A+ A A-

Opinione scritta da Francesco Noli

42 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5
 
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Francesco Noli    13 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Questa compilation degli Hirax farà la gioia di tutti gli amanti della band e dei collezionisti più intransigenti nonchè feticisti incalliti; infatti questo Born in The Streets è composto dal primissimo Demo del 1984 con l'aggiunta di 3 songs rimaste nel cassetto e rispolverate per l'occasione nonchè dall'unico demo dei L.A.Kaos dell'anno prima, prima band assoluta di Katon Pre-Hirax. Come avrete già capito si tratta di un cimelio importantissimo in quanto sono tutte registrazioni che vengono dalla collezione privata di Katon che, in maniera molto sorniona, ha deciso al momento giusto di tirarle fuori vista la pausa discografica degli Hirax ormai da 2 anni in giro per concerti (passati l'anno scorso anche in Italia). Non è il caso di esprimersi sulla nitidezza del sound o sulle registrazioni, perchè qui il valore intrinseco è ben altro, ma non vi aspettate il Thrash caciarone e strabordante che ha sempre caratterizzato i nostri; siamo più nelle lande dello speed metal, come si evince dalle prime tracce del demo della band madre: canzoni corte, veloci e melodiche come l'opener "Born In The Streets" o addirittura la seguente "Battle Cry", neanche 2 minuti di speed/metal duro e puro. Sono i primi vagiti della band fresca del cambio di monicker (Katon decise di cambiare il nome in Hirax un giorno mentre stava leggendo un giornale nel bagno dell'allora batterista Brian Keith e fu colpito da questa parola) che giustamente stava cercando ancora una sua identità, ma che si muoveva maledettamente bene! Anche le altre 3 songs non apparse al tempo su demo rendono giustizia e sono bellissime così ingenue, sgraziate con tutta la veemenza dei 4 teenegers americani. La seconda parte del lavoro è, se vogliamo, ancora più appetibile e consiste come già detto nel demo dei L.A.Kaos che consta di 4 songs più intro, dove i suoni sono pastosi, figli di una registrazione in presa diretta su un 4 piste di fortuna! Qui siamo addirittura in territorio Heavy Metal un po' monotono (Life Goes On), ma anche cazzuto (i 2 minuti "Running" per esempio); già si sentiva che i ragazzi avevano stoffa anche se chiaramente mancavano di esperienza. Sarà che a me personalmente queste uscite mi hanno sempre incuriosito e ne sono stato sempre favorevole, onde per cui un mezzo voto in più i nostri se lo prendono; d'altro canto non posso che consigliare questa uscita solo agli amanti degli Hirax e affini, oltre che ai collezionisti più incalliti della scena metal anni '80, che faranno salti di gioia nell'avere tra le mani un prodotto custodito nei cassetti per ben 35 anni!!!

