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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    16 Febbraio, 2019
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Un tempo si usava riempire i periodi vuoti che andavano da una pubblicazione all’altra con un disco dal vivo, giusto per rispettare le scadenze contrattuali con l’etichetta discografica o per placare la fame dei fans più accaniti della band, che erano ormai in crisi di astinenza.
Comunque la si volesse vedere, il più delle volte si trattava di mere operazioni di marketing magari accompagnate anche dalle immancabili polemiche su presunte sovraincisioni realizzate in studio (talvolta fino al punto di sembrare delle normalissime incisioni della band aventi come “sottofondo” i rumori del pubblico…)
La fatica on stage di cui si tratta è quella sostenuta dallo storico gruppo teutonico nel luglio dello scorso anno in quel di Wacken, durante il famosissimo Open Air Festival.
Ed in effetti, viene un po’ a lenire le sofferenze dei divoratori di metallo classico in attesa della nuova opera che dovrebbe vedere la luce nella primavera di quest’anno, nuovo parto in cui Wolf Hoffmann e soci saranno alle prese con una partnership tutta da vivere con tanto di orchestra sinfonica!
Esperimento, peraltro, del quale già possiamo avere un assaggio in questo doppio cd live, in cui vengono ripresi alcuni dei grandi classici della band con rivisitazioni interessanti, proposte agli 80.000 convenuti a Wacken in una apposita sezione del concertone.
Peraltro, tutte le grandi bands sono passate attraverso questa esperienza, ed i nostri quattro dell’accetta non potevano di certo esimersi, riproponendo i loro anthems immortali con tanto di archi e fiati che ben si incastonano nell’impianto metal integralista che ha fatto da apripista alla vera e propria scuola germanica dell’hard & heavy ovvero eseguendo brani di musica classica sottoposti abilmente a procedimento di “metallizzazione”, peraltro caratteristica che ritroviamo nello stesso filone tedesco fin dai suoi albori.
Infatti, a beneficio dei nostri Fratelli Metalbangers più giovani, rammento che gli Accept calcano le scene fin dal lontano 1976.
Hoffmann & Baltes sono tra i fondatori del monicker capeggiato da quel colosso dell’ugola al vetriolo che risponde al nome di Udo Dirkschneider (fantasticamente imitato dal singer Mark Tornillo, che lo ha rimpiazzato ormai 10 anni orsono).
La cover di questo disco, effettivamente, in maniera un po’ amarcord, rievoca quella del loro disco più famoso della sterminata discografia ossia “Restless and Wild” targato 1982 in cui vi sono vere e proprie pietre miliari del metal, come la stessa title track e “Fast as a Shark” il cui intro al fulmicotone ti rade al suolo ancora oggi!
Tornando al live, il connubio tra orchestra sinfonica e quartetto metallaro direi che risulta abbastanza convincente e – francamente – lasciarsi picchiare dai remakes di grandi (appunto) classici della band non è affatto malvagio, specie se si considera che la furia di Hoffmann & Co. è rimasta inalterata nonostante i tanti anni decorsi: le asce scintillano come ai vecchi tempi e la sezione ritmica è sempre stile bulldozer così come Tornillo ci delizia con la sua voce abrasiva e corrosiva.
Insomma, una release ideale per mettere a ferro e fuoco i vostri momenti dedicati alle celebrazioni in onore del Dio Metallo!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    02 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2019
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Quando, in piena NWOBHM, in quel di Newcastle tre loschi figuri appassionati di occultismo pensarono bene di fondere il rock’n’roll sporco e maledetto dei Motorhead con le tematiche a loro care, nacque (tra miasmi di zolfo) il metallo nero.
Si, signori: proprio il Black Metal!
È ormai storia indelebile l’omonimo album targato 1982 che è obbligatoriamente presente nella raccolta discografica di ogni metallaro che si rispetti, nel bene e nel male: un albun davvero seminale come ce ne sono pochi, un vero e proprio totem imperituro!
