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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    21 Giugno, 2017
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Il duo veneto (da Venezia per la precisione) chiamato Soulspirya nato nel 2014, arriva al secondo giro di boa con il qui presente Mankind, che segue il debutto Stay Human del 2015. I due musicisti arrivano da diverse esperienze tra cui anche il metal estremo ma in questo progetto, come loro stessi hanno affermato, è la melodia che fa da padrona ed essa alla fine prevale sempre. Essa si fonde con un sound che pesca da diverse fonti come un certo rock/metal alternative, elettronica, dark ed in generale un’atmosfera oscura e cupa.

Il disco si presenta con suoni più che buoni (registrato presso i New Sin Studio di Luigi Stefanini, sempre fonte di garanzia) e valorizza al meglio uno dei punti cardine, ossia il lavoro melodico, sempre presente e mai melenso o troppo immediato. Le linee guida dell’album sono principalmente due su cui poi gli arrangiamenti vengono costruiti. In primis la voce è una delle protagoniste, spesso malinconico/eterea e mai violenta (la quasi new wave oriented “Waiting For”) che però se da un lato ammalia a volte invece non riesce ad incidere l’animo come dovrebbe come nella teatrale “Sad”. L’altro elemento protagonista è il lavoro tastieristico che spesso include un lavoro di elettronica davvero ben fatto (la riuscita “You Say Nothing” o la fredda e drammatica “Hypnotic”) che alle volte tende anche all’epico come nella lenta “Did You Decide?” oppure anche nell’ottima “Say”. Le chitarre sono presenti ma fungono principalmente da accompagnamento e sono molto dosate senza mai emergere troppo. Le canzoni non sono mai dure o rocciose ma si lasciano ascoltare piacevolmente cullando l’ascoltatore con un mood molto malinconico/autunnale che alle volte tende al soffuso/notturno (la piacevole “Everything”). Ben congegnati i ritornelli che si fanno ricordare come pure la cura per ogni dettaglio senza che nulla sia lasciato al caso.

Il lavoro tranne qualche sporadico calo riesce ad intrattenere al meglio. Forse manca una certa “botta”, quella potenza che equilibrerebbe il sound, dato che spinge un pochino troppo sul placido. Consigliati comunque. Buon ascolto!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    21 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Giugno, 2017
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Il Pasaro è una band che nasce nel 2006 per concretizzarsi definitivamente nel 2009. Il quintetto bulgaro, dopo diversi EP/LP (ed un mancato scioglimento nel 2014, risolto grazie all’innesto del nuovo bassista) arrivano nel 2017 al terzo disco, il qui descritto Revived. L’album è prima di tutto una dedica al defunto ex bassista Nasko (colui che aveva evitato la fine della band), che prima della scomparsa aveva registrato tutte le parti di basso nel disco. Musicalmente questa nuova opera è fortemente ancorata ad un thrash metal ultra tecnico, che talvolta flirta con il prog metal più duro e violento.

Si aprono le danze con “Soul Butcher”, mix di atmosfere arabeggianti (che verranno riprese anche nella finale “Once Upon a Time” oppure anche in “Re Desert”) ed una mitragliata continua di riffs chitarristici serrati e tecnici come pure le ritmiche, sempre serrate e dinamiche. Il cantato è sempre forte ed urlato a pieni polmoni, non disdegnando però delle incursioni in ambiti non così scontati. “Rebel” ad esempio infarcisce le strutture intricate con un cantato pulito che però non convince risultando fiacco e monocorde, la ballata “Untold Story” subisce la stessa sorte causa vocals troppo insipide ma sorpresa compare la traccia “Stop Thinking I’m a Zombie” che vede un atteggiamento alla Faith No More che rende la musica bizzarra, dalle varie tinte ed in generale folle. Proprio la follia è la parte più interessante del lavoro, proponendosi però troppo poco ed in maniera sporadica come nella micidiale “Broken Mind II” dove i tecnicismi contribuiscono a creare qualcosa di sfizioso anziché essere gettati a caso.
I brani soffrono di un’ispirazione troppo scattosa e poco lineare che godono della giusta scintilla in rarissimi momenti per poi perdersi in una marea di note che sviliscono le bordate più dirette rendendole inutilmente pesanti da digerire.

