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Opinione scritta da Luigi Macera Mascitelli

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    11 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2018
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Sono passati ben diciassette anni dall'esordio dei danesi Hatesphere e, come un circolo che si ripete all'infinito, la formula del quintetto non è cambiata, o almeno non lo è l'impostazione di base: un death/thrash forte di riff taglienti e senza fronzoli come se piovesse. Oggi, come allora, con il nuovissimo "Reduced To Flesh" siamo ancora sugli stessi lidi.
Un album, questo, che si lascia ascoltare, che piace ed è estremamente diretto ma che porta con sé pochissime, per non dire quasi nessuna, novità. Insomma, per farla breve, è un lavoro perfettamente in linea con la discografia precedente della band, oserei dire quasi un copia/incolla con gli scorsi lavori, se non fosse per qualche sfumatura tendente al melodic death svedese e qualche punta metalcore data dalla voce di Esse. Non fraintendetemi ragazzi con le parole appena dette: "Reduced To Flesh" mi è piaciuto per il suo approccio diretto e conciso, per la pesantezza proposta, per le sfuriate forti dell'influenza dei vicini di casa Artillery e, in generale, per il talento della band. Allora cosa giustifica la sufficienza data a questa nuova fatica? La monotonia: i brani, seppur accattivanti, cafoni ed irriverenti, risultano troppo simili tra loro. Se poi ci allarghiamo a tutta la carriera del quintetto, ecco che la ripetitività si estende a tutti i lavori di questi diciassette anni. Questo, a mio avviso, è l'enorme ed unico difetto degli Hatesphere: l'essersi fossilizzati troppo su determinati pattern e il non uscire mai fuori dagli schemi proposti. Se ci sono bands che di questa formula ne hanno fatto l'asse portante con successo (vedasi Slayer, Exodus e compagnia bella), ce ne sono altre per le quali la suddetta si è rivelata la proverbiale zappa sui piedi che ci si tira da soli e i nostri amici danesi, ahimè, rientrano in questa seconda categoria. Tanta bravura, grinta, energia, cafonaggine a palate, riff spietati e distruttivi... una bomba atomica di band frenata dall'eccessiva monotonia dei lavori proposti. Urge immediatamente un'ondata di freschezza ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Novembre, 2018
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Si formano esattamente dieci anni fa i nostrani Grievers e fin da subito la loro proposta è chiara, decisa e, per certi aspetti, abbastanza particolare:un melodic death estremamente influenzato dal progressive e dal djent. Accoppiata insolita vero? Beh, lo sarebbe se i musicisti non sapessero suonare o non fossero originali. Ma non è questo il caso, tranquilli. Con un solo full-length alle spalle e questo nuovo EP, "The Pleasure Of Revenge", i nostri amici sanno esattamente quello che fanno e posso garantirvi che spaccano di brutto: quattro tracce nelle quali si avvertono un'infinità di sfaccettature tutte ben incastrate in un'intelaiatura affatto caotica e dispersiva. Per farla breve: tutto fila e gli incastri tra le varie influenze sono perfetti, senza salti ed estremamente armonici. Volete un esempio? detto fatto, l'opening "Chapter 1 - Ade". Davvero ostico riuscire a descrivere un pezzo così complesso: cattiveria, durezza, liquidità, trasparenza, pesantezza, leggiadria... una continua antitesi tra sonorità più cupe e cristalline e tra ritmiche più lineari e sparate e quelle più arzigogolate e contorte. Il tutto abilmente razionalizzato in un brano che riesce a coinvolgere da inizio a fine senza stufare l'ascoltatore; un requisito, quest'ultimo, che ritengo fondamentale dato che ci vuole un attimo, nel mondo del prog e del djent, per superare la sottile linea tra il mostrare il proprio talento con riff e ritmiche strane ed il mero stupro degli strumenti senza anima. Qui, e ammetto che all'inizio ero preoccupato, tutto ciò non accade e si raggiunge un equilibrio perfetto tra le varie influenze, le chitarre cantano, il lavoro di groove sostiene il tutto con forza e pienezza,tranne in qualche punto in cui il volume del basso è un po' troppo alto, e il cavernoso growl di Michele fa da ciliegina sulla torta.
Ottimo lavoro ragazzi!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Novembre, 2018
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Ragazzi, io non riesco ancora a spiegarmi come dal Bangladesh ogni tanto escano fuori delle bombe nucleari caricate a thrash metal e cattiveria! Già diverse recensioni fa mi capitò una band del suddetto paese e ne rimasi colpito per la ferocia e la grinta proposta. Ebbene, oggi non siamo da meno e, senza troppi giri, vi presento i bengalesi H2SO4 ed il loro Ep di debutto "British Bangla Testament". Già solo l'artwork e l'originalità del nome (che, per chi non lo sapesse, è la formula chimica dell'acido solforico) sono una figata pazzesca; se poi ci aggiungiamo un sound ed un'aggressività della madonna (si può dire, sì?) ecco che l'interrogativo posto ad inizio recensione si fa ancora più marcato. Ma come diavolo fanno a tirare fuori delle bombe di questa portata?
Ragazzi, ci troviamo di fronte ad un EP che trasuda Exodus da tutti i pori e, se non mi credete, sentite la voce di Shuvo e ditemi se non è identica a quella di Steve "Zetro" Souza (Exodus) in "Tempo Of The Damned". E vogliamo parlare di quanto siano corrosivi e distruttivi i riff in tutte le 4 tracce dell' EP? Una colata di violenza che, se qualcuno non lo sapesse, potrebbe rientrare a pieno nella discografia della band sopracitata.
C'è davvero poco altro da dire perché l'Ep parla da solo e se questo è giusto l'esordio, non oso immaginare cosa potrebbero combinare in futuro questi ragazzi. Bravissimi, 4 stelle più che meritate!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    28 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 28 Ottobre, 2018
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Sono passati esattamente 5 anni dall'ultima fatica degli americani Skeletonwitch. Già all'epoca di "Serpents Unleashed" (2013) si poteva sentire il cambiamento di stile, rozzamente inaugurato dal precedente "Forever Abomination"(2011),che il quintetto stava operando nel proprio sound. Se la band iniziò proponendoci un violento thrash/black smanettone e senza fronzoli, ecco che, dopo 14 anni, il nuovissimo "Devouring Radiant Light" apre definitivamente le porte ad un melodich death metal molto tecnico (in stile The Black Dahlia Murder per intenderci) in cui l'approccio thrash è praticamente relegato a meri passaggi qua e là in favore di una ben percepibile influenza black. Insomma, una bella evoluzione rispetto agli albori! Ma qui sorge la questione: il cambio di rotta ci sta? Qualitativamente ci siamo? Tranquilli guys, tutto fila come dovrebbe filare e l'album giustifica questi 5 anni di silenzio.
Apriamo le danze con l'opening "Fen Of Shadows" che riesce fin da subito a creare quel climax ascendente per poi esplodere in un riff glaciale e tagliente. Ottimo anche il debutto di Adam Clemans che sostituisce alla voce il co-fondatore Chance Garnett: uno scream di stampo black molto pulito e nitido che ricorda molto lo stile di Trevor Strnad (The Black Dahlia Murder).
E ora vorrei un secondo soffermarmi su quelle che, secondo me, sono le due tracce più significative di tutto "Devouring Radiant Light. La colonna portante di un ottimo lavoro che sicuramente riuscirà a dare credito al cambio di rotta della band e a convincere l'ascoltatore più nostalgico e scettico: sto parlando delle violentissime "Temple Of The Sun" e "Sacred Soil". Ragazzi, qui non ce n'è più per nessuno ed il quintetto esplode letteralmente in una valanga di riff veloci e pungenti in cui ho sentito molto l'influenza di Insomnium e Immortal. Magistrale, poi, il lavoro dietro le pelli di Dustin Boltjes che ci regala un groove davvero azzeccatissimo, tra una blastata a mille e parti più ricche e cadenzate. E come sempre, quasi a voler essere ripetitivo, torniamo al discorso della voce: un altro approccio, soprattutto il vecchio in cui il sound era più gracchiante e gutturale, avrebbe rovinato tutto il contesto. Con questo tipo di scream ci innalziamo dall'inferno torrido e distruttivo alle vette fredde ed oscure del melodic death e black scandinavo.
Complimenti ragazzi, questa è la prova che non sempre il cambio di rotta è sinonimo di caduta di stile (vedasi attuali In Flames e Soilwork tanto per citarne un paio e creare un po' di sano flame). Un valido lavoro che riesce a dare spazio a tecnicismi vari, sonorità malinconiche e atmosfera violenta e disperata. What else?

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    14 Ottobre, 2018
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Metal e birra. Quale miglior connubio per noi amanti della buona musica? Ebbene, l'immenso e leggendario Tom Angelripper, leader della storica thrash metal band Sodom, ha fatto proprio questo concetto nel nuovissimo lavoro del suo progetto parallelo: signori, vi presento "Bier Ernst", ultima fatica della band Onkel Tom. Due dischi, per un totale di ventuno tracce, così divisi: da un parte ci sono dodici tracce che riflettono la passione per la birra, dall'altra le restanti nove spaziano tra l'amore per il metal, quello vero, ed una critica sociale dei nostri tempi. Il tutto, ovviamente, accompagnato dal martello pesante ed inconfondibile del miglior thrash vecchia scuola. Il risultato? Un album che riesce ad unire un approccio "caciarone" e festaiolo da Oktoberfest, ad uno più crudo e serioso: espressione palese dei gusti sopracitati di zio Tom.
Ecco quindi che fisarmoniche, cori da stadio e ballad da post sbornia prendono il sopravvento nel disco "Bier". Ragazzi, vi viene voglia di mettervi in kilt e brindare con un boccalone di bionda. Il tutto accompagnato da rutti di approvazione. Che dire, un lavoro davvero spensierato e gioioso che riesce ad unire il folklore tedesco con la pesantezza dell'heavy metal.
Ma ecco che parte "Ernst" ed i toni si fanno più cupi, le sonorità si incattiviscono (c'è poco da fare: l'angelo squartatore ha il thrash nel sangue da quando è nato) e l'atmosfera in generale diventa più seria. Tra la cattivissima "Ich finde nur Metal geil" e l'irriverente "Auf dünnem Eis" si passa dalla festa alla scazzottata senza fronzoli. E qui, secondo me, sta la vera forza di questo "Bier Ernst": l'antitesi tra i due temi trattati che riesce a tenere sveglio l'ascoltatore in questo oscillare tra spensieratezza e pesantezza.
Ottimo lavoro Tom, hai tirato fuori l'ennesima carta vincente che sicuramente ci terrà buoni durante l'attesa del nuovo album dei Sodom!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    03 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Ottobre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Potente, malato e cafone. Questi gli aggettivi migliori per definire la nuovissima fatica dei messicani Centauro, "Daño colateral": un tripudio di thrash metal irriverente e distruttivo che sbatte in faccia al mondo il potenziale di questa macchina disumana nata nel 2010. Già solo l'argomento trattato nel disco dovrebbe essere sufficiente a darvi un'idea di cosa vi aspetta: i crimini commessi da una mente malata nata a seguito di uno stupro culminanti nel suicidio della stessa. Insomma, robetta tranquilla eh!?
In questo caso mi risulta davvero difficile darvi un'idea effettiva del materiale proposto, in quanto ciascun brano, a mio avviso, è un climax ascendente che ripercorre esattamente la follia del protagonista e gli avvenimenti che si succedono. Potrei, però, partire con l'opening "Aberrante Creacion" e concludere con l'ultima traccia "Impulso Terminal", tanto per farvi capire l'evoluzione stilistica che si avverte via via che si procede con l'ascolto: se all'inizio troviamo dei riff in stile Testament ed Exodus con degli spettacolari passaggi death molto cromatici e fuori scala, ecco che verso la fine lo stile muta, proponendoci un impatto più cafone e malato che ricalca moltissimo il suono tedesco dei Kreator e, soprattutto, dei Sodom. Un modo molto particolare per renderci partecipi dell'odio nei confronti del mondo del tipo in questione... la sua sempre più crescente follia che sfocia nell'atto finale e più distruttivo.
Spettacolare, quasi fosse il filo conduttore dell'intero lavoro, è anche la forte influenza hardcore anni '90 con quelle tipiche blastate a mille con annesse chitarre corrosive e voce quasi strillata. Su quest'ultima, poi, c'è da fare un particolare discorso: tanti complimenti a Iván e al suo cantato che riesce magistralmente ad unire un sound potente e rimbombante ad un più stridulo e acido e al difficile compito di riuscire ad essere orecchiabile cantando in spagnolo anziché in inglese. Un punto in più per questo "Daño Colateral". Se poi aggiungiamo l'ottima caratterizzazione di ciascun brano e, di conseguenza, l'essere riusciti a creare un proprio stile che ben si differenzia dai soliti canoni triti e ritriti, ecco che i Centauro si beccano il voto più alto di diritto. Ascoltare per credere. Anzi, ascoltateli e basta e capirete cosa significa spaccare i c**i!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    22 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2018
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Signori, oggi per voi una recensione molto particolare ed il perché è presto detto: siamo nella mia terra, l'Abruzzo, per parlarvi di "Dreaming Chaos", album di debutto degli aquilani In My Ashes. Sorti nel 2015 dalle ceneri dei precedenti Regain The Fire, il quintetto ci propone un misto tra heavy e thrash metal impreziosito da qualche sfumatura death. Un bel mix che, tuttavia, solo in parte è percepibile, soprattutto nella seconda metà del disco. Ma andiamo con ordine e vediamo cosa ha da offrirci questa prima fatica..

Innanzitutto mi preme sottolineare che l'aggettivo che meglio si addice a questo album è "equilibrato": se vi aspettate ritmiche sparate e blastate e riff veloci e distruttivi per tutta la durata del disco, beh non è così. Al contrario, la band ci offre un giusto compromesso tra la struttura più aggressiva del thrash e del death e un approccio più "tranquillo" e cadenzato tipico dell'heavy. Ciò a mio avviso è un po' un'arma a doppio taglio perché, se da un lato si riesce a dare spazio a tutte le influenze, dall'altro si ha quell'effetto quasi macchinoso e squadrato che divide ciascun brano in diversi blocchi da unire insieme. È inevitabile, come conseguenza, la poca scorrevolezza dei pezzi.
Prendiamo come esempio le tracce "Louder", "Lack Of Sanity" e "The Punishment": ascoltandole una di seguito all'altra, quell'effetto macchinoso e quasi incespicante va via via scemando in favore di una miglior fluidità e razionalità dello stile proposto. Si parte, infatti, quasi timidamente, come se non si volesse osare di più, per poi aprirsi lentamente e dare sfogo a tutta la propria grinta.
Ma ecco che si giunge al cambio di rotta e, quasi ironicamente, i brani "Metamorphosis" e "Hypocrisy" ci mostrano una band con i denti insanguinati pronta a divorare il proprio pubblico: da qui in poi la componente heavy è relegata a piccoli passaggi e la parte più cafona ed irriverente del thrash e del death viene fuori, come se l'imbarazzo e la timidezza iniziali fossero stati vinti. Complice di questo è sicuramente il lavoro combinato del basso di Diego Scacchitti e delle pelli di Gianpaolo Angeloni ("Gnappo" per gli amici) che riesce a regalarci un groove più sostenuto, veloce,potente e, soprattutto, meno incespicante. È proprio da qui che prenderà vita il fiore all'occhiello di questo "Dreaming Chaos", la punta di diamante di un gruppo che, se vuole, riesce a tirare fuori i cosiddetti : la tripletta composta dall'omonima traccia "Dreaming Chaos" (la mia preferita), "Enigma" e "Medal Of Life". Ragazzi, sembra di ascoltare tutt'altro album (da qui la recensione quasi volutamente suddivisa in 3 blocchi in base al tipo di approccio)! Addirittura si può assistere ad una forte influenza progressive e perfino melodic death e a tal proposito vi suggerisco il brano "Dreaming Chaos" che, a mio avviso, è il migliore di tutti e dovrebbe essere la linea guida dei futuri album: grinta, potenza di esecuzione, riff che osano, assoli pungenti e ben azzeccati... tutto fila come dovrebbe. E qui voglio fare una mia personale riflessione: perché questa impennata di qualità solo verso la fine? Perché un approccio così ben caratterizzato e irriverente non poteva esserci fin dall'inizio?
Ultima, ma non per importanza, è la questione della voce di Alessio Colabianchi: tralasciando le parti in growl ben eseguite e perfette per il contesto (anche qui il salto di qualità si sente tantissimo dalla seconda metà in poi del disco), le parti cantate risultano spesso troppo "gracchianti" e fastidiose, come se si cercasse forzatamente di emulare lo stile di Bobby "Blitz" Ellsworth (Overkill) e Steve "Zetro" Souza (Exodus). Se devo essere sincero avrei preferito un altro tipo di voce, o comunque un cantato più in linea con il mix proposto.

In definitiva posso dirmi soddisfatto degli In My Ashes, soprattutto se consideriamo che si tratta di un album di debutto nel quale si sente molto questa caratteristica. Il mio consiglio è quello di riascoltarsi e capire quale sia la strada migliore da intraprendere, anche se penso sia chiaro quale debba essere. Il potenziale c'è e si sente, ma il percorso è ancora nebbioso. Sta a voi illuminarlo e solcarlo come si deve.In bocca al lupo guys!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    15 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2018
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Ragazzi, non potete capire quanto sia felice ed orgoglioso di poter mettere di nuovo mano sul progetto Hitwood, one-man-band partorita nel 2007 dalla geniale mente del buon Antonio Boccellari. Conobbi questa realtà l'anno scorso grazie ai due strepitosi lavori "As A Season Bloom" (2017) e "Detriti" (2017), di cui, tra l'altro, vi invito a leggere il miei commenti su questo portale, e me ne innamorai in un secondo. Il primo dalle sonorità shoegaze in stile Alcest, il secondo più tendente al melodic death scandinavo ma ancora influenzato dalla band francese. Adesso, con il nuovissimo "Marea", siamo approdati definitivamente nel melodic death. E che melodic death signori!

Partiamo subito dalla cosa che più di tutte mi piace di questo progetto: l'aver coinvolto, alla voce, ospiti da tutto il mondo (Francia, Venezuela, Svizzera, USA e Canada). Fattore, questo, che è il vero punto di forza di "Marea": ogni brano è di un'unicità a dir poco disarmante e ciascuno può mettere del suo. È meraviglioso questo spirito di squadra, a testimonianza del fatto che il mondo del metal unisce tutti e non conosce confini, colore della pelle o religione. Già solo per questo il disco merita il voto più alto.
Da un punto prettamente stilistico, grandissimo è il senso di crescita e di maturità che si avverte rispetto ai lavori precedenti. Una parabola ascendente che tocca il suo picco in brani come "Apocalyptic Omen",glaciale e pungente in cui assai forte è l'influenza degli Insomnium, "Our Streets", traccia epica che affonda le sue radici nello stile degli Amon Amarth con i suoi riff potenti, martellanti e taglienti, oppure la mia preferita, "Where Unreality Becomes True", nella quale l'intreccio tra scream e voce pulita mi ha fatto venire la pelle d'oca, per non parlare delle chitarre alla Dark Tranquillity... avrò ascoltato questo brano una ventina di volte in un giorno ed erano brividi ad ogni "replay". Per tutta la durata dell'album si avverte quel non so che di evanescente ed ipnotico che riesce a trasportarti su altre dimensioni. In un attimo non ci si rende conto che il disco è finito e vien subito voglia di premere di nuovo il tasto "Play".
C'è poco da fare, quando la musica ti arriva direttamente al cuore tutto il resto sono solo chiacchiere. Se poi a ciò aggiungiamo una produzione magistrale ( e si tratta di un lavoro autoprodotto, non so se mi spiego), un bellissimo artwork, un cantato spettacolare e,soprattutto, la capacità di far venire la pelle d'oca, ecco che la medaglia d'oro è di diritto vinta.

Signori, veniamo a noi: acquistare la vostra copia di "Marea" e supportare questo spettacolare progetto tutto italiano deve essere un imperativo morale. Realtà come queste meritano una voce più grande che possa andare oltre il mondo underground e ciò è possibile solo grazie a voi: uscite dai canoni, ampliate la mente e date il vostro contributo! E ora mi rivolgo direttamente a te Antonio: complimenti, hai saputo creare un qualcosa di nuovo, fresco ed interessante; un lavoro che dovrebbero invidiarci in tutta Europa. Grazie!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    04 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Settembre, 2018
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Seconda fatica per i thrashers Hidden Intent. Attivo dal 2012 e con alle spalle un paio di demo ed un full-length, il trio australiano cerca fin da subito una fetta della scena metal europea ed americana proponendo un thrash metal che ricalca lo stile di band pioniere quali Exodus, Slayer, Sodom, Megadeth, Sepultura...Ebbene, questa seconda fatica, "Fear, Prey, Demise", è riuscita nell'intento? A mio avviso si, anche se l'album non lascia certo a bocca aperta per la formula proposta. Ci troviamo di fronte ad un thrash piuttosto canonico che non brilla di iniziativa ma che, tuttavia, riesce a dare all'ascoltatore quella botta adrenalinica che serve.
Prendiamo subito due delle tracce che, a mio avviso, riescono a darvi un'idea dello stile proposto: "Prey For Your Death" ed "Apocalypse Now". Se nel primo brano la fanno da padrona le accelerate in stile Exodus combinate a dei riff di chiara derivazione Testament, ecco che nella seconda la faccenda si incattivisce ulteriormente con delle schitarrate taglienti e super blastate, segno che è stato ripreso molto dal death e da band come Kreator, Slayer ed Overkill; soprattutto questi ultimi per la parte di basso decisamente influenzata dallo stile del mitico D.D. Verni. Molto bella è anche la parte finale di "Apocalypse Now" che, quasi inaspettatamente, ci regala 3 minuti più melodici, lenti e cadenzati nei quali il buon Phill si cimenta in assoli e licks piuttosto tecnici. Il pezzo dura 8:19 minuti, ma vi garantisco che scorre molto bene e riesce a raccogliere tutta l'esperienza degli Hidden Intent.
Tolte queste due tracce, il resto di "Fear, Prey, Demise" procede tra una traccia più incalzante e qualcun'altra più zoppicante. Insomma, se siete alla ricerca di un lavoro valido, capace di dare la carica ma senza troppe pretese sia a livello di approccio che di stile, allora gli australiani Hidden Intent fanno al caso vostro.
Unico consiglio per la band: spingete di più sull'acceleratore cercando di mettere ancora più carattere e vedrete che i futuri lavori si attesteranno su livelli superiori!

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Opinione inserita da Luigi Macera Mascitelli    26 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Agosto, 2018
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Avete presente il nulla cosmico, o quantomeno un'idea di esso? No? Benissimo, ora, dopo l'ascolto di questo "Curtain", EP della one-man-band russa Stielas Storhett, finalmente ne avrete una rappresentazione empirica. Ma andiamo con ordine.
Fino a qualche tempo fa non sapevo neanche dell'esistenza di questo gruppo, ma, per avere un quadro completo della situazione al fine di recensire l'EP in questione con cognizione di causa, ho spulciato nella discografia degli Stielas. Cosa ci ho trovato? Delle splendide sonorità che ricalcano un po' lo stile degli Alcest ma incattivito dalla freddezza di un depressive/atmospheric black metal glaciale e tagliente. Una gioia per le mie orecchie e sicuramente una garanzia per questa nuova fatica. Niente di più lontano dal vero ragazzi, perché mi ritrovo a dover recensire un EP che chiamarlo tale sarebbe un complimento: sei tracce comprendenti un'intro, che già solo dalle sonorità quasi pop (si esatto) viene voglia di cestinarlo, e un solo brano che si salva dato che i restanti quattro constano di una cover, che sì è molto bella, ma che personalmente tendo ad escludere come parametro di giudizio, e di tre tracce ambient di solo sintetizzatore che mi hanno letteralmente spappolato i cosiddetti. Per giunta la sesta traccia, "The Journey of A.", è un obbrobrioso mix di musica pop, dance e qualche scream qua e là. Vi giuro ragazzi, mi hanno sanguinato le orecchie.
Facendo una summa di tutto quanto, abbiamo una sola traccia che veramente spacca,"The Curtain": un'ottima commistione tra sonorità black e melodic death impreziosite da una sfumatura doom data dal ritmo lento e cadenzato e da uno scream molto pervasivo. Ah, inutile dire che questa traccia è un "feat", se no avrei dovuto semplicemente cancellare il file dell'EP e passare ad altro.
Consigli per la band? Sinceramente non so proprio cosa dire se non un semplice e grandissimo:" What The F**k?"

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