Artefici di questo orrido parto, agli albori degli anni ’80, furono Cronos (un culturista dalla voce alla carta-vetrata cui è stato messo in mano un basso per martoriarlo), Mantas (non talentuoso, ma efficacissimo axeman macina-riffs) ed Abaddon (un fabbro ferraio con le bacchette dietro le pelli di una batteria).
Ebbene, dopo esser partiti dalla minuscola label Neat Records ed una sterminata discografia di cui sono lastricate le strade dell’inferno sonoro, il nostro Cronos continua imperterrito a fungere da gran cerimoniere del metallo nero.
Come insegna una ben nota regoletta di matematica, cambiando i fattori il prodotto non cambia: senza mai cedere a compromessi (eccezion fatta per "Calm before the storm” del 1987 in cui Cronos accennò a delle linee vocali vere e proprie) il marchio velenoso si è eretto a vessillo diuturno del Black Metal, poi divenuto un vero e proprio genere, sinistramente alimentato dalle legioni oscure calate dalle foreste scandinave da una parte e dalle orde di blacksters made in USA; parliamoci chiaro: se non fossero nati i Venom, non sarebbero nati nemmeno gli Slayer! E questo, è tutto dire!
Non fa eccezione nemmeno questo “Storm the Gates” in cui i tre massacratori ci scaraventano proprio alle soglie dell’Inferno giusto in tempo per farci godere della tempesta colà scatenatasi per loro mano, crivellandoci con ben tredici colpi di obice semovente che ci arrembano i padiglioni auricolari senza requie e senza pietà!
Si, lo ammetto, i bei tempi del trio originario sono stati un’altra cosa ma Rage e Dantè si rivelano degni successori di Mantas ed Abaddon (sono stati sempre loro ad escogitare la coincidenza tra nome d’arte e nome di demone che continua tutt’ora) continuando ad alimentare quella linea di sangue blasfemo dalla quale è poi promanata cotanta progenie, in grado, ancora oggi, di nutrire i nostri peggiori incubi notturni.
Da rimarcare, a mio avviso, la implacabile “Destroyer” e una “Over my dead body” al fulmicotone anche se la media di tutta questa release è piuttosto alta, come altro è il vessillo del nero metallo che si staglia ancora negli inferi, grazie ai Venom!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2018
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Il brand Wichsorrow sorge in quel di Terra d’Albione intorno al 2005 (più precisamente nel New Hampshire, a Farnborough) ad opera dei due fondatori Necroskull ed Emily Witch, i quali chiamarono a pestar le pelli tale Morrelhammer, rimpiazzato nel 2011 da Wilbrahammer.
Sono alla quarta fatica in studio, dopo l’omonimo esordio nel 2010, “God Curse Us” (2012), l’EP “De Misteriis doom Sabbathas” (2013) ed il successivo full-lenght “No light, only fire” (2015).
Ora si ripropongono con questo album il cui titolo già lascia poco all’immaginazione: Hexen, in tedesco, significa strega; hammer, in inglese, significa martello, per cui il leit motiv di questa doom-opera è il famoso “Malleus Maleficarum” (ergo, il Martello delle Streghe) dei due inquisitori Sprenger ed Institoris, lettura leggera leggera per il relax pre-dormita e per agevolare gli incubi notturni.
Diciamo subito che non si può certo gridare al capolavoro, ma comunque il trio ha partorito qualcosa di non molto diverso da ciò a cui ci aveva abituato: un doom sapientemente incrociato con thrash ed una spruzzatina di N.W.O.B.H.M. composto e suonato onestamente, ma niente di più.
