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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    01 Luglio, 2018
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La Francia è sempre stata all’avanguardia per quanto riguarda il metal estremo, ed in particolare il Black Metal, ha sempre trovato terreno sconsacrato fertile dai nostri cugini d’oltralpe, basti citare le indimenticate (ed indimenticabili) “Les Legiones Noirs”, oppure band come i Peste Noir. Oggi arriva alla lunga distanza questa band francese chiamata “Novae Militiae” che, dopo un Ep nel 2011, ci propongono oggi il primo Full, intitolato “Gash'khalah”, che trasuda esoterismo e malignità già dalla copertina. Otto brani di antireligiosità espressa in vocals infernali, che si muovono vorticose attraverso riffing pesanti e batterie secche ed il tutto risulta così pieno e pomposo, da non lasciare un attimo di respiro, ma divenire addirittura afoso. Il massimo poi, arriva come un tritacarne, quando il cambio di tempo rende le chitarre delle lame da attraversare e la batteria si trasforma in un martello pneumatico. L’album è caratterizzato da una miscela del tipico stile francese di black metal, duro, claustrofobico, con rari momenti di pace che vanno a donare del misticismo e del mistero al lavoro dei Novae Militiae. In particolare, trovo degna di nota la seconda parte di “Daemon Est Deus Inversus”, dove è possibile apprezzare il grandioso drumming e quella nota clean di chitarra, messa sempre al punto giusto per solleticare i timpani, favoloso. Salta subito all’orecchio, il caos controllato di “Koakh Harsani” ed il suo blast beat chirurgico.
Di contro però, devo dire che le vocals sono quasi sempre troppo simili da un brano all’altro e spesso passano in secondo piano, confondendosi con il resto e l’effetto “bloom”, che permea quasi tutto il disco, creando delle composizioni pompose al limite del Synphonic, anche senza l’uso di tastiere o synth ed alla lunga, la confusione e la quasi impossibilità di godersi una chitarra o un groove ben definito, un po’ annoia.
“Fall Of The Idols” e “Seven Cups Of Divine Outrage”, chiudono questo album nel migliore dei modi. Nel primo, accanto a note più evanescenti ed atmosferiche, trovano spazio anche riffs vorticosi e piatti sferraglianti a creare inquietudine, per un brano che si presenta veramente spaventoso e che riesce a creare l’aura di misticismo maligno, molto più di quanto fatto nei pezzi precedenti e “Seven Cups Of Divine Outrage”, nei suoi nove minuti e dieci, non accetta compromessi, si racchiudono qui tutti i minuti di running precedenti e non c’è spazio per nessun respiro : “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate” !
P.S. : Il disco in questione è stato ri-stampato in vinile nel 2018 dalla Argento Records
Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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La Francia è sempre stata all’avanguardia per quanto riguarda il metal estremo, ed in particolare il Black Metal, ha sempre trovato terreno sconsacrato fertile dai nostri cugini d’oltralpe, basti citare le indimenticate (ed indimenticabili) “Les Legiones Noirs”, oppure una band come i Peste Noir. Nel 2017 arriva questa band francese chiamata “Novae Militiae” che, dopo un Ep nel 2011, ci propone il primo full-lenght, intitolato “Gash'khalah”, che trasuda esoterismo e malignità già dalla copertina. Otto brani di antireligiosità espressa in vocals infernali, che si muovono vorticose attraverso riffing pesanti e batterie secche ed il tutto risulta così pieno e pomposo, da non lasciare un attimo di respiro, ma divenire addirittura afoso. Il massimo poi, arriva come un tritacarne, quando il cambio di tempo rende le chitarre delle lame da attraversare e la batteria si trasforma in un martello pneumatico. L’album è caratterizzato da una miscela del tipico stile francese di black metal, duro, claustrofobico, con rari momenti di pace che vanno a donare del misticismo e del mistero al lavoro dei Novae Militiae. In particolare, trovo degna di nota la seconda parte di “Daemon Est Deus Inversus”, dove è possibile apprezzare il grandioso drumming e quella nota clean di chitarra, messa sempre al punto giusto per solleticare i timpani: favoloso. Salta subito all’orecchio, il caos controllato di “Koakh Harsani” ed il suo blast beat chirurgico.
Di contro però, devo dire che le vocals sono quasi sempre troppo simili da un brano all’altro e spesso passano in secondo piano, confondendosi con il resto e l’effetto “bloom”, che permea quasi tutto il disco, creando delle composizioni pompose al limite del Symphonic, anche senza l’uso di tastiere o synth ed alla lunga, la confusione e la quasi impossibilità di godersi una chitarra o un groove ben definito, un po’ annoia.
“Fall Of The Idols” e “Seven Cups Of Divine Outrage”, chiudono questo album nel migliore dei modi. Nel primo, accanto a note più evanescenti ed atmosferiche, trovano spazio anche riffs vorticosi e piatti sferraglianti a creare inquietudine, per un brano che si presenta veramente spaventoso e che riesce a creare l’aura di misticismo maligno, molto più di quanto fatto nei pezzi precedenti e “Seven Cups Of Divine Outrage”, nei suoi nove minuti e dieci, non accetta compromessi, si racchiudono qui tutti i minuti di running precedenti e non c’è spazio per nessun respiro: “Lasciate ogni speranza, o voi che entrate”!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    04 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Giugno, 2018
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Un bosco in copertina per l'EP “Apocryphe” del duo francese Loth. Secondo lavoro in studio che racchiude solo quattro brani, così come l’EP precedente che portava il nome della band.
“Douce Dame Jolie” apre le danze con una calma e decadente melodia in acustico, che sorregge un canto femminile leggiadro e dolce. Una fanciulla in abito bianco che danza su una collina in un timido mattino d’inverno, ignorando il freddo che penetra nelle ossa e bagnandosi con l’acqua gelida di un ruscello. Una visione meravigliosa e sublime. Il cantato in francese poi, a mio avviso, non fa altro che aumentare il misticismo di tale componimento. Il pezzo prosegue disegnando melodie che sanno di favola e canti popolari, legati a tradizioni celtiche e leggende d’oltralpe ed è impossibile non pensare a quanto vasto, profondo e vario possa essere l’ambiente del black metal, dove l’oscurità viene a galla anche senza l’uso di chitarre distorte e scream infernali. E’ con “Mourir à Metz”, che abbiamo il primo vero assaggio di metal, infatti accantonata la ballad acustica iniziale, è un blast beat fitto come un groviglio di rovi ad accogliermi con una furia animalesca, amplificata da un muro di chitarre granitiche e dissonate. La voce, soffocata e strozzata dietro a questa muraglia sonora, appare disperata e feroce, un urlo ferale in lontananza, che ci fa guardare intorno perché ci sentiamo braccati. Un rallentamento al momento giusto lascia un briciolo di respiro, ma siamo lungi dall’esser al sicuro. E’ circa alla metà del pezzo che tuoni e lampi, accompagnano una chitarra acustica che arpeggiando ci lascia sprofondare in una fossa oscura fatta di depressione e tristezza, dove la fame ed il freddo, creano un mostro fatto di rancore e solitudine, che esplode poco dopo in un tripudio di raid, crash e doppia cassa, che rappresentano la potenza di quella voce disperata che lancia il suo grido nel buio. Arrivo così al terzo atto “Malmoth”, dove la musica è chirurgica e potente, non c’è traccia della furia cieca del brano precedente, ma, anzi, qui la rabbia è ben dosata e forse anche per questo più maligna. Sa dove colpire e quando, il riffing è un fiume che scorre veloce ma controllato, non ci sono rapide, né cascate, solo a brano inoltrato troviamo elementi tipici del depressive black metal, che vanno a richiamare la disperazione del pezzo precedente. La fantasia compositiva, poi, non si fa attendere e troviamo riffing più ampi e circolari, anche se non meno oscuri, che vanno ad unirsi a momenti più fitti e veloci, in una dinamica che non annoia mai e che, anche in un lavoro di notevole durata (stiamo parlando di brani che raggiungono anche il quarto d’ora di durata), riescono a donare freschezza e ad incuriosire l’ascoltatore, che quindi non si sentirà mai tediato, ma anzi ne gusterà la genialità e la bravura dei francesi. Ed è la title track “Apocryphe” a darmi l’addio, con il suo chitarrone granitico e potentissimo, accompagnato da un basso che fa tremare i muri. Vocals all’apice della disperazione, disperse chissà dove in una landa desolata immensa e vuota, dove il riff implacabile la fa da padrone, riecheggiando tra la sua stessa eco nel tempo e nello spazio, che qui, in questo posto dimenticato dal Sole, sembrano rispettivamente immobile e sconfinato. Che dire, un brano assolutamente da ascoltare, che trovo, insieme alla opener “Douce Dame Jolie”, il punto più alto della genialità compositiva dei LOTH, che si rivela totalmente poi sul finale, con un arrangiamento che non mi sarei mai aspettato e che mette i brividi.
In ultima analisi, “Apocryphe”, è un bellissimo album, molto vario ed interessante; unica pecca è la mancanza di un pizzico di oscurità in più, che renda i brani veramente oscuri, non solo furiosi e depressi, ma è una pecca che voglio nominare solo per voler fare un po’ il pignolo, perché si tratta di un lavoro veramente da ascoltare, soprattutto se amate il DSBM o il Black metal Atmosferico.

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Opinione inserita da Anthony Weird    29 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 2018
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Ne hanno fatta di strada da quando, nel 2003, uscì dal nulla il loro primo Full-length, “Forgotten Legends”, e fu come un fulmine a ciel sereno. Oggi, a circa quindici anni di distanza, tornano con un nuovo lavoro in studio gli ucraini Drudkh ed il loro black metal naturalistico e folkloristico!
