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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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Nuovo album per il quintetto tedesco chiamato Ember Sea che, dopo un disco ed un EP, arrivano al qui presente How to Tame a Heart. Trattasi di un lavoro che segue il filone del symphonic rock/metal con voce femminile che fortunatamente non si ostina con l’idea dei soliti cliché del genere ma punta più al succo, alla semplicità ed alla genuinità.

Ciò che spesso dimenticano le bands è il fatto che non sempre il tasso tecnico alto o i virtuosismi esagerati rendono grande una canzone. Troppe volte ci si trova davanti all’ennesimo clone degli Epica o dei Nightiwish e pochissimi riescono ad emergere. I nostri tedeschi tornano al principio ovvero proponendo brani asciutti e semplici nella struttura dove tutti i musicisti uniscono le forze per creare qualcosa che arrivi diritto al punto. I brani sono efficaci e diretti e dove finalmente esplodono delle melodie e dei ritornelli potenti ed epici al punto giusto. Fondamentale è l’apporto delle tastiere che donano un’aurea magniloquente e sognante; unendo poi la voce della cantante Eva (che sfrutta dei vocalizzi perfetti per la musicalità non esagerando mai) il risultato è davvero ottimale. Le tracce sfruttano sezioni corali magiche ed emozionali (“To Atlantis”, l’orientaleggiante “Oasis” o l’estasiante “Dance of Pan”) conferendo ai chorus enfasi e potenza. Potenza che non è mai eccessiva e spesso tende più al rock che al metal tranne qualche sporadico episodio come “Hollow” dove il riffing si fa più massiccio e ritmato. A metà disco compare “Portrait Enemy”, la traccia peggiore del lotto che mette a rischio l’opera ma fortunatamente brani come la varia ed atmosferica “Heather” e l’electro oriented “The Ones” riportano il livello qualitativo su livelli più alti. La finale “Dawning” sorprende con i suoi quasi 10 minuti dimostrandosi ambiziosa e complessa eppure così facilmente fruibile ed assimilabile da qualunque ascoltatore che lascia davvero stupefatti.

C’è poco da aggiungere. Un lavoro concreto, deciso e che funge da trampolino di lancio per future evoluzioni. Le basi sono solidissime. Ora è tutta discesa!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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My Sacrifice è l’EP di debutto del duo norvegese Blood Moon Hysteria, progetto musicale nato nel 2015 anche se sarebbe quasi da parlare di one man band in quanto sia la musica che le liriche sono ad opera del solo Runar Beyond mentre il compare Fredrik S si occupa unicamente delle parti di piano/mellotron. Sull’aspetto prettamente stilistico non è così semplice dare una direzione precisa ma si potrebbe inquadrare il gruppo nel calderone del black metal atmosferico.

Quattro tracce compongono il dischetto e vale la pena partire direttamente dalla doppietta “Deception 1” e “Deception part 2”. Il black atmosferico mischiato a tonalità malinconiche e quasi doom parrebbe quasi interessante ma non tutto va esattamente come previsto. Le due tracce mescolano tastiere, aperture melodiche sfiziose di chitarra ed un andamento in generale lento e soffuso. Il punto è che tutto alla fine sconsola in quanto ci sono troppe somiglianze tra un pezzo e l’altro e se la parte 2 vorrebbe essere più cupa alla fine risulta solo più sbiadita con delle vocals fin troppo sguaiate e poco riuscite rispetto allo scream/growl classico generale. Sarebbe stato meglio unire le idee in un’unica traccia tenendo le idee migliori dato che così si perde quel poco di interessante che c’era.
“My Sacrifice” tenta in maniera fin troppo tiepida di inserire qualcosa di differente con alcune influenze orientali nelle linee melodiche della sei corde ma il risultato è fin troppo banale e simile agli altri brani.
La finale “Towards the Abyss” è una bordata veloce al limite del crust con qualche martellata black metal che stona completamente all’interno del dischetto e lascia davvero perplesso l’ascoltatore sul perché sia stata inserita.

Poco. Un lavoro che non è abbastanza per sfondare e non mostra particolari qualità che possano far risaltare la musica del gruppo. Qualche buona intuizione c’è ma al momento come detto non portano da nessuna parte.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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La Germania è sempre stata propensa alla musica medievale come pure alle mille evoluzione che ha subito la musica folk di derivazione europea. Ricchissimo è il sottobosco di bands che affollano il genere e se (ma anche purtroppo, dipende dai punti di vista) tantissime sono trascurabili ed al limite del pacchiano altri invece suscitano un certo interesse. Gli Hekate, nati nel 1992, rientrano in tale categoria e si piazzano in una posizione di rilievo con il nuovo disco Totentanz.

