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Opinione scritta da Anthony Weird

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Opinione inserita da Anthony Weird    25 Aprile, 2017
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Forces of the Northern Night (DVD 1)

Ne è passata di acqua sotto ai ponti dai tempi di gloria di “Enthrone Darkness Triumphant”, da cui i Dimmu Borgir non hanno sbagliato un colpo, piantando pietre miliari che hanno messo i cardini su ciò che il Synphonic Black Metal poteva essere, anche discostandosi dalla tradizione più oltranzista e “anti-commerciale”. E di certo non si può dire che non abbiano messo in chiaro di sapere cosa stessero facendo, di album in album, la band norvegese non ha sbagliato mai un colpo, dal già citato “Enthrone Darkness Triumphant” ; “Spiritual Black Dimensions” e “Puritanical Euphoric Misanthropia”, fino a quella vera e proprio bomba nucleare che è stato “Death Cult Armaggeddon”. Il primo, se così si può chiamare, passo falso, è stato il tanto chiacchierato “In Sorte Diaboli”, da me sinceramente, in ugual modo apprezzato. Quello che invece, veramente mi ha fatto storcere il naso, è stato l'ultimo album “Abrahadabra”, dove, con una band mutilata di ben tre elementi cardine (certa gente ancora piange l' abbandono di Vortex...), è sembrato più un voler ribadire di essere ancora vivi e vegeti, che una vera e propria forma di espressione (Quella “Dimmu Borgir”, che sa tremendamente di autocompiacimento..!), tuttavia, oggi tornano sulle scene (e nei chiacchiricci metallici), con un doppio DVD live, chiamato “Forces of the Northern Night”. Il primo disco, registrato a Oslo, presenta immediatamente la vera, reale chicca, cioè la presenza della magnifica “Kringkastingsorkestret Orchestra”, meglio conosciuta come “Norwegian Radio Orchestra” e del suo Coro, a cui viene lasciata l' apertura totalmente strumentale di “Xibir”, che devo dire riesce a far crescere l' hype, fino all' esplosione della prima vera track, “Born Treacherous” con un intermezzo corale, veramente suggestivo. La carica però sfuma immediatamente quando parte “Gateways”, che, nonostante la presenza in scena di “Agnete Maria Forfang Kjølsrud” a dare man forte a Shagrath, con la sua pungente voce femminile, presenta un mixaggio veramente insoddisfacente, con i volumi sfasati e le chitarre che paiono inesistenti. A questo punto, è di nuovo la “Kringkastingsorkestret Orchestra” a dimostrare la sua maestria, interpretando “Dimmu Borgir”, con i loro strumenti ben lontani dalle distorsioni ribassate dei blacksters, che però non fanno attendere molto per tornare on stage, dato che lo stesso pezzo “Dimmu Borgir”, viene ripetuto questa volta normalmente, tanto da sembrare un prolungamento della stessa. Dopo i saluti al pubblico di Shagrath, subito si riparte con una raffica di doppia cassa, con “Chess with the Abyss”, dove però, mi dispiace dirlo, ma la chitarra di “Galder”, è totalmente assente. Lo vediamo suonare a vuoto, senza il suono e la cosa fa davvero male... tanto più che assistiamo ad una “Ritualist”, assolutamente non al loro livello, ma che puzza tanto di “riempitivo”, fino ad un brano che torna ad innalzare il livello della band on stage, cioè “A Jewel Traced Through Coal” dove mi rendo conto che le bellissime ragazze del coro, sono inquadrate molto spesso, a differenza del povero Brat alle tastiere, praticamente dimenticato dai cameraman. “Eradication Instincts Defined”, segna la fine della prima parte dello show, anche questa lasciata agli archi dell' orchestra, senza la band in scena. Da questo momento, sono i classici a farla da padrone, si torna in pompa magna, con un gustoso cambio d' abiti, con la sensazionale “Vredesbyrd”, dove con gli effetti alla voce e le luci accattivanti, assistiamo ad una prova molto convincente, se non fosse per un problema assolutamente indigeribile : L' assolo non si sente ! Galder è un mimo che si muove sul palco, una marionetta che imbraccia una chitarra muta, il che è un peccato immenso. Il vero spettacolo metal, lo si ha però con la colossale “Progenies of the Great Apocalypse” ed il pubblico si infiamma, soprattutto godendosi la strepitosa parte clean, che una volta era affidata a Vortex, cantata magistralmente dal coro, in un intermezzo che mette i brividi ! Stessa formula, con “The Serpentine Offering”, dove lo show è veramente ai livelli degni di una band del genere, che supportato da una magnifica orchestra, non può che raggiungere dei livelli epici immensi. Anche questo brano, affida la sua clean al coro e la scelta è oltremodo vincente ! “Fear and Wonder”, in mano alla “Norwegian Radio Orchestra”, da ai nostri, il tempo di cambiarsi di nuovo d' abito e di far riprendere le corde, vocali e non, per tornare in scena con “Left are the kings of the carnival creation...Carrying out the echoes of the fallen...” e la sua terzina di piano a mettere i brividi ai presenti e non. Unica pecca, anche qui, è la chitarra di Galder, del tutto inesistente, e dopo la strepitosa strofa clean, come sempre affidata al coro, mi trovo a sospirare malamente durante l' assolo dell' axeman pelato, che è totalmente muto. Le immagini sul tabellone e nel disco, vengono alternate a quelle riprese da un cellulare (?!!) sulle luci rosse di “Puritania” e, tra i continui incitamenti di Shagrath al pubblico, ci avviamo all' ultima fatica on stage con “Mourning Palace”, con un Galder totalmente dimenticato ormai, come se la sua chitarra non fosse collegata, tanto da avere silenzio, nei momenti in cui gli altri strumenti hanno le pause. Una cosa scandalosa !
Un ultimo brano, un ultimo momento di gloria, viene lasciato ai maestri della “Kringkastingsorkestret Orchestra”, che esegue sul finale “Perfection or Vanity”, che vede il ritorno della band sul palco, per ricevere i saluti e gli acclami del pubblico, in un bagno di folla, con tanto di inchino. Le inquadrature sfumano tra numerose carrellate tra pubblico e musicisti e tra i titoli di coda, sfuma così il primo disco.