La voce vagamente hetfieldiana di Necroskull domina sui pezzi che compongono il cd, tutti alquanto lunghetti (nella miglior tradizione oscura) ma che scivolano via senza particolari sussulti, eccezion fatta per un’ascia più votata alle vibrazioni tanto care a Sua Maestà Tony Iommi (nella title-track), una breve “accelerazione” (si fa per dire..) in “Eternal” ed una piece finale con intro un po’ misterica e cambi di tempo (Like Sysiphus) rievocheggiante la nota figura mitologica dell’antica Grecia, ovverossia quel Sisifo che (scomodando nientepopòdimenoche la Treccani) era ritenuto “il più astuto dei mortali e uno dei più noti dannati dell'oltretomba, protagonista di varie vicende che ne pongono in evidenza la capacità di ordire trame e tranelli (e che..) appare nell'oltretomba condannato a rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta spinto sulla cima, ricade sempre giù in basso (di qui la locuzione “fatica di Sisifo” per indicare un'impresa che richiede grande sforzo senza alcun risultato)” .
Ebbene, proprio quest’ultima annotazione ci rende l’idea di questo cd dei Witchsorrow: un grande sforzo profuso per proporre qualcosa di nuovo e diverso, senza risultato apprezzabile.
Max “Thunder” Giangregorio


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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    01 Dicembre, 2018
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In principio (1977) era “In morte di Stefano Silvestri” ovverosia “In death of Steve Sylvester” poi abbreviato in Death SS. Un nome breve, efficace, tetro e che rispecchiava la personalità dei due capostipiti del monicker: Paolo Catena alias Paul Chain (guitars) da Pesaro e Stefano Silvestri alias Steve Sylvester (vocals) da Milano.
Al loro macabro richiamo aderirono il bassista Daniele Ugolini alias Danny Hughes ed il drummer Tommaso Castaldi alias Tommy Chaste.
I quattro pensarono bene di personificare il loro concept preferito con tanto di abiti di scena; e così, Paul Chain fu La Morte (The Death), Steve Sylvester il Vampiro (The Vampire), Danny Hughes la Mummia (the Mummy) e Tommy Chaste il lupo mannaro (the Werewolf): e line up originaria fu.
Il fatto stesso che oggi, a distanza di ben 41 anni, bands anche giovanissime abbiano preso parte a questo progetto faraonico, consistente in un triplo (…!?!) cd in onore di questa band assolutamente anomala ed “avanti”, la dice lunga sull’impronta sanguinolenta lasciata dai nostri.
Dico dai nostri perché, per quanto mi riguarda, la vera anima nera dei Death SS è stata indiscutibilmente quella di Paul Chain.
La dipartita di Steve Sylvester, infatti, è stata subitanea, dopo pochissimo tempo che il gruppo si era formato. Giusto il tempo di dare alla luce il primo demo (“Horny God of the Witches” – 1977) con i soli Terror (qui riproposta dai Denial Of God) e Murder Angel (rivisitata dai mitici milanesi Bulldozer di Andy Panigada) ed il demo II con Horrible Eyes (eseguita da Evil Spirit), Cursed Mama (Varego), Kings of Evil (Witches of Doom) e Zombie (Blue Dawn).
Fu dunque Paul Chain a portare avanti il progetto Death SS, di cui fu condottiero dal 1984 (anno in cui diede alle tenebre la famosa antologia iniziale) fino al 1988, anno in cui passò nuovamente il testimone al Vampiro per seguire la sua nuova attitudine; infatti, nel corso dell’ennesima messa nera, il Paolo ci stava rimettendo un occhietto e fu lì che decise di abbandonare il satanismo ed il progetto Death SS a favore del Paul Chain’s Violet Theatre dedito al culto della Morte (d’altronde lo era già nella band) ossia la Magia Viola e partorendo quel gioiello di EP che rispondeva al nome di “Detaching from Satan” con l’intro della opening track “Armageddon” in cui il coro mi fa ancora accapponare la pellaccia! Da lì, il viaggio del catena verso la sperimentazione (utilizzando una lingua puramente fonetica ed inventata ed accostandosi alla musica elettronica tedesca della prima ora (Popol Vuh, Tangerine Dreams, etc.)