Una precisazione va fatta fin da subito. Il folk proposto dalla numerosa compagine teutonica è tutt’altro che semplice e fruibile. Le composizioni sono cupe ed oscure e si avvicinano per certi versi a gruppi come Wardruna e Nucleus Torn, quindi una sorta di neo-folk che non una musica etnica classica. Un sound quindi mistico, arcano e misterioso che riporta la musicalità a qualcosa di primordiale, come il tempo si fosse fermato, pur contenendo dei timidi elementi di modernità. Le tracce, come le melodie, sono spesso asciutte e colme di strumenti acustici e passano dal marziale (“The Old King” con il suo favoloso crescendo) al battagliero (“Mondnacht” con il suo approccio melodico epico) per arrivare all’atmosferico che prende circa il 60% dell’album. Vi è da dire che le prima tracce sono le più difficili, dure ed impenetrabili ma dalla titletrack “Totentanz” (con il suo incedere minimale, le vocals femminili luciferine ed un uso interessante degli ottoni) le cose cambiano ed il mood si evolve. “Spring of Life” è eterea con delle tonalità orientali mentre “Embrace the Light” pigia il pedale sul suo essere sciamanica, notturna e magica con un buon mix di moderno con effetti elettronici, rumori e l’antico.“Desire” è nuovamente arcana e la voce femminile è nuovamente protagonista e che, nonostante la voce maschile sia buona, mostra veramente una marcia in più e si abbina al meglio con delicati tocchi psichedelici. La sensuale ed arabeggiante “Am Meere” con i suoi lontani cori in sottofondo mette fine al viaggio musicale in cui l’ascoltatore prova continuamente sensazioni strane ed incomprensibili.

Un disco da assaporare con calma e tranquillità, qualitativamente alto ed intellettuale, lontano dalle consuete e vuote melodie da sagra paesana.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 2018
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Arriva il debutto discografico del nuovo progetto solista a nome QFT (ossia quantum field theory) a cui fa capo Linnea Vikström. Per chi non conoscesse la donzella in questione, trattasi della cantante dei Therion dal 2010 che ha deciso di fondare una nuova band per dedicarsi a qualcosa di più vicino alle proprie idee musicali. Il primo disco di questa nuova avventura si intitola “Live in Space” che vede la singer sbizzarrirsi parecchio sui generi musicali presentando un prodotto parecchio strano.

Per chi cercasse qualcosa di simile ai Therion qui non ne troverà nessuna traccia e basta l’iniziale “End of the Universe” con il suo andamento alla Black Sabbath, per levare di mezzo ogni dubbio. I ritmi si fanno lenti e pachidermici dove Linnea ci ricama sopra delle vocals potentissime ed, in taluni casi, abrasive che dimostrano il proprio mostruoso livello tecnico canoro. Eppure qualcosa non funziona e, proseguendo l’ascolto, le cose si fanno più chiare. Non c’è prima di tutto un’identità, in quanto la maggior parte delle tracce sembrano più una compilation, che non un disco vero e proprio data l’eccessiva diversità le une con le altre. C’è hard rock melodico zeppo di cori (“Big Bang” o la Van Halen oriented “Aliens”), certo prog metal come “Black Hole” dal riff potente con delle linee vocali eteree e pure delle ballad, alcune riuscite (l’intensa “Live in Space” dal crescendo epico), altre fiacche e poco consistenti (le spente “QFT” e “Time”). C’è troppa confusione senza un’idea chiara su cosa fare e, quando si tenta di puntare su bordate metalliche, emergono dei grossi problemi di songwriting, come nelle terrificanti “Quasar” e “Light Speed”, che risultano innocue e a volte troppo forzate. La voce poi, pare spesso concentrata a far vedere la propria tecnica con giochetti tecnici che finiscono solo con l’annoiare e, talune volte, anche a dar fastidio all’ascoltatore, a causa del loro essere troppo prolungate. Il problema più grosso è che non c’è una solida base compositiva e ciò si sente nella maggior parte dei brani, che si tendono a dimenticare facilmente non lasciando nulla nella mente.

