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Opinione scritta da Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    18 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2018
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I più attenti e più curiosi tra voi metallarissimi attempatelli come me (non me ne vogliate, il tempo passa per tutti) saranno sobbalzati nel leggere il nome Millennium in rosso fuoco. Perchè si, avete capito bene, si tratta della band anni '80 capitanata da quel satanasso di Mark Duffy (poi anche nei Thrashers Toranaga a fine anni '80) che, insieme al suo gruppo di teppisti, consegnò alle stampe l'omonimo debutto 34 anni or sono, quando l'ondata n.w.o.b.h.m. si stava spegnendo. Come ad altre infinite compagini, la fortuna non arrise ai nostri, nonostante la validità dell'album in questione e il gruppo si sciolse rimanendo inattivo fino a qualche anno fa dove galeotta fu la proposta di partecipare a un manipolo di concerti (Mear Fest, BroFest ecc); prendendoci gusto, nacque quasi da sé il cd post reunion "Caught in a Warzone", carino ma niente più. Ma è con questo "Awakening" che il vocalist Duffy riesce a tirare fuori un album discreto, arrembante, pieno di heavy metal inglese poderoso che richiama il sound ottantiano, ma con venature speed e a tratti (invero pochi sprazzi) thrash, soprattutto per quanto riguarda la batteria. Canzoni come "Searching", "The Spell" oppure "Witch Hunt" scorrono dinamitarde con i classici 4/4 e riff arcigni, melodiose nei chorus e niente male in fase di assolo. Chiaramente non si grida al miracolo e non s'inventa nulla di nuovo, ma qui c'è la passione dei ragazzi per una musica e un ideale che non morirà mai ed è forse questo fattore che ci spinge a premere "Repeat" sul lettore. Andando avanti con gli ascolti, si evince che la voce di Duffy graffia ancora (ascoltatevi la finale "Possessed", vero speed heavy senza fronzoli) e le twin guitars sanno ancora esprimere ritmiche e legati incendiari. La mia preferita rimane "Lies All Lies" dove i cori, veri e propri inni da cantare a squarciagola in sede live, creano un pathos a tratti epico e possente. "Awakening" è fatto per i metallari duri e puri che, come me, non si stancheranno mai di queste sonorità e, se amate Saxon, Judas Priest, ma anche nomi minori della n.w.o.b.h.m., qui avrete di che gioire!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    13 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Dopo il cd d'esordio uscito solo in digitale intitolato "The Fire Of Immortality", ecco che ora, dopo neanche un anno, i Bloody Times rilasciano questo E.P. contenente tre canzoni (di fatto solo due, perchè l'iniziale "Introduction To War" è proposta in due versioni, sia cantata che strumentale), più una bonis track che la si può trovare in cd fisico proveniente da demo. La band non è altro che un'idea, nonchè progetto del chitarrista teutonico SIMON PFUNDSTEIN che si avvale della possente voce di JOHN GREELY, passato per i Razor's Edge, ma soprattutto per i più conosciuti Iced Earth. Ad onor del vero, e come sempre sostengo, è difficile esprimere un parere solamente basandosi su tre canzoni, ma provandoci posso dire che è questo lavoro è basato su più ombre che luci. Mi spiego meglio. Muovendosi in ambito power teutonico quadrato nonchè puro Heavy Metal, sull'E.P. in questione sostanzialmente non c'è nulla da eccepire; l'iniziale "Introduction To World" presenta il 4/4 granitico e stoppato, un buon lavoro di chitarra e la voce possente di John che si staglia oltre le melodie. La seguente e lunga "Pursuit Of Destruction" presenta le stesse caratteristiche, presentandosi però più lunga (quasi 8 minuti di durata) e anthemica, un po' epica con un cambio di tempo azzeccato e, saltando la versione strumentale del primo pezzo in apertura che lascia il tempo che trova, dando l'impressione di essere un filler, la conclusiva "Day Of The Collapse" in versione demo non si discosta dal genere proposto ma, con suoni leggermente più sporcati, che forse non danno risalto alla track. Tutto bene fin qui, però il problema è che risulta tutto monotono e già sentito, pur suonato bene e cantato con enfasi, il prodotto non fa breccia più di tanto, perchè non c'è una melodia vincente o una dinamica intrigante, risultando tutto già sentito e un po' ritrito. Non me ne vogliate, le 3 canzoni si ascoltano bene e, ai primi 2 ascolti, possono risultare gradevoli, ma niente di più; manca quel tocco vincente, che sia geniale o fantasioso e forse è la mancanza di una vera e propria band (Pfundstein si occupa anche del basso, mentre la batteria è suonata da session o nell'ultima traccia addirittura si fa uso di drum machine) che inficia un po' la non sostanza di questo cd. Un lavoro interlocutorio, che non deve lasciare perplessi più di tanto, ma che in questi tempi moderni, con mille produzioni al mese, necessita di un qualcosa in più per risultare appetibile e curioso alle orecchie di noi metallari.