Immediatamente salta all'attenzione la produzione praticamente perfetta, complice anche il fatto che questo album è stato creato nella stessa sede utilizzata dai Fleshgod Apocalypse, altro orgoglio italico! Moderna e cristallina la produzione dei brani, si passa dai più recenti Dark Funeral, ad un altalenante percorso tra il black norvegese e quello più di stampo svedese, con la sua cattiveria più mirata. Si mettono in risalto qui le dinamiche tipiche del Black Metal in senso generale, mescolandole alle sonorità della propria terra d’origine, intervallandole ad un'epicità che va a mettere sul piatto, uno splendido connubio tra aggressività ed introspezione.
"Parthenope" è un disco da ascoltare tutto d’un fiato, gustandone la carica Metal e il mare creato dalle orchestrazioni, ma soprattutto non può passare inosservato l'utilizzo di strumenti tradizionali della musica napoletana, strumenti usati principalmente in ambito folkloristico, ma che trovano la loro giusta dimensione accanto alla distorsione ed al blast beat e ad assoli strazianti come la corsa solista della lead guitar in “Virgilio Mago”, dove la pulizia del suono, battute, tempi ed armonie sono incastrate come il lavoro maniacale di un artigiano che lavora il legno, senza chiodi, solo incastri e sapienza. Comunque, in generale, l’intero album è di piacevole ascolto e non annoia mai, l'aggressività, la carica interiore data dalla cattiveria ed il pathos rispettano pienamente i tempi da loro dedicati ed è piacevole trovare lyrics in dialetto!
Insomma, “Parthenope” è qualcosa di inaspettato, una ventata d'aria fresca soprattutto per quanto riguarda la tradizione campana che, da oggi, può vantare una punta di diamante in più, da aggiungere alle frecce del proprio arco. Consigliatissimo!

Anthony
(un grazie particolare a Marco “Artic” Spera, per aver realizzato con me questa recensione.)

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4.5
Opinione inserita da Anthony Weird    16 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Torna Mortiis e si sa, ogni qualvolta l' ex Emperor sforna qualcosa di nuovo, si sentono le solite polemiche “Si ma quando c'erano loro...” (eheheh). Ora, volenti o nolenti, loro non ci sono più, la musica è cambiata già da un bel po' e devo dire che è cambiata profondamente. Con ben due album Full-length rilasciati nella prima metà del 2017, l'instancabile troll norvegese continua la sua esplorazione dei meandri del synth-pop, della darkwawe e dell'Industrial rock più oscuri, arricchendo il tutto con una vena dark ambient che fa davvero gelare il sangue, credetemi, sono solo al terzo brano di questo “The Unraveling Mind” e già mi sento sprofondare in un universo malsano e pericoloso, la mia mente corre per corridoi angusti di decadenti palazzoni post-atomici, con la consapevolezza che dietro ogni angolo potrebbe nascondersi qualcosa di mortale... pare di rivivere in parte le angoscianti sensazioni messe in musica da Nattramn sotto il nome di “Diagnose: Lebensgefahr” e del suo “Trasformalin”, magari con un pizzico di malattia in meno (eh si, lì si raggiungono livelli veramente assurdi...), ma con quella lucida cattiveria in più che forse lo rende ancora più terribile. Di sicuro la facilità d'ascolto è molto più accentuata, “The Unraveling Mind” scorre via che è un piacere, creando immagini oniriche di paesaggi ora naturali e benevolenti, ora terribili e carnivori. L'inquietudine che Mortiis riesce a trasmettere è ipnotica, ci porta a riflettere sulla nostra esistenza, senza toglierci la capacità di sognare ad occhi aperti, la calma, l'abbraccio freddo, eppur materno di questa musica apre la mente e riscalda il cuore, facendoci nello stesso tempo, bruciare gli occhi...
Non solo metal dunque, ci troviamo di fronte ad un lavoro che è lontano anni luce dalla scena metal e soprattutto dalla scena black di cui Mortiis stesso ne è stato una pietra miliare, un motivo in più per ascoltare questo album ed il successivo “The Great Corrupter” e lasciarsi avvolgere, da qualcosa di caldo ed intenso, lasciando le gelide tenebre scandinave da parte, per questa volta....

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Luglio, 2017
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Vengono dalla Slovenia e rispondono al nome di Snøgg, un progetto di Black Metal sperimentale che comprende, come spesso accade in questi frangenti, due soli componenti, ovvero Mørke dietro le pelli e Ulv, ad occuparsi di tutto il resto. Ci presentano oggi questo lavoro di soli quattro pezzi, chiamato “Qivitoq”.