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    02 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Ritorna il mitico ex Guitar Man dei Manowar (e tutt'ora per molti il solo e l'unico) e lo fa nel migliore dei modi con un disco epico, potente finalmente dignitoso con tutta la sua veemenza macha dura e pura. I primi due lavori non avevano destato grandi clamori (New Metal Leader 2008 e Hailstorm 2010) per colpa di una notevole staticità di songs senza ispirazione e senza mordente e carente soprattutto a livello di vocals (possiamo dire, senza essere tacciati di peccato, che il vecchio singer Patrick Fuchs era veramente fuori luogo e poco convincente) ad appannaggio della classe del Leader indiscusso. Stravolta quindi la formazione, reclutando un mostro sacro al basso che risponde al nome di Mike LePond (Symphony X) e il talentuoso Marc Lopes alla voce (completa la formazione Steve Bolognese, ex-Death Dealer e Into Eternity), questo "By Blood Sworn" si apre subito alla grande con l'omonima song, veloce potente e assassina; ritmiche sostenute in doppia cassa, cori avvincenti e lo spettro dei Manowar sempre ad aleggiare. Marc Lopes non è Eric Adams, ma si fa ben valere sia nelle parti più veloci (This Is Vengeance, Fistful Of Hate), che nei midtempo dal sapore ottantiano (Lilith o We Are The Night). Non solo Epic Power Metal vive in questo platter, ma affascinano e incuriosiscono alcune soluzione tipicamente rock'n'roll che rimandano agli anni '70, sia nell'armonizzazioni, che nelle scale usate le quali dipingono alcune songs in un "già sentito" ma nuovo, sprazzi di coriandoli che orpellano abbellendo la matrice Heavy Metal. L'apice è sicuramente una ballad o simil tale intitolata "Faith Of The Fallen", toccante, epica, magniloquente e intensa sia nelle note che nelle frasi (Name on the wind/To the Other side of heaven/Immortal Descent/The faith of the fallen cita il ritornello); una song fantastica che, se fosse stata concepita dall'ex band di Ross, avrebbe subito ricevuto elogi sperticati in ogni angolo del globo. Un disco che non stanca, nonostante il genere sia molto inflazionato, un disco che si ascolta piacevolmente dove melodia e potenza sono perfettamente bilanciate e dove la produzione, se pur non impeccabile, fa rendere al meglio sia la voce che ogni singolo strumento: in sostanza un cd da aquistare e da gustarsi fino all'ultima nota!

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Francesco Noli    16 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I Midnight Rider esordiscono su lunga distanza, dopo l’ E.P. omonimo di dieci anni fa e dopo ben 13 anni dalla loro formazione! Assestata la line-up da qualche anno a questa parte (curiosamente in formazione hanno militato anche musicisti Giapponesi), essi si sono messi in mostra con numerosi live, soprattutto nella patria Germania, che hanno attirato la curiosità della Massacre Records, mitica label molto attenta a un certo tipo di heavy robusto, che non ha bisogno di presentazione alcuna, la quale non ci ha pensato 2 volte a metterli sotto contratto per questo debut intitolato “Manifestation”. Chiariamo subito le cose, se siete in circa di una produzione cristallina o boombastica o volete sentire qualcosa di nuovo magari con produzione moderna, cambiate subito pagina e passate oltre; perchè qui non c’è niente di nuovo sotto il sole, se non del sincero e classico Heavy Metal stile anni '80 prodotto (volutamente) quasi grezzamente, suonato preciso ma sgraziato che richiama Maiden, Sabbath ma più che altro i Judas Priest. Fin dall’iniziale “When I Spew My Hate”, la voce poderosa di Wayne ci ricorda il Rob Halford di 30 anni fa (con le dovute proporzioni) e il suono ricorda proprio i Preti Albionici. Mid tempo a go/go, ritmo in 4/4 e buon lavoro di chitarra ad opera di Blumi sono i principali ingredienti dei Riders che dimostrano sicurezza dei propri mezzi in songs quali “The Execution” (con un bel giro di basso a aprire le danze, vagamente Sabbathiana per incedere e forma) oppure “In My Void”. Ma ci sono anche song più nervose, come “Change Your Life”, anche se la palma di miglior canzone a mio avviso se l’aggiudica “Creature Of The Night”, con la sua atmosfera luciferina e un’interpretazione di Wayne sopra le righe. Niente di nuovo sotto il sole quindi, ma tanto sano Heavy Metal che tuttavia mi sento di consigliare solo ai nostalgici dai suoni ottantiani o ai feticisti del genere.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Francesco Noli    24 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Vengono da Cipro questi spassosissimi INFECTED SYREN al debutto con questo omonimo cd autoprodotto che renderà felici tutti quelli che dalla musica vogliono solo divertimento, sincerità e tanto tanto groove. La loro proposta è un misto di generi che va dal Thrash al Punk, dall'Alternative all'Hardcore tutto sapientemente mixato senza far confusione o perdendo la bussola del proprio credo. Sovente capita d'imbattersi in quei gruppi dalle svariate influenze che, per una ragione o per l'altra, si perdono un po' per strada, risultando nè carne nè pesce; non è il caso dei nostri i quali, pur non prendendosi troppo sul serio, sfoggiano un gusto e una cura del suono a tratti particolare e ampiamente accattivante. Gioca forse l'esperienza, essendo la band composta da artisti già noti nella scena Cipriota dagli anni '90, ma è impossibile non incuriosirsi già dalle prime note dell'iniziale e strumentale "Infected Circus", dove i suoni tendono a sembrare appunto un circo sonoro buffo (la chitarra mi ha ricordato a tratti i Primus) e dove il cantante ci attira con le sua vocals sgraziate, ma oneste (chiaramente non in questa song), una sorta di Kurt Brecht (D.R.I.) che incontra un Les Claypool sotto acidi. Le linee sono per lo più semplici che giocano tra suoni distorti con chitarre acide, come nel caso della divertente "Sick", oppure della gemella "Death After Melody", leggermente più thrasheggiante e cattiva. A volte sentiamo effetti liquidi della 6 corde che rendono il lavoro un tantino più strano e schizofrenico, grazie anche all'interpretazione del Vocalist Louis Syrimis, autentico mattatore sia su disco che sui palchi; va da sé che canzoni come la distruttiva "Toothles Tigers" (tra punk e Thrash geniale e dispotico), o la semplice "Divide and Rule", scorrono via con piacere divertendoci con la loro caciarona violenza, ironia e attitudine. Il disco si chiude cosi come era iniziato, ovvero con la strumentale "Syrens In The Opera", pachidermica con i suoi stop & go, ma maledettamente nervosa nella parte centrale. Che dire se non che questi scavezzacolli sono una piacevole sorpresa, gran mazzolatori, ma con gusto e intrattenitori ironici a tratti quasi psicotici... vivamente consigliato agli amanti del genere a occhi chiusi e, a chi non mastica queste sonorità, dico loro che un ascolto almeno varrebbe la pena di darlo!

