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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 2018
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La Punishment 18 Records fa centro ancora una volta e, questa volta, ci porta in Finlandia dagli Home Style Surgery, band thrash metal che ha da poco sfornato la sua seconda fatica intitolata "Trauma Gallery".
Il quintetto ci ha fatto attendere un po' dal primo lavoro (5 anni per l'esattezza) ma devo dire che ne è valsa la pena: ci troviamo di fronte ad un thrash assolutamente non canonico, quasi altalenante oserei dire...un continuo oscillare tra la cattiveria e crudezza dei Death Angel e la vena irriverente e melodica alla Anthrax. Il risultato? Un'ottima scorrevolezza da inizio a fine che riesce a non annoiare grazie all'assenza di tecnicismi estremi che lascia spazio a riff lineari, potenti, taglienti e, a tratti, melodici. Prendete tracce come "The Case Of The Red Rip" e potrete avere un assaggio di quest'ottima commistione.
Sicuramente i nostri amici finlandesi hanno portato una ventata di freschezza con il loro nuovo lavoro, soprattutto perché hanno fatto esattamente ciò che ripeto ogni volta: sperimentare. Sia chiaro, la vecchia scuola è sempre la vecchia scuola, ma richiede una certa bravura nel non essere banali e ripetitivi; qui invece si ha un ottimo incastro tra elementi nostalgici ma impreziositi da una struttura affatto scontata (basti pensare che c'è quasi totale assenza del buon vecchio "tu-pa-tu-pa" della batteria). A coronare il tutto c'è la parte vocale che, nonostante non brilli di iniziativa e tenda a scemare in cattiveria, riesce abbastanza bene a saltare tra un cantato in pulito squillante e melodico a growl e scream più acidi e sporchi, riuscendo ad adattarsi bene in base alla varietà di riff presenti.
Complimenti ragazzi, avete svolto un ottimo lavoro in studio e avete trovato una soluzione vincente tra approccio diretto ed esecuzione ben studiata!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I nostrani Ultimate Holocaust nascono nel 2010 e, fin dal loro album di debutto "Blackmail The Nation", la loro ricetta è sempre la stessa: cattiveria, crudezza e thrash metal old school. Oggi la band di Varese ci presenta la loro ultima e malata fatica intitolata "Assault On The Control Room", concept album che cerca di fondere insieme elementi della vecchia guardia con un approccio più moderno. Il risultato? Una bestia selvaggia che trasuda ignoranza da tutti i pori, e non potevo chiedere di meglio signori!
Dopo una partenza non del tutto grintosa dell'opening "Born Like A Man, Die Like A Number", ecco che il disco si apre e finalmente il quartetto dà sfogo a tutta la la sua aggressività e ci spara in faccia tracce del calibro di "Man Vs Machine", "Trapped In Quicksand" o la mia preferita "Sound Of Death" che, con il suo riff così macabro e dissonante, mi ha ricordato moltissimo il death metal ai suoi albori, con quei suoni oscuri quasi fossero suonati da strumenti scordati che gettano l'ascoltatore in un turbinio claustrofobico.
Molto apprezzato è il lavoro di post produzione che non è stato per nulla invasivo e, anzi, ha permesso a tutto il disco di rimanere più genuino possibile, soprattutto per quanto riguarda il sound che è indubbiamente ispirato al thrash degli anni '80 (sullo stile di "Bonded By Blood" degli Exodus, per intenderci). Complimenti anche alla voce stridula e acida del buon Davide che ben si incastra nel contesto, forse anche troppo: un cantato del genere, infatti, difficilmente lo si riesce ad inserire correttamente in una produzione, eppure qui il lavoro è stato fatto in maniera impeccabile oserei dire.
Ragazzi, tenete d'occhio i nostri amici Ultimate Holocaust perchè ci sanno davvero fare e, nonostante sia percepibile che siano ancora agli inizi, il potenziale c'è. Eccome se c'è! Se cercate un sound ed uno stile old school, ma con un approccio moderno, allora il quartetto in questione fa davvero al caso vostro. Continuate così!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2018
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Siamo nell'ormai lontano 1994, anno in cui la storica death/thrash band francese Agressor pubblica la sua pietra miliare, "Symposium Of Rebirth": un tripudio di riff pesanti e potenti, accompagnati da sonorità orchestrali dal sapore medievale. Ebbene signori, oggi, a distanza di 24 anni, i pionieri tornano con una nuova versione del loro capolavoro, intitolata "Rebirth", che consta di un formato comprendente 2 cd: uno con l'album canonico rimasterizzato, l'altro con delle tracce inedite o versioni mai ascoltate fin'ora di brani presenti nel primo. In una parola: spettacolo!
C'è davvero molto poco da dire ragazzi, l'esperienza trentennale dei mostri Agressor precede ogni singola parola che avrei da dire sul loro conto, basti pensare che furono tra i primi ad avere un contratto con una label internazionale e a condividere il palco con leggende del calibro di Sodom e Samael.
Che emozione poter risentire le mitiche "Barabbas" e"Rebirth"... quelle sonorità acide, potenti e corrosive che incitano al pogo selvaggio e, contemporaneamente, ci mostrano l'enorme talento di questi titani. E vogliamo parlare della voce dello storico Alex? un growl cavernoso e graffiante che ci riporta negli anni novanta con uno schiocco di dita. Ma badate bene, quello degli Agressor non è un death metal canonico o classico che dir si voglia! Si tratta di un'esperienza a tutto tondo nella quale confluiscono, come detto prima, parti classicheggianti e, soprattutto, sonorità medievali che fungono da cornice in questo tripudio di brutale cattiveria.
Sinceramente non so il motivo della scelta del quartetto di riportare sotto nuove spoglie una colonna portante come "Symposium Of Rebirth" a ben dodici anni di distanza dall'ultimo album, ma una cosa è certa: questi non sono umani, ma delle leggende immortalate a vita nella storia del death!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    29 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 29 Mag, 2018
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Attivi dal 1990, i brasiliani Torture Squad tornano in pista con il loro ultimo lavoro,"Far Beyond Existence". La formula di questo album è molto semplice, seppur efficace: thrash metal senza fronzoli. Ispirati da band come Kreator, Sodom, Sepultura (ovviamente aggiungerei), Exodus ed Overkill, il quartetto di San Paolo ci offre una sonorità molto zanzarosa, potente ed arrugginita. Già dalle prime note di "Don't Cross My Path" veniamo letteralmente investiti da un treno massiccio e cattivo che obbligatoriamente inneggia ad un altrettanto pogo selvaggio! Ottime le blastate del buon Amilcar dietro le pelli, le quali danno quelle accelerate quasi tendenti al black metal. Altrettanto buona, ma non perfetta, è la voce di May: si, una cantante donna che si cimenta nel growl e nello scream, anche se il primo, a mio avviso, è troppo strozzato e lascia intuire un notevole sforzo da parte della ragazza, in più non mi ha particolarmente colpito come invece ha fatto nelle parti in scream nelle quali, potendo cantare a polmoni più aperti, la poco più che venticinquenne May dà sfogo ad una grinta davvero di tutto rispetto.
Molto apprezzate sono state anche le tracce "Inside The Electric Circus" ed "Overkill", rispettivamente cover delle celebri band W.A.S.P. e Motörhead nelle quali i Torture Squad hanno dato prova di saper mettere la propria firma ed il proprio stile in brani più che storici. Questo è un fatto positivo perchè conferma l'esperienza decennale dei nostri amici brasiliani e la capacità di un gruppo di riuscire a dare una propria impronta, quel qualcosa che dica al mondo "Hey, questi siamo noi!".
Peccato per la performance canora non perfetta che, mi auguro, possa migliorare con il tempo e con tanta pratica.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2018
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Debuttano nel 1998 con il nome Burn The Priest dando vita alla cosiddetta NWOAHM, massimi pionieri dell'hardcore punk prima e del thrash/groove dopo, i Lamb Of God sono tutt'ora una pietra miliare per noi metallari e chi ha assistito ad un loro live sa cosa significa perdere le costole per il pogo selvaggio che riescono a scatenare. Oggi, a distanza di vent'anni, il quintetto capeggiato dallo storico Randy torna con un album di cover indossando il vecchio nome di battaglia: signori, vi presento "Legion XX". Un lavoro che vuole proprio celebrare i due decenni di attività della band e che non poteva non essere un nostalgico ritorno a quelle sonorità più acide e corrosive dei primi lavori.
Si parte subito a mille con "Inherit The Earth" dei The Accused, band storica nella scena hardcore punk, in cui il buon Randy ci regala uno scream ed un growl degno del primo lavoro dei Burn The Priest, il tutto accompagnato da un riff serrato, martellante e potente che ci ricorda comunque che i cinque titani di Richmond hanno una maturazione musicale solida come una roccia. E che dire della famosa "Honey Bucket" dei Melvins? Un tantinello troppo spinta? Forse si ma hey,dietro le pelli c'è quell'animale di Chris Adler. Provateci voi a tenerlo buono con con le sue sfuriate di doppio pedale e di raid! Molto apprezzato è stato il tributo, e direi quasi doveroso,ai mitici S.O.D. del buon Scott Ian (Anthrax): sarebbe stato quasi oltraggioso non omaggiare i re indiscussi del thrash crossover, coloro che hanno saputo miscelare la potenza ed aggressività del thrash con le sonorità acide e sparate dell'hardcore punk. "Kill Yoursel" suona esattamente come nell'omonimo lavoro del 1985, forse più cattiva grazie alla voce di Randy.
In generale questo "Legion XX" scorre in una maniera disarmante, altalenando brani più rozzi e cafoni a tracce più punkeggianti. Un degno lavoro piacevole ed arrogante che ricalca un po' la storia evolutiva del quintetto statunitense e che sicuramente sarà apprezzato dagli amanti del genere e dai fan dei Burn The Priest.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Mag, 2018
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E finalmente ci siamo ragazzi, l'album più atteso del 2018 è appena uscito: "To Drink From The Night Itslef" dei leggendari At The Gates!
La mia primissima recensione su questo portale fu proprio in merito al loro penultimo album "At War With Reality" (2014) e, in quell'occasione, mi contenni con il voto scrivendo testuali parole: " un lavoro ben fatto, sicuramente più maturo e studiato, ma che ci lascia intuire che il quintetto svedese non ha voluto osare di più, forse per dare continuità e senso di crescita alle proprie produzioni o forse per non “spaventare” i fan storici con un prodotto completamente nuovo ed innovativo, azione sicuramente troppo sfacciata e avventata per quasi vent’anni di inattività. Insomma, la band è tornata e vuole farlo gradualmente."

Ebbene, confesso che, fosse stato per me, avrei dato un voto pieno ad occhi chiusi già allora, ma ho voluto riservarmi questo onore proprio in merito all'uscita del loro nuovo album. Signori, "To Drink From The Night Itself" è un lavoro disumano, spettacolare, potente ed aggressivo... in una parola: perfetto! Una bomba che è figlia diretta del precedente mostro partorito 4 anni fa e che finalmente ci dà una piena prova della maturità stilistica e musicale che il quintetto, capeggiato dallo storico Tom, ha raggiunto negli anni.
Taglio subito la testa al toro con questa (forse considerata) eresia: il capitolo "Slaughter Of The Soul" (1995) può essere considerato chiuso! Mettete da parte quelle sonorità crude, acide e brutali che immortalarono nella leggenda gli At The Gates e che, sia chiaro, restano la loro punta di diamante. Qui,però, c'è dell' altro: un feroce melodic death ancora più grezzo e brutale quasi tendente al death come affermato dallo stesso Tom, ma che è in perfetta continuità e maturazione con il glorioso passato del quintetto svedese. Durante tutto l'ascolto non mancano certo i richiami al lontano 1995 per quanto riguarda l'aggressività e cattiveria dei riff (c'è poco da fare, una volta imparato a pedalare senza rotelle non lo si scorda più) ma a ciò si aggiunge una pienezza e robustezza di sonorità che a tratti ricordano addirittura il black metal ed anche un osare di più nella complessità dei brani stessi. Fatevene una ragione: la band cresce a livello musicale e non potete farci niente! La bravura sta proprio nel saper valorizzare la propria maturazione e i leggendari At The Gates, al contrario di molti altri gruppi che, ahimè, hanno perso la retta via, hanno fatto questo. A ciò bisogna aggiungere il cambio di line-up che vede la dipartita dello storico chitarrista e co-fondatore Anders Björler in favore di Jonas Stålhammar (The Lurking Fear, Crippled Black Phoenix, Bombs Of Hades e God Macabre): scelta sicuramente sofferta per noi amanti della vecchia gloria ma che non ha fatto perdere neanche mezzo colpo alla band a livello musicale. Insomma, l'album non poteva che essere perfetto già in potenza.


Sono più che sicuro che i nostalgici troveranno pane per i loro denti e non potranno non riconoscere l'enorme salto di qualità dei nostri pionieri svedesi. Ascoltare per credere! E voi, Tom, Jonas, Adrian, Martin e Jonas, oggi avete fatto la storia confermando il vostro talento e ripagandoci di tutto il tempo che ci avete fatto aspettare prima di tornare in attività. Un nuovo capitolo è iniziato per gli At The Gates!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2018
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Finalmente dopo tanto tempo ho di nuovo tra le mani un album melodic death degno di questo nome e, come ciliegina sulla torta, la band è anche nostrana: signori, permettetemi di presentarvi i Disease Illusion ed il loro secondo capolavoro, "After The Storm".
