A+ A A-

Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

51 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    15 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il quartetto milanese Blood Inc. nasce nel 2014 e nel giro di pochi anni parte subito con il primo album ovvero l’omonimo Blood Inc. Il disco per quel che riguarda il concept, si abbevera direttamente da fonti cinematografiche e letterarie come pure da fatti di cronaca nera riguardanti serial killer più truci della storia. A discapito dell’aspetto, che può portare alla mente l’horror punk, ci si trova in un genere musicale totalmente differente ovvero un mix di thrash metal ed industrial come pure tanti inserti elettronici ma si andrà con ordine per non confondere troppo le idee.

Basato su una produzione solidissima e su dei suoni efficaci e deflagranti, l’album parte in quarta con “Lucky Number 13”, brano dalle spruzzate di industrial condite da un riffing gelido e ritmato con durissime vocals tenebrose alla Rammstein. La sezione ritmica è secca ma ben potenziata dagli inserti elettronici tipici della scena industrial donando un groove deflagrante che si espande soprattutto nella danceable “Wake Up Dead” grazie a dei beat micidiali ed una chitarra integrata perfettamente all’atmosfera. Non è da meno l’avvincente “Bleed Pray Die” forte di un ritornello diretto e coinvolgente (che mixa nuovamente industrial/electro a giri chitarristici che non lasciano respiro). C’è spazio anche per momenti simil thrash metal nella title track “Blood Inc.” dove convivono cori trascinanti e guitars infiammate; stessa cosa accade nella variegata “Spit on Your Grave” che alterna martellamenti ad intermezzi oscuri ed epici con un coro finale ben riuscito. La band non cerca l’approccio diretto ad ogni costo ma a volte preferisce giocare con le dinamiche e quindi ecco arrivare la lasciva “The House” dalle vocals decisamente aggressive, pervasa da atmosfere dark e tetre ma che a sorpresa contiene delle esplosioni sonore micidiali. I milanesi non si accontentano di certo e sciorinano altri due brani riuscitissimi, “When Blood Drips” parte lenta e sulfurea per poi inserirci delle impennate sonore epiche (sempre pregne di industrial) e riffs d’acciaio, mentre “Rhyme of the Dead” è più pacata ma non manca di sparare violenza metallica sull’ascoltatore quando meno se lo aspetta finendo però troppo presto (sarebbe stato interessante uno sviluppo maggiore).

Pochissimi sono i difetti di questo esordio (in primis forse un inglese da migliorare e qualche parte leggermente sottotono) che vengono sotterrati da tanta energia e da una qualità dei brani sempre alta che tengono l’ascolto sempre fisso. Ottimo lavoro!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Uscito da circa un mesetto, il nuovo album degli americani Mesmur si preannuncia un lavoro prettamente di nicchia e poco incline all’essere commerciale. La recente opera del quartetto, denominata S, è totalmente dedita al funeral doom metal che però nasconde negli oscuri meandri del proprio sound delle piccole sorprese che rendono più dinamica la musica proposta. Pur essendo composto da quattro lunghissime tracce, l’ascolto del disco scorre in maniera fluida senza cedere troppo alla noia.

L’inizio con “Singularity” mette fin da subito le cose in chiaro su cosa si andrà ad ascoltare. Ritmi lentissimi e sfibranti con note dilatate fino allo sfinimento in una sorta di mood cosmico/spaziale caratterizzato da cori apocalittici in sottofondo, growl vocals lontane come fossero un eco, tastiere lugubri e disturbanti, arpeggi melodici cupissimi (mai invasivi e perfettamente inseriti nel contesto) e per finire viene inserito pure in intermezzo psichedelico e sognante. Durante l’ascolto saltano all’orecchio bands come Neurosis (per le atmosfere apocalittiche) ed Esoteric ma già dalla seconda traccia “Exile” le cose cambiano con un andamento più placido dal tocco quasi anni 70’ con tastiere (molto vintage che profumano di film di fantascienza del passato) e chitarre morbide e molto improntate alla melodia, stemperata in parte dal growl maligno. Strumentalmente tutto è minimalista e poco incline all’esplosione o al mettersi in mostra, piuttosto ogni strumento funge a dipingere paesaggi nerissimi ed oscuri come in “Distension”, allucinato viaggio dalle tinte elettroniche con un’aura simil sinfonica contornata dal ritorno delle tastiere sempre più occulte e tetre. Viene espresso quasi un concetto di viaggio descritto mediante la musica che si conclude con la titletrack “S”, una traccia strumentale fatta di echi, rumori, soffocante, visionaria e psichedelica con l’immissione di partiture ambient e di elettronica.

