A+ A A-

Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

88 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6 7 8 9
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I Cayne si formarono verso la fine degli anni '90 grazie a Claudio Leo e Raffaele Zagaria (entrambi facenti parte dei Lacuna Coil) che decisero di intraprendere un’altra via rispetto alla band madre. Molti anni sono passati e la formazione ha subito moltissimi cambiamenti, tra cui l’abbandono di Raffaele e purtroppo la scomparsa nel 2013 di Claudio, ma il gruppo non molla e ritorna con un nuovo disco, il qui presente Beyond the Scars. A dispetto dei colleghi, oramai approdati ad un metal/rock decisamente più commerciale e dall’impronta americana, il quintetto continua la strada iniziata in passato rendendola al passo coi tempi, ma senza snaturarla.

Il disco, come detto, non tradisce le aspettative e si pone ben al di sopra di moltissime bands che cercano di suonare oscure, ma senza esserlo davvero. Fin dall’opener “No Answes From The Sky” si mettono le cose in chiaro con chitarre ruvide e compresse, linee vocali evocativo/malinconiche, inserti melodici che ricordano molto gli Anathema e, dulcis in fundo, innesti di violino che rendono le atmosfere più gotiche. Della stessa pasta “Torn Apart”, cruda e cattiva dal ritornello evocativo, come pure le toste “A New Day in the Sun” (dalle ottime melodie/groove) e “The Asylum of Broken Hope”. Le canzoni durante l’ascolto scorrono benissimo, fluide e non mancano mai di intrattenere, specie quando i ritmi rallentano. A tal proposito le ballads non scadono mai nel banale ed anzi, rafforzano e completano i brani più violenti senza essere melense (“My True Nature” e “One More Chance”). Ma non si creda che ci sia il solito binomio durezza/ballad, perché compaiono anche episodi più variegati, come “Bad Blood” che riporta alla mente il miglior Marylin Manson con la sua vena industrial, ma anche varianti più goth&roll decisamente più easy e melodiche (“Celebration of the Wicked” dall’anima elettronica e “Slave” dal meraviglioso assolo di violino).
Una delle perle, se non LA perla, risponde al nome di “The Crossroads”, traccia dall’anima perennemente autunnale con una cura per gli arrangiamenti davvero meravigliosa che chiude il disco nella maniera migliore. La band riesce al meglio a fondere rock e metal con atmosfere goticheggianti, senza per forza dover ricorrere a sinfonismi inutili, guest femminili dai vestiti appariscenti o chissà quale diavoleria.

Davvero un ottimo album, senza riempitivi, solido e massiccio, suonato con cuore e passione. Il sottoscritto continua a ripetere che bands nostrane di tale caratura vanno supportate come gli stessi Lacuna Coil, invece di renderli bersagli di offese gratuite. Consigliatissimi!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Dato che, al momento, gli Elektradrive sembrano in pausa il buon batterista Alex Jorio si unisce a Gregorio Verdun (basso e tastiere), Sergio Toya (voce), Carlo Maccaferri (chitarra) e Filippo Dagasso (tastiere). Quello che esce dall’alleanza di questi cinque musicisti si pone sotto al nome Arca Project. Il progetto in questione, dal titolo omonimo, propone un hard rock con forti iniezioni di prog con testi interamente in italiano (e non solo a dire il vero…) e vede la partecipazione di Mauro Pagani (PFM e collaborazioni con artisti come F. De' Andre', Timoria, Gianna Nannini, Ligabue...), Gigi Venegoni e Arturo Vitale (Arti & Mestieri).

Ciò che si ritrova ad ascoltare è una sorta di evoluzione degli stessi Elektradrive, in versione decisamente più elaborata, seppure alcune idee sonore risalgono agli anni '90. La produzione ed il missaggio offrono all’ascoltatore un sound pulitissimo e cristallino, dove ogni strumento viene valorizzato al meglio e sarebbe stato un peccato il contrario, data la moltitudine di elementi presenti nel disco. L’album, andando nel dettaglio, è sfaccettato e raffinato che a volte sconfina anche nel jazz (“Arca”), come nel già citato progressive rock che si abbevera direttamente dalla scena italiana. Non sono pochi infatti, i riferimenti a Le Orme per quell’approccio melodico e solare, specie nel cantato (“Requiend”), come pure ad incursioni squisitamente pop (“Delta Randevouz” con le sue tastiere anni '80 o anche “Cielo Nero”). Nel caso non bastasse, ogni traccia è elaborata e tecnica al punto giusto, senza mai eccessive sperimentazioni (tranne in qualche incursione futuristica in “Neanderthal”) o tecnicismi, risultando quadrata e sfiziosa. Non mancano nemmeno piccoli scorci che ricordano la band madre, specie nei piccoli tocchi AOR/Melodic Rock che spuntano in diverse occasioni (ad esempio la strumentale “Un. Inverso) e nei testi sempre ricercati e mai banali. Tutto suona bene, in un concentrato ordinato e suonato egregiamente da professionisti che non ostentano mai le proprie capacità, ma le mettono a servizio dei brani stessi. Ogni canzone ha una propria anima e non ci sono particolari cali di tensione o riempitivi.

Un altro progetto italiano di cui andare fieri e che merita posto in ogni collezione di dischi che si rispetti. Che si sia appassionati di qualsiasi genere musicale, la qualità è talmente alta che appassionerà tutti.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I The Other sono in giro dal lontano 2002 e con questo Casket Case si arriva a quota sette nella non più limitata discografia del combo tedesco. Il quintetto teutonico esordisce, con questo disco, nella nuova etichetta discografica, ossia la Drakkar, ma sicuramente la direzione musicale non accenna a cambiare continuando la visione musicale già intrapresa in passato. Musicalmente si parla di horror punk puro e semplice, senza particolari stravolgimenti o variazioni.

Le sedici tracce del platter in questione sono grezze (seppur non così tanto), brevi e veloci come nella migliore tradizione. In fondo non vi è poi molto da aspettarsi da un disco di questo tipo e sarebbe inutile citare una per una le tracce. I musicisti fanno quello che sanno fare meglio con un buonissimo taglio melodico che pervade sempre le composizioni, senza comunque renderle mai troppo zuccherose. Oltre ad essere tecnicamente preparata, la band sa bene come costruire un brano che riesca ad intrattenere e rimanere in testa (i ritornelli sono tutti diretti, pieni di cori e ben fatti), inserendoci qua e là qualche piccola iniezione di cattiveria (“Counting the Flies” per fare un esempio) o anche tragicità (“She’s a Ghost” con i suoi cori simil sinfonici). Sulle tracce si staglia sempre la voce del singer Rod Usher che, oltre che ricordare il buon Glenn Danzig, riesce a rendere ogni strofa sempre cantabile e mai scontata o banale. Si potrebbe affermare che ci possa essere della ripetitività e che dopo la metà dell’album arrivi qualche momento di stanca, ma in fin dei conti quando ci sono così tante canzoni qualche caduta di tono ci può stare.

Un disco efficace, darkeggiante e divertente, ideale per feste a tutto volume ed adatto a tutti gli appassionati di punk dalle tinte horror. Nella sua semplicità e genuinità merita sicuramente più di un ascolto. Consigliato!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Zwei Fäuste für Rock’n’Roll è il settimo album per il power trio chiamato Ohrenfeindt. Probabilmente il gruppo tedesco non è molto conosciuto, specie nella landa italica (mea culpa, in primis per il sottoscritto), ma si sappia che è in giro dalla metà degli anni '90. La band di Amburgo è fautrice, come si può intendere già dal titolo, di un rock’n’roll/blues ad altissimo voltaggio che prende spudoratamente le idee dagli AC/DC. Che sia un pregio o un difetto starà all’ascoltatore finale deciderlo.

In realtà non vi è molto da dire sul disco in sé. Se si amano gli AC/DC o il rock esplosivo, qui si troverà pane per i propri denti, ma si cercherà comunque di andare oltre alla mera apparenza. L’album non ha cali di tensione, in quanto il livello qualitativo è sempre fisso e tiene l’ascoltatore per il collo dall’inizio alla fine. La potenza è alta, come pure l’energia e questo anche grazie ad una produzione/mixing deflagranti. Che dire poi delle canzoni? Trascinanti, ignoranti, veloci e dinamitarde, tutte o quasi orgogliosamente uguali, scandite dalle vocals alcoliche del singer/chitarrista e dalla sezione ritmica massacrante. I ritornelli sono trascinanti e memorizzabili (grazie anche ai cori epici) e ben si abbinano all’assalto sonoro prodotto dai tre pazzoidi teutonici. C’è tutto quello che può servire a rendere un disco rock come si deve, inserendoci anche dei piccoli abbellimenti (inserti southern, chitarra slide o anche armonica) che rendono più piacevole e variegato l’ascolto. Sia chiaro, non c’è originalità o voglia di stupire, ma solo voglia di divertirsi e far divertire nella maniera più semplice ed efficace possibile e gli Ohrenfeindt lo sanno fare benissimo. Sicuramente in molti si accorgeranno dei vari plagi sparsi in giro per il disco, ma in casi come questi l’ironia gioca un ruolo dominante, che lo si voglia o meno. Inutile citare un brano piuttosto che un altro, non avrebbe senso descriverli tutti; album del genere vanno ascoltati al massimo volume e goderne fino in fondo.

Rock On!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

All’incirca sono 10 gli anni passati dalla formazione dei nostrani Materdea, che arrivano ad un traguardo non indifferente, ossia il quinto disco che viene denominato Pyaneta. Per chi non lo conoscesse, il combo torinese vede una lineup consolidata e decisamente ampia (7 sono i musicisti coinvolti) che si prodiga in una sorta di rock contaminato da delle leggere spruzzate di folk dall’anima fantasy. Si potrebbe anche aggiungere la presenza di elementi affini al mondo metal ma si rivelano molto lievi e sporadici per essere considerati al meglio.

Ascoltando il disco si nota subito come ci si tenga molto alla cura dei suoni, decisamente puliti e nitidi come pure la presentazione sia scenica che dell’artwork, caratteristiche che tutto sommato non sono mai mancate nella carriera della band. Purtroppo non si può dire la stessa cosa delle canzoni in quanto si presentano belle all’ascolto superficiale ma che, per un ascoltatore navigato, presentano parecchi problemi. Dopo diversi dischi trovarsi davanti un’opera così debole è un colpo duro da incassare data la lunga gavetta dei musicisti. Le canzoni, oltre al fatto del loro essere troppo lunghe, risultano davvero fiacche e spente anche nei momenti più movimentati dove l’energia dovrebbe esplodere. L’inserimento di alcune parti sinfoniche aiuta poco dato che risultano indistinguibili le une dalle altre e poco aggiungono ai prezzi; gli inserti folk paiono sbiaditi se non in rarissimi casi (l’orientaleggiante “One Thousand and One Nights” con la sua bella accelerazione sul finale) ed in generale tutto fatica ad entrare in testa. Manca la scintilla, la forza, il pathos che non emergono mai specie poi nelle vocals dato che quelle femminili sono minimali e per nulla evocative mentre quelle maschili sono insapori e scialbe (si ascoltino “Back to Earth” o “Metamorphosis” che ricorda qualcosa degli Elvenking) lasciando un senso di intorpidimento in chi ascolta l’album. I brani si susseguono soporiferi e nonostante il discreto valoro melodico nessuno dei strumentisti riesce ad alzare l’interesse facendo svanire piano piano tutta la struttura sonora. Qualcosa di buono c’è come in “The Return of the King” che sfoggia uno stuzzicante substrato prog metal o “S'Accabadora” complessa ma allo stesso tempo orecchiabile, probabilmente la traccia migliore del disco che però vengono affossate da episodi zuccherosi come “Neverland” pervasa da coretti tragici. Il resto delle canzoni non aggiunge o toglie nulla di quanto detto finora.

E’ inspiegabile come, dopo anni, si arrivi a pubblicare album così discreti e di mestiere quando si dovrebbe aver raggiunto un minimo di forza compositiva che trasmetta emozioni. Troppa apparenza e poca sostanza.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo album per il quintetto tedesco chiamato Ember Sea che, dopo un disco ed un EP, arrivano al qui presente How to Tame a Heart. Trattasi di un lavoro che segue il filone del symphonic rock/metal con voce femminile che fortunatamente non si ostina con l’idea dei soliti cliché del genere ma punta più al succo, alla semplicità ed alla genuinità.

Ciò che spesso dimenticano le bands è il fatto che non sempre il tasso tecnico alto o i virtuosismi esagerati rendono grande una canzone. Troppe volte ci si trova davanti all’ennesimo clone degli Epica o dei Nightiwish e pochissimi riescono ad emergere. I nostri tedeschi tornano al principio ovvero proponendo brani asciutti e semplici nella struttura dove tutti i musicisti uniscono le forze per creare qualcosa che arrivi diritto al punto. I brani sono efficaci e diretti e dove finalmente esplodono delle melodie e dei ritornelli potenti ed epici al punto giusto. Fondamentale è l’apporto delle tastiere che donano un’aurea magniloquente e sognante; unendo poi la voce della cantante Eva (che sfrutta dei vocalizzi perfetti per la musicalità non esagerando mai) il risultato è davvero ottimale. Le tracce sfruttano sezioni corali magiche ed emozionali (“To Atlantis”, l’orientaleggiante “Oasis” o l’estasiante “Dance of Pan”) conferendo ai chorus enfasi e potenza. Potenza che non è mai eccessiva e spesso tende più al rock che al metal tranne qualche sporadico episodio come “Hollow” dove il riffing si fa più massiccio e ritmato. A metà disco compare “Portrait Enemy”, la traccia peggiore del lotto che mette a rischio l’opera ma fortunatamente brani come la varia ed atmosferica “Heather” e l’electro oriented “The Ones” riportano il livello qualitativo su livelli più alti. La finale “Dawning” sorprende con i suoi quasi 10 minuti dimostrandosi ambiziosa e complessa eppure così facilmente fruibile ed assimilabile da qualunque ascoltatore che lascia davvero stupefatti.

C’è poco da aggiungere. Un lavoro concreto, deciso e che funge da trampolino di lancio per future evoluzioni. Le basi sono solidissime. Ora è tutta discesa!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

My Sacrifice è l’EP di debutto del duo norvegese Blood Moon Hysteria, progetto musicale nato nel 2015 anche se sarebbe quasi da parlare di one man band in quanto sia la musica che le liriche sono ad opera del solo Runar Beyond mentre il compare Fredrik S si occupa unicamente delle parti di piano/mellotron. Sull’aspetto prettamente stilistico non è così semplice dare una direzione precisa ma si potrebbe inquadrare il gruppo nel calderone del black metal atmosferico.

Quattro tracce compongono il dischetto e vale la pena partire direttamente dalla doppietta “Deception 1” e “Deception part 2”. Il black atmosferico mischiato a tonalità malinconiche e quasi doom parrebbe quasi interessante ma non tutto va esattamente come previsto. Le due tracce mescolano tastiere, aperture melodiche sfiziose di chitarra ed un andamento in generale lento e soffuso. Il punto è che tutto alla fine sconsola in quanto ci sono troppe somiglianze tra un pezzo e l’altro e se la parte 2 vorrebbe essere più cupa alla fine risulta solo più sbiadita con delle vocals fin troppo sguaiate e poco riuscite rispetto allo scream/growl classico generale. Sarebbe stato meglio unire le idee in un’unica traccia tenendo le idee migliori dato che così si perde quel poco di interessante che c’era.
“My Sacrifice” tenta in maniera fin troppo tiepida di inserire qualcosa di differente con alcune influenze orientali nelle linee melodiche della sei corde ma il risultato è fin troppo banale e simile agli altri brani.
La finale “Towards the Abyss” è una bordata veloce al limite del crust con qualche martellata black metal che stona completamente all’interno del dischetto e lascia davvero perplesso l’ascoltatore sul perché sia stata inserita.

Poco. Un lavoro che non è abbastanza per sfondare e non mostra particolari qualità che possano far risaltare la musica del gruppo. Qualche buona intuizione c’è ma al momento come detto non portano da nessuna parte.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

La Germania è sempre stata propensa alla musica medievale come pure alle mille evoluzione che ha subito la musica folk di derivazione europea. Ricchissimo è il sottobosco di bands che affollano il genere e se (ma anche purtroppo, dipende dai punti di vista) tantissime sono trascurabili ed al limite del pacchiano altri invece suscitano un certo interesse. Gli Hekate, nati nel 1992, rientrano in tale categoria e si piazzano in una posizione di rilievo con il nuovo disco Totentanz.

Una precisazione va fatta fin da subito. Il folk proposto dalla numerosa compagine teutonica è tutt’altro che semplice e fruibile. Le composizioni sono cupe ed oscure e si avvicinano per certi versi a gruppi come Wardruna e Nucleus Torn, quindi una sorta di neo-folk che non una musica etnica classica. Un sound quindi mistico, arcano e misterioso che riporta la musicalità a qualcosa di primordiale, come il tempo si fosse fermato, pur contenendo dei timidi elementi di modernità. Le tracce, come le melodie, sono spesso asciutte e colme di strumenti acustici e passano dal marziale (“The Old King” con il suo favoloso crescendo) al battagliero (“Mondnacht” con il suo approccio melodico epico) per arrivare all’atmosferico che prende circa il 60% dell’album. Vi è da dire che le prima tracce sono le più difficili, dure ed impenetrabili ma dalla titletrack “Totentanz” (con il suo incedere minimale, le vocals femminili luciferine ed un uso interessante degli ottoni) le cose cambiano ed il mood si evolve. “Spring of Life” è eterea con delle tonalità orientali mentre “Embrace the Light” pigia il pedale sul suo essere sciamanica, notturna e magica con un buon mix di moderno con effetti elettronici, rumori e l’antico.“Desire” è nuovamente arcana e la voce femminile è nuovamente protagonista e che, nonostante la voce maschile sia buona, mostra veramente una marcia in più e si abbina al meglio con delicati tocchi psichedelici. La sensuale ed arabeggiante “Am Meere” con i suoi lontani cori in sottofondo mette fine al viaggio musicale in cui l’ascoltatore prova continuamente sensazioni strane ed incomprensibili.

Un disco da assaporare con calma e tranquillità, qualitativamente alto ed intellettuale, lontano dalle consuete e vuote melodie da sagra paesana.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Arriva il debutto discografico del nuovo progetto solista a nome QFT (ossia quantum field theory) a cui fa capo Linnea Vikström. Per chi non conoscesse la donzella in questione, trattasi della cantante dei Therion dal 2010 che ha deciso di fondare una nuova band per dedicarsi a qualcosa di più vicino alle proprie idee musicali. Il primo disco di questa nuova avventura si intitola “Live in Space” che vede la singer sbizzarrirsi parecchio sui generi musicali presentando un prodotto parecchio strano.

Per chi cercasse qualcosa di simile ai Therion qui non ne troverà nessuna traccia e basta l’iniziale “End of the Universe” con il suo andamento alla Black Sabbath, per levare di mezzo ogni dubbio. I ritmi si fanno lenti e pachidermici dove Linnea ci ricama sopra delle vocals potentissime ed, in taluni casi, abrasive che dimostrano il proprio mostruoso livello tecnico canoro. Eppure qualcosa non funziona e, proseguendo l’ascolto, le cose si fanno più chiare. Non c’è prima di tutto un’identità, in quanto la maggior parte delle tracce sembrano più una compilation, che non un disco vero e proprio data l’eccessiva diversità le une con le altre. C’è hard rock melodico zeppo di cori (“Big Bang” o la Van Halen oriented “Aliens”), certo prog metal come “Black Hole” dal riff potente con delle linee vocali eteree e pure delle ballad, alcune riuscite (l’intensa “Live in Space” dal crescendo epico), altre fiacche e poco consistenti (le spente “QFT” e “Time”). C’è troppa confusione senza un’idea chiara su cosa fare e, quando si tenta di puntare su bordate metalliche, emergono dei grossi problemi di songwriting, come nelle terrificanti “Quasar” e “Light Speed”, che risultano innocue e a volte troppo forzate. La voce poi, pare spesso concentrata a far vedere la propria tecnica con giochetti tecnici che finiscono solo con l’annoiare e, talune volte, anche a dar fastidio all’ascoltatore, a causa del loro essere troppo prolungate. Il problema più grosso è che non c’è una solida base compositiva e ciò si sente nella maggior parte dei brani, che si tendono a dimenticare facilmente non lasciando nulla nella mente.

Una chiara dimostrazione che non basta avere un alto livello tecnico per creare una buona canzone. Un album discreto, a volte nella media, a volte invece sotto, a causa del suo essere discontinuo e frammentato. Per ora rimandato!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Più di vent’anni sono passati dalla fondazione degli svizzeri Impure Wilhelmina e tanti sono stati i cambi di formazione che però ha sempre ruotato attorno al mastermind Michael Schindl. Il tempo non ha mai indebolito la band da Ginevra, che torna in pista con il recente disco Radiation, targato 2017. Sempre rimasti in bilico tra il rock ed il metal, il gruppo ha in qualche modo trovato la quadratura del cerchio cercando di evolvere il proprio sound ma senza snaturarlo.

Grazie da una produzione/mixing il quartetto presenta una corposa miscela di tracce in primis dalle tinte malinconiche e cupe dove comunque ogni sfumatura emerge limpida e cristallina. Il più che buono lavoro alla chitarra fa emergere una musica variegata seppur legata a certi stilemi mentre la sezione ritmica fa il suo onesto lavoro, peccato che però non proponga qualcosa di più. Tracce come “Great Falls Beyond Death” (dallo sfizioso retrogusto pop) o “Bones and Heart” (che contiene tocchi alla Alcest) la dicono lunga sulla qualità compositiva che dimostra quanto ai musicisti interessi proporre brani equilibrati ed emozionali. Il tasso emozionale è sicuramente su livelli alti e lo dimostrano episodi come l’intensa e passionale “Meaningless Memories” che grazie alle linee vocali ben costruite assume un’importanza non indifferente. La voce ha un ruolo spesso importante e se nelle parti in pulito fa la parte del leone (si ascoltino la post-rock oriented “Child” o la dinamica “We Need a New Sun” dispersa tra parti sognanti ed apocalittiche) ciò si può affermare anche per quanto riguarda le sezioni più violente ed elaborate come la violenta ed aggressiva “Murderers”. Va segnalata anche “Torn” che contiene un bel mix di classico e moderno con spruzzate gothic rock ed accelerazioni al limite del black metal.

Un disco bello, vario e contenente tutte le caratteristiche per farsi ascoltare parecchie volte per coglierne ogni aspetto contenuto al suo interno. Album ben suonato e che dovrebbe essere preso di esempio per tutte le giovani band. Ottimo!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
88 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4 5 6 7 8 9
Powered by JReviews

releases

I giovani Atlas con un melodic rock ancora acerbo
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Gli Allfather tra Sludge/Doom e ferocia Hardcore
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I russi Adfail ed un EP ai confini della noia
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un nuovo, bellicoso lavoro per i 28 anni di Marduk
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Arrivano finalmente al debutto i deathsters ucraini Mutanter
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Treat: i maestri del melodic hard rock scandinavo sono tornati!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Singolo pre-EP per la one man band russa Insidious One
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hitwood: a distanza di un anno il progetto italiano torna a bomba
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dark Weaver - groovin' metal!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Rithiya Henry Khiev, tecnica ed originalità, ma non solo
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Come suggerisce il titolo, i Maxxwell si sono metalizzati!
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Vetrarnott, un esordio assolutamente convincente!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla