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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
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Ad essere onesti, non si sapeva esattamente cosa aspettarsi dai veneti The Moor, band che con il passare degli anni non ha mai preso una direzione precisa cambiando spesso pelle. Chi scrive li conosce e segue fin da quasi gli inizi ossia dall’EP “The Moor” uscito nel 2010. Poco dopo uscì il primo album Year of the Hunger che mostrava una band forte ed interessante che amava mescolare diversi generi (dall’alternative metal, al prog per finire a spruzzate di death metal) e dimostrava qualità ed intraprendenza. E’ la volta quindi del qui presente nuovo disco chiamato Jupiter’s Immigrants quindi si andrà a vedere/ascoltare dove il quartetto sarà andato a parare.

Salta subito all’orecchio un netto miglioramento sia nella qualità del suono che nella tecnica esecutiva ed in generale una cura certosina nell’intero lavoro. In questo lavoro la direzione è più nitida in quanto si punta molto di più alla potenza ed a una certa dose di violenza come lo si evince dalla moderna opener “Lead the Difference” che fa sfoggio di suoni devastanti, break ritmici altrettanto pesanti (forse però troppo enfatici e prevedibili) ed una voce sempre efficace e potente. Sulla titletrack c’è l’ospite ed amico Mikael Stanne dei Dark Tranquillity e non a caso il brano risente molto della loro influenza, forse troppo e certe reminiscenze si sentono anche in “The Profiteer” e “The Alarmist” sia nel lavoro di chitarra che nelle ritmiche come pure nel lavoro melodico. Man mano che si prosegue nell’ascolto si percepisce una vena creativa un po’ allentata in favore dell’impatto e più in generale del “risultato sicuro”. Fortunatamente gli echi del passato ci sono ancora e ben tangibili come la variegata “Odin Vs Jesus” dalle molteplici sfumature (anche se tende leggermente a perdersi) o anche “Thousand Miles Away” dalle venature più alternative ed eteree. “Inception” rimanda all’anima più prog della band con il suo piglio alla Opeth più asciutti ed accessibili sfoderando una maturità interessante.
La finale “Dark Ruler” vede il secondo ospite del disco ossia Niklas Isfeldt dei Dream Evil che però pare un pochino fuori luogo esprimendosi in contesti troppo diversi dal suo modo di cantare. Il brano è decisamente malinconico e dai toni fieri ma sarebbe stato più efficace con il solo Enrico dietro il microfono.

Il nuovo disco dei The Moor può essere visto in una duplice ottica. Un passo indietro verso la sperimentazione e la creatività ed un passo avanti per il miglioramento “di contorno”. Meritano di sicuro più di un ascolto ma ora arriva la prova più difficile in quanto il terzo album dovrebbe evidenziare la piena maturità.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre, 2018
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Quasi 13 anni sono passati dalla fondazione del collettivo americano symphonic metal Diamorte e finalmente esce il debutto discografico a nome The Red Opera. Punto forte della formazione è la presenza di ben quattro vocalists, tra cui il leader Drake Mefestta si occupa delle growl vocals, mentre le clean vocals sono affidate a due avvenenti fanciulle più ad un’ulteriore voce pulita maschile. Ad impreziosire il combo vi è la presenza di ben tre special guests, ossia Michael Romeo e Mike Lepond dei Symphony X più Markus Johansson dei THEM.

