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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Settembre, 2018
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Gli svizzeri Xaon si formano nel 2014 come duo (composto dal chitarrista Vincent e dal cantante Rob) che poi si avvale di turnisti durante i live shows. Dopo circa tre anni dalla nascita esce il qui presente disco di debutto intitolato The Drift che vede la partecipazione del bassista Florian. L’album, etichettato come dark metal, in realtà ha molte più sfumature di quante vorrebbe far credere sebbene siano tutte basate su un sound che si rifà al death metal sinfonico riletto in chiave decisamente moderna.

Moderno, difatti non a caso, è l’approccio sia compositivo che strumentale attuato dal combo svizzero, in quanto c’è un massiccio uso di chitarre compresse e breakdown ritmici stile metalcore, per non parlare del cantato abrasivo più orientato allo screaming “facilone” che non al tipico growl death. Le tracce contengono un mix di luci e ombre e spesso si percepisce una certa discontinuità qualitativa. Esempi come “Terra Incognita” o la cupa “Khadath Al Khold” esprimono un’urgenza sinfonica (spesso massiccio, l’uso delle tastiere) troppo secca che, nonostante ricordi i Septic Flesh, non riesce ad imporsi del tutto. La presenza di cori epici ed un solismo chitarristico non indifferenti sono solamente pochi attimi di luce che non emergono mai a dovere. Altri episodi non particolarmente riusciti sono la mediocre “I Writ My Hopes” o l’orientaleggiante “Broken Anchor” ma fortunatamente non tutto è perduto perché appaiono dei decisi colpi di coda che rialzano le quotazioni come la riuscita, elaborata e death metal oriented “On The Nature Of Flights”, “Frozen Shroud” con il suo meraviglioso intermezzo melodico e sognante o la finale “The Wounded Gods” con il suo mix ottimale di violenza, tecnica e melodia. La tecnica difatti non manca alla band e la scrittura ha sicuramente un livello più che buono ma l’apice del disco viene raggiunto con la lunga e complessa “Zarathustra”, un concentrato coinvolgente di giochi melodici, passaggi tecnico/epici e cori maestosi che rendono il brano una vera e propria perla.

In definitiva l’esordio degli Xaon è sicuramente buono ma che, se evitasse quella ricerca del moderno, avrebbe potuto essere un lavoro sicuramente superiore. Inizio comunque di alto livello e che si consiglia ad ogni buon amante del metal sinfonico estremo.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Settembre, 2018
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Gli Emil Bulls sono in giro da più di vent’anni oramai ma il tempo non ha certo scalfito la loro voglia di suonare e calcare i palchi. Kill Your Demons è il nono album per i cinque musicisti di Monaco e conferma quanto fatto nel tempo dalla band senza presentare particolari novità ed in fondo non è poi tutto questo gran male. Per chi non dovesse conoscere il combo teutonico, le sonorità vertono su di un massiccio metalcore con qualche leggera spruzzata alternative.

La recensione potrebbe anche concludersi in quanto basterebbe solo guardare il logo della band e la copertina del disco per intuire a cosa si andrà incontro. Ogni traccia presenta delle chitarre compresse e dedite ad un riffing metalcore senza però esagerare con i breakdown ritmici ma puntando di più sul lavoro melodico. Proprio questo è il pregio della band ossia quello di saper creare dei ritornelli (spesso zeppi di cori epici) e melodie a facile presa sia nelle parti vocali che nell’ottimo guitar work. Si ascolti ad esempio la doppietta iniziale (“Kill Your Demons” e “Ninth Wave”) che combina al meglio durezza e musicalità in maniera perfetta combinando il tutto con una leggera venatura elettronica. Le vocals accompagnano al meglio le tracce con la loro aggressività ma senza essere troppo estreme e nel pulito rendono sicuramente bene senza perdere in potenza ed espressività. L’unico punto, per così dire a sfavore, negativo è che dopo la prima manciata di canzoni c’è un discreto calo di intensità, in primis per la presenza di pezzi eccessivamente zuccherosi. Tali canzoni (ad esempio “Miss Magnetic” o “Euphoria” oppure “Once and for All”) sono fin troppo melense e pop oriented e abbassano un po’ troppo le quotazioni muovendo la lancetta sul livello easy ma in fin dei conti chi apprezza il genere ne sarà entusiasta mentre ascoltatori come il sottoscritto pretendono spesso di più da generi come questi.