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Francesco Noli    05 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Dalla famigerata reunion di 28 anni fa non possiamo certo dire che i Praying Mantis siano stati con le mani in mano; ben 8 dischi in studio piu un live ed ora, a ridosso del loro show in quel di Milano (Frontiers Festival) partoriscono il nono figlio a nome Gravity. Per chi ama come me la NWOBHM saprà benissimo che i Mantis sono una garanzia la quale nonostante i molteplici cambi di formazione non hanno mai mutato quella formula melodica mescolata sapientemente al suono hard che poi risulta essere la matrice del gruppo stesso. Su questo platter però i nostri osano di più spostando il baricentro sulla melodia e tasiere (fin troppe a onor del vero) per un risultato ambivalente che se da una parte farà la gioia dei fans propensi a suoni più zuccherosi, dall'altra farà un po storgere il naso a chi si aspettava un suono più Hard sulla falsariga del penultimo LEGACY. Il gruppo Londinese sa scrivere grandi canzoni (l'iniziale "Keep It Alive" per esempio che risulterà essere la song più "sparata", oppure i magniloquenti fraseggi di "39 Years" con un testo bellissimo, nostalgico e toccante) che però qui si alternano a partiture già sentite ("Mantis Anthem" per esempio, dove il coro non convince oppure l'anonima "Foreign Affair"); John Cuijpers ancora una volta da sfoggio delle sue gran doti vocali soprattutto su "Time Can Heal" e "The Last Summer" ed è proprio la sua voce ad innalzare il livello qualitativo delle canzoni; le chitarre non sempre impressionano in fase solista, gli assoli sono un po triti e ritriti e canzoni come la conclusiva "Final Destination" oppure "Shadow Of Love" avrebbero avuto tutt'altro impatto con un piglio più cazzuto e un approccio più diretto anche se la title track "Gravity" è un piccolo gioiello di classe hard ispirato e intenso. In sostanza questo non è assolutamente un brutto disco però sinceramente mi aspettavo più grinta e più velocità dai fratelli Troy che forse negli ultimi anni ci hanno abituati troppo bene e quindi è facile perdonarli una leggera flessione in fase compositiva. Ascolto consigliato prima dell'acquisto.