Disco non facile, che probabilmente i fanatici della tecnica strumentale magari adoreranno ma per gli altri si consiglia di cercare altro. La maturità non è ancora stata raggiunta. Magari con lo stabilizzarsi della lineup si potranno raggiungere livelli migliori.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    13 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Giugno, 2017
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Nati nel 2010, dopo lo scioglimento dei Cámara Obscura, i messicani Corvus Noctis arrivano al qui presente (e presunto) debutto chiamato Tenebrarum, un concept album incentrato su aspetti come l’amore, tradimenti, vendette e magia nera. Fin dalla metallica copertina si può intuire il genere musicale proposto, ossia un heavy metal molto classico, che però in certe occasioni vira un pochino verso sonorità differenti.

Dopo la intro “Templo”, molto teatrale e gotica, irrompe la titletrack “Corvus Noctis”, un brano che chiarirà completamente dove si andrà a parare nel corso del disco. Melodie marcate alla Iron Maiden (l’influenza probabilmente primaria per il trio), ritornello forte e potente ed un lavoro chitarristico/ritmico legato fortemente agli anni '80. Il terzetto successivo di brani (tra cui l’ottima e melodica “Sueño”) continua sul solco tracciato dall’opener, evidenziando però un paio di difetti non trascurabili presenti in quasi tutto l’arco dell’album, ossia una batteria che risulta fiacca (davvero mal valorizzata) e l’assenza di una seconda chitarra che si fa sentire parecchio, lasciando spesso dei vuoti che il solo basso non riesce a riempire al meglio. Si arriva poi ad una delle tracce più interessanti, ovvero “Hechizo” pezzo lento e dall’attitudine più epic metal, molto evocativo grazie all’utilizzo di cori epici, con delle furenti accelerazioni classiche ed heavy piene di assolo sempre sugli scudi. Seguono un poker di canzoni tutte dall’aura molto dark/oscura, quasi come ci si trovasse nella seconda parte di un racconto (si ascolti tra le tante, la riuscita “Luna Sangrienta”) nella quale il cantato (sempre e rigorosamente in lingua madre) prende una connotazione più cupa, rispetto ai toni più epici delle precedenti tracce.
La doppietta finale rimescola ancora le carte in tavola, proponendo prima una potente ballata, condita da cori femminili ed un ottimo guitar solo dalla melodia trascinante (“Muriendo Después De Ti”) che però, come altri brani, avrebbe fatto il suo lavoro con un minutaggio minore; per ultima viene lasciata la satanista “Ritual” che ricorda moltissimo i Powerwolf in salsa doom metal, rivelandosi una song interessante, ma che tende ad essere ripetitiva, difetto che non è assente in altri momenti del lavoro.

Amate l’heavy metal classico e senza contaminazioni? In questo caso una band consigliata, ma che non ci si aspetti troppo ed, allo stesso tempo, non si sottovaluti nulla. Un buon esordio questo "Tenebrarum", ma avrebbe necessitato una cura maggiore. Da ascoltare in ogni caso, i Corvus Noctis meritano comunque una possibilità!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    08 Giugno, 2017
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Il quartetto scandinavo True Moon arriva anch’esso al debutto discografico con un album omonimo. Ormai non si contano più le nuove band che compaiono nel panorama musicale e questa volta ci si trova in un genere musicale un po’ diverso da quello che normalmente si tratta in queste pagine. Ciò che emrge dall’ascolto è un sound fortemente debitore del post punk/new wave ancorato direttamente alla scena degli anni 80’.

Il disco vede alla voce una donzella che non sta certo con le mani in mano alternandosi tra chitarra ed un tono vocale abbastanza acuto anche se non disdegna qualche momento più oscuro e sexy. Di positivo c’è che le vocals ed in generale le strofe sono spesso memorizzabili in fretta imprimendosi nella mente nel giro di poco. La produzione è abbastanza sporca e retrò però adattissima per gli sviluppi sonori della band che bene o male vanno in due direzioni distinte tranne qualche leggera ma interessante variazione di rotta.
Si trovano brani immediati come “Run Run Run” (con chitarre dinamiche tra l’irruenza e l’atmosfera) o la punkeggiante “In the Dead of the Night” dal riffing arrembante oppure la distorta “True Moon” (acida e malinconica) ma si può aggiungere anche l’opener “Voodoo” dove fanno capolino atmosfere elettroniche ed efficaci linee vocali. C’è anche spazio per momenti quasi pop (con un crescendo molto intenso) in canzoni come “Sugar” e per attimi amari e tristi (la finale “Honey” dalla musicalità secca). Spesso gli arrangiamenti sono minimali e quadrati salvo qualche eccezione come la sghemba e dark “Our Own Darkness” o la poderosa “Guns” dal chitarrismo che combina psichedelia, arpeggi e potenza. C’è freddezza ma anche un certo romanticismo ben evidenziato nel mai banale lavoro melodico presente nelle tracce del disco (grazie ai numerosi inserti new wave), come pure un certo senso di agitazione interiore misto a tormento come nella dura “Just Like Smoke”.

Un album molto interessante che mette sotto i riflettori una band da nono sottovalutare. Per quanto abbastanza grezzo l’esordio della compagine nordica merita attenzione. Consigliati!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Giugno, 2017
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Nuovo giorno e nuova band all’orizzonte. Direttamente dalla Bulgaria arrivano al debutto i Pagliacci, progetto di symphonic metal operistico a cura del tastierista Zhivko Koev (Vivaldi Metal Project, ex-Allegorist), assieme ad una marea di musicisti internazionali quali: Mistheria (Bruce Dickinson, Rob Rock) alle tastiere, Benjamin Lechuga (Delta, Lechuga) chitarra acustica, Julie Bélanger Roy (Märchenbilder, Gone in April) alla viola, Georgy Latev (Ghost Warfare) alla chitarra, basso e altri strumenti. Alla voce ci sono ben quattro cantanti, ognuno rappresentante un personaggio della vicenda raccontata nel concept, ossia: Dimitar Naydev, Katerina Simeonova, Dimitar Belchev e Elitsa Stoyanova. Il disco qui trattato è un EP, chiamato Yours Sincerely, Sister Josephine, contenente cinque tracce che fa da ponte alla storia che verrà narrata tra il futuro primo album ed il secondo.

Il dischetto in linea di massima si ispira molto a bands come Epica e Therion per citarne alcuni però in qualche modo tenta di differenziarsi grazie ad un approccio più personale. Ascoltando ad esempio la traccia “Black Flowers” si possono trovare cori maestosi uniti a parti metalliche, incursioni sinfoniche ed atmosfere molto teatrali. Da segnalare che le parti prettamente metal sono più un contorno che una parte della musicalità vera e propria e ciò lo si nota in particolar modo anche in “Calling Melchizedek” dove trovano spazio percussioni tribali e melodie arabeggianti assieme ad arrangiamenti elettronici e momenti sognanti/dark. In questo caso la componente più dura è lasciata in sottofondo. Le voci sono sempre epiche e variegate non mancando di incastonare anche dei simil growls, che in parte ricordano il cantato freddo alla Rammstein, nella complessa ed elaborata “So Sane” (impreziosita da un eccellente lavoro melodico supportato dall’uso della viola).
I rimanenti due brani sono altre due piccole gemme da non sottovalutare. “Dear Brother Dominick” è un pezzo acustico quasi spagnoleggiante molto curato nelle melodie grazie al massiccio uso di chitarre ed archi. “Wise Man & Lunatics” è invece una canzone poetica ed eterea con passaggi di piano delicati e vocals sognanti che poi sfociano in un crescendo epico maestoso e potente.

Un lavoro non proprio originale ma di sicura qualità che non mancherà di deliziare i cultori del metal unito alla musica sinfonica. Consigliati!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Giugno, 2017
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Ultimamente sembra sia una moda metallizzare a tutti i costi il proprio sound originario. Alle volte si può ottenere un risultato interessante, a volte si sminuisce la propria idea sonora in favore di qualcosa di più potente che magari non serviva nemmeno. Al buon Joseph Poole, in arte Wednesday 13, è capitata una situazione similare in quanto il nuovo album Condolences, forse troppo prematuro, soffre di una sorta di eccessiva potenza portando l’horror-punk verso lidi metal in maniera abbastanza eccessiva.

Andando diritti al punto bisogna dire che di sonorità dirette e punk ce ne sono davvero pochissime. Mr. Joseph ha optato per un approccio molto più violento e potente lasciando da parte le schegge del passato a pochi e sporadici episodi come “Blood Sick” (invero poco riuscita), la dinamitarda ed epica “Cruel to You” (dal chorus melodico) oppure la cavalcata rock’n’roll di “Lonesome Road to Hell” dalle melodie esplosive ed un ritornello ottimo. I rimanenti brani cercano in qualche modo di far deflagrare la loro energia fallendo quasi miseramente tranne rari casi. La lenta “What the Night Brings” con quel cantato crudo e dall’anima quasi doom non incide e nemmeno la successiva “Cadaverous”, nonostante il riffing più ritmato (condito da un gran bell’assolo). Stessa sorte capita alla fin troppo estrema “You Breathe, I Kill”, inconcludente ed insipida ma per fortuna il disco si risolleva grazie a due bordate sparate a tutto gas (e sorprendentemente metal) come la veloce e cupa “Good Riddance” e la devastante “Omen Amen” dal riffing dinamitardo e pieno di groove (ed un ritornello fantastico). Tralasciando due tracce che fungono da intro ed intermezzo restano fuori tre casi a sé stanti. “Prey for Me” è il brano più apocalittico del lotto (dall’ottimo assolo melodico), la titletrack “Condolences” è una traccia atmosferica e sofferta tra arpeggi e vocals più tenebrose dimostrandosi variegata e utile a spezzare il ritmo nonostante l’eccessiva lunghezza. “Death Infinity” si dimostra come il brano più epico dall’atmosfera sempre dark ma evocativa ed oscura al punto giusto. La band non brilla particolarmente ma fa il suo lavoro al meglio delle sue possibilità.

Un disco nel complesso troppo “Poco” che offre davvero scarsi spunti di interesse quando dovrebbe scatenare l’ascoltatore fin dalle prime note. Ci si aspettava davvero di meglio.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Giugno, 2017
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Attivi da circa quattro anni, i genovesi Fumonero, arrivano con il qui presente ed autoprodotto Dentro, alla seconda tappa della loro avventura discografica. Si tratta di un concept album volto a descrivere il senso di prigionia e che dovrebbe essere accompagnato da uno spettacolo teatrale in sede live. Per orientarsi sul genere musicale proposto si faccia riferimento a certo alternative rock (con qualche iniezione metallica) mischiato ad inserti electro e talvolta da qualche incurisone nell’emo.

Il disco si dipana attraverso brani cantati in italiano, nella maggior parte diretti e quadrati senza il bisogno di inserire mille particolari. L’attitudine è sempre moderna e talvolta anche metallica come nell’opener “Marzo” (dal riffing possente e dall’anima dark) ma in generale il sound si assesta su ritmiche prettamente rock alternative sfumate però da un lavoro elettronico molto interessante che riporta alla mente i Subsonica più duri (non a caso la traccia bonus è la cover “Tutti i miei Sbagli”), basti ascoltare tracce come “7 Ragioni per non credere”, “Ruggine” o le indiavolate e riuscitissime “Cella 52” (dal ritornello epico e coinvolgente) e l’aggressiva ed energetica “Somebody to Love” (con il finale evocativo preso dal film “Le Ali della Libertà”) .
Ma non tutto è così scontato in quanto, oltre ad una produzione ben equilibrata in cui il sound esce ottimamente dalle casse, si trovano arrangiamenti più atipici, oscuri e maligni (“Carnivale”) o brani dall’anima più trip-hop come la dinamica “Piove” alternata tra un chorus potente, un lavoro melodico scintillante e parti più eteree.
Da segnalare due ulteriori canzoni particolari e che meritano attenzione come la blues oriented “Notte Ruvida” pieno di assolo torrenziali ed un cantato davvero ottimo (come pure nel resto del disco tranne per qualche bordata vocale estrema poco riuscita) ed anche la ballata “Così vero” un lento poetico (magari troppo sdolcinato che stona nell’ambito duro del lavoro) dall’atmosfera quasi fiabesca e dal guitar solo finale ispirato.

