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Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Aprile, 2018
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Come dice il saggio: “esistono solo due generi di musica:quella buona e quella cattiva”
Signore e signori, recensire i Paradise Lost, comunque la si voglia vedere, significa avere a che fare con un pezzo non irrilevante della storia del rock in generale e poco importa se non trattasi di heavy metal in senso stretto.
Sono in circolazione dal lontano 1988, allorquando il cantante Nick Holmes ed il chitarrista Greg Mackintosh – in quel di Halifax (UK) – partorirono un monicker inizialmente votato al death/doom metal.
La Nuclear Blast ha pensato bene di rieditare – in versione rimasterizzata – il loro settimo album in studio della loro sterminata discografia, quel “Host” dato alla luce nel lontano 1999 che ha segnato il consolidamento della parentesi elettronica iniziata nel 1997 con l’album “One Second”.
Fase nell’ambito della quale i Paradise Lost misero accantonarono la matrice metal facendo prendere il sopravvento alla loro anima darkwave: chitarre ovattate e cristalline, ritmi meno tirati, inserti elettronici e concessioni al pop anni '80 di gruppi come Sisters of Mercy e Depeche Mode nonché alle sonorità di gruppi gothic rock come Bauhaus e The Mission.
La voce di Holmes subì un cambiamento radicale, passando ad una timbrica pulita e melodica.
Tantissimi headbangers storsero il naso, gridando alla bestemmia, al tradimento e lanciando anatemi all’indirizzo della band che, però, ha saputo continuare dritto per la propria strada, approfondendo il solco tracciato attraverso una sorta di ibridazione tra Black Sabbath e la dark wave elettronica anni ’80.
Chi, come me, ha avuto il privilegio di vivere appieno quel periodo, reso estremamente fertile dalla sequenza dettata dalla nascita del punk, della New Wave Of British Heavy Metal, della New Wave/post-punk, ricorderà benissimo l’apporto dato alla causa da bands come Joy Division, New Order, Sisters Of Mercy, Siouxie & The Banshees e compagnia bella.
Il marchio di fabbrica è rappresentato da un syth-dark-rock alquanto calmo e malinconico ma sempre ricco di pathos, tendente a ricreare delle atmosfere introspettive ed intriganti, fluttuanti su una cifra stilistica sempre elevata e caratterizzata da una certa innata raffinatezza di fondo tipica delle rock sensations provenienti dalla Terra d’Albione.
“Host” è come una collana di perle selvatiche: tutte sono differenti l’una dall’altra ma tutte sono bellissime e rendono l’insieme assolutamente prezioso.
Ecco perché risulta estremamente arduo citare alcuni dei 13 brani che compongono questa release che rimane scolpita negli annali dell’anima rock universale.
Long live Paradise Lost!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    14 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Aprile, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Questo combo di doomsters (fondato da Vince Hempstead, ex ascia dei Pagan Altar) proviene dalla gloriosa terra di Albione, la culla (checchè se ne voglia dire) di qualsivoglia forma di arte metallica. Se poi ci aggiungiamo che sono proprio londinesi, dovremmo ritenere che ci troviamo al cospetto di una band al top del genere. Niente di più errato!
Il viaggio nella Valle del Re che ci propongono i nostri quattro è a dir poco noioso e spompo! Una release in cui si denota immediatamente una mancanza cronica di idee e di dinamismo. Fin dalla opening/title track si viene assaliti dalla tediosità e monocromaticità delle sfumature del sound, davvero mosciarello e senza guizzi degni di nota, con testi incentrati fortemente sul fantasy. La traccia che prende il nome dalla band londinese sembrerebbe farci risvegliare dal subitaneo torpore che ci aveva sorpreso con il primo pezzo, sia pure pagando il doveroso tributo ai mostri sacri del comparto mortifero, ossia i Candlemass. Infatti, Simon Stanton sembra un Messiah Marcolin con il freno a mano tirato ma - se non altro – si incomincia un po’ a ragionare. Appunto, si incomincia; ma con l’irrompere (si fa per dire) di “Forest of Mirror” si smette subito: i vocalizzi di Simon qui rievocano quelli dell’altrettanto mitico Ozzy, ma in versione “Inps”. La susseguente “Last of my Kind” scivola via senza colpo ferire, mentre la successiva traccia (“Season of The Witch”) è sì un po’ più movimentata ma il riff portante è di una banalità disarmante, pur rimembrandomi i Warlord della prima ora. Si procede sempre sullo spompatino andante con “King of Vultures”: ma l’apoteosi si raggiunge con la seguente “Shadow of Tormentor”, in cui le risatine alla “Ozzy-Inps” si alternano a delle backing vocals in falsetto assolutamente spiazzanti! “Upon the throne of Lights” ci conferma, semmai ve ne fosse stato bisogno, che i quattro sludgers necessitano di una bella dose di vitamine per tirasi un po’ su e (soprattutto) tirar su il proprio assetto musicale, invero tristarello anzichennò.
Quello che pretenderebbe di essere un epic-doom metal, si rivela essere una sbiaditissima versione di ben altre performances, provenienti da ben altri lidi.. molto distanti – in questo caso – dall’isola britannica che tanto lustro ha conferito al genere.

P.S. Occorre specificare che questo album è inizialmente uscito nel 2014 come autoproduzione, per poi essere ristampato a fine gennaio 2018 dalla Wormholedeath Records.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    15 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I Sacred Oath sono in circolazione fin dal lontano giugno del 1985 a Bethel (Connecticut - U.S.A.) ma – della line up originaria - è rimasto il solo cantante e chitarrista Rob Volpintesta (che in seguito cambiò il cognome in Thorne). La loro proposta è sempre stata improntata al power metal puro ed incontaminato, senza “se” e senza “ma”!
Questa settima fatica in studio è un mausoleo dinamico inneggiante alla migliore tradizione del power di estrazione maideniana, sia pure intriso di quegli spunti thrash che si rifanno al sound della bay-area degli anni ’80. La conferma viene già dai primi solchi della opening track ("New Religion") che sfoggia un sound sempre attuale nella sua indiscutibile classicità, con un riff potente ma “catchy”, una inframezzatura a distacco niente affatto male ed assolo saettante. La title track mi ricorda i migliori Annihilator (quelli di "Alice in Hell", tanto per intenderci) e si prosegue sulla medesima falsa riga, senza però mai annoiare, grazie a degli stacchi semi-sperimentali/vagamente fusion ed alla vena del solista d’ascia Bill Smith. Il tappeto ritmico steso da Brendan Kelleher alle quattro corde e da Kenny Evans alle pelli è di tutto rispetto e sempre altamente energetico. "Never and Forever" è la immancabile ballatona elettrica un po’ strappalacrimuccia, ma comunque efficace e convincente anche grazie anche ad un imperioso assolo. La vitaminica "Demon Ize" ci riporta sul sentiero metallico solcato dai nostri quattro ceffi, che non concedono sconti alle nostre orecchie ed alla nostra capoccia in sbattimento. "Well of Souls" fa un po’ il verso agli Anthrax, ma le aperture melodiche opportunamente alternate al sostrato “thrashy” (vedi la lenta parentesi centrale del pezzo) garantiscono comunque un risultato godibile e mai stucchevole. "Eat the Young" è la track più oscura, da questo punto di vista con il suo cantato che rievoca un po’ lo Hetfield-style con quella puntina di growl che non guasta mai. Linee e stili vocali che ritroviamo nella successiva "No Man’s Land", davvero metallicheggiante. A chiudere, "The Last Word" ossia il pezzo più lungo ed elaborato, magari di minor presa, ma che costituisce una giusta summa di tutto quanto sciorinato dai nostri nell’arco dell’intera release.
Una release che deve confortarci, se non altro nel senso che consente di mantenere vivo uno dei punti fermi per gli estimatori del power metal meno transigente.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    03 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il nome di questa macabra band deriva dalla contrazione della parola francese “belle – dame”, ossia “belladonna”. Questo epiteto, nel periodo immediatamente post rinascimentale, ha via via assunto una connotazione negativa, fino a giungere ad essere sinonimo di strega, megera. Non a caso, dalle bacche velenose della pianta di Belladonna, si estraeva un unguento mortale definito “unguento delle streghe”. La superstizione popolare ha fatto il resto e – unendosi in un sinistro connubio con leggende popolari e letteratura – ha portato alla creazione di un vero e proprio oscuro personaggio (appunto, Beldam) che era a capo di una triade di sirene/megere denominato “Trio delle Ombre”.
Ed in effetti, tutto, in questo secondo lavoro del combo doom/sludge in questione, formatosi nel 2013, trasuda incantesimo e maleficio, al punto che avrebbe potuto benissimo rivestire la funzione di soundtrack di Suspiria, il capolavoro di Dario Argento dedicato alla strega nera per eccellenza, la Mater Suspiriorum! La fatica discografica si compone di sole 6 tracce, tutte della durata media di circa 8 minuti che, alla fine, risultano forse un po’ eccessivi, specie nelle prime due tracce ("Vial of Silence" e "Sunken Sorceress") le quali scivolano via senza particolari guizzi né momenti degni di catturare l’attenzione dell’ascoltatore, ridotto in stato catatonico dal suono cupo e impastato dei nostri doomsters di Charlottesville, poi stabilitisi a Seattle. Dalla terza piece ("Shed the Coil") però, irrompe una filastrocca dannata che sembra canticchiata da una fattucchiera mentre prepara - con tutto l’odio del mondo - la sua pozione micidiale. Il vocalist Randall Guidry mena la danza macabra attraverso un mix di growl e voce da posseduto, in cui viene sorretto da un basso ultra compresso e drumming tritacarne, oltre che da un incessante lavoro d’ascia a sei corde. Nel quarto pezzo ("One from the Stable") spicca la parte centrale, in cui – ad interrompere il solito cadenzone – i nostri sembrano proprio presi dal famigerato “ballo di San Vito”, tanto in voga nel medioevo. Il party dei sortilegi prosegue con un "Carrion Fist" dalla intro psichedelicheggiante; un brano in cui sembra che la band abbia ingerito una pozione autoprodotta e sia in preda ai suoi devastanti effetti, al punto che la linee vocali sembrano dei veri e propri abbai canini che rendono complessivamente indigesto ma intrigante il pezzo. Si chiude con "The Witch Consumes You" che sembra estrapolata dalla colonna sonora di un thriller italiano anni ’70.
Un album mefistofelico, che ti cattura e ti imprigiona mentalmente in un loop soffocante e catacombale, facendoti desiderare solo di liberarti con tanto di previa estrema unzione.

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Gennaio, 2018
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ANVIL. “POUNDING THE PAVEMENT”
E’ sempre una sfida emozionante recensire l’ultimo lavoro di veri e propri mostri sacri del Metal come, indiscutibilmente, sono i quattro canadesi dell’incudine.
Chi, come chi vi scrive, è cresciuto con “Metal on Metal” e, prima ancora “Schoolove”, non può non avvertire il peso di doversi occupare della nuova creatura di Steve “Lips” Kudlow e compagni.
Un quartetto seminale, che ha fatto da apripista ad altre leggende del metallo made in Canada, come gli Exciter, facendo riscoprire gli hard rockers Triumph, fungendo da modello (quanto ad atteggiamento ironico, irriverente e dissacrante) ai blues-rockers Danko Jones.
L’emozione cresce all’ascolto delle primissime note dell’opening-track “Bitch in the box” che mette subito le cose in chiaro con l’ascoltatore: il marchio di fabbrica dell’incudine è rimasto immutato, scolpito a caratteri cubitali del Vangelo metallico.
Come sempre, senza fronzoli né complimenti, il sound inconfondibile della storica band ci prende subito a sberle in piena faccia!
La successiva “Ego” – con la sua brusca accelerazione - ci catapulta in un delirio di incandescente metallo fuso tra i cui gorghi affoghiamo volentieri, partendo di headbang come se non ci fosse un domani!
La voce di Lips è resa ancor più corrosiva dall’età (che inesorabilmente si cumula con gli stravizi passati…o no?) e sa fungere ancora da depravato sacerdote di una funzione metallica che vorremmo non finisse mai.
Con molto mestiere, i nostri alternano rocciosi mid-tempos a massacranti sferzate degne di una locomotiva lanciata sui binari all’impazzata, con le teste che – incuranti del dolore inferto – sono quasi sul punto di staccarsi dal collo per andare in orbita con il resto dei nostri sensi.
I testi sono sempre al vetriolo, come lo sono stati nei tempi che furono (anzi, vieppiù intrisi di quel veleno che le esperienze di vita ti costringono ad ingerire, salvo poi risputarlo fuori al momento opportuno, che, per Lips è quello del songwriting).
“Smash your face” è dolce come una carezza di Tyson a dita unite in pieno volto.
Arriva poi la title-track e non c’è più scampo per nessuno! Un vero e proprio tritacarne sonoro interamente strumentale degno dei fasti di “March of the crabs”.
“Rock that shit” è quanto di più sporco e stradaiolo ci si possa imbattere: d’altronde è uno stile di vita che gli Anvil conoscono molto bene ed al quale sono riusciti, finora, miracolosamente a sopravvivere per regalarcene alcuni estratti al curaro come questa song.
I colpi di maglio si susseguono impietosamente sui nostri malcapitati padiglioni auricolari con “Let it go” e le altre 5 tracce alle quali ci si abbandona inermi, lasciandosi piacevolmente picchiare come un pugile ormai messo all’angolo che aspetta solo il gong finale.
Al termine del cd, non ci si sa spiegare come si sia fatto ad arrivare indenni fino in fondo, per quanto tramortiti ed esausti si rimanga.
L’incudine ci è ripiombata in testa! Beware!
E adesso, scusatemi ma devo chiamare il 118!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    18 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Dicembre, 2017
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Gli aficionados del power metal integralista, intransigente e di non facile presa, saranno entusiasti di questa terza fatica dei Wildestarr.
Trattasi di power trio formato da Dave Starr (che si occupa di tutte le corde, dalle 4/5 del basso alle 6/8 della chitarra); ma non si occupa delle corde vocali: a quelle ci pensa, unitamente all’ugola inossidabile, London Wilde; c'è poi Josh Foster alle pelli.
Lo Starr abbiamo avuto modo di apprezzarlo nell’arco della sua militanza nei Vicious Roumors, di cui era il bassman; ed, in effetti, il tipico ed inconfondibile stile dei Vicious riecheggia per larghi tratti nella release. E non c’è da meravigliarsi: come si fa a rimanere immune al prolungato contatto con un tipaccio come Geoff Thorpe, fondatore dei mitici Hawaii?
Venendo alla struttura del songwriting, la base è composta da una sorta di tapis roulant minato, sul quale devi correre per evitare di saltare per aria, reggendo la forza d’urto della sezione ritmica cingolata propinataci dai tre.
Gli assoli di Dave sono virulenti e mai prevedibili, con qualche virtuosismo ben centellinato, al contrario degli acuti di London, utilizzati in maniera un po’ forzata, in certi momenti tanto a sproposito da risultare fastidiosi ed inutilmente eccessivi. Il drumming di Josh andrebbe misurato sulla scala Mercalli.
I pezzi, come accennavo, non risultano essere di facile presa a livello melodico, ma spaziano stilisticamente dalla immancabile (semi) ballad (Down Cold) fino alla arpeggiante “Undersold” (a mio avviso il pezzo migliore dell’album) alla sperimental-maideniana “From Shadows” ad alla track finale (When the night falls) che rievoca un po’ quell’assoluto masterpiece degli Hawaii di “Rhapsody in black”.
Eppure, dopo l’ascolto del tutto, rimane una sensazione di incompiutezza, un non so che di poco convincente, con le songs che sono scivolate via senza lasciare una traccia incisiva nell’ascoltatore.
Alla fine, il risultato complessivo è che, questo lavoro, non si appalesa come del tutto convincente o, comunque, di levatura tale da meritare una votazione alta anche se i puristi del genere ne rimarranno entusiasti.
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    03 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

SORCERER – “THE CROWNING OF THE FIRE KING”
La travagliata storia di questo monicker doom svedese, consegna alla scena internazionale un marchio di assoluta eccellenza.
Grazie alla tenacia del bassman Johnny Hagel (unico superstite della line up originaria) che ha tenuto duro fin dal lontano 1988 senza mai mollare, oggi possiamo bearci dell’ascolto di questo capolavoro, degno successore di quel “In the shadow of the inverted cross” che – due anni orsono – ha finalmente fatto esplodere i nostri doomsters svedesi sulla scena mondiale.
Un’album di assoluto livello, degno di fungere da colonna sonora delle migliori camere ardenti!
Le otto tracks non lasciano spazio alla speranza, per quanto risultano funeste e, a tratti, funeree.
Si, è vero, qualche assonanza con i Maestri indiscussi Candlemass (peraltro loro conterranei) si nota ma i cinque stregoni hanno saputo differenziare il loro sound con l’innesto di riecheggi egizi ed arabeggianti e di assoli a volte palesemente fusion/progressive, a volte platealmente e virtuosisticamente classicheggianti, con arguta alternanza delle sue asce di Kristian Niemann (ex Therion e Demonoid) e Peter Hallgren (ex Rob Rock e 220 Volt) finalizzata a delle (sia pur moderate) aperture melodiche, quasi a voler concedere qualche fugace raggio di sole come tregua al nero imperversante i tutto il songwriting degli oscuri scandinavi.
Il tutto condito con lyrics che spaziano dal fantasy (quasi concept avente come filo conduttore la title-track) all’occultismo, con le corde vocali di Anders Engberg sempre in gran spolvero che conferiscono tratti quasi epic alle varie songs.
Il connubio ne fa scaturire una release tombale, degna di un allegro party in obitorio, tra un ineluttabile scongiuro e l’altro ma sempre con classe nera.
Assolutamente da non perdere!
MAX "THUNDER" GIANGREGORIO

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    21 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Ace Frehley è sempre lui!
Questa è la confortante certezza che ti pervade fin dall’ascolto delle prime note di questo album appena sfornato (nella sua riedizione de luxe rispetto a quello edito nel 2009) da uno dei pochissimi mostri sacri del rock’n’roll ancora in circolazione, l’unico ex del combo del bacio che sia riuscito davvero a tenere botta in tutti questi anni a suon di migliaia di dischi venduti.
Dischi, peraltro, partoriti senza fretta e senza mai venir meno ai divini comandamenti del rock’n’roll, quello sano, quello sporco e che viene dalla strada, che Ace riesce a concepire come se – a livello di forma mentis – fosse ancora a girare gli States in Harley-Davidson dilapidando i pochi soldi in postacci mal frequentati e dove servono del whisky rigorosamente pessimo.
Quel rock’n’roll stradaiolo che, nel caso del nostro Ace, assurge al rango di vero e proprio marchio di fabbrica, per quanto è sempre coerente alle proprie radici e che ti lascia la sensazione, traccia dopo traccia, di uno strano sex appeal “malato” che pervade l’intero album e che, magari, potrebbe fungere da efficace colonna sonora per seratine “get down” con il/la tuo/a partner!
Un album che attinge a piene mani da un songwriting sempre e comunque molto “catchy”: ogni traccia è una potenziale hit, sia che si tratti del cadenzone tipo maglio di “Genghis Khan”, sia che si tratti della particolare “Pain in the neck” con la sua inaspettata “overture” anni ’70 nel bel mezzo del brano o della poderosa strumentale “Space Bear” o, ancora, della melodica ed ammiccante “Fox on the run” o della immancabile ballata (“A little below the Angels”) e così via in bellezza fino alla quindicesima ed ultima bonus track di questo doppio CD de luxe in tutti i sensi.
Ace Frehley è sempre lui! Grazie a Dio! In questo mondo con sempre meno certezze, averne una in più non fa mai male. Da acquistare ad occhi e pugni chiusi!
Long live rock’n’roll forever and ever!!!!
Max “Thunder” Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    07 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Jag Panzer sono in circolazione dal lontano 1980, allorquando alimentarono la scena metallica californiana con il monicker “Tyrant”.
Nonostante varie traversie legate ai cambi di formazione, i nostri sono sempre andati avanti rimanendo fedeli (tranne alcune virate verso il thrash) al vessillo del power metal più classico ed intransigente.
Questo loro ennesimo album conferma la loro linea dura e pura, in tutti i sensi, essendo un vero e proprio manifesto metal.
Si inizia a cavalcare, senza tanti complimenti, con la massiccia opening track “Born of the Flame”, maideniana come la successiva “Far beyond all fears”, che ci consegna alla title track, col suo cadenzone ipnotico e possente.
Segue la minacciosa e velenosa “Black list”, dai virulenti assoli.
‘Foggy Dew’, della quale i Jag hanno dato alla luce un video, è una cover dell’omonima ballata irlandese che descrive la Rivolta di Pasqua del 1916.
Le note epiche ci giungono poi da “Divine Intervention”, in cui le chitarre si intrecciano come due sciabole.
Anche nella immancabile ballad presente (“Long, awaited kiss”), i nostri sciorinano un feeling pur sempre “fedele alla linea” che – a sprazzi – ci catapulta all’indietro verso gli anni d’oro della New Wave of British Heavy Metal.
Con “Salacious Behaviour” si torna alle venature maideniane, cui fa seguito la mazzata nelle gengive di “Fire of Our Spirit”.
La decima perla metallica che chiude la track list (“Dare”) ci dà il colpo di grazia nel nome del power metal più puro.
Gli assoli di Joey Tafolla sono sempre un gran bel sentire, mai scontati, pur nella loro fedeltà alla tradizione dei “maestri d’ascia” (axemen) che il Dio Metallo ha forgiato nelle sue immense fucine.
Il drumming di Rikard Stjernquist non è mai banale, formando con il bassista John Tetley una sezione ritmica di tutto rispetto, che mena come un fabbro ferraio nevrastenico.
Un tappeto sonoro su cui si innestano le due asce (Tafolla ed il fondatore Mark Briody, vera e propria anima della band) ed il redivivo vocalist Harry “the Tyrant” Conklin sempre versatile e mai monocorde. Un album per integralisti del metallo.

Max "Thunder" Giangregorio

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Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 23 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Quando si è al cospetto di un vero e proprio monumento al Metallo, come in questo caso, diventa molto difficile rompere il religioso raccoglimento con il quale ci si approccia l’ascolto, destinato a diventare reiterato e quasi ossessivo. Signori, qui si parla della storia del Metal e di chi ha contribuito a scriverla. Qui si parla di figure, come quella di Udo Dirkschneider, che da sempre sono i sacerdoti che – ogni volta che calcano un palco, ogni volta che salgono on stage – danno vita a vere e proprie celebrazioni in onore del Dio Metallo di cui sono indiscussi Gran Sacerdoti.
Chi, come chi vi scrive, ha avuto la fortuna e l’onore di farsi massacrare i padiglioni auricolari dai mitici Accept, che ha praticamente visto nascere, si è ritrovato inghiottito da una sorta di vortice azionato da una macchina del tempo che lo ha scaraventato indietro fino agli anni ’80, investito da una shockante valanga di puro ed incontaminato metallo senza se e senza ma! La dimensione live, poi, è quella che meglio si confà a questa rivisitazione di gemme appartenenti – a giusto titolo – alla Bibbia Metallica. La voce di Udo è sempre dolce come una carezza fatta col rasoio mentre le due asce costruiscono un muro sonoro dal quale non ci si riesce a liberare mai e che, a volte, grazie al basso tellurico ed al drumming quintessenziale ma potente, sembra sul punto di crollarti addosso per seppellirti una volta per tutte. Una sequela di brani intramontabili (da cui sarebbe ingeneroso estrapolarne solo qualcuno) eseguita dalla band lanciata all'arrembaggio delle nostre povere orecchie dall'eterno front man teutonico, tutte parimenti memorabili ed insuperabili quanto a cattiveria di esecuzione!
Tutto il resto è silenzio: quando l’ascolto termina si rimane attoniti e increduli di essere riusciti a sopravvivere a cotanta violenza sonora; giusto il tempo di riprendersi che ti vien voglia di premere di nuovo il tasto play per lasciarsi travolgere per l’ennesima volta da Sua Maestà Dirkschneider.

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