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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Nati nel 2015 i Divergent, band pugliese di cui i membri arrivano da diversi progetti musicali, nel giro di pochi anni pubblicano un ep ed arrivano al vero e proprio debutto discografico. Il qui presente "The Great Solitude" esce nel dicembre del 2017 e vede il quintetto nostrano prodigarsi in un metal moderno dal taglio djent o neo prog metal se si preferisce, nonostante la band si autodefinisca alternative metal.

Chi magari conosce il sottoscritto sa quanto sia allergico alle nuove pieghe che ha preso il metal, ma bisogna sempre lasciare fuori i gusti personali quando si fa una recensione. Prima cosa che salta all’orecchio è la produzione più che buona che fa risaltare in maniera ottimale ogni sfumatura del disco. Andando poi nello specifico dell’album, dopo l’intro narrata “Sunrise” (sembra che ci sia un concept dietro), si entra nel vivo con una sequela di tracce che seguono una linea compositiva decisamente omogenea. Le parti ritmiche sono serrate e tecniche con il classico binomio assalto frontale/elaborato con un lavoro chitarristico molto debitore del metalcore, ma visto in un’ottica più raffinata. Non possono mancare quelle melodie così pulite ed atmosferiche che il genere in parte esige, epiche in taluni casi (“Death Drive”), ben evidenziate da certi vocalizzi evocativi come nelle cesellature sonore di “Salt of the Earth”. Le vocals purtroppo non sempre sono efficaci, presentandosi spesso insipide e senza una vera e propria personalità e stessa cosa si può dire della scrittura, non tanto che sia senza anima, ma che tende a seguire uno schema da copia incolla. Le canzoni scorrono fluide, grazie ad una tecnica strumentale efficace, ma tendono ad assomigliarsi troppo l’una con l’altra ed a fine ascolto si ha la sensazione di aver ascoltato la stessa traccia in loop. Pezzi come “Veil of Maya” o “End of Hope” sono perfette nella forma, ma è la sostanza a mancare come spesso affermo nel genere musicale proposto dai Divergent e da mille altre bands. Tutto deve essere perfetto, senza la minima sbavatura, ma bisognerebbe anche andare oltre il proprio sguardo o si rischia di auto-plagiarsi con il tempo che passa inesorabile. Di positivo comunque l’album non annoia e non punta troppo su parti strumentali cerebrali e troppo plasticose.

Il disco in definitiva è bello, fatto bene e farà la gioia degli appassionati del genere ma, per quel che mi riguarda, rimarrà chiuso nella cerchia dei cultori, senza riuscire ad attirare chi dalla musica pretende qualcosa in più. In ogni caso un esordio che mette in mostra una band di cui andare fieri!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Il buon Trevor non è mai stato estraneo alle collaborazioni diverse dai Sadist dove si è sempre dimostrato all’altezza in ogni situazione gli si sia presentata davanti. Se, da un lato, i progetti extra in qualche modo riguardavano sempre l’ambito estremo, (metal, sludge o altro) nel quale la voce aggressiva del nostro cantante genovese si incastrava al meglio, dall’altro però mancava qualcosa, un qualcosa di proprio e non necessariamente violento. Nascono allora i Trevor And The Wolves, quintetto dedito al rock’n’roll mescolato con l’hard rock, scandito dalla tonante voce di Trevor. Ed ecco quindi arrivare il disco di debutto chiamato "Road to Nowhere" con diversi special guests: Christian Meyer (Elio e le Storie Tese), Stefano Cabrera (Gnu Quartet), Paolo Bonfanti, Grazia Quaranta, Francesco Chinchella, Daniele Barbarossa (Winterage).

E’ stata una gradita sorpresa ascoltare Trevor in una veste sonora decisamente più leggera del solito e sentirlo cantare con una tonalità più rock, seppure mantenente un pizzico di violenza nell’approccio. Di base le influenze musicali sono in toto rivolte agli AC/DC nelle ritmiche e nella costruzione dei riff di chitarra ed anche in parte in alcune idee melodiche. Le tracce sono rocciose e con il giusto groove, specie nell’opener “From Hell to Heaven Ice” che contiene un ritornello da stadio epico e bastardissimo. Qui c’è da evidenziare un primo difetto dell’album, ossia i ritornelli che faticano molto a rimanere impressi, mancando di quella scintilla tale da renderli memorizzabili fin da subito, come in “Burn at Sunrise” o “Red Beer”, o anche “Wings of Fire”. Il secondo difetto, che è in realtà è il più importante è la mancanza di “botta”, ossia che in parecchie occasioni le canzoni paiono fiacche, spompate a causa di un mixing che indebolisce parecchio sia la batteria che le chitarre. Ciò in un album rock può causare dei danni e purtroppo indebolisce parecchio il risultato, ma fortunatamente in alcuni episodi la band riesce a risollevare il livello con bordate veloci e ritmate, come l’energica “Spiritual Leader”, la potente “Black Forest” (con un corposo lavoro alla sei corde) e la blues/southern oriented “Roadside Motel”. Non poteva mancare un bell’affondo pesante e quindi ecco comparire l’oscura “Bath Number 666”, traccia cupissima e dall’atmosfera horror, dove probabilmente Trevor si sente più a casa. L’ascolto comunque non ha intoppi e le canzoni si lasciano ascoltare piacevolmente per tutta la durata dell’album, dimostrandosi di qualità.

In definitiva, l’esordio del cantante dei Trevor And The Wolves è più che buono, fatto con il cuore e tanta passione ma che, come detto, soffre di una certa fiacchezza e necessita che si alzi per forza di molto il volume per apprezzare al meglio il lavoro. Molto probabile che le tracce rendano meglio sul versante live. Da ascoltare comunque!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Dal freddo nord non arriva solo metal estremo come l’ascoltatore medio potrebbe pensare, anzi, compaiono anche piccole sorprese come questo piccolo duo da Oslo chiamato Jordsjø. I due musicisti dietro al progetto sono il poli-strumentista Håkon Oftung (Tusmørke, Black Magic) ed il batterista Kristian Frøland che si cimentano nel loro primo album intitolato "Jord". Ciò che l’ascoltatore si troverà ad ascoltare è un progressive rock fortemente settantiano, ma che contiene anche qualche piccolo elemento più moderno ed a tratti sinfonico.

Dopo l’intro “Over Vidda”, si entra nel vivo del disco con “Abstraksjoner” che bene o male mostra in un’unica traccia tutti gli elementi che andranno poi a ripetersi e svilupparsi nelle altre tracce. Le chitarre sono spesso morbide (tranne qualche impennata rocciosa nella raffinata “Jord I”) e delicate, sorrette da tastiere vintage mai troppo invadenti, con un approccio melodico saltellante e giocoso. A volte compaiono anche inserti frizzanti di flauto che ricordano non poco i Jethro Tull (molto presenti nella quadrata “Finske Skoger”), per non parlare di deliziose pennellate jazz presenti nella symphonic prog “Jord II”. L’ascolto è sempre fluido e piacevole, con una minuziosa cura sia nella qualità audio, che nella prestazione tecnico/esecutiva che non è mai pesante o altezzosa. Ma non si creda sia tutto qui, dato che quasi a sorpresa compare prima “La Meg Forsvinne” liquida e pinkfloydiana all’inizio, per poi imbizzarrirsi ed infilarci dentro detonazioni sonore degne dei migliori Quatermass; il gran finale è affidato alla disturbante “Postludium”, futuristica e spaziale, dal tocco elettronico pregna di rumori, dissonanze ed atmosfere alienanti alla Kubrick, tassello conclusivo dell’esordio della band nordica.

Un ottimo disco che, seppure non originale, convince per qualità, offrendo un intrattenimento sonoro che farà felici tutti gli appassionati di prog e, considerando che sono solo in due ad aver composto tutto questo, c’è solo da meravigliarsi!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Dopo gli entusiastici riscontri ottenuti dai due dischi solisti precedenti, il buon Bjørn Riis (che qualcuno forse ricorderà per il suo ottimo lavoro negli Airbag), chitarrista norvegese attivo dagli anni '90, non è rimasto con le mani in mano e pubblica un nuovo lavoro. Il mini album in questione si intitola "Coming Home" ed è un dischetto di 5 tracce che spazia tra diversi momenti sonori che si andrà a descrivere meglio in seguito, nonostante comunque, di base, si viaggi su strade dedite al neo prog.

L’opera fin dai primi secondi appare ottima, suonata egregiamente e con una produzione stellare che permette di assaporare ogni nota nei minimi dettagli. L’opener “Daybreak” potrebbe dare un’opinione sbagliata sul disco, dato il suo essere minimalista, ambient per certi versi (si sente molto il suono del vento che soffia), note svolazzanti di chitarra e tastiere vintage che ricordano i Pink Floyd. A partire dalla seconda traccia “Coming Back” le cose cambiano. La musica si fa più corposa e colorata, a tratti acustica e con un cantato soffice ed etereo (in più di un’occasione si sentono echi degli Anathema) che si intreccia con un lavoro alla sei corde multi sfaccettato. Le note elettriche si susseguono delicatamente, salvo esplodere in assolo epici su evocativi tappeti di tastiera. “Drowning” è una carezza all’anima, grazie allo splendido duetto tra mr. Riis e l’ospite femminile Sichelle, dotata di un timbro soave; va aggiunto anche il consueto ottimo lavoro chitarristico, sempre stellare, fatto di saliscendi emotivi, delicati arpeggi ed uno sfizioso tocco blues (anche i Porcupine Tree fanno parte della schiera di influenze). “Tonight's the Night” mescola nuovamente le carte, presentandosi spaziale, visionaria e densa di effetti, a dimostrazione di quanto sia importante anche una certa sperimentazione. A concludere il tutto, ecco arrivare “Lullabies in a Car Crash”, versione alternativa di uno dei migliori brani composti da Riis. La canzone si presenta più acustica ed asciutta e molto meno dilatata rispetto all’originale. Presenta interessanti sfumature psichedeliche e qualcosa riconducibile al prog moderno. E’ insomma una versione più radiofonica ed easy che, a dire il vero, comunque non aggiunge molto al resto del disco.

Mini opera davvero emozionale, passionale e fatta con il cuore, consigliata a chiunque ami la musica senza nessun dubbio. Acquisto obbligato!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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"Behind" è il disco di debutto del quintetto nostrano denominato Asidie che esce a pochi mesi di distanza dal primo EP pubblicato, intitolato "Under the Snow". Dato che non sono giunte informazioni biografiche in redazione sulla band (a quanto pare nata nel 2013), si andrà direttamente alla recensione sul disco in questione. I cinque musicisti si auto-definiscono melodic doom-gothic metal, affermazione in parte vera, ma si andrà nel dettaglio in seguito.

Partendo da una buona produzione ed un mixing che valorizza al meglio l’opera discografica, si aprono le danze con “Black Soul”, pezzo dall’impostazione doom specie nei riffs lenti e massicci (seppure fin troppo dozzinali), vocals oscure con qualche puntatina nell’epico/aggressivo ed un approccio melodico cupo e nero (specie nell’intermezzo). Va detto però che manca quella durezza impenetrabile ed ossessivo/sfibrante tipica del doom metal, diluendo troppo la sostanza e risultando troppo ripetitivi. Si cerca in qualche modo di risolvere la cosa su “Smile for Me” che contiene un bel riff chitarristico granitico e ritmato ed un ritornello davvero potente ed epico (con un esplosione sonoro/strumentale ottima), ma quando servirebbe più violenza sembra che il gruppo viaggi con il freno a mano tirato, annaspando a fatica sia nelle vocals (spesso contenute), che nelle sezioni strumentali, portando il tutto ad essere fiacco e snaturando la botta iniziale. Non aiuta nemmeno una certa staticità ritmica, troppo orientata ad un approccio più easy e lo si nota soprattutto nelle rimanenti tre tracce del disco. “Cold Rain” pone troppo l’accento sulle tastiere zuccherose ed a tratti sinfoniche e su melodie troppo facilone e quei pochi momenti più duri vengono sviliti della loro forza (pure l’assolo risulta addirittura tirato e rigido, nonostante le discrete idee melodiche). Le cose purtroppo non vanno meglio con “Under the Snow”, dove le melodie si fanno più preponderanti e ruffiane (ricordano non poco il peggior gothic moderno alla Within Temptation), portando l’atmosfera verso il melenso, per poi smontare tutto con un intermezzo pazzesco con chitarre catacombali e vocals armoniche sofferenti, per poi rovinare nuovamente il risultato con il zuccheroso dell’inizio, dimostrando che i due mondi descritti con gli strumenti sono incompatibili per come sono stati espressi.
Non poteva non mancare un duetto con una special guest femminile ed ecco quindi arrivare “After the Storm”, che ricorda parecchio gli Epica, ma che fallisce proprio nelle parti cantate che risultano interlocutorie andando avanti quasi a singhiozzo. La ballad (che contiene una parte in italiano al limite della banalità) non ha una direzione precisa, sguazzando di continuo nell’incertezza, non facendo capire all’ascoltatore cosa voglia trasmettere.

In definitiva l’album di esordio degli Asidie non convince, risultando privo sia della stentorea potenza impenetrabile del doom, sia della decadenza e cupezza del gothic metal, qui ridotto a semplici melodie a presa rapida. Ancora non ci siamo!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Tante volte non ci si crede a quello che si legge. Ciò è capitato al sottoscritto nel leggere la biografia della band che verrà trattata in questa recensione, ossia gli Henry Metal. Il nuovo disco è il quinto e si chiama "Henry Metal V", che arriva dopo diversi dischi e singoli. La cosa che stupisce è vedere tanta mole di materiale nel giro di nemmeno due anni, dato che la band è nata nel 2017 e purtroppo nell’ascolto si percepisce subito che più di una cosa non funziona, ma si andrà con ordine.

Il disco propone un banale heavy metal decisamente improntato alla scena classica con qualche variante che, invece di rendere la musica dinamica, non fa altro che farla a pezzi. Di esempi ce ne sono davvero tanti, a partire dall’opener “Consecrate” che vorrebbe essere un heavy/doom, ma risulta spento con vocals piatte ed una malinconia buttata a casaccio senza che venga mai presa una direzione precisa (anche la presunta goticheggiante “Vampyre” fa la stessa fine, portando l’ascolto alla noia). Forse uno dei problemi più evidenti è il lavoro di scrittura che davvero non esiste, lasciando tutto al caso senza la minima idea di cosa si stia facendo. Ascoltando il lavoro emergono più dubbi che certezze, come nell’hard rock di “Where the Dumbasses Roam” o il metallone veloce a nome “Turbo Stang” dove si combinano ritmiche veloci, cori totalmente fuori contesto e delle tastiere dark/gotiche che non c'entrano nulla, svilendo quel poco di potenza che c’era. L’assalto punk rock di un brano come la glam oriented “2 Chicks” con il suo bel groove lasciava ben sperare, ma tutto sfuma con brani davvero inspidi, come l’inutile “Baby”, la zuccherosa ballad “Love Song” o la terribile “Bad Mother” con il riff copiato pari pari da "Seek and Destroy" dei Metallica, insistendo con delle fastidiose tastiere che irritano solamente. Inutile parlare di altre tracce, in quanto presentano la medesima accozzaglia di pessime idee.

Davvero non si capisce come nel 2018 ci si trovi ad ascoltare dischi di questo tipo. Non sempre l’essere ironici e “cazzoni” porta a risultati senza un minimo di intelligenza ed una band come gli Henry Metal dovrebbe prendersi minimo 5 anni sabbatici e concentrarsi sul songwriting, perché al momento è sotto lo zero. Album da evitare!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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I Dobbeltgjenger sono una sorta di misterioso quartetto norvegese (da Bergen per essere precisi), di cui non si hanno grosse informazioni, se non che diversi componenti arrivano da altri progetti musicali, come Ocean of Lotion, Major Parkinson, Depresno ed altri. "Limbohead" è il secondo disco del combo nordico e descriverlo è impresa assai ardua, data l’infinita mole di stili e sfaccettature che esso contiene. Loro stessi si definiscono retro-rock futuristico ed effettivamente non siamo tanto lontani dalla verità, ma tutto ciò merita un certo approfondimento per quanto possibile.

Va detto subito. Limbohead è un lavoro difficile, che richiede pazienza e concentrazione, non tanto perché sia cervellotico o gonfio di tecnicismi contorti, anzi tutt’altro. E’ la varietà che in qualche maniera disarma e spaventa. I pezzi in generale sono corti, nitidi e comprendibili ma, dall’altro lato, hanno un anima particolare. I momenti sono sempre diversi, con ritmiche a volte storte condite da schitarrate noise (“Tin Foil Hat”), con una certa voglia di modernizzare l’acid rock del passato. Non meno alienanti sono le vocals perse tra lo stralunato e l’epico, come nella indie rock oriented “Like Monroe” che ricorda anche i Queens Of The Stone Age; la parte da leone la fa comunque la sezione strumentale che si evolve continuamente, assumendo sembianze acustiche (la garage rock song “Calling Tokyo” imbastardita con il flamenco e profumi orientali) che incorporano anche blues, gospel e pop (la forse troppo lunga e ripetitiva “Locking My Doors”), facendosi poi psichedeliche e post-rock (“In Limbo”) ed addirittura funky, come nella bizzarra “Keep’em Coming”. Tutto è comunque sempre ben calibrato, suonato e mixato, dove ogni sfumatura è valorizzata anche quando c’è più “botta”, lasciando campo a groove e guitar solo a cascata (“Mangrove”).

Un lavoro non per tutti, forse troppo intellettuale e lynchiano per essere compreso, magari ha un che anche della stranezza che aveva Frank Zappa però, con impegno e dedizione, potrebbe riservare parecchie sorprese agli ascoltatori più coraggiosi.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    26 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2018
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Album numero cinque per i teutonici Voodoo Circle (per coloro che magari non conoscessero la band, si tratta di un progetto a cura del chitarrista dei Silent Force/Primal Fear, Alex Beyrodt) che, con questo "Raised On Rock", tornano sulla scena hard&heavy con alla voce il nuovo cantante Herbie Langhans (ex Seventh Avenue), oltre che al sempre presente Mat Sinner (anche lui in una miriade di progetti) al basso. Come scritto in precedenza, lo stile è chiaro e semplice, ossia un hard rock con qualche puntata nel metal melodico.

Chi mastica il genere saprà sicuramente a cosa va incontro, ma in ogni caso anche per i neofiti è relativamente semplice. Canzoni dalla struttura classica, potenti ed orecchiabili, con suoni mostruosi dalla produzione stellare, dove ogni nota pare un pugno in volto. C’è poco da dire, ci sono momenti puramente hard&heavy, come “Running Away From Love” o “Walk on the Line” (dove il nuovo innesto alla voce ricorda molto Biff Byford dei Saxon), tracce più blues, come l’epica “Higher Love”, oppure le immancabili ballad a nome “Just Take My Heart” o “Where Is The World We Love”, o anche la vintage “Chase Me Away” (dal tiro melodic rock) energiche e delicate allo stesso tempo, mai troppo melense. Ma non si scoraggino gli amanti dei pezzi più aggressivi, in quanto arrivano delle vere e proprie fucilate a nome “Ultimate Sin” e la Deep Purple/Whitesnake oriented “Unkown Stranger”, adatte per creare scompiglio in sede live e per bilanciare al meglio le tracce più melodiche; da non dimenticare poi “You Promised Me Heaven” pezzo che sembra un tributo agli AC/DC che contiene l’ennesimo ritornello corale da cantare a squarciagola. La prestazione tecnica della band non può che essere ottima, non solo per la presenza di vecchie volpi del genere, ma proprio per la sostanza e per il cuore messo nell’intera opera.

Non un album capolavoro, non ci sarà originalità, ma in fondo ad ogni buon rocker basta poco per ascoltare buona musica ed i Voodoo Circle sono qui apposta per tenere viva la fiamma del caro e vecchio rock!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    01 Febbraio, 2018
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Direttamente da Lussemburgo, ritornano con il terzo album i Mindpatrol. Il sestetto (che vede in formazione ben tre chitarre), con questo nuovo lavoro, chiamato Vulture City, si prodiga nuovamente in un concept album scritto interamente dal cantante Luc. Musicalmente, la band è dedita ad una versione più estrema del prog metal (chiamato anche extreme progressive metal) con parecchie derive sonore decisamente aggressiva e violenta ma si andrà con ordine.

Chi legge le recensioni del sottoscritto forse saprà che le evoluzioni del prog che ingloba versioni più pesanti e djent non sono particolarmente apprezzate da quest’ultimo ma la band fortunatamente non cede al banale binomio tecnicismo/melodia plastificata, almeno non del tutto. Il disco in generale è pieno zeppo di elementi, forse troppi in alcuni casi ma almeno tutto fila liscio senza forzature. Difatti la scrittura è ottima dove l’equilibrio tra potenza e melodia è sempre calibrato a puntino e graziato anche da un ottimo mixing (a cura del buon Sebastian degli Orden Ogan) e ciò si percepisce nei brani più elaborati come la tecnicissima “Mother” (dalle melodie cupe e drammatiche ed accenni anche al post-black metal) o la durissima “Enjoy (The Violation)” ma anche nell’ottima “Tentatio Utuopiae”, pregna di un groove non indifferente. A sorpresa compaiono anche episodi meno scontati come la marcia e death metal-oriented “He, Summoned By The Needle” (con dinamiche strumentali davvero sfiziose) o la titletrack “Vulture City”, una traccia decisamente dilatata e post-rock con un interessante lavoro melodico. E ora, purtroppo, è tempo di parlare dei problemi del disco. Le vocals, spesso in growl/scream, sono troppo aspre ed a volte sembrano effettate dando una sensazione di perplessità nell’ascoltatore. Il cantato pulito è invece totalmente disastroso, fastidioso e per nulla emozionante e sega le gambe a canzoni come “Whoreheart” (dalle melodie troppo plasticose) o “Her Dire Sacrifice”. Quando invece si tenta di andare su brani “in your face” si finisce nella banalità come “Calamity (The Cleansing)”.

Se si ama il prog iper moderno ed il djent probabilmente si adorerà questo album ma con un occhio più oggettivo non tutto va per il verso giusto ma il risultato non è così disastroso, anzi. Buono, ma da un terzo album ci si aspetterebbe la maturazione definitiva.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    01 Febbraio, 2018
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Direttamente da Lussemburgo, ritornano con il terzo album i Mindpatrol. Il sestetto (che vede in formazione ben tre chitarre), con questo nuovo lavoro, chiamato Vulture City, si prodiga nuovamente in un concept album scritto interamente dal cantante Luc. Musicalmente, la band è dedita ad una versione più estrema del prog metal (chiamato anche extreme progressive metal) con parecchie derive sonore decisamente aggressiva e violenta ma si andrà con ordine.

Chi legge le recensioni del sottoscritto forse saprà che le evoluzioni del prog che ingloba versioni più pesanti e djent non sono particolarmente apprezzate da quest’ultimo ma la band fortunatamente non cede al banale binomio tecnicismo/melodia plastificata, almeno non del tutto. Il disco in generale è pieno zeppo di elementi, forse troppi in alcuni casi ma almeno tutto fila liscio senza forzature. Difatti la scrittura è ottima dove l’equilibrio tra potenza e melodia è sempre calibrato a puntino e graziato anche da un ottimo mixing (a cura del buon Sebastian degli Orden Ogan) e ciò si percepisce nei brani più elaborati come la tecnicissima “Mother” (dalle melodie cupe e drammatiche ed accenni anche al post-black metal) o la durissima “Enjoy (The Violation)” ma anche nell’ottima “Tentatio Utuopiae”, pregna di un groove non indifferente. A sorpresa compaiono anche episodi meno scontati come la marcia e death metal-oriented “He, Summoned By The Needle” (con dinamiche strumentali davvero sfiziose) o la titletrack “Vulture City”, una traccia decisamente dilatata e post-rock con un interessante lavoro melodico. E ora, purtroppo, è tempo di parlare dei problemi del disco. Le vocals, spesso in growl/scream, sono troppo aspre ed a volte sembrano effettate dando una sensazione di perplessità nell’ascoltatore. Il cantato pulito è invece totalmente disastroso, fastidioso e per nulla emozionante e sega le gambe a canzoni come “Whoreheart” (dalle melodie troppo plasticose) o “Her Dire Sacrifice”. Quando invece si tenta di andare su brani “in your face” si finisce nella banalità come “Calamity (The Cleansing)”.

Se si ama il prog iper moderno ed il djent probabilmente si adorerà questo album ma con un occhio più oggettivo non tutto va per il verso giusto ma il risultato non è così disastroso, anzi. Buono, ma da un terzo album ci si aspetterebbe la maturazione definitiva.

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