Senza perdersi in ulteriori ed inutili parole con il nuovo disco degli Emil Bulls si va perfettamente sul sicuro se si cerca intrattenimento veloce e senza fronzoli. I fan di tali sonorità lo prendano subito e non se ne pentiranno, gli altri continueranno ad ascoltare altro come sempre. Consigliato!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Settembre, 2018
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Terzo disco per la band belga Ethernity che ritorna nel 2018 con un concept album chiamato The Human Race Extinction. Ci si trova nuovamente a contatto con un disco dal sapore moderno, stavolta però ci si addentra nell’ambito del prog/power metal molto tecnico con vocals femminili ad opera di Julie Colin che ha però lasciato il gruppo durante il periodo di pubblicazione per motivazioni personali.

Si andrà subito al sodo in questi casi e non si tratta di gusti personali ma la considerazione che certi tipi di prodotti lasciano il tempo che trovano. Copertina ed artwork curatissimi, videoclip pieni zeppi di computer grafica ed effetti speciali, foto della band ultra cool…e purtroppo come previsto manca la sostanza. 14 brani stracolmi di chitarre compresse ed iper tecniche, tastiere futuristiche, ritmiche lanciate e serratissime ed una voce che non è adatta seppure tenti di colpire l’attenzione ma invano. C’è poco da aggiungere; tutte le canzoni si assomigliano e presentano pochissime differenze risultando piatte, fredde e dagli intrecci melodici sporadici e poco coinvolgenti. Qualcosa in realtà si salva come il lavoro sui ritornelli che coinvolgono abbastanza l’ascoltatore ed alcuni piccoli momenti sonori sparsi qua e là (“Grey Skies” contiene una prova vocale che si fa via via sempre più intensa e passionale assieme alla emozionale ballad “Warmth of Hope”). L’opinione personale è che la band sia troppo impegnata a mostrare la bravura esecutiva che non a cercare di scrivere una canzone e questo è uno dei problemi maggiori del disco.

Un album statico e secco che non offre nulla di più rispetto ad altre bands del genere e si assesta su quella mediocrità che affligge tantissimi colleghi. Non ha né l’eleganza del prog e nemmeno la tamarraggine o l’hook melodico del power cadendo in un limbo infinito.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Settembre, 2018
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Tanti anni sono passati da quando i tedeschi Qntal fecero i primi passi nel mondo musicale (era il 1991) ed ancora oggi la voglia di fare musica è sempre presente ed ha portato la band a pubblicare Nachtblume, ossia l’ottavo album. L’album porta avanti il discorso musicale iniziato nel tempo addietro ossia quel mix di folk nordico ed elettronica dal forte animo gotico/teatrale con vocals femminili molto evocative e soavi.

Chi già conosce il gruppo può andare tranquillamente a colpo sicuro data la presenza di tutti gli elementi tanto cari alla band in ogni traccia. Difatti, grazie ad una produzione sempre cristallina e nitida, le tracce scorrono fluide e morbide e finiscono senza nemmeno rendersene conto ed è lì uno dei punti di forza della musica dei Qntal. Le architetture sonore sono spesso minimali, mai eccessivamente piene di dettagli ma vanno diritte al sodo presentandosi intense e dalle tinte dance (la notturna “Nachtblume” o l’oscuro/misteriosa “Music on the Waters”) ma anche incorporando il tanto amato folk (l’epica “Die Finstere Nacht” o la fantasy oriented “Parliament Of Fowles” o la meravigliosa “Chint” piena di cori maestosi ed atmosfere sognanti). Ovviamente non è tutto data la presenza di episodi variegati come più puramente electro (“Monteclair”), oriental/etnici (“O Fortuna”) o più orientati al ritmo (“Sumervar”). Di base c’è sempre una componente “danceable” o danzereccia nelle composizioni quindi la musica dei teutonici può anche essere utilizzata per serate nei club oltre che all’ascolto in solitaria ma non si pensi che la qualità per questo sia bassa, ma anzi è più alta di moltissimi pseudo dj/musicisti che si atteggiano a eroi. Le tracce sono sempre avvolgenti, eteree, impreziosite dalla meravigliosa voce della cantante Syrah e dagli arrangiamenti creati dagli altri musicisti e donano all’ascoltatore tanta magia nonostante qualche piccola caduta di tono.

Non c’è altro da aggiungere. Ennesimo capitolo riuscito e che conferma una band che non ne vuole sapere di perdere il proprio smalto. Consigliato a tutti gli amanti del folk, dell'elettronica e perchè no, anche della dance!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
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I Cayne si formarono verso la fine degli anni '90 grazie a Claudio Leo e Raffaele Zagaria (entrambi facenti parte dei Lacuna Coil) che decisero di intraprendere un’altra via rispetto alla band madre. Molti anni sono passati e la formazione ha subito moltissimi cambiamenti, tra cui l’abbandono di Raffaele e purtroppo la scomparsa nel 2013 di Claudio, ma il gruppo non molla e ritorna con un nuovo disco, il qui presente Beyond the Scars. A dispetto dei colleghi, oramai approdati ad un metal/rock decisamente più commerciale e dall’impronta americana, il quintetto continua la strada iniziata in passato rendendola al passo coi tempi, ma senza snaturarla.

Il disco, come detto, non tradisce le aspettative e si pone ben al di sopra di moltissime bands che cercano di suonare oscure, ma senza esserlo davvero. Fin dall’opener “No Answes From The Sky” si mettono le cose in chiaro con chitarre ruvide e compresse, linee vocali evocativo/malinconiche, inserti melodici che ricordano molto gli Anathema e, dulcis in fundo, innesti di violino che rendono le atmosfere più gotiche. Della stessa pasta “Torn Apart”, cruda e cattiva dal ritornello evocativo, come pure le toste “A New Day in the Sun” (dalle ottime melodie/groove) e “The Asylum of Broken Hope”. Le canzoni durante l’ascolto scorrono benissimo, fluide e non mancano mai di intrattenere, specie quando i ritmi rallentano. A tal proposito le ballads non scadono mai nel banale ed anzi, rafforzano e completano i brani più violenti senza essere melense (“My True Nature” e “One More Chance”). Ma non si creda che ci sia il solito binomio durezza/ballad, perché compaiono anche episodi più variegati, come “Bad Blood” che riporta alla mente il miglior Marylin Manson con la sua vena industrial, ma anche varianti più goth&roll decisamente più easy e melodiche (“Celebration of the Wicked” dall’anima elettronica e “Slave” dal meraviglioso assolo di violino).
Una delle perle, se non LA perla, risponde al nome di “The Crossroads”, traccia dall’anima perennemente autunnale con una cura per gli arrangiamenti davvero meravigliosa che chiude il disco nella maniera migliore. La band riesce al meglio a fondere rock e metal con atmosfere goticheggianti, senza per forza dover ricorrere a sinfonismi inutili, guest femminili dai vestiti appariscenti o chissà quale diavoleria.

Davvero un ottimo album, senza riempitivi, solido e massiccio, suonato con cuore e passione. Il sottoscritto continua a ripetere che bands nostrane di tale caratura vanno supportate come gli stessi Lacuna Coil, invece di renderli bersagli di offese gratuite. Consigliatissimi!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
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Dato che, al momento, gli Elektradrive sembrano in pausa il buon batterista Alex Jorio si unisce a Gregorio Verdun (basso e tastiere), Sergio Toya (voce), Carlo Maccaferri (chitarra) e Filippo Dagasso (tastiere). Quello che esce dall’alleanza di questi cinque musicisti si pone sotto al nome Arca Project. Il progetto in questione, dal titolo omonimo, propone un hard rock con forti iniezioni di prog con testi interamente in italiano (e non solo a dire il vero…) e vede la partecipazione di Mauro Pagani (PFM e collaborazioni con artisti come F. De' Andre', Timoria, Gianna Nannini, Ligabue...), Gigi Venegoni e Arturo Vitale (Arti & Mestieri).

Ciò che si ritrova ad ascoltare è una sorta di evoluzione degli stessi Elektradrive, in versione decisamente più elaborata, seppure alcune idee sonore risalgono agli anni '90. La produzione ed il missaggio offrono all’ascoltatore un sound pulitissimo e cristallino, dove ogni strumento viene valorizzato al meglio e sarebbe stato un peccato il contrario, data la moltitudine di elementi presenti nel disco. L’album, andando nel dettaglio, è sfaccettato e raffinato che a volte sconfina anche nel jazz (“Arca”), come nel già citato progressive rock che si abbevera direttamente dalla scena italiana. Non sono pochi infatti, i riferimenti a Le Orme per quell’approccio melodico e solare, specie nel cantato (“Requiend”), come pure ad incursioni squisitamente pop (“Delta Randevouz” con le sue tastiere anni '80 o anche “Cielo Nero”). Nel caso non bastasse, ogni traccia è elaborata e tecnica al punto giusto, senza mai eccessive sperimentazioni (tranne in qualche incursione futuristica in “Neanderthal”) o tecnicismi, risultando quadrata e sfiziosa. Non mancano nemmeno piccoli scorci che ricordano la band madre, specie nei piccoli tocchi AOR/Melodic Rock che spuntano in diverse occasioni (ad esempio la strumentale “Un. Inverso) e nei testi sempre ricercati e mai banali. Tutto suona bene, in un concentrato ordinato e suonato egregiamente da professionisti che non ostentano mai le proprie capacità, ma le mettono a servizio dei brani stessi. Ogni canzone ha una propria anima e non ci sono particolari cali di tensione o riempitivi.

Un altro progetto italiano di cui andare fieri e che merita posto in ogni collezione di dischi che si rispetti. Che si sia appassionati di qualsiasi genere musicale, la qualità è talmente alta che appassionerà tutti.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
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I The Other sono in giro dal lontano 2002 e con questo Casket Case si arriva a quota sette nella non più limitata discografia del combo tedesco. Il quintetto teutonico esordisce, con questo disco, nella nuova etichetta discografica, ossia la Drakkar, ma sicuramente la direzione musicale non accenna a cambiare continuando la visione musicale già intrapresa in passato. Musicalmente si parla di horror punk puro e semplice, senza particolari stravolgimenti o variazioni.

Le sedici tracce del platter in questione sono grezze (seppur non così tanto), brevi e veloci come nella migliore tradizione. In fondo non vi è poi molto da aspettarsi da un disco di questo tipo e sarebbe inutile citare una per una le tracce. I musicisti fanno quello che sanno fare meglio con un buonissimo taglio melodico che pervade sempre le composizioni, senza comunque renderle mai troppo zuccherose. Oltre ad essere tecnicamente preparata, la band sa bene come costruire un brano che riesca ad intrattenere e rimanere in testa (i ritornelli sono tutti diretti, pieni di cori e ben fatti), inserendoci qua e là qualche piccola iniezione di cattiveria (“Counting the Flies” per fare un esempio) o anche tragicità (“She’s a Ghost” con i suoi cori simil sinfonici). Sulle tracce si staglia sempre la voce del singer Rod Usher che, oltre che ricordare il buon Glenn Danzig, riesce a rendere ogni strofa sempre cantabile e mai scontata o banale. Si potrebbe affermare che ci possa essere della ripetitività e che dopo la metà dell’album arrivi qualche momento di stanca, ma in fin dei conti quando ci sono così tante canzoni qualche caduta di tono ci può stare.

Un disco efficace, darkeggiante e divertente, ideale per feste a tutto volume ed adatto a tutti gli appassionati di punk dalle tinte horror. Nella sua semplicità e genuinità merita sicuramente più di un ascolto. Consigliato!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
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Zwei Fäuste für Rock’n’Roll è il settimo album per il power trio chiamato Ohrenfeindt. Probabilmente il gruppo tedesco non è molto conosciuto, specie nella landa italica (mea culpa, in primis per il sottoscritto), ma si sappia che è in giro dalla metà degli anni '90. La band di Amburgo è fautrice, come si può intendere già dal titolo, di un rock’n’roll/blues ad altissimo voltaggio che prende spudoratamente le idee dagli AC/DC. Che sia un pregio o un difetto starà all’ascoltatore finale deciderlo.

In realtà non vi è molto da dire sul disco in sé. Se si amano gli AC/DC o il rock esplosivo, qui si troverà pane per i propri denti, ma si cercherà comunque di andare oltre alla mera apparenza. L’album non ha cali di tensione, in quanto il livello qualitativo è sempre fisso e tiene l’ascoltatore per il collo dall’inizio alla fine. La potenza è alta, come pure l’energia e questo anche grazie ad una produzione/mixing deflagranti. Che dire poi delle canzoni? Trascinanti, ignoranti, veloci e dinamitarde, tutte o quasi orgogliosamente uguali, scandite dalle vocals alcoliche del singer/chitarrista e dalla sezione ritmica massacrante. I ritornelli sono trascinanti e memorizzabili (grazie anche ai cori epici) e ben si abbinano all’assalto sonoro prodotto dai tre pazzoidi teutonici. C’è tutto quello che può servire a rendere un disco rock come si deve, inserendoci anche dei piccoli abbellimenti (inserti southern, chitarra slide o anche armonica) che rendono più piacevole e variegato l’ascolto. Sia chiaro, non c’è originalità o voglia di stupire, ma solo voglia di divertirsi e far divertire nella maniera più semplice ed efficace possibile e gli Ohrenfeindt lo sanno fare benissimo. Sicuramente in molti si accorgeranno dei vari plagi sparsi in giro per il disco, ma in casi come questi l’ironia gioca un ruolo dominante, che lo si voglia o meno. Inutile citare un brano piuttosto che un altro, non avrebbe senso descriverli tutti; album del genere vanno ascoltati al massimo volume e goderne fino in fondo.

Rock On!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Agosto, 2018
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All’incirca sono 10 gli anni passati dalla formazione dei nostrani Materdea, che arrivano ad un traguardo non indifferente, ossia il quinto disco che viene denominato Pyaneta. Per chi non lo conoscesse, il combo torinese vede una lineup consolidata e decisamente ampia (7 sono i musicisti coinvolti) che si prodiga in una sorta di rock contaminato da delle leggere spruzzate di folk dall’anima fantasy. Si potrebbe anche aggiungere la presenza di elementi affini al mondo metal ma si rivelano molto lievi e sporadici per essere considerati al meglio.

Ascoltando il disco si nota subito come ci si tenga molto alla cura dei suoni, decisamente puliti e nitidi come pure la presentazione sia scenica che dell’artwork, caratteristiche che tutto sommato non sono mai mancate nella carriera della band. Purtroppo non si può dire la stessa cosa delle canzoni in quanto si presentano belle all’ascolto superficiale ma che, per un ascoltatore navigato, presentano parecchi problemi. Dopo diversi dischi trovarsi davanti un’opera così debole è un colpo duro da incassare data la lunga gavetta dei musicisti. Le canzoni, oltre al fatto del loro essere troppo lunghe, risultano davvero fiacche e spente anche nei momenti più movimentati dove l’energia dovrebbe esplodere. L’inserimento di alcune parti sinfoniche aiuta poco dato che risultano indistinguibili le une dalle altre e poco aggiungono ai prezzi; gli inserti folk paiono sbiaditi se non in rarissimi casi (l’orientaleggiante “One Thousand and One Nights” con la sua bella accelerazione sul finale) ed in generale tutto fatica ad entrare in testa. Manca la scintilla, la forza, il pathos che non emergono mai specie poi nelle vocals dato che quelle femminili sono minimali e per nulla evocative mentre quelle maschili sono insapori e scialbe (si ascoltino “Back to Earth” o “Metamorphosis” che ricorda qualcosa degli Elvenking) lasciando un senso di intorpidimento in chi ascolta l’album. I brani si susseguono soporiferi e nonostante il discreto valoro melodico nessuno dei strumentisti riesce ad alzare l’interesse facendo svanire piano piano tutta la struttura sonora. Qualcosa di buono c’è come in “The Return of the King” che sfoggia uno stuzzicante substrato prog metal o “S'Accabadora” complessa ma allo stesso tempo orecchiabile, probabilmente la traccia migliore del disco che però vengono affossate da episodi zuccherosi come “Neverland” pervasa da coretti tragici. Il resto delle canzoni non aggiunge o toglie nulla di quanto detto finora.

E’ inspiegabile come, dopo anni, si arrivi a pubblicare album così discreti e di mestiere quando si dovrebbe aver raggiunto un minimo di forza compositiva che trasmetta emozioni. Troppa apparenza e poca sostanza.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Giugno, 2018
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Nuovo album per il quintetto tedesco chiamato Ember Sea che, dopo un disco ed un EP, arrivano al qui presente How to Tame a Heart. Trattasi di un lavoro che segue il filone del symphonic rock/metal con voce femminile che fortunatamente non si ostina con l’idea dei soliti cliché del genere ma punta più al succo, alla semplicità ed alla genuinità.

Ciò che spesso dimenticano le bands è il fatto che non sempre il tasso tecnico alto o i virtuosismi esagerati rendono grande una canzone. Troppe volte ci si trova davanti all’ennesimo clone degli Epica o dei Nightiwish e pochissimi riescono ad emergere. I nostri tedeschi tornano al principio ovvero proponendo brani asciutti e semplici nella struttura dove tutti i musicisti uniscono le forze per creare qualcosa che arrivi diritto al punto. I brani sono efficaci e diretti e dove finalmente esplodono delle melodie e dei ritornelli potenti ed epici al punto giusto. Fondamentale è l’apporto delle tastiere che donano un’aurea magniloquente e sognante; unendo poi la voce della cantante Eva (che sfrutta dei vocalizzi perfetti per la musicalità non esagerando mai) il risultato è davvero ottimale. Le tracce sfruttano sezioni corali magiche ed emozionali (“To Atlantis”, l’orientaleggiante “Oasis” o l’estasiante “Dance of Pan”) conferendo ai chorus enfasi e potenza. Potenza che non è mai eccessiva e spesso tende più al rock che al metal tranne qualche sporadico episodio come “Hollow” dove il riffing si fa più massiccio e ritmato. A metà disco compare “Portrait Enemy”, la traccia peggiore del lotto che mette a rischio l’opera ma fortunatamente brani come la varia ed atmosferica “Heather” e l’electro oriented “The Ones” riportano il livello qualitativo su livelli più alti. La finale “Dawning” sorprende con i suoi quasi 10 minuti dimostrandosi ambiziosa e complessa eppure così facilmente fruibile ed assimilabile da qualunque ascoltatore che lascia davvero stupefatti.

C’è poco da aggiungere. Un lavoro concreto, deciso e che funge da trampolino di lancio per future evoluzioni. Le basi sono solidissime. Ora è tutta discesa!

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