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Opinione scritta da Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    24 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2018
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Vengono da Cipro questi spassosissimi INFECTED SYREN al debutto con questo omonimo cd autoprodotto che renderà felici tutti quelli che dalla musica vogliono solo divertimento, sincerità e tanto tanto groove. La loro proposta è un misto di generi che va dal Thrash al Punk, dall'Alternative all'Hardcore tutto sapientemente mixato senza far confusione o perdendo la bussola del proprio credo. Sovente capita d'imbattersi in quei gruppi dalle svariate influenze che, per una ragione o per l'altra, si perdono un po' per strada, risultando nè carne nè pesce; non è il caso dei nostri i quali, pur non prendendosi troppo sul serio, sfoggiano un gusto e una cura del suono a tratti particolare e ampiamente accattivante. Gioca forse l'esperienza, essendo la band composta da artisti già noti nella scena Cipriota dagli anni '90, ma è impossibile non incuriosirsi già dalle prime note dell'iniziale e strumentale "Infected Circus", dove i suoni tendono a sembrare appunto un circo sonoro buffo (la chitarra mi ha ricordato a tratti i Primus) e dove il cantante ci attira con le sua vocals sgraziate, ma oneste (chiaramente non in questa song), una sorta di Kurt Brecht (D.R.I.) che incontra un Les Claypool sotto acidi. Le linee sono per lo più semplici che giocano tra suoni distorti con chitarre acide, come nel caso della divertente "Sick", oppure della gemella "Death After Melody", leggermente più thrasheggiante e cattiva. A volte sentiamo effetti liquidi della 6 corde che rendono il lavoro un tantino più strano e schizofrenico, grazie anche all'interpretazione del Vocalist Louis Syrimis, autentico mattatore sia su disco che sui palchi; va da sé che canzoni come la distruttiva "Toothles Tigers" (tra punk e Thrash geniale e dispotico), o la semplice "Divide and Rule", scorrono via con piacere divertendoci con la loro caciarona violenza, ironia e attitudine. Il disco si chiude cosi come era iniziato, ovvero con la strumentale "Syrens In The Opera", pachidermica con i suoi stop & go, ma maledettamente nervosa nella parte centrale. Che dire se non che questi scavezzacolli sono una piacevole sorpresa, gran mazzolatori, ma con gusto e intrattenitori ironici a tratti quasi psicotici... vivamente consigliato agli amanti del genere a occhi chiusi e, a chi non mastica queste sonorità, dico loro che un ascolto almeno varrebbe la pena di darlo!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    05 Giugno, 2018
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Dalla famigerata reunion di 28 anni fa non possiamo certo dire che i Praying Mantis siano stati con le mani in mano; ben 8 dischi in studio piu un live ed ora, a ridosso del loro show in quel di Milano (Frontiers Festival) partoriscono il nono figlio a nome Gravity. Per chi ama come me la NWOBHM saprà benissimo che i Mantis sono una garanzia la quale nonostante i molteplici cambi di formazione non hanno mai mutato quella formula melodica mescolata sapientemente al suono hard che poi risulta essere la matrice del gruppo stesso. Su questo platter però i nostri osano di più spostando il baricentro sulla melodia e tasiere (fin troppe a onor del vero) per un risultato ambivalente che se da una parte farà la gioia dei fans propensi a suoni più zuccherosi, dall'altra farà un po storgere il naso a chi si aspettava un suono più Hard sulla falsariga del penultimo LEGACY. Il gruppo Londinese sa scrivere grandi canzoni (l'iniziale "Keep It Alive" per esempio che risulterà essere la song più "sparata", oppure i magniloquenti fraseggi di "39 Years" con un testo bellissimo, nostalgico e toccante) che però qui si alternano a partiture già sentite ("Mantis Anthem" per esempio, dove il coro non convince oppure l'anonima "Foreign Affair"); John Cuijpers ancora una volta da sfoggio delle sue gran doti vocali soprattutto su "Time Can Heal" e "The Last Summer" ed è proprio la sua voce ad innalzare il livello qualitativo delle canzoni; le chitarre non sempre impressionano in fase solista, gli assoli sono un po triti e ritriti e canzoni come la conclusiva "Final Destination" oppure "Shadow Of Love" avrebbero avuto tutt'altro impatto con un piglio più cazzuto e un approccio più diretto anche se la title track "Gravity" è un piccolo gioiello di classe hard ispirato e intenso. In sostanza questo non è assolutamente un brutto disco però sinceramente mi aspettavo più grinta e più velocità dai fratelli Troy che forse negli ultimi anni ci hanno abituati troppo bene e quindi è facile perdonarli una leggera flessione in fase compositiva. Ascolto consigliato prima dell'acquisto.