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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2018
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Signori, oggi per voi una recensione molto particolare ed il perché è presto detto: siamo nella mia terra, l'Abruzzo, per parlarvi di "Dreaming Chaos", album di debutto degli aquilani In My Ashes. Sorti nel 2015 dalle ceneri dei precedenti Regain The Fire, il quintetto ci propone un misto tra heavy e thrash metal impreziosito da qualche sfumatura death. Un bel mix che, tuttavia, solo in parte è percepibile, soprattutto nella seconda metà del disco. Ma andiamo con ordine e vediamo cosa ha da offrirci questa prima fatica..

Innanzitutto mi preme sottolineare che l'aggettivo che meglio si addice a questo album è "equilibrato": se vi aspettate ritmiche sparate e blastate e riff veloci e distruttivi per tutta la durata del disco, beh non è così. Al contrario, la band ci offre un giusto compromesso tra la struttura più aggressiva del thrash e del death e un approccio più "tranquillo" e cadenzato tipico dell'heavy. Ciò a mio avviso è un po' un'arma a doppio taglio perché, se da un lato si riesce a dare spazio a tutte le influenze, dall'altro si ha quell'effetto quasi macchinoso e squadrato che divide ciascun brano in diversi blocchi da unire insieme. È inevitabile, come conseguenza, la poca scorrevolezza dei pezzi.
Prendiamo come esempio le tracce "Louder", "Lack Of Sanity" e "The Punishment": ascoltandole una di seguito all'altra, quell'effetto macchinoso e quasi incespicante va via via scemando in favore di una miglior fluidità e razionalità dello stile proposto. Si parte, infatti, quasi timidamente, come se non si volesse osare di più, per poi aprirsi lentamente e dare sfogo a tutta la propria grinta.
Ma ecco che si giunge al cambio di rotta e, quasi ironicamente, i brani "Metamorphosis" e "Hypocrisy" ci mostrano una band con i denti insanguinati pronta a divorare il proprio pubblico: da qui in poi la componente heavy è relegata a piccoli passaggi e la parte più cafona ed irriverente del thrash e del death viene fuori, come se l'imbarazzo e la timidezza iniziali fossero stati vinti. Complice di questo è sicuramente il lavoro combinato del basso di Diego Scacchitti e delle pelli di Gianpaolo Angeloni ("Gnappo" per gli amici) che riesce a regalarci un groove più sostenuto, veloce,potente e, soprattutto, meno incespicante. È proprio da qui che prenderà vita il fiore all'occhiello di questo "Dreaming Chaos", la punta di diamante di un gruppo che, se vuole, riesce a tirare fuori i cosiddetti : la tripletta composta dall'omonima traccia "Dreaming Chaos" (la mia preferita), "Enigma" e "Medal Of Life". Ragazzi, sembra di ascoltare tutt'altro album (da qui la recensione quasi volutamente suddivisa in 3 blocchi in base al tipo di approccio)! Addirittura si può assistere ad una forte influenza progressive e perfino melodic death e a tal proposito vi suggerisco il brano "Dreaming Chaos" che, a mio avviso, è il migliore di tutti e dovrebbe essere la linea guida dei futuri album: grinta, potenza di esecuzione, riff che osano, assoli pungenti e ben azzeccati... tutto fila come dovrebbe. E qui voglio fare una mia personale riflessione: perché questa impennata di qualità solo verso la fine? Perché un approccio così ben caratterizzato e irriverente non poteva esserci fin dall'inizio?
Ultima, ma non per importanza, è la questione della voce di Alessio Colabianchi: tralasciando le parti in growl ben eseguite e perfette per il contesto (anche qui il salto di qualità si sente tantissimo dalla seconda metà in poi del disco), le parti cantate risultano spesso troppo "gracchianti" e fastidiose, come se si cercasse forzatamente di emulare lo stile di Bobby "Blitz" Ellsworth (Overkill) e Steve "Zetro" Souza (Exodus). Se devo essere sincero avrei preferito un altro tipo di voce, o comunque un cantato più in linea con il mix proposto.