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    05 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Dicembre, 2017
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La sempre attenta Jolly Records ci propone il debutto degli interessantissimi Humanash nati da un idea del vocalist Giovanni Cardellino (Lead Singer dei nostrani Impero Delle Ombre e qui in arte John Goldfinch); un'idea nata molto tempo fa ma che solo adesso diventa realtà concreta con questo Mini intitolato "Reborn from The Ashes". Accompagnato da membri di Ghost Mary e il drummer anch'esso proveniente dall'Impero Delle Ombre, i nostri ci propongono 6 pezzi interessanti e coinvolgenti; 6 tracce che compongono una storia orrorifica e quindi un vero e proprio concept che mescola Horror Music e Speed Heavy Metal veloce e cadenzato, ma non privo di atmosfere Horror e melodie sinistre. L'iniziale "Evil Metal Obsession" fa quasi da prologo, con Steve Sylvester dei Death SS qui ospite narratore tra chitarre pulite e atmosfera luciferina, tempo marziale e incubi a volontà, soprattutto quando si arriva alla parte elettrica della song. Speed Metal per la seguente "Night Adventure In A Desecrate Church" dove Cardellino dimostra di essere a pieno nel mood del genere, interpretando alla grande ogni strofa e ritornello; doppia-cassa sparata, melodie orecchiabili e stacchi interessanti. E' una storia che ti prende e ti porta per mano non lasciandoti più fino alla fine, tra un sound corposo agile e potente tra Death SS, Mercyful Fate e speed americano, ma che porta soprattutto quel pathos puramente italiano, latino, caldo e vincente che si evince dai cori anthemici in "The Liberation Of The Curse", per fare un esempio, o nell'ultima traccia, il tassello che chiude la storia in maniera solenne, potente e drammatica. Tra chitarra angelica ma luciferina al contempo, si staglia una voce femminile melodiosa con tanto di cori, un finale a modo suo intenso a conclusione di un mini album piacevole, curioso ed interessante che appassionerà tutti i fans del genere. E un plauso alla Jolly Roger Records che farà uscire "Reborn From The Ashes" anche in vinile colorato edizione limitata per la gioia di noi collezionisti cronici di questa musica!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    27 Novembre, 2017
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I Sable Beldam sono cinque ragazzacci provenienti da Chicago che si riaffacciano sul mercato con il loro secondo E.P. in 2 anni intitolato "Cryptic Void", produzione indipendente ma potente a livello di suoni. Il loro è un mix tra Death (per quanto riguarda la voce growl) che sconfina spesso e volentieri in un thrash a tratti anche abbastanza melodico, grazie alle partiture delle twin guitars che si intersecano in maniera efficente e esplosiva. 4 pezzi non sono molti per esprimere un giudizio ma è evidente già al primo ascolto che i nostri hanno ripreso le fila del discorso proveniente dal loro primo E.P. (The Ageless Stranger, 2015). I quasi 3 minuti dell'iniziale "Ageless" sono una mazzata in pieno volto con doppia voce growl e pulita a dare un tocco di personalità al progetto; i ritmi sono sostenuti e violenti come da prassi ed è gradevole all'ascolto. La seguente "Devastator", più lunga e complessa (oltre 6 minuti) denota un certo coraggio nell'esecuzione tra cadenze e accelerazioni mentre sono curiose le ultime 2 tracks che chiudono il mini, rispettivamente intitolate "Abacus" e "Hunter Of Dreams". Qui i ritmi a tratti si fanno più lenti, quasi doom e spiccano arpeggi di chitarra pulita che aggiungono pathos e respiro a dinamiche che altrimenti sarebbero monotone e a tratti banali. Diciamo che questo mini cd fa ben sperare per un 33 vero e proprio che dovrebbe uscire nel 2018 ammesso e concesso che gli americani in questione non inventano nulla ma possono sorprendere e rendere gradevole il tutto con partiture fantasiose, un gusto spiccato per la melodia senza snaturare la veemenza delle loro bordate. Giudizio quindi positivo aspettando il full lenght vero e proprio: e se son rose fioriranno!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    02 Agosto, 2017