“They Often See Dreams About The Spring”, in originale “Їм часто сниться капіж”, è un Full-length composto da cinque tracce, che si aprono con “Nakryta Neba Burym Dakhom” ed una chitarra in lontananza, prima di una esplosione piacevolissima e controllata. Subito salta agli occhi la grande maestria e il gusto per la melodia degli ucraini, la voce, in uno scream disperato e potente che resta però in secondo piano, ben dietro al muro sonoro creato dalle chitarre ed una batteria precisissima e pulita, con i suoi battiti sul crash, che sono una manna dal cielo! Il pezzo pare placarsi a metà della sua lunghezza e ci lascia respirare per una ventina di secondi, facendoci cullare dalla maestria dietro le pelli e da una chitarra che scorre come un fiume calmo, lento ma inesorabile. La progressione crescente tuttavia, si interrompe di colpo per tornare a martellare per pochi secondi ancora, prima di lasciare il posto alla seconda traccia “U Dakhiv Irzhavim Kolossyu” ed i suoi accordi trascinati. Un arpeggio oscuro e dissonante fa la sua comparsa, per risvegliare il ruggito del basso che apre la strada alle vocals, anche qui in secondo piano, relegate a compagnia disperata dietro ad un muro sonoro impossibile da superare in questo viaggio nell’oscurità. Un brano molto più disperato e potente del precedente, che non si spingeva a grandi velocità; cosa che invece qui troviamo ed il senso di disperazione ed oppressione è tangibile, soprattutto per quanto riguarda la voce. Un urlo straziante, sorretto da queste chitarre così inesorabili che si muovono e si trasformano, ma senza donare mai un istante di tregua e pace. Apertura più melodica ed intensa invece, per “Vechirniy Smerk Okutuye Kimnaty”, un pezzo più ragionato che, nonostante non accenni a nessun calo di velocità o potenza, risulta più sentito e profondo. Lo dimostra l’ampia sezione strumentale lasciata al centro del brano, con un riffing melodico che ritorna combattendo contro il chaos generato da una doppia cassa controllatissima ed una distorsione che non lascia via di scampo. Un “chaos calmo”, che non può che deliziare le nostre povere anime nere, cullandoci in un vortice malato pregno di rabbia e malinconia. Parte con un Black metal molto legato alla tradizione norvegese il quarto brano “Za Zoreyu Scho Striloyu Syaye”, con un riffing cupissimo e melodico che vorticoso come un tornado strappa e avvolge tutto ciò che ha intorno. La doppia cassa a tappeto è il manto che ci tocca percorrere in questo labirinto nero, che a volte, ma solo a volte, trasforma le sue pareti per permetterci di proseguire, tra incubi e demoni. Un viaggio introspettivo nell’inconscio più spaventoso e profondo di ognuno di noi, dove le oscure presenze che ci circondano sono la materializzazione stessa dei sentimenti e delle emozioni che questa band è capace di tirare fuori. Tornare indietro è impossibile, possiamo solo proseguire. E proseguendo, ecco che mi si para davanti l’ultimo atto, l’ultimo girone di questa discesa negli inferi. Tutto è caotico, tutto ruota intorno a me e l’oscurità è falciata da istanti di luce pallida, che non fa altro che illuminare gli incubi e l’orrore che questa band ha rievocato nella mia mente. I riffing circolari mi ricordano che non c’è via d’uscita, le vocals sono demoniache e perseguitano chi ha l’ardire di risvegliare i propri incubi dimenticati. La velocità è notevole, i BPM si alzano non di poco rispetto ai brani precedenti, regalandoci un lavoro superbo ed impossibile da non apprezzare.
Un Black metal che fa quello che si è proposto fin dall’inizio: deliziarci e terrorizzarci, con note evocative che creano dimensioni infernali davanti ai nostri occhi. Non aggiungo altro, mi lascio trasportare come un soldato caduto da questo fiume in piena fatto di acqua nera, marcia e maligna, fino alla foce, che arriva come un fulmine luminoso, a squarciar il buio. Un Album che nessun fan del Black (in particolare), ma di tutta la scena metal, non dovrebbe farsi sfuggire, ad un passo dal capolavoro!

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Opinione inserita da Anthony Weird    14 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Marzo, 2018
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Come si fa a recensire una raccolta?! E’ questo che mi chiedo mentre ascolto l’ultimo lavoro marchiato Nightwish, a tre anni di distanza dal tanto chiacchierato “Endless Forms Most Beautiful”, e quando già si inizia a sentire nell’aria l’odore di un nuovo album, ecco che invece abbiamo questo “Decades”, una raccolta che ripercorre l’intera carriera della band, da “quando c’era Lei”, Tarja, fino ad oggi, in ben ventidue tracce, spalmate su due dischi.
Si va dai grandi classici, come “Nemo”, “Ghost Love Score” e “I Wish I Had an Angel”, passando da veri e propri capolavori del genere della “seconda era” dei Nightwish, come ad esempio “The Poet and the Pendulum” e “Amaranth”, includendo anche i migliori (evidentemente) brani con la nuova statuaria front-woman Floor Jansen; tutti in edizione originale, senza alterazioni. Unica pecca, a mio avviso, è l’assenza di qualche brano live, o di qualche rarità, chicca o comunque qualcosa che potesse stuzzicare ulteriormente il palato ed invogliare all’acquisto, ma tant’è....
La release in questione è inoltre disponibile in diversi formati: si va dalla sempreverde edizione Digipack con due dischi, all’Earbook fino alla succulenta versione a tre dischi in box set.
Che altro aggiungere, se siete fan dei Nightwish è il momento migliore per rivivere tutte le tappe della band e non potete lasciarvi scappare questa raccolta.

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Febbraio, 2018
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I tedeschi Milking the Goatmachine, continuano a sfornare un album dopo l’altro, instancabili. Hanno pubblicato quasi un full-length all’anno dal 2009, compreso un greatest hits, intitolato “Covered in Milk”. Oggi tornano sulle scene sicuri dietro le loro maschere da capra e con un bel carico di ironia e brutalità, con questo nuovo album “Milking in Blasphemy”, contenente ben sedici tracce di cui, in piena tradizione Grindcore, il brano più lungo raggiunge appena i tre minuti e ventisei.