La partenza è lenta, molto lenta, “Qivitoq” apre con “Alien Nation” e con il suo suono crescente ed inserti elettronici che mi fanno spalancare gli occhi... e non sono neanche al primo minuto d' ascolto! Con delle vocals molto graffianti, parte la musica vera e propria e devo dire che subito si nota la produzione non certo perfetta, ma come chi mi conosce sa, per me il Low-fi in ambito Black Metal, è sempre un punto a favore. Voci in lontananza disperse su una montagna in mezzo alla nebbia sono tipiche di situazioni già portate in musica da numerose band, ma è impossibile, ascoltando, non pensare ad Arckanum. Il secondo brano, dal titolo quasi esilarante, è “Nun Attack” e qui riparte immediatamente la vena sperimentale del combo sloveno. Tra suoni di statico, incendi e parti elettroniche che sinceramente trovo insopportabili, il brano prosegue e sto iniziando a sperare che non continui così per tutti i suoi dieci minuti di durata, ma anche quando iniziano veramente a suonare, gli Snøgg, non brillano sinceramente, la composizione è piatta e la voce monotonale stanca presto, soprattutto quando cerca di seguire delle tastiere altalenanti. Ma la cosa peggiore, è dover subire sfuriate di blast beat che durano mezzo secondo, che raramente arrivano a completare lo scatto di lancetta rossa, e che poi torna a spezzarsi e ad essere lento e ritmato. La cosa si protrae veramente troppo e la noia è dietro l' angolo. Un brano veramente inascoltabile e la cosa dispiace, perché è il pezzo più lungo dell' Ep.
Spero quindi nel numero tre “In Death, Erection” e finalmente sento del black metal come si deve. Era questo che avrei voluto sentire sin dalle prime note. Black grezzo di stampo norvegese, pieno di atmosfera, ipnotico ed oscuro. Purtroppo questa mania che hanno molte band di sperimentare, le porta spesso a creare degli abomini in musica, che non fanno altro che snaturare un genere che è nato con l'intenzione di essere statico, ermetico, chiuso e dire no alle sperimentazioni. Anche perché, come spesso accade, se esiste un messaggio più profondo dietro queste composizioni, se davvero c'è uno spirito che racchiude qualcosa di veramente importante da trasmettere (vedi gli Alcest ad esempio), la maggior parte delle volte, resta chiaro all'artista in questione e non arriva all'ascoltatore ed è ancora possibile parlare di Arte, ma in questo caso?! Restando sul brano in questione, “In Death, Erection” è veramente l'unica traccia buona di questo “Qivitoq”, e putroppo finisce troppo presto, per lasciare spazio all'ultimo brano “Answersters”, dove non trovo altro che una voce cupa, ma fin troppo clean, a recitare le sue motivazioni, “sorretta” da una singola chitarra distorta e lenta, che rende il tutto veramente insopportabile. Quando la batteria fa la sua comparsa in scena si ha un minimo di respiro, ma l' unica cosa degna di nota è la seconda parte del brano, che lascia spazio ad un Black ferale ed accattivante. Purtroppo però anche qui, la gioia dura poco e tutto torna piatto, monotono, scontato e soprattutto di una grande noia, intrinseca in questo progetto che non riesce a coinvolgere e che utilizza suoni del tutto non-sense che vorrebbero essere weird ma che non ci si avvicinano minimamente, per darsi un'aria intellettuale e profonda, ma che non è altro che l' ennesima sperimentazione fine a se stessa. Il canto di un gallo (!!!) chiude “Answersters” e con esso tutto questo “Qivitoq”. Considerando che l' unico brano degno è “In Death, Erection”, ascoltate questo mini-CD se siete curiosi o interessati alle sperimentazioni in ambito Black Metal (Lucifero ce ne scampi!), altrimenti passate pure oltre ed evitatevi la tortura.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Giugno, 2017
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Il 2016 è stato un anno intenso per questa infaticabile one-man band della provincia di Piacenza, i “Chiral” infatti, attivi/o dal 2014, hanno partorito un buon numero di uscite ed arrivano ora con questa nuova release, dal titolo “Gazing Light Eternity”. Quattro brani per un concept diviso in altrettante parti, dalla considerevole durata, si rasenta il quarto d' ora di musica, solo per il primo pezzo “Part I (The Gazer)”, con il quale inizio l' ascolto. L' atmosfera è marcia e lenta. Tutto intorno a me diventa pesante e ritmato, quando lo scream iniziale fa la sua comparsa e tutti gli strumenti entrano in gioco, mi trovo di fronte ad un buon Depressive Suicidal Black Metal, che quasi immediatamente, inizia a correre su binari strumentali e distorti. Un ritmo cadenzato e pregno di tormento, l' assolo poi, è una carezza sui timpani, veramente qualcosa di inaspettato ed entusiasmante, nonostante non sia in linea con l' atmosfera che ci si aspetterebbe. Il brano scorre bene, la ripetizione delle fasi e dei riff, non fa che aumentare il senso d' angoscia generatosi e tuttavia non annoia, poiché spesso “sporcato” o arricchito, dall' entrata in gioco di altri strumenti che si fanno sentire magari anche per poche battute, che riescono a rendere “fresco” e godibile, un pezzo di quasi quindici minuti, che si ripete...
Buono il lavoro alla batteria, minimale ma adatto, con quale guizzo di virtuosismo qua e la, anche se, spesso ovattato da una produzione non brillante, ma è anche questo il bello del genere stesso, quindi per me è un punto a favore. Il finale poi, addolcisce amaramente, un brano di tormento che non si da pace, dove non c'è spazio per l' autocommiserazione, ma solo per la rabbia incontenibile, per una vita infelice.
“Part II (The Haze)”, parte molto più dolcemente, con un synth che penetra a fondo nel cuore e delle note in acustico che squarciano l' anima. L' atmosfera rispecchia il luogo immaginario che si para dinnanzi ai miei occhi : un giardino fatato, un sole onnipresente, con uccellini ed un' altalena... la dolce voce femminile che si intreccia a quella più virile in un dialogo recitato, non fa che aumentare questa sensazione di “limbo” in cui tutto è perfetto e statico, dove tutto va bene, eppure manca qualcosa. Un brano molto diverso dal precedente, un lavoro unplugged fatto di sensazioni, atmosfera ed immagini evocative, con voci distorte, che stranamente risultano dolci e non malsane, davvero bello, un brano da ascoltare !
Arrivo quindi al terzo atto con “Part III (The Crown)”, e tornano i territori puramente Black Metal, a momenti più atmosferici, misto ad altri più violenti. Inserti melodici ci accompagnano nell'ascolto per quasi tutto il brano, arrivando anche ad inserire voci “epiche” e cavernose molto in secondo piano, come canti gregoriani in lontananza, che vanno ad alternarsi allo scream/yelling, forse non troppo acido per quanto richiesto dal brano stesso, ma che tuttavia, riesce a trasmettere il senso di tormento che si era proposto, non un brano estremamente disperato comunque, la ripetitività riesce a creare quel ristagno malsano in cui le nostre vite marce sguazzano e quando il brano esplode, possiamo apprezzarlo finalmente appieno.
Siamo giunti purtroppo all' ultimo pezzo “Part IV (The Hourglass)”, con una intro lenta e atmosferica, un fischio nell' ombra, tamburi... e poi una crescente sensazione di smarrimento... Torna l' immaginario giardino, il suono di un fiume, e poi si nuovo il sole opprimente. Un brano quasi psichedelico, che combina l' Atmosferic Black metal, con l' Ambient e suoni fatati che richiamano i Dismal. In ultima analisi, è sicuramente un lavoro molto particolare e non per tutti, ma paradossalmente, è un qualcosa, che tutti dovrebbero ascoltare...

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    15 Mag, 2017
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Il Death metal nasce verso la fine degli anni '80, come estremizzazione del Thrash metal, per lo più nelle tanto amate regioni scandinave, da band che sono sempre state avanti in quel campo, e quasi parallelamente, si viene a creare uno stile analogo, ma profondamente molto differente, negli Stati Uniti. Forse, anche per questo motivo, il Death Metal trae spesso linfa vitale dai martellanti giri Thrash e spesso le due cose si fondono, finendo per diventare una cosa sola. E' questo il caso degli “Hastur”, band molto interessante che è rimbalzata all' attenzione di chi ha l' occhio lungo per l'underground, con l' album “The Black River”. Un concentrato di rabbia e violenza controllatissima e tremendamente efficace già dal primo brano “Black River”, ma, a sorprendermi, è stato l'interessantissimo guitar working della seconda traccia “Consumer the Soul”, mai banale, mai scontato e sempre in primissimo piano al centro dell' attenzione. Una sei corde che da il meglio di se saltellando sul tappeto di martellate