In definitiva posso dirmi soddisfatto degli In My Ashes, soprattutto se consideriamo che si tratta di un album di debutto nel quale si sente molto questa caratteristica. Il mio consiglio è quello di riascoltarsi e capire quale sia la strada migliore da intraprendere, anche se penso sia chiaro quale debba essere. Il potenziale c'è e si sente, ma il percorso è ancora nebbioso. Sta a voi illuminarlo e solcarlo come si deve.In bocca al lupo guys!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Ragazzi, non potete capire quanto sia felice ed orgoglioso di poter mettere di nuovo mano sul progetto Hitwood, one-man-band partorita nel 2007 dalla geniale mente del buon Antonio Boccellari. Conobbi questa realtà l'anno scorso grazie ai due strepitosi lavori "As A Season Bloom" (2017) e "Detriti" (2017), di cui, tra l'altro, vi invito a leggere il miei commenti su questo portale, e me ne innamorai in un secondo. Il primo dalle sonorità shoegaze in stile Alcest, il secondo più tendente al melodic death scandinavo ma ancora influenzato dalla band francese. Adesso, con il nuovissimo "Marea", siamo approdati definitivamente nel melodic death. E che melodic death signori!

Partiamo subito dalla cosa che più di tutte mi piace di questo progetto: l'aver coinvolto, alla voce, ospiti da tutto il mondo (Francia, Venezuela, Svizzera, USA e Canada). Fattore, questo, che è il vero punto di forza di "Marea": ogni brano è di un'unicità a dir poco disarmante e ciascuno può mettere del suo. È meraviglioso questo spirito di squadra, a testimonianza del fatto che il mondo del metal unisce tutti e non conosce confini, colore della pelle o religione. Già solo per questo il disco merita il voto più alto.
Da un punto prettamente stilistico, grandissimo è il senso di crescita e di maturità che si avverte rispetto ai lavori precedenti. Una parabola ascendente che tocca il suo picco in brani come "Apocalyptic Omen",glaciale e pungente in cui assai forte è l'influenza degli Insomnium, "Our Streets", traccia epica che affonda le sue radici nello stile degli Amon Amarth con i suoi riff potenti, martellanti e taglienti, oppure la mia preferita, "Where Unreality Becomes True", nella quale l'intreccio tra scream e voce pulita mi ha fatto venire la pelle d'oca, per non parlare delle chitarre alla Dark Tranquillity... avrò ascoltato questo brano una ventina di volte in un giorno ed erano brividi ad ogni "replay". Per tutta la durata dell'album si avverte quel non so che di evanescente ed ipnotico che riesce a trasportarti su altre dimensioni. In un attimo non ci si rende conto che il disco è finito e vien subito voglia di premere di nuovo il tasto "Play".
C'è poco da fare, quando la musica ti arriva direttamente al cuore tutto il resto sono solo chiacchiere. Se poi a ciò aggiungiamo una produzione magistrale ( e si tratta di un lavoro autoprodotto, non so se mi spiego), un bellissimo artwork, un cantato spettacolare e,soprattutto, la capacità di far venire la pelle d'oca, ecco che la medaglia d'oro è di diritto vinta.

Signori, veniamo a noi: acquistare la vostra copia di "Marea" e supportare questo spettacolare progetto tutto italiano deve essere un imperativo morale. Realtà come queste meritano una voce più grande che possa andare oltre il mondo underground e ciò è possibile solo grazie a voi: uscite dai canoni, ampliate la mente e date il vostro contributo! E ora mi rivolgo direttamente a te Antonio: complimenti, hai saputo creare un qualcosa di nuovo, fresco ed interessante; un lavoro che dovrebbero invidiarci in tutta Europa. Grazie!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Settembre, 2018
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Seconda fatica per i thrashers Hidden Intent. Attivo dal 2012 e con alle spalle un paio di demo ed un full-length, il trio australiano cerca fin da subito una fetta della scena metal europea ed americana proponendo un thrash metal che ricalca lo stile di band pioniere quali Exodus, Slayer, Sodom, Megadeth, Sepultura...Ebbene, questa seconda fatica, "Fear, Prey, Demise", è riuscita nell'intento? A mio avviso si, anche se l'album non lascia certo a bocca aperta per la formula proposta. Ci troviamo di fronte ad un thrash piuttosto canonico che non brilla di iniziativa ma che, tuttavia, riesce a dare all'ascoltatore quella botta adrenalinica che serve.