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    01 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Irlandesi Stormzone non sono dei novellini e giungono oggi con questo "Lucifer's Factory" al loro sesto album in 11 anni (il loro bellissimo debutto "Caught In The Act" vide la luce nel 2007). Prolifici e belligeranti, la creatura del vocalist John "Harv" Harbinson (con un passato anche nei Fastway e Sweet Savage) ci propone ancora un disco intriso di Metal/Rock, ove le melodie fanno bella mostra di sé, essendo costruite su un tappeto ritmico avvincente e conturbante. L'iniziale "Dark Edges" è una botta di vita, veloce e aggressiva, ma godibilissima, mentre la successiva song che dà il nome all'album è più quadrata, giocata con controcanti e cori davvero azzeccati; la produzione è ottima e senza fronzoli, il lavoro in questione scorre via che è un piacere, tra echi N.W.O.B.H.M. (Albharthac e We Are Strong, quest'ultima con richiami ai Mantis) e ottimo Hard/Metal (Last Night In Hell). La voce di Harbinson è calda e potente, sia sulle note alte, che su quelle più baritonali, come dimostra la bellissima "Hallow's Eve". Moore e Afrifa alle twin guitars sono sempre ispirati e la sezione ritmica precisa e rocciosa. Stupenda la ballata finale voce e chitarra acustica, "Time To Go", dove gli Stormzone mettono in mostra il lato più sensibile e emotivo della loro musica. Un disco consigliato veramente a tutti, da ascoltare tutto d'un fiato nonostante la sua lunghezza (13 tracce), ma senza pecche o cali d'intensità, atto a far felici un po' tutti i metallari, siano essi giovani o più attempati come il sottoscritto.

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Francesco Noli    19 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Slabber da Milano sono il volto piacevolmente nuovo della nostra scena Italiana, quella metallara senza tanti fronzoli, né giri di parole. Nonostante siano al debutto (il gruppo sorge dalle ceneri dei fu Rapid Fire), presentano una personalità a dir poco spiccata e smagliante, un'attitudine vecchia scuola e una sincerità rara da trovare nelle bands di oggi. Già la copertina è un'opera d'arte, questo feto attaccato al cordone ombelicale simbolo di vita e di rinascita che è in stretto modo collegato a un membro del gruppo; colori solenni a tinte forti che si sposano con la proposta musicale dei nostri. L'apertura è affidata a "Riot Day" che, nel suo incedere, appare granitica e quadrata preceduta da "Vagito", un intro strano e bellissimo in cui sentiamo i battiti di un cuore: il feto in copertina? Può darsi ma, se cosi fosse, è chiaro che si evince facilmente quanto questi ragazzi credono in loro e nella loro musica. Da applausi "Blood In The Nation", arrembante e speed a tratti power dove Poliani alla chitarra dimostra di saperci fare anche con una certa melodia di classe, mentre la successiva "Dust", aperta da un pianoforte soave ma perentorio, sfocia in una ritmica che farà scapocciare i defenders piu incalliti ma anche quelli del nuovo millennio. Si potrebbe andare avanti cosi elencando tutte le canzoni, ma diventerebbe una recensione "tiritera", tuttavia non si può soprassedere alla fantasia che gli Slabber hanno in un contesto musicale dove forse è già stato detto tutto; la strumentale "Black Skin" è poetica e la deflagrande power "Connection To Nowhere" metterà tutti d'accordo nel dire che i milanesi hanno gusto, classe e la giusta attitudine. Il cd fila via che è un piacere, tra power, heavy e spruzzatine simil prog (prendete molto con le molle questo "simil prog", è una mia opinione sindacabile, ma io la sento tra i solchi) dove la sezione ritmica risulta potente e affabile, il cantato di Bottin riconoscibile e graffiante e la chitarra di Poliani terremotante e geniale ed è ancora più mirabolante se si pensa che i nostri hanno fatto tutto da soli, perchè trattasi di Autoproduzione. Esagero? Forse si, ma come sempre sta a voi l'arduo giudizio e non mi nascondo nello scrivere che per me, a oggi, gli Slabber rappresentano la novità numero 1 in casa nostra tra i defenders! CONSIGLIATISSIMI!!!

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Francesco Noli    21 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Oz è un nome di culto che già viaggiava a fine anni '70 nella fredda e bucolica Finlandia che con il debut "Heavy Metal Heroes", ma soprattutto con il seguente "Fire In The Brain" (diventati piccoli capolavori del sottobosco metallico e di difficile reperibilità se non a prezzi medio-alti) dei primi anni '80, s'imposero all'attenzione dei fans grazie al loro Heavy Metal quadrato, a tratti epico e dirompente. Le cose poi non andarono come sperato, colpa forse di scelte di marketing sbagliate e manager inesistenti; fatto sta che, tra alti e bassi, scioglimenti e ripensamenti oggi ci troviamo davanti questo "Transition State" uscito per l'attenta AFM. Del quintetto Finnico oggi è rimasto il solo Mark Ruffneck (Batteria) che con altri 4 baldi "omaccioni" sforna 13 songs dal tiro gustosamente metallico anni '80 quanto si vuole ma, non per questo, meno efficace. Tra Iron Maiden, Accept e Judas canzoni come "Heart Of A Beast", "Drag You To Hell" e "In A Shadow Of Shotgun" filano via che è un piacere, riportandoci sì indietro nel tempo, ma in modo accattivante e ruffiano. La melodia c'è e viene fuori in particolare nella song di apertura (Bone Crusher) e "We Will Never Die" grazie anche allo sconosciuto (almeno per me) Vince Kojvula alla voce che non lesina acuti e voce aggressiva. 13 canzoni dunque dicevamo, per 1 ora di musica che sicuramente farà felici i metallers duri e puri come il sottoscritto, dove gli Oz ritornano in pista dimostrandosi in ottima salute; certo l'album presenta qualche battuta a vuoto e un paio di riempitivi, ma in fondo...chi è senza peccato? CONSIGLIATO!

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Francesco Noli    27 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I Crossbones (da non confondersi con gli omonimi guidati da Dario Mollo) sono una specie di mito e istituzione nel loro paese di origine, ovvero l'Albania essendo stato il primo gruppo albanese a pubblicare un cd di musica Heavy Metal che seppur con produzione indipendente, è riuscito a girare un po in tutta Europa. Era il 1997 e quello era il debut per questi musicisti grintosi e coraggiosi, il primo vagito registrato in Svizzera ma assemblato nella casa di uno dei componenti perchè a quel tempo trovare una sala prove attrezzata come i nostri volevano era pura utopia. Piu di 20 anni sono passati e con se la famosa acqua sotto i ponti, ma il caparbio vocalist nonchè fondatore Olis Ballta non si è certo scoraggiato e tra vicissitudini varie, difficoltà oggettive e cambi di formazione, tra demo, singoli e ben un live album (Live at the black box - 2011) arriva ai giorni nostri con una formazione tutta nuova (tranne il drummer Theo Napoloni che lo segue dal 2010)e un nuovo cd intitolato "WORLD WAR 3". E la musica direte voi? Beh la musica è d'impatto, robusta come un macigno; si potrebbe parlare di un Alternative Metal con sfumature Thrash più cadenzate come l'iniziale "I'm God" ci fa subito capire senza infamia nè lode. I Crossbones sanno suonare e creare legati ossessivi (Gjalle) melodie accattivanti (Schizo) e anche dinamiche sognanti (You Fool) essendo semplici e essenziali. La voce di Ballta è aggressiva per buona parte del cd rifacendosi, con le dovute proporzioni a Phil Anselmo (tanto per farvi capire un po l'influenza del vocalist) ma che a tratti può suonare un po spersonalizzata e noiosa a lungo andare; infatti quando abbandona (poche volte invero) l'aggressività per adottare un approccio più pulito lo si apprezza di più anche perchè il tipo ha delle doti notevoli, soprattutto sull'interpretazione. Il resto della band è preciso e picchia duro senza far gridare al miarcolo, ma comunque risulta un lavoro più che gradevole che cresce ascolto dopo ascolto acquistando un mezzo voto in più grazie alla conclusiva "I'm God part.2", che altro non è che un sequel della prima song in versione acustica pregna di pathos e melodia. Bravi Crossbones dunque anche se un pochino di personalità in più vi farebbe fare un notevole salto di qualità.