Spesso questa sorta di super gruppi non rendono così bene come ci si aspetterebbe, ma fortunatamente non è questo il caso dei Diamorte. I gruppi di metal sinfonico tendono troppo ad assomigliarsi uno dall’altro, oppure si presentano poveri sotto tutti i punti di vista. Le composizioni della band americana invece si presentano molto solide, complesse quanto basta e non troppo simili a colleghi più quotati. Gli arrangiamenti sinfonici sono curatissimi ed esplodono letteralmente e si integrano molto bene alle parti metalliche creando un connubio ottimale. Qualche problema subentra nel massiccio uso di voci che purtroppo non sempre sono comprensibili, specie per quel che riguarda le brave coriste messe troppo in sottofondo e non è possibile godere appieno del loro lavoro (si ascolti a tal proposito “The Everlasting Night” dal crescendo epico), tranne quando le atmosfere si fanno più sognanti, come nell’eterea “Interlude: A Fayte’s Aria". Non mancano brani più estremi ed allo stesso tempo imponenti (“A Scarlet Mercy” che ricorda i Dark Moor) e neppure quelli più lunghi ed articolati (“Savior Nevermore I - The Confrontation” e “Savior Nevermore II - The Devouring Shadow”, dove subentrano continui cambi di tempo e di atmosfera), come pure di derivazione epicheggiante come nella finale e maestosa “Vae Victis”. Tutto è davvero orchestrato e suonato bene, mostrando una band che ha lavorato molto e si è preparata al massimo per offrire un prodotto di qualità, nonostante ancora qualche cliché, ma la strada intrapresa è davvero quella giusta.

Finalmente una band che si discosta in maniera più marcata dalla concorrenza e che sorprenderà gli amanti del metal sinfonico, come pure della grande musica in generale. Consigliato!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
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I nostrani Ancient Oak Consort esistono da moltissimi anni (nacquero nel lontano 1995) ed hanno sempre centellinato le uscite discografiche (l’ultimo risale al 2006) finchè non è arrivato finalmente il terzo tassello musicale del progetto capitanato dal chitarrista Andrea Vaccarella qui coadiuvato da Giulia Stefani alla voce e da Stefano Ruscica alla batteria (che costituiscono i due terzi del nucleo fisso) più una variegata sequela di ospiti. Vi è da dire che la proposta si basa su una sorta di progressive rock/metal con qualche sfumatura folk dalle tinte mediterranee e piccoli accenni alla musica da camera. L'album è sotto il nome di Hate War Love.

Partendo subito dal principio bisogna dire che il disco è decisamente “pieno” nel senso che ci sono ben 16 tracce e la carne al fuoco è davvero molta, forse troppa considerando intro ed intermezzi vari ma si andrà più nel dettaglio. C’è una prima cosa che salta subito all’orecchio ossia la produzione che nei momenti più duri si rivela troppo grezza fornendo un mix troppo confusionario ed irritante che fa emergere dei contrasti troppo lampanti nella composizione. Ciò lo si avverte in episodi come “Eternal Clash” (dal guitar solo celestiale), “The Heaven’s Lie” (che ricorda non poco i Metallica) e la prog rock oriented “Man Fighting For Man” dove illa complessità e la durezza sono più in mostra ma le parti più placide paiono troppo slegate, in particolare le vocals femminili si rivelano deboli ed inappropriate nonostante le tonalità sinfoniche. Fortunatamente quando la musica si fa rilassata e stranamente meno metallica la situazione migliora decisamente come nell’intimista e dal sapore fiabesco “Bye the Sea” (ospite Roberto Tiranti dei Labyrinth) oppure nell’elegante “Diario di Bordo” ed i suoi arrangiamenti di violino ma anche nelle ballad “Barcarola” (con in teoria ospite alle vocals Francesco “Frank” Marino della J. Macaluso band). Quando i tempi si dilatano e si fanno meno pesanti si crea un‘atmosfera magica e lo dimostrano ulteriori episodi come la vellutata e mediterranea “Will You Remember Me”, “Epilogue”, la dolce “Ninna Nanna” o la teatrale “The Letter” con sua maestà Mathias Blad dei Falconer alla voce (di cui si consiglia di recuperare tutta la loro discografia). Ci sono però due episodi che meritano menzione ossia quando si riesce finalmente a equilibrare la durezza all’eleganza (e dove anche le vocals rendono al meglio) e si chiamano “The Race” e “Sick Dream”.