Sicuramente un ascolto difficile e votato unicamente o quasi agli appassionati di doom metal, eppure consigliamo a tutti di concedere al disco una possibilità. La musica dei Mesmur pur essendo massiccia ed impenetrabile, contiene dei piccoli spiragli di luce che potrebbero attirare una differente schiera di appassionati. Consigliato!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Chi si sarebbe immaginato che un paese come la Grecia sarebbe stato sempre più competitivo? Ecco infatti che, dopo un disco di esordio datato 2014, ricompare la band chiamata Disharmony (da non confondere con le diverse band omonime) con un nuovo album, intitolato The Abyss Noir. Per chi magari non conosce la band, lo stile sonoro è decisamente particolare, seppur non originalissimo. Si tratta infatti di un ibrido che parte dal progressive metal per poi inglobare al suo interno schegge estreme, doom metal ed un sottile velo di oscurità/malinconia da non trascurare.

Sei sono le tracce dell’album, che sembrerebbe quasi un EP senza però esserlo (va detto però che la quinta traccia è “Disposable Heroes” dei Metallica). L’opener e titletrack “Abyss Noir” offre un prog metal atipico, caratterizzato da riffs metallici e veloci molto heavy, inserendo però nella struttura sonora intrecci strumentali abbinati a linee vocali melodiche. “Vain Messiah” cambia le carte in tavola sparando un assalto estremo che profuma di black/death nel riffing, per poi passare ad un intermezzo doom metal massiccio con vocals epiche ed arpeggi evocativi ed il tutto condito con un assolo sfizioso (che non mancheranno mai durante tutto l’arco dell’album). “Delirium” e “This Caravan” portano il sound in una direzione più cupa ed oscura; la prima traccia combina giri di chitarra intricati e ritmiche non scontate con vocals aggressive mescolate a falsetti stile King Diamond (il cantante dimostra un ottima versatilità vocale), mentre la seconda è più malinconica e sofferta, complessa ma allo stesso tempo diretta, seppur alla lunga risenta di un’eccessiva durata. La song finale “A Song For a Friend” è nerissima e riporta tutto in zona doom, con un tocco melodico ben dosato e mai banale o zuccheroso, grazie anche a cori e tastiere in sottofondo. Le vocals sono sempre più tenebrose e la parte acustica sul finale riesce a tenere alta l’attenzione fino alla conclusione del disco.

In definitiva ci si trova al cospetto di una band che ama sperimentare ed imprimere una certa dose di personalità alla propria musica. Qualche piccolo difetto c’è, ma nel complesso l’ascolto scorre bene. Consigliati e da tenere d’occhio!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Ristampa numero due per i tedeschi Mystic Prophecy. Questa volta tocca al secondo album, targato 2003, chiamato Regressus. In questo caso, oltre alla classica risistemata all’audio (che però, come negli altri dischi, non è che sia cambiato poi molto), vengono offerte due tracce bonus che si andrà a vedere meglio in sede di recensione. Il quintetto che condivideva le fila con il greco Gus G. (che in molti sicuramente conosceranno) continua imperterrito con la formula del power/thrash metal oscuro e cupo.

Venga dato atto al gruppo teutonico di voler far riscoprire i vecchi capitoli della loro discografia, ma purtroppo ciò che si trova nell’opera non è tutto rose e fiori. Di base i brani sono troppi, tredici canzoni tutte fissate sulle stesse sonorità e senza la minima variazione. Insistere su di un’unica linea compositiva non sempre porta al successo e questo album lo dimostra. Il cantato è aggressivo, ma piattissimo ed insipido come pure le linee vocali, tutte simili sia nelle parti più dark, che in quelle melodiche. I ritornelli hanno la stessa sciagura e non si stampano in testa, se non in casi unici (la power oriented “When Demons Return”) o fortuiti (il coro epico di “Night of the Storm”). Tutto il resto si basa sempre su riffs d’acciaio e sezioni ritmiche serrate, ma senza la minima variazione. Non serve a nulla l’alternare brani più power o altri più thrash metal (la cattiva “Eternal Flame” o “The Land of the Dead”), o altre ancora più lente e massicce (“Sign of the Cross”), in quanto dopo la prima manciata di brani comincia a comparire la noia che si fa sempre più preponderante. Gli extra poi aiutano ancora meno, presentando le cover “Fighting the World” dei Manowar e “Sanctuary” degli Iron Maiden, oltre che a due versioni live al Wacken di “Lords of Pain” ed “Eternal Flame”. Purtroppo si salva davvero poco, se non gli ottimi guitar solo del chitarrista Gus che mostrano il suo talento chitarristico, ma nulla di più.