Prendiamo subito due delle tracce che, a mio avviso, riescono a darvi un'idea dello stile proposto: "Prey For Your Death" ed "Apocalypse Now". Se nel primo brano la fanno da padrona le accelerate in stile Exodus combinate a dei riff di chiara derivazione Testament, ecco che nella seconda la faccenda si incattivisce ulteriormente con delle schitarrate taglienti e super blastate, segno che è stato ripreso molto dal death e da band come Kreator, Slayer ed Overkill; soprattutto questi ultimi per la parte di basso decisamente influenzata dallo stile del mitico D.D. Verni. Molto bella è anche la parte finale di "Apocalypse Now" che, quasi inaspettatamente, ci regala 3 minuti più melodici, lenti e cadenzati nei quali il buon Phill si cimenta in assoli e licks piuttosto tecnici. Il pezzo dura 8:19 minuti, ma vi garantisco che scorre molto bene e riesce a raccogliere tutta l'esperienza degli Hidden Intent.
Tolte queste due tracce, il resto di "Fear, Prey, Demise" procede tra una traccia più incalzante e qualcun'altra più zoppicante. Insomma, se siete alla ricerca di un lavoro valido, capace di dare la carica ma senza troppe pretese sia a livello di approccio che di stile, allora gli australiani Hidden Intent fanno al caso vostro.
Unico consiglio per la band: spingete di più sull'acceleratore cercando di mettere ancora più carattere e vedrete che i futuri lavori si attesteranno su livelli superiori!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2018
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Avete presente il nulla cosmico, o quantomeno un'idea di esso? No? Benissimo, ora, dopo l'ascolto di questo "Curtain", EP della one-man-band russa Stielas Storhett, finalmente ne avrete una rappresentazione empirica. Ma andiamo con ordine.
Fino a qualche tempo fa non sapevo neanche dell'esistenza di questo gruppo, ma, per avere un quadro completo della situazione al fine di recensire l'EP in questione con cognizione di causa, ho spulciato nella discografia degli Stielas. Cosa ci ho trovato? Delle splendide sonorità che ricalcano un po' lo stile degli Alcest ma incattivito dalla freddezza di un depressive/atmospheric black metal glaciale e tagliente. Una gioia per le mie orecchie e sicuramente una garanzia per questa nuova fatica. Niente di più lontano dal vero ragazzi, perché mi ritrovo a dover recensire un EP che chiamarlo tale sarebbe un complimento: sei tracce comprendenti un'intro, che già solo dalle sonorità quasi pop (si esatto) viene voglia di cestinarlo, e un solo brano che si salva dato che i restanti quattro constano di una cover, che sì è molto bella, ma che personalmente tendo ad escludere come parametro di giudizio, e di tre tracce ambient di solo sintetizzatore che mi hanno letteralmente spappolato i cosiddetti. Per giunta la sesta traccia, "The Journey of A.", è un obbrobrioso mix di musica pop, dance e qualche scream qua e là. Vi giuro ragazzi, mi hanno sanguinato le orecchie.
Facendo una summa di tutto quanto, abbiamo una sola traccia che veramente spacca,"The Curtain": un'ottima commistione tra sonorità black e melodic death impreziosite da una sfumatura doom data dal ritmo lento e cadenzato e da uno scream molto pervasivo. Ah, inutile dire che questa traccia è un "feat", se no avrei dovuto semplicemente cancellare il file dell'EP e passare ad altro.
Consigli per la band? Sinceramente non so proprio cosa dire se non un semplice e grandissimo:" What The F**k?"

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Agosto, 2018
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A distanza di tre anni dalla loro ultima fatica, gli svedesi Sanctrum tornano alla carica con un EP a dir poco mostruoso: signori, vi presento "Walk With Vermin". Un tripudio di cattiveria che rasenta il melodic death più massiccio e duro, in stile At The Gates per intenderci degli anni '90, impreziosito da non poche influenze death e thrash. Il risultato? Una colata di riff rozzi e taglienti come lame direttamente in faccia.
Prendiamo subito la mia traccia preferita, l'opening "The Decent": il blast e la doppia cassa martellante del buon Oskar e l'acidità e cattiveria degli incroci delle asce di Viktor e Alex, fanno di questo pezzo un figlio diretto dell'esperienza di Göteborg degli anni novanta. Quasi impossibile non percepire le influenze del mastodontico "Slaughter Of The Soul" (1995) dei celeberrimi At The Gates, quell'approccio diretto senza fronzoli o particolari tecnicismi atti a "stuprare" gli strumenti, ma puro e semplice melodeath incattivito da un beat veloce, potente ed incalzante. Tutto l'Ep fa suo questo concetto e ci regala una ventina di minuti a dir poco sensazionali, senza che la qualità della grinta proposta cali, nei quali troviamo un ottimo bilanciamento tra pezzi più crudi e di evidente esperienza death (vedasi "Prevarication") e brani che azzardano quella punta più melodica data da parti cantate in clean ed assoli di stampo thrash, accompagnati dal buon vecchio "tu-pa-tu-pa".
Unico punto che, forse, potrebbe far storcere il naso? La voce di Irfan: personalmente ho trovato il suo timbro davvero azzeccatissimo ed estremamente particolare, ma capisco che uno scream molto strozzato, quasi tendente ad un urlo disperato, potrebbe non piacere. Lascio a voi l'ardua sentenza di giudicare quest'ultimo punto e vi consiglio caldamente di seguire questi ragazzi perché meritano davvero!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Luglio, 2018
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Sin dal primo Full-length Humanity (2009), gli scozzesi Bleed From Within conquistano in poco tempo la scena metalcore con una formula ben precisa: approccio diretto e strutture dei pezzi non scontate. Oggi, nel 2018, ci troviamo esattamente nella stessa situazione con lo splendido "Era": un signor lavoro che ricalca le orme di bands ben più imponenti del calibro di As I Lay Dying o Killswitch Engage, tanto per citarne un paio.

Si sa, il mondo del metalcore è ormai saturo e dovunque si giri lo sguardo ecco che spuntano band come funghi dopo un acquazzone. Occorre quindi un qualcosa che permetta di non mischiarsi con questa moltitudine ed "Era" è la prova di come si possa dare un tratto ben marcato ad un proprio lavoro. Fin dalle prime note della cattivissima "Clarity" il quintetto capeggiato dal buon Scott ci mostra tutta la sua grinta:un riff martellante ed estremamente cadenzato grazie all'ottimo intreccio tra le pelli di Ali Richardson e il basso di Davie Provan. A tratti si sfocia quasi nel melodic death, soprattutto nella bellissima intro estremamente liquida e cristallina. COmplimenti anche alla voce di Scott che, come al solito, si mostra all'altezza della situazone riuscendo a spaziare tra un growl ed uno scream molto potenti e disperati ed un cantato in clean preciso e squillante ( e qui soprattutto si sente l'enorme influenza del vocalist degli As I Lay Dying Tim Lambesis).
A seguire ecco che parte il pezzo sparato a mille e blastato, la serratissima "Crown Of Misery". Qui c'è un netto cambio di stile con l'opening, segno che la band riesce a spaziare tra un brano più melodico ed uno cattivo e rozzo nel quale sfociano quegli innesti tipici del thrash e del death.

In generale, tolta qualche traccia che non brilla certo per iniziativa e grinta, vedasi "Ruina", l'album procede bene riuscendo a proporre il tipico stile del metalcore con qualche parte un po' più ricercata ripresa qua e là tra i vari generi. Sicuramente "Era" non è l'album del secolo, quel lavoro che ti fa esclamare "Wow!", ma di certo riesce a mostrare una band più matura e conscia di quello che sta facendo. Complice di tutto ciò è anche il lavoro perfetto fatto in studio (d'altronde si parla sempre di Century Media Records). Complimenti ragazzi, 5 anni di attesa ben ripagati!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    21 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 2018
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Finalmente metto di nuovo le mani su una band che mi colpì tantissimo per la ferocia del death metal proposto: gli Eye Of The Destroyer ed il loro nuovo EP "Violent By Design". Due sole tracce, scarsi sei minuti di durata, ma di una pesantezza e brutalità da rimanerci secchi!
Già il precedente lavoro (del quale potrete trovare il mio commento su questo portale) mi fece quasi esplodere la testa per la cattiveria e crudezza dei riff e la cavernosità del growl del buon Christopher. Ebbene, qui ritroviamo esattamente la stessa formula: un treno mastodontico che schiaccia e divora tutto ciò che gli si para davanti. Semplicità (relativamente, sia chiaro) dei brani, riff martellanti e cadenzati, ritmiche affatto sparate, chitarre distruttive... il tutto accompagnato da un magistrale lavoro di post produzione. Il risultato? Dei pugni brutali,violenti e senza fronzoli direttamente in faccia!
Unica pecca che quasi mi fa arrabbiare: voglio, anzi, pretendo un album completo! Sono passati tre anni dall'ultimo lavoro e non sto più nella pelle. Ragazzi, è tempo che questa bestia disumana mostri tutta la sua vera cattiveria. Mi raccomando!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 2018
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La Punishment 18 Records fa centro ancora una volta e, questa volta, ci porta in Finlandia dagli Home Style Surgery, band thrash metal che ha da poco sfornato la sua seconda fatica intitolata "Trauma Gallery".
Il quintetto ci ha fatto attendere un po' dal primo lavoro (5 anni per l'esattezza) ma devo dire che ne è valsa la pena: ci troviamo di fronte ad un thrash assolutamente non canonico, quasi altalenante oserei dire...un continuo oscillare tra la cattiveria e crudezza dei Death Angel e la vena irriverente e melodica alla Anthrax. Il risultato? Un'ottima scorrevolezza da inizio a fine che riesce a non annoiare grazie all'assenza di tecnicismi estremi che lascia spazio a riff lineari, potenti, taglienti e, a tratti, melodici. Prendete tracce come "The Case Of The Red Rip" e potrete avere un assaggio di quest'ottima commistione.
Sicuramente i nostri amici finlandesi hanno portato una ventata di freschezza con il loro nuovo lavoro, soprattutto perché hanno fatto esattamente ciò che ripeto ogni volta: sperimentare. Sia chiaro, la vecchia scuola è sempre la vecchia scuola, ma richiede una certa bravura nel non essere banali e ripetitivi; qui invece si ha un ottimo incastro tra elementi nostalgici ma impreziositi da una struttura affatto scontata (basti pensare che c'è quasi totale assenza del buon vecchio "tu-pa-tu-pa" della batteria). A coronare il tutto c'è la parte vocale che, nonostante non brilli di iniziativa e tenda a scemare in cattiveria, riesce abbastanza bene a saltare tra un cantato in pulito squillante e melodico a growl e scream più acidi e sporchi, riuscendo ad adattarsi bene in base alla varietà di riff presenti.
Complimenti ragazzi, avete svolto un ottimo lavoro in studio e avete trovato una soluzione vincente tra approccio diretto ed esecuzione ben studiata!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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I nostrani Ultimate Holocaust nascono nel 2010 e, fin dal loro album di debutto "Blackmail The Nation", la loro ricetta è sempre la stessa: cattiveria, crudezza e thrash metal old school. Oggi la band di Varese ci presenta la loro ultima e malata fatica intitolata "Assault On The Control Room", concept album che cerca di fondere insieme elementi della vecchia guardia con un approccio più moderno. Il risultato? Una bestia selvaggia che trasuda ignoranza da tutti i pori, e non potevo chiedere di meglio signori!
Dopo una partenza non del tutto grintosa dell'opening "Born Like A Man, Die Like A Number", ecco che il disco si apre e finalmente il quartetto dà sfogo a tutta la la sua aggressività e ci spara in faccia tracce del calibro di "Man Vs Machine", "Trapped In Quicksand" o la mia preferita "Sound Of Death" che, con il suo riff così macabro e dissonante, mi ha ricordato moltissimo il death metal ai suoi albori, con quei suoni oscuri quasi fossero suonati da strumenti scordati che gettano l'ascoltatore in un turbinio claustrofobico.
Molto apprezzato è il lavoro di post produzione che non è stato per nulla invasivo e, anzi, ha permesso a tutto il disco di rimanere più genuino possibile, soprattutto per quanto riguarda il sound che è indubbiamente ispirato al thrash degli anni '80 (sullo stile di "Bonded By Blood" degli Exodus, per intenderci). Complimenti anche alla voce stridula e acida del buon Davide che ben si incastra nel contesto, forse anche troppo: un cantato del genere, infatti, difficilmente lo si riesce ad inserire correttamente in una produzione, eppure qui il lavoro è stato fatto in maniera impeccabile oserei dire.
Ragazzi, tenete d'occhio i nostri amici Ultimate Holocaust perchè ci sanno davvero fare e, nonostante sia percepibile che siano ancora agli inizi, il potenziale c'è. Eccome se c'è! Se cercate un sound ed uno stile old school, ma con un approccio moderno, allora il quartetto in questione fa davvero al caso vostro. Continuate così!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    18 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2018
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Siamo nell'ormai lontano 1994, anno in cui la storica death/thrash band francese Agressor pubblica la sua pietra miliare, "Symposium Of Rebirth": un tripudio di riff pesanti e potenti, accompagnati da sonorità orchestrali dal sapore medievale. Ebbene signori, oggi, a distanza di 24 anni, i pionieri tornano con una nuova versione del loro capolavoro, intitolata "Rebirth", che consta di un formato comprendente 2 cd: uno con l'album canonico rimasterizzato, l'altro con delle tracce inedite o versioni mai ascoltate fin'ora di brani presenti nel primo. In una parola: spettacolo!
C'è davvero molto poco da dire ragazzi, l'esperienza trentennale dei mostri Agressor precede ogni singola parola che avrei da dire sul loro conto, basti pensare che furono tra i primi ad avere un contratto con una label internazionale e a condividere il palco con leggende del calibro di Sodom e Samael.
Che emozione poter risentire le mitiche "Barabbas" e"Rebirth"... quelle sonorità acide, potenti e corrosive che incitano al pogo selvaggio e, contemporaneamente, ci mostrano l'enorme talento di questi titani. E vogliamo parlare della voce dello storico Alex? un growl cavernoso e graffiante che ci riporta negli anni novanta con uno schiocco di dita. Ma badate bene, quello degli Agressor non è un death metal canonico o classico che dir si voglia! Si tratta di un'esperienza a tutto tondo nella quale confluiscono, come detto prima, parti classicheggianti e, soprattutto, sonorità medievali che fungono da cornice in questo tripudio di brutale cattiveria.
Sinceramente non so il motivo della scelta del quartetto di riportare sotto nuove spoglie una colonna portante come "Symposium Of Rebirth" a ben dodici anni di distanza dall'ultimo album, ma una cosa è certa: questi non sono umani, ma delle leggende immortalate a vita nella storia del death!

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