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Francesco Noli    18 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I più attenti e più curiosi tra voi metallarissimi attempatelli come me (non me ne vogliate, il tempo passa per tutti) saranno sobbalzati nel leggere il nome Millennium in rosso fuoco. Perchè si, avete capito bene, si tratta della band anni '80 capitanata da quel satanasso di Mark Duffy (poi anche nei Thrashers Toranaga a fine anni '80) che, insieme al suo gruppo di teppisti, consegnò alle stampe l'omonimo debutto 34 anni or sono, quando l'ondata n.w.o.b.h.m. si stava spegnendo. Come ad altre infinite compagini, la fortuna non arrise ai nostri, nonostante la validità dell'album in questione e il gruppo si sciolse rimanendo inattivo fino a qualche anno fa dove galeotta fu la proposta di partecipare a un manipolo di concerti (Mear Fest, BroFest ecc); prendendoci gusto, nacque quasi da sé il cd post reunion "Caught in a Warzone", carino ma niente più. Ma è con questo "Awakening" che il vocalist Duffy riesce a tirare fuori un album discreto, arrembante, pieno di heavy metal inglese poderoso che richiama il sound ottantiano, ma con venature speed e a tratti (invero pochi sprazzi) thrash, soprattutto per quanto riguarda la batteria. Canzoni come "Searching", "The Spell" oppure "Witch Hunt" scorrono dinamitarde con i classici 4/4 e riff arcigni, melodiose nei chorus e niente male in fase di assolo. Chiaramente non si grida al miracolo e non s'inventa nulla di nuovo, ma qui c'è la passione dei ragazzi per una musica e un ideale che non morirà mai ed è forse questo fattore che ci spinge a premere "Repeat" sul lettore. Andando avanti con gli ascolti, si evince che la voce di Duffy graffia ancora (ascoltatevi la finale "Possessed", vero speed heavy senza fronzoli) e le twin guitars sanno ancora esprimere ritmiche e legati incendiari. La mia preferita rimane "Lies All Lies" dove i cori, veri e propri inni da cantare a squarciagola in sede live, creano un pathos a tratti epico e possente. "Awakening" è fatto per i metallari duri e puri che, come me, non si stancheranno mai di queste sonorità e, se amate Saxon, Judas Priest, ma anche nomi minori della n.w.o.b.h.m., qui avrete di che gioire!!!

Francesco Noli

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
42 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5
Powered by JReviews

releases

Bellissimo album di prog rock/metal questo nuovo lavoro de La Bottega del Tempo a Vapore.
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Poche vibrazioni con il quinto album solista di Stephen Pearcy
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Nonostante gli anni che passano i Ten rimangono al top della scena melodic hard rock
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Con questo settimo album i Cripple Bastards realizzano probabilmente il loro capolavoro
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un bel biglietto da visita per i Valkyria con il loro power/heavy metal melodico
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Un debutto sorprendentemente ottimo per i danesi Sinnrs
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Gathering Darkness celebrano i vent'anni di carriera con "The Inexorable End"
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Estremamente influenzato dalla corrente "core" il Progressive Death dei Technical Damage
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Debuttano con un breve (ma comunque interessante) EP i canadesi Dethgod
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dalla terra del Death tecnico arriva una nuova interessante scoperta: i Samskaras
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Non entusiasmante il debut dei Serpents Kiss
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla