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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    24 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Mag, 2018
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Debuttano nel 1998 con il nome Burn The Priest dando vita alla cosiddetta NWOAHM, massimi pionieri dell'hardcore punk prima e del thrash/groove dopo, i Lamb Of God sono tutt'ora una pietra miliare per noi metallari e chi ha assistito ad un loro live sa cosa significa perdere le costole per il pogo selvaggio che riescono a scatenare. Oggi, a distanza di vent'anni, il quintetto capeggiato dallo storico Randy torna con un album di cover indossando il vecchio nome di battaglia: signori, vi presento "Legion XX". Un lavoro che vuole proprio celebrare i due decenni di attività della band e che non poteva non essere un nostalgico ritorno a quelle sonorità più acide e corrosive dei primi lavori.
Si parte subito a mille con "Inherit The Earth" dei The Accused, band storica nella scena hardcore punk, in cui il buon Randy ci regala uno scream ed un growl degno del primo lavoro dei Burn The Priest, il tutto accompagnato da un riff serrato, martellante e potente che ci ricorda comunque che i cinque titani di Richmond hanno una maturazione musicale solida come una roccia. E che dire della famosa "Honey Bucket" dei Melvins? Un tantinello troppo spinta? Forse si ma hey,dietro le pelli c'è quell'animale di Chris Adler. Provateci voi a tenerlo buono con con le sue sfuriate di doppio pedale e di raid! Molto apprezzato è stato il tributo, e direi quasi doveroso,ai mitici S.O.D. del buon Scott Ian (Anthrax): sarebbe stato quasi oltraggioso non omaggiare i re indiscussi del thrash crossover, coloro che hanno saputo miscelare la potenza ed aggressività del thrash con le sonorità acide e sparate dell'hardcore punk. "Kill Yoursel" suona esattamente come nell'omonimo lavoro del 1985, forse più cattiva grazie alla voce di Randy.
In generale questo "Legion XX" scorre in una maniera disarmante, altalenando brani più rozzi e cafoni a tracce più punkeggianti. Un degno lavoro piacevole ed arrogante che ricalca un po' la storia evolutiva del quintetto statunitense e che sicuramente sarà apprezzato dagli amanti del genere e dai fan dei Burn The Priest.

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Mag, 2018
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E finalmente ci siamo ragazzi, l'album più atteso del 2018 è appena uscito: "To Drink From The Night Itslef" dei leggendari At The Gates!
La mia primissima recensione su questo portale fu proprio in merito al loro penultimo album "At War With Reality" (2014) e, in quell'occasione, mi contenni con il voto scrivendo testuali parole: " un lavoro ben fatto, sicuramente più maturo e studiato, ma che ci lascia intuire che il quintetto svedese non ha voluto osare di più, forse per dare continuità e senso di crescita alle proprie produzioni o forse per non “spaventare” i fan storici con un prodotto completamente nuovo ed innovativo, azione sicuramente troppo sfacciata e avventata per quasi vent’anni di inattività. Insomma, la band è tornata e vuole farlo gradualmente."

Ebbene, confesso che, fosse stato per me, avrei dato un voto pieno ad occhi chiusi già allora, ma ho voluto riservarmi questo onore proprio in merito all'uscita del loro nuovo album. Signori, "To Drink From The Night Itself" è un lavoro disumano, spettacolare, potente ed aggressivo... in una parola: perfetto! Una bomba che è figlia diretta del precedente mostro partorito 4 anni fa e che finalmente ci dà una piena prova della maturità stilistica e musicale che il quintetto, capeggiato dallo storico Tom, ha raggiunto negli anni.
Taglio subito la testa al toro con questa (forse considerata) eresia: il capitolo "Slaughter Of The Soul" (1995) può essere considerato chiuso! Mettete da parte quelle sonorità crude, acide e brutali che immortalarono nella leggenda gli At The Gates e che, sia chiaro, restano la loro punta di diamante. Qui,però, c'è dell' altro: un feroce melodic death ancora più grezzo e brutale quasi tendente al death come affermato dallo stesso Tom, ma che è in perfetta continuità e maturazione con il glorioso passato del quintetto svedese. Durante tutto l'ascolto non mancano certo i richiami al lontano 1995 per quanto riguarda l'aggressività e cattiveria dei riff (c'è poco da fare, una volta imparato a pedalare senza rotelle non lo si scorda più) ma a ciò si aggiunge una pienezza e robustezza di sonorità che a tratti ricordano addirittura il black metal ed anche un osare di più nella complessità dei brani stessi. Fatevene una ragione: la band cresce a livello musicale e non potete farci niente! La bravura sta proprio nel saper valorizzare la propria maturazione e i leggendari At The Gates, al contrario di molti altri gruppi che, ahimè, hanno perso la retta via, hanno fatto questo. A ciò bisogna aggiungere il cambio di line-up che vede la dipartita dello storico chitarrista e co-fondatore Anders Björler in favore di Jonas Stålhammar (The Lurking Fear, Crippled Black Phoenix, Bombs Of Hades e God Macabre): scelta sicuramente sofferta per noi amanti della vecchia gloria ma che non ha fatto perdere neanche mezzo colpo alla band a livello musicale. Insomma, l'album non poteva che essere perfetto già in potenza.


Sono più che sicuro che i nostalgici troveranno pane per i loro denti e non potranno non riconoscere l'enorme salto di qualità dei nostri pionieri svedesi. Ascoltare per credere! E voi, Tom, Jonas, Adrian, Martin e Jonas, oggi avete fatto la storia confermando il vostro talento e ripagandoci di tutto il tempo che ci avete fatto aspettare prima di tornare in attività. Un nuovo capitolo è iniziato per gli At The Gates!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    13 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2018
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Finalmente dopo tanto tempo ho di nuovo tra le mani un album melodic death degno di questo nome e, come ciliegina sulla torta, la band è anche nostrana: signori, permettetemi di presentarvi i Disease Illusion ed il loro secondo capolavoro, "After The Storm".
I nostri amici bolognesi, con solo un album ed un Ep alle spalle ed un decennio di esperienza sulla scena metal, hanno tirato fuori un prodotto che potrebbe far impallidire band ben più famose, e lo affermo fieramente senza temere eventuali invettive! Con questa perla melodic death il quintetto ci ha portato il vero sound di Göteborg, quei riff che trasudano Dark Tranquillity ed At The Gates da tutti i pori, le sonorità che ci hanno fatto amare un genere che fa dell'intreccio delle chitarre la sua asse portante.
Volete un esempio? Benissimo, prendete l'opening " For Hell Is Empty" o la cattivissima "Red Wine Stained Cheek" e vi sembrerà di ascoltare le band sopracitate: un meraviglioso incrocio tra la parte più armoniosa e cristallina e quella più dura e malinconica del genere... un tripudio di vero melodic death, suonato come si deve e, soprattutto, di un'unicità disarmante. Si, esatto, ho detto unicità, quella cosa che fa prendere di diritto il voto massimo a questo "After The Storm": non si tratta, come potrebbe sembrare, di becera emulazione dei capostipiti svedesi, ma di un vero e proprio assimilare l'esperienza e l'anima delle band per poi creare un prodotto proprio.
C'è poco da dire, i Disease Illusion fanno centro sia dal punto di vista esecutivo, forte di una produzione magistrale, di volumi perfetti e di una voce terribilmente potente e piena, sia dal punto di vista emotivo. Raramente ho ascoltato dei riff che sapessero emozionarmi e trascinarmi in un turbinio di sensazioni diverse. Sinceramente non riesco a spiegarmi come abbiano fatto a tirare fuori una perla del genere in così poco tempo e con un grado di maturazione che solo band ben più longeve riescono a raggiungere. Dite la verità: a chi avete venduto l'anima per ottenere una simile capacità? I miei più sinceri complimenti ragazzi, "After The Storm" si piazza ad occhi chiusi nella mia classifica dei migliori album underground. Attendo con ansia il terzo lavoro!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    06 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2018
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Ormai la Punishment 18 Records è quasi un sinonimo di garanzia ed anche questa volta non sbaglia un colpo con i nostrani Rawfoil ed il loro primissimo album "Evolution in Action": un vero tripudio di thrash old school con qualche punta speed davvero notevole. Nati nel 2010 e con alle spalle una sola demo, i nostri amici brianzoli vogliono subito una fetta della scena metal underground e riescono a prenderla a suon di cattiveria, riff taglienti e pochi fronzoli: questa è la combo vincente che vede "Evolution in Action" un prodotto valido, caratteristico e massiccio ma che, e questo è da concedere per ovvie ragioni, ancora presenta quella vena acerba che sicuramente con il tempo maturerà. Insomma, un piccolo neo in un corpo ben modellato.

Già dalla prima ed eponima traccia, "Evolution in Action", si sente tutta la grinta di un thrash metal tagliente e ruggente che ricalca le sonorità dei primi Exodus ed Obituary (non potevo chiedere di meglio!). Il tutto è accompagnato dalla voce del buon Francesco che si esibisce in un cantato roco, acido e potente che ricorda lo stile canoro del defunto Paul Baloff (Ex Exodus). Comunque lo si giri, l'album trasuda anni '80 da tutti i pori ed è bello sapere che c'è ancora chi ci crede e non abbandona la vecchia via. Solitamente dico sempre che il thrash metal è fin troppo stereotipato, calunniato da clichès quali monotonia di riff, il classico "tu-pa-tu-pa" della batteria e la facilità di esecuzione. Tutto ciò perché agli albori era questo il modo di suonarlo (e così doveva essere). Ebbene, i Rawfoil suonano thrash anni '80 e lo mettono in quel posto a tutti coloro che ancora hanno da ridire sul genere: sono riusciti ad esordire con l'old school ma mettendoci del loro, la propria firma. Questo cerco in un album! Ascoltate tracce come "Broken Black Stone", "Demons Inside" o la mia preferita, "Josey Wales" (traccia che si riferisce al protagonista del film "Il texano dagli occhi di ghiaccio" di Clint Eastwood) e capirete da soli che non si tratta della solita minestra riscaldata.
Bravi ragazzi, avete dato un'ottima prova del vostro potenziale ed aspetto con ansia il prossimo lavoro che, sicuramente, sarà più maturo, cattivo e potente!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    27 Aprile, 2018
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Oggi vi parlo di una delle band più conosciute e tra le più influenti del genere thrash metal: signore e signori, gli Anthrax ed il loro "Kings Among Scotland", live album realizzato nel famosissimo Barrowland Ballroom di Glasgow.
Che dire, un live a dir poco spettacolare nel quale il quintetto non ne sbaglia una e tira fuori una potenza ed una grinta degna dei primi concerti degli anni '80. Brividi e headbanging selvaggio già nell'opening con la doppietta "A.I.R." e "Madhouse" che ci portano indietro di trent'anni come se nulla fosse, grazie anche alla splendida voce del famigerato Joey Belladona che, sorprendentemente, sembra aver ripreso quell'ardore ormai assopito da qualche anno e ce lo sbatte in faccia con degli acuti che non sentivo da tempo. E vogliamo parlare dei volumi e delle sonorità? Solo un patto con il demonio avrebbe potuto permette un bilanciamento così perfetto tra i vari strumenti che si intrecciano in maniera incredibile e la combo Scott Ian e Frank Bello non può che dare il meglio di sé.
La parte migliore di questo album arriva nel mezzo quando il quintetto newyorkese suona per intero il leggendario album "Among The Living", quella pietra miliare del thrash partorita ben 31 anni fa e che deve necessariamente far parte del bagaglio culturale di chiunque voglia solo minimamente approcciarsi al genere. Ragazzi, qui non ce n'è più per nessuno! Con la sfacciataggine e spensieratezza di quando erano dei semplici ventenni, gli Anthrax ci sbattono in faccia la tripletta "Among The Living", "Caught In A Mosh" ed "I Am The Law". Inutile dire l'emozione nel sentire un pezzo di storia suonato come si deve, senza il minimo accenno di errore e con tutta la passione e carica di tre decadi fa. Rassegnatevi: la vecchia scuole è sempre la vecchia scuola! Il tripudio non può che concludersi (direi quasi obbligatoriamente) con le immortali "Indians", "Imitation Of Life" e "Antisocial", ovviamente accompagnate da un coro di sottofondo che intona per filo e per segno le tre pietre miliari.
C'è poco da fare: se gli Anthrax fanno parte dei "Big 4" ci sarà un motivo e non è solamente il fatto di saper suonare in maniera impeccabile, ma di non essere mai invecchiati, di saper trasmettere quella grinta e quell'ardore che fanno del thrash metal il genere capostipite!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Aprile, 2018
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Nati nel lontano 1994, attivi dal 2000, sono tedeschi e rasentano la perfezione musicale: signori, con orgoglio vi presento i Burden Of Grief ed il loro meraviglioso "Eye Of The Storm". Prendete la cattiveria del thrash metal e la leggiadria del melodic death, unite il tutto insieme ed otterrete un prodotto a dir poco spettacolare, unico ed innovativo. Se poi aggiungete un'esecuzione impeccabile ed una spiccata capacità di far emozionare, ecco che il tutto si eleva a livelli che vanno ben oltre una recensione a pieni voti. Già dalle prime note dell'omonima "Eye Of The Storm" si capisce che questi ragazzi mangiano pane e cemento a colazione: un riff cattivo, pesante e cadenzato ma, contemporaneamente, accompagnato da un incrocio di chitarre liquido e cristallino... Exodus ed Insomnium Insieme, tanto per darvi una vaga idea di quello che vi aspetta ascoltando questo capolavoro. E vogliamo parlare dell'incantevole "Angel"? la mia traccia preferita in assoluto, ascoltata mille volte ed altre mille l'ascolterei: brividi lungo la schiena per tutti i 4 minuti di brano, un senso di freddo glaciale e di acqua cristallina accompagnato da stacchi potenti e pesanti... un continuo oscillare armonico tra thrash e melodic death.
Un doveroso applauso, oltre che al magistrale lavoro di post produzione, voglio farlo alla voce di Mike che ci regala un growl pieno, naturale e potente che ben si amalgama con tutto il contesto e che dà ancora più forza alla mia tesi: "Eye Of The Storm" è la formula perfetta dell'album perfetto.Neanche se mi sforzassi riuscirei a trovare qualche imperfezione e, se anche ci fosse, sarebbe sovrastata dalla forte capacità di saper emozionare che questo album porta con sé. State sicuri che i brividi lungo la schiena vi accompagneranno da inizio a fine.
Voglio personalmente ringraziare i nostri amici tedeschi per averci regalato un pezzo di anima fatto musica che, come detto sopra, va oltre una semplice recensione, il saper suonare bene o il tirare fuori un prodotto innovativo. Quando un album colpisce dritto al cuore basta questo per far passare tutto in secondo piano . In bocca al lupo per tutto, aspetto con ansia l'ottavo album. You Rock!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    07 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 07 Aprile, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Mi dispiace dover bocciare un lavoro di una band, soprattutto perché so quanta fatica ci sia dietro. Tuttavia, per quanto uno possa sforzarsi nel cercare i lati positivi di una produzione, l'obiettività è sempre doverosa. Con questa premessa, oggi vi parlo dei cechi Death On Arrival e del loro EP "Death Is Coming": 4 tracce che spaziano tra il thrash e il death ma che, alla fine, si rivelano molto piatte ed eseguite male in alcuni punti.
Parto subito dalla voce che proprio non mi è piaciuta: un cantato troppo sporco che lascia intuire la poca preparazione in merito e che poco si incastra con tutto il resto. A seguire veniamo alla nota più dolente di questo EP: le tracce stesse. Se da un punto di vista di sonorità e pesantezza, il lavoro tutto sommato non è affatto male, a livello di esecuzione e di originalità dei riff non ci siamo proprio: una traccia più scontata dell'altra che sfocia in un senso di piattume disarmante. Per tutta la durata dell'ascolto c'è sempre un qualcosa che non permette ai pezzi di impennarsi e di esplodere in vera violenza. Se, oltre a questo, si aggiunge che in alcuni punti si sentono dei grossolani errori di esecuzione, ecco che il piatto diventa davvero non digeribile: ok che si tratta di un EP (cosa che tengo sempre in considerazione), ma gli errori di esecuzione in alcune parti degli assoli e, soprattutto, la parte di basso che non ci azzecca niente, è suonata male ed è estremamente fastidiosa, proprio non sono riuscito a passarle.
Consiglio a questi ragazzi di mettersi sotto e di trovare una formula più convincente perché, con tutta l'umiltà possibile, non credo che questa sia la strada giusta per loro. In bocca al lupo!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    25 Marzo, 2018
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Sono italiani, al loro secondo full-length e spaccano come delle macchine da guerra: con orgoglio vi presento i nostrani Adversor ed il loro ultimo mostro "The End Of Mankind". Per gli appassionati di band come Sodom, Slayer, Obituary, Kreator ed Exodus, questo lavoro fa assolutamente al caso vostro perché è una summa di tutta la cattiveria che si può tirare fuori dalle band sopracitate.
4 ragazzi che in soli tre anni di attività (ovviamente ognuno viene da esperienze passate) hanno partorito due lavori eccellenti che li portano di diritto tra le migliori band underground del nostro paese. Appena mi sono tuffato in "The End Of Mankind" sono stato letteralmente travolto dalla potenza devastante della serratissima "Psychotropic Nightmare": una vera bomba nucleare dritta in faccia che mi ha ricordato in mezzo secondo gli Exodus e la loro cattivissima "Shovel Headed Kill Machine". Eppure in questa traccia, come nelle altre, c'è quel tocco di personale che non abbassa il tutto a becera emulazione e ciò ha un nome: sperimentazione. Esatto, anche con il thrash metal, se opportunamente compreso e denudato dei classici luoghi comuni di stampo anni '80-'90, si può tirar fuori un prodotto innovativo e i nostrani Adversor l'hanno fatto proponendo dei riff di una bestialità disumana che hanno il sapore di band ben più grandi, che il genere lo hanno praticamente fondato, ma conservano l'esperienza di ciascun membro. Il risultato sono brani come "Evil Impulse" o l'omonima "The End Of Mankind" che prendono elementi un po' di qua, un po' di là e alla fine tirano fuori un sound ed un approccio molto caratteristici.
Complice di tutto ciò è l'ottimo lavoro svolto in post produzione e la spettacolare voce del buon Dado che, ad un primo impatto, è paurosamente vicina allo stile canoro di Mille Petrozza (Kreator) e ciò non può far altro che far decollare l'asticella della qualità di questo capolavoro.
Ragazzi, avete trovato una ricetta a dir poco perfetta, continuate così. La scena metal italiana ha molto da imparare (ed invidiare) dal vostro "The End Of Mankind". Compimenti!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2018
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Quando mi sono approcciato a questo "Hybrid" dei rumeni Krepuskul, mi sono trovato inizialmente abbastanza disorientato: non riuscivo a trovare un filo logico tra le varie canzoni, come se queste facessero parte ognuna di un lavoro differente. La spiegazione a questo iniziale senso di smarrimento è presto detta: si tratta di un progetto davvero difficile che va studiato ed ascoltato con attenzione al fine di riuscirne a carpire le migliaia di sfaccettature. Complice di questa poliedricità è sicuramente il genere proposto, in quanto siamo davanti ad un metal sperimentale che riesce ad unire, devo dire anche in maniera intelligente, varie influenze provenienti dal thrash, dal death, dal melodic death e sono riuscito a percepire anche una spolveratina di black metal. Un minestrone di roba direte voi! Ebbene, mi duole dissentire da un'affermazione del genere. Questo, signori miei, è un album che spacca di brutto, per nulla scontato ed estremamente pieno di personalità. Certo, come anche detto sopra, ho dovuto fare uno sforzo non indifferente per riuscire a gustare ed apprezzare al meglio "Hybrid" e confesso che il primo approccio non mi aveva lasciato una buona impressione.
Invece, dopo vari ascolti, sono rimasto letteralmente allibito di fronte a brani come "Hybrid High Breed" e "The Limits Of Hate": una più di stampo thrash e death con riff pesanti e cadenzati, l'altra più cristallina di stampo black con incroci di chitarre alla Amon Amarth. Un mix letale e ben strutturato per non sembrare un becero accostamento di generi, ma una vera e propria fusione ben amalgamata.
Il mio voto a questa band spettacolare, tuttavia, non è il massimo per un semplice motivo: l'eccessiva personalità di ciascun pezzo può portare a non riuscire a vedere il tutto come un unico progetto e quindi a non comprendere l'intero lavoro. Perciò consiglio ai nostri amici Krepuskul di essere più comprensibili in futuro, ma di restare ASSOLUTAMENTE su questa strada!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Marzo, 2018
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Prendete un carro armato corazzato con dei cingoli spessi che distruggono sotto il loro peso qualunque cosa abbiano a tiro. Fatto? Perfetto. Ora trasformate in musica un'immagine del genere ed otterrete il disumano Ep "Starved And Hanging" degli americani Eye Of The Destroyer: un tritacarne cattivissimo di puro death metal massiccio e pesante come non ne sentivo da tempo... il matrimonio perfetto tra la cattiveria dei Dying Fetus e la lentezza e il macabro degli Obituary. 4 tracce che vi schiacceranno letteralmente la testa facendovi schizzare fuori il cervello...tanto è cattivo, rozzo e pesantissimo questo lavoro. E vogliamo parlare della voce assurda di Christopher? O si è fatto sostituire le corde vocali con dei pezzi di ferro,oppure ha stretto un patto con il diavolo: un growl cavernoso, potente, gutturale e rugginoso e uno scream acido, disperato e corrosivo.
Ragazzi qui siamo di fronte a qualcosa che è al limite dell'umano possibile: un EP spettacolare pieno di sonorità estremamente cupe, riff lentissimi e pesanti come macigni (ma non mancano certo le parti più veloci e blastate senza pietà per l'ascoltatore), una pienezza totale che regala al lavoro completo quell'ulteriore senso di potenza indistruttibile davanti alla quale si è impotenti. Per descriverli in poche parole: gli Eye Of The Destroyer sono come un treno fatto di solo metallo pesantissimo che avanza lento ed inesorabile schiacciando qualunque cosa gli si pari davanti. Valuto questi ragazzo 4 stelle e mezzo su 5 solo perché si tratta di un EP e perché sono impaziente di ascoltare un lavoro completo, sempre che poi ne riesca ad uscire intatto. Complimenti mille volte ragazzi!

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