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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Luglio, 2017
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Il mondo post nucleare è un tema ben presente nell'immaginario collettivo: desolazione, vita al limite dell'estinzione, sconfinati deserti aridi, città fatiscenti ridotte ad un cumulo di macerie. Dai film, ai libri, ai videogiochi... insomma, è un argomento più che trattato ed oggi verrà preso dal punto di vista musicale grazie a "The Dawn Of steel", il nuovo lavoro dei francesi Dawnpatrol. Che dire: un misto tra thrash vecchia scuola e sonorità del black metal primordiale, il tutto contornato da una sana dose di violenza, cattiveria ed acidità. In una parola: Apocalyptic Black Thrash Metal.

Se volete farvi un'idea dell'approccio musicale di questi ragazzi dovete, innanzi tutto, tenere ben presenti gruppi come Kreator e Sodom, dai quali sono stati ripresi la violenza, i pochi fronzoli, la cattiveria ed anche lo stile canoro che,devo dire, è stato egregiamente eseguito e ricorda quello di Angelripper (Sodom). Tra le tracce più significative dell'intero album è doveroso citare la micidiale "Signs of the World's Demise": credo possa essere annoverata tra i pezzi più violenti che abbia mai ascoltato, un riff speditissimo completamente imbevuto di black metal vecchia scuola, un pugno in faccia senza "se" e senza "ma", apocalisse nucleare resa in chiave musicale, una vera e propria bomba atomica. Un grande complimento all'ottimo lavoro svolto dalla singola chitarra presente che riesce a regalarci delle sonorità taglienti, acide, arruginite, cattive e pungenti ed al conseguente senso di guerra nucleare che riesce a creare nella mente dell'ascoltatore (da bravo nerd quale sono, non ho potuto fare a meno di immaginare uno scenario in stile "Fallout", giusto per dare un'idea concreta al senso post apocalittico che i Dawnpatrol hanno saputo ricreare).

Ragazzi, non voglio spendere troppe parole per questo capolavoro del thrash europeo per evitare di spoilerarvi un concept album completamente ispirato alle guerre nucleari, ai complotti governativi ed al caos che solo la mente umana può creare. Mi raccomando, se avete la possibilità reperite una delle 500 copie disponibili di "The Dawn Of Steel" e buttatevi in un fungo atomico di riff selvaggi e brutali.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Luglio, 2017
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Noi europei siamo estremamente fortunati in ambito musicale, in quanto possiamo vantare di essere la patria, o comunque una delle colonne portanti, dei generi metal più importanti. Non è un caso se i migliori gruppi Melodic Death vengono proprio dall'Europa e, tra questi, è doveroso citare gli austriaci Lost Dreams e il loro ultimo album "Exhale". Ho solo una parola per definire questa perla: SPETTACOLO. Ragazzi, finalmente qualcosa che non è la solita minestra riscaldata, ma una creazione innovativa che non ha il sapore del già sentito ma che, tuttavia, conserva l'esperienza e l'influenza delle pietre miliari del genere, in primis i Dark Tranquillity la cui influenza è ben percepibile soprattutto nel modo di strutturare i pezzi e di incrocio delle chitarre.

Non faccio esagerazioni se vi dico che, quando ho iniziato ad ascoltare "Exhale", appena è partita "Ego" sono rimasto letteralmente folgorato dalla cattiveria e dalla bellezza con cui il riff mi è stato sbattuto in faccia senza preavviso: per darvi un'idea della questione, pensate alla traccia "At War With Reality" degli At The Gates. Una botta dritta sul muso senza neanche avere il tempo di realizzare la cosa. Un enorme complimento ai singoli strumenti che qui, e finalmente lo posso dire, sono tutti perfettamente distinguibili, bene effettati e con un lavoro di post-produzione alle spalle spettacolare. Si vede che i Lost Dreams non sono dei pivelli alle prime armi (anche perché questo è il loro sesto lavoro, per cui dalla loro parte hanno anche il fondamentale fattore esperienza).
Vorrei soffermarmi un secondo sulla traccia "Purple Clouds": una ballad a dir poco meravigliosa, estremamente ambient e nella quale la voce ci regala un pulito davvero ben eseguito e studiato. Questo significa saper essere innovativi e dinamici! Se ascoltate ogni singola traccia vi renderete conto che ciascun pezzo ha una personalità propria, un qualcosa che dica "Hey, questo sono io!". Ciò è molto difficile da trovare in un album melodico, in quanto si rischia sempre di fare pochi brani buoni e di andare per inerzia con gli altri. Invece qui, dalla prima all'ultima canzone, non ci si annoia mai perché, semplicemente, è impossibile. Il saper mischiare in maniera intelligente l'armonia ed il gioco di chitarre dei Dark Tranquillity e l'impostazione diretta e aggressiva degli At The Gates si è rivelata una mossa più che vincente, una commistione il cui prodotto finale non può che essere un capolavoro.