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    01 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Irlandesi Stormzone non sono dei novellini e giungono oggi con questo "Lucifer's Factory" al loro sesto album in 11 anni (il loro bellissimo debutto "Caught In The Act" vide la luce nel 2007). Prolifici e belligeranti, la creatura del vocalist John "Harv" Harbinson (con un passato anche nei Fastway e Sweet Savage) ci propone ancora un disco intriso di Metal/Rock, ove le melodie fanno bella mostra di sé, essendo costruite su un tappeto ritmico avvincente e conturbante. L'iniziale "Dark Edges" è una botta di vita, veloce e aggressiva, ma godibilissima, mentre la successiva song che dà il nome all'album è più quadrata, giocata con controcanti e cori davvero azzeccati; la produzione è ottima e senza fronzoli, il lavoro in questione scorre via che è un piacere, tra echi N.W.O.B.H.M. (Albharthac e We Are Strong, quest'ultima con richiami ai Mantis) e ottimo Hard/Metal (Last Night In Hell). La voce di Harbinson è calda e potente, sia sulle note alte, che su quelle più baritonali, come dimostra la bellissima "Hallow's Eve". Moore e Afrifa alle twin guitars sono sempre ispirati e la sezione ritmica precisa e rocciosa. Stupenda la ballata finale voce e chitarra acustica, "Time To Go", dove gli Stormzone mettono in mostra il lato più sensibile e emotivo della loro musica. Un disco consigliato veramente a tutti, da ascoltare tutto d'un fiato nonostante la sua lunghezza (13 tracce), ma senza pecche o cali d'intensità, atto a far felici un po' tutti i metallari, siano essi giovani o più attempati come il sottoscritto.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    19 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Slabber da Milano sono il volto piacevolmente nuovo della nostra scena Italiana, quella metallara senza tanti fronzoli, né giri di parole. Nonostante siano al debutto (il gruppo sorge dalle ceneri dei fu Rapid Fire), presentano una personalità a dir poco spiccata e smagliante, un'attitudine vecchia scuola e una sincerità rara da trovare nelle bands di oggi. Già la copertina è un'opera d'arte, questo feto attaccato al cordone ombelicale simbolo di vita e di rinascita che è in stretto modo collegato a un membro del gruppo; colori solenni a tinte forti che si sposano con la proposta musicale dei nostri. L'apertura è affidata a "Riot Day" che, nel suo incedere, appare granitica e quadrata preceduta da "Vagito", un intro strano e bellissimo in cui sentiamo i battiti di un cuore: il feto in copertina? Può darsi ma, se cosi fosse, è chiaro che si evince facilmente quanto questi ragazzi credono in loro e nella loro musica. Da applausi "Blood In The Nation", arrembante e speed a tratti power dove Poliani alla chitarra dimostra di saperci fare anche con una certa melodia di classe, mentre la successiva "Dust", aperta da un pianoforte soave ma perentorio, sfocia in una ritmica che farà scapocciare i defenders piu incalliti ma anche quelli del nuovo millennio. Si potrebbe andare avanti cosi elencando tutte le canzoni, ma diventerebbe una recensione "tiritera", tuttavia non si può soprassedere alla fantasia che gli Slabber hanno in un contesto musicale dove forse è già stato detto tutto; la strumentale "Black Skin" è poetica e la deflagrande power "Connection To Nowhere" metterà tutti d'accordo nel dire che i milanesi hanno gusto, classe e la giusta attitudine. Il cd fila via che è un piacere, tra power, heavy e spruzzatine simil prog (prendete molto con le molle questo "simil prog", è una mia opinione sindacabile, ma io la sento tra i solchi) dove la sezione ritmica risulta potente e affabile, il cantato di Bottin riconoscibile e graffiante e la chitarra di Poliani terremotante e geniale ed è ancora più mirabolante se si pensa che i nostri hanno fatto tutto da soli, perchè trattasi di Autoproduzione. Esagero? Forse si, ma come sempre sta a voi l'arduo giudizio e non mi nascondo nello scrivere che per me, a oggi, gli Slabber rappresentano la novità numero 1 in casa nostra tra i defenders! CONSIGLIATISSIMI!