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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    24 Mag, 2017
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Il nuovo lavoro dei greci (dopo il debutto del 2014), fresco fresco di stampa, chiamato Just Dust, potrebbe rivelarsi una piccola sorpresa nell'affollato sottobosco underground. Il quintetto ellenico è deciso a proseguire la propria visione sonora ed in questo caso si autofinanzia il disco perseverando nelle proprie idee. Il tutto si concretizza su coordinate sonore abbastanza nette ossia puntando ad un rock/metal robusto e molto moderno (alla Rammstein, Disturbed) con qualche sfumatura più gothicheggiante.
In casi come questi bisogna partire dagli aspetti che caratterizzano in maniera delineata le sonorità del giovane gruppo ossia la presenza di tre vocalist, in pratica i due chitarristi (che si occupano sia delle parti più estreme in growl che di diverse in pulito) ed una fanciulla ai microfoni che ricorda molto la nostrana Cristina Scabbia dei Lacuna Coil.

Queste tre voci messe assieme, pur non essendo tecniche all’inverosimile fanno un eccellente lavoro però in parte ostruito da delle architetture sonore troppo scarne e prive di particolari dove sarebbe stato interessante vedere uno sviluppo maggiore in quanto i brani soffrono troppo di staticità e ripetitività. Sia le chitarre che la sezione ritmica sono lasciati troppo nelle retrovie (mostrando i muscoli solo in sporadiche parti come nell’ aggressiva “Need to Fight”) facendo solo un lavoro discreto ma mai andando oltre. Non si dubiti però della bontà dell’album dato che i difetti appena descritti sono bilanciati da una costruzione del cuore delle canzoni davvero ottima essendo che le strofe ed i ritornelli sono curatissimi e memorizzabili, dote che non va trascurata. Sia nelle tracce più cupe e dark (“Darkest Hour” tra il gotico ed il sinfonico oppure anche l’opener “Just Dust”), sia in quelle più elaborate ed epiche (“Slayer”, la corale “We Are the Same” o la lunga ballad simil-sinfonica “Love & Soul”) ma anche in quelle più immediate e quadrate come “Infeasible” dalla melodia portante piuttosto marcata come pure le ottime “Here and Now” ed “Endless Sky”. Le parti più pesanti però non incidono a dovere, specie le growl vocals, troppo leggere e prive di quella violenza che renderebbe più intrigante la proposta.

In definitiva ci si trova al cospetto di un disco a due facce che però messe insieme creano un’opera che affascina. Un lavoro che potrebbe sorprendere i più scettici ed appassionare anche gli amanti del pop meno commerciale e se verranno limate le imprecisioni il prossimo album potrebbe davvero garantire il salto di qualità. Consigliati senza dubbio!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    18 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Mag, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Pyogenesis hanno una lunga storia sul groppone. Dagli esordi nei primi anni 90 (da cui poi due ex membri formeranno i Liquido) fino ad oggi la band ha visto molti cambi di formazione, come pure diversi cambi di stile. Nel 2017 esce il nuovo e scintillante A Kingdom To Disappear, un lavoro complesso e multi-stratificato che si rifà a sonorità moderne rock/metal (spesso tendenti ad un certo metalcore), incrociate con un sound epico/sinfonico, oltre che al pop/rock alla 50 Seconds To Mars.

Bisogna partire subito precisando che la produzione è stellare e pompata. I suoni sono davvero ottimi (forse il suono di batteria avrebbe meritato di meglio) e valorizzano al meglio tutte le sfumature del gruppo. Andando nell’ambito prettamente musicale, ci si trova in una sorta di disco a due facce. Da una parte ci sono sezioni metalliche moderne, legate come detto alla scena metalcore con vocals aspre/urlate nelle strofe, che sfociano poi in ritornelli melodici con cantato in clean, supportato da diversi cori. Il problema però è che codeste sezioni sono troppo sempliciotte ed al limite della banalità, integrate in maniera discreta, ma con poca efficacia. L’opener “Every Man For Himself and God Against All” riassume egregiamente tali aspetti e la stessa cosa vale per “Blaze My Northern Flame”, pregna di melodie curate, ma che fallisce nell’impianto più violento. Dall’altra parte emerge una cura per gli aspetti melodici che lascia davvero senza fiato (tranne qualche esperimento meno riuscito come la quadrata “A Kingdom To Disappear It’s Too Late”), integrando atmosfere simil-fantasy (la ballata acustica “New Helvetia” oppure la cesellata “That’s When Everybodt Gets Hurt” dispersa tra arpeggi e vocals angeliche), echi sinfonici ed un certo gusto pop come nelle riuscite “I Have Seen My Soul” e “We 1848”.
La finale “Everlasting Pain” è un pezzo di 13 minuti abbastanza complesso che prende tutte le caratteristiche migliori del gruppo, creando una sequenza di sensazioni positive nell’animo dell’ascoltatore, avrebbe però necessitato di un minutaggio meno elevato.