Un album pieno di luci ed ombre, che onestamente dopo tanti anni avrebbe potuto essere decisamente migliore data la massiccia esperienza nel campo musicale ma non è certo brutto o suonato male. Sarebbe stato necessario migliorare delle piccole cose perché messe assieme creano problemi non indifferenti. In ogni caso è una piccola gemma grezza che potrebbe incuriosire più di un ascoltatore. Dategli una possibilità! Ma la prossima volta ci deve essere la svolta!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
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Non si poteva far passare il 2018 senza parlare dell’ultimo album dei Judas Priest ovvero Firepower. Dopo le ultime prove in studio non vi erano molte speranze per un ritorno all’altezza del leggendario gruppo heavy metal (N.W.O.B.H.M. ovviamente) britannico fra i portabandiera del genere. Complice anche l’innesto, fin dall’album precedente, del nuovo chitarrista Richie Faulkner che è andato a sostituire lo storico K. K. Downing le occasioni sono state tante per parlare male della band sia da parte degli addetti ai lavori sia ai fan storici.

Basta la prima bordata di chitarra dell’opener e titletrack “Firepower” con quel micidiale riff d’assalto a togliere ogni dubbio e per chi fosse ancora scettico quando il buon Rob Halford intona il dinamitardo ritornello la sensazione è unicamente di piacere con quegli assolo melodici ad opera del nuovo arrivato a dare nuova linfa al sound della band. Il disco contiene davvero pochissimi filler e si dimostra compatto, energico e coinvolgente come ogni buon album metal dovrebbe essere. Ovviamente non è certo un album capolavoro, termine fin troppo abusato, ma è un album comunque bello e potente seppur sicuramente ruffiano. Si può affermare che l’album si sviluppa in due tronconi. Uno contiene i pezzi più tirati e violenti, puramente da headbanging, come le cattivissime “Evil Never Dies” (dal groove trascinante), l’oscura “Necromancer” e la martellanti “Flame Thrower”, dalle linee vocali energiche, più “Traitors Gate”. L’altro troncone contiene i brani con le melodie più imponenti ed adatte ai live per il loro essere cantabili a pugni in aria. Sommi esempi sono le epicissime “Never the Heroes” (dal riffing epico come pure il ritornello corale maestoso che pare quasi un brano epic metal), “Children of the Sun” con i suoi assolo infuocati, la semi ballad “Rising from Riuns” e l’imponente “No Surrender”. Il disco dura più di un’ora e non è esente da qualche brano più canonico e discreto come “Lighting Strike”, “Spectre” e “Lone Wolf” ma ritrovarsi una band di questo calibro compatta e dura come l’acciaio non è cosa da sottovalutare. Rob a 66 anni urla ancora che è un piacere e tutta la band macina note con passione ed energia. Solo la finale “Sea of Red” concede un minimo di relax con i suoi innesti acustici che si fanno via via elettrici e conclude un lavoro inaspettato e che conferma quanto la vecchia scuola sia viva e vegeta.

Siete ancora qui? Correte a comperare l’album!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
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Esce solamente in formato digitale una sorta di esperimento dei catalani Foscor (traducibile in oscurità). Il quartetto spagnolo ha deciso per un’operazione alquanto discutibile ossia ri-registrare l’ultimo disco Les Irreals Visions e riproporlo in una versione alternativa. Difatti ci si trova davanti alla conferma di quanto la band voglia allontanarsi definitivamente dal black metal degli esordi approdando a coste decisamente più placide e tranquille (dal dark al post-rock).

L’intero lavoro quindi emerge in una veste ex novo trascinando l’ascoltatore in atmosfere grigie, malinconiche e fortemente eteree. Se l’opera originale aveva qualche parvenza di potenza, qui invece tutto è sognante e “pesantemente melodico”. Termine usato non a caso in quanto, nonostante interessanti rimandi ai Negura Bunget, ai Novembre più raffinati (rispettivamente “Instants” e “Altars”) ed anche a certe carezze sonore alla Anathema, le tracce sono costantemente piazzate sulla medesima linea compositiva. C’è una somiglianza troppo esasperata tra le canzoni sia nel lavoro melodico che nelle ritmiche e l’ascolto tende a farsi sempre più arduo portando quasi alla noia ed è un peccato vista la qualità delle tracce. Man mano che i minuti passano si notano sempre più somiglianze tra un brano e l’altro ma più che altro mancano delle vere e proprie esplosioni emotive, dei crescendo o almeno degli squarci che riescano a colpire nell’animo e nel cuore chi ascolta in maniera più decisa. Del lotto, forse, la traccia che più viene graziata è la finale “L.AMOR.T” tratta dal disco precedente Those Horrors Wither che si rivela una vera e propria meraviglia sonora, una gemma che da sola vale probabilmente l’album.

Il voto riguarda essenzialmente un mix tra l’idea della versione digitale e la qualità delle composizioni rivisitate. Sarebbe stato interessante ristampare il disco ed includere un disco bonus con la suddetta opera. Discreto ma nulla di più.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
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Dalla Spagna arriva un nuovo progetto musicale creato dal chitarrista Chechu Nos, a nome North Of South, che arriva al disco di debutto con il qui presente New Latitudes. L’opera di vorrebbe presentare come un mix di molteplici influenze e non solo come un classico lavoro da shredder votato alla tecnica esasperata. E’ complicato anche inquadrare il tutto in un unico genere o dargli una parvenza di definizione ma si può solo affermare che il buon Chechu ami sguazzare nell’ambiente metallico.

Come molti altri gruppi/colleghi questo album è una sorta di best of di tutte le influenze del musicista in questione. Ci si trova praticamente di tutto: intermezzi strumentali (invero abbastanza inespressivi) come “Crystal Waters” o “Montreux”, bizzarrie ossessive (“Nobody Knows” dal ritornello ripetuto ad oltranza), prog/djent nella moderna “Before We Die” o anche i giochi di tastiera di “Balance Paradox”. La tecnica fortunatamente non è mai ai livelli di masturbazione ed anche la scrittura dei brani è dinamica e variegata e pone l’accento su una certa voglia di andare oltre gli schemi. L’opener “The Human Equation” ingloba bordate metalliche veloci, flamenco, ritmiche latine, linee vocali a presa rapida e tante fantasie strumentali che sicuramente appassionano come pure l’interessante “There's no Glamour in Death” che ricorda i Metallica per certi approcci sonori con assolo melodici e tastiere che profumano di prog. Stesso discorso merita anche la complessa ma sfiziosa “Time Will Tell” che presenta tanti piccoli tocchi di classe ed idee melodiche non banali che rendono il disco apprezzabile e gradevole. Quello che manca è forse una certa compatezza, uno stile proprio che ancora manca presentandosi come un maldestro collage di generi che può portare a confusione. Il lavoro sui suoni e sul mixing è ottimale e sicuramente permette di godere di ogni piccolo dettaglio ma alle canzoni in sé manca ancora una certa scintilla ed una certa visione personale che possa innalzare la qualità.

Un buon esordio che si spera possa portare a qualcosa di più. Per il momento consigliato ma che non ci si aspetti troppo. Buon ascolto!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
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Il buon vecchio rock fortunatamente non ha mai smesso di bruciare nonostante i tempi ed i gusti della gente continuino a mutare (spesso a peggiorare). Oggi l’attenzione si sposta verso Zagabria in Croazia e ci porta al cospetto del trio Side Effects che vive grazie alla mente e alla voce/chitarra di Ivan Mihaljevic. Attivi da ormai 10 anni, i tre musicisti arrivano al quarto disco, denominato Descending Rabbit Holes che mescola sapientemente certo rock americano a tinte alternative, virtuosismi tecnici (un mix di prog e fusion ma si prenda con le molle tale definizione) e tanta sana energia.

Si sentiva la mancanza di un bel rock roccioso alla vecchia maniera, oramai ridotto ad una barzelletta di questi tempi, e non c’è niente di meglio che lasciarsi cullare dalle sberle sonore che la band ama donare senza tirarsi indietro. I riffs sono spesso potenti ed accompagnati da una solida sezione ritmica con una prova vocale che ricorda il buon Chris Cornell (“Don’t Contradict the Facts” dal ritornello corale potentissimo) creando dei brani quadrati e pulsanti. In diverse occasioni emergono poi delle incursioni tecniche e virtuose (ma mai eccessive) come in “In the Shadow of a Crumbled Fort” dall’intermezzo quasi jazzato ed un solismo alla Steve Vai, “Diversion” che gioca con le ritmiche specie del basso e la sperimentale e variegata “Recoil”. Le rimanenti canzoni spaziano dal rock alternativo (“Scratch the Surface”) a ballad acustiche (“Hideout”) e a bordate più rocciose come nella micidiale “Colorblind” che ricorda il grande Paul Gilbert. Non mancano nemmeno episodi ben equilibrati tra potenza e melodia come “The Siren Song” e “Don’t Turn Away” dalle linee vocali meravigliose e calde. Le uniche cadute di tono sono la fin troppo pretenziosa “Obituary of Common Sense”, troppo lunga che tende troppo a perdersi in una spirale infinita e la mediocre “Lint” che si rivela insapore.

Un disco che fa respirare nuovamente il rock, quello con la R maiuscola e che è consigliato a tutti quelli che amano la grande musica. Consigliato!

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2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 31 Dicembre, 2018
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Sono anni che il symphonic metal boccheggia e pochissime formazioni riescono ancora a tenere in piedi la baracca. Con una carriera attiva da parecchi anni (1997), dagli inglesi Apparition era lecito aspettarsi che il nuovo disco "The Awakening" riportasse appunto un risveglio del genere, ma non tutto è andato come il previsto, nonostante una preparazione tecnica che in parte rende più apprezzabile l’album.

Cosa è andato storto? Si può riassumere semplicemente nella presenza di sei ballad più intro su un totale di undici tracce, ma non è tanto il loro esserci, quanto nella loro similitudine, come pure per il loro essere fiacche, ma si andrà meglio nel dettaglio. Episodi come “The Dame of Darkness” (dai cori sinfonici), “The Night an Angels Die” (dalle atmosfere corali liturgiche con un lavoro solista davvero poetico ed evocativo), "Eternity”, la fiabesca “Home”, “Twilight” e “As Shadows Play” sono un concentrato di melodia stucchevole, a tratti pianistica ma che (nonostante qualche melodia piacevole) porta alla noia nel giro di pochi minuti e non aiuta certo la prestazione vocale della cantante Fiona. Se sulle sezioni più placide risulta accettabile, nonostante nessun guizzo particolare, sulle parti più potenti (si fa per dire) le cose si fanno più difficoltose. Già nell’opener “Hold Back the Night” le linee vocali sono equivalenti a miagolate, risultando troppo leggere ed è un peccato perché la sezione strumentale avrebbe anche un buon groove a cavallo tra metal melodico e classico (potentissimi gli assoli). “Break the Chains” e “Our Story Lives On” tentano maldestramente di inserire violenza metallica nelle composizioni, ma purtroppo il mordente non è sufficiente, portando le canzoni ad essere piatte. “The Other Side” pare essere diversa con le sue atmosfere gotiche e gli arrangiamenti di archi, ma pian piano perde linfa vitale spegnendosi in un inesorabile caduta. “Resonance” in parte risolleva la situazione con cori alla Nightwish (buone le linee vocali liriche) ed un crescendo finale celestiale che ricorda i Visions of Atlantis, ma è comunque troppo poco per far ricordare l’intera opera.

Disco purtroppo scarso date le premesse, tutto basato sull’apparenza, piuttosto che sulla sostanza come tanti altri colleghi. Manca la scintilla melodica e pure la potenza perché sempre di metal si sta parlando e non vi è quasi traccia.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il sud Italia è sempre vivo e pulsante specie per quanto riguarda sonorità nerissime e cupe. Dalle calde terre meridionali compare un nuovo progetto musicale, un duo per l’esattezza, a nome RØT. Le due menti dietro alla band sono Giovanni alla voce e Simone che si occupa di tutti gli altri strumenti. Il genere trattato si avvicina ad un certo doom/post-metal apocalittico e malvagio definito dal duo come doomcore/deathcore. Il dischetto in oggetto è il primo EP, No Hope.

Sei sono i brani dell’opera, principalmente tutti sui cinque/sei minuti di durata, che offrono una più che buona qualità sonoro/compositiva. La musica è densa di apocalisse imminente, di un senso glaciale dove il doom più tragico flirta con il post-hardcore per creare un massiccio ibrido pesante e sfibrante. Ovviamente non ci si trova dinnanzi alla nuova frontiera dell’estremo ma ciò che si ascolterà è decisamente meritevole di attenzione. Il suono scorre lentamente scandito dalle vocals che si dimenano tra lo screaming ed il growl (“Disillusionment”), talune volte la chitarra si fa presente inserendoci del groove oscuro e martellante (“Pitch Black” con il suo ondeggiare tra pacatezza e velocità furiosa) ed in altre domina l’atmosfera come nella goticheggiante “(050395)” con il suo deflagrare epico/marziale, inserti acustici ed un finale tenebroso. “Ubermensch” continua il percorso sonoro confermandone le potenzialità e la finale “Descend Into Pure Nothingness” mescola in maniera sapiente industrial, arrangiamenti di archi ed il consueto incedere rallentato e velenoso.

Per essere un esordio tutto è ben amalgamato e coinvolgente con buone idee che se sviluppate a dovere potrebbero portare a sfiziose sorprese. Da tenere d’occhio!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Settembre, 2018
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Gli svizzeri Xaon si formano nel 2014 come duo (composto dal chitarrista Vincent e dal cantante Rob) che poi si avvale di turnisti durante i live shows. Dopo circa tre anni dalla nascita esce il qui presente disco di debutto intitolato The Drift che vede la partecipazione del bassista Florian. L’album, etichettato come dark metal, in realtà ha molte più sfumature di quante vorrebbe far credere sebbene siano tutte basate su un sound che si rifà al death metal sinfonico riletto in chiave decisamente moderna.

Moderno, difatti non a caso, è l’approccio sia compositivo che strumentale attuato dal combo svizzero, in quanto c’è un massiccio uso di chitarre compresse e breakdown ritmici stile metalcore, per non parlare del cantato abrasivo più orientato allo screaming “facilone” che non al tipico growl death. Le tracce contengono un mix di luci e ombre e spesso si percepisce una certa discontinuità qualitativa. Esempi come “Terra Incognita” o la cupa “Khadath Al Khold” esprimono un’urgenza sinfonica (spesso massiccio, l’uso delle tastiere) troppo secca che, nonostante ricordi i Septic Flesh, non riesce ad imporsi del tutto. La presenza di cori epici ed un solismo chitarristico non indifferenti sono solamente pochi attimi di luce che non emergono mai a dovere. Altri episodi non particolarmente riusciti sono la mediocre “I Writ My Hopes” o l’orientaleggiante “Broken Anchor” ma fortunatamente non tutto è perduto perché appaiono dei decisi colpi di coda che rialzano le quotazioni come la riuscita, elaborata e death metal oriented “On The Nature Of Flights”, “Frozen Shroud” con il suo meraviglioso intermezzo melodico e sognante o la finale “The Wounded Gods” con il suo mix ottimale di violenza, tecnica e melodia. La tecnica difatti non manca alla band e la scrittura ha sicuramente un livello più che buono ma l’apice del disco viene raggiunto con la lunga e complessa “Zarathustra”, un concentrato coinvolgente di giochi melodici, passaggi tecnico/epici e cori maestosi che rendono il brano una vera e propria perla.

In definitiva l’esordio degli Xaon è sicuramente buono ma che, se evitasse quella ricerca del moderno, avrebbe potuto essere un lavoro sicuramente superiore. Inizio comunque di alto livello e che si consiglia ad ogni buon amante del metal sinfonico estremo.

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