Una chiara dimostrazione che non basta avere un alto livello tecnico per creare una buona canzone. Un album discreto, a volte nella media, a volte invece sotto, a causa del suo essere discontinuo e frammentato. Per ora rimandato!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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Più di vent’anni sono passati dalla fondazione degli svizzeri Impure Wilhelmina e tanti sono stati i cambi di formazione che però ha sempre ruotato attorno al mastermind Michael Schindl. Il tempo non ha mai indebolito la band da Ginevra, che torna in pista con il recente disco Radiation, targato 2017. Sempre rimasti in bilico tra il rock ed il metal, il gruppo ha in qualche modo trovato la quadratura del cerchio cercando di evolvere il proprio sound ma senza snaturarlo.

Grazie da una produzione/mixing il quartetto presenta una corposa miscela di tracce in primis dalle tinte malinconiche e cupe dove comunque ogni sfumatura emerge limpida e cristallina. Il più che buono lavoro alla chitarra fa emergere una musica variegata seppur legata a certi stilemi mentre la sezione ritmica fa il suo onesto lavoro, peccato che però non proponga qualcosa di più. Tracce come “Great Falls Beyond Death” (dallo sfizioso retrogusto pop) o “Bones and Heart” (che contiene tocchi alla Alcest) la dicono lunga sulla qualità compositiva che dimostra quanto ai musicisti interessi proporre brani equilibrati ed emozionali. Il tasso emozionale è sicuramente su livelli alti e lo dimostrano episodi come l’intensa e passionale “Meaningless Memories” che grazie alle linee vocali ben costruite assume un’importanza non indifferente. La voce ha un ruolo spesso importante e se nelle parti in pulito fa la parte del leone (si ascoltino la post-rock oriented “Child” o la dinamica “We Need a New Sun” dispersa tra parti sognanti ed apocalittiche) ciò si può affermare anche per quanto riguarda le sezioni più violente ed elaborate come la violenta ed aggressiva “Murderers”. Va segnalata anche “Torn” che contiene un bel mix di classico e moderno con spruzzate gothic rock ed accelerazioni al limite del black metal.

Un disco bello, vario e contenente tutte le caratteristiche per farsi ascoltare parecchie volte per coglierne ogni aspetto contenuto al suo interno. Album ben suonato e che dovrebbe essere preso di esempio per tutte le giovani band. Ottimo!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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I Dystersol, formatisi nel 2013 sono una band austriaca che, dopo il primo album Welcome the Dark Sun uscito nel 2014, arriva alla seconda ed importante tappa con il nuovo disco chiamato The Fifth Age of Man. Il recente lavoro è un mastodontico viaggio di 14 tracce (forse troppe) che si basa su di un metal decisamente moderno con tematiche basate sulla mitologia pur non trattandosi di un concept. Di base lo stile verte sul metalcore/death metal con spruzzate sinfoniche che vorrebbero ampliare il panorama sonoro ma che, come si vedrà in seguito, non ha portato ai risultati sperati.

Fin dalla prima traccia e titletrack “Fifth Age of Man” si percepisce che qualcosa non va. Il miscuglio di symphonic metal e metal estremo è fin troppo grezzo e poco incisivo anche se c’è qualche buona idea melodica (non a caso si sente la presenza dei Septic Flesh). Il lavoro chitarristico, compresso all’inverosimile, spesso si inceppa e risulta davvero povero di idee e di ispirazione (le banali “Beyond Blood” o “Olimpia”) e la sezione ritmica non aiuta particolarmente grazie anche ad un mixing davvero infelice che valorizza solo la batteria con suoni troppo alti. Alcuni episodi sparsi avrebbero anche qualche idea discreta come “Down to Nothing” che ha qualcosa degli Epica o la pagan/black metal oriented “Tragedy of the Gifted Ones” ma hanno troppo poco al loro interno per farsi ricordare a lungo termine. Stessa sorte capita a tracce più ritmate e dal groove acceso come “End of the Fall” o l’interessante “Winterking” (che mescola un guitar work post-thrash, sfumature epiche, ultimi Satyricon ed interessanti vocals femminili) che rimangono schiacciate da tanta mediocrità generale e da una voglia di dare troppo in tempi brevi.
Da dimenticare invece brani come “Night of the Hunter” infarcita di tastiere orchestrali ed intermezzi sognanti, distrutte però da un approccio al limite del black’n’roll che non centra per niente rovinando tutto nel giro di poco.

Purtroppo la band pur avendo qualche buona intuizione non ha ancora le basi e le capacità per metterle in pratica come vorrebbe. Un disco che può lasciarsi ascoltare per una volta ma poi cade in fretta nel dimenticatoio. Per ora rimandati.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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E’ tempo di terzo album anche per i russi Tantal. Il quartetto di Mosca nato nel 2005 comprende musicisti che arrivano da parecchie esperienze e collaborazioni tra i quali Arkona, Everlost, U.D.O. ed Epidemia. Dopo diverse date ed aperture a bands di un certo calibro esce Ruin, il disco numero tre che dovrebbe dimostrare la piena maturità. Numerose sono le influenze che si infiltrano nel metal moderno proposto dalla band dell’Est Europa ma bisogna andare con ordine per capire al meglio la situazione.

Uno dei più grossi problemi del metal moderno è la povertà di idee nonché di un livello di scrittura spesso a livelli che sfiorano la decenza. I Tantal cercano nella maniera migliore di dimostrare quanto valgono e fortunatamente qualcosa di discreto emerge anche se poco. Di buono va detto subito è il lavoro sulla melodia che rende i brani piacevoli soprattutto nel lavoro della chitarra oltre che alle vocals femminili che tutto sommato si lasciano ascoltare. I dolori veri e propri sopraggiungono dopo in quanto riff, parti ritmiche, linee vocali sembrano fatti con lo stampino. Tutto sa di già sentito come ad esempio Arch Enemy (“Constant Failure”) o Evanescence (“A Hopeful Lie”) ma andando oltre ci si ritrova nel classico uso e abuso di giri compressi di chitarra con lo stesso suono ascoltato 3000 volte e sezione ritmica che si ispira al solito metalcore/new metal senza tirare fuori un minimo di personalità. Qualche leggero colpo di coda ci sarebbe anche come la gotica “Denial” con le sue tastiere malinconiche oppure l’interessante “Ruin” dalle tinte elettroniche che mostrano una leggera volontà di offrire qualcosa di più. Ciò però è davvero poco. Le canzoni faticano a restare in testa tranne forse nei pezzi più lenti come “Drained” e “Torpid” dove le melodie sono più intense.

In definitiva il disco è sufficiente e finisce in quel limbo pieno di innumerevoli release insapori, incapaci di trovare il loro posto se non per compiacere i fanatici delle emozioni semplici e forti come un film tutto di effetti speciali. Ancora non ci siamo.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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Mirror Of Creation III – Project Ikaros è il quinto e nuovo album dei teutonici Tomorrow’s Eve, band con una notevole esperienza alle spalle dato che è attiva fin dalla fine degli anni 90’. La formazione attuale vede due special guest alla sezione ritmica ossia Mike LePond (Symphony X, Ross The Boss) al basso e John Macaluso (Yngwie Malmsteen, Labyrinth, Ark, TNT) alla batteria. Con una lineup di tutto rispetto sarebbe stato lecito aspettarsi un disco di progressive metal con gli attributi ma non tutto è andato esattamente come ci si aspettava ma si andrà con ordine.

Il più grosso problema di fondo è che le canzoni non ci sono o meglio, sembra di ascoltare la stessa traccia in loop con pochissime variazioni. La qualità sonora è cristallina e perfetta e si adatta perfettamente al corso sonoro della band che vira pesantemente su lidi molto freddi e prettamente tecnici. Se da un lato vi è da dire che sul lato tecnico la band non ha nulla da dimostrare inserendo nei brani tecnicismi cervellotici a rotta di collo, dall’altro tutto si riduce ad uno sterile lavoro di dimostrazione che ogni musicista sa il fatto suo riguardo al proprio strumento. I pochissimi e davvero buoni intarsi melodici fatti di cori, ritornelli tutto sommato riusciti e tastiere dal sapore futuristico vengono schiacciati da un sound decisamente troppo compresso, ossessivo e meccanico dove tutto deve essere preciso come potrebbero essere i Dream Theater post Kevin Moore. Difficile nominare una canzone piuttosto che un’altra in quanto tutte seguono un canovaccio similare e non serve granché virare verso l’aggressivo perché in fin dei conti il risultato cambia davvero poco. L’innesto dei due fuori classe come ospiti pare abbia giovato poco portando il disco ad essere, come detto, a senso unico che per chi cerca qualcosa di emozionale annoierà dopo un paio di brani mentre per i fanatici dello strumento sarà una manna dal cielo.

Un disco gelido, serrato, cerebrale che non offre nient’altro che tecnica strumentale. Un gran peccato. Si sappia a cosa si va incontro.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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Il primo incontro del sottoscritto con i portoghesi Sinistro fu qualche anno fa in occasione del Roadburn Festival a Tilburg in Olanda. All’epoca era in corso la promozione di Semente, precedente album del gruppo che ora è fresco di pubblicazione del nuovissimo Sangue Cássia. Il quintetto durante quel concerto mi diede un’ottima impressione ed il suo doom metal incrociato con talune infiltrazioni rock, pur non essendo particolarmente originale, aveva qualcosa di speciale grazie anche alle vocals della meravigliosa e dotata cantante.

Gusti personali a parte, il nuovo lavoro del gruppo espande la propria visione sonora risultando meno monolitico e decisamente più variegato rispetto al passato. Ad onor del vero il primo brano di oltre 11 minuti, “Cosmos Controle”, va decisamente sul pesante presentandosi come un macigno doom incrociato con il post-metal. Questa traccia inganna perché poi le cose cambiano a partire dall’uso sempre più dinamico delle eteree vocals della singer Patricia (a volte sciamaniche ed altre sinuose) ed all’introduzione di piccoli tocchi di psichedelia/atmosfera. Le sfumature si fanno via via in evoluzione ma non in maniera così enfatica dimostrandosi striscianti e silenziose (“Lotus”, la gotica “Abismo” o la sfiziosa ed apocalittica “Cravo Carne”), da cogliere insomma piano piano dopo numerosi ascolti. Non è sicuramente tutto qui, in quanto emergono episodi particolari come l’erotica “Petalas” o la trip-hop oriented “Nuvem” ma a stupire sono anche le incursioni nel post-rock/shoegaze con un lavoro alla sei corde dilatato e sognante, mistico e celestiale allo stesso tempo (si ascoltino le riuscite “Vento Sul” e “Gardenia”). Le novità insomma ci sono, forse un po’ timide e ancora non proprio decise ma il risultato finale è sicuramente di valore consegnando all’ascoltatore un’opera che convince sia sul lato tecnico che sul lato della scrittura.

I Sinistro stanno migliorando e cambiando pelle portando la propria musica ad un livello più alto e colto. Si spera che la crescita non si fermi perché il mondo musicale ha bisogno di gruppi come questo. Ottimo lavoro!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Nati nel 2015 i Divergent, band pugliese di cui i membri arrivano da diversi progetti musicali, nel giro di pochi anni pubblicano un ep ed arrivano al vero e proprio debutto discografico. Il qui presente "The Great Solitude" esce nel dicembre del 2017 e vede il quintetto nostrano prodigarsi in un metal moderno dal taglio djent o neo prog metal se si preferisce, nonostante la band si autodefinisca alternative metal.

Chi magari conosce il sottoscritto sa quanto sia allergico alle nuove pieghe che ha preso il metal, ma bisogna sempre lasciare fuori i gusti personali quando si fa una recensione. Prima cosa che salta all’orecchio è la produzione più che buona che fa risaltare in maniera ottimale ogni sfumatura del disco. Andando poi nello specifico dell’album, dopo l’intro narrata “Sunrise” (sembra che ci sia un concept dietro), si entra nel vivo con una sequela di tracce che seguono una linea compositiva decisamente omogenea. Le parti ritmiche sono serrate e tecniche con il classico binomio assalto frontale/elaborato con un lavoro chitarristico molto debitore del metalcore, ma visto in un’ottica più raffinata. Non possono mancare quelle melodie così pulite ed atmosferiche che il genere in parte esige, epiche in taluni casi (“Death Drive”), ben evidenziate da certi vocalizzi evocativi come nelle cesellature sonore di “Salt of the Earth”. Le vocals purtroppo non sempre sono efficaci, presentandosi spesso insipide e senza una vera e propria personalità e stessa cosa si può dire della scrittura, non tanto che sia senza anima, ma che tende a seguire uno schema da copia incolla. Le canzoni scorrono fluide, grazie ad una tecnica strumentale efficace, ma tendono ad assomigliarsi troppo l’una con l’altra ed a fine ascolto si ha la sensazione di aver ascoltato la stessa traccia in loop. Pezzi come “Veil of Maya” o “End of Hope” sono perfette nella forma, ma è la sostanza a mancare come spesso affermo nel genere musicale proposto dai Divergent e da mille altre bands. Tutto deve essere perfetto, senza la minima sbavatura, ma bisognerebbe anche andare oltre il proprio sguardo o si rischia di auto-plagiarsi con il tempo che passa inesorabile. Di positivo comunque l’album non annoia e non punta troppo su parti strumentali cerebrali e troppo plasticose.

Il disco in definitiva è bello, fatto bene e farà la gioia degli appassionati del genere ma, per quel che mi riguarda, rimarrà chiuso nella cerchia dei cultori, senza riuscire ad attirare chi dalla musica pretende qualcosa in più. In ogni caso un esordio che mette in mostra una band di cui andare fieri!

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