Nel complesso "A kingdom to disappear" è godibile, ma pecca in primis per un cantato troppo effettato nelle parti in pulito e monocorde nelle parti estreme. Le due anime musicali presenti nel disco non si amalgamano al meglio e lasciano supporre che la band non sappia bene dove andare a parare. Un’opera interessante, ma che avrebbe potuto essere migliore. In ogni caso ascolto consigliato!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    15 Mag, 2017
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Il buon Danzig ritorna sotto i riflettori con il nuovo lavoro, Black Laden Crown. Sette anni sono passati dall’ultimo studio album (tralasciando l’album di cover Skeletons del 2015), quel Red Deth Sabaoth che aveva messo in mostra una band affiatata ed un Glenn ancora in forma. Squadra che vince non si cambia, quindi ecco tornare la stessa formazione (tranne che delle linee di basso, che se ne occupa lo stesso chitarrista Tommy Victor dei Prong) del disco precedente sciorinando un sound tutto sommato classico ma decisamente più lento e cupo. Musicalmente non ci si allontana troppo da quel doom metal venato di blues e di rock’n’roll/punk oscuro.

Un nuovo lavoro nerissimo, lento e greve nella maggior parte dei brani scandito dalla voce di un Glenn Danzig che pare affaticato e stanco in diversi momenti, questo è il primo particolare che si distingue subito. Per andare nello specifico, le prime due tracce davvero faticano ad ingranare; “Black Laden Crown” ma anche “Eyes Ripping Fire” appaiono spente nonostante chitarre solide e catacombali ed atmosfere sofferte e drammatiche. Come detto già qui il cantato è fiacco, immerso in un doom lancinante ma troppo insipido, per poi risollevarsi con le successive “Devil on Hwy 9” traccia devastante con una sezione ritmica micidiale (con vocals già più accettabili) e la magnifica “Last Ride”. Quest’ultima è forse l’episodio più riuscito con quel blues viscido ed erotico, che si accoppia bene anche con “The Witching Hour” traccia cupa ed epica dove il cantato tiene bene l’atmosfera senza cedimenti.
Le rimanenti canzoni pur essendo ben suonate e dalla buona qualità sembrano però dei riempitivi, mancando di quell’ispirazione che la farebbe brillare. Emergono più che altro l’arrembante “Blackness Falls” pesante e possente e la finale “Pull the Sun” evocativa e sofferta, per il resto il disco nella sua interezza sembra più un esercizio di mestiere che non qualcosa di davvero voluto.

Un’opera che lascia l’amaro in bocca, che dopo tanti anni di attesa, lasciava presagire fuoco e fiamme, presentandosi invece come normale e discreta, che cresce un pochino con gli ascolti ma non lascia quel qualcosa che faccia gridare al miracolo. Non ci si aspetti troppo.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    09 Mag, 2017
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Nati tra la fine del 2014 e gli inizi del 2015, i bolognesi Revenience, dopo un primo singolo arrivano al debutto discografico con il qui presente Daedalum. La prima opera del quintetto trae ispirazione dalla scena symphonic metal, specie quella più prog-death oriented, di cui tra gli esponenti più conosciuti ci sono gli Epica.

Un particolare che merita subito attenzione risiede nella voce della cantante Debora, che finalmente a discapito di moltissime colleghe, si allontana dai classici stereotipi lirici utilizzando vocalizzi diversi e più personali. Vocalizzi che si inseriscono al meglio nelle tracce più evocative ed atmosferiche (si ascoltino le due ballate/intermezzi “Lone Island” e “Revenant”) oppure anche in brani dove la componente eterea è ben integrata alle parti più estreme come in “Flail”, epicheggiante grazie a diversi cori che valorizzano le parti più sinfoniche. Peccato che quando le sonorità si fanno più movimentate, la voce perde di intensità e si ritrova un po’ schiacciata come nelle oscure/dark “Blown Away by the Wind” e “Shamble” (intense e dal lavoro melodico molto curato). Per la maggior parte delle canzoni comunque prevale un certo equilibrio tra pesantezza (tra cui incursioni growl) strumentale e partiture più prog ma sempre orientate alla melodia.
Uno dei problemi che affligge questo disco, ma anche molti lavori di bands simili, è la parziale mancanza di ritornelli che si stampino subito in testa. L’opera se presa nel suo insieme presenta molti spunti interessanti e con l’aumentare degli ascolti si riescono a cogliere sempre più sfumature ma sarebbe servita più immediatezza perché troppa complessità potrebbe scoraggiare gli ascoltatori meno pazienti.
Più che buona la produzione, nonostante la chitarra a volte soffra di cali di potenza ed anche la struttura dei brani che non risulta mai troppo scontata riservando emozioni inaspettate.