I nostri amici bolognesi, con solo un album ed un Ep alle spalle ed un decennio di esperienza sulla scena metal, hanno tirato fuori un prodotto che potrebbe far impallidire band ben più famose, e lo affermo fieramente senza temere eventuali invettive! Con questa perla melodic death il quintetto ci ha portato il vero sound di Göteborg, quei riff che trasudano Dark Tranquillity ed At The Gates da tutti i pori, le sonorità che ci hanno fatto amare un genere che fa dell'intreccio delle chitarre la sua asse portante.
Volete un esempio? Benissimo, prendete l'opening " For Hell Is Empty" o la cattivissima "Red Wine Stained Cheek" e vi sembrerà di ascoltare le band sopracitate: un meraviglioso incrocio tra la parte più armoniosa e cristallina e quella più dura e malinconica del genere... un tripudio di vero melodic death, suonato come si deve e, soprattutto, di un'unicità disarmante. Si, esatto, ho detto unicità, quella cosa che fa prendere di diritto il voto massimo a questo "After The Storm": non si tratta, come potrebbe sembrare, di becera emulazione dei capostipiti svedesi, ma di un vero e proprio assimilare l'esperienza e l'anima delle band per poi creare un prodotto proprio.
C'è poco da dire, i Disease Illusion fanno centro sia dal punto di vista esecutivo, forte di una produzione magistrale, di volumi perfetti e di una voce terribilmente potente e piena, sia dal punto di vista emotivo. Raramente ho ascoltato dei riff che sapessero emozionarmi e trascinarmi in un turbinio di sensazioni diverse. Sinceramente non riesco a spiegarmi come abbiano fatto a tirare fuori una perla del genere in così poco tempo e con un grado di maturazione che solo band ben più longeve riescono a raggiungere. Dite la verità: a chi avete venduto l'anima per ottenere una simile capacità? I miei più sinceri complimenti ragazzi, "After The Storm" si piazza ad occhi chiusi nella mia classifica dei migliori album underground. Attendo con ansia il terzo lavoro!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2018
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Ormai la Punishment 18 Records è quasi un sinonimo di garanzia ed anche questa volta non sbaglia un colpo con i nostrani Rawfoil ed il loro primissimo album "Evolution in Action": un vero tripudio di thrash old school con qualche punta speed davvero notevole. Nati nel 2010 e con alle spalle una sola demo, i nostri amici brianzoli vogliono subito una fetta della scena metal underground e riescono a prenderla a suon di cattiveria, riff taglienti e pochi fronzoli: questa è la combo vincente che vede "Evolution in Action" un prodotto valido, caratteristico e massiccio ma che, e questo è da concedere per ovvie ragioni, ancora presenta quella vena acerba che sicuramente con il tempo maturerà. Insomma, un piccolo neo in un corpo ben modellato.

Già dalla prima ed eponima traccia, "Evolution in Action", si sente tutta la grinta di un thrash metal tagliente e ruggente che ricalca le sonorità dei primi Exodus ed Obituary (non potevo chiedere di meglio!). Il tutto è accompagnato dalla voce del buon Francesco che si esibisce in un cantato roco, acido e potente che ricorda lo stile canoro del defunto Paul Baloff (Ex Exodus). Comunque lo si giri, l'album trasuda anni '80 da tutti i pori ed è bello sapere che c'è ancora chi ci crede e non abbandona la vecchia via. Solitamente dico sempre che il thrash metal è fin troppo stereotipato, calunniato da clichès quali monotonia di riff, il classico "tu-pa-tu-pa" della batteria e la facilità di esecuzione. Tutto ciò perché agli albori era questo il modo di suonarlo (e così doveva essere). Ebbene, i Rawfoil suonano thrash anni '80 e lo mettono in quel posto a tutti coloro che ancora hanno da ridire sul genere: sono riusciti ad esordire con l'old school ma mettendoci del loro, la propria firma. Questo cerco in un album! Ascoltate tracce come "Broken Black Stone", "Demons Inside" o la mia preferita, "Josey Wales" (traccia che si riferisce al protagonista del film "Il texano dagli occhi di ghiaccio" di Clint Eastwood) e capirete da soli che non si tratta della solita minestra riscaldata.
Bravi ragazzi, avete dato un'ottima prova del vostro potenziale ed aspetto con ansia il prossimo lavoro che, sicuramente, sarà più maturo, cattivo e potente!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Aprile, 2018
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Oggi vi parlo di una delle band più conosciute e tra le più influenti del genere thrash metal: signore e signori, gli Anthrax ed il loro "Kings Among Scotland", live album realizzato nel famosissimo Barrowland Ballroom di Glasgow.
Che dire, un live a dir poco spettacolare nel quale il quintetto non ne sbaglia una e tira fuori una potenza ed una grinta degna dei primi concerti degli anni '80. Brividi e headbanging selvaggio già nell'opening con la doppietta "A.I.R." e "Madhouse" che ci portano indietro di trent'anni come se nulla fosse, grazie anche alla splendida voce del famigerato Joey Belladona che, sorprendentemente, sembra aver ripreso quell'ardore ormai assopito da qualche anno e ce lo sbatte in faccia con degli acuti che non sentivo da tempo. E vogliamo parlare dei volumi e delle sonorità? Solo un patto con il demonio avrebbe potuto permette un bilanciamento così perfetto tra i vari strumenti che si intrecciano in maniera incredibile e la combo Scott Ian e Frank Bello non può che dare il meglio di sé.
La parte migliore di questo album arriva nel mezzo quando il quintetto newyorkese suona per intero il leggendario album "Among The Living", quella pietra miliare del thrash partorita ben 31 anni fa e che deve necessariamente far parte del bagaglio culturale di chiunque voglia solo minimamente approcciarsi al genere. Ragazzi, qui non ce n'è più per nessuno! Con la sfacciataggine e spensieratezza di quando erano dei semplici ventenni, gli Anthrax ci sbattono in faccia la tripletta "Among The Living", "Caught In A Mosh" ed "I Am The Law". Inutile dire l'emozione nel sentire un pezzo di storia suonato come si deve, senza il minimo accenno di errore e con tutta la passione e carica di tre decadi fa. Rassegnatevi: la vecchia scuole è sempre la vecchia scuola! Il tripudio non può che concludersi (direi quasi obbligatoriamente) con le immortali "Indians", "Imitation Of Life" e "Antisocial", ovviamente accompagnate da un coro di sottofondo che intona per filo e per segno le tre pietre miliari.
C'è poco da fare: se gli Anthrax fanno parte dei "Big 4" ci sarà un motivo e non è solamente il fatto di saper suonare in maniera impeccabile, ma di non essere mai invecchiati, di saper trasmettere quella grinta e quell'ardore che fanno del thrash metal il genere capostipite!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Aprile, 2018
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Nati nel lontano 1994, attivi dal 2000, sono tedeschi e rasentano la perfezione musicale: signori, con orgoglio vi presento i Burden Of Grief ed il loro meraviglioso "Eye Of The Storm". Prendete la cattiveria del thrash metal e la leggiadria del melodic death, unite il tutto insieme ed otterrete un prodotto a dir poco spettacolare, unico ed innovativo. Se poi aggiungete un'esecuzione impeccabile ed una spiccata capacità di far emozionare, ecco che il tutto si eleva a livelli che vanno ben oltre una recensione a pieni voti. Già dalle prime note dell'omonima "Eye Of The Storm" si capisce che questi ragazzi mangiano pane e cemento a colazione: un riff cattivo, pesante e cadenzato ma, contemporaneamente, accompagnato da un incrocio di chitarre liquido e cristallino... Exodus ed Insomnium Insieme, tanto per darvi una vaga idea di quello che vi aspetta ascoltando questo capolavoro. E vogliamo parlare dell'incantevole "Angel"? la mia traccia preferita in assoluto, ascoltata mille volte ed altre mille l'ascolterei: brividi lungo la schiena per tutti i 4 minuti di brano, un senso di freddo glaciale e di acqua cristallina accompagnato da stacchi potenti e pesanti... un continuo oscillare armonico tra thrash e melodic death.
Un doveroso applauso, oltre che al magistrale lavoro di post produzione, voglio farlo alla voce di Mike che ci regala un growl pieno, naturale e potente che ben si amalgama con tutto il contesto e che dà ancora più forza alla mia tesi: "Eye Of The Storm" è la formula perfetta dell'album perfetto.Neanche se mi sforzassi riuscirei a trovare qualche imperfezione e, se anche ci fosse, sarebbe sovrastata dalla forte capacità di saper emozionare che questo album porta con sé. State sicuri che i brividi lungo la schiena vi accompagneranno da inizio a fine.
Voglio personalmente ringraziare i nostri amici tedeschi per averci regalato un pezzo di anima fatto musica che, come detto sopra, va oltre una semplice recensione, il saper suonare bene o il tirare fuori un prodotto innovativo. Quando un album colpisce dritto al cuore basta questo per far passare tutto in secondo piano . In bocca al lupo per tutto, aspetto con ansia l'ottavo album. You Rock!

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