Una seconda prova debole, che sarebbe poi sfociata in una terza leggermente migliore, ma che non permette il salto di qualità, presentando una band uguale a tantissime altre, senza nessun guizzo compositivo. Un gran peccato.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Not From Here, il debutto degli americani Sifting (nati però in Venezuela) è una chiara espressione di come si stia evolvendo la musica, in particolare il progressive metal. Il quartetto, nato da pochi anni, pesca a piene mani dalla corrente moderna del prog ossia puntando direttamente al djent. Vi è da dire però che nel disco ci sono moltissimi riferimenti a sonorità decisamente più accessibili e dirette, quasi al limite del pop che in teoria dovrebbero variegare la proposta ma il risultato non sarà così riuscito come ci si potrebbe aspettare.

Va detto che il djent (un mix di prog e mathcore) non è esattamente un evoluzione ma piuttosto una sorta di semplificazione del prog. Vi è molta più immediatezza ed esasperazione di tecnica e questo disco ne è una chiara esemplificazione, almeno in minima parte. La parte più prog del disco si può scovare subito nella prima traccia “Alone” dove compaiono ritmiche intricate, spesso basate su riffs di chitarra potenti e massicci con melodie molto presenti sia nelle vocals/cori che in taluni intermezzi atmosferici. La voce è uno dei punti deboli che saltano subito all’occhio. In pulito manca di spessore rivelandosi insapore e non particolarmente incisiva, quando invece si prodiga nell'urlato crea più fastidio che integrarsi invece al meglio nel mood del brano (“Blowing Fire” dove iniziano a comparire trame strumentali più djent). “Not From Here” offrirebbe anche un buon connubio potenza/melodia ma tutto viene ripetuto troppo allungando il brano inutilmente aggiungendo tecnicismi infiniti sul finale. Tecnicismi che su “Epsilon” creano un indigestione inconcepibile presentandosi troppo puliti e precisi senza un cuore ed un anima che diano quel calore che darebbe più efficacia. Tutto il rimanente minutaggio del lavoro è in parte un miscuglio di perplessità e staticità. Spariscono partiture elaborate, sparisce la violenza metallica e sono esenti anche quei piccoli squarci evocativi e sognanti che rendevano più varie le tracce. Tutto per lasciar spazio ad un terrificante lotto di pezzi dispersi tra partiture acustiche (“Gloom” e la zuccherosa “Blurry Paintings”) ed in generale su meandri pop talmente faciloni che potrebbero tranquillamente passare per radio commerciali come la mielosa “Nothing But Us” (dai tremendi coretti melodici) o l’infinita “Things Change” che parte in maniera sfiziosa grazie ad eteree vocals femminile per poi smarrire la via continuando a girare in tondo ripetendo fino alla noia ritmiche e linee melodiche.

Un lavoro riuscito solo a metà, adatto ai soli amanti del prog moderno/djent e che non offre nulla che altre bands non abbiano già fatto. Nessuno dei musicisti impressiona e poco o nulla rimane dopo l’ascolto se non rari momenti. Deludente.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    14 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il quartetto di Atlanta Bludy Gyres (che vede tra le proprie fila Chris Abbamonte e Tommy Stewart degli Hallows Eve), nato nel 2014, arriva alla prima ed importante tappa ossia la pubblicazione del disco di debutto, chiamato "Echoes of a Distant Scream", datato 2017. La band si autodefinisce un’originale commistione di doom metal e prog di derivazione seventies ma, se le premesse sulla carta sono una cosa, nella realtà non tutto va purtroppo come previsto.

Cinque sono i brani che compongono il full lenght, brani che vorrebbero esprimere originalità ma che, alla resa dei conti, dimostrano solo qualche idea abbozzata parzialmente. L’opener “To Live is to Bleed”, per fare un esempio, è un doom metal classico di chiara ispirazione Black Sabbath, con un cantato parecchio sgraziato e non particolarmente riuscito. Il mixing è un pochino confusionario, specie nelle parti più movimentate e non aiuta a mettere a fuoco il sound, creando un chaos abbastanza rumoroso. Tralasciando una piccola impennata nel riffing, la traccia non decolla ma fortunatamente le cose migliorano leggermente con la successiva “Kept Death Busy”. Il pezzo mescola dei giochi vocali stranianti e folli con qualche intreccio ritmico tipico dei seventies (con l’uso di diversi guitar solos), infarcendo il tutto con un bel groove che esplode nel finale, sempre ovviamente su base doom metal.
Galvanizzato da questa traccia, l’ascoltatore si aspetterebbe quindi fuoco e fiamme dalle rimanenti canzoni, ma la delusione arriva pesante come un macigno. “Discipline Man”, “Defy the Lie” e la pseudo psichedelica “ODD (Ogre of Death)” soffrono di una stanchezza compositiva ed un calo di ispirazione decisamente elevati. Tutto si adagia su di un doom statico e piatto senza sussulti e senza quella potenza, ma anche senza varietà, che necessiterebbe il genere. Piano piano durante l’ascolto l’album perde sempre più colpi, finendo nella mediocrità e ciò dispiace viste le discrete premesse delle canzoni precedenti. Nessuno dei musicisti si mette particolarmente in mostra e nulla emerge particolarmente dall’ascolto.

Sfortunatamente le promesse sono state mantenute per una bassissima percentuale, lasciando spazio ad un disco grigio ed insapore, tranne appunto il primo boccone. In casi come questi bisogna rimettersi al lavoro e metterci più personalità, perché così è davvero troppo poco per essere notati.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo esordio nel panorama nostrano con l’uscita del primo EP dei romani From the Dust Returned, chiamato "Homecoming". Il gruppo nasce nel 2015 e, dopo diversi cambi di lineup (consolidata con l’innesto del batterista e del tastierista degli ottimi Graal, che vi invitiamo a riscoprire), arriva al qui presente dischetto che offre sei tracce parecchio elaborate, che si rifanno ad un prog rock/metal folle che cerca di andare oltre ai classici paletti, in parte offrendo qualità, ed in parte entrando in una spirale, ma si andrà con ordine per non creare confusione.

La carne al fuoco è tanta, troppa e questo è uno dei principali problemi del lavoro. Ciò si evince soprattutto dall’opener “Harlequeen”, dove trovano spazio sfumature elettroniche, atmosfere fiabesche, growl vocals (forse troppo effettate), un cantato in pulito teatrale, costruiti su una base prog rock che profuma di anni '70. Sulla carta non sarebbe neanche male, ma cotanta abbondanza pare slegata rendendo il brano poco fluido e costruito a pezzi, senza avere una visione totale. Stesso discorso vale per la più quadrata “Echoes of Faces” (che vede un miscuglio di flamenco ed influenze arabeggianti) e la psichedelica “Glare” (che vede una buona alternanza tra bordate potenti e sezioni notturno/placide) dove, seppure il gruppo tiri un pochino il freno a mano asciugando i brani, c’è ancora una moltitudine di elementi eccessiva. Si arriva quindi ad un secondo punto importante, ossia il mixing che si presenta spesso confusionario e che lascia una sorta di senso di smarrimento all’ascoltatore. Nell’opener track si nota particolarmente, mentre nei brani meno abbondanti valorizza la musica finché questa non diventa troppo rocciosa; difatti, quando la sei corde decide di fare più male e la sezione ritmica si irrobustisce, il lavoro melodico ne risente presentando nuovamente dei problemi di ascolto, non facendo apprezzare fino in fondo le composizioni.
Andando avanti con l’ascolto ci si imbatte nelle rimanenti tre tracce. La Opeth-oriented “Wipe Away the Rain” mescola acustico ed elettrico con un mood malinconico/dark tanto caro alla band svedese. Purtroppo però il brano si rivela troppo ripetitivo e lungo, presentando la classica alternanza tra violento/melodico che è fin troppo abusata. “Homecoming” e la finale “Sleepless” sono due mini tracce cortissime che sembrano più degli esperimenti e che paiono messi lì senza un motivo particolare, per le quali forse sarebbe stato interessante uno sviluppo maggiore.

Ci si trova al cospetto di un esordio ricchissimo ed, allo stesso tempo, poco chiaro che necessita numerosi ascolti per essere compreso (anche se in parte). Si dà atto alla band di osare e presentare un qualcosa di differente dalla massa ma, al momento, è meglio che il gruppo si schiarisca le idee e metta ordine nella loro moltitudine. Degni comunque di ascolto.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

12 anni sono passati dall’ultimo vagito del quartetto di Brooklyn Life Of Agony, anni che hanno visto il cambio di sesso del singer Keith Caputo (ora divenuto Mina), uno scioglimento ed una reunion, per finire poi all’attuale nuovo disco (con la line up originale) chiamato "A Place Where There’s No More Pain". Per chi magari non conosce la band, si parla di un ensemble nato tra la fine degli anni 80’ ed inizio anni 90’, autore di un alternative metal incrociato con il grunge che ha raccolto parecchi consensi, sia di pubblico che di critica.

I tempi cambiano e, pur ripescando sonorità del passato, ciò che ci si trova tra le mani è solamente un buon disco di mestiere, ma che manca di quella forza magnetica presente negli antichi fasti. Sia chiaro però che il disco non è brutto, ma avrebbe potuto essere decisamente meglio. Il lavoro alla chitarra, pur sorretto da una sezione ritmica decisa e diretta, tenta di distruggere tutto e tutti, ma manca di ispirazione (tranne nei riusciti assolo) e non riesce mai ad incidere a dovere. La voce di Mina è passata dall’ispirarsi a Danzig ad una tonalità più melodica che comunque riesce ancora ad emozionare. Sul disco in sé si potrebbero evidenziare molti aspetti ma, per andare diritti al punto, si potrebbe dividere in due, in quanto alcuni pezzi in qualche maniera si rivelano validi, combinando melodia e potenza al meglio delle proprie possibilità, ossia l’epica “A Place Where There’s No More Pain” (dal groove accentuato e con vocals intriganti), “Dead Speak Kindly” dal mood grunge, la micidiale “Song for the Abused” e per finire “World Gone Mad” che contiene un ritornello ispirato. Le rimanenti tracce, compresa l’insapore ballad “Little Spots of You”, vivono continuamente di momenti, alti e bassi continui, ma che falliscono il loro bersaglio o dimostrandosi troppo prolisse (la statica “Right This Wrong”), o poco incisive (“Bag of Bones”), pur mantenendo un mood dark che non svanisce mai durante il viaggio musicale.

Un lavoro che si presenta come un “vorrei ma non posso”, intento ad inseguire lo spettro del passato senza mai raggiungerlo. Dopo tanti anni ci si sarebbe aspettati un ritorno con i fiocchi, ma c’è ancora della ruggine da togliere. Qualche premessa buona c’è, ma forse con il prossimo album si riuscirà a fare meglio.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

A due anni di distanza dal precedente "Hammered Again" ritorna sulla scena il quartetto australiano Mammoth Mammoth con il nuovo lavoro, intitolato "Mount the Mountain". Il recente parto della banda di Melbourne non si prefigge nessun obbiettivo di innovazione, presentando una manciata di brani rock’n’roll macchiati di blues e stoner puntando sulla semplicità e l’immediatezza che possono essere sia pregi ma anche difetti a seconda da come si ascolta la loro musica.

Senza troppi giri di parole l’album parte letteralmente a bomba con “Mount the Mountain”, la titletrack, un concentrato esplosivo di groove, riffing chitarristico sporco tra il rock’n’roll e lo stoner, sezione ritmica modello schiacciasassi e linee vocali grezze potentissime (con qualche rimando agli AC/DC post Bon Scott). La recensione potrebbe anche concludersi qui ma bisogna anche guardare oltre all’apparenza perché spesso l’agguato è dietro l’angolo. Se ci sono episodi, come quello appena citato, che sicuramente convincono (oltre che alle Motorhead oriented “Kickin’ my Dog", fucilata in odore di southern rock e la bluesy “Sleepwalker”) ciò purtroppo non si può dire di tutto il resto. A parte la marcia e sporca blues/rock song “Spellbound” che infiamma gli animi, lungo tutto il rimanente minutaggio saltano fuori i limiti compositivi della band in quanto compaiono episodi piatti e spogli sia di grinta che di ispirazione. Canzoni come “Hole in the Head” o “Epitome” o anche “Wild and Dead”, tanto per citarne qualcuna, soffrono di una monotonia troppo loquace che riduce l’album ad una sorta di copia-incolla. Tutto è similare con pochissimi riff/chorus che entrino in testa e con una produzione troppo patinata e pulita seppur esplosiva. Il disco comincia a perdere colpi dopo pochissimi brani mostrando un gruppo che tenta in maniera maldestra di coprire i buchi compositivi con deflagrazioni a tutto volume ma che alla fine dei giochi sono troppo innocue perdendo il loro effetto già al secondo ascolto. La cover del classicone di Kylie Minogue “Cant Get You Out of My Head” in versione distorta strappa un sorriso ma continua a lasciar poco all’ascoltatore.

Un album che non riesce a mantenere la promessa che ci si aspetta con i primi brani, fallendo clamorosamente sul più bello cadendo nel baratro della mediocrità per più della metà del minutaggio. Un vero peccato!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Arriva alla terza tappa il ciclo di ristampe dei primi album dei tedeschi Mystic Prophecy. L’album in questione è Never Ending, datato 2004 in questa nuova veste rimasterizzato con l’aggiunta di un paio di bonus tracks. Dal lato strumentale, per coloro non conoscessero la band, si parla di un heavy/power metal con qualche bordata più pesante tendente al thrash. All’epoca di questo album alla chitarra militava il buon Gus G. (musicista alla corte di Ozzy Osbourne e Firewind) che uscì poco dopo dal gruppo.

In questa sede si cercherà sia di valutare la ristampa in sé, sia l’album per far conoscere ai neofiti qualcosa in più della scena metal tedesca. Il prodotto in sé bisogna specificarlo subito che non si assesta su livelli particolarmente eccelsi. La rimasterizzazione non ha giovato particolarmente alle composizioni e le stesse tracce extra non danno un particolare valore aggiunto all’opera. Il sound dei teutonici è spesso cupo ed oscuro, a tratti violento ma non viene espresso nella giusta maniera. Le sonorità sono troppo piatte e poco sviluppate ed aggiungere delle mazzate thrash in tracce come “Burning Bridges”, “Time Will Tell” o “Dead Moon Rising” non aiuta particolarmente. E’ tutto troppo scontato e sono assenti dei cavalli di battaglia o dei ritornelli che rimangano impressi. Il gruppo insiste con eccessiva perseveranza su atmosfere cupissime come nella violenta “Under a Darkened Sun” o la nervosa “When i’m Falling” risultando monotona fallendo miseramente. Va leggermente meglio quando il quartetto pesta sull’acceleratore, liberandosi della veste violenta (poco consona alla loro indole a dire il vero), affidandosi in toto al power mitragliando schegge come “In Hell” dal chorus riuscitissimo e dal riffing micidiale o la discreta “Wings of Eternity”; qui emerge una vena compositiva già più accettabile rafforzata da un paio di episodi più epici ossia la riuscita “Dust of Evil” e l’elaborata/sfiziosa “Warriors of Lies” dalle parti strumentali ben congegnati.
La consueta ballad a nome “Never Surrender” presenta delle tematiche fiere e metalliche ma manca del pathos che pezzi del genere necessiterebbero.
Come già anticipato vi sono due pezzi in più a nome “War in the Sky” e “The King is Back”, una duplice cavalcata dai toni nuovamente epicheggianti con belle melodie e finalmente dei ritornelli ben fatti ed immediati.

Concludendo, il disco è consigliato solo ai fan sfegatati del power/thrash tedesco o di Gus G. che dimostra un ottimo tocco alla chitarra sia nel riffing che negli splendidi assolo. Un prodotto sia chiaro di scarsa fattura. Per gli altri è un uscita trascurabile.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
51 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6
Powered by JReviews

releases

Every Mother’s Nightmare, meglio lasciar spazio alle nuove leve?
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Debbie Ray: swedish hard rock with style
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Tenete d'occhio questo nome proveniente dai Paesi Baschi: Altarage
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Tra Progressive Deathcore e Mathcore la proposta degli americani Dark Waters End
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Mork, il ritorno del True Norwegian Black Metal!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Una nuova realtà da non perdere: il debutto dei nostrani Blood Inc.
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

demo

Metal dalle forti influenze prog in questo interessante debutto degli Shade of Echoes
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Dead Medusa ed un EP con troppo minutaggio sprecato
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Interessante la proposta di Freddy Spera e del suo solo project Crejuvent
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Secondo EP per i finlandesi Distress of Ruin
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Stilema: folk metal lirico!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Demo per la One Man Band romena Vorus: in formato cassetta!
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla