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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Aprile, 2017
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Nel mondo della musica, soprattutto al giorno d’oggi, è necessario proporre sempre qualcosa di nuovo ed innovativo se ci si vuole distinguere: ciò è dovuto al fatto che, ormai, i generi sono saturi e l’unica soluzione è quella di presentare un lavoro che riesca ad unire varie influenze per dare vita ad un prodotto interessante. Gli Athorn, con il loro concept album “Necropolis”, rappresentano esattamente questo tentativo di fondere diverse esperienze in un unico risultato. Tutto il lavoro è incentrato sul tema post-apocalittico: cosa accadrebbe se un meteorite colpisse la terra trasformando gli uomini in morti viventi? Da ciò l’idea di concretizzare in musica il caos, derivante da un simile panorama, presentandoci un misto tra progressive melodic death con innesti power ed epic.

Personalmente ho trovato qualche difficoltà nell’inquadrare questo album in quanto la band non è perfettamente riuscita nell’intento di portare un qualcosa che sia frutto di più generi uniti insieme. Partiamo dalla prima traccia, “Another Day In Hell”, la quale è anche la più bella dell’intero lavoro: qui sono perfettamente percepibili i vari innesti che sono stati applicati in maniera intelligente e studiata, tant’è vero che il riff portante è un ottimo compromesso tra melodic death e power (sembra di ascoltare In Flames e Stratovarius contemporaneamente). Eccezion fatta per “The Dark Breed” dalla struttura violenta e veloce, “Ghost Brigade” nella quale c’è un leggerissimo sentore black e la voce in pulito è davvero molto piacevole e, infine, la ballad “Born In Flames” davvero molto bella e godibile, sembra che gli Athorn abbiano lentamente perso la strada: i pezzi non sono niente male, tuttavia sembra che non siano più un’intelligente unione di vari generi, ma un semplice accostamento, a volte forzato, di diverse influenze musicali; sono brani in cui, anziché avere riff particolari ed innovativi, le influenze sono troppo staccate tra loro e il risultato finale è una mescolanza non molto omogenea.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il nuovo singolo degli Streams è appena uscito e ci permette di degustare un'anteprima di ciò che sarà il loro album. Non si può dire molto essendo una singola traccia, tuttavia è già possibile farsi un'idea sommaria: la band ci sbatte in faccia un death metal feroce con sonorità che sfociano nel deathcore e una melodia di base simil horror, quasi di stampo symphonic. Il brano proposto è molto cadenzato con parti di mosh nelle quali non si può non fare heabanging ed, in generale, il pezzo fila come un treno: violento, brutale, cattivo... un pugno dritto in faccia senza compromessi. L'unica pecca è data dalla voce che, secondo me, andava lasciata più naturale e meno "lavorata" in post-produzione: un vero peccato perchè si tratta di un growl, che sfocia in punte di scream, davvero ben eseguito, molto profondo e che ben si adatta all'insieme.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Aprile, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

L’anno 2017 dal punto di vista musicale parte davvero bene, soprattutto per la scena melodic death. Finalmente è stato rilasciato “Embers of a Dying World”, il sesto album dei Mors Principium Est: la band finlandese, dopo vari cambi di formazione e una miglior caratterizzazione del proprio stile, ci presenta un prodotto con gli attributi per la gioia di noi fans.


Cominciamo subito con il dire che il sound di questo lavoro è sorprendentemente scuro, violento, disperato e malinconico: un melodic death con innesti death e symphonic. Chi se lo sarebbe aspettato da una band della Finlandia, considerando che da queste parti le sonorità sono più morbide e cristalline (vedasi gli Insomnium)! Se volete farvi un’idea riguardo questo particolare stile non potete non ascoltare “Into The Dark”: tutta la melodia che accompagna il brano sembra provenire direttamente dai migliori lavori dei Dimmu Borgir, ma la band non si limita a questo e ci sbatte in faccia un riff sparato e cattivissimo di indubbia provenienza At The Gates. Passando, invece, a brani come “The Drowning” è percepibile anche l’influenza dei compaesani Children Of Bodom; eppure i Mors Principium Est riescono sempre a mettere la loro firma, vuoi dal particolare scream di Villie, vuoi dalla chitarra inconfondibile. Insomma,è sempre presente un qualcosa che dica “ehi, questi siamo noi e basta!”.
Per non spoilerarvi troppo questo capolavoro mi limiterò a menzionare quella che, secondo me, è la traccia più bella in assoluto, “Death Is The Beginning”: è una specie di ballad tristissima, disperata e con una melodia a dir poco spettacolare… la messa in musica di un pianto agonizzante, poesia pura per le orecchie e per il cuore. Non vi dico bugie affermando di averla ascoltata per due giorni di fila; ed ogni volta la pelle d’oca è d’obbligo.


I complimenti alla band sono assolutamente doverosi perché, con “Embers Of A Dying Wolrd”, entra di diritto nei big del melodic death. È un lavoro innovativo in cui le influenze di vari gruppi e generi sono ben avvertibili e, tuttavia, razionalizzate in un prodotto unico e con molto carattere. La recensione stessa non basterebbe a dare il giusto spazio ad ogni singolo brano proposto, per cui sta a voi ascoltatori procurarvi il prima possibile una copia del disco per assaporarne le varie sfaccettature.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Aprile, 2017
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Come ho ribadito più volte, oggigiorno sperimentare e cercare di concretizzare idee nuove è la strada giusta per emergere nell’ambito musicale. Questo discorso vale soprattutto per le band emergenti o "minori" che vogliono iniziare a formare il proprio bacino di utenza. Con tutta onestà posso dire che dopo aver ascoltato “A Quiet World”, terzo album dei tedeschi Words Of Farewell, mai le parole sopra dette sono state più vere: questo gruppo ha saputo mettere insieme vari elementi provenienti dal progressive, dal melodic death e qualcosina dal djent dando vita ad un qualcosa che definire spettacolare è dire poco.

Già a partire dalla prima traccia, “My Share Of Loneliness”, è perfettamente riconoscibile l’influenza dei Dark Tranquillity, soprattutto nella tastiera che, e questo vale per tutti i brani, riesce a dare una pienezza all’insieme davvero notevole. Una delle tracce più belle e particolari è sicuramente “Gallows Frame”: questi ragazzi hanno creato una ritmica tendente al djent mantenendo però sonorità melodiche di stampo scandinavo. È un qualcosa di eccezionale, un brano pieno di sentimento da far venire la pelle d’oca. Ecco cosa distingue un lavoro fatto bene!
È doveroso porre attenzione sull’ultima traccia “This Shadow My Likeness” perché sono dieci minuti di pura poesia. Tendenzialmente sono scettico riguardo i brani molto lunghi, in quanto c’è sempre il rischio che l’ascoltatore possa annoiarsi se il pezzo non è studiato in maniera intelligente. Ebbene, i Words Of Farewell ci sono riusciti egregiamente portando una canzone malinconica, triste e molto melodica grazie ad un’ottima armonia tra le chitarre e la tastiera. Senza timore posso affermare che sembra quasi un pezzo dei Dream Theater di cui, tra l’altro, si può sentire l’influenza durante l’ascolto dell’album.
Complimenti, infine, alla voce che ci regala un growl pieno e ben interiorizzato (frutto di molta pratica, e si sente!) ed, in generale, al lavoro di post produzione minuzioso in ogni dettaglio per dare posto a ciascuno strumento.

Che dire, sono soddisfattissimo di questo album ed allo stesso tempo non riesco quasi a credere che questi ragazzi abbiano sempre avuto le idee chiare sul da farsi e su come realizzarle al meglio. Il mio unico consiglio va a voi utenti: ascoltate questa band e recuperate i primi due lavori perché spaccano davvero!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Marzo, 2017
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Quando si ascolta il primo album di un gruppo non sempre si è in grado di capire quale sia la linea intrapresa. Ciò a causa di due motivi: la mancanza di lavori precedenti con cui fare un confronto e il fatto che il primo album non sempre delinea il genere e, in generale, l’andamento futuro della band. Ovviamente le eccezioni ci sono sempre state, come i nostri connazionali Frozen Hell che, con “Path To Redemption”, ci sbattono in faccia un melodic death dalle mille sfaccettature senza peli sulla lingua, deciso, con personalità e grinta.

Cominciamo con il dire che l’intero album va ascoltato tutto di fila in quanto le singole tracce sono state concepite e strutturate per essere ascoltate una di seguito all’altra. È una decisione azzardata ma, inspiegabilmente, la band è riuscita a dare risalto e personalità a ciascun brano pur realizzando una sorta di singola canzone.
Si comincia con “Stainless”, traccia che racchiude la determinazione dei Frozen Hell con un riff “old school” di ispirazione scandinava, in stile In Flames e Dark Tranquillity tanto per citarne un paio, per poi passare a brani più cattivi, taglienti, spediti e con pochi fronzoli (e a noi piace cosi!) come “Chaotic Hostilities” e “Demons Inside”. Un encomio in particolare va fatto proprio sul piano del genere proposto: i Frozen Hell hanno inserito elementi particolari nei loro pezzi, basti citare “Weavers Of Fate” con un intro arabeggiante e “Unforgotten” dal sapore epic/speed, che sembrano dire “Ecco, questi siamo noi!”
Tuttavia qualche appunto da fare c’è e riguarda la troppa durata di “Quiet Before The Storm”: è un intermezzo (come si evince dal titolo stesso) di quattro minuti abbondanti di cui più della metà sono occupati da percussioni tribali (non nego di aver skippato questa parte) e solo dopo la chitarra propone un gradevole arpeggio che prepara al brano successivo. Un vero peccato perché se fosse stato concepito diversamente sarebbe stato sicuramente valido.


I Frozen Hell hanno dimostrato al mondo della musica che ci sanno fare buttandovisi senza timore, sprezzanti del giudizio altrui e con idee fresche e innovative sotto alcuni aspetti. Si spera continuino su questa via che hanno iniziato a battere perchè ci sono tante idee che bollono in pentola.

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2.5
Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    23 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Marzo, 2017
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Chi è appassionato di thrash metal non può non amare gli anni 80, l’epoca d’oro del genere che vide diversi gruppi, oggi leggendari, emergere con delle sonorità violente, velocissime, arrabbiate, cattive e taglienti. Oggigiorno è difficile riproporle senza emulare, più o meno, le vecchie glorie. I danesi Battery, con il loro secondo album “Martial Law”, rappresentano esattamente questo tentativo di distinguersi con un un genere che non lascia molto spazio ai nuovi arrivati.

Il riff della prima traccia, “the Rapture”, ricorda molto quello di “Black Magic” degli Slayer, segno che questi ragazzi hanno a cuore omaggiare i pionieri del genere. Tuttavia, sotto un’altra prospettiva, ciò potrebbe essere interpretato come un segno negativo in quanto denoterebbe una scarsa inventiva dei Battery e, ad avvalorare questa tesi, basta ascoltare tutto l’album per rendersene conto: a cominciare dalla voce per nulla convincente e quasi strozzata, a mio avviso un tentativo di emulare lo storico cantante degli Exodus Paul Baloff, e dai riff che, seppur ben riusciti e funzionanti, tendono ad essere un po’ ripetitivi.
L’album ovviamente non manca di eccezioni e una di queste è sicuramente “Forced Retaliation”: brano spedito, cattivo, martellante, a tratti addirittura black, in cui si denota la capacità dei Battery di saper strutturare un ottimo pezzo thrash dalla forte personalità. Stranamente il pezzo funziona anche per l’assenza del cantato che, per progetti futuri, va certamente rivisto e fatto più proprio.

È giusto e sacrosanto avere dei gruppi a cui ispirarsi, soprattutto se parliamo di thrash metal. Tuttavia tra ispirazione ed emulazione corre una linea molto sottile che è facile superare: “Martial Law” è il risultato di questo andare oltre e la cosa fa un pochino arrabbiare poiché, ascoltando la sopracitata “Forced Retaliation” e l’omonima traccia, ci si rende perfettamente conto che la band danese ha molto potenziale che, ahimè, è stato sfruttato poco.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Marzo, 2017
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Il mondo del death metal è costellato di infiniti influssi e sottogeneri che offrono un’immensa varietà di spunti. Tuttavia è difficile trovare la giusta combinazione di elementi innovativi per creare qualcosa che si distingua dalla massa: la tendenza, infatti, è quella di copiare o comunque di emulare piuttosto che sperimentare. Fortunatamente non mancano quei gruppi che si buttano in progetti alternativi e gli Algol, con “Mindframes”, rientrano in questa categoria. La band italiana ci presenta un death metal davvero particolare con innesti e sonorità provenienti da diversi generi.

Già dalla prima traccia “Falling Down” si possono sentire le varie influenze che questi ragazzi, in maniera intelligente, hanno saputo mettere in campo per dare vita a dei riff martellanti, spediti e ricercati: la fanno da padroni la cattiveria degli At The Gates, la melodia tipica dei Dark Tranquillity ed il sapiente uso della tastiera in stile Dimmu Borgir per dare quel tocco di macabro e sinfonico e per dare supporto alla singola chitarra presente nel gruppo.
Tra i brani proposti meritano un’attenzione particolare “Ego Shield” dall’impostazione più black della chitarra e del blast della batteria, “Claws Of Fate” per l’ottima unione tra arpeggio melodico e riff rapidissimo e “Dazed By Pain” in cui, più di tutti gli altri pezzi, si percepiscono influenze e stili derivanti da diversi generi, addirittura qualche elemento deathcore .

Tirando le somme si può affermare che “Mindframes” è un prodotto davvero interessante in cui gli Algol mostrano di aver fatto tesoro delle peculiarità di svariati gruppi per poi elaborare un loro stile, una loro firma, un qualcosa che li contraddistingua. Sicuramente non è un album perfetto: durante tutto l’ascolto, salvo i brani sopracitati, si riscontra la tendenza a strutturare i pezzi nello stesso modo e ciò potrebbe annoiare l’ascoltatore. Il consiglio è dunque quello di perfezionare tale difetto e di dare più carattere ed identità alle canzoni, ma di rimanere su questa strada perché il potenziale c’è e le idee pure.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    19 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Il 2014 è un anno particolarmente interessante per il mondo del metal, soprattutto per quello scandinavo. A distanza di quasi un ventennio (19 anni per la precisione) i fan del melodic death metal vedono il ritorno degli At The Gates, band considerata una delle fondatrici del genere. Lo storico gruppo, infatti, si sveglia da un lungo sonno di silenzio con il loro quinto album: “At War With Reality”.
Non è facile approcciarsi a questo nuovo lavoro; non scordiamoci dell’epico “Slaughter Of The Soul” del 1995, una pietra miliare per il metal scandinavo, quasi impossibile da riproporne i capisaldi, a tratti inarrivabile… Eppure il quintetto capeggiato da Tomas "Tompa" Lindberg è riuscito nell’intento di proporre un album che sia in perfetta continuità, e razionalità, rispetto ai lavori precedenti, come se questi (ormai non più) ragazzi si fossero dimenticati di questi venti anni.
L’album esordisce con un intro in spagnolo sulla sofferenza sulla rovina e sulla morte, che sono parte preponderante nella nostra esistenza, e sull’assenza di Dio. Siamo soli nel mondo e non c’è nessuno che possa salvarci. Inquietudine, senso di smarrimento, a volte tristezza… ecco ciò che prova l’ascoltatore canzone dopo canzone.
Subito dopo la potenza degli At The Gates si mostra in tutta la sua forza con “Death and the Labyrinth”, pezzo dal riff serrato, tagliente, a tratti dal sapore black metal, che ricorda molto i primi album della band. Lo scream di Thomas poi è come il vino, più invecchia e più è buono: maturo, meno acido, disperato e pieno. Segue la più melodica “At War With Reality” in cui la maturità del gruppo può essere percepita in un riff che permette alle chitarre di Björler e Larsson di incastrarsi molto bene. Da qui in poi, salvo per “Heroes and Tombs” e “Order From Chaos” che sembrano non voler partire ed impennarsi, l’album è un susseguirsi di riff martellanti, potenti e veloci. Molto apprezzata è la componente melodic che qui, rispetto a “Terminal Spirit Disease” e a “Slaughter Of The Soul”, è più malinconica e matura: vedasi “The Circular Ruins”, “The Conspirancy Of The Blind”, “The Book Of Sand” e la disperata “The Night Eternal”.
Un discorso a parte merita “The Head Of The Hydra”: avvolgente, con un riff spedito, melodico, triste e arrabbiato contemporaneamente. Per i fan di vecchia data lo stile di questa canzone potrebbe quasi ricordare quello di “The Swarm” in “Terminal Spirit Disease” del 1994. Infine è da citare “City Of Mirrors”, il bellissimo intermezzo che spezza con il resto dell’album: un attimo di respiro per riprendersi.
In conclusione possiamo dire che con “At War With Reality” gli At The Gates hanno ripreso da dove hanno lasciato: un lavoro ben fatto, sicuramente più maturo e studiato, ma che ci lascia intuire che il quintetto svedese non ha voluto osare di più, forse per dare continuità e senso di crescita alle proprie produzioni o forse per non “spaventare” i fan storici con un prodotto completamente nuovo ed innovativo, azione sicuramente troppo sfacciata e avventata per quasi vent’anni di inattività. Insomma, la band è tornata e vuole farlo gradualmente.

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