Northern Forces over Wacken (DVD 2)

Nella suggestiva luce del tramonto, sul palco sul Wacken, uno dei festival metal più importanti a livello mondiale, che non ha certo bisogno di presentazioni, partono quasi immediatamente le note orchestrali di “Xibir” e mi rendo subito conto che qui è tutta un' altra musica, paradossalmente parlando ! Con un mixaggio serio ed un impianto audio veramente degno, questa volta i Dimmu Borgir possono veramente esprimersi al meglio, tant'è che appena “Born Treacherous” fa esplodere lo stage, mi ritrovo ad ammirare la grande band che ho imparato a conoscere in tutti questi anni, a parte un Silenoz totalmente pelato, tanto che si fa fatica a distinguerlo da Galder, se non fosse per la corporatura molto differente. I costumi sono diversi, qui si torna al classico look nero e borchiato e nel complesso il tuto si presenta in modo molto più professionale e notevolmente migliore del primo disco. “Gateways” apre anche ad una regia più accattivante, con delle luci sul verde che aumentano il senso di magnificenza e marciume (!!!) che la band riesce ad esprimere, anche grazie ad una strepitosa performance di Agnete Maria Forfang Kjølsrud, che esprime una enorme cattiveria e malignità. Come la tracklist del disco precedente, anche qui “Dimmu Borgir” viene ripetuta due volte, la prima eseguita in modo totalmente strumentale, dalla sempre stupenda “Norwegian Radio Orchestra”, in cui alcuni membri hanno addirittura accennato ad un timido facial painting, e poi risuonata immediatamente dopo, in modo normale dalla band che nel frattempo ha cambiato outfit e, devo dire, che qui si sentiva la mancanza del metal on stage ! Mi colpisce poi, la bella prova del drumming in “Chess with the Abyss”, ma soprattutto, ad attirare la mia attenzione è il coro di “Ritualist”, molto valorizzato, complice anche l' intro in acustico del brano stesso. Quando già mi trovo ad essere molto soddisfatto da questo “Northern Forces over Wacken - DVD 2”, ecco che “A Jewel Traced Through Coal” innalza notevolmente il livello e il tutto è veramente coinvolgente. Anche qui i cameraman si soffermano spesso e volentieri sulle bellissime ragazze presenti tra i musicisti dell' orchestra e tra il coro e devo dire che mi trovo ad apprezzare la cosa ! Anche qui, come già avvenuto nel live precedente, “Eradication Instincts Defined” segna la metà dello show, il momento in cui i classici della band la faranno da padrone. “Vredesbyrd” e i continui incitamenti al pubblico di Shagrath, aprono la strada al brano forse più famoso dei Dimmu Borgir, cioè “Progenies of the Great Apocalypse” con tutta l' orchestra che abbandona la serietà tipica del loro ambiente e si lascia andare a corna al cielo ed è coinvolgente il loro divertimento. Anche qui, il coro esegue magistralmente la strofa in clean vocals, che una volta apparteneva a Vortex e senza perdere un secondo si riprende con “Fear and Wonder” affidata agli orchestrali, prima di un momento magnifico, con degli effetti visivi strabilianti ed un Galder che questa volta riceve il giusto spazio, mi godo una splendida “Kings of the Carnival Creation”, eseguita in modo impeccabile, con un assolo sorretto dagli archi in uno spettacolo assoluto. A questo punto, Shagrath chiede al pubblico se è stanco o ne vuole ancora e con il palco immerso in luci rosse al neon, ecco la distorsione vocale di “Puritania”, numerose sono le inquadrature dedicate al pubblico in questa fase e dopo il grande applauso dedicato alla “Kringkastingsorkestret Orchestra”, siamo pronti per il gran finale, con “Mourning Palace”, con i seri orchestrali che hanno abbandonato le facce professionali per lasciarsi andare totalmente in un divertimento collettivo, ad una fratellanza che unisce e varca i confini dei generi, che solo il grande metal riesce a donare. Unire due stili così diversi da essere agli antipodi, qui diventano un unica, magnifica, emozionante e stupenda, cosa sola ! I saluti finali si hanno sulle note di “Perfection or Vanity”, mentre la band si gode il bagno di folla e i titoli di coda scorrono on screen.
In ultima analisi che dire, si tratta di un lavoro controverso, che pare essere stato rilasciato tanto per ricordare che i Dimmu Borgir sono vivi e che esistono ancora, ma che non aggiunge niente di nuovo alla storia di questa band, che pare non riuscire più a mantenere gli standard che essa stessa ha delineato. Tuttavia, i DVD sono piacevoli e l' unica pecca è il mixaggio ridicolo del primo disco, anche se poi con il secondo si recupera alla grandissima e mi chiedo il perché di questa scelta, visto che sarebbe bastato invertire i due live e risparmiarsi un veramente brutto biglietto da visita.
Consigliato a chi è fan della band, a chi vuole riscoprirla e a chi cerca del buon metal in video.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    26 Marzo, 2017
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I Wolf's Hunger vengono dalla Serbia e con una manciata di demo e lavori minori, più il titolo d'esordio “Retaliation in Blood”, sono riusciti a ritagliarsi un piccolo spazio di nicchia tra gli appassionati, tanto da riconfermare la cosa con il secondo full-lenght dal titolo impronunicabile “Bež’te živi vraćaju se mrtvi”, un Thrash-Black metal molto patriottico, come nei canoni del genere, basato sulla mitologia e le leggende serbe. Mi accoglie immediatamente la Title-track e mi sorprende la grande componente Thrash metal che incontro. Riffing in up che combinano i primi Kreator ad Exxodus e Slayer, con un ritmo leggermente più contenuto, ma che riesce a trasportare. La canzone è rapida, asciutta, e sinceramente, se non fosse per uno scream soffocato ed un low-fi di fondo che rievoca la glacialità di opere scandinave, di Black metal non c'è niente. Così come in “U Vatri Sazdan”, secondo brano dal ritmo sostenuto e dalla lunghissima e piacevole intro, un po' alla Slayer di “Season in the Abyss”. La cattiveria è tenuta in serbo (scusatemi il gioco di parole !), per il finale, dove la parte più puramente Black metal viene fuori. La band alterna i due stili, allacciandoli a dovere l' uno dietro l' altro, ma senza riuscire ad amalgamarli come mi sarei aspettato. Tuttavia, le lunghe melodie suonate dalle sei corde e gli assoli in puro stile Thrash, rendono piacevolissima lo scorrere dei brani. Molto più Black oriented è la numero tre “Gvozdeni Puk”, la prima dove appare un blast beat con tanto di scampanellio sui piatti che ben anticipa l' assolo, questa volta ben degno della NWOBHM. Lo zampino di Kerry King, mette il marchio a “Vostani Serbie” e gli accenni ai trascorsi