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    21 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Oz è un nome di culto che già viaggiava a fine anni '70 nella fredda e bucolica Finlandia che con il debut "Heavy Metal Heroes", ma soprattutto con il seguente "Fire In The Brain" (diventati piccoli capolavori del sottobosco metallico e di difficile reperibilità se non a prezzi medio-alti) dei primi anni '80, s'imposero all'attenzione dei fans grazie al loro Heavy Metal quadrato, a tratti epico e dirompente. Le cose poi non andarono come sperato, colpa forse di scelte di marketing sbagliate e manager inesistenti; fatto sta che, tra alti e bassi, scioglimenti e ripensamenti oggi ci troviamo davanti questo "Transition State" uscito per l'attenta AFM. Del quintetto Finnico oggi è rimasto il solo Mark Ruffneck (Batteria) che con altri 4 baldi "omaccioni" sforna 13 songs dal tiro gustosamente metallico anni '80 quanto si vuole ma, non per questo, meno efficace. Tra Iron Maiden, Accept e Judas canzoni come "Heart Of A Beast", "Drag You To Hell" e "In A Shadow Of Shotgun" filano via che è un piacere, riportandoci sì indietro nel tempo, ma in modo accattivante e ruffiano. La melodia c'è e viene fuori in particolare nella song di apertura (Bone Crusher) e "We Will Never Die" grazie anche allo sconosciuto (almeno per me) Vince Kojvula alla voce che non lesina acuti e voce aggressiva. 13 canzoni dunque dicevamo, per 1 ora di musica che sicuramente farà felici i metallers duri e puri come il sottoscritto, dove gli Oz ritornano in pista dimostrandosi in ottima salute; certo l'album presenta qualche battuta a vuoto e un paio di riempitivi, ma in fondo...chi è senza peccato? CONSIGLIATO!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    27 Febbraio, 2018
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I Crossbones (da non confondersi con gli omonimi guidati da Dario Mollo) sono una specie di mito e istituzione nel loro paese di origine, ovvero l'Albania essendo stato il primo gruppo albanese a pubblicare un cd di musica Heavy Metal che seppur con produzione indipendente, è riuscito a girare un po in tutta Europa. Era il 1997 e quello era il debut per questi musicisti grintosi e coraggiosi, il primo vagito registrato in Svizzera ma assemblato nella casa di uno dei componenti perchè a quel tempo trovare una sala prove attrezzata come i nostri volevano era pura utopia. Piu di 20 anni sono passati e con se la famosa acqua sotto i ponti, ma il caparbio vocalist nonchè fondatore Olis Ballta non si è certo scoraggiato e tra vicissitudini varie, difficoltà oggettive e cambi di formazione, tra demo, singoli e ben un live album (Live at the black box - 2011) arriva ai giorni nostri con una formazione tutta nuova (tranne il drummer Theo Napoloni che lo segue dal 2010)e un nuovo cd intitolato "WORLD WAR 3". E la musica direte voi? Beh la musica è d'impatto, robusta come un macigno; si potrebbe parlare di un Alternative Metal con sfumature Thrash più cadenzate come l'iniziale "I'm God" ci fa subito capire senza infamia nè lode. I Crossbones sanno suonare e creare legati ossessivi (Gjalle) melodie accattivanti (Schizo) e anche dinamiche sognanti (You Fool) essendo semplici e essenziali. La voce di Ballta è aggressiva per buona parte del cd rifacendosi, con le dovute proporzioni a Phil Anselmo (tanto per farvi capire un po l'influenza del vocalist) ma che a tratti può suonare un po spersonalizzata e noiosa a lungo andare; infatti quando abbandona (poche volte invero) l'aggressività per adottare un approccio più pulito lo si apprezza di più anche perchè il tipo ha delle doti notevoli, soprattutto sull'interpretazione. Il resto della band è preciso e picchia duro senza far gridare al miarcolo, ma comunque risulta un lavoro più che gradevole che cresce ascolto dopo ascolto acquistando un mezzo voto in più grazie alla conclusiva "I'm God part.2", che altro non è che un sequel della prima song in versione acustica pregna di pathos e melodia. Bravi Crossbones dunque anche se un pochino di personalità in più vi farebbe fare un notevole salto di qualità.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    18 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2018
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I più attenti e più curiosi tra voi metallarissimi attempatelli come me (non me ne vogliate, il tempo passa per tutti) saranno sobbalzati nel leggere il nome Millennium in rosso fuoco. Perchè si, avete capito bene, si tratta della band anni '80 capitanata da quel satanasso di Mark Duffy (poi anche nei Thrashers Toranaga a fine anni '80) che, insieme al suo gruppo di teppisti, consegnò alle stampe l'omonimo debutto 34 anni or sono, quando l'ondata n.w.o.b.h.m. si stava spegnendo. Come ad altre infinite compagini, la fortuna non arrise ai nostri, nonostante la validità dell'album in questione e il gruppo si sciolse rimanendo inattivo fino a qualche anno fa dove galeotta fu la proposta di partecipare a un manipolo di concerti (Mear Fest, BroFest ecc); prendendoci gusto, nacque quasi da sé il cd post reunion "Caught in a Warzone", carino ma niente più. Ma è con questo "Awakening" che il vocalist Duffy riesce a tirare fuori un album discreto, arrembante, pieno di heavy metal inglese poderoso che richiama il sound ottantiano, ma con venature speed e a tratti (invero pochi sprazzi) thrash, soprattutto per quanto riguarda la batteria. Canzoni come "Searching", "The Spell" oppure "Witch Hunt" scorrono dinamitarde con i classici 4/4 e riff arcigni, melodiose nei chorus e niente male in fase di assolo. Chiaramente non si grida al miracolo e non s'inventa nulla di nuovo, ma qui c'è la passione dei ragazzi per una musica e un ideale che non morirà mai ed è forse questo fattore che ci spinge a premere "Repeat" sul lettore. Andando avanti con gli ascolti, si evince che la voce di Duffy graffia ancora (ascoltatevi la finale "Possessed", vero speed heavy senza fronzoli) e le twin guitars sanno ancora esprimere ritmiche e legati incendiari. La mia preferita rimane "Lies All Lies" dove i cori, veri e propri inni da cantare a squarciagola in sede live, creano un pathos a tratti epico e possente. "Awakening" è fatto per i metallari duri e puri che, come me, non si stancheranno mai di queste sonorità e, se amate Saxon, Judas Priest, ma anche nomi minori della n.w.o.b.h.m., qui avrete di che gioire!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    13 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Dopo il cd d'esordio uscito solo in digitale intitolato "The Fire Of Immortality", ecco che ora, dopo neanche un anno, i Bloody Times rilasciano questo E.P. contenente tre canzoni (di fatto solo due, perchè l'iniziale "Introduction To War" è proposta in due versioni, sia cantata che strumentale), più una bonis track che la si può trovare in cd fisico proveniente da demo. La band non è altro che un'idea, nonchè progetto del chitarrista teutonico SIMON PFUNDSTEIN che si avvale della possente voce di JOHN GREELY, passato per i Razor's Edge, ma soprattutto per i più conosciuti Iced Earth. Ad onor del vero, e come sempre sostengo, è difficile esprimere un parere solamente basandosi su tre canzoni, ma provandoci posso dire che è questo lavoro è basato su più ombre che luci. Mi spiego meglio. Muovendosi in ambito power teutonico quadrato nonchè puro Heavy Metal, sull'E.P. in questione sostanzialmente non c'è nulla da eccepire; l'iniziale "Introduction To World" presenta il 4/4 granitico e stoppato, un buon lavoro di chitarra e la voce possente di John che si staglia oltre le melodie. La seguente e lunga "Pursuit Of Destruction" presenta le stesse caratteristiche, presentandosi però più lunga (quasi 8 minuti di durata) e anthemica, un po' epica con un cambio di tempo azzeccato e, saltando la versione strumentale del primo pezzo in apertura che lascia il tempo che trova, dando l'impressione di essere un filler, la conclusiva "Day Of The Collapse" in versione demo non si discosta dal genere proposto ma, con suoni leggermente più sporcati, che forse non danno risalto alla track. Tutto bene fin qui, però il problema è che risulta tutto monotono e già sentito, pur suonato bene e cantato con enfasi, il prodotto non fa breccia più di tanto, perchè non c'è una melodia vincente o una dinamica intrigante, risultando tutto già sentito e un po' ritrito. Non me ne vogliate, le 3 canzoni si ascoltano bene e, ai primi 2 ascolti, possono risultare gradevoli, ma niente di più; manca quel tocco vincente, che sia geniale o fantasioso e forse è la mancanza di una vera e propria band (Pfundstein si occupa anche del basso, mentre la batteria è suonata da session o nell'ultima traccia addirittura si fa uso di drum machine) che inficia un po' la non sostanza di questo cd. Un lavoro interlocutorio, che non deve lasciare perplessi più di tanto, ma che in questi tempi moderni, con mille produzioni al mese, necessita di un qualcosa in più per risultare appetibile e curioso alle orecchie di noi metallari.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    05 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Dicembre, 2017
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La sempre attenta Jolly Records ci propone il debutto degli interessantissimi Humanash nati da un idea del vocalist Giovanni Cardellino (Lead Singer dei nostrani Impero Delle Ombre e qui in arte John Goldfinch); un'idea nata molto tempo fa ma che solo adesso diventa realtà concreta con questo Mini intitolato "Reborn from The Ashes". Accompagnato da membri di Ghost Mary e il drummer anch'esso proveniente dall'Impero Delle Ombre, i nostri ci propongono 6 pezzi interessanti e coinvolgenti; 6 tracce che compongono una storia orrorifica e quindi un vero e proprio concept che mescola Horror Music e Speed Heavy Metal veloce e cadenzato, ma non privo di atmosfere Horror e melodie sinistre. L'iniziale "Evil Metal Obsession" fa quasi da prologo, con Steve Sylvester dei Death SS qui ospite narratore tra chitarre pulite e atmosfera luciferina, tempo marziale e incubi a volontà, soprattutto quando si arriva alla parte elettrica della song. Speed Metal per la seguente "Night Adventure In A Desecrate Church" dove Cardellino dimostra di essere a pieno nel mood del genere, interpretando alla grande ogni strofa e ritornello; doppia-cassa sparata, melodie orecchiabili e stacchi interessanti. E' una storia che ti prende e ti porta per mano non lasciandoti più fino alla fine, tra un sound corposo agile e potente tra Death SS, Mercyful Fate e speed americano, ma che porta soprattutto quel pathos puramente italiano, latino, caldo e vincente che si evince dai cori anthemici in "The Liberation Of The Curse", per fare un esempio, o nell'ultima traccia, il tassello che chiude la storia in maniera solenne, potente e drammatica. Tra chitarra angelica ma luciferina al contempo, si staglia una voce femminile melodiosa con tanto di cori, un finale a modo suo intenso a conclusione di un mini album piacevole, curioso ed interessante che appassionerà tutti i fans del genere. E un plauso alla Jolly Roger Records che farà uscire "Reborn From The Ashes" anche in vinile colorato edizione limitata per la gioia di noi collezionisti cronici di questa musica!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    27 Novembre, 2017
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I Sable Beldam sono cinque ragazzacci provenienti da Chicago che si riaffacciano sul mercato con il loro secondo E.P. in 2 anni intitolato "Cryptic Void", produzione indipendente ma potente a livello di suoni. Il loro è un mix tra Death (per quanto riguarda la voce growl) che sconfina spesso e volentieri in un thrash a tratti anche abbastanza melodico, grazie alle partiture delle twin guitars che si intersecano in maniera efficente e esplosiva. 4 pezzi non sono molti per esprimere un giudizio ma è evidente già al primo ascolto che i nostri hanno ripreso le fila del discorso proveniente dal loro primo E.P. (The Ageless Stranger, 2015). I quasi 3 minuti dell'iniziale "Ageless" sono una mazzata in pieno volto con doppia voce growl e pulita a dare un tocco di personalità al progetto; i ritmi sono sostenuti e violenti come da prassi ed è gradevole all'ascolto. La seguente "Devastator", più lunga e complessa (oltre 6 minuti) denota un certo coraggio nell'esecuzione tra cadenze e accelerazioni mentre sono curiose le ultime 2 tracks che chiudono il mini, rispettivamente intitolate "Abacus" e "Hunter Of Dreams". Qui i ritmi a tratti si fanno più lenti, quasi doom e spiccano arpeggi di chitarra pulita che aggiungono pathos e respiro a dinamiche che altrimenti sarebbero monotone e a tratti banali. Diciamo che questo mini cd fa ben sperare per un 33 vero e proprio che dovrebbe uscire nel 2018 ammesso e concesso che gli americani in questione non inventano nulla ma possono sorprendere e rendere gradevole il tutto con partiture fantasiose, un gusto spiccato per la melodia senza snaturare la veemenza delle loro bordate. Giudizio quindi positivo aspettando il full lenght vero e proprio: e se son rose fioriranno!

Francesco Noli

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