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Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    01 Febbraio, 2018
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Direttamente da Lussemburgo, ritornano con il terzo album i Mindpatrol. Il sestetto (che vede in formazione ben tre chitarre), con questo nuovo lavoro, chiamato Vulture City, si prodiga nuovamente in un concept album scritto interamente dal cantante Luc. Musicalmente, la band è dedita ad una versione più estrema del prog metal (chiamato anche extreme progressive metal) con parecchie derive sonore decisamente aggressiva e violenta ma si andrà con ordine.

Chi legge le recensioni del sottoscritto forse saprà che le evoluzioni del prog che ingloba versioni più pesanti e djent non sono particolarmente apprezzate da quest’ultimo ma la band fortunatamente non cede al banale binomio tecnicismo/melodia plastificata, almeno non del tutto. Il disco in generale è pieno zeppo di elementi, forse troppi in alcuni casi ma almeno tutto fila liscio senza forzature. Difatti la scrittura è ottima dove l’equilibrio tra potenza e melodia è sempre calibrato a puntino e graziato anche da un ottimo mixing (a cura del buon Sebastian degli Orden Ogan) e ciò si percepisce nei brani più elaborati come la tecnicissima “Mother” (dalle melodie cupe e drammatiche ed accenni anche al post-black metal) o la durissima “Enjoy (The Violation)” ma anche nell’ottima “Tentatio Utuopiae”, pregna di un groove non indifferente. A sorpresa compaiono anche episodi meno scontati come la marcia e death metal-oriented “He, Summoned By The Needle” (con dinamiche strumentali davvero sfiziose) o la titletrack “Vulture City”, una traccia decisamente dilatata e post-rock con un interessante lavoro melodico. E ora, purtroppo, è tempo di parlare dei problemi del disco. Le vocals, spesso in growl/scream, sono troppo aspre ed a volte sembrano effettate dando una sensazione di perplessità nell’ascoltatore. Il cantato pulito è invece totalmente disastroso, fastidioso e per nulla emozionante e sega le gambe a canzoni come “Whoreheart” (dalle melodie troppo plasticose) o “Her Dire Sacrifice”. Quando invece si tenta di andare su brani “in your face” si finisce nella banalità come “Calamity (The Cleansing)”.

Se si ama il prog iper moderno ed il djent probabilmente si adorerà questo album ma con un occhio più oggettivo non tutto va per il verso giusto ma il risultato non è così disastroso, anzi. Buono, ma da un terzo album ci si aspetterebbe la maturazione definitiva.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    01 Febbraio, 2018
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Direttamente da Lussemburgo, ritornano con il terzo album i Mindpatrol. Il sestetto (che vede in formazione ben tre chitarre), con questo nuovo lavoro, chiamato Vulture City, si prodiga nuovamente in un concept album scritto interamente dal cantante Luc. Musicalmente, la band è dedita ad una versione più estrema del prog metal (chiamato anche extreme progressive metal) con parecchie derive sonore decisamente aggressiva e violenta ma si andrà con ordine.

Chi legge le recensioni del sottoscritto forse saprà che le evoluzioni del prog che ingloba versioni più pesanti e djent non sono particolarmente apprezzate da quest’ultimo ma la band fortunatamente non cede al banale binomio tecnicismo/melodia plastificata, almeno non del tutto. Il disco in generale è pieno zeppo di elementi, forse troppi in alcuni casi ma almeno tutto fila liscio senza forzature. Difatti la scrittura è ottima dove l’equilibrio tra potenza e melodia è sempre calibrato a puntino e graziato anche da un ottimo mixing (a cura del buon Sebastian degli Orden Ogan) e ciò si percepisce nei brani più elaborati come la tecnicissima “Mother” (dalle melodie cupe e drammatiche ed accenni anche al post-black metal) o la durissima “Enjoy (The Violation)” ma anche nell’ottima “Tentatio Utuopiae”, pregna di un groove non indifferente. A sorpresa compaiono anche episodi meno scontati come la marcia e death metal-oriented “He, Summoned By The Needle” (con dinamiche strumentali davvero sfiziose) o la titletrack “Vulture City”, una traccia decisamente dilatata e post-rock con un interessante lavoro melodico. E ora, purtroppo, è tempo di parlare dei problemi del disco. Le vocals, spesso in growl/scream, sono troppo aspre ed a volte sembrano effettate dando una sensazione di perplessità nell’ascoltatore. Il cantato pulito è invece totalmente disastroso, fastidioso e per nulla emozionante e sega le gambe a canzoni come “Whoreheart” (dalle melodie troppo plasticose) o “Her Dire Sacrifice”. Quando invece si tenta di andare su brani “in your face” si finisce nella banalità come “Calamity (The Cleansing)”.

Se si ama il prog iper moderno ed il djent probabilmente si adorerà questo album ma con un occhio più oggettivo non tutto va per il verso giusto ma il risultato non è così disastroso, anzi. Buono, ma da un terzo album ci si aspetterebbe la maturazione definitiva.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    01 Febbraio, 2018
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Per arrivare al vero e proprio album di debutto, ossia il qui presente The Great Wall, la band americana Beyond Forgiveness ne ha passate tante. Gli attuali musicisti della band provengono da altri progetti che portarono ad una prima incarnazione nel periodo circa tra 2010-2015. Fu previsto in quel tempo l’esordio discografico ma causa della perdita parziale della lineup la band si sciolse. Dopo pochi anni però ecco ricomparire il gruppo con una formazione rinnovata ed una nuova e forte voglia di ricominciare. Dopo un EP ecco finalmente il primo vero e proprio, e rimandato, disco. Andando al punto, ossia la musica, il genere trattato è il symphonic metal, però di quello meno pomposo e più legato al post-gothic metal.

Per chiarire il concetto basta ascoltare l’opener “End of Time”, dove emerge una componente gothic che ricorda molto i Tristania grazie alla contrapposizione di vocals in growl/scream ed a quelle più eteree femminili (invero a volte troppo leggere). La costruzione sonora riporta alla mente anche gli Epica per lo sviluppo elaborato e tecnico, non votato alla facile melodia o all’easy listening. Stesso discorso vale per la darkeggiante “Imprisoned” che ricalca la mano su atmosfere più cupe; ecco, in linea di massima il lavoro si basa su queste caratteristiche ma a sorpresa quando il combo americano vira su lidi più melodici (la vincente “Never Before”, l’ispirata “Sanctuary” o la magica ballad “Dream Before I Sleep”) risulta essere davvero convincente nonostante le sezioni orchestrali e sinfoniche siano troppo sottotono e poco incisive meritando più spazio e potenza. Se alcune tracce sono meglio riuscite come la titletrack “The Great Wall” (e le vocals volano letteralmente), dove c’è la giusta combinazione tra violenza e melodia, ciò non si può dire degli episodi rimanenti. In primis c’è da dire che i ritornelli non convincono pienamente, non rimanendo impressi nella mente dell’ascoltatore e quando si cerca soluzioni più complesse le cose peggiorano drasticamente. Brani come “Moment of Truth”, “I Will Fight Until The End” o l’insipida e troppo di mestiere “Every Breathe” soffrono di una fluidità singhiozzante come se fossero tutti pezzi attaccati a malapena. L’ascolto difatti risulta spesso pesante, a volte discontinuo, senza una linea chiara che leghi ogni elemento del sound proposto.

Il disco non è malvagio o “brutto” ma è avvinghiato da parecchi problemi che ne minano un sereno e piacevole ascolto. Come inizio non c’è male ma già dal prossimo disco bisogna che ci siano dei notevoli miglioramenti a partire dalla diminuzione dei classici cliché del genere

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Gennaio, 2018
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Per gli svedesi Evergrey, arriva la ristampa anche per il secondo disco ovvero Solitude, Dominance, Tragedy, che all’epoca uscì nel 1999, circa un anno dopo l’uscita dell’esordio. Anche in questo caso la ristampa (remaster) comprende una bonus track, versione vinile ed artwork rinnovato come pure un libretto pieno di sfizi per gli appassionati della band che qui continua e cerca di migliorare la propria visione musicale dedita al power/prog metal intrecciata a certo gothic/doom.

In questo disco vengono ripresi tutti gli elementi del primo album e vengono amplificati ma con un occhio di riguardo alla potenza, in quanto è decisamente più calibrata ed incanalata meglio, meno oppressiva ed ingombrante ma dosata. Sia chiaro, non è messa in un angolo, in quanto basta ascoltare la doppietta iniziale per rendersene conto, ad esempio in “Solitude Within” c’è un espressività più decisa sia a livello di riffing (sempre cupo), parti di tastiera evocative, un ritornello forte ed in chiave malinconica tanto cara al gruppo (da non trascurare il fantastico intermezzo di violino goticheggiante). La successiva “Nosferatu” ricalca la dose con delle bordate più metalliche ma perfettamente integrate a deviazioni di tastiera che in parte ricordano anche i Goblin. Da questo punto in poi compaiono delle tracce dai risultati altalenanti. La tripletta seguente “The Shocking Truth”, “A Scattered Me” e la più riuscita (soprattutto a livello di chitarra) “She Speaks to the Dead” hanno al proprio interno pulsioni sinfoniche che però rendono l’ascolto discontinuo dimostrandosi troppo pretenziose e perdendosi troppe volte per strada. Man mano che si prosegue nell’ascolto la tensione cala in un mare abbastanza impervio di idee carenti specie nella nera “Damnation” (che puzza di riempitivo) e nella discreta “The Corey Curse” per poi risollevarsi con episodi più intriganti come la splendida ballata “Words Mean Nothing” (superlativa grazie nuovamente all’uso del violino) e la deflagrante “When Darkess Falls”. Anche in quest’opera la band offre un’ottima prestazione, anzi, si percepisce un miglioramento non indifferente sia nella scrittura che nell’esecuzione strumentale maturando al meglio.

Un degno ed ottimo seguito dell’esordio per gli Evergrey che migliorano la propria proposta in maniera già più netta e che merita anche in questo caso l’ascolto.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Gennaio, 2018
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Anno 1998. Ci si trova quasi alla fine di un decennio musicale parecchio instabile dove convivevano il black metal, il grunge che era comunque vicino alla fine (che avrebbe lasciato spazio al post-grunge), la scena “alternativa non-metal” e pure il ritorno del power metal dopo l’oblio della fine degli anni 80’. In questo panorama confusionario e dalle prospettive incerte, comparve una sorta di mosca bianca sotto il nome Evergrey che con questo album debuttò, ossia The Dark Discovery. In questa sede si tratterà la ristampa del 2017 che vedrà, oltre all’edizione vinile, cd digipack con nuovo artwork, rimasterizzazione e tracce extra.

Probabilmente i più giovani o coloro che non ne ebbero la possibilità all’epoca, non conoscono questo primo album della band svedese. Se negli ultimi lavori il sound della band si è fatto più melodico e raffinato, qui, in aggiunta alla abbondante dose di classica cupezza, si mescolano atmosfere doom/gothic al power/prog metal in maniera più massiccia e rocciosa. Il disco è più sporco, grezzo e tosto rispetto a ciò che venne dopo e lo si nota in tracce come “Blackened Dawn”, nera e disperata dal riffing cupo e drammatico o la variegata “Closed Eyes”. Emerge già una certa classe per gli arrangiamenti con quelle melodie evocative e malinconiche (“December 26th” o la meravigliosa “When the River Calls”) che hanno reso famoso il combo svedese. Punto di forza sono, neanche a dirlo, le ballad qui espresse da gemme come la breve ma intensa “As Light is Our Darkness” o “For Every Tear That Falls” (impreziosita da vocals femminili) che denotano un gusto sopraffino per le melodie ma non tutto va esattamente per il verso giusto, come è giusto forse che sia. Molti brani risentono di un ideale o comunque di un mood non ancora incanalato a dovere ed in fase di sviluppo. Esempi in tal senso sono “Beyond Salvation”, “To Hope is to Fear” o anche la stessa titletrack “Dark Discovery” che si dimostrano a volte confusionarie, a volte monolitiche o troppo povere di arrangiamenti nonostante, sia chiaro, prova vocale e tecnica strumentale erano già di più che ottimo livello e che con il tempo avrebbero dimostrato quanto valgono.

In definitiva, l’esordio degli Evergrey merita sicuramente più di un ascolto, per capire il mutamento avvenuto negli anni di una delle migliori band metal nata negli anni 90’ e purtroppo sottovalutata ed ignorata da troppe persone. E non c’è occasione migliore grazie a questa ristampa!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    29 Gennaio, 2018
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Per arrivare al vero e proprio album di debutto, ossia il qui presente The Great Wall, la band americana Beyond Forgiveness ne ha passate tante. Gli attuali musicisti della band provengono da altri progetti che portarono ad una prima incarnazione nel periodo circa tra 2010-2015. Fu previsto in quel tempo l’esordio discografico ma causa della perdita parziale della lineup la band si sciolse. Dopo pochi anni però ecco ricomparire il gruppo con una formazione rinnovata ed una nuova e forte voglia di ricominciare. Dopo un EP ecco finalmente il primo vero e proprio, e rimandato, disco. Andando al punto, ossia la musica, il genere trattato è il symphonic metal, però di quello meno pomposo e più legato al post-gothic metal.

Per chiarire il concetto basta ascoltare l’opener “End of Time”, dove emerge una componente gothic che ricorda molto i Tristania grazie alla contrapposizione di vocals in growl/scream ed a quelle più eteree femminili (invero a volte troppo leggere). La costruzione sonora riporta alla mente anche gli Epica per lo sviluppo elaborato e tecnico, non votato alla facile melodia o all’easy listening. Stesso discorso vale per la darkeggiante “Imprisoned” che ricalca la mano su atmosfere più cupe; ecco, in linea di massima il lavoro si basa su queste caratteristiche ma a sorpresa quando il combo americano vira su lidi più melodici (la vincente “Never Before”, l’ispirata “Sanctuary” o la magica ballad “Dream Before I Sleep”) risulta essere davvero convincente nonostante le sezioni orchestrali e sinfoniche siano troppo sottotono e poco incisive meritando più spazio e potenza. Se alcune tracce sono meglio riuscite come la titletrack “The Great Wall” (e le vocals volano letteralmente), dove c’è la giusta combinazione tra violenza e melodia, ciò non si può dire degli episodi rimanenti. In primis c’è da dire che i ritornelli non convincono pienamente, non rimanendo impressi nella mente dell’ascoltatore e quando si cerca soluzioni più complesse le cose peggiorano drasticamente. Brani come “Moment of Truth”, “I Will Fight Until The End” o l’insipida e troppo di mestiere “Every Breathe” soffrono di una fluidità singhiozzante come se fossero tutti pezzi attaccati a malapena. L’ascolto difatti risulta spesso pesante, a volte discontinuo, senza una linea chiara che leghi ogni elemento del sound proposto.

Il disco non è malvagio o “brutto” ma è avvinghiato da parecchi problemi che ne minano un sereno e piacevole ascolto. Come inizio non c’è male ma già dal prossimo disco bisogna che ci siano dei notevoli miglioramenti a partire dalla diminuzione dei classici cliché del genere.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    19 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Gennaio, 2018
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"The Beyond" è il titolo dell’esordio discografico in veste solista del chitarrista Dustin Behm. Il buon Dustin fin da piccolo ha sempre adorato la chitarra e dopo lezioni, tanto studio e la partecipazioni in diverse bands, corona finalmente il suo sogno, ovvero comporre e pubblicare il proprio album solista che qui verrà analizzato per capire se il musicista abbia colto nel segno o meno. Di base, sul versante musicale, il disco è un continuo citare il death metal più tecnico, oltre che a certe visioni sonore prese dai Meshuggah.

Bisogna partire direttamente dai problemi e dare subito un avvertimento. Gli amanti della tecnica chitarristica proseguano con la lettura, mentre i normali appassionati di musica possono tranquillamente passare oltre o, se lo fanno, non si aspettino troppo. Purtroppo per Dustin ciò che manca nell’album sono le canzoni vere e proprie, in quanto tutte le tracce presenti sono praticamente identiche, con pochissime variazioni tra loro. Tutto è sparato a velocità folli, con assoli mostruosi continui dall’anima masturbatoria, senza classe o la benché minima raffinatezza o, al contrario, nessun senso di sporcizia o follia. Tutto è pompato, gonfio di ormoni, la sezione ritmica è parecchio plasticosa e lanciata a rotta di collo, melodia zero e le parti dove dovrebbe esserci un minimo di groove sono ridotte all’osso. Ci si trova all’ascolto di un classico lavoro da shredder stile Malmsteen ed affini, con una patinatura death metal dove tutto è alla velocità della luce, freddo, meccanico e senza “pasta” ed a poco serve l’uso disturbante dei synth (che sarebbe una delle poche cose interessanti), in quanto ogni secondo è compresso in un susseguirsi di riffs banali e come detto, mitragliate di note che, se non si è musicisti, difficilmente non si prenderà sonno o si arriverà a premere tragicamente il tasto stop. Non bastano le rasoiate, i breakdown o, in generale, un continuo assalto sonoro per tenere alto l’interesse, perché in casi come questo non esiste la composizione, non ci sono né idee né personalità, ma solo meri esercizi strumentali.

I chitarristi sfegatati della tecnica adoreranno questo disco, ma chi cerca cuore ed anima nella musica qui non troverà nulla. A voi la scelta!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    15 Gennaio, 2018
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L’EP qui recensito è la prima opera del nuovo progetto di Luca Negro (attualmente è impegnato in numerosi progetti dal genere metal fino alla musica jazz tra cui Temperance, HateTyler, Bejelit, The Ritual, Blue Beam Project, Luca Negro Bass Solo Project, e altre collaborazioni). Il dischetto in questione si chiama Joy of Life e si sviluppa su quattro tracce interamente strumentali e nessuna di queste si aggrappa ad un genere musicale predefinito lasciando che sia la sola musica a parlare senza schemi.

I brani scorrono fluidi su dei binari sonori sempre melodici e raffinati. Non ci sono mai aumenti di intensità o comunque di ruvidezza in quanto la sei corde punta sempre o quasi all’aspetto acustico, leggiadro e soffice. Si prenda ad esempio l’iniziale titletrack “Joy of Life” dove le note si susseguono delicate ed armoniose o la stessa “Notturno” si basa sugli stessi solidi principi compositivi. Di buono c’è che, oltre alla qualità dei suoni, Luca non esagera mai in tecnicismi eccessivi presentando un lavoro dall’anima squisitamente pop nel suo essere easy e che chiunque può ascoltare a prescindere dal genere preferito o dal livello culturale. Il brano forse, leggermente più elaborato è “Soul” dove trame elettriche ed acustiche si fondono al meglio con qualche rimando agli Opeth più pacati (l’album Damnation può essere un’interessante chiave di lettura) con qualche concessione anche al flamenco.

C’è poco da aggiungere a quanto detto. Un esordio interessante e di qualità, consigliato a tutti e che potrebbe portare ad interessanti sviluppi, magari osando anche di più che non guasterebbe!

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    02 Gennaio, 2018
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Correva l’anno 2013 quando il combo milanese, chiamato Diraxy, muoveva i primi passi nel durissimo mondo discografico e nel giro di due-tre anni uscirono già la prime opere della band. Dopo un EP ed un primo full lenght, il sestetto si prodiga in tempi velocissimi a pubblicare il secondo album ossia il qui presente The Great Escape. Il disco è un concept ispirato dalla vera storia di Jinan Badel, raccontata nel libro “Jinan, esclave de Daech” di Thierry Oberlé e dalla stessa Jinan Badel. Sull’ambito musicale il mezzo usato è il prog metal in versione moderna.

Dopo un paio di brani che sono più una sorta di intro/intermezzi, il primo più roccioso ed il secondo che sfrutta il binomio voci/tastiere, si arriva al primo brano vero e proprio a nome “Hideout”. Già dopo qualche minuto si percepisce che qualcosa non va; sulla carta tutto è perfetto sia nell’immagine che nella produzione/mixing che valorizza quasi ottimamente il suono. Purtroppo però la sensazione è che il gruppo perda di continuo la bussola e non sia in grado di concepire un’architettura sonora solida e fluida nonostante la tecnica sia sicuramente più che buona se non ottima. La traccia appena citata vorrebbe mixare parti più atmosferiche (sorrette da ottime vocals femminili soul/jazz) ad alcune più aggressive (con un cantato maschile non propriamente all’altezza delle aspettative sia in pulito che nello sporco) ma il risultato è un maldestro collage di pezzi messi assieme forzatamente. Stessa sorte tocca a brani come l’elaborata “Fooling Gravity” che è ancora più scollegata ed incasinata, piena di tecnicismi inutili e che rovinano l’atmosfera, oppure “The Way Out” che vorrebbe essere un epico finale, con qualche rimando ai Korn con quei ritmi sincopato/funky, ma riesce solo ad essere ripetitivo, una caratteristica che purtroppo taglia le gambe a diverse canzoni. “Melek Taus”, “Monsters” e “Lie to Me” soffrono di una direzione poco chiara perdendosi in un loop che ripete di continuo gli stessi schemi sonori. Di buono qualcosa comunque c’è; oltre che alla già citata splendida voce della singer si trovano tracce come la teatrale e riuscitissima “Shelter” (forte di un mix finalmente equilibrato al meglio) e l’eterea “Shamal” che riportano un pochino in alto le quotazioni.

Tutto è troppo veloce al giorno d’oggi nell’arte, sia che si tratti di musica o cinema o altro. Un consiglio di cuore a bands come questa e tante altre è prendersi più tempo nella composizione se no i risultati non sempre possono dipendere dalla sola tecnica.

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Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    21 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Novembre, 2017
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La mole di materiale che arriva in redazione equivale spesso ad una tempesta infinita in quanto è un continuo comparire di dischi senza sosta da qualsiasi parte del mondo. Questa volta tocca ad un gruppo dalla Normandia, chiamato Drenaï, collettivo di sette elementi, nato nel 2011 (con un EP ed un album all’attivo), che si presenta con una proposta particolare. L’EP in questione, chiamato Nadirs, dalla durata tutt’altro che esigua (alcune tracce sono tra i 7 e i 10 minuti), sposta in parte il tiro nel senso che il black/epic/folk metal tipico della band viene lasciato da parte, per andare in una direzione simile ma diversa.

Premessa: le cinque tracce del dischetto (che comunque non mancano nei lavori precedenti e continueranno anche in futuro) basano le liriche sul mondo fantasy creato dallo scrittore David Gemmell (scomparso nel 2006) sulla saga dei Drenai, da cui proviene ovviamente il nome del gruppo. Andando nello specifico, il disco si presenta totalmente acustico, quindi zero chitarre elettriche o batteria o altro e nemmeno un cantato vero e proprio, tranne sporadiche vocals femminili. L’opera è una sorta di esperimento ed, allo stesso tempo, un preludio per ciò che arriverà più avanti; una sorta di audio racconto in quanto ci si dovrebbe mettere all’ascolto leggendo i testi ed immergendosi nella presunta atmosfera. Purtroppo però il risultato non è proprio riuscito, dato che le canzoni, pur presentando diverse parti di folk multietnico ben suonate, malinconiche ed evocative (con l’ausilio di chitarre acustiche, violino e flauto), presentano fin troppe similitudini. I brani seguono tutti la medesima linea sonora e compositiva, presentando pochissime varianti (se non in “Forger in Clay” e “Beyond the Gates” dove compare qualche parte più corale), ma la cosa più pesante da digerire è quel continuo narrato che appesantisce prepotentemente le composizioni, rovinando la fluidità dell’atmosfera. Senza l’ausilio di parti visive, tutto si riduce ad un’opera che sarebbe riuscita meglio se più asciutta ed inserita in contesto di concept album tra una canzone ed un'altra.

Diamo atto al gruppo di aver provato qualcosa di diverso, però non convince, seppur ben suonato ed arrangiato. Consigliato ai fan dei Wardruna o, in generale, di un folk dalle tinte sciamaniche, a patto che non ci si aspetti troppo.

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