Ragazzi, c'è poco da dire e non voglio assolutamente spoilerarvi il resto di "Exhale". Un album che, a mio avviso, entra di diritto nell'Olimpo delle migliori uscite di questo anno, non può non essere acquistato e gustato dagli amanti del genere. E' doveroso supportare questi ragazzi perché sono i gruppi come i Lost Dreams quelli che meritano di andare avanti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    02 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Luglio, 2017
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Finalmente ho tra le mani qualcosa che non è la solita minestra riscaldata, bensì un lavoro degno di essere chiamato tale: sto parlando del terzo lavoro degli americani Under Eden, "An Aeons-Long Shadow". Signore e signori, abbiamo davanti un calderone di cattiveria, brutalità e distruzione, il tutto condito da una vena melodica e tecnica che fa da cornice ed abbellimento al prodotto finito. Ho sempre apprezzato quei gruppi che cercano di sperimentare per dare unicità ai propri album e finalmente questi ragazzi, seppur in maniera non perfetta, hanno portato alle nostre orecchie un album che sicuramente stuzzicherà gli amanti del death. Volete farvi un'idea di "An Aeons-Long Shadow"? Benissimo, allora alzate il volume delle vostre cuffiette e fatevi travolgere da brani come "Aeon Alpha-Storming Primordial Shores", "Catalyst For Massacre" e "The Poisoned Sky". C'è solo una parola per descrivere pezzi di questo calibro: epicità. Quando una band riesce nell'intento di lasciarti marchiato in testa il riff di un brano vuol dire che ha svolto un ottimo lavoro e i nostri amici americani hanno fatto di più: non è da tutti dare alla luce brutalità allo stato puro contornata da una malinconica melodia (quasi stile "At War With Reality" degli At The Gates) che rende il tutto ipnotico.
Prima ho detto che l'album non è certamente perfetto in quanto qualche sbavatura è presente, a partire dal lavoro di post produzione che, a mio avviso, sarebbe stato più consono ad un EP e non ad un album completo: è un peccato perchè se il tutto fosse stato studiato meglio avrebbe sicuramente regalato più pienezza all'insieme. Così facendo si è dato quasi un senso di piattume e ciò potrebbe annoiare l'ascoltatore che non si sentirebbe colpito in faccia da dei riff che, al contrario, sono un tritacarne.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Giugno, 2017
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Ormai lo sappiamo, l'Italia non è seconda a nessuno in ambito musicale e, più precisamente, riguardo la scena metal, possiamo vantare di avere dei gruppi molto validi degni di portare in alto la nostra forza. Con questa premessa voglio presentarvi i romani Asphaltator ed il loro primissimo EP: “World Asphaltation”.

La demo, composta da 6 tracce, è un vero e proprio pugno in faccia, del thrash metal senza fronzoli, cafone, violento e molto "old school" e, con mio sommo stupore, pur trattandosi non di un album vero e proprio, qualitativamente è validissimo, un evidente segno che la band vuole sfondare con il botto badando anche a questi fondamentali dettagli. Ma, bando a queste formalità ed andando più sul concreto, partiamo immediatamente dalla prima traccia, "Army Of The Darkness": un brano che mi ha molto incuriosito ed estremamente interessante in quanto parte con un intro melodico, tendente quasi al black metal sinfonico. Tuttavia la questione è solo questione di tempo, perchè in men che non si dica parte un riff violentissimo come un fulmine a ciel sereno. Il pogo selvaggio qui è d'obbligo: come si potrebbe non scatenarsi con una potenza ed una cattiveria simile? Per un attimo sembra di tuffarsi in "Bonded By Blood" degli Exodus. Complimenti, inoltre, alla voce che, secondo me, è azzeccatissima: tagliente e ben adattata al contesto.
Una cosa che ho adorato di questo EP e che l'ho intesa come un segno di grande originalità e anche di simpatia (parliamoci chiaro: chi, ogni tanto, non si prende troppo sul serio è preferibile a chi si atteggia), è il fatto che il brano "Good Friendly Violent Fun" parta con una frase ignorantissima, ma spettacolare, che immediatamente dopo lascia il posto alla "Viulenz!". Le sorprese non finiscono qui ragazzi: se passiamo a "Progress Is a Crime", dopo essere stati calpestati da una colata di riff cattivissimi, si può apprezzare l'ottimo assolo che, udite udite, sfocia nel tema principale dello storico videogioco "Tetris". Quando l'ho ascoltato la prima volta ci sono rimasto; non è qualcosa che ascolti tutti i giorni e devo dire che mi è piaciuto tantissimo come segno di originalità.

Ragazzi, non ho altro da aggiungere se non che aspetto con ansia un album completo e ben fatto. Se solo l'EP è riuscito a colpirmi, sono estremamente positivo su un eventuale futuro lavoro. MI raccomando: supportate gli Asphaltator che, dopo due anni estenuanti, sono riusciti a sfornare un prodotto valido, originale e ben strutturato.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Giugno, 2017
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Quando ci approcciamo al thrash metal europeo viene automatico pensare alla Germania, la patria di band storiche e leggendarie come: Sodom, Kreator e Destruction (tanto per citarne qualcuna). Se scavassimo più in fondo ci accorgeremmo che da quelle parti si fa veramente sul serio, poichè di gruppi validissimi ce ne sono eccome! I Warpath, band nata ngli anni 90 e riunitasi nel 2015, con il loro "Bullets For A Desert Session" sono l'esempio perfetto di quanto ho appena detto: una macchina da guerra, cattiveria allo stato puro, un tritacarne per le orecchie, un pugno dritto in faccia senza fronzoli e ghirigori... semplice e puro thrash metal europeo!

Se siete pronti a farvi massacrare dalla potenza di questi ragazzi, allora posso iniziare a darvi qualche assaggio del loro nuovo lavoro. Prendiamo immediatamente una delle tracce più significative, "Reborn": ragazzi, c'è poco da fare se non un enorme inchino ed encomio ai Warpath per averci ridato le vecchie sonorità martellanti e cattive che danno vita a dei riff taglienti come una lama arrugginita, violenti come i migliori pezzi dei Sodom (e qui torniamo al discorso di avere la fortuna di vivere nella patria del genere in Europa) e duri come il cemento armato. Non mi stupisco se i Warpath abbiano condiviso il palco con alcuni dei big del genere e, sinceramente, meritano a mani basse questo privilegio:se una band merita è giusto che goda dei frutti dei propri sacrifici.
Apprezzatissima è anche la voce di Dirk dal timbro molto scuro e corposo che incornicia tutto l'album regalando l'ulteriore pienezza per essere una vera perla. Volete farvi un'idea della voce che,secondo me, è più che azzeccata? Allora dovete ascoltare "Believe": traccia dall'impostazione più lenta e tendenzialmente melodica che offre la possibilità a Dirk di mostrare i propri attributi in ambito canoro. Se invece volete gustare un brano in cui il cantato sia più grezzo e violento, "Unseen Enemy" fa esattamente al caso vostro: pogo assicurato per una traccia del genere, voce potente e arrabbiatissima, riff che spaccherebbero a metà il suolo...cosi si fa!

Ragazzi, una sola parola mi viene da dire dopo aver ascoltato "Bullets For A Desert Session": capolavoro! Una vera perla del thrash europeo che deve entrare di diritto nella collezione di tutti i veri appassionati del genere (me compreso). I Warpath vanno assolutamente supportati perchè hanno saputo tirare fuori una bomba atomica che li colloca al fianco di leggende come i sopracitati Sodom, Destruction e Kreator, ma anche Gorefest e Forbidden (con cui, tra l'altro, hanno avuto il piacere di suonare in live). You rock guys!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    05 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Giugno, 2017
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Ragazzi, finalmente ho tra le mani qualcosa che non è la solita minestra riscaldata e riproposta in mille modi diversi. Di cosa sto parlando? Dei connazionali Sinatras e del loro mostruoso "Drowned": un misto tra Thrash anni '80, Death anni '90 e qualche spolverata di Hardcore vecchia scuola... pure f*cking Death'n Roll. Signori miei, con non poca sicurezza posso affermare che questo lavoro merita dei bacini d'utenza molto più grandi in quanto è una piccola perla per chi,come me, ama le sonorità rozze e cattive degli anni '80-'90.

Ma andiamo un pochino di più nel dettaglio, senza spoilerarvi troppo "Drowned", e vediamo cosa hanno da proporci i nostri compaesani. Partiamo, come al solito, dalla prima traccia del disco, "Drowned": appena ho cliccato sul tasto "Play" la mia testa è stata presa a bastonate da dei riff potentissimi, martellanti, grezzi, cattivi e bestiali... un tritacarne che non mi sarei mai aspettato, un mix di influenze studiato alla perfezione, uno stile unico e abilmente interiorizzato, una voce che spazia dal cantato Thrash allo scream e growl del Death... in una parola: un capolavoro. Per chi ama band come Carcass, Entombed, Pantera ed Hatebreed non può non apprezzare i Sinatras; e badate bene perchè i nostri amici non si limitano a riproporre un determinato sound: ne hanno creato uno tutto loro, un'esperienza derivante dal bagaglio culturale di ciascun membro e il risultato, considerando che si tratta di gente con gli attributi e talentuosa, non poteva che essere formidabile,a tratti incredibile, e assolutamente non scontato. Come scrissi qualche tempo fa: il Thrash Metal è un genere colpito da molti pregiudizi riguardanti la monotonia delle strutture e la (presunta) poca difficoltà compositiva. Ecco, prendete tutti coloro che abbracciano questi stereotipi e sbattete loro in faccia brani come "24/7" "Flow" o "Miss Anthropy" e vedrete come si ricrederanno!

Che dire di più, se non fare i miei più sentiti complimenti ai Sinatras per aver proposto qualcosa di innovativo (così facciamo vedere al mondo che, musicalmente, abbiamo anche noi la nostra artiglieria), un album strutturato molto bene, un sound ricercato e ben definito ed uno stile assolutamente unico, una vera e propria firma. E voi utenti dovete categoricamente acquistare la vostra copia di "Drowned" per supportare una band che merita di andare avanti. Continuate così ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Mag, 2017
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Chi legge le mie recensioni avrà sicuramente capito che il mio genere prediletto è il thrash metal e, dal punto di vista critico, quando si tratta di approcciarsi a questo tipo di musica, sono estremamente severo: ci sono molti stereotipi e concezioni del tutto errate, soprattutto da parte dei gruppi stessi, che vanno debellate al fine di riportare in auge la vecchia gloria di uno dei capostipiti del metal. Detto ciò, la premessa mi è servita per presentarvi "Planet Alcatraz", il terzo album dei finlandesi Bloodride: un carro armato in corsa senza fronzoli, crudo, cattivo, violento e dal sapore estremamente anni 80-90 (non a caso il periodo d'oro del thrash).

Se siete pronti a massacrarvi le orecchie e la testa, allora possiamo partire immediatamente dalla primissima traccia del disco, "S.O.B.": finalmente i veterani del thrash più crudo come Exodus, Slayer, Kreator oppure Slayer, fanno sentire la loro inconfondibile influenza in un riff velocissimo, tagliente come un rasoio e volutamente sporcato per dare il tocco "old school". In pratica ci troviamo davanti ad un album del 2016 che, in realtà, è un tuffo indietro di trent'anni: altre band dovrebbero prendere esempio da ciò, perchè non si può proporre qualcosa di nuovo se prima non si ha un bel bagaglio culturale sulle spalle; e il thrash ne ha eccome di materiale da cui poter riprendere e rielaborare! I Bloodride sanno perfettamente cosa vogliono fare e ciò è dovuto essenzialmente da due fattori: si trovano al terzo album, per cui hanno avuto il tempo ed il modo di consolidare il loro stile violento e grezzo, e hanno saputo pescare bene il materiale da rielaborare per creare un qualcosa di nuovo che vada a colpire il cuore e la testa di chi ama questo genere (come il sottoscritto).

In definitiva altro non c'è da dire perchè rischierei di essere solo prolisso: se amate la cattiveria, l'aggressività, la crudezza, i pochi fronzoli ed odiate gli insensati stereotipi come la poca difficoltà nel saper suonare questo genere o la struttura sempre uguale dei brani, beh non potete non reperire una copia di "Planet Alcatraz". Non ve ne pentirete e sicuramente, come me, vi farete travolgere dalla potenza dei Bloodride!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Mag, 2017
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Quando si tratta di ascoltare un gruppo metal italiano è sempre un onore ed un piacere: il mondo deve sapere che noi non siamo secondi a nessuno dal punto di vista musicale. i compaesani Path Of Sorrow ed il loro "Fearytales" sono la dimostrazione lampante che, con la giusta dose di impegno ed intraprenenza, si possono ottenere ottimi risultati. L'album in questione si rivolge direttamente al melodic death vecchia scuola che ha caratterizzato gruppi come Dark Tranquillity, In Flames e At The Gates e, per noi fans del genere, non poteva esserci notizia migliore.

Per farci immediatamente un'idea di "Fearytales" basta approcciarsi alla prima traccia del lavoro, "Under The Mark Of Evil": era da tanto tempo che non ascoltavo un sound così duro e grezzo; un ottimo richiamo ai primi lavori delle bands di Göteborg, un tuffo nei primi anni '90 quando la rudezza e l'aggressività delle sonorità erano la priorità. Molto apprezzata è la voce di Mat, in quanto riesce a spaziare bene tra un growl cavernoso e pieno ed uno scream più acido e tagliente: ciò è un tratto essenziale per la buon riuscita del prodotto finale, in quanto la voce completa il senso di claustrofobica inquietudine che pervade tutto "Fearytale".
Come la stessa band dichiara, l'album presenta anche diversi innesti thrash che regalano alle tracce l'ulteriore pienezza e cattiveria necessarie per portare il tutto ad un livello più alto, per cui posso tranquillamente dire che i Path Of Sorrow non si limitano a riproporre, a modo loro, uno stile musicale, ma hanno saputo mettere degli elementi propri, qualcosa che non è la solita minestra riscaldata, ma un ottimo connubio tra melodic, death e thrash. Per darvi un'idea su ciò che questi ragazzi hanno saputo tirare fuori, allora non potete non ascoltare "Lords Of Darkened Skies" (tra l'altro la mia traccia preferita) e "The Crawling Chaos": una martellata dritta in faccia data da riff duri come il marmo, galoppanti come una mandria imbizarrita e volutamente sporcati per dare il nostro amatissimo sapore "old school".

Insomma ragazzi, c'è ben poco da dire: i nostri amici genovesi ci hanno regalato una piccola perla che va assolutamente reperita e gustata se si vuol fare un tuffo nelle sonorità che hanno caratterizzato uno dei generi più innovativi e belli del metal europeo. Continuate così!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Mag, 2017
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Finalmente, dopo svariate recensioni, ho potuto mettere mano,o per meglio dire orecchie, ad un album death metal vecchia scuola di una band tutta italiana: sto parlando di "The Black River" degli Hastur. Il gruppo, che nasce nel 1993, dopo svariati cambi di line-up, EP e progetti non rilasciati, finalmente è riuscito a partorire un signor album di pura cattiveria e brutalità.

Possiamo farci immediatamente un'idea di cosa ci aspetta già a partire dalla prima traccia, "Black River": innanzi tutto i miei complimenti per l'intro che mischia insieme ruomori di acqua che scorre e urla strazianti in lontananza; ma la vera chicca arriva non appena il pezzo parte, perchè ci sbatte in faccia bestialità pura in forma di riff martellante, potente, tagliente e brutale. Il tutto condito da un sapiente uso del growl che dona all'insieme l'ulteriore vena macabra necessaria a creare l'atmosfera. Perfettamente percepibile è l'influenza di gruppi come Immolation, Deicide e Obituary sopratutto per quanto riguarda l'oscurità dei pezzi, i riff che quasi rasentano il black e, talvolta, la pesantezza voluta di alcuni brani come "Purgatory" ed "Infamous".

Ragazzi, c'è davvero poco da dire se non che i nostri compaesani sono riusciti a comporre un signor album degno dei migliori anni del death metal, per cui mi limiterò a rinnovare i complimenti a questi ragazzi e alla loro capacità di tenere duro in tutti questi anni prima di portare alla luce un prodotto più che valido. Ascoltate "The Black River" e immergetevi nell'oscurità.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Mag, 2017
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Quando ho iniziato ad ascoltare "Connected/Condemned" degli Jotnar ero un pochino scettico: figuriamoci se dalle Isole Canarie può venire fuori una band melodic death come si deve! E invece, con mio sommo stupore, mi sono ricreduto; e sapete perchè? Perchè gli Jotnar sono un gruppone che ti sbattono in faccia un melodic death moderno da rimanerci a bocca aperta. Piccola premessa prima di parlarvi di questo lavoro: ho dovuto fare un enorme sforzo per non accostastare troppo la band agli In Flames, e tra poco capirete perchè.

Il primo grandissimo elogio voglio farlo alla voce (di solito mi riservo questa parte alla fine ma questa volta ho voluto fare un'eccezione): è qualcosa di spettacolare, un cantato pulito e cristallino ed uno scream molto corposo e naturale come non se ne sentono da un bel pò. Inoltre la cosa che mi ha stupito è la facilità con cui viene usato lo stile canoro di Anders Fridén: sembra che il cantante svedese abbia cambiato connotati e si sia messo a cantare negli Jotnar. Già dalla prima traccia, "Connected/Condemned"; tutta la bravura di Mario Infantes (voce), e della band in generale, si percepisce in un riff veloce, potente, melodico e cristallino tipico del death moderno.
Perchè, come ho detto poc'anzi, ho faticato per cercare di non associare gli Jotnar agli In Flames? semplice: perchè l'album sembra, in tutto e per tutto, uscito dalle menti della band svedese. Non esagero se vi dico che questo lavoro potrebe essere tranquillamente messo nel filone che va da "Clayman" (2000) a "Sense Of Purpose" (2008) ed essere scambiato per un lavoro degli In Flames. L'ulteriore fatica che ho fatto è se elogiare gli Jotnar per la quasi assurda capacità di accostarsi al gruppo di Anders (addirittura a livello di cantato come prima ho detto) oppure se criticarli per questo, poichè, così facendo, rischiano di non distinguersi per un loro contenuto e di essere perennemente associati ad un'altra band. Per cui, per evitare di dividere voi utenti in due file di pensiero, lascio a voi l'ardua sentenza di giudicare e mi limiterò a dirvi che l'album, dal punto di vista di songwriting e riff, è spettacolare perchè si percepisce una profonda conoscenza degli strumenti che riescono ad incrociarsi e a danzare insieme in armonia. Per intenderci, nell'album è presente la cover in chiave melodic death di "Say It Right" di Nelly Furtado, la nota cantante pop, che mi ha lasciato a bocca aperta: di solito non amo le cover, ma questa spacca di brutto e, se non lo sapessi, potrei benissimo dire che si tratta di un brano come gli altri presenti nell'alum.

Insomma, queste righe cercano di farvi capire che l'unico modo per giudicare correttamente "Connected/Condemned" degli Jotnar è ascoltarlo e basta. Solo così potrete farvi un'idea della band e dire se il fatto di assomigliare così tanto agli In Flames, come solo loro sanno fare, sia un pregio o un difetto.

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