Premettendo che io non amo la musica demenziale (Squallor a parte), se poi parti storpiando un pezzo degli Immortal con me caschi male proprio, perché se un capolavoro come “Sons of Northern Darkness”, mi diventa l'opener dell’album “Farm of Northern Darkness”, allora pretendo pure che mi dimostri la stessa solennità, magnificenza e leggenda dell’originale e non una sorta di scimmiottamento del riff. Tuttavia, tecnicamente non suona male, la produzione è perfetta per la proposta presentata e sia il lavoro dietro le pelli che tutto il comparto tecnico lavorano bene, in modo chiaro e potente. Si passa da momenti più puliti e cadenzati ad altri in pieno slamming, che però con appena due minuti ti lascia l’amaro in bocca. Tocca così a “Nemesis Bettina” (…) e davvero mi chiedo quale sia l’intento, se prendere per il culo la scena metal o semplicemente mancanza di originalità e quindi far sfociare tutto in una comicità becera e banale, perché se a qualcuno questo modo di fare può fare sorridere a me fa solo incazzare, perché se vuoi prendere per il culo il lavoro di altri artisti, devi dimostrare quantomeno di essere sullo stesso livello. “Straw Bale Apocalypse”, apre la strada al cantato in Pig Squeal e l’unica cosa piacevole del brano sono i momenti slamming non abbastanza potenti, né abbastanza brutali a mio avviso. La velocità dei brani è piuttosto bassa e non fa certo pensare a qualcosa di straordinario. “Milking in Blasphemy”, è la title-track al numero quattro della tracklist. Il riffing secco e mitragliante è la boccata di respiro che serviva a questo disco per cominciare ad ingranare finalmente. Qui si inizia a vedere la capacità compositiva dei tedeschi che sfornano un Death metal che riesce a colpire nel segno. Numero cinque per “Add the Horn of Winter”, con le sue terzine e la distorsione molto più potente, riesco a godermi persino un basso molto più presente e coinvolgente. Ritmo in up e sound da vera scuola grindcore per un brano che di sicuro trova la sua dimensione in sede live, così come la successiva “Freezing Hoof” e qui davvero taccio, anche perché sarebbe inutile ripetere il concetto. Pig Squeal e slamming e si sprofonda fino alle ginocchia nelle viscere maciullate, cercando di tenere il controllo, ma l’arrivo di un blast beat fittissimo ci rende impossibile respirare. Belli e inaspettati i mid tempo che danno lo stacco tra uno slamming e l’altro. “Goats in a Throne Room” è la giusta continuazione del brano precedente e riprende esattamente da dove “Freezing Hoof” si era conclusa. Sono assolutamente contento di trovare un lungo assolo che va a spezzare le terzine bassissime e questo credo sia il punto di forza dell’intero pezzo. Gli angeli ingrassano a vista d’occhio in “Where Fat Angels Cry” e il suo riff basso e violento. Un brano più dinamico, che si muove su binari tormentati e ritmici, molto coinvolgente. Purtroppo il livello tecnico e compositivo dei pezzi è abbastanza elementare e sono poche le occasioni di rivalsa, come sul finale di “Where Fat Angels Cry”, in cui la voglia di metal estremo della band viene fuori e, finalmente, diventa estremo sul serio regalando una sfuriata al cardiopalma, da cuore in gola. “Milk Churn Funeral”, è un brano dal ritmo rockeggiante, che avanza in “up”, contrastando il grunt urlato della voce. Un bel brano che finalmente racchiude in se il vero Death Metal, con l’idea grindcore di “macina”. Neanche “Transilvanian Hunger” viene rispettata da questi burloni, che sfornano “GoatEborgian Hunger”, che almeno si dimostra essere un brano superiore alla media di quanto ascoltato fino ad ora. Il riffing da tritacarne si protrae all’infinito, interrotto solo da una corsa in solitaria della chitarra solista, per poi tornare di colpo a martellare a velocità moderate. “Sliden Christi”, al numero undici, è una sorta di intermezzo, pochi secondi fatti di urla e martellate, per poi arrivare a scimmiottare i Deicide con “Wolves upon the Cross”, che inizia replicandone la formula nel canto del titolo. Il brano di per se è tuttavia molto bello, davvero simile all’originale e carico di potenza e cattiveria, quasi quanto gli stessi Deicide e devo dire che quantomeno i Milking the Goatmachine sono in grado di comporre brani all’altezza quando lo vogliono. “Goat Mans Child”, ci riporta il Pig Squeal su un pezzo che richiama la band di Galder, storico chitarrista dei Dimmu Borgir. Ci avviciniamo al finale con “Endzitze”, uno dei brani più seri e meglio composti di tutto l’album, che riesce in appena tre minuti a regalarci una solida base Death Metal per un tritacarne grindcore, che alterna momenti Slamming e Pig squeal ad altri più cadenzati e “ragionati”, riuscendo persino ad aggiungere un assolo in stile Heavy metal classico. “G.O.A.T.M.A.C.H.I.N.E”, appena sedici secondi di follia e raggiungo immediatamente “In the Shedside Eclipse” dove mi girano abbondantemente e non vedo l’ora di chiudere, perché questo modo di fare delle bands grind lo trovo veramente irritante e presuntuoso. Volendo parlare del brano, è notevole. Pieno grindcore senza nessuna contaminazione, che forse aumenta leggermente il livello del disco e devo dire che ce n’era bisogno.
Mi chiedo perché fare questo tipo di lavoro, andando a prendere per il culo, artisti con i quali noi (e anche loro stessi) siamo nati, invece di offrire loro il nostro supporto e rispetto. Che dire, al di là del discorso della parodia, il disco in se non è malaccio, non è un capolavoro e appare un po’ svogliato soprattutto nella prima parte, ma tutto sommato si lascia ascoltare, regalando qualche chicca piacevole. Carino e anche interessante volendo, ma che non basta a renderlo degno di nota. Ascoltate se siete fan del genere, altrimenti si vive (e si ride) benissimo anche senza questi buontemponi caprini.

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Opinione inserita da Anthony Weird    18 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2018
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Cavaliere impavido in copertina e branco di lupi bianchi, così si presenta "Zăul Moș", il nuovo album di casa Syn Ze Sase Tri, band rumena arrivata al quarto lavoro in studio dedita ad un Black Metal epico-sinfonico, che richiama a momenti i Dimmu Borgir, Immortal, Keep of Kalessin, ma anche progetti più controversi come Arckanum e contaminazioni prese direttamente dall’ Epic-Power Metal più canonico. Soprattutto i connazionali Negura Bunget, dove militava l’ex chitarrista e vocalist Corb.
Già dal primo brano “Tărîmu de Lumină” è evidente e tangibile, oltre la grande maestria dei rumeni, la voglia di inserire elementi di chiara origine folkloristica, non solo per la scelta di cantare in lingua madre.
Conquista immediatamente la mia attenzione il sapiente uso delle testiere, mai predominante, ma che anzi non fa altro che arricchire i brani già di per se molto complessi, con l’uso di strumenti tipici della tradizione popolare. “Dîn Negru Gînd”, invece, apre in pieno stile Power Metal, tanto che pare di ascoltare i Rhapsody mentre i Dimmu Borgir stanno suonando nella stanza accanto e devo dire che questo sound non mi dispiace affatto, anche quando due tipi di vocals si alternano, creando un duetto estremo che però alla lunga viene a pesare, perché è come se Dani Filth (quello attuale) abbia un litigio con se stesso davanti allo specchio. Tuttavia l’unica cosa davvero degna di nota è l’assolo carico di Heavy Metal di “Solu Zeilor”, perché, a dire la verità, l’effimero entusiasmo iniziale è quasi immediatamente scomparso, consumato da una produzione plastica e talmente fredda che la base pare distaccata dal resto, con le voci in primissimo piano e dei blast beat che si limitano ad una doppia cassa meccanica e non troppo fitta. “Zăul Moș” può risultare interessante per l’uso particolare delle voci, ma è l’unica cosa degna di nota, così come in “Plecăciune Zăului”, dove la voce femminile rende il brano una sorta di ballad black metal che merita sicuramente di essere ascoltata, anche solo per il sentimento che traspare. I restanti brani restano nel pieno stile Dimmu Borgir e non raggiungono mai elevate velocità, a parte su “Urzeala Ceriului” dove osano un po’ di più e finalmente sento la band che volevo fosse dal principio. Peccato che la trovi solo qui.
Si tratta, in ultima analisi, di un album mediocre che, per quanto mi riguarda, riesce a superare la sufficienza, solo per il lavoro alle chitarre che, nonostante sia spesso troppo simile tra un brano e l’altro, resta notevole e coinvolgente, creando riff accattivanti e soprattutto assoli sporcati di NWOBHM. Non è un album brutto, né un disco essenziale, destinato ai fans di certe sonorità che vogliono qualcosa di un po’ più “elevato culturalmente”, dal momento che si concentra sulla tradizione dell’est Europa. Consigliato se amate il genere, altrimenti passate pure oltre.

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Opinione inserita da Anthony Weird    27 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Gennaio, 2018
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“Symphonic- DSBM”, due generi che, se ci pensate bene, stanno insieme come il cacio sulle cozze e che, nonostante vengano spesso miscelati tra di loro da band che cercano di rendere più maestosa o più disperata la loro musica, raramente vengono utilizzati per definire il tipo di proposta presentata. Cosa che invece fanno questi Mist of Misery, direttamente da Stoccolma. Ci propongono questo EP di sette pezzi di black metal, che non riesce a starsene tranquillo, scorrendo nel suo letto oscuro, ma che spesso straborda, invadendo l’una o l’altra corsia.
Mi accingo quindi al rafting lungo queste rapide, partendo con la prima traccia “Shackles of life”. Un pianoforte sorretto da una chitarra acustica si presentano subito lievi ed atmosferici. Belle le note di basso in sottofondo e devo dire che a questo punto non mi aspettavo la sferzata di disperazione che salta fuori dopo poco dall’inizio. Il basso diventa potente, le chitarre sono come impazzite ed iniziano a creare muri granitici tutto intono a me, fino a quando una mitragliata di blast beat, non fa la sua comparsa a sorreggere il tutto. Egregiamente poi, la voce arriva a spazzare via ogni cosa con il suo canto disperato e non può fare a meno che portare oscurità. Salta subito all’occhio, o meglio all’orecchio, la produzione perfettamente azzeccata al tipo di sound, non eccelsa, ma neanche grezzissima. La seconda parte del pezzo diventa più melodica e il piano la fa da padrone, con il suo banding in primo piano. La voce invece è relegata ad eco lontano, ormai inarrivabile e senza speranza, un tuono portato dal vento. Qualcosa di sublime. “Placid Drowing” è una sorta di intermezzo di meno di due minuti, fatto di note ovattate, suoni dispersi in acqua, annegati ed affogati nel fiume della disperazione di cui ci narrano. Una specie di nota introduttiva per il capitolo più lungo dell’EP, ovvero “Broken Chains”, che apre in modo molto atmosferico, con un coro angelico, che fa da contorno al vero splendore black che questa band porta subito dopo. Muovendosi lungo territori assolutamente DSBM, si ergono al nostro passaggio cattedrali gotiche e cimiteri abbandonati, grazie ai cori e alle pompose sinfonie che gli svedesi non ci risparmiano. Subito dopo la metà del brano, trovo una stranissima distorsione delle lyrics, che vengono recitate al contrario. Qualcosa di sicuro di grande effetto e molto accattivante. Dopo questa simpatica fase, torniamo ad inoltrarci nelle lande desolate, dove le anime dei dimenticati non trovano pace, innalzando verso il cielo nero, i loro gridi di dolore, sangue e lacrime. Brani veramente molto evocativi, che fanno della furia del Black metal il loro punto di forza, ma senza mai dimenticarsi della parte emotiva che questo genere riesce a tirar fuori, in questo caso amplificata grazie all’ausilio delle note sinfoniche e depressive. “A Dreamless Void” fa tornare in auge il pianoforte triste e malinconico con delle forti note di basso, ma, stranamente, molto più allegro di quanto immaginassi. Devo dire però che l'ho trovato molto piacevole ed azzeccatissimo a questo punto del pezzo. Le note dell’organo poi, vanno a cullare le nostre orecchie deturpate e così ci accompagnano al quinto brano “Dagon” dove, accantonate per ora le splendide note classiche, si torna a martellare dietro al muro di distorsione e bassi impenetrabili, a cui si aggiunge un blast beat fitto e perfetto. Qui le tastiere sono acide e maligne, qualcosa che ricorda i primi Cradle of Filth, ma senza la voce a raffica di Dani Filth, anzi con un sound fresco e “svecchiato”, pur restando negli stilemi classici del black metal. Ancora un intermezzo di piano, questa volta intitolato “Opening Chapter to a Solitary Confinement” e chiudo gli occhi, lasciandomi trasportare da questo splendore, aspettando il momento in cui tutto tornerà ad esplodere. “Closing Chapter”, il settimo ed ultimo brano, ci accoglie in modo molto più tenue di quanto mi aspettassi. Suono delle onde e note di pianoforte sorreggono la voce, che recita parlandoci di patti col diavolo e qualcuno singhiozza piangendo in secondo piano. Ascoltando il racconto malsano mi avvicino alla fine, devo dire positivamente colpito da questo gruppo svedese, che sa coniugare perfettamente sia il concetto di “black metal” a quello di puro “black”, senza il bisogno di distorsioni impossibili e velocità impressionanti, ma anzi, servendosi di un nobile e calmissimo pianoforte che, nelle mani giuste, diventa un’arma di “metallizzazione” di massa! Assolutamente consigliati.

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Opinione inserita da Anthony Weird    11 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2017
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Le bands della Campania ci stanno dando non poche soddisfazioni ultimamente, io stesso mi sono trovato a recensire delle vere perle che per una volta non parlano di sole, mare e fichi d'India... Scuorn, Annihilatomancer e Rossometile, tanto per fare qualche nome, ed è lì che, sotto il sole di Napoli, nasce una band che sogna il gelo ai piedi del Vesuvio. I Neve infatti, sono figli di Partenope e ci propongono oggi “Tales from the Unknown”, che si apre con un brano dal titolo splendido “Clouds of Melancholy”. Bella produzione low-fi, grezza e graffiante in pieno stile DSBM, con un poderoso e onnipresente basso in primo piano. Ciò che viene immediatamente penalizzato è il suono della batteria che resta molto in secondo piano, sopraffatto ed in parte oscurato. Ma tuttavia il brano racchiude un profondo senso di dispersione e tristezza, una rabbia ovattata e bisognosa di esplodere, con pezzi di rassegnazione improvvisa e depressione crescente, basta ascoltare l'ultima fase.
“This Ancient Cliff”, prosegue benissimo sullo stesso binario, presentando un brano molto più vario e curato della opening. Bello il lavoro di tastiere che salta immediatamente all'attenzione, dove trovo un drumming molto più presente, che si muove bene attraverso un basso molto dinamico e piacevole. Le vocals sono adatte, perfettamente integrate con il resto del lavoro e restano molto in secondo piano, come richiesto dal genere proposto. La sezione strumentale qui è notevolmente migliore e va a creare un brano veramente piacevole e anche originale. La voce distorta sul finale poi, è un tocco di classe, lyrics recitate che donano un notevole spessore al pezzo. Molto bello!
Proseguo con “The Night” ed il suo riffing carico di tensione. Si tratta di un brano molto più veloce dei precedenti, più carico e più pesante, che attinge a piene mani dal black metal più classico di stampo norvegese, che accantona leggermente i territori del DSBM, per tornare alla vecchia scuola. Sono palesi influenze di Darkthrone, Arkhanum e Burzum, ma si perde in un finale frettoloso e troppo raffazzonato a mio avviso. Dà assolutamente l'impressione di essere stato tirato via e questo dispiace. Con “So Many Times”, entriamo nella seconda parte dell' EP in modo positivo. Una lunga intro strumentale che ripete come un disperato mantra il riffing iniziale, che poi, come un triste Virgilio, ci accompagnerà nella discesa all'inferno insieme ai Neve. Un brano piacevole, ma non ai livelli di “This Ancient Cliff”, che però comunque si dimostra originale grazie ad un assolo praticamente fuori dagli schemi e che mi fa alzare un sopracciglio incredulo, che non va assolutamente a deturpare il brano ma che, anzi, gli dona personalità e gli concede un certo interesse. Mi avvio alla parte finale con “Perpetual Nightmare” ed il suo arpeggio struggente. Una intro molto lenta e una chitarra solista elegante e decadente. Un viaggio strumentale nel cosmo deturpato, nelle tenebre graffianti. Si tratta di una composizione semplice ma efficace, che non fa gridare al miracolo, ma che rende più scorrevole questo “Tales from the Unknown”, conferendogli grazia ed eleganza “gotica”, nella sua decadenza, non solo grazie alle note di pianoforte finali.
Ultimo step per “Pure”, distorsione pesante e granitica e si parte. Bassone prepotente sempre molto in risalto ed un riffing molto veloce. Qui il DSBM trova la sua linfa e la forza depressa e disperata di cui si nutre. Anche qui l'originalità è presente, con stacchi melodici ed esplosioni di rabbia improvvisa, bipolare ed interessante, con una bella sezione ritmica e delle vocals molto adatte ed integrate al resto.
Senza gridare al miracolo, "Tales from the unknown" dei Neve è un EP piacevole, fluente, che aggiunge un nuovo bel lavoro al metal made in Campania e che tutti gli appassionati del genere, dovrebbero almeno ascoltare.

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Opinione inserita da Anthony Weird    08 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Epica fanno sul serio! La band olandese sembra stanca di essere considerata parte di un genere per ragazzini e, diciamolo, ogni fan è stanco di sentirsi dire che li ascolta solo per l'abbagliante bellezza della singer Simone Simons, cosa veramente ridicola. Hanno quindi appesantito il loro sound già da tempo, inserendo elementi tipici di generi molto più estremi, come Death Metal, Djent, ma anche Progressive e Black, creando uno stile proprio della band, che ha ben poco da spartire, a mio avviso, con le restanti nuove leve del Synphonic.
Le composizioni della band sono serie, moderne e fresche, impegnative, geniali oserei dire, i brani sono studiati, sono sofferti e mai banali, l'immensa capacità compositiva degli olandesi si è andata raffinando, affinandosi ed affilandosi, divenendo col tempo una vera e propria punta di diamante del Metal mondiale di oggigiorno. Accantonati i temi più “goth”, che li avevano resi celebri all'inizio della loro carriera, gli Epica, si sono spesso concentrati su tematiche sociali ed introspettive, ma, dall'uscita di “The Quantum Enigma”, il nuovo amore concettuale della band, sembra essere la fisica quantistica, lo spazio, l'universo e tutto il senso cosmico di un senso ed una modalità dell'esistenza della vita e della materia stessa, che è veramente troppo inconcepibile per un semplice essere umano, ma al tempo stesso ugualmente affascinante. Ed ecco quindi, che a più di tre anni di distanza da “The Quantum Enigma” vede la luce ciò che possiamo definire come il completamento di “The Holographic Principle”, la chiusura del cerchio, ovvero l'EP “The Solace System”, uscito esattamente un anno dopo l'album di cui è il giusto proseguimento. “The Solace System” contiene sei brani ripescati tra quelli scartati dalla tracklist di “The Holographic Principle”. Si presenta con una elegante ed accattivante confezione digipack, con una copertina che definire meravigliosa è un eufemismo, e non solo perché dopo anni finalmente torna Simone in copertina, cosa che non può fare che piacere!
La prima traccia, senza nessun fronzolo, senza una classica intro tanto care alla band, è la title-track “The Solace System” e ciò che salta subito all'occhio - o meglio all'orecchio - è l'immenso senso di “elevazione”, di cui è pregna l'atmosfera. Si ha subito la sensazione di stare ascoltando qualcosa di “alto”, di maestoso e complesso. I cori iniziali donano immenso spessore e carattere al brano e, dopo una pausa generale, la voce dolce e fresca di Simone entra in campo già sparata a mille, subito seguita a ruota dal grunt granitico di Mark Jansen, contornato dai cori, ampi ed accattivanti. La sezione ritmica non accenna mai ad un calo, neanche durante le strofe, ma resta costante aggiungendo colpi di doppia cassa a tappeto, durante il ritornello e, come sempre nello stile della band, molta importanza è data alla parte puramente strumentale dei brani, che qui raggiunge il suo apice con un assolo splendido e funesto, forse leggermente corto per i miei gusti, ma che poi va ad esplodere sul drop e regala un ricamo sublime, dove il sistema solare viene meravigliosamente omaggiato. Con la seconda traccia, “Fight your Demons”, tornano i temi positivi e carica di speranza di cui gli Epica hanno sempre abusato e mi stupisco di come un brano del genere, possa essere stato scartato dalla tracklist dell'album principale. Il Djent regna su delle fasi forse leggermente canoniche, ma con una immensa potenza delle terzine e con una distorsione dura come un masso, creano una cascata di martelli dietro le pelli. L'assolo poi è il vero punto d'arrivo di questo brano, uno sfogo, una violenza unica, voci femminili e growl cupi si alternano in una costante ascesa verso l'infinito, ricordandoci di non arrenderci mai e di continuare a combattere i nostri demoni. Il vero capolavoro di questo EP è però sulla pista d'atterraggio ed arriva puntuale al numero tre con il titolo “Architect of Light”, un brano magnifico, emozionante e sensazionale, che con i suoi cinque minuti e ventun secondi riesce a far realmente immaginare mondi “exta-materiali”, fatti di una essenza che non possiamo neanche immaginare e concepire sulla Terra, vivi una dimensione cosmica talmente assurda e reale al tempo stesso, che può solo appartenere al divino. E mi chiedo cosa abbiano pensato quando lo hanno scartato, perché è uno dei punti di forza non solo di questo concept, ma di tutti gli ultimi anni della band. Scintillii di Synth, tastiere che paiono uscite da un film epico su Re Artù e i Cavaliere della Tavola Rotonda, per poi esplodere con un riffing ed una melodia vocale dei cori, che sono tra le migliori cose ascoltate nell'ultimo periodo. La lead vocalist accarezza le nostre anime con una voce dolce e fresca e smorza la potenza incontenibile della sezione ritmica che non accenna a calare di un tono, soprattutto quando sono i grunt di Mark ad entrare in gioco ed un blast beat fitto come un groviglio di rovi, si stende a tappeto sotto tutta la composizione. E poi la magia: architetture innaturali di castelli fatti di luce e pietra si stagliano davanti ai miei occhi sognanti, con fasci di luce dorata che tagliano in diagonale le loro sagome bianche, cori angelici e l'immensa maestosità di questa band e della Dea che fa da frontwoman che si eleva al di sopra di tutto, della terra, del sistema solare, della realtà stessa, che ci dona un assaggio, un pezzo d'Arte di una magnificenza ultraterrena! Ancora imbambolato da una meraviglia del genere, con l'anima sazia ed in estasi, mi accingo ad ascoltare “Wheel of Destiny”, quarta tappa di questo viaggio in musica nel sistema solare. Un'esplosione di potenza e riffing da old school creano il giusto mood per aprire la strada ad un pre-chourus strumentale che va ad allungare l'intro senza stancare. La voce di Simone saltella sulla chitarra ritmica, rincorsa da un poderoso growl, che la costringe a rifugiarsi in un ritornello molto piacevole ed accattivante. Benché il brano non raggiunga il livello del suo predecessore, risulta ben studiato, bilanciato e con una buona sezione strumentale a cui viene lasciato una buona dose di spazio, pur restando su fasi canoniche. Il giusto brano per alleggerire l'EP, almeno emotivamente, perché qui il metal è predominante e la potenza dei brani è costante almeno fino alla prossima canzone, ovvero “Immortal Melancholy”, dove se la potenza cala, donando un attimo di tregua ai nostri timpani, è l'emotività a raggiungere le stelle! La ballad è lenta e calma, ed è una leggera chitarra acustica a partire, sorretta da un basso forse troppo predominante e potente. La voce di Simone è molto “in your face”, pulita, melodica, molto fresca e tenera ma con delle punte di lirico che ne smorzano la dolcezza. Il brano è corto - si tratta del pezzo più breve dell'EP - e credo che sia la sua dimensione adatta, una lunghezza maggiore avrebbe finito per snaturarlo, a discapito della freschezza. Una canzone che, pur essendo una ballad, dice in faccia ciò che ha da dire e lascia l'ascoltatore a riflettere su quelle parole, senza aggiungere altro, facendo in modo che sia egli stesso ad aggiungere ciò che il proprio cuore pretende ancora di sentirsi dire. Meraviglioso. Ultimo step, purtroppo, per “Decoded Poetry”, la vera chiusura del cerchio, con questo il principio olografico è finalmente concluso, eviscerato, spiegato e completo, ultimo brano che può finalmente liberare la band da questo macigno troppo pesante da reggere e da sopportare, ed ora con queste note prepotenti che tornano a martellare innalzandosi nel cosmo, possono finalmente dare pace a quest'arte irrequieta. Il pezzo torna sul livello dei pezzi precedenti ad “Immortal Melancholy”, ovvero un brano molto potente in pieno stile Epica, con parti sinfoniche che vanno ad arricchire la composizione ritmica che oscilla tra Thrash Metal e Djent, con spruzzate di vari altri sottogeneri, che non fanno altro che dare ulteriore “odore” ad un pezzo che di suo è già molto vario e complesso. La voce che si unisce alla parte finale dell'assolo è la ciliegina sulla torta che ci accompagna al finale, al culmine di tutto, che non poteva essere che magnifico e maestoso, pomposo come solo una band sinfonica di tale livello può essere.
Gli Epica sono tornati alla grande a solo un anno di distanza e ci regalano un ulteriore assaggio, dopo una gustosissima ed abbondante portata come lo è stato "The Holographic Principle", di quello che possono tirare fuori dalla loro incredibile capacità compositiva e bravura eccelsa. Inutile dire il contrario. In conclusione, come il chitarrista Isaac Delahaye ha tenuto in più di una occasione a ribadire, “se prima d'ora gli Epica sono stati una band Symphonic, con componenti Metal, ora sono una band assolutamente Metal, con componenti Symphonic”, lontana anni luce (è proprio il caso di dirlo), dal finto metal che infesta i festival ormai, che vive d'immagine con frontwomen scosciate, scollate ed ammiccanti, con un look che oscilla tra il goth e l'emo, e che hanno ben poco da offrire se non una distorsione durante gli innumerevoli ritornelli e sempre più centimetri di pelle da mostrare. Gli Epica sono un altro mondo, un altro universo e lo dimostrano lavoro dopo lavoro, con una bravura, capacità e coraggio che li ha già resi maestri di tale genere e che li sta portando man mano sempre di più nella leggenda.

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