A+ A A-

Opinione scritta da ENZO PRENOTTO

39 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4
 
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    31 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nonostante gli Ozora (nome nato dal mix di Ozono ed Aurora) siano una band relativamente nuova (nata nel 2015), i componenti non sono certo dei novellini ed arrivano tutti dalla scena musicale italiana degli anni 90’ (e soprattutto da generi musicali differenti). Il qui presente debutto discografico esce il 9 giugno del 2017 a nome Perpendicolari, un concentrato musicale ornato da diversi ingredienti inquadrabili nel genere alternative rock/metal (rifacendosi in particolare alla migliore scena alternativa italiana) ma che non disdegna di sconfinare anche nel prog metal più diretto e perché no, anche nel post-rock (per non parlare di alcuni riferimenti a bands come Tool e Mastodon).

L’ascolto si presenta variegato, dai suoni ottimi e scintillanti e che non perde mai il senso dell’immediatezza. L’opener “Idiometria” si presenta decisamente prog, composta da cambi di tempo e stratificazioni musicali mai troppo pesanti da digerire con un cantato aggressivo ma che non perde mai il gusto melodico. Non ci si faccia ingannare però, in quanto le cose cambiano continuamente durante le tracce. Se la titletrack “Perpendicolari” combina un malinconico ma sempre complesso post-rock, una sezione ritmica sempre potente e dinamica (con un basso a tratti funky), a sorpresa compare poi “A Terra” che segue quasi il finale della traccia precedente, presentandosi cattiva e pesante e piena di vocals acide ed un riffing decisamente metallico. “Il Profeta” (contenente una deliziosa intro tratta da La Storia Infinta) mescola nuovamente le carte con un mood drammatico con un sempre ottimo equilibrio tra impatto e melodia e senza poi mai dimenticare l’importanza delle liriche, mai banali e sempre attuali.
“Orlando” mischia bordate grunge/alternative ad arpeggi sognanti (che ricorda le costruzioni soniche dei Marlene Kuntz meno nevrotici), “La Tua Piccola Tragedia” (con ospite Livio Magnini dei Bluvertigo) è un brano multi sfaccettato con un finale che ricorda Le Vibrazioni dei tempi d’oro. Per non farsi mancare nulla il quartetto nostrano inserisce anche una cover di Fabrizio De André ossia “Volta la Carta”, una sorta di filastrocca in versione rock duro. “La Coda” e “L’avevi Detto Tu” (che si presenta forse troppo lunga e ripetitiva) riprendono il discorso delle canzoni precedenti perdendo un pochino il confronto ma ben lontane dall’essere futili riempitivi buttati solo per fare numero. E’ un accoppiata che manca di quella freschezza che fino al brano precedente non era mai mancata; tuttavia il risultato si risolleva con la finale “Amore”, traccia che porta alla mente i Klimt1918 più rocciosi ma senza che la componente più eterea e dal retrogusto pop, venga mai a mancare.

Un lavoro sorprendente che merita di essere ascoltato e posseduto nella propria collezione. Un’opera che può davvero piacere a tutti grazie alla notevole dinamicità, crescendo poi di ascolto in ascolto. Da non lasciarselo sfuggire! Si consiglia anche di dare un’occhiata alle opere letterarie del batterista Danilo: “Che Casino Questo Silenzio” e “Maschere”, che ogni appassionato di musica troverà sfiziosi ed interessanti.

Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Supreme Machine è il secondo album del quartetto svedese Grand Delusion, band nata nel 2011 ed autrice di un primo disco datato 2015 ed un EP uscito un anno dopo. Il nuovo lavoro esce fin troppo a rotta di collo rispetto alle uscite precedenti e questo può essere il motivo per cui il sound stoner/doom del combo non risulta così convincente da come scritto sulla carta.

Senza troppi giri di parole l’album non ingrana, non distrugge e non colpisce duro ma si presenta con un sound troppo innocuo e leggero. Nonostante la band cerchi di essere tosta, dura e rugginosa ciò che esce è banale e senza polso. La doppietta iniziale “Just Revolution” (con degli assolo decisamente metallici) e “Mangrove Blues” (dalla sezione ritmica grassa e schiacciasassi) vorrebbe essere pesante ma, oltre ad essere avvinghiata ai soliti stilemi del genere, non arriva mai al punto, martoriata poi da un cantato fin troppo melodico nelle linee vocali ed eccessivamente catchy. Non va meglio con l’eterna e fin troppo pretenziosa “Trail of the Seven Scorpions”, 12 minuti di riffs heavy metal (variante classica) con un’altra volta un cantato scanzonato ed un intermezzo che vorrebbe essere atmosferico perdendosi però nel nulla di fatto. Il senso di dejavù pervade sempre le composizioni che, seppur suonate in maniera buona, non offrono nulla che in molti offrano già. In “Imperator” compare addirittura un orribile coro simil-sinfonico sulla solita base stoner sentita e risentita, mentre nella seguente “Infinite” pur inserendoci delle parti più doom/psichedeliche tutto rispecchia la staticità e la banalità. I pezzi si assomigliano troppo e non presentano la minima voglia di portare il sound su livelli più alti salvandosi in corner con la finale “Ghost of the Widow Mccain”, traccia dai toni doomeggianti misti a stoner con qualche melodia anche interessante e pinkfloydiana ma alla fine lascia poco o nulla dietro di sé.

Lo stoner come anche il doom sono sempre più inflazionati ed hanno perso quella vena genuina ed affamata che li rendeva speciali un tempo. I nordici hanno scritto un disco che si dimentica in fretta creando la voglia di risentirsi i classici e ciò dispiace. Gli sforzi sono stati vani quindi ci si rimbocchi le maniche e si riparta da zero!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    30 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il progetto Theta, one-man band capitanata da Mattia Pavanello (Heavenfall, ex-Furor Gallico, già chitarra su "Il confine" di Folkstone), dopo l'EP d'esordio LXXV arriva al debutto discografico ossia Obernuvshis'. Ci si trova al cospetto di un sound che attinge a piene mani dal doom metal con qualche iniezione drone ed alcuni interessanti varianti che arrivano dal post-metal. Il disco vede la partecipazione di Mirko Fustinoni (Furor Gallico) alla supervisione delle percussioni e Fabio Gatto (Humm, Ein Sof) come special guest nella prima traccia.

Cinque brani molto lunghi ed intensi compongono l’opera dell’artista nostrano che, occupandosi di tutti gli strumenti, presenta una musica che sorprende su diversi aspetti. L’opener “Travel Far Into The Black Hole Depths” parte in maniera abbastanza classica con un doom pesantissimo e massiccio quasi post-metal nell’uso apocalittico delle chitarre come pure nella sezione ritmica decisa e potente. A sorpresa poi arriva un assolo che inneggia ad una melodia evocativa, quasi fosse un raggio di luce che trafigge il buio. Difatti il lavoro melodico che non manca mai nel corso dell’ascolto, riesce a rendere le parti più rocciose adatte al contesto creando un certo equilibrio, evitando la monotonia. L’album non conosce mai un attimo di noia o ripetitività, persino quando le visioni sonore si fanno più oscure e drammatiche (l’epico finale di “Ruins of Inari” a base di distorsione e devastazione è davvero riuscito) ma anche quando il mood si fa oppressivo e sfibrante (“Harshness of A” sfiora il prog per i continui cambi di ritmica combinando diverse dinamiche). I due rimanenti pezzi decisamente differenti. “Butterfly’s Cycle” è un brano che mescola atmosfere sognanti, momenti soffici/acustici e bordate metalliche nere ma senza mai perdere il gusto per la melodia con un finale che ingloba anche il drone più minimale. “Concrete and Foundation” contiene un riffing chitarristico più arrembante e dal groove marcato combinato agli usuali rallentamenti ed atmosfere apocalittiche.

Un lavoro ottimale, tecnicamente ben suonato e dalla qualità davvero notevole. L’invito a supportare la scena nostrana è sempre all’ordine del giorno ed il disco di Theta è un ulteriore tassello che sancisce quanto la musica italiana possa competere con chiunque!!!

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    25 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il progetto NeroArtico nasce nel 2014 e dopo un tosto periodo di lavoro, viene concluso il primo vero e proprio full lenght ossia Cineres Ab Inferno (tradotto dal latino Ceneri dall’Inferno). Si tratta principalmente di una sorta di concept, diretto in tutto e per tutto dal mastermind Marco "Artic" Spera, che tratta di tematiche legate ad alcune riflessioni sull’esistenza dell’aldilà, sul mondo inteso come l’inferno e su come la gente percepisce la brutalità che sembra tiri avanti il genere umano da sempre. Bisogna dire che i concetti intrapresi sono diversi e che necessitano più tempo e spazio, quindi si andrà direttamente a parlare del lato musicale dell’album senza comunque tralasciare del tutto questi ultimi.

Andando diritti al bersaglio, ci si prepari ad un lunghissimo viaggio dark/electro/ambient di oltre due ore spalmate su 10 brani, ognuno che presenta una propria personalità, nascosta però sotto diversi strati sonori. La musica è lenta, atmosferica e misteriosa e si presta a diverse e molteplici interpretazioni. La doppietta iniziale composta da “Descending Into the Hell” e “Suffering Circus” presenta echi, arpeggi ed una musicalità molto minimale, oscura e morente con l’inserimento di urla, sofferenza e delle inquietanti risate. E’ una sorta di preambolo, segnato da un fuoco scoppiettante che rimarrà fino alla fine, che introduce l’ascoltatore ad aprire gli occhi prima sul fatto di vivere ogni giorno una sorta di inferno per poi portarlo ad analizzare tutto ciò che ha davanti. La farsa generale, la menzogna che dilaga in ogni cosa con la seconda traccia, porta poi a “The Cathedral”, un brano dalle tinte sinfoniche, malinconico e silente con l’addizione di una campana che suona. Si parla quindi di spiritualità, di religione, di come la verità si veda nelle piccole cose e di come i propri peccati portino alla consapevolezza di ciò che si sta facendo in quel momento (“Sins Are the Truth” con dei rimandi ai Goblin per il lavoro melodico). Entra in gioco anche l’aspetto naturalistico con tuoni e lampi che oscurano sempre di più il mood come nell’ondeggiante e pessimista “No Redemption”. La successiva “Ignorancy Means Suffering” contiene sospiri, ritmiche ossessive, grida di dolore, lamenti, voci demoniache. Insomma, un girone dantesco che descrive l’uomo come un essere totalmente cieco ed a senso unico perso nel caos creato da se stesso. “This Place is Real” difatti mescola rumori del traffico di una ignota città, elementi acustici, urla e cori simil-sciamanici fino all’esplosione improvvisa (un’analisi della violenza umana forse) dove compaiono pattern di drum-machine e chitarre molto black metal. Una calamità sonora che porta però a nulla in quanto “You Are Still Alive” (che mescola effetti elettronici visionari ed un senso di desolazione e smarrimento) immagina l’ignorare il male per concentrarsi sulla quotidianità lavorativa. Non si può quindi arrivare alla distruzione in quanto “Apocalypse” (con rumori di sirene e sparatorie) è la dolente via conclusiva.
L’ultima traccia “The Way to Redempt” usa una chitarra elettrica potente mista a cori femminili sognanti ed eterei. Il brano è il più accessibile ed easy del lotto. Una possibile speranza? Ad ognuno la propria opinione.

Un lavoro duro, sfibrante e molto impegnativo. Alle volte tende ad essere ripetitivo e forse troppo allungato ma contenente fascino e voglia di creare qualcosa. Ci si prenda molto tempo per analizzare la musica di questo progetto, che potrebbe riservare soprese e molte discussioni interessanti.

Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    24 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Sembra che la Russia piano piano stia emergendo sempre di più nell’ambito metallico e con gli Svartstorm la scena accresce ulteriormente, stavolta in ambito gothic metal. Il gruppo nasce nel 2011 a Saratov e dopo un paio di EP registrati nel giro di due anni, arriva al qui presente debutto discografico, chiamato Illusion Of Choice che, oltre a rappresentare sonorità gotiche si abbevera anche da fonti leggermente più estreme come il black ed il death metal.

Rigorosamente cantato in lingua madre, al primo impatto il disco si presenta decisamente bene. Artwork e produzione/mixing decisamente buoni (anche se a volte si tende troppo a valorizzare le vocals, segando le gambe agli strumenti) denotano già una certa cura per il prodotto. Durante l’ascolto si percepisce una certa spaccatura nella tracklist. La prima metà del disco è predisposta ad un lavoro melodico più marcato (escludendo la martellante e veloce “Проклятые (Damned)”) come in “Чёрный Цвет Лжи (Black Color Of Lies)”, dalle linee vocali maestose e “Мёртвый Город (Dead Town)” dal lavoro melodico più immediato. L’opener “Мы Просили У Вечности Рай (We Begged The Eternity For Paradise)” come la maggior parte delle tracce ricorda molto i Paradise Lost ma c’è da dire anche che in parte la compagine rissa ci mette del suo inserendo squarci tastieristici non banali e tendenti al teatrale. Le vocals giocano sul binomio clean/melodico – growl/urlato e sebbene il risultato non sia ancora del tutto convincente rende comunque bene. Dopo la melodicissima (con un ospite femminile alla voce) “Ненужные Люди (Irrelevant People)”, si entra nella seconda metà del lavoro dove si fanno largo sonorità più rocciose. “Ветер Февраля (February Wind)” è una traccia aggressiva, stemperata un pochino dalle evocative tastiere, invece con la successiva “Стены Этих Домов (These Houses' Walls)” si entra in territori più estremi sino a sfiorare il death/black metal (ottimo l’assolo finale). Il lavoro certosino per le melodie e per i ritornelli, molte volte memorizzabili in tempi brevi, dona un ulteriore fascino al lavoro infarcendo le tracce anche di talune sfumature epiche che sicuramente non guastano.

Un album di valore, magari grezzo e non ancora alla sua forma definitiva. Da tenere d’occhio se si amano sonorità dark/gothic che non tendano alle solite sinfonie orchestrali, ma che riportino il genere al suo essere genuino e puro.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    21 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I nostrani Ghost Of Mary nascono nel 2015 e quasi un paio di anni dopo esce il loro album di esordio, il qui presente Oblivaeon (dicembre 2016 per la precisione). Sul genere musicale si possono inquadrare in un mix di death metal e symphonic metal (ricordano i Fleshgod Apocalypse, tanto per fare un esempio) ma con una costruzione dei brani elaborata e per qualche verso tendente al prog metal.

Forte di una produzione pulita e scintillante la band non sta certo a perdere tempo e dopo una breve intro parte a raffica con “Shades”, traccia piena di bordate death violente mescolate ad incursioni orchestrali. L’opener è un ottimo biglietto da visita per capire il sound del sestetto (tra cui anche un violinista che si presume si occupi degli arrangiamenti degli strumenti ad arco), spesso deflagrante, con vocals tra il classico binomio scream/growl e qualche parte in pulito. Come anticipato i brani spesso sono complessi e con cambi di tempo ed atmosfera. “Last Guardians” alterna una sezione ritmica ed un riffing potenti e granitiche a sezioni corali interessanti ma ad onor del vero si sentono molte similitudini con molti dei brani presenti nel disco. Uno dei difetti infatti imputabili al lavoro è una certa ripetitività di fondo come pure molte similitudini tra i brani che stentano a differenziarsi tra loro. Tracce tipo “Nothing”, “Black Star” o “The Ancient Abyss” pur essendo ben suonate presentano poche sostanziali qualità personali. Ci sono casistiche che però mostrano una voglia di emergere ed ecco quindi apparire l’orientaleggiante “Something to Know” (piena di melodie ben concatenate con le parti più metalliche) e l’epica “The End is the Beginning”, un perfetto equilibrio tra irruenza e maestosità. Da non sottovalutare la presenza delle tastiere che donano una certa atmosfera gothic e teatrale che rende il risultato sicuramente più corposo grazie anche ad un lavoro melodico elegante e mai melenso.

Nel complesso la qualità è più che buona e gli appassionati di sonorità death metal mescolato alla musica classica/dark avranno sicuramente di che gioire. Un buon esordio ma si necessità più originalità data l’impressionante mole di rivali nel genere!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    12 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Altra nuovissima band di recente nascita (maggio 2016), quella che si presenta al sempre meno affamato (in fatto di novità) popolo metallico. A sorpresa questa volta la band proviene dall’Iran, anzi sarebbe il caso di dire progetto, in quanto tutto ruota attorno a Mohammad Maki, che decide di chiamare la sua creatura Shivered. Dopo un EP, il buon Mohammad grazie all’ausilio di un paio di musicisti arriva a pubblicare il qui presente esordio Journey to Fade. Riguardo al genere, si tratta di un gothic/doom metal con qualche sfumatura dark.

Tutto è ben suonato e prodotto ma c’è un grosso problema che mina pericolosamente l’intero disco. Se l’opener “Eradicate” lasciava intravedere delle ottime potenzialità combinando melodie simil arabeggianti, vocals evocative ed un sound cupo e malinconico, tutte le rimanenti tracce soffrono tremendamente dell’influenza dei Katatonia che, oltre ad essere sicuramente fonte di ispirazione, coprono ogni possibile tocco personale. La voce è quasi identica a Jonas Renkse ma non è solo quello; ogni melodia, ritmica o struttura delle tracce risente pesantemente di mancanza di originalità risultando quasi una tribute band e ciò dispiace specie quando il gruppo iraniano riesce ad inanellare degli ottimi affreschi sonori come la malinconica “Sudden Fear”, la possente e drammatica “Unable”, l’epica e devastante “The Light Tears Apart” o l’angosciante “Red Sky”. Tranne questi pochi episodi il resto del lavoro è troppo debole, a volte ripetitivo e senza una potenza drammatica tale da rendere i pezzi fiammeggianti come dovrebbero essere. Le melodie sarebbero anche buone ma si perdono nella mediocrità sia della sezione ritmica che nel guitar work, davvero poco ispirato e che necessita di più idee, lontane da influenze. Come esordio l’album si farebbe anche ascoltare ma la sensazione di dejavù è pesante come un macigno ed aleggia in ogni angolo della tracklist mettendo in ombra quei pochi momenti di lucidità.

Disco godibile per un paio di ascolti ma che poi lascia l’amaro in bocca perché le carte in regola per un lavoro più personale c’erano. Si spera che nel secondo lavoro il gruppo si scrolli di dosso tutto ciò che opprime la loro creatività. Rimandati per ora.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    11 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo lavoro per gli svedesi The HERO che con il qui presente Miracles continuano la propria visione musicale a base di rock oscuro e gotico. Il quartetto nordico oltre a puntare su di un melodico goth’n’roll tende a rallentare l’andatura infarcendo le tracce con qualcosa di pop elettronico e di new wave.

Prima di tutto bisogna sottolineare una certa discontinuità in fatto di qualità audio in quanto la produzione non valorizza gli strumenti (spesso la sezione ritmica risulta fiacca) facendo perdere d’impatto i brani. In linea di massima le canzoni sono molto curate soprattutto nell’ambito melodico. Fin dall’opener “Kill the Monster” emergono melodie malinconiche e gothicheggianti, a volte combinate a cori dark molto evocativi ed epici (l’electro oriented dal riffing incisivo “Corpus Christi”) che fanno un eccellente lavoro in quasi tutto il disco, soprattutto nei momenti più pacati come la ballad notturna e drammatica “Mr. Rigor Mortis” (con un ottimo lavoro alla sei corde con l’ausilio anche del violoncello) o la sinfonica “Crying in the Rain”. In merito al sound prettamente rock c’è da dire che il riffing è distorto ma troppo scarno, privo di potenza e a volte tende ad essere ripetitivo come pure la costruzione dei brani che tendono ad assomigliarsi e a perdere mordente come l’innocua “Miracles”, la new wave oriented “Tell the World” o la diretta “Shot”. Poi ci sono dei casi isolati che meritano attenzioni particolari come “The Broken Hearted” che sfiora il pop (riuscita a metà ma comunque interessante), la teatrale “Via Dolorosa” grazie ad un sapiente uso delle tastiere e la riuscita “Join Me in Life”, condita da deliziosi inserti acustico/spagnoleggianti.
Il vero pezzo da novanta però è micidiale “Viva Victoria”, potente ed epica sia nei cori che nelle linee vocali con un lavoro alla chitarra finalmente riuscito e convincente.

Un disco godibile e di livello tutto sommato buono ma che a volte tende ad annoiare. I cultori delle sonorità più dark troveranno sicuramente motivi di interesse ma anche agli altri l’ascolto è consigliato.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nati nel 2003, i tedeschi Stormage, dopo un paio di album (più un ulteriore disco quando si ancora chiamavano Anthem) contornati da parecchi live arrivano alla terza prova, quella della presunta maturità che risponde al nome di Dead Of Night. Musicalmente parlando il loro stile è rivolto all’heavy-power metal con qualche occhio di riguardo al thrash metal.

Sulla carta tutto si presenterebbe anche al meglio ma poco fila liscio come dovrebbe. Prima di tutto il mixing confusionario rende arduo l’ascolto stordendo l’ascoltatore diverse volte. Ciò si sente soprattutto nella prima traccia (molto thrashy) “Instinct to Defend” che nonostante riffs serrati ed uno sfizioso lavoro melodico viene troncata da un impastamento degli strumenti. Stessa situazione capita nella cupa e violenta “Faithless God” (dall’ottimo ritornello evocativo), anch’essa priva di quella forza che necessiterebbe.Nelle restanti tracce per fortuna a livello uditivo le cose migliorano ma non a livelli soddisfacenti. Il secondo problema è un altalenante livello compositivo sulle canzoni. Si passa da brani coinvolgenti (la cavalcata metallica “Borne the Agony”) ed intrisi nell’epicità (la Iron Maiden oriented “Anguish of Mind” oppure la rocciosa “Heretic Enemy” dall’ottimo assolo) a canzoni davvero piatte e poco ispirate come la banale ballad “Prime of Life” o la dark ma fiacca “Victims Eyes”. Si potrebbe proseguire con i mezzi traguardi ovvero “In the Line of Fire” (altro brano dalle tinte epiche con un riffing compresso e moderno) e la potente “Drag You to Hell (che esaurisce troppo presto la carica distruttiva) per poi risollevarsi in parte con “The Deadly Blow”, brano discreto con melodie epiche nei ritornelli. Nessuno dei musicisti si distingue ma nel compenso ognuno collabora per far sì che le canzoni scorrano bene ma ciò non basta. Manca il groove, quella scintilla che infiammi gli animi, spesso spenta da una voce troppo statica e monocorde.

Un lavoro di poche pretese che tenta di attualizzarsi con un sound moderno ma che cade inesorabilmente nel dimenticatoio dopo pochi ascolti. Non è un brutto disco ma non invoglia all’ascolto a lungo termine. Bersaglio mancato purtroppo.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    05 Luglio, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

La band greca Sarissa ha una lunghissima storia alle spalle. Nato nel lontano 1985, il quartetto ellenico ha sempre portato avanti il suo heavy metal puro ed incontaminato con costanza e dedizione. Dopo una demo ed un paio di dischi il gruppo scomparve per quasi 12 anni (tranne la pubblicazione di un EP) per poi ritornare con il qui presente Nemesis, che oltre al proprio tipico sound metallico old school (influenzato parecchio dal buon Ronnie James Dio solista) vira a volte verso lidi più epic-doom pregni di atmosfera e fierezza.

Nemesis è uno di quei dischi che in qualche modo fanno fare nuovamente pace con il caro ed inossidabile metallone degli anni 80’ grazie al suo essere puro e genuino senza contaminazioni o chissà quali diavolerie, un po’ come i film del passato che arrivavano diritti al cuore senza bisogno di enormi effetti speciali. Valorizzato da una produzione grezza ma piena e calda i quattro soldati confezionano un corposo lotto di brani sempre votati alla melodia sempre cesellata e curatissima. Principalmente l’andamento è sempre medio-lento con ritmiche costanti e potenti come nell’opener “Daughter of the Night (Nemesis)” dal ritornello epico e corale (ed infarcita da un assolo melodico ottimamente arrangiato) oppure anche nella battagliera “Now or Never” come pure nella Manowar oriented “Warriors. Il riffing della sei corde spesso è grezzo eppure incide e coinvolge sia nelle parti più dure e veloci sia in quelle intrise nell’epos.
Non a caso le composizioni a volte si induriscono scandendo delle belle cavalcate come in “No Man’s Land” (dall’ottimo lavoro di basso), la fucilata piena di groove “Into the Night” (ricorda i Saxon) o la quadrata “Fight the Devil” che si rifà a certe cose dei Dream Evil. Nonostante i numerosi paragoni il risultato finale convince e non poco (forse solo la traccia “Fallen” è la meno riuscita, troppo piatta e scialba) piazzando anche un brano più aggressivo come “Sacrifice” dove nel cupo ritornello il vocalist sporca le proprie vocals rendendole più cattive (da segnalare un notevole ed ulteriore guitar solo). Non poteva mancare una ballad evocativa ed ecco quindi comparire “I’m Coming Home”, song evocativa e non banale dalle melodie interessanti e tendenti nuovamente all’epico.

Tutto funziona al meglio. Tutto è ben suonato e curato in ogni particolare con pochissimi cali di tono. Consigliato ovviamente ai fanatici del metal più classico ma anche alle nuove leve di ascoltatori farebbe bene un ascolto approfondito che non fa mai male. Ottimo lavoro!!!

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
39 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3 4
Powered by JReviews

releases

Prog/Thrash particolare quello degli italiani Anticlockwise
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hard Rock, Heavy melodico e tanta eleganza per i Mean Streak!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un Rock molto influenzato dal Pop quello di Stefanie
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dirty White Boyz: una gran dose di Melodic Hard Rock per le nostre orecchie!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Moderni, alternativi e potenti i finlandesi Zarthas
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Astarte - Doomed Dark Years (2017 re-released version)
Valutazione Autore
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

demo

Snøgg - Qivitoq
Valutazione Autore
 
1.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Debutto per gli italo-americani Antipathic
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il primo EP dei romani Asphaltator promette bene
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dante's Theory: una piacevole scoperta dalla lontana Asia
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hypocras: Un ep con in mente gli Eluveite e...la musica dance
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Dimonra e la poliedricità
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla