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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Ci sono marchi di fabbrica che resistono, inossidabili ed inamovibili, alle insidie del tempo e delle mode.
Un brano dei Motorhead o degli Irons lo si riconosce fin dall’abbrivio e, anche se non sei un intenditore di metal, sei in grado di percepirli quasi immediatamente.
Beh, nel caso di Udo Dirkschneider il discorso non cambia affatto. La sua vera e propria missione è quella di perpetrare e reiterare i canoni del metallo teutonico anni ’80 scena che tanto degnamente aveva regnato all’epoca con gli Accept.
E questa reiterazione la si tocca con mano al solo considerare che – membro stabile del monicker “U.D.O” che ha fondato dopo la sua dipartita dagli Accept stessi – è il figlio Sven. Un drummer completo, che unisce potenza, precisione e virtuosismo e che sembra porsi alla guida di una schiacciasassi impazzita che travolge tutto e tutti.
Come si suol dire: di padre in figlio nel nome del Dio Metallo!
I compari di avventura non sono certo da meno: la chitarra di Andrey Smirnov taglia ed affetta peggio di un rasoio ed il basso di Fitty Wienhold è più tellurico che mai.
Ne sortisce un unico, massiccio, monolitico, monumentale album che (come tutti i marchi di fabbrica) nulla aggiunge e nulla toglie a quanto finora realizzato dal frontman tedesco, la cui voce inconfondibile ci appare in splendida forma,in tutta la sua ispirazione alla carta vetrata.
L’headbanging è assicurato, a meno che non siate in stato catatonico irreversibile e la gitarella nella fabbrica dell’acciaio – sebbene condotta a temperatura altissima, degna del nucleo di un vulcano in piena eruzione – risulterà piacevolmente quasi mortale, tra un pericolosissimo gorgo di acciaio fuso e l’altro, con i pezzi che vi faranno da guida fino a portarvi “a riveder le stelle”: si, le stelle del metallo germanico sotto l’indistruttibile egida del piccolo – grande Udo Dirkschneider!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    15 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il metal nostrano, diciamocelo fuori dai denti, non brilla di certo per originalità e per tecnica.
Quando mi sono posto all’ascolto di questi quattro headbangers piacentini, devo dire che ho pensato: “Beh, saranno pure panterizzati ma – almeno – mantengono ciò che promettono.
Infatti, trattasi davvero di una “crashing & groovin heavy metal band”! Il loro intento di creare “musica ricca di groove e tonalità profonde” proponendo “brani potenti, tecnici” in questo demo è assolutamente riuscito!
Pur essendosi formati non da molto in quel di Piacenza da un’idea del drummer Marco Polledri, le idee le hanno ben chiare e mettono subito le carte in tavola fin dalla prima traccia “A new road”: suono cingolato che – come è d’uopo – alterna mid-tempos micidiali a cadenzoni che non lasciano scampo: la testa, te la devi andare a riprendere dal pavimento!
La sezione ritmica (tra il picchia-pelli senza requie di Marco ed il basso a super-pompa di Stefano) stende un velo IMpietoso (per l’ascoltatore) su cui si adagiano come un maglio di fonderia pesante la possente voce di Walter (novello Phil Anselmo padano) e l’ascia di Roberto Zoppi che ci rende suoi omonimi, nel senso che spezza le tibie entrando in tackle scivolato con assoli mai banali (anche se non virtuosissimi).
Spiccano, a mio avviso, l’intro motorheadiana di “Liar” cui segue uno stacco a cadenzone con doppia cassa tritaossa, la track “War” in cui sembra che entri in azione il martello di Thor in persona e lo stacco jazzato/sincopato di “Human Dualism”, nonché il pezzo che trae il titolo dal nome della band, con i suoi adrenalinici 5:27.
Da rivedere i mid tempos e, francamente, la bruttina “Struggle”.
Ne sortisce una prova più che degna di menzione, considerando quello che il panorama metallico italico ci propone: in bocca al lupo ragazzi! Con alcuni dovuti correttivi, dovreste proporci un prossimo lavoro ben maturo.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    01 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

E siamo al cospetto di quattro doomsters mica male!