In finale dal CD trasudano qualità e passione, dove nonostante qualche traccia risulti più debole, emergono diversi aspetti sonori che meritano considerazione, sia che si ami il metal sinfonico che quello più assimilabile al prog.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Mag, 2017
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Esce, per Scarlet Records, il nuovo album dei milanesi Anewrage, chiamato Life-Related Symptoms. Il combo lombardo, torna quindi sulla scena nostrana (e non solo) con un’opera dalle sonorità moderne, ma comunque con un retrogusto derivante dalla scena post-grunge/alternative di metà anni novanta, il tutto con un attitudine generale rock/metal.

Generalmente parlando, il disco contiene una corposa quantità di canzoni, tutte bene equilibrate tra durezza e melodia, che si assestano su una qualità media più che discreta. Andando nello specifico ci sono diverse sfumature che emergono dalle numerose canzoni come gli inserti elettronici (l’opener “Upside Down”) oppure piccoli accenni post-rock (l’evocativa “My Wrost Friend” o la traccia a due facce “All The Way”), ma al gruppo in generale piace combinare un riffing duro ad un lavoro melodico (specie nel cantato, che non disdegna comunque delle incursioni nell’urlato) che strizza l’occhio sia a certe atmosfere epiche (la riuscitissima “Tomorrow”) sia a sonorità che ricordano gruppi della scena new metal come i Linkin Park (“Floating Man” che contiene un interessante guitar work). Non mancano anche episodi più complessi e variegati come la dinamica “Evolution Circle” o l’articolata “The 21st Century” e nemmeno tracce più oscure come in “Outside” piena di vocals tenebrose e parti strumentali più dark miste a dosate esplosioni di rabbia.
L’album soffre di qualche problemino di produzione che non valorizza in maniera ottimale gli strumenti, lasciandoli troppo in sottofondo lasciando che sia più sotto i riflettori la voce. Qualche episodio sottotono c’è abbassando la quotazione finale; magari sarebbe servito togliere qualche pezzo per asciugare un disco forse troppo lungo con parti un po’ troppo statiche e basilari.

Resta comunque un CD che merita sicuramente un ascolto ed è consigliato soprattutto ai cultori di un certo sound attuale e poco incline all’old school e dove melodia e spigolosità sono ben equilibrate senza che una domini mai sull’altra.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 30 Aprile, 2017
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Musa è l’album di esordio della one man band chiamata Alchimia, progetto nato nell’estate 2015, ad opera di Emanuele Tito, che in questo disco è accompagnato da due turnisti ossia David Folchitto (Stormlord, Prophilax, Novembre) alla batteria e Fabio Fraschini (Novembre, Arctic Plateau) al basso, più Gianluca Divirgilio (Arctic Plateau) che si occupa delle ghost guitars.
Musicalmente il disco incrocia diverse strade, siano esse il gothic metal, il folk e certe parti più violente derivanti dal doom-death metal.

Un disco che vive di momenti pregni di melodie sempre accese e dominanti, che si ispirano moltissimo al folk mediterraneo, inserite comunque in un contesto gothic metal. E’ però riduttivo classificare opere di questo tipo, in quanto le sfaccettature sono molteplici. Spuntano fuori bordate metalliche death-doom metal, come la dinamica “Leaves” oppure anche nell’opener “Musa” (dove compaiono anche delle strofe poetiche in italiano), in cui la voce, che normalmente punta su di un pulito evocativo (seppur un pochino grezzo), si dedica ad un growl profondo e cupo. Quando la violenza viene meno, anche se a volte è dosata con molta cura (la folk oriented “Waltz of the Sea”, oppure l’oscura “The Fallen One”), emerge un lavoro melodico di altissimo livello, che può ricordare per i stile i Novembre, come nella tripletta formata dall’atmosferica “Lost”, la goticheggiante “Memory (Assenza)” e nella bellissima traccia “My Own Sea (Fading)” colma di chitarre crepuscolari, squarci di rara intensità e, come si suol dire, tanto altro ancora.
Quello che stupisce maggiormente è l’alto livello di scrittura che permette alle canzoni di non risultare mai noiose o pesanti, riuscendo poi a calibrare l’eccellente lavoro melodico con ritmi sia metallici, che più pacati e dolci/riflessivi. La produzione è leggermente spigolosa, quasi old school, risulta leggermente sporca, ma calda ed avvolgente.

In finale, questo "Musa" di Alchimia è un lavoro nostrano che merita assolutamente un posto di rilievo nel panorama musicale generale, che dimostra quanto noi italiani possiamo rivaleggiare con il duro mondo estero. Consigliatissimo a tutti, specie agli appassionati di sonorità romantico/malinconiche.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 30 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Naga sono un trio napoletano, attivo dal 2013, che arriva alla terza uscita discografica, stavolta però in formato EP, titolato "Inanimate". Cinque tracce compongono l’opera (in questa fase si tratta della versione CD, in cui si trova un brano in più, rispetto alla versione in vinile), avvalendosi di un sound scurissimo come il buio più terrificante, a cavallo tra il doom metal più monolitico ed il post-metal, anche se compaiono diversi inserti da non sottovalutare nel corso dell’ascolto.

Andando a scartabellare il disco, l’impressione che balza in primis ai padiglioni auricolari è un senso di musicalità impenetrabile, un muro altissimo di riffs pachidermici e plumbei, emanati da una chitarra quasi sempre minimale ed ossessiva, come pure una sezione ritmica che punta davvero a fare male. Di base tre sono le tracce nuove. L’opener “Thrice” è un monolite scuro, pieno di urla disperate ed angoscianti, che si dipana lento e sfibrante, accompagnato da “Hyele” che contiene delle incursioni in certo post-black metal, combinate a detonazioni apocalittiche, senza però dimenticare di equilibrare pesantezza ad atmosfera.
“Loner”, a sorpresa, si velocizza, andando ad inglobare un suono fumoso e putrido, che ben si sposa con alcuni elementi sludge, che qui si mescolano in maniera credibile.
“TMWRRI” è una cover dei Fang (gruppo punk/rock americano, anni '80), che presenta un riffing più fumoso e marcio (nuovamente in salsa sludge), contenente delle vocals fangose e sporchissime. La finale ed inedita “Worm” (presente, come detto, solo nella versione CD) è forse la canzone più diretta ed accessibile essendo più quadrata e meno dispersiva, pur rimanendo ancorata al buio mentale e al malessere spirituale. Vi è da dire che, grazie all’ottima produzione, tutto è ben valorizzato, ma i brani presentano molte similitudini, risultando come se il tutto fosse un’unica traccia. C’è una sensazione di ripetitività in diversi punti, che avrebbe necessitato di un pochino di varietà o guizzo di genio.

Nel complesso comunque, il lavoro svolto dai Naga è di qualità e non mancherà sicuramente di soddisfare gli amanti di questo tipo di sonorità. "Inanimate" è un EP che, seppure contenga poche tracce, presenta un minutaggio elevato, aspetto perciò da non sottovalutare.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    12 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo album per il duo tedesco Ewigheim, qui accompagnato per l'occasione da B.Konstanz e Schwadorf (entrambi nei The Vision Bleak) oltre che da Yantit (degli Eisregen). L'album, fin dal titolo, Schlaflieder (traducibile in -canzoni per dormire-), si presenta notturno in molte occasioni, oltre che presentare un sound avvolgente ma allo stesso tempo freddo. Musicalmente il disco si inserisce nel filone electro-rock immerso in ambienti dark, con diverse concessioni ad altri generi che si andranno a descrivere in seguito.

Un opera, come anticipato, che spazia da brani lenti ed atmosferici che richiamano la New Wave (l'opener "Schlaflied"), inserendoci poi vocals tenebrose ed atmosfere gotiche, che si ritrovano anche in tracce come "Wir, der Teufel und ich II" dove l'elettronica assume delle vesti crepuscolari.
Il lavoro melodico è sempre di ottimo livello, anche dove le sezioni musicali si inaspriscono con chitarre più serrate e secche (l'oscura ed incisiva "Himmelsleiter") o quando l'anima della band vira più verso il goth'n'roll in canzoni come la veloce "Ein Stück Näher". Ma alla compagnia tedesca piace giocare e quindi ecco comparire brani più monolitici e sulfurei come la quasi doom, nel suo incedere marziale,"Mondlied" , o anche la doppietta che sfiora i confini con il post-rock, "Einmal Noch" (una ballata melodica e sognante, dall'anima notturna) e "Dies ist der Preis", brano gothic rock dalle melodie sinfoniche ed evocative. Il missaggio e la produzione valorizzano al meglio ogni canzone, piazzando ogni tassello al posto giusto facendo scorrere tutto in maniera fluida e piacevole.