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Ritornano gli Altoatesini (con origini slovacche) Bullet-Proof con questo "Forsaken One" dopo il buon debutto "De-Generation" di un paio di anni fa ed è un come-back intenso, aggressivo, intelligente, melodico con la giusta tecnica e un tiro assassino. Qui gli amanti del Thrash troveranno pane per i loro denti già dall'iniziale "Might Makes Right", classica Mosh/Track con riffing assassino e cadenze indovinate le quali ingolosiscono ancor di più il palato dell'ascoltatore; la title track dopo l'intro viaggia su mid-tempo per poi accelerare dalla metà in poi mostrando a tutti le ottime qualità del batterista Lukas Hupka (figlio di Richard alla voce e chitarra). Si può tranquillamente dire che questo cd è un bignami del Thrash/Metal dove c'è proprio tutto: la melodia (Potrait Of The Faceless King) un certo gusto per i solo (No One Never è da brividi)dinamiche più ragionate (Lust) fino alla conclusiva "Little Boy", piccolo gioiellino che si snoda tra arpeggi, melodie intriganti e il cantato di Richard sempre emozionale ma mai "zuccheroso".Chi come me aveva già amato il debutto, non potrà che essere soddisfatto di "Forsaken One" che dimostra come i nostri abbiano fatto progressi non solo a livello tecnico ma anche di testi, mai banali e che ben si sposano con le melodie delle canzoni. Se non avranno particolari problemi, sono altresi sicuro che i nostri si toglieranno molte soddisfazioni e ci faranno scapocciare ancora per molto! Bravi!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    24 Luglio, 2017
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Buttered Bacon Biscuits ormai sciolti ci hanno lasciato in eredità un piccolo capolavoro (unico della band) nel 2010 che oggi, grazie alla validissima Jolly Records viene riproposto con una copertina leggermente ritoccata ma con le medesime canzoni che furono.In questo stupefacente lavoro essi mischiano sapientemente e genialmente psych, hard rock, hammond Uriah Heepiano e blues per un totale di 9 canzoni finemente cesellate, suonate da Dio con quel feeling sincero e genuino che scaturisce in melodie possenti. Già dall'opener "Loosing My Pride" si può percepire tutta la bravura nell'esecuzione della band nonchè di quel diavolo a nome Ricky Del Pane (voce e chitarra acustica) veramente pregevole nell'interpretare con la sua voce pulita e calda le storie (ma leggasi poesie) delle canzoni. Non c'è un calo di tensione in questi 50 minuti di musica; si passa dalle grandi melodie e atmosfere di "Another Secret In The Sun" all'andamento onirico di "Essaouira" mostrando una sensibilità fuori dal comune con "Into The Wild". Dopo il debutto e una manciata di concerti il gruppo decise di fermarsi ed il discorso verrà ben ripreso dai grandiosi Witchwood,dove ritroviamo Del Pane, Olivi e Palli in formazione. Questo è un disco consigliato a tutti, ma proprio a tutti gli amanti della musica in generale perchè, a mio modesto avviso e al di là del gusto personale, non possiamo prescindere da capolavori del genere.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    14 Luglio, 2017
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Dopo la re-release del debutto omonimo la Sleaszy Records fa il paio ripubblicando anche il secondo cd del chitarrista greco, originariamente uscito nel 1999 (e quindi ben 8 anni dopo il debutto) per Unisound Records. Con una formazione completamente rinnovata Angelo continua il proprio discorso proprio dove l'aveva interrotto con il debutto accentuando più la vena neoclassica pur rimanendo in ambito Power/Heavy bilanciando attentamente le songs; infatti dopo il Preludio iniziale si alternano con scaltrezza momenti melodici (Tales...Of The Unexpected, Lady Evil su tutte), poderose Heavy/Power Songs (Worship The Night, Judgement Day) mantenendo quella linea barocca che ogni assolo di Angelo ci ricorda. Christos Papadopoulos è un bravissimo cantante e dimostra tutto il suo talento nell'epica e sgargiante "The Final Battle" la quale si apre con un arpeggio indovinato e splendente per poi sfociare in un mid tempo tra richiami alla Malmsteen e certe realtà US Metal. Il cd merita, se consideriamo comunque che ha già 18 anni di vita, anche perchè il nostro guitar hero tende a suonare bene senza fare il verso ai maestri del genere e i pezzi hanno tutti quel pathos e quel groove che ci portano a riascoltarli senza mai stancarsi; nota a parte per le Lyrics che magari potrebbero un po stancare, vertendo su argomenti come guerre, Re e Regine...ma comunque questo prodotto è consigliato a tutti coloro che si arrapano con assoli veloci, composizioni melodiche e power groove!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    14 Luglio, 2017
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Angelo Perlepes è un chitarrista greco che affonda il suo background e la sua ispirazione nei lidi neoclassici e barocchi alla stregua di guitar player quali sue maestà Malmsteen, Blackmore nonchè Uli Jon Roth. Questo omonimo album di debutto uscito nel 1991 ma oggi rimasterizzato completamente da Nick Papakostas peraltro in formato economico vede anche l'aggiunta di "Angel", song in chiusura del cd mai apparsa prima d'ora. Chiaramente qui la melodia scorre a fiumi e sicuramente una hit dell'album è "Baby Blue" dove i membri della band dimostrano di non essere solo dei comprimari ma di saperci fare con i loro strumenti, fondendo le loro capacità esecutive con il feeling del guitar hero. Gli assoli sono di scula "conservatorio" in tutti gli 8 pezzi e quindi ad ascoltarli oggi possono avere quel che di già sentito, ma la struttura delle songs verte su un arioso Heavy Hard molto piacevole dove il vocalist George Faskiotis fa bella mostra di se in particolare su "Unicorn" e "Burning Eyes". Buon disco non solo per i Guitar Hero o aspiranti tali.

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    09 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Giugno, 2017
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Gli Urban Fight vengono da Bologna e, se anche molti di voi non ricorderanno questa band, posso dirvi che ha una grande storia che nasce nei primissimi anni 80 ed è un nome di culto non solo nell'Emilia Romagna; infatti, non per niente, sono stati inseriti in diversi libri musicali e sociologici. Il gruppo, dopo diversi demo, un cd, varie vicissitudini e cambi di line-up attorno alle 2 figure principali Girotti/Sassi, oggi si presenta con questo "Bootleg" il quale rappresenta una summa di ciò che sono stati e sono i nostri oggi, con brani sia in inglese che in italiano che percorrono la storia della band fin dai primi demo. Un mix di hardcore/punk/metal che funziona molto bene e che si ascolta con felicità già dall'iniziale "Away" e la punkettara "Journey Through Madness"; in realtà sono le italianissime "Gerontocrazia", "L'Ottenebramento Della Luce" e "Il Morso che Spezza" le vere perle dell'album (questione di gusti) con i loro testi intelligenti, affilati e attuali, nonché impegnati a livello sociale. Le canzoni sono state riarrangiate e registrate in diretta, da qui il titolo "Bootleg". Ringraziamo questa band da "strada" maschia, sporca (nel senso buono) di averci sempre creduto non mollando il colpo, perchè oltre la musica, qui c'è anche tanta altra sostanza!!!

Francesco Noli

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Opinione inserita da Francesco Noli    03 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Giugno, 2017
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Da San Francisco fanno il loro esordio gli Hell Fire (scritto solennemente separato) con il loro Heavy Metal quadrato e retrò che non disdegna acquarelli thrash in questo autoprodotto "Metal Masses". Non è certo la veemenza o l'intraprendenza che manca ai nostri americani e verosimilmente ascoltando tracce quali la maideniana "Night Terror", oppure la track "Sirens of the Hunter", risulta quantomai palese alle nostre orecchie; legati che richiamano Maiden e Judas, cori azzeccati e 4/4 cadenzato a rotta di collo. Il disco si fa ascoltare piacevolmente fino alle conclusive "Soldiers of Sin", con il suo riff thrash spaccasassi e la conclusiva "Escape Purgatory" che, con i suoi 7 minuti, crea una summa di tutto ciò che sono gli Hell Fire oggi. Un disco gradevole che piacerà, tenendo conto che di autoproduzione si tratta e che siamo solo al debut, peraltro mixato, prodotto e confezionato dannatamente bene in formato digipack!!!!

Francesco Noli

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