degli Arch Enemy sono palesi, anche nel martellare tipico della band di Tom Araya. Mi tuffo in un mare di Black metal pieno di folk, con “Rusija”, un brano che sembra uscito dalla mente geniale di Arkanum, con delle spruzzate di Thrash moderno qua e la, ma il blast beat che mitraglia a metà pezzo non lascia dubbi. Devo dire che questo è uno dei brani migliori ascoltati fino ad ora. Scorrevole, pregno di oscurità e amore per la propria Terra. Un brano evocativo ed oscuro che dona un notevole spessore a tutto l' album. La numero sei è “Slava Gromu”, con il suo assolo iniziale, non cala minimamente di ritmo, anzi, come una bolla, continua a gonfiare questo “Bež’te živi vraćaju se mrtvi”, che ormai ha superato il suo punto di non ritorno. Il bridge smorza i tempi e la carica cade per qualche secondo, facendo però accrescere la tensione, in un crescendo di Hard Rock, Thrash Metal e NWOBHM, perfettamente miscelati tra di loro, che contornano il Black metal di base, oscuro quanto basta, pur non toccando punte di disperazione e cattiveria immense. “Lesinari ce slaviti moje ime”, riporta le atmosfere alla Arch Enemy, dosate in modo molto più progressivo questa volta, tanto da avere il suo climax a tre quarti dal finale, lasciato totalmente alla musica. Penultima posizione per un brano dal titolo “Egzekutor”, Thrash ferale e violento, quasi totalmente strumentale, cosa che apprezzo tantissimo, batteria in up con un tappeto di blast che rende impossibile tenere ferma la testa, ed in questa fase trovo anche dei cori a rafforzare il titolo. Brano che non brilla all' interno dell' album, se non fosse per il grandioso assolo sul finale, che riaccendo un pezzo che, altrimenti, non avrebbe avuto niente da dire.
Arrivo quindi all' atto finale “Rod” e alla sua cavalcata Thrash, dalla intro chilometrica. Rabbia e cattiveria qui si fondono per appena due minuti e trentasette secondi, che però, chiudono degnamente un gran bel lavoro, che merita sicuramente più considerazione dal grande pubblico metal.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    28 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Ci siamo, finalmente gli Ultha possono dire di aver trovato la strada giusta con “Converging Sins”, scrollandosi di dosso l' aria contaminata da “post-qualcosa” che si portavano dietro, così come i continui accostamenti alla parte più atmosferica del Black Metal. Oggi invece, trovano la loro giusta via, e la cosa è palese già dalla prima traccia “The Night Took Her Right Before My Eyes”, ben diciassette minuti di Black ferale e subdolo, maligno, tra momenti più cadenzati ed altri misti a furia cieca. Tuttavia, il lavoro è strettamente legato a doppio filo con il Depressive Suicidal Black Metal, la voce è uno yelling viscerale sperduto nella notte in una tempesta feroce. La ricerca della circolarità del brano, mantiene alto il ritmo e, al contrario a quanto si possa pensare, non annoia ma, anzi, trascina l' ascoltatore in un loop ipnotico, sorretto da una batteria mastodontica. Una mitragliatrice nel deserto delle nostre anime. Il brano alterna nel modo migliore, momenti carichi di rabbia, ad altri più disperati e pieni d'angoscia. Pensieri ansiosi e oscuri saltano alla mente, ascoltando i synth sinfonici lasciati a colorare un brano impregnato di tristezza, rabbia, impossibilità alla rassegnazione, il tutto poi va a eterizzarsi in un finale mistico, vaporoso, quasi “spaziale”, ed il feed out mi accompagna a “Mirrors In A Black Room” al numero due, ed al suo dolce arpeggio distorto iniziale; qui, al posto dello scream urlato del brano precedente, troviamo una malsana voce femminile che trasforma in una cantilena ipnotica tutta la prima parte, la disperazione più nera e tremenda arriva a metà del brano, voce uno scream forte come la bora, irrompe prepotente sulla scena e sovrasta ogni cosa, di colpo l' arpeggio che fino ad ora sembrava dolce e cadenzato, diviene malato ed inquietante. Si toccano i territori del Funeral Doom. Le due voci continuano ad intrecciarsi e tutto diviene magnifico, una sinfonia di pura arte oscura, un viaggo nel cosmo o immersi in un pozzo... nero e tormento è tutto ciò che troviamo, con una melodia che ci avvicina al divino, stiamo forse attraversando l'inferno per giungere altrove? Parte il brano più breve dell'album: “appena” cinque minuti e sedici per “Athame”, un vortice delirante, potente ed estremo, rabbioso e senza speranza. Depressive Suicidal Black Metal, unico, misto al black metal più canonico, senza denigrare ciò che è legato al “Post-Black”, con momenti più potenti, che annunciano “You Will Learn About Loss” ed il suo noise. I cori che si innalzano dallo statico, danzano sul blast beat scansando lo yelling, quasi quindici minuti di delirio. Una caduta costante e senza un appiglio, possiamo solo continuare a sprofondare in questo vortice nero. Non c'è un rallentamento, non c'è una pausa, né un momento più melodico o atmosferico, è un tritacarne che dilania la speranza e fa a pezzi ogni sentimento positivo, trascinandoci a forza nella disperazione e nella depressione più totale. Una enorme consapevolezza delle proprie capacità e conoscenza dei propri mezzi, una composizione che non annoia mai, in nessun momento, nonostante la grande durata dei brani e le continue ripetizioni. Vengo messo di fronte ad una fase che richiama i Satyricon dei decenni passati e ammiro estasiato, ciò che sono riusciti a creare nella parte finale. Brividi. Ultima, monumentale prova per gli “Ultha”, è la numero cinque “Fear Lights The Path (Close To Our Hearts)”, che purtroppo, con i suoi sedici minuti e quarantotto, chiude questo “Converging Sins”. L'inizio è pesante, sospirato, fatto di rumori e leggeri fraseggi distorti, al limite del noise. La base scandisce un tempo lento ma inesorabile, dove i suoni acuti dei piatti, fanno a botte con i ritmi oscuri, gravi e cupi delle chitarre, sorrette da un basso che è un'ombra opprimente nell'aria. Il primo accenno di voce, si ha molto oltre i cinque minuti di suono e non esiste passo falso. Un album compatto, che porta una formula ben definita sin dalle prime note, ma che non annoia mai, appena cinque brani per oltre un'ora di oscurità e disperazione in musica, un'esperienza grandiosa ed appagante, che riesce a toccare i meandri dimenticati dell'animo umano e che distrugge ogni cosa con la sua intensità e potenza. Da ascoltare, e riascoltare infinite volte, amare e sviscerare, in ogni sua emozione. Consigliato a chiunque!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    27 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

“Kopfjagd” è il primo demo della band “Wiking MCMXL”, black metal grezzo e confusionario che parte con l'accenno di un campionamento hitleriano; non sta certo a me giudicare tale scelta, io sono qui per la musica e, parlando per la musica, devo dire che non colpisce. Già dal primo brano “Duty & Honor”, si sente una grande voglia di emulare le sonorità e le atmosfere di Marduk e Gorgoroth, ma rischiando di ottenere qualcosa di prossimo alla noia. Lo scream è totalmente fuori contesto, una specie di “lamento” che vorrebbe essere quasi un richiamo ai Mayhem di “De Mistiiris Dom Sathanas”, ma che non fa altro che togliere spazio all'unica cosa più degna di nota: le chitarre, che non suonano banali, ma hanno degli spunti interessanti. Non mi convince la batteria che mi sembra piatta e ovattata, messa totalmente in secondo piano. Le cose migliorano leggermente con “JagdPanther”, ma anche qui siamo lontani dal gridare al miracolo. Il sound diviene più pungente e potente, migliorando notevolmente nella seconda parte. Qui si riconosce una struttura più delineata, ma la voce continua a non convincere con una performance non all'altezza ed il tutto risulta confusionario. Non basta fare molto rumore, per fare del buon black metal. Tornano i campionamenti di comizi pseudo nazisti con l'ultima traccia “Sonnenrad”, che non porta niente di nuovo. Tuttavia, il brano scorre e prosegue l'iperbole, migliorando man mano in qualità e capacità compositiva; sinceramente, si poteva fare di più, sia in termini di produzione, che di produttività, per non parlare del lato artistico. Ci sono solo tre pezzi in questo "Kopfjagd", date un'ascolto, magari la vedrete diversamente da me che non ne sono rimasto colpito positivamente.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    12 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Febbraio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Io amo il Depressive Suicidal Black Metal. Quando sono in un momento “no”, è ciò che ascolto per toccare il fondo e poi riprendermi, però, purtroppo (o per fortuna...) non capita spesso di recensire questo genere, forse un po' “dimenticato”. Il fratello scomodo del Black Metal infatti, viene preso in considerazione molto raramente da una band, la maggior parte delle volte, ci troviamo di fronte alle sofferenze solitarie di un singolo artista, che si occupa di tutti gli strumenti, e che mette in musica il suo tormento, modificando e rallentando e distorcendo, il Black Metal.
Questo sembra essere esattamente il caso di questa One Man Band italiana, chiamata “Damnatus”, con il suo Ep d' esordio dal titolo devastante “Io odio la vita”.
Premo quindi play e mi lascio avvolgere dalle tenebre malate della Intro iniziale. Mi accoglie un sound molto più “chiaro” di quanto mi aspettassi, ma forse è solo la sensazione illusoria di queste note singole di piano, chitarra e basso intrecciate, a far sembrare il tutto più fruibile, infatti, con la chitarra distorta di “Primavera Depressa”, si sprofonda in un vortice di depressione e tormento, dove gli accordi, danno il giusto senso di “ristagno” di una vita che non vede via d'uscita. Quello che non convince, è lo scream forse un po' troppo sforzato, che non trasmette il senso di disperazione viscerale, che non lascia scorrere via il tormento che si era proposto di trasmettere. Gli inserti parlati in clean poi, non fanno altro che aumentare questo senso di controllo, penalizzando la parte disperata e senza via d'uscita. Un brano che, nonostante funzioni, non è mai “fuori di se” per l'esasperazione che questo genere cerca di proporre. Tuttavia, la canzone è oscura, i canoni principali del Depressive, vengono rispettati in pieno e l'introspezione non manca, comparendo al punto giusto nel pezzo. Al numero due, è “Ricaduta”, a proseguire il viaggio nella mente senza speranza di Damnatus. L' arpeggio iniziale è ciò che serve per portare malinconia e oppressione che saranno poi spazzate via da un carico di sentimenti negativi, nella distorsione degli strumenti. Qui anche la voce migliora notevolmente e la sensazione di “Depressive Suicidal Black Metal” è totale. Un brano assolutamente superiore al precedente, una carrellata in musica che richiama band come Abyssic Hate o le terrificanti visioni allucinate messe in musica da Malefic, sotto il nome di Xasthur. Il livello di disperazione e terrore trasmesso qui è ben oltre la sensazione iniziale, un brano magnifico, una prigione senza sbarre, che comunque non ha via d'uscita, l'assolo sulla parte finale, dà il colpo di grazia, come un ultimo, malinconico requiem, per chi urla la sua fine su una base della vita, che non conosce luce. Prosegue sullo stesso, corretto binario “Le ferite non si rimarginano”, che con la stessa formula, colora di nero la mia stanza. Un riff ipnotico e granitico, che impressiona eppure culla, tenendoci riparati dal mostro sotto al letto, che si palesa nello yelling malefico e senza pace di una voce che urla al mondo, che esiste anch'essa. Straziante.
L'ultimo atto di questa breve corsa nel buio della depressione, è “Il ricordo inesistente di una vita andata a male”, che riesce a mettere i brividi già dal titolo stesso, paragonando se stesso ad un frutto marcio, il frutto di un amore che non è fiorito e poi sbocciato, dando frutto a nuova vita, ma creando un frutto marcio, che è destinato a decomporsi senza riuscire a fiorire a sua volta. Le chitarre sono immediatamente dure e violente, pesanti che, come una processione di infelici, si fanno spazio con accordi singoli e tremendi. Qui il yelling dei brani precedenti, lascia spazio ad un parlato tenue, un testo malinconico recitato in italiano, che è una presa di coscienza, un'accettazione, che si palesa nel momento in cui la distorsione svanisce e il pezzo continua in uno strumentale clean. La seconda parte del brano poi, stravolge il tutto, facendo tornare il tormento, che stranamente riaccende la speranza. Un non accettare tutto questo dolore, un dire di no alla morte e volere cercare ancora una possibilità, urlando nel buio, per essa. Un brano magnifico, come magnifico è tutto questo “Io odio la vita”, una prova ottima per questa One Man Band, che ha forse messo il piede in fallo solo nel primo brano “Primavera Depressa”, che obiettivamente non è all'altezza degli altri e che, come biglietto da visita, non lascia ben sperare nelle capacità di questo artista, che poi invece, vengono a galla con fervore, negli atti seguenti. Assolutamente consigliato!

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Opinione inserita da Anthony Weird    21 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2016
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Tre anni dopo l' ultima release, “The Underground Resistance”, tornano i Darkthrone con questo nuovissimo ed attesissimo “Arctic Thunder”. Siamo abituati ormai ad avere un nuovo lavoro su cui discutere dei Darkthrone una volta ogni tre anni e, tra le solite polemiche che una band di tale rilevanza si porta dietro, arriva anche la curiosità si ascoltare cos'altro hanno Nocturno Culto e Fenriz, in serbo per noi.
Premo quindi play ed il riffing andante e regolare di “Tundra Leech” inizia a deliziarmi le orecchie. Dopo pochi giri, la voce soffocata e sofferente di Nocturno Culto apre le danze. Tutto è molto statico, rimanendo su velocità accessibilissime. Un Black Metal che richiama i loro primi lavori degli anni '90 e sono anche un po' sorpreso di come questa band sia sempre così fresca e coinvolgente, nonostante gli anni che passano e la formula proposta, sempre parecchio basica, con un tappeto grezzo e un riffing che richiama il Black'n Roll sul finale. Mi avvio così alla numero due “Burial Bliss” e qui la parola d' ordina è “grezzo”, così come le rocce dei fiordi della Norvegia. Riff circolari, che aumentano in velocità ed ampiezza di respiro, senza mai cambiare di formula. Gorgoglii disperati che sono molto diversi dallo scream più moderno. Tutta la composizione risulta piuttosto scarna, si sentono lacune di “vuoti” sotto le chitarre, ma è anche questo il fascino di questa band. L' arpeggio malsano di “Boreal Friends” e qui si fa sul serio. Torna il Black Metal più legato ai canoni dell' arte norvegese, con un drumming eccelso che rende il brano vario e mai statico. Si notano passaggi rasenti il Doom, che vanno poi ad intrecciarsi con terzine metalliche che profumano da NWOBHM, e non faccio fatica a dire di godermi il brano non poco mentre, purtroppo, si avvia sul finale. “Inbred Vermin” e la formula tende a ripetersi: Black Metal grezzo e granitico, che va a mescolarsi con sfuriate Heavy, che catturano l' attenzione e fanno molto molto piacere. Del resto, i Darkthrone hanno sempre osato e sperimentato con le contaminazioni e la ricerca in altri generi. Arrivo quindi alla title-track “Arctic Thunder”, posta alla numero cinque, con un'apertura favolosa ed una danza su un riff scarno, semplice ma funzionale, per un brano che in linea di massima non aggiunge niente di nuovo e rischia anche di passare inosservato, se non fosse per alcune soluzioni adottate dietro le pelli che lo rendono interessante, così come lo splendido ed inaspettato assolo, che va a chiudere il brano. Proseguo con “Throw Me Through The Marshes”, un ritmo lento e cadenzato, ma anche qui non si aggiunge granché a quanto ascoltato fino ad ora, nonostante dei passaggi del drumming molto interessanti, con qualcosa anche di derivazione jazz. Discorso totalmente diverso per “Deep Lake Trespass”, e qui si che riconosco la band che ho amato. Le chitarre alzano la voce e fanno vedere di cosa sono capaci, tra parti più dilatate e circolari e altri mid-tempo di pura matrice Thrash, mi trovo a muovere la testa sorridendo, per un brano veramente molto intenso, una delle migliori di tutto l'album insieme alla glaciale “Boreal Friends”. Ultimo brano, al numero otto, è “The Wyoming Distance” ed il suo palm-mute iniziale. Trovo poco da riportare, se non fosse per le metriche veramente chiuse e corte del pezzo, anche qui miste ad altri passaggi di più ampio respiro e sorrido, ascoltando il siparietto mantenuto sul finale.
In ultima analisi, un album dove i Darkthrone tornano alla grande, senza stravolgere ulteriormente il suono trademark e con un lavoro che non fa altro che confermare ed aggiungere una perla alla immensa carriera dei norvegesi. Senza gridare al capolavoro, si tratta comunque di un album validissimo, un nuovo gioiello per i fans della band.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    27 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 27 Novembre, 2016
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Recensire un singolo! Impresa ardua, si perché se in un album puoi basarti su un buon numero di informazioni, dalla varietà compositiva, al rispetto del genere proposto, fino all'amalgama dei brani in scaletta, in un singolo hai molte meno informazioni a cui attenerti per dare il tuo parere (e mai giudizio, io non mi permetto di giudicare nessuno!). “A Silent God” è il secondo singolo che anticipa l'album di debutto “Where Hatred Dwells and Darkness Reigns”, degli svedesi “Zornheym”, atteso per quest'inverno, che devo dire inizia a convincere già dai primi secondi. Un bel mix di vari generi estremi su cui troneggiano sicuramente Black e Death metal, sapientemente combinati ed arricchiti da sinfonie che fanno, di primo acchitto, subito pensare agli Emperor.
Giri di chitarra furiosi, senza un attimo di pace, le pause a volte sparse lungo il brano non fanno altro che donare quella nota in più di terrore e tensione, che serve al suono per impattare ancora contro il nostro udito distruggendolo! Sono palesi le grandi capacità degli scandinavi, ed a questo punto, mi sale la curiosità di ascoltare tutto l' album! Le parti sinfoniche hanno una loro dimensione praticamente essenziale per “A Silent God”, ma non diventano mai opprimenti, né pesanti, restano in secondo piano, e ci si rende conto man mano che il brano non sarebbe più lo stesso senza. Con una sezione ritmica che è la vera anima del singolo, ciò che salta immediatamente all'attenzione è il grande lavoro di riffing, ma in genere tutto il guitar working, basso compreso, che va a dare forza ad una batteria martellante e dinamica, in pieno stile Blackned Death Metal. Aspetto quindi con impazienza “Where Hatred Dwells and Darkness Reigns” di questi “Zornheym” che, stando alle premesse, si preannuncia come un vero gioiellino! Qualcosa che i fans di Behemoth, Septicflesh e Necronomicon non devono farsi scappare!

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    23 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 23 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

La band parigina “Deathroned” ci propone questo Ep di debutto dall'atmosfera molto classica, intitolato “The Curse Of Power”. Già dal primo approccio, è palese la forte influenza dei trascorsi passati di bands come Kreator, Exodus, Death Angel e molti altri, come Overkill e Sodom. Cinque tracce che si aprono con una intro senza titolo di appena quarantotto secondi che mescola degli arpeggi in acustico ad una chitarra in lontananza, in un crescendo interessante. “Cut You Down” apre in pieno stile Thrash metal dei decenni passati. Chitarre secche e suoni martellanti, il tutto però si va a confondere con una produzione veramente low-fi che richiama quella ricercata del Black metal più classico. Devo dire che non mi stanno convincendo più di tanto, sarà che di mio non amo particolarmente il Thrash, ma questa accozzaglia di suoni indistinti è più che altro banale e ripetitiva. Io non credo basti ripetere all'infinito un riff acido e “zanzaroso”, per poter fare un buon Thrash metal. Anche l'ugola acuta del singer non brilla per qualità così come in “Liberticide”, dove il livello pare alzarsi leggermente (qui siamo in pieni anni '80!) ed anche la creatività compositiva dei francesi pare migliorare. Mi trovo un brano più articolato e studiato, non un susseguirsi dello stesso riff a loop come nel brano precedente. Un assolo che mi riporta alla mente i nostrani “Bulldozer”, mi fa sorridere e arrivo quindi “Terrible Disgrace” e anche qui lo schema precedente si ripete. Il brano è ben articolato, quella che non convince e non entusiasma è la voce, veramente noiosa, con un'acidità che non è quella richiesta, tuttavia gli assoli e la buona creatività dimostrata dai Deathroned in questa fase mi fanno ricredere e devo dire che riesco a godermi questo brano, nonostante tutto. Arrivo al finale quindi con l'omonima “Deathroned”, un brano che non mi piace per niente, sarà forse anche un limite del sottoscritto, perché, come ho detto, non amo particolarmente il Thrash metal, ma questo pezzo in particolare non arriva, non coglie nel segno, è qualcosa che fa venire in mente una forte ribellione giovanile, ma nient'altro. Anche la struttura e la tecnica non brillano per originalità, per non parlare della produzione quasi inesistente. Tuttavia, sicuramente l'appassionato troverà di che goderne, si tratta di un dischetto nella media, che passa inosservato, a meno che, qualcuno non si cibi di questo genere e lo apprezzi. L'EP è, quindi, consigliato a chi ama il genere, Thrash metal anni '80-'90, per gli altri.... passate pure oltre.

Anthony

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Opinione inserita da Anthony Weird    19 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 20 Novembre, 2016
Top 50 Opinionisti  -  

Arrivano dall'Inghilterra gli “Hokedun”, con questo album in tiratura limitata ad appena cento copie, davvero molto molto carino. Una confezione elegante e minimale con in regalo un adesivo della band e numerata a mano, di cui posso vantarmi di possedere la copia numero cinquantaquattro. Nove pezzi di Black Metal molto legato all'old school norvegese, che ho sempre amato. Quindi, bando alle ciance e parto innanzitutto con il primo brano “Commencement of Wrath”, ed il suo arpeggio iniziale. Una sorta di intro decadente su un cancello che cigola, mi godo gli arpeggi in acustico e i cinquantasei secondi scorrono via velocemente. “Overwhelmed by Anguish” mi catapulta in un mondo oscuro che conosco fin troppo bene, le tenebre nordiche portate in musica da band come Arkanum, Kampfar e Tsjuder mi avvolgono. Riffing circolari sporcati qua e là da tocchi di Death Metal svedese, senza mai però, uscire dai canoni e dai confini auto-circoscritti dal Black. Lo scream è oscuro e convincente, un po' poco “viscerale” per i miei gusti, lo sento leggermente strozzato in gola, ma è ancora presto per dare un giudizio. “Whispers From Beneath” e la sua intro sospirata, creano l'inquietante atmosfera per una sfuriata low-fi (che io apprezzo sempre e metto tra i pregi), molto cattiva e confusa. E' come ritrovarsi in una stanza buia dalle luci scintillanti e una presenza malefica ci gira intorno, mentre fuori piove a dirotto. Buona la dose di doppia cassa ovattata dalla produzione volutamente sporca e persino il basso si fa notare sotto il muro delle chitarre predonimanti. Arrivo al quarto brano “Highly Addictive Lie”, superando le tastiere tetre sul finale di “Whispers From Beneath”, e mi aspetta un ricamo di basso e batteria con dei sospiri che non promettono nulla di buono. L'arpeggio in acustico crea la giusta atmosfera decadente e la cosa si protrae per tutto il pezzo praticamente. Un intermezzo ipnotico e atmosferico, che non ci concede altro, nell'arrivo spasmodico di “Black Ribbon”, un pezzo che vive di tensione costante e crescente, malefico e senza speranza, procede in circolo su riffing dissonati, mentre uno scream veramente convincente in questa parte, continua a declamare le sue blasfeme imprecazioni.
Un rallentamento a metà è quello che serve per riprendere fiato e gustarci la seconda parte, se possibile ancora più pregna di malefici pensieri. “Hailing Desperation” apre con una intro campionata e un'atmosfera ancora una volta fatta di malinconia e tristezza. Un brano strumentale molto più melodico dei precedenti che va a smorzare l'ansia accumulata fino ad ora, con una dolcezza malsana, ricca di perversione e “cattive intenzioni” se possibile, che però, nonostante tutto, rilassa e coccola le nostre malandate trombe di Eustachio e ci prepara a “Under Debris” e alla sua follia sparata in faccia senza remore. Una risata che è più un ghigno apre le danze e si torna a martellare. Accordi lunghi si intersecano a riff volutamente dissonati e si ripiomba nel Black Metal più mero e marcio. Si tratta comunque di un pezzo che non aggiunge nulla a quanto ascoltato fino ad ora, sono tutti brani molto simili a parte qualche eccezione, come la numero otto “Wailing” ed il suo riff particolare e accattivante. Pur restando su territori ben conosciuti e sfruttati dagli inglesi, riescono a creare intrecci favolosi che catturano l'attenzione e si lasciano godere in un brano strumentale che trova la sua giusta dimensione alla penultima posizione di questo “Succumbing to Decay“, aprendo così la strada ad una title track che nel suo poco più di un minuto e mezzo, continua a contribuire ad un'atmosfera decadente, mettendo il sigillo ad un lavoro che ci parla della scelta del male e dei sacrifici e della sofferenza che essa comporta, questa, una cosa che raramente si vede nei lavori artistici attuali, men che meno nella musica, quindi assolutamente da ammirare e premiare. In ultima analisi ci troviamo di fronte ad un lavoro particolare, di sicuro appetibile per chi, come me, ama un certo tipo di Black Metal molto legato alla visione tradizione di quest'arte, che in questi poco più di ventisei minuti e mezzo di metal estremo, troverà tanti sentimenti e una buona creatività compositiva, pur restando sul classico. Consigliato.

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Opinione inserita da Anthony Weird    22 Settembre, 2016
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E ci siamo finalmente ! Sono mesi e mesi che aspettavo questo album e devo dire che l' ho sviscerato nota per nota. Io non sono un fan di questo genere, ma gli Epica sono sempre stati l'eccezione per me, niente Nightwish, niente Within Temptation, niente Lacuna Coil, niente Delain... ho sempre amato solo e soltanto gli Epica, ed ancora oggi che mi nutro quasi totalmente di Black Metal, gli Epica restano una delle mia band preferite. Potete quindi ben capire il mio entusiasmo nel recensire il nuovissimo album della band olandese “The Holographic Principle”, in arrivo il 30 settembre per Nuclear Blast.
Quindi, senza tanti indugi, premiamo “Play” e vediamo cos' hanno in serbo per noi.
Come tutti i loro album precedenti, anche questo si apre con una intro, cioè “Eidola”, una tensione crescente “sporcata” delle note di un carillon in sottofondo, i suoni mi ricordano una battaglia, qualcosa di epico.... di pericoloso, poi ecco che tutto si calma, i cori eterei, tipici della band entrano in gioco, prima di una inquietantissima, quanto splendida voce di bambina impegnata nella sua cantilena e la tensione iniziale torna a farsi sentire facendo da supporto ai cori. Una intro oscura e carica di dramma, che cozza con il secondo brano di più ampio respiro “Edge of the Blade”, secondo singolo estratto da questo “The Holographic Principle”, dove il sussurro della meravigliosa Simone Simons, fa da apripista ad un riff molto “easy” con cori pomposi fin dall' intro. Una strofa retta da un palm muting molto particolare, non nello stile della band, infatti ci troviamo di fronte ad un brano più sbarazzino, dove il ritornello è molto accattivante con Simone che raggiunge picchi molto alti di acuto e il grunt di Mark Jansen in back vocals, e devo dire una struttura molto classica, che però riesce ad prendere soprattutto nella parte totalmente dedicata al chitarrista, dove finalmente una vera cattiveria di lascia assaporare. Mi godo gli ultimi momenti di un pezzo che mi fa strano trovare in apertura, ma che di sicuro riesce a coinvolgere già dalle prime note.
Incastonata al numero tre, ma secondo vero pezzo è “A Phantasmic Parade”, con il riffing misto di chitarra e saltellamenti sui tasti delle Keyboards, e dopo pochi secondi, la voce della rossa rubacuori, entra in un' atmosfera che richiama vagamente il medio-oriente, dove si sente il calore del deserto e le danzatrici del ventre si muovono sinuose sui tappeti di scale arabe... Anche qui, si sente la differenza con gli Epica che ero abituato a conoscere, nonostante gli elementi ci sono tutti, ma le parti più propriamente “metal” sono molto più presenti, tra palm muting, terzine in stile Iron Maiden, growl e blast beat, si troviamo ad un nuovo step per gli olandesi, un livello superiore, dove poco importa se la struttura è simile alla precedente, cioè, la classica struttura pop/rock, con l'aggiunta di una fase in grunt, si tratta comunque di un ottimo esempio si Synphonic Metal, come Cristo comanda. “Universal Death Squad” è il primo singolo estratto e parte con una elegante intro di violini e tastiere, per poi sfociare in una cattiveria che mai si sarei aspettato di trovare in un album degli Epica. Un pezzo assolutamente Groove, estremamente ritmico, dove le melodie più accessibili, sono totalmente oscurate da una ritmica imponente e per niente banale che alterna momenti Death Metal ad altri fatti dalle voci dei cori, che fanno da scorta alle lead vocals. E qui si sente la reale attitudine degli Epica, facendomi pensare che i pezzi di prima servivano per preparare il terreno ad un brano del genere, lontano anni luce da melodie che strizzano l' occhio per farsi amare, ma un brano che non trova compromessi, senza snaturare lo stile della band ma, anzi, arricchendolo notevolmente. E taccio, godendomi l' assolo di Isaac Delahaye e il pezzo scivola via lungo il finale...
I suoi di una sparatoria aprono la strada in modo molto inquietante, parte così “Divide and Conquer” con il suo riff estremamente melodico di tastiera, che ci coccola le orecchie fino a quando non sono i cori a squarciare la melodia portandosi dietro le chitarre ritmiche e profonde, un elefante durante una processsione. La voce sensuale ed ammaliante di Simone, si alterna alla furia controllata di Mark, un pezzo chirurgico, capace di tagliare come un bisturi eppure così violento allo stesso tempo. Il cambio di fase qui è molto più vario, la componente progressive inizia a farsi sentire e mi viene da pensare che parta da qui la vera anima di “The Holographic Principle”. L'intermezzo campionato, è un ottimo stacco per farci riprendere il respiro, prima di un ritornello contornato da sensazioni progressive che lentamente ci accompagna al finale. Che dire ? Assolutamente fantastico, quindi corro ad ascoltare il prossimo brano, al numero sei, cioè “Beyond the Matrix”, pezzo che ci fa entrare nella seconda parte del disco, estremamente più seria, più filosofica, dove riscopro il vero lato di questa favolosa band, che però, è stato totalmente rimesso a nuovo ! “Beyond the Matrix” parte con un' accelerazione in lirico dei cori orchestrali, senza altra musica se non un contorno di percussioni, il giro torna e questa volta la canzone entra nel vivo, con una lunga intro corale, che poi lascia lo spazio alle lead vocals, e noto un grande uso del basso in questa fase, con le sue note metalliche che si alternano ai riff delle sei corde. A fare le veci del ritornello abbiamo la parte iniziale dove regnano le sinfonie pompose e le voci del coro, per poi ripetere la formula in un crescendo di sensazioni e dinamicità. Il bridge poi, è qualcosa di magico, dove pare che Simone ti parli direttamente, dove la tua voce è tangibile e chiudendo gli occhi, pare di poterla toccare... un attimo prima di essere scossi e portati alla realtà da un growl violento che si muove su fraseggi ed obbligati, che sfociano, finalmente in un assolo meraviglioso, che riscalda il sangue nelle vene. Veramente qualcosa di splendido e totalmente “In your Face” !
“Once upon a Nightmare”, calma il tutto, qui si respira sentimento e tristezza, forse ammirazione per un brano toccante e delicato, che tratta di un argomento spinoso e che merita il massimo rispetto, non voglio soffermarmi oltre su questo aspetto del pezzo, ma sappiate che tanto sentimentalismo, è giustificato. Sentimenti che prendono forma in melodie orchestrali e scale pregne di tensione. Ma la dolce voce della singer più desiderata del metal, riesce a tranquillizzare gli animi e mi lascio trasportare in questo viaggio onirico. Un pezzo assolutamente dolce che farà grande l' atmosfera dove le sue note di erigeranno da ora in poi. C'è dolcezza, c'è rassegnazione, c'è rabbia, il rifiuto di una condizione che è imbattibile. Come vedete mi soffermo poco sulla tecnica e la composizione di “Once upon a Nightmare”, perché qui è l' arte che regna e l' arte è fatta di sensazioni ed emozioni, che rischiano quasi di esplodere nel finale, che è un capolavoro, da ascoltare !
“The Cosmic Algorithm” spazza via i sentimentalismi e si torna a martellare ! Le distorsioni profonde, condite di Blast Beat chirurgici riportano il metal dei nostri a grandi livelli, anche di potenza, senza però mai snaturarsi e rinunciare alla componente melodica che li ha resi famosi. Un pezzo veloce su cui è impossibile trattenere headbanging, perfetto per la sede live, con una orchestrale perfetta e riff da mosh. Se devo trovare una nota negativa, è la presenza del ritornello un po' troppo ostentata, ma la doppia cassa sul finale, si fa perdonare questo ed altro. Proseguo arrivando al numero nove per “Ascension - Dream State Armageddon”, base cupa e semples “fatati” mi fanno balenare in mente la scena di “In Heaven” di “Eraserhead” di David Lynch, soprattutto quando Simone esordisce con le stesse parole... immediatamente però il growl torna a farmi sentire scosso e la visione onirica svanisce sotto la potenza di questo pezzo, pregno di Blast Beat, un brano che a parte le orchestrazioni, è totalmente Death Metal e si sente. La velocità si mantiene su tempi ragionevoli, ma la forza sprigionata appartiene a ben altri generi, e gli Epica questo lo sanno, dimostrando che che si possa fare metal estremo anche senza rinunciare alla melodia e con una dea alla voce... Il finale è direttamente collegato a “Dancing in a Hurricane”, brano seguente, infatti se non fosse stato per il cambio di numero sul lettore, non mi sarei accorto dello step. Un battito di percussioni e tornano le atmosfere tipiche del medio-oriente tanto care agli Epica. Il suono di un sitar, o uno strumento simile, aprono le danze. La voce segue una melodia creata da violini ed archi, in una strofa lunga e dinamica, nonostante non si tratti un pezzo molto ritmico come i precedenti. Tranne che nelle fasi di grunt, è comunque un brano molto melodico e orchestrale che trae la sua forza proprio da questo e dalle lead vocals che in primo piano, spadroneggiano sulla composizione.
Arrivo quindi alla penultima tappa di questo viaggio nell' universo con “Tear Down Your Walls” ed il suo balletto sulla tastiera, violini spazzati via di colpo dal riffing grezzo e selvaggio, che si trasforma in un pre-chourus che accoglie la strofa in growl, qui è palese l' intenzione di creare un brano più articolato e complicato, anche lasciando da parte le fasi più progressive, è infatti un brano molto “In your face”, un continuo alternarsi di fasi melodiche ad altre più cattive, ma sempre sprigionando potenza enorme, senza mai un calo di tono. E così, alla fine, mi attende l' ultima tappa, la dodicesima traccia “The Holographic Principle - A Profound Understanding of Reality”, pezzo molto lungo di oltre undici minuti e mezzo, in linea col trademark della band, infatti in ogni loro lavoro, ci sono pezzi di una lunga durata. E qui la vena progressiva è chiara e palese, i cori iniziali sanno tanto di canto gregoriano, creando intrecci e melodie vocali accattivanti e splendide, per poi lasciare spazio alle note di tastiera, che tenui e senza fretta si innalzano in un crescendo poetico e di grane impatto. L' intreccio di voci maschili e femminili poi, è qualcosa di assolutamente grandioso... è un orgasmo uditivo, mai sentita tanta enfasi e tanta calma tutta insieme, contornata da un assolo corto ma che è un ottimo apripista per la prima strofa in growl, in una alternanza eterea con la voce femminile elegante e raffinata e qui mi rendo conto di trovarmi di fronte ad una delle più belle canzoni degli Epica di sempre ! Davvero un pazzo magico e magnifico che fa sognare e tiene alta la tensione per tutta la durata scorrendo via liscio come l' olio, ed infatti gli oltre undici minuti sembrano in realtà meno della metà. Il ritornello è spettacolare, un brano eccelso da ogni punto di vista e trovo persino elementi che mi ricordano la colonna sonora de “La Terza Madre” di Dario Argento decorata da un ricamo di doppia cassa da mera e pura meraviglia uditiva. Il tutto poi, trova il modo di lasciare la sua impronta nella scia del finale, come un pennello che sta perdendo il colore e lascia residui di arte sulla tela creata da questi maestri non solo di metal, ma di musica stessa. Una composizione che è destinata a diventare una pietra miliare non solo tra gli appassionati del genere ed i fan della band, ma di chiunque ami la buona musica, non solo in ambito metal.
In ultima analisi, si tratta di un album che porta gli Epica ad un livello superiore, un lavoro che ha bisogno di più di un ascolto per essere amato dai fan della band, che lascia spiazzati e sorpresi, ma che dopo l' impatto iniziale particolare, si lascia assaporare ed amare nota per nota, un' astronave onirica, che ci accompagna in questo viaggio spaziale, un trip infinito, lungo l' universo. Consigliato non solo a chi ama il genere, ma praticamente a chiunque.

Voto
9 – 10

Anthony

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