"Schlaflieder" degli Ewigheim è un lavoro semplice ed immediato, mai pesante e che, nonostante non brilli per originalità e che a volte sia tedioso ed un pochino duro (anche per via della madrelingua), si lascia ascoltare con piacere. Consigliatissimo agli amanti delle sonorità gotiche e romantiche.

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2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    10 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nato nel lontano 1999, il collettivo austriaco Darkwell arriva al terzo album, il qui presente Moloch. Un disco incentrato su sonorità rock/metal gothicheggianti, ma senza esserlo del tutto, in quanto ci si trova davanti ad un album poco oscuro e tetro, più incentrato sulla melodia.

Bisogna dire che, dopo tanti anni di attività, ascoltare opere del genere lascia parecchio l’amaro in bocca, non tanto per la tecnica o per la qualità complessiva. I brani, per andare diritti al punto, sono per la maggior parte fiacchi, sorretti in primis da una voce femminile debolissima e poco incisiva. Le vocals difatti, anziché donare un qualche tipo di emozione all’ascoltatore, impoveriscono le canzoni, rendendole soporifere quasi come a cantare fosse un gattino. A peggiorare la situazione ci pensa una produzione fin troppo patinata, che sminuisce quel poco di metal che c’è, rendendo le tracce povere di energia ed impatto. Gli strumenti (tra cui tastiere fin troppo elettroniche) sono tutti privi di aggressività ed è un peccato perché alcune tracce avevano più di uno spunto interessante. “In Nomine Serpentis” ha un lavoro melodico curato (oltre che un ritornello piacevole), come pure la riuscita “Clandestine” o l’evocativa “Im Lichte”, ma purtroppo le rimanenti canzoni deludono le aspettative contenendo chorus che non si lasciano ricordare o melodie che si imprimano nel cervello al primo ascolto. E’ un lavoro che non riesce né ad essere leggero ed atmosferico, né più metallico, in quanto le sporadiche esplosioni (fiacco l’inserto growl in “Bow Down”) perdono propulsione nel giro di poco.

Spiacente, ma "Moloch", la terza prova dei presunti gothic metallers Darkwell, non regge più di un ascolto e purtroppo nemmeno la prova del tempo. Si spera nel prossimo disco che le cose migliorino...

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    07 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2017
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Direttamente da Siracusa, arrivano al debutto gli Anèma. Il quartetto nostrano nato nel 2015, con questo After The Sea, si distacca dalle cover, per proporre finalmente qualcosa di più personale.
Musicalmente parlando, la scia lasciata dalla band è quella del prog rock, che però, a volte cerca di flirtare anche con sonorità più metalliche.

Un progressive rock che si rifà principalmente alla scena italiana, sia per via dell’intenso uso della melodia, sia per un certo grado di raffinatezza. Sin dall’iniziale ed orientaleggiante in certe parti, “After the Sea”, si percepisce un senso eleganza, ben dettata (oltre che da una sezione ritmica sempre variegata e dal tocco jazzy) da una chitarra spesso elegante ed evocativa che si diletta nel ricamare intriganti partiture elaborate, ma mai pesanti o piene di inutili tecnicismi. Protagoniste del sound del gruppo sono le tastiere che innestano nella maggior parte delle tracce sia un senso di vivacità (la giocosa “Free Forever”), sia un’epicità pregna di delicatezza (“Song for Nothing”), ricordando in più di un occasione gli Opeth più eterei. I pezzi per la maggior parte scorrono fluidi ed intriganti (dalle melodie sempre riuscite), ma presentano un paio di punti che necessitano un miglioramento: in primis la voce che manca di un timbro originale e soprattutto di efficacia. Pur essendo intonata, non ha ancora raggiunto un grado di pienezza che le permetta di risplendere (riflette in parte gli stilemi vocali dei Fates Warning). Il secondo punto riguarda il voler entrare nell’ambito più metallico in brani come “Let the Sky in the Mainland” ed, in parte, l’elaborata e forse troppo pretenziosa “This Place Needs Revolution”, dove compaiono dei riffs rocciosi ed aggressivi che sembrano slegati dal resto dell’album. Quando insomma la band tenta di pestare troppo duro, finisce con l’auto-distruggersi rovinando in parte le soffuse atmosfere così ben riuscite negli altri brani.

Un esordio tutto sommato davvero ben fatto, che necessita qualche piccola sistemata nel mixing e, come detto in precedenza, un miglioramento delle parti più violente, che risultano troppo fuori contesto. In ogni caso un debutto davvero notevole. Ottimo!

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