Dal canto suo, invece, il Sylvester ha dato vita ad una discografia sterminata e caratterizzata dalla ricerca di un sound votato sì alle tematiche occultistiche ma più catchy e, comunque, sempre fresco ed al passo con le ultime tendenze metalliche.
Discografia dalla quale le bands di questo mega-tributo hanno potuto attingere a piene mani, non mancando di personalizzare adeguatamente tutte le perle oscure prescelte come covers: tra esse spicca il trittico composto – oltre che dalla già nominata Murder Angel coverizzata dai mitici Bulldozer (all’epoca, un po’ i Venom nostrani ma più “Motorhead oriented”) – la sempre brividosa “Black and Violet” rivista dai Bleeding Fist e “Baphomet” eseguita dagli apprezzatissimi Deathless Legacy della “cinghiala” Steva Deathless!
Comunque un tributo monumentale, che merita l’acquisto e l’ascolto grazie al refresh apportato dai nostri giovani darkemetalbangers a pezzi maledettamente (è il caso di dirlo) indimenticabili.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    17 Novembre, 2018
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È incredibile come il sano, vecchio, sporco rock’n’roll mantenga giovani.
Nonostante tutti gli stravizi a cui è stato avvezzo per decine di anni, il nostro Spaceman (che, è bene rammentarlo per i più giovani, ha fondato i Kiss nel lontano 1973) si mantiene in splendida forma a dispetto di tanti imbolsiti suoi coetanei che si sono limitati al trittico mefitico “posto fisso/matrimonio/figli” che sembrano degli zombie!
Indiscutibilmente siamo al cospetto di un songwriter eccezionale, dalla vena (aurea) compositiva infinita.
Se a ciò si aggiunge che Ace è indiscutibilmente un riffmaker ineguagliabile come ce ne sono pochi, ne derivano canzoni che ti si attaccano addosso che manco il simbiota di Venom…
Si parte con una track dal titolo romantico (senza di te sono niente) che, invece, sfoggia un assolo saettante che fa quasi da contraltare al titolo stesso.
La seguente traccia è l’ennesimo rock’n’roll anthem forgiato da Ace nelle sue premiate fucine che ti entra nella calotta cranica come una trapanata.
Il terzo pezzo sembra quasi fare il verso al titolo della opening track (ogni tuo desiderio è un ordine) ma la galanteria è solo apparente essendo comunque ammantata di quel tipico sound sporco con venature bluesy che mal gli si attaglia.
Ascoltando la successiva, ci rendiamo conto di quanto sia infinita la quantità di bands che sono state influenzate dal nostro uomo dello spazio; questa, avrebbero potuto tranquillamente (si fa per dire, of course) essere eseguita dagli Anvil di Lips.
La quinta track ci/si chiede quale sia lo scopo del rock’n’roll; semplice: darci vita nonostante tutto e tutti!
Con la sesta traccia sembra che il nostro abbia un rigurgito nostalgico, tanto gli piglia la voglia di tornare indietro, ma è solo un momento, perché poi lo Spaceman torna ad essere tale con la seguente, incalzante missione su Marte, anch’essa piuttosto seventy.
Off my back torna a farci capire – semmai ve ne fosse bisogno - che Ace è un riffmaker degno di occupare il suo posto nell’Olimpo degli Dei rockeggianti mentre come al solito, l’ultimo pezzo (strumentale) ci regala un Ace più sperimentale e meno catchy.
Non c’è che dire, questa ultima fatica dello Spaceman ci proietta nell’Empireo metallico ed ogniqualvolta vorremmo ritornarci, ci basterà metter su il cd o il vinile di questo vero mostro sacro del rock’n’roll!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    03 Novembre, 2018
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Ancora oggi, quando metto su l’EP in vinile datato 1985 di questi inossidabili bolognesi e mi lascio travolgere dalla mitica track “Thundergods” tutta la forza d’urto del suo “wall of sound” la sento ancora nelle vene!
Signori, qui si parla di gente che ha fatto la storia del metal in Italia! Miracolosamente a piede libero (visti gli ingenti danni sonori cagionati) dal 1982, col nome di Wurdalak, grazie al duo Alberto Simonini (vox) e Angelo Franchini (tutt’oggi alle quattro corde) i felsinei sono giunti alla ragguardevole cifra di 11 releases fra demos, vinili e cd!
Un pedegree metallico di tutto rispetto che, peraltro, ha registrato pochi cambi di formazione atteso che il drummer Luca Ferri e l’axeman Franco Nipoti tengono ancora botta, coadiuvati dalla seconda ascia JJ Frati e dal nuovo vocalist Mirko Bacchilega che “presta” alla band la sua ugola dal 2016.
L’album mantiene fede al marchio della premiata casa dell’acciaio urlante, sfoggiando un metal molto orientato alla New Wave Of British Heavy Metal uno sfavillante e scintillante sound che incrocia in maniera micidiale Judas Priest (specie agli esordi in cui Simonini era un Rob Halford italico sia nel look che a livello vocale – vedasi/ascoltasi proprio “Thundergod”) e Accept prima maniera.
Appena parte il cd vi sembrerà di esser un pugile crivellato di pugni in tutto il corpo da un avversario che non vi lascia scampo, con la differenza che dovete resistere ed incassare per un unico, interminabile round!
In pratica ed in buona sostanza, state sotto le mazzate (sia pure sonore, of course…) che vi lasceranno – alle fine del cd/round di boxe – proprio come un boxeur rintronato per quante ne ha dovute prendere di santa ragione: un unico macigno di suono che vi schiaccerà inesorabilmente!
Chi, come me, ha avuto il privilegio di veder nascere l’heavy metal (rimanendone folgorato e giurandogli eterna fedeltà) sta costatando come i propri coetanei (che hanno dunque oltrepassato da un bel po’ il traguardo intermedio dei cinquant’anni) sono ancora là a pestare gli strumenti,a calcare i palchi o a fare headbang sotto di essi, senza la benchè minima intenzione di mollare, seguendo le orme di mostri sacri come Lemmy, Ronnie James Dio etc. che – pur vivendo una vita sempre al limite – hanno reso l’anima ad età che forse nemmeno le loro più ottimistiche previsioni avrebbero potuto sperare di raggiungere.
La verità è che il metal mantiene giovani a dispetto dell’età anagrafica, grazie alla immensa energia psico-fisica di cui ti pervade.
Una sorta di elisir di lunga vita, come stanno a testimoniare i nostri intramontabili Crying Steel: onore e rispetto, specie quando ci urlano: Stay Steel!!!
Max “Thunder” Giangregorio


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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    20 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 2018
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Questo quartetto micidiale si è formato nel 2010 a New Haven - Connecticut (USA), allorquando l’ex axeman dei Fates Warning Victor Arduini ed il versatilissimo vocalist e bassista Christopher Taylor Beaudette (ex Jasta e Kingdom Of Sorrow) si sono incontrati davanti ad una birraccia da quattro soldi in uno dei peggiori pub del globo e si sono chiesti come avrebbero potuto torturare allegramente i nostri padiglioni auricolari.
E così hanno pensato bene di convocare a consesso due ceffi chiamati Christopher Begnal e Dave Parmelee per completare il loro perverso progetto.
Ne è venuta fuori una vera e propria asfaltatrice (originariamente denominata Treebeard…?!?), ma che ora porta per nome il loro stesso macabro programma: sepoltura (nell’iberico idioma) ed in effetti, questo omonimo album mira direttamente a portare chi l’ascolta a vedere come nascono i fiori dal di sotto.
Non a caso, uno dei pezzi migliori si chiama “Santa Muerte”…
Dopo un paio di EP targati 2014 (Entierro) e 2016 (XVI) passati un po’ in sordina, i quattro hanno partorito questo cd che non lascia scampo.
Siamo al cospetto di una sorta di mortale incrocio tra i Witchfinder General ed i Type 0 Negative (che ricordano molto nel songwriting, vedasi “Cauldron of War” o “Valley Of Deceit”, che ben sarebbero state performate dalla buon’anima di Pete Steele col suo vocione cavernoso).
Signori, qui c’è mestiere ed esperienza da vendere e si sciorina praticamente la creme de la creme di ciò che la metal-mania possa proporre!
Ne vien fuori una specie di vademecum del metallo che non potete non avere nei vostri scaffali, metalbangers!!!!!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Ottobre, 2018
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Era da tempo immemorabile che i Satan non davano alla luce un lavoro. In realtà, il quintetto ci aveva già abituato alla lunga assenza dalle scene, quantomeno a livello di releases. Se si pensa che i nostri cinque simpatici ceffi sono in circolazione fin dal lontano 1979 allorquando – da quel di Newcastle – diedero il loro significativo contributo alla causa della NWOBHM, non sono mai stati particolarmente prolifici. Hanno certamente provocato l’invidia di tantissime bands per il nome: chissà quante (specialmente quelle della branca dark/black/death/doom) avrebbero voluto chiamarsi con l’appellativo del grande avversario… un nome, una garanzia. È un po’ come quando – per fare un paragone con i nostri giorni – c’è il più lesto di tutti a registrare un dominio telematico di grande impatto, attirandosi le ire e l’ammirazione dei competitors che avrebbero voluto appropriarsene prima.
Tale “fortuna”, però, non si è mai verificata anche nei giusti riconoscimenti dei metalfans, sui quali la band non ha mai fatto presa proiettandosi nell’Olimpo dei Metal Gods. Anzi addirittura, a dispetto di quanto testè scritto, i fondatori hanno cambiato spessissimo il nome che contraddistingueva lo staff metallogeno: alcuni rimembreranno il nome Blind Fury e gli stessi membri erano avvezzi a tante side-project bands, disperdendo le energie primordiali che il moniker aveva originariamente irradiato! Eppure, nonostante ciò, se si immaginasse un luciferino DJ che piazzi su due piatti da un lato il seminale “Court in the Act” (il debut album di Ross e compagnia bella) e il nuovo “Cruel Magic” dando vita ad un malsano mixaggio alla consolle, il tempo sembrerebbe non esser mai trascorso! Quest'ultima fatica in studio sciorina tutti gli ingredienti che fin dagli esordi hanno caratterizzato il suono dei Satan: metallo vecchia scuola, con sezione ritmica adrenalinica quanto basta (senza mai eccedere nello speed) con tantissimi cambi di tempo nell’arco dello stesso pezzo - a sua volta del tutto imprevedibile – riffs “catchy” senza mai sconfinare nel commerciale, asce ritmiche che danno vita ad un wall of sound potente ma che non straripa mai, atmosfere malevole senza mai debordare nel black plateale, assoli virtuosistici in maniera contenuta, senza mai travalicare per divenire stucchevoli.
Direi che l’aggettivo che più calzerebbe al brand Satan, a parere dello scrivente è: “quanto basta”. Le tracks sono – of course - tutte di pregevole fattura ma, a mio avviso, la migliore è “Legion Hellbuond” con una intro più che convincente e coinvolgente, uno stacco arpeggiato come non se ne sentivano da parecchio in cui è incastonato un assolo per palati fini. Gran bel pezzo, gran bel CD.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Settembre, 2018
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Ci sono marchi di fabbrica che resistono, inossidabili ed inamovibili, alle insidie del tempo e delle mode.
Un brano dei Motorhead o degli Irons lo si riconosce fin dall’abbrivio e, anche se non sei un intenditore di metal, sei in grado di percepirli quasi immediatamente.
Beh, nel caso di Udo Dirkschneider il discorso non cambia affatto. La sua vera e propria missione è quella di perpetrare e reiterare i canoni del metallo teutonico anni ’80 scena che tanto degnamente aveva regnato all’epoca con gli Accept.
E questa reiterazione la si tocca con mano al solo considerare che – membro stabile del monicker “U.D.O” che ha fondato dopo la sua dipartita dagli Accept stessi – è il figlio Sven. Un drummer completo, che unisce potenza, precisione e virtuosismo e che sembra porsi alla guida di una schiacciasassi impazzita che travolge tutto e tutti.
Come si suol dire: di padre in figlio nel nome del Dio Metallo!
I compari di avventura non sono certo da meno: la chitarra di Andrey Smirnov taglia ed affetta peggio di un rasoio ed il basso di Fitty Wienhold è più tellurico che mai.
Ne sortisce un unico, massiccio, monolitico, monumentale album che (come tutti i marchi di fabbrica) nulla aggiunge e nulla toglie a quanto finora realizzato dal frontman tedesco, la cui voce inconfondibile ci appare in splendida forma,in tutta la sua ispirazione alla carta vetrata.
L’headbanging è assicurato, a meno che non siate in stato catatonico irreversibile e la gitarella nella fabbrica dell’acciaio – sebbene condotta a temperatura altissima, degna del nucleo di un vulcano in piena eruzione – risulterà piacevolmente quasi mortale, tra un pericolosissimo gorgo di acciaio fuso e l’altro, con i pezzi che vi faranno da guida fino a portarvi “a riveder le stelle”: si, le stelle del metallo germanico sotto l’indistruttibile egida del piccolo – grande Udo Dirkschneider!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    15 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il metal nostrano, diciamocelo fuori dai denti, non brilla di certo per originalità e per tecnica.
Quando mi sono posto all’ascolto di questi quattro headbangers piacentini, devo dire che ho pensato: “Beh, saranno pure panterizzati ma – almeno – mantengono ciò che promettono.
Infatti, trattasi davvero di una “crashing & groovin heavy metal band”! Il loro intento di creare “musica ricca di groove e tonalità profonde” proponendo “brani potenti, tecnici” in questo demo è assolutamente riuscito!
Pur essendosi formati non da molto in quel di Piacenza da un’idea del drummer Marco Polledri, le idee le hanno ben chiare e mettono subito le carte in tavola fin dalla prima traccia “A new road”: suono cingolato che – come è d’uopo – alterna mid-tempos micidiali a cadenzoni che non lasciano scampo: la testa, te la devi andare a riprendere dal pavimento!
La sezione ritmica (tra il picchia-pelli senza requie di Marco ed il basso a super-pompa di Stefano) stende un velo IMpietoso (per l’ascoltatore) su cui si adagiano come un maglio di fonderia pesante la possente voce di Walter (novello Phil Anselmo padano) e l’ascia di Roberto Zoppi che ci rende suoi omonimi, nel senso che spezza le tibie entrando in tackle scivolato con assoli mai banali (anche se non virtuosissimi).
Spiccano, a mio avviso, l’intro motorheadiana di “Liar” cui segue uno stacco a cadenzone con doppia cassa tritaossa, la track “War” in cui sembra che entri in azione il martello di Thor in persona e lo stacco jazzato/sincopato di “Human Dualism”, nonché il pezzo che trae il titolo dal nome della band, con i suoi adrenalinici 5:27.
Da rivedere i mid tempos e, francamente, la bruttina “Struggle”.
Ne sortisce una prova più che degna di menzione, considerando quello che il panorama metallico italico ci propone: in bocca al lupo ragazzi! Con alcuni dovuti correttivi, dovreste proporci un prossimo lavoro ben maturo.
Max “Thunder” Giangregorio

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