dietro le pelle, che non disdegnano momenti tiratissimi in doppia cassa e altri più ragionati. “Infamous” parte subito a trecento all' ora e non c'è un attimo di tregua. E' il pezzo giusto al giusto posto della tracklist, che trovo come corretta e naturale proseguimento di “Consumer the Soul”. Fanno il loro ingresso le tastiere, che nella seconda parte del brano, contribuiscono a smorzare la furia iniziare e creare l' atmosfera marcia e macabra che si andava perdendo per far posto alla raffica di violenza. Lo splendido riffing di “Possessed”, cattura totalmente la mia attenzione, grande è il coinvolgimento emotivo che crea innanzitutto la sezione ritmica, contornata da una prima chitarra sempre attiva ed carismatica, che sfocia in un assolo crescente a metà tra l' hard rock più raffinato di Steve Vai e la rudezza di Pat O'Brien, e... la cosa si ripete ! Un brano favoloso, che non smetterei mai di ascoltare, con una carica ed una profondità pazzesca. Superbo. Se è possibile, si va ancora oltre con “The Clock of Evil” e la sua intro parlata, per non contare l'arpeggio di basso che apre la strada ad uno dei migliori esempi di Death Metal made in Italy, che abbia sentito negli ultimi anni. La nostra penisola infatti, si conferma sempre ad altissimi livelli per quanto riguarda il metallo della morte, basti citare gruppi come “Fleshgod Apocalypse” e “Hour of Penance” su tutti, senza voler scendere nei bassifondi dei fiumi di porpora, nominando Vulvectomy e band ultra-extreme che bazzicano il Death-Grind. Ma proseguendo, la meraviglia continua con “Hate Christians”, ed anche qui, la perfetta continuazione di un album che mi sta prendendo totalmente, non riesco a notare un passo falso o un giro banale, è tutto, incredibilmente perfetto e di più. A voler partire dalla sezione ritmica, ai giri solisti e persino la voce, che nonostante non scenda mai a livelli di growl veramente cavernosi e gutturali, è l' esatto timbro che dona ai brani ciò di cui hanno bisogno per essere vivi e, completandosi, nei magistrali assoli che sono sempre la chiusura del cerchio, per ogni pezzo che derivi dalla controcultura rock del secolo scorso. E questo ragionamento va a trovare conferma con “Brain Buried” ed il suo momento solista e il tempo che raddoppia e dimezza improvvisamente, creando vortici da cuore in gola, un delirio controllato, come sotto LSD. “Prisoner of Christ” è leggermente più legata ad una tradizione Grindcore, rispetto alle altre, ma anche qui è il Death-Thrash che regna, in un modo sublime e palesemente ispirato, con una blasfermia dirompente ed un' arte, che distrugge in secondo piano e prende forma sulle note di un pentagramma che sembra una pista di formula uno, quando le dita di un chitarrista maestro, sfrecciano sulla tastiera dello strumento. La fine purtroppo, arriva troppo prematuramente, con il brano numero nove, l' ultimo di questo “The Black River”, firmato “Hastur”, cioè “Purgatory” e a questo punto immagino abbiate tutti, voi cari lettori, immaginato la grandezza di questo album, un disco che si colloca di diritto tra le migliori uscite in ambito metal estremo degli ultimi anni, italiano e non, Concludo con la speranza che la band prosegua su questa strada e che possa presto sfornare altri lavori del genere, confermandosi uno delle migliori sorprese delle nuove leve, una band assolutamente da tenere d'occhio per le prossime releases. Tornando a questo particolare lavoro, lo consiglio altamente, non si tratta di un lavoro fatto bene, di quelli ce ne sono a centinaia ormai, si tratta di un album superlativo !

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    14 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2017
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Il Death metal nasce verso la fine degli anni '80, come estremizzazione del Thrash metal, per lo più nelle tanto amate regioni scandinave, da bands che sono sempre state avanti in quel campo, e quasi parallelamente, si viene a creare uno stile analogo, ma profondamente molto differente, negli Stati Uniti. Forse, anche per questo motivo, il Death Metal trae spesso linfa vitale dai martellanti giri Thrash e spesso le due cose si fondono, finendo per diventare una cosa sola. E' questo il caso degli “Hastur”, band molto interessante che è rimbalzata all'attenzione di chi ha l'occhio lungo per l'undergrond, con l'album “The Black River”. Un concentrato di rabbia e violenza controllatissima e tremendamente efficace già dal primo brano “Black River”, ma, a sorprendermi, è stato l'interessantissimo guitar working della seconda traccia “Consumer the Soul”, mai banale, mai scontato e sempre in primissimo piano al centro dell'attenzione. Una sei corde che dà il meglio di se saltellando sul tappeto di martellate dietro le pelle, che non disdegnano momenti tiratissimi in doppia cassa e altri più ragionati. “Infamous” parte subito a trecento all'ora e non c'è un attimo di tregua. E' il pezzo giusto al giusto posto della tracklist, che trovo come corretta e naturale proseguimento di “Consumer the Soul”. Fanno il loro ingresso le tastiere, che nella seconda parte del brano, contribuiscono a smorzare la furia iniziare e creare l'atmosfera marcia e macabra che si andava perdendo, per far posto alla raffica di violenza. Lo splendido riffing di “Possessed”, cattura totalmente la mia attenzione, grande è il coinvolgimento emotivo che crea innanzitutto la sezione ritmica, contornata da una prima chitarra sempre attiva ed carismatica, che sfocia in un assolo crescente a metà tra l'hard rock più raffinato di Steve Vai e la rudezza di Pat O'Brien, e... la cosa si ripete! Un brano favoloso, che non smetterei mai di ascoltare, con una carica ed una profondità pazzesca. Superbo. Se è possibile, si va ancora oltre con “The Clock of Evil” e la sua intro parlata, per non contare l'arpeggio di basso che apre la strada ad uno dei migliori esempi di Death Metal made in Italy, che abbia sentito negli ultimi anni. La nostra penisola infatti, si conferma sempre ad altissimi livelli per quanto riguarda il metallo della morte, basti citare gruppi come “Flashgod Apocalypse” e “Hour of Penance” su tutti, senza voler scendere nei bassifondi dei fiumi di porpora, nominando Vulvectomy e band ultra-extreme che bazzicano il Death-Grind. Ma proseguendo, la meraviglia continua con “Hate Christians”, ed anche qui, la perfetta continuazione di un album che mi sta prendendo totalmente, non riesco a notare un passo falso o un giro banale, è tutto, incredibilmente perfetto e di più. A voler partire dalla sezione ritmica, ai giri solisti e persino la voce, che nonostante non scenda mai a livelli di growl veramente cavernosi e gutturali, è l'esatto timbro che dona ai brani ciò di cui hanno bisogno per essere vivi e, completandosi, nei magistrali assoli che sono sempre la chiusura del cerchio, per ogni pezzo che derivi dalla controcultura rock del secolo scorso. E questo ragionamento va a trovare conferma con “Brain Buried” ed il suo momento solista e il tempo che raddoppia e dimezza improvvisamente, creando vortici da cuore in gola, un delirio controllato, come sotto LSD. “Prisoner of Christ” è leggermente più legata ad una tradizione Grindcore, rispetto alle altre, ma anche qui è il Death-Thrash che regna, in un modo sublime e palesemente ispirato, con una blasfermia dirompente ed un'arte, che distrugge in secondo piano e prende forma sulle note di un pentagramma che sembra una pista di formula uno, quando le dita di un chitarrista maestro, sfrecciano sulla tastiera dello strumento. La fine purtroppo, arriva troppo prematuramente, con il brano numero nove, l'ultimo di questo “The Black River”, firmato “Hastur”, cioè “Purgatory” e a questo punto immagino abbiate tutti, voi cari lettori, immaginato la grandezza di questo album, un disco che si colloca di diritto tra le migliori uscite in ambito metal estremo degli ultimi anni, italiano e non, Concludo con la speranza che la band prosegua su questa strada e che possa presto sfornare altri lavori del genere, confermandosi uno delle migliori sorprese delle nuove leve, una band assolutamente da tenere d'occhio per le prossime releases. Tornando a questo particolare lavoro, lo consiglio altamente, non si tratta di un lavoro fatto bene, di quelli ce ne sono a centinaia ormai, si tratta di un album superlativo!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Aprile, 2017
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Forces of the Northern Night (DVD 1)

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dai tempi di gloria di “Enthrone Darkness Triumphant”, da cui i Dimmu Borgir non hanno sbagliato un colpo, piantando pietre miliari che hanno messo i cardini su ciò che il Synphonic Black Metal poteva essere, anche discostandosi dalla tradizione più oltranzista e “anti-commerciale”. E di certo non si può dire che non abbiano messo in chiaro di sapere cosa stessero facendo, di album in album, la band norvegese non ha sbagliato mai un colpo, dal già citato “Enthrone Darkness Triumphant” ; “Spiritual Black Dimensions” e “Puritanical Euphoric Misanthropia”, fino a quella vera e proprio bomba nucleare che è stato “Death Cult Armaggeddon”. Il primo, se così si può chiamare, passo falso, è stato il tanto chiacchierato “In Sorte Diaboli”, da me sinceramente, in ugual modo apprezzato. Quello che invece, veramente mi ha fatto storcere il naso, è stato l'ultimo album “Abrahadabra”, dove, con una band mutilata di ben tre elementi cardine (certa gente ancora piange l' abbandono di Vortex...), è sembrato più un voler ribadire di essere ancora vivi e vegeti, che una vera e propria forma di espressione (Quella “Dimmu Borgir”, che sa tremendamente di autocompiacimento..!), tuttavia, oggi tornano sulle scene (e nei chiacchiricci metallici), con un doppio DVD live, chiamato “Forces of the Northern Night”. Il primo disco, registrato a Oslo, presenta immediatamente la vera, reale chicca, cioè la presenza della magnifica “Kringkastingsorkestret Orchestra”, meglio conosciuta come “Norwegian Radio Orchestra” e del suo Coro, a cui viene lasciata l' apertura totalmente strumentale di “Xibir”, che devo dire riesce a far crescere l' hype, fino all' esplosione della prima vera track, “Born Treacherous” con un intermezzo corale, veramente suggestivo. La carica però sfuma immediatamente quando parte “Gateways”, che, nonostante la presenza in scena di “Agnete Maria Forfang Kjølsrud” a dare man forte a Shagrath, con la sua pungente voce femminile, presenta un mixaggio veramente insoddisfacente, con i volumi sfasati e le chitarre che paiono inesistenti. A questo punto, è di nuovo la “Kringkastingsorkestret Orchestra” a dimostrare la sua maestria, interpretando “Dimmu Borgir”, con i loro strumenti ben lontani dalle distorsioni ribassate dei blacksters, che però non fanno attendere molto per tornare on stage, dato che lo stesso pezzo “Dimmu Borgir”, viene ripetuto questa volta normalmente, tanto da sembrare un prolungamento della stessa. Dopo i saluti al pubblico di Shagrath, subito si riparte con una raffica di doppia cassa, con “Chess with the Abyss”, dove però, mi dispiace dirlo, ma la chitarra di “Galder”, è totalmente assente. Lo vediamo suonare a vuoto, senza il suono e la cosa fa davvero male... tanto più che assistiamo ad una “Ritualist”, assolutamente non al loro livello, ma che puzza tanto di “riempitivo”, fino ad un brano che torna ad innalzare il livello della band on stage, cioè “A Jewel Traced Through Coal” dove mi rendo conto che le bellissime ragazze del coro, sono inquadrate molto spesso, a differenza del povero Brat alle tastiere, praticamente dimenticato dai cameraman. “Eradication Instincts Defined”, segna la fine della prima parte dello show, anche questa lasciata agli archi dell' orchestra, senza la band in scena. Da questo momento, sono i classici a farla da padrone, si torna in pompa magna, con un gustoso cambio d' abiti, con la sensazionale “Vredesbyrd”, dove con gli effetti alla voce e le luci accattivanti, assistiamo ad una prova molto convincente, se non fosse per un problema assolutamente indigeribile : L' assolo non si sente ! Galder è un mimo che si muove sul palco, una marionetta che imbraccia una chitarra muta, il che è un peccato immenso. Il vero spettacolo metal, lo si ha però con la colossale “Progenies of the Great Apocalypse” ed il pubblico si infiamma, soprattutto godendosi la strepitosa parte clean, che una volta era affidata a Vortex, cantata magistralmente dal coro, in un intermezzo che mette i brividi ! Stessa formula, con “The Serpentine Offering”, dove lo show è veramente ai livelli degni di una band del genere, che supportato da una magnifica orchestra, non può che raggiungere dei livelli epici immensi. Anche questo brano, affida la sua clean al coro e la scelta è oltremodo vincente ! “Fear and Wonder”, in mano alla “Norwegian Radio Orchestra”, da ai nostri, il tempo di cambiarsi di nuovo d' abito e di far riprendere le corde, vocali e non, per tornare in scena con “Left are the kings of the carnival creation...Carrying out the echoes of the fallen...” e la sua terzina di piano a mettere i brividi ai presenti e non. Unica pecca, anche qui, è la chitarra di Galder, del tutto inesistente, e dopo la strepitosa strofa clean, come sempre affidata al coro, mi trovo a sospirare malamente durante l' assolo dell' axeman pelato, che è totalmente muto. Le immagini sul tabellone e nel disco, vengono alternate a quelle riprese da un cellulare (?!!) sulle luci rosse di “Puritania” e, tra i continui incitamenti di Shagrath al pubblico, ci avviamo all' ultima fatica on stage con “Mourning Palace”, con un Galder totalmente dimenticato ormai, come se la sua chitarra non fosse collegata, tanto da avere silenzio, nei momenti in cui gli altri strumenti hanno le pause. Una cosa scandalosa !
Un ultimo brano, un ultimo momento di gloria, viene lasciato ai maestri della “Kringkastingsorkestret Orchestra”, che esegue sul finale “Perfection or Vanity”, che vede il ritorno della band sul palco, per ricevere i saluti e gli acclami del pubblico, in un bagno di folla, con tanto di inchino. Le inquadrature sfumano tra numerose carrellate tra pubblico e musicisti e tra i titoli di coda, sfuma così il primo disco.

Northern Forces over Wacken (DVD 2)

Nella suggestiva luce del tramonto, sul palco sul Wacken, uno dei festival metal più importanti a livello mondiale, che non ha certo bisogno di presentazioni, partono quasi immediatamente le note orchestrali di “Xibir” e mi rendo subito conto che qui è tutta un' altra musica, paradossalmente parlando ! Con un mixaggio serio ed un impianto audio veramente degno, questa volta i Dimmu Borgir possono veramente esprimersi al meglio, tant'è che appena “Born Treacherous” fa esplodere lo stage, mi ritrovo ad ammirare la grande band che ho imparato a conoscere in tutti questi anni, a parte un Silenoz totalmente pelato, tanto che si fa fatica a distinguerlo da Galder, se non fosse per la corporatura molto differente. I costumi sono diversi, qui si torna al classico look nero e borchiato e nel complesso il tuto si presenta in modo molto più professionale e notevolmente migliore del primo disco. “Gateways” apre anche ad una regia più accattivante, con delle luci sul verde che aumentano il senso di magnificenza e marciume (!!!) che la band riesce ad esprimere, anche grazie ad una strepitosa performance di Agnete Maria Forfang Kjølsrud, che esprime una enorme cattiveria e malignità. Come la tracklist del disco precedente, anche qui “Dimmu Borgir” viene ripetuta due volte, la prima eseguita in modo totalmente strumentale, dalla sempre stupenda “Norwegian Radio Orchestra”, in cui alcuni membri hanno addirittura accennato ad un timido facial painting, e poi risuonata immediatamente dopo, in modo normale dalla band che nel frattempo ha cambiato outfit e, devo dire, che qui si sentiva la mancanza del metal on stage ! Mi colpisce poi, la bella prova del drumming in “Chess with the Abyss”, ma soprattutto, ad attirare la mia attenzione è il coro di “Ritualist”, molto valorizzato, complice anche l' intro in acustico del brano stesso. Quando già mi trovo ad essere molto soddisfatto da questo “Northern Forces over Wacken - DVD 2”, ecco che “A Jewel Traced Through Coal” innalza notevolmente il livello e il tutto è veramente coinvolgente. Anche qui i cameraman si soffermano spesso e volentieri sulle bellissime ragazze presenti tra i musicisti dell' orchestra e tra il coro e devo dire che mi trovo ad apprezzare la cosa ! Anche qui, come già avvenuto nel live precedente, “Eradication Instincts Defined” segna la metà dello show, il momento in cui i classici della band la faranno da padrone. “Vredesbyrd” e i continui incitamenti al pubblico di Shagrath, aprono la strada al brano forse più famoso dei Dimmu Borgir, cioè “Progenies of the Great Apocalypse” con tutta l' orchestra che abbandona la serietà tipica del loro ambiente e si lascia andare a corna al cielo ed è coinvolgente il loro divertimento. Anche qui, il coro esegue magistralmente la strofa in clean vocals, che una volta apparteneva a Vortex e senza perdere un secondo si riprende con “Fear and Wonder” affidata agli orchestrali, prima di un momento magnifico, con degli effetti visivi strabilianti ed un Galder che questa volta riceve il giusto spazio, mi godo una splendida “Kings of the Carnival Creation”, eseguita in modo impeccabile, con un assolo sorretto dagli archi in uno spettacolo assoluto. A questo punto, Shagrath chiede al pubblico se è stanco o ne vuole ancora e con il palco immerso in luci rosse al neon, ecco la distorsione vocale di “Puritania”, numerose sono le inquadrature dedicate al pubblico in questa fase e dopo il grande applauso dedicato alla “Kringkastingsorkestret Orchestra”, siamo pronti per il gran finale, con “Mourning Palace”, con i seri orchestrali che hanno abbandonato le facce professionali per lasciarsi andare totalmente in un divertimento collettivo, ad una fratellanza che unisce e varca i confini dei generi, che solo il grande metal riesce a donare. Unire due stili così diversi da essere agli antipodi, qui diventano un unica, magnifica, emozionante e stupenda, cosa sola ! I saluti finali si hanno sulle note di “Perfection or Vanity”, mentre la band si gode il bagno di folla e i titoli di coda scorrono on screen.
In ultima analisi che dire, si tratta di un lavoro controverso, che pare essere stato rilasciato tanto per ricordare che i Dimmu Borgir sono vivi e che esistono ancora, ma che non aggiunge niente di nuovo alla storia di questa band, che pare non riuscire più a mantenere gli standard che essa stessa ha delineato. Tuttavia, i DVD sono piacevoli e l' unica pecca è il mixaggio ridicolo del primo disco, anche se poi con il secondo si recupera alla grandissima e mi chiedo il perché di questa scelta, visto che sarebbe bastato invertire i due live e risparmiarsi un veramente brutto biglietto da visita.
Consigliato a chi è fan della band, a chi vuole riscoprirla e a chi cerca del buon metal in video.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    26 Marzo, 2017
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I Wolf's Hunger vengono dalla Serbia e con una manciata di demo e lavori minori, più il titolo d'esordio “Retaliation in Blood”, sono riusciti a ritagliarsi un piccolo spazio di nicchia tra gli appassionati, tanto da riconfermare la cosa con il secondo full-lenght dal titolo impronunicabile “Bež’te živi vraćaju se mrtvi”, un Thrash-Black metal molto patriottico, come nei canoni del genere, basato sulla mitologia e le leggende serbe. Mi accoglie immediatamente la Title-track e mi sorprende la grande componente Thrash metal che incontro. Riffing in up che combinano i primi Kreator ad Exxodus e Slayer, con un ritmo leggermente più contenuto, ma che riesce a trasportare. La canzone è rapida, asciutta, e sinceramente, se non fosse per uno scream soffocato ed un low-fi di fondo che rievoca la glacialità di opere scandinave, di Black metal non c'è niente. Così come in “U Vatri Sazdan”, secondo brano dal ritmo sostenuto e dalla lunghissima e piacevole intro, un po' alla Slayer di “Season in the Abyss”. La cattiveria è tenuta in serbo (scusatemi il gioco di parole !), per il finale, dove la parte più puramente Black metal viene fuori. La band alterna i due stili, allacciandoli a dovere l' uno dietro l' altro, ma senza riuscire ad amalgamarli come mi sarei aspettato. Tuttavia, le lunghe melodie suonate dalle sei corde e gli assoli in puro stile Thrash, rendono piacevolissima lo scorrere dei brani. Molto più Black oriented è la numero tre “Gvozdeni Puk”, la prima dove appare un blast beat con tanto di scampanellio sui piatti che ben anticipa l' assolo, questa volta ben degno della NWOBHM. Lo zampino di Kerry King, mette il marchio a “Vostani Serbie” e gli accenni ai trascorsi degli Arch Enemy sono palesi, anche nel martellare tipico della band di Tom Araya. Mi tuffo in un mare di Black metal pieno di folk, con “Rusija”, un brano che sembra uscito dalla mente geniale di Arkanum, con delle spruzzate di Thrash moderno qua e la, ma il blast beat che mitraglia a metà pezzo non lascia dubbi. Devo dire che questo è uno dei brani migliori ascoltati fino ad ora. Scorrevole, pregno di oscurità e amore per la propria Terra. Un brano evocativo ed oscuro che dona un notevole spessore a tutto l' album. La numero sei è “Slava Gromu”, con il suo assolo iniziale, non cala minimamente di ritmo, anzi, come una bolla, continua a gonfiare questo “Bež’te živi vraćaju se mrtvi”, che ormai ha superato il suo punto di non ritorno. Il bridge smorza i tempi e la carica cade per qualche secondo, facendo però accrescere la tensione, in un crescendo di Hard Rock, Thrash Metal e NWOBHM, perfettamente miscelati tra di loro, che contornano il Black metal di base, oscuro quanto basta, pur non toccando punte di disperazione e cattiveria immense. “Lesinari ce slaviti moje ime”, riporta le atmosfere alla Arch Enemy, dosate in modo molto più progressivo questa volta, tanto da avere il suo climax a tre quarti dal finale, lasciato totalmente alla musica. Penultima posizione per un brano dal titolo “Egzekutor”, Thrash ferale e violento, quasi totalmente strumentale, cosa che apprezzo tantissimo, batteria in up con un tappeto di blast che rende impossibile tenere ferma la testa, ed in questa fase trovo anche dei cori a rafforzare il titolo. Brano che non brilla all' interno dell' album, se non fosse per il grandioso assolo sul finale, che riaccendo un pezzo che, altrimenti, non avrebbe avuto niente da dire.
Arrivo quindi all' atto finale “Rod” e alla sua cavalcata Thrash, dalla intro chilometrica. Rabbia e cattiveria qui si fondono per appena due minuti e trentasette secondi, che però, chiudono degnamente un gran bel lavoro, che merita sicuramente più considerazione dal grande pubblico metal.

Anthony

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