In definitiva l’album è bello e semplice, curato e che arriva diritto al punto emozionando senza il bisogno di diavolerie e trucchetti. Basta limare qualche piccola imperfezione e si può tranquillamente aspettarsi un eccellente prossimo disco.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Mag, 2017
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Sono passati solo due anni dal secondo disco ma gli Avatarium si ripresentano nuovamente sulla scena con il nuovo lavoro Hurricanes and Halos. Il disco vede quasi la stessa lineup tranne un cambio di bassista in quanto, pare che il buon Leif Edling si occupi solo di scrittura dei brani e che l’esecuzione sia su disco che live siano lasciate al nuovo entrato. In questa occasione l’album si presenta molto diversificato e dai molti dettagli, allontanandosi da quel doom metal oscuro dell’esordio per abbracciare una moltitudine di sfaccettature.

Per quanto l’opener track “Into the Fire – Into the Storm” contenga un riff veloce e potente, accompagnato da una sezione ritmica efficace e precisa (che non perde mai colpi durante l’intero album) l’atmosfera generale che si respira è principalmente anni 70’, più legata ad un certo heavy rock che non propriamente metal. Gli assolo melodici molto hard-rock e le tastiere molto vintage alla Deep Purple contribuiscono a trasportare l’ascoltatore in un sound decisamente meno violento e più leggero. Le vocals femminili sono sempre un eccellente marchio di fabbrica, sempre sexy ed evocative che passano da intensi crescendo a vocalizzi soul (la lenta ed emozionante ma forse troppo lunga “When Breath Turn to Air”) ad ancora passaggi evocativi ed epici come nella riuscita “A Kiss (From The End Of The World)” dove, dopo un inizio acustico, si alternano bordate doom-stoner a parti dove la psichedelia la fa da padrona.
Se ciò non bastasse ecco fare capolino la frizzante e settantiana “The Starless Sleep” che sfiora quasi il pop del passato più elegante (quando il genere flirtava ancora con il rock senza stridere) o la corale “The Sky at the Bottom of the Sea” che sembra quasi rock’n’roll intriso però di epos combinato a delle chitarre che si induriscono sempre di più con un pregevole assolo blues nel finale. Tralasciando la abbastanza banale titletrack (brano strumentale malinconico ma poco esaltante) le restanti due tracce fanno un più che buon lavoro. “Road to Jerusalem” è sospesa tra momenti acustici ed elettrici con le sei corde molto ritmate e con la presenza ulteriore di cori femminili che rendono la canzone più sognante seppur eccessivamente lunga “Medusa Child” invece riapre le ferite con una bordata doom cupa e nera grazie ad una sezione ritmica possente ed un cantato maligno e sofferto (poco incisivo però quando tende al melodico) oltre che ad un intermezzo nuovamente seventies grazie alle note di hammond.

Un disco che casualmente cambia abito rispetto al passato (la mano di Leif si sente davvero poco) e che si apre a nuovi orizzonti. Forse è davvero l’inizio per spiccare il volo. Un album più che piacevole che può piacere ad un audience molto più varia. Consigliato!!!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Mag, 2017
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Arriva alla terza tappa la creatura italiana nota come Fury’N’Grace, che con questo A Dream-letter To The Witches Of Western Europe continua nella sua espressione musicale molto particolare e complessa con un nuovo componente alla voce (in sostituzione di Deathmaster dei Doomsword), ossia Marco Campanella degli Spanking Hour. Per chi non fosse a conoscenza della band, sin dal primo disco del 2007 il quartetto (con una lineup fissa per i 3/4) esplora da sempre il prog metal combinato con una certa attitudine estrema e doom ma tutto ciò è da prendere con le molle data l’enorme abbondanza di elementi in ogni anfratto della loro musica.

Bisogna chiarire subito il concetto che non basterebbero mille pagine per descrivere album di questo tipo, data in primis la lunghezza medio-alta dei brani e per l’alto contenuto di sfumature che i musicisti hanno inserito. Nell’aria aleggiano oscurità ed avanguardia sonora, basti pensare a brani come la durissima “A Dreamletter to the Witches of Western Europe” (con vocals molto camaleontiche seppur abrasive) che denota una certa epicità, costante comunque dell’intero lavoro oppure l’affascinante e piena di groove “Nuove Frontiere del Delitto” con ottime melodie ed un retrogusto dark. La tecnica è assolutamente mostruosa e viene usata per trasmettere sapori e sensazioni (mai per dimostrare qualcosa) come nella folle "Night of the Mandibles”o l’imprevedibile “The Secrecy of Small Creatures With Six Legs” che contiene una bordata metallica non indifferente ed un coro molto evocativo. Ogni componente della band dà il massimo per creare degli affreschi sonori speciali siano essi cervellotici (l’opener "Grand Guignol(it takes Tragic Hearts to believe in Tragic Monsters)", colma di parti ritmiche impazzite e melodie molto curate) o molto ingarbugliati ed aggressivi (la più quadrata ma sempre in cerca di uscire dagli schemi “The Ossuary” ma anche “Gloria In Excelsis Baphometo”) come pure rilassati ed allo stesso tempo squilibrati nella disturbante simil ballad “The Effects of Blackness Moderated”.

Inutile fare ulteriori discorsi o giri di parole. L’album necessita pazienza e tempo per essere assimilato data la mancanza di ritornelli o parti memorizzabili. Tutto sembra chaos e pazzia ma la luce non è così lontana. Consigliato a tutti. Una realtà nostrana che merita l’attenzione di ogni appassionato di musica che si rispetti.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    24 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il nuovo lavoro dei greci Scars of Tears (dopo il debutto del 2014), fresco fresco di stampa, chiamato Just Dust, potrebbe rivelarsi una piccola sorpresa nell'affollato sottobosco underground. Il quintetto ellenico è deciso a proseguire la propria visione sonora ed in questo caso si autofinanzia il disco perseverando nelle proprie idee. Il tutto si concretizza su coordinate sonore abbastanza nette ossia puntando ad un rock/metal robusto e molto moderno (alla Rammstein, Disturbed) con qualche sfumatura più gothicheggiante.
In casi come questi bisogna partire dagli aspetti che caratterizzano in maniera delineata le sonorità del giovane gruppo ossia la presenza di tre vocalist, in pratica i due chitarristi (che si occupano sia delle parti più estreme in growl che di diverse in pulito) ed una fanciulla ai microfoni che ricorda molto la nostrana Cristina Scabbia dei Lacuna Coil.

Queste tre voci messe assieme, pur non essendo tecniche all’inverosimile fanno un eccellente lavoro però in parte ostruito da delle architetture sonore troppo scarne e prive di particolari dove sarebbe stato interessante vedere uno sviluppo maggiore in quanto i brani soffrono troppo di staticità e ripetitività. Sia le chitarre che la sezione ritmica sono lasciati troppo nelle retrovie (mostrando i muscoli solo in sporadiche parti come nell’ aggressiva “Need to Fight”) facendo solo un lavoro discreto ma mai andando oltre. Non si dubiti però della bontà dell’album dato che i difetti appena descritti sono bilanciati da una costruzione del cuore delle canzoni davvero ottima essendo che le strofe ed i ritornelli sono curatissimi e memorizzabili, dote che non va trascurata. Sia nelle tracce più cupe e dark (“Darkest Hour” tra il gotico ed il sinfonico oppure anche l’opener “Just Dust”), sia in quelle più elaborate ed epiche (“Slayer”, la corale “We Are the Same” o la lunga ballad simil-sinfonica “Love & Soul”) ma anche in quelle più immediate e quadrate come “Infeasible” dalla melodia portante piuttosto marcata come pure le ottime “Here and Now” ed “Endless Sky”. Le parti più pesanti però non incidono a dovere, specie le growl vocals, troppo leggere e prive di quella violenza che renderebbe più intrigante la proposta.

In definitiva ci si trova al cospetto di un disco a due facce che però, messe insieme, creano un’opera che affascina. Un lavoro che potrebbe sorprendere i più scettici ed appassionare anche gli amanti del pop meno commerciale e, se verranno limate le imprecisioni, il prossimo album potrebbe davvero garantire il salto di qualità. Consigliati senza dubbio!

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