Formatisi nella terra del gruviera, in Svizzera, non moltissimo tempo fa (2015) come dimostra la loro non certo nutritissima discografia, questi allegroni non scherzano affatto!
Anche se, dopo la convincente ed ipnotica opening track (“Woven Heart”) nella successiva “Semper Occultus” la voce del bassman Ralf W. Garcia ricorda un po’ quella di un giovanissimo Lemmy dei tempi di “Vibrator”, prima che il vetriolo si impossessasse delle sue corde vocali, gli spunti più cadenzati risultano alquanto convincenti, coinvolgendo l’ascoltatore (tra uno scongiuro e l’altro) ad un headbanging funereo senza requie.
Il drumming da esequie di Reto Crola è precisissimo (d’altronde, nelle lande degli orologi non potrebbe essere diversamente) anche nelle rare accelerazioni e in godibilissimi fillers, incorniciando una seguente opening track che si impossessa di noi al punto da farci ordinare subito una corona funeraria senza sapere il perché (..vabbè che può sempre tornare utile…).
I nostri quattro simpatici coroners dimostrano, comunque, di aver saputo far propri in maniera egregia i dettami del doom di derivazione seventhy, incrociandolo sapientemente con lo sludge di ultimo grido.
Gli axemen Januar Andreas Reinhart e Ralph Huber non si lasciano certo pregare, snocciolando riffs granitici come lapidi appena impiantate e solos alla Trouble mai eccessivi ed invadenti.
“O’death” irrompe con un gradevole singing femminile che ci da le condoglianze senza troppi complimenti ed in tutta la stanza si diffonde un acre odore sulfureo alquanto sinistro.
Dall’incipit di “Eternal Solitude” incomincerete a scavarvi la fossa da soli in preda a sudori freddi e inspiegabili convulsioni sull’onda dei ceselli chitarristici arabeggianti che impreziosiscono il pezzo.
La susseguente “Coffin Nails” vi porta alla progressiva paralisi con annessa catalessi in gentile omaggio dei lupi svizzeri mentre la final track “Remembrance” vi impartisce l’estrema unzione mentre ormai siete incapacitati a muovervi (fatta eccezione per la capoccia che continua incessantemente ad andare di headbanging che è un piacere).
Uno dei lavori doom migliori tra quelli ascoltati finora, al quale non assegno il massimo dei voti solo perché (personalmente) avrei fatto delle scelte diverse per il cantante. De profundis a tutti.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Agosto, 2018
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I Pigeon Lake (il cui nome parrebbe ispirato ad un suggestive lago ubicato nella regione di Alberta in Canada) si formano in quale di Oslo (Norvegia) nel 2011.
A vederli così, sembrano davvero quattro allegri paciocconi, caratterizzati da un vero e proprio “non-look” con tanto di cravattina nera, bretelle e – addirittura, nel caso del vocalist Chris Schackt - con papillon che spicca sul pullover nero.
Io sono il primo a non dare alcun peso né al look, né alle etichette ma credo che, almeno un minimo, la band debba dare l’idea del genere musicale che propone: visti così, i nostri quattro scandinavi potrebbero benissimo passare per un quartetto d’archi.
Vabbè, venendo al contenuto di questa loro terza fatica in studio (hanno esordito nel 2012 con l’EP “I:mindrape”, seguito dal full-lenght “Tales of a Madman” ….mi ricorda un certo diario di una certa persona.. intervallati dal singolo “Confrontation”) devo dire che mi devo ricredere sull’epiteto precedente, ossia su “allegri”.
Questi ragazzi, hanno depressione e malinconia da vendere!
Il sound del monicker si appalesa abbondantemente depressivo, con spruzzatine di stoner e doom/sludge qua e là ( “Futility of You” con venature Killing Joke) con il Chris che alterna abbastanza sapientemente il growl al cantato pulito in cui – talvolta – ci rievoca Dave Gahan dei Depeche Mode (?!?) mandato un po’ male da qualcosa o da qualcuno/a (vedasi “Let’s pretend”).
Magnus si destreggia all’ascia piuttosto bene, senza mai indugiare in assoli e/o virtuosismi ma, quando lo fa (arivedasi “Let’s Pretend”, il brano che chiude l’opera) devo dire che appare assolutamente convincente.
Leggermente avulso da tutto il contesto dell’album (ed anche fuorviante) risulta la opening track “Ragnarock” che sconta l’inevitabile tributo al mito norreno della epica battaglia finale tra le potenza della luce e dell’ordine contro quelle delle tenebre e del caos, il cui esito determinerà la distruzione e la consequenziale ricostruzione del mondo nel segno del bene o del male.
Interessante anche l’arpeggio iniziale di “Hide & Seek”, che ci ricorda i mai abbastanza rimpianti System of a Down, che rifanno capolino nella track “A Familiar Problem” che ricrea atmosfere un po’ da antico Egitto.
Buoni spunti vengono anche dal pezzo – finalmente un po’ più movimentato - “Perfect Place” nel quale, a mio sommesso parere, non avrebbero sfigurato degli inserti di pianoforte nel contesto.
Un album che, pur non brillando per fantasia e pur scivolando via all’ascolto senza fornire particolari scossoni, può ritenersi tutt’altro che malvagio (in tutti i sensi) ma che frutta un responso di rivedibilità complessiva: il prossimo lavoro in studio potrebbe rappresentare la raggiunta maturità della band ovvero la sua scivolata verso l’oblio.
Spero che ora succeda qualcosa che mi tiri un po’ su….
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2018
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Confesso che non ho mai nutrito particolari simpatie per quello che è stato definito il “follettone”, ma solo perché ho sempre trovato incongruente la sua immagine, il suo nome d’arte e la sua attitudine con il genere musicale che propone.
Quando ha esordito, nei primi anni ’90, a vederlo con quel look e con quello pseudonimo, mi aspettavo di ascoltare del doom metal altamente mortifero e stramaledetto; si trattava pur sempre del bass & vocals degli Emperor, di un artista annoverato tra i capostipiti del black metal norvegese, destinato a perpetrarsi come vero e proprio marchio D.O.C..
Insomma, presumevo si trattasse del “Quorthon del doom/sludge” e, invece, nulla di tutto questo.
Più che altro, l’ho assimilato più a Trent Reznor, anche se con un sound avente connotazioni più heavy.
I critici più accreditati hanno addirittura distinto in ben tre fasi il suo percorso artistico: la fase ambient, quella darkwave e quella industrial rock.
Un curriculum di tutto rispetto, considerando i 10 full-lenghts finora realizzati, conditi da vari singoli e da numerosissime partecipazioni a compilations, etc.
Il nostro follettone (all'anagrafe Håvard Ellefsen, nato il 25 luglio 1975 a Skien) ripropone lo stesso album pubblicato originariamente nel 2010 durante il tour europeo e da tempo fuori catalogo.
All’epoca ‘Perfectly Defect’ venne pubblicato in due versioni: la tour edition in CD con dieci brani e in digitale con dieci canzoni.
Questa nuova edizione contiene dodici tracce ma, soprattutto, fuoriesce dalla etichetta fondata dallo stesso Mortiis, ossia la Mortiis Omnipresence Records.
Per chi predilige il suono pesante dei synth (chi scrive è da sempre un estimatore dell'elettronica, che ha iniziato a seguire attraverso i Tangerine Dream, Klaus Schultze, Conrad Schnitzler, i Kraftwerk della prima ora composti dai soli Ralf Hutter e Florian Schneider, ha visto nascere i Depeche Mode, i Prodigy e compagnia “bella”), Mortiis è una certezza sempre e comunque.
Un vero e proprio marchio di fabbrica che – tra l’altro – proprio di recente - si è rifatto vivo dalle nostre parti mettendo a ferro e fuoco il 25 maggio scorso le Officine Sonore di Vercelli; insomma, con Mortiis andate sul sicuro!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    26 Mag, 2018
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Se Carl Orff (il compositore dei Carmina Burana, la colonna sonora di Excalibur) avesse vissuto ai giorni nostri, credo che avrebbe voluto comporre lui questa opera al nero dei Dimmu Borgir.
I signori del Nero Castello norvegese, si ripresentano nei nostri peggiori incubi ancora più epici, ancora più maestosi, ancora più sinfonici, ancora più misterici, ancora più mastodontici, ancora più maligni.
Poco importa se hanno già fatto più volte storcere il naso ai loro fans della prim’ora: l’evoluzione iniziata illo tempore è continuata e continua imperterrita, con buona pace di chi avrebbe preferito un atteggiamento più radicale ed integralista.
In Eonian si respira male e cattiveria a pieni polmoni, anche se con sensazioni più variegate rispetto a quelle quintessenziali dei loro esordi.
La voce di her Shagrat continua a tirarci via la pelle per quanto è graffiante e maledetta, supportata da cori degni delle migliori saghe noir nordiche, le partiture di tastiere e pianoforte si appalesano vieppiù classicheggianti e dedite ad aperure sinfoniche. Le asce e la sezione ritmica, che ve lo dico a fare…
Tutta la band, comunque, fornisce un ulteriore prova di estrema compattezza, donandoci l’ennesima perla nera da incastonare nel novero dei diademi black metal di tutti i tempi.
Le atmosfere ricreate in questo album sono molto più orientate verso il Medioevo della peste nera, periodo storico in cui chi ascolta viene ineluttabilmente catapultato, ingenerandogli l’istinto di correre una disgraziata gimcana tra gli untori con l’animo colmo di angoscia ma nutrendo una recondita speranza di sopravvivenza.
Speranza vana, perché questa fatica dei Dimmu Borgir non fa prigionieri.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    05 Mag, 2018
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Metalbangers, a mio avviso gli Et Moriemur sono la nuova doom-sensation del panorama mondiale.
Ho deciso di fondere in un’unica recensione il loro secondo album “Ex Nihil In Nihilum” (rieditato a fine 2016) e la loro ultima, insana creatura “Epigrammata” per rendevi maggiormente partecipi della loro evoluzione musicale e concettuale.
Il monicker è stato fondato a Praga nel febbraio del 2008 ed il loro sound è subito stato etichettato come “doom esistenziale”.
Intanto, diciamo subito che l’influsso culturale mitteleuropeo è innegabile (agevolato dalle inconfondibili atmosfere praghesi) e rende le loro composizioni un claustrofobico mix tra tristezza e rabbia.
Mix impreziosito dal sapiente e sempre ben calibrato utilizzo di strumenti quali il super-classico pianoforte, il malinconico violino, il potente organo a canne, la chitarra acustica (fa capolino persino uno xilofono…) e di vocalizzi che spaziano dalla voce narrante al sussurrato fino al vero e proprio growl, perdipiù espressi in svariate lingue, tra le quali spiccano il latino (che caratterizza tutti i titoli dei brani del terzo lavoro “Epigrammata”, per cui – per esclusione – i titoli in inglese si riferiranno esclusivamente al cd “Ex Nihil In Nihilum”)ed il greco antico.
Brani in cui il dolore e la sofferenza si tagliano con il machete, brani molto depressi e depressivi: insomma, ci mancano solo le campane a morto…
Le strutture delle tracks sono sempre alquanto variegate e si denotano svariate influenze sonore che vanno dai Killing Joke ultima maniera (vedi “Nihil” la cui opening rievoca certi Korn della prima ora, stile “A.D.I.D.A.S.”) alla Dark Wave anni ’80 (vedi anche lo stacco “alla Cure” di “Communio”) dalla ouverture celtica di “Offertorium” ai canti gregoriani di “Dies Irae”.
Il tutto, comunque confezionando un suono sempre cavernoso che rende l’ascoltatore felice come se si fosse perso in una gelida notte senza luna in una foresta nera dei Carpazi, per sfuggire alla quale finisce per rifugiarsi nelle catacombe, accompagnato dalle backing vocals altamente evocative che non mancano mai di “allietare” quasi tutte le pieces, materializzando un tappeto sonoro degno dei migliori funerali sotto la pioggia battente.
Emblema assoluto di tutto ciò, risulta essere il brano “Black Mountain”: ben 16 minuti e mezzo capaci di ridurre l’ascoltatore in stato semi-catatonico con tanto di bavetta schiumettata al lato della bocca e occhi sbarrati e cerchiati di nero.
Due masterpieces neri come la notte più buia, che non possono assolutamente mancare nella macabra discografia di un doomster/sludger che si rispetti!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Aprile, 2018
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Come dice il saggio: “esistono solo due generi di musica:quella buona e quella cattiva”
Signore e signori, recensire i Paradise Lost, comunque la si voglia vedere, significa avere a che fare con un pezzo non irrilevante della storia del rock in generale e poco importa se non trattasi di heavy metal in senso stretto.
Sono in circolazione dal lontano 1988, allorquando il cantante Nick Holmes ed il chitarrista Greg Mackintosh – in quel di Halifax (UK) – partorirono un monicker inizialmente votato al death/doom metal.
La Nuclear Blast ha pensato bene di rieditare – in versione rimasterizzata – il loro settimo album in studio della loro sterminata discografia, quel “Host” dato alla luce nel lontano 1999 che ha segnato il consolidamento della parentesi elettronica iniziata nel 1997 con l’album “One Second”.
Fase nell’ambito della quale i Paradise Lost misero accantonarono la matrice metal facendo prendere il sopravvento alla loro anima darkwave: chitarre ovattate e cristalline, ritmi meno tirati, inserti elettronici e concessioni al pop anni '80 di gruppi come Sisters of Mercy e Depeche Mode nonché alle sonorità di gruppi gothic rock come Bauhaus e The Mission.
La voce di Holmes subì un cambiamento radicale, passando ad una timbrica pulita e melodica.
Tantissimi headbangers storsero il naso, gridando alla bestemmia, al tradimento e lanciando anatemi all’indirizzo della band che, però, ha saputo continuare dritto per la propria strada, approfondendo il solco tracciato attraverso una sorta di ibridazione tra Black Sabbath e la dark wave elettronica anni ’80.
Chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere appieno quel periodo, reso estremamente fertile dalla sequenza dettata dalla nascita del punk, della New Wave Of British Heavy Metal, della New Wave/post-punk, ricorderà benissimo l’apporto dato alla causa da bands come Joy Division, New Order, Sisters Of Mercy, Siouxie & The Banshees e compagnia bella.
Il marchio di fabbrica è rappresentato da un syth-dark-rock alquanto calmo e malinconico ma sempre ricco di pathos, tendente a ricreare delle atmosfere introspettive ed intriganti, fluttuanti su una cifra stilistica sempre elevata e caratterizzata da una certa innata raffinatezza di fondo tipica delle rock sensations provenienti dalla Terra d’Albione.
“Host” è come una collana di perle selvatiche: tutte sono differenti l’una dall’altra ma tutte sono bellissime e rendono l’insieme assolutamente prezioso.
Ecco perché risulta estremamente arduo citare alcuni dei 13 brani che compongono questa release che rimane scolpita negli annali dell’anima rock universale.
Long live Paradise Lost!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 2018
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Questo combo di doomsters (fondato da Vince Hempstead, ex ascia dei Pagan Altar) proviene dalla gloriosa terra di Albione, la culla (checchè se ne voglia dire) di qualsivoglia forma di arte metallica. Se poi ci aggiungiamo che sono proprio londinesi, dovremmo ritenere che ci troviamo al cospetto di una band al top del genere. Niente di più errato!
Il viaggio nella Valle del Re che ci propongono i nostri quattro è a dir poco noioso e spompo! Una release in cui si denota immediatamente una mancanza cronica di idee e di dinamismo. Fin dalla opening/title track si viene assaliti dalla tediosità e monocromaticità delle sfumature del sound, davvero mosciarello e senza guizzi degni di nota, con testi incentrati fortemente sul fantasy. La traccia che prende il nome dalla band londinese sembrerebbe farci risvegliare dal subitaneo torpore che ci aveva sorpreso con il primo pezzo, sia pure pagando il doveroso tributo ai mostri sacri del comparto mortifero, ossia i Candlemass. Infatti, Simon Stanton sembra un Messiah Marcolin con il freno a mano tirato ma - se non altro – si incomincia un po’ a ragionare. Appunto, si incomincia; ma con l’irrompere (si fa per dire) di “Forest of Mirror” si smette subito: i vocalizzi di Simon qui rievocano quelli dell’altrettanto mitico Ozzy, ma in versione “Inps”. La susseguente “Last of my Kind” scivola via senza colpo ferire, mentre la successiva traccia (“Season of The Witch”) è sì un po’ più movimentata ma il riff portante è di una banalità disarmante, pur rimembrandomi i Warlord della prima ora. Si procede sempre sullo spompatino andante con “King of Vultures”: ma l’apoteosi si raggiunge con la seguente “Shadow of Tormentor”, in cui le risatine alla “Ozzy-Inps” si alternano a delle backing vocals in falsetto assolutamente spiazzanti! “Upon the throne of Lights” ci conferma, semmai ve ne fosse stato bisogno, che i quattro sludgers necessitano di una bella dose di vitamine per tirasi un po’ su e (soprattutto) tirar su il proprio assetto musicale, invero tristarello anzichennò.
Quello che pretenderebbe di essere un epic-doom metal, si rivela essere una sbiaditissima versione di ben altre performances, provenienti da ben altri lidi.. molto distanti – in questo caso – dall’isola britannica che tanto lustro ha conferito al genere.

P.S. Occorre specificare che questo album è inizialmente uscito nel 2014 come autoproduzione, per poi essere ristampato a fine gennaio 2018 dalla Wormholedeath Records.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    15 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2018
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I Sacred Oath sono in circolazione fin dal lontano giugno del 1985 a Bethel (Connecticut - U.S.A.) ma – della line up originaria - è rimasto il solo cantante e chitarrista Rob Volpintesta (che in seguito cambiò il cognome in Thorne). La loro proposta è sempre stata improntata al power metal puro ed incontaminato, senza “se” e senza “ma”!
Questa settima fatica in studio è un mausoleo dinamico inneggiante alla migliore tradizione del power di estrazione maideniana, sia pure intriso di quegli spunti thrash che si rifanno al sound della bay-area degli anni ’80. La conferma viene già dai primi solchi della opening track ("New Religion") che sfoggia un sound sempre attuale nella sua indiscutibile classicità, con un riff potente ma “catchy”, una inframezzatura a distacco niente affatto male ed assolo saettante. La title track mi ricorda i migliori Annihilator (quelli di "Alice in Hell", tanto per intenderci) e si prosegue sulla medesima falsa riga, senza però mai annoiare, grazie a degli stacchi semi-sperimentali/vagamente fusion ed alla vena del solista d’ascia Bill Smith. Il tappeto ritmico steso da Brendan Kelleher alle quattro corde e da Kenny Evans alle pelli è di tutto rispetto e sempre altamente energetico. "Never and Forever" è la immancabile ballatona elettrica un po’ strappalacrimuccia, ma comunque efficace e convincente anche grazie anche ad un imperioso assolo. La vitaminica "Demon Ize" ci riporta sul sentiero metallico solcato dai nostri quattro ceffi, che non concedono sconti alle nostre orecchie ed alla nostra capoccia in sbattimento. "Well of Souls" fa un po’ il verso agli Anthrax, ma le aperture melodiche opportunamente alternate al sostrato “thrashy” (vedi la lenta parentesi centrale del pezzo) garantiscono comunque un risultato godibile e mai stucchevole. "Eat the Young" è la track più oscura, da questo punto di vista con il suo cantato che rievoca un po’ lo Hetfield-style con quella puntina di growl che non guasta mai. Linee e stili vocali che ritroviamo nella successiva "No Man’s Land", davvero metallicheggiante. A chiudere, "The Last Word" ossia il pezzo più lungo ed elaborato, magari di minor presa, ma che costituisce una giusta summa di tutto quanto sciorinato dai nostri nell’arco dell’intera release.
Una release che deve confortarci, se non altro nel senso che consente di mantenere vivo uno dei punti fermi per gli estimatori del power metal meno transigente.

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