A+ A A-

Opinione scritta da MASSIMO GIANGREGORIO

24 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3
 
releases
 
voto 
 
5.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    17 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

È incredibile come il sano, vecchio, sporco rock’n’roll mantenga giovani.
Nonostante tutti gli stravizi a cui è stato avvezzo per decine di anni, il nostro Spaceman (che, è bene rammentarlo per i più giovani, ha fondato i Kiss nel lontano 1973) si mantiene in splendida forma a dispetto di tanti imbolsiti suoi coetanei che si sono limitati al trittico mefitico “posto fisso/matrimonio/figli” che sembrano degli zombie!
Indiscutibilmente siamo al cospetto di un songwriter eccezionale, dalla vena (aurea) compositiva infinita.
Se a ciò si aggiunge che Ace è indiscutibilmente un riffmaker ineguagliabile come ce ne sono pochi, ne derivano canzoni che ti si attaccano addosso che manco il simbiota di Venom…
Si parte con una track dal titolo romantico (senza di te sono niente) che, invece, sfoggia un assolo saettante che fa quasi da contraltare al titolo stesso.
La seguente traccia è l’ennesimo rock’n’roll anthem forgiato da Ace nelle sue premiate fucine che ti entra nella calotta cranica come una trapanata.
Il terzo pezzo sembra quasi fare il verso al titolo della opening track (ogni tuo desiderio è un ordine) ma la galanteria è solo apparente essendo comunque ammantata di quel tipico sound sporco con venature bluesy che mal gli si attaglia.
Ascoltando la successiva, ci rendiamo conto di quanto sia infinita la quantità di bands che sono state influenzate dal nostro uomo dello spazio; questa, avrebbero potuto tranquillamente (si fa per dire, of course) essere eseguita dagli Anvil di Lips.
La quinta track ci/si chiede quale sia lo scopo del rock’n’roll; semplice: darci vita nonostante tutto e tutti!
Con la sesta traccia sembra che il nostro abbia un rigurgito nostalgico, tanto gli piglia la voglia di tornare indietro, ma è solo un momento, perché poi lo Spaceman torna ad essere tale con la seguente, incalzante missione su Marte, anch’essa piuttosto seventy.
Off my back torna a farci capire – semmai ve ne fosse bisogno - che Ace è un riffmaker degno di occupare il suo posto nell’Olimpo degli Dei rockeggianti mentre come al solito, l’ultimo pezzo (strumentale) ci regala un Ace più sperimentale e meno catchy.
Non c’è che dire, questa ultima fatica dello Spaceman ci proietta nell’Empireo metallico ed ogniqualvolta vorremmo ritornarci, ci basterà metter su il cd o il vinile di questo vero mostro sacro del rock’n’roll!
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    03 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Ancora oggi, quando metto su l’EP in vinile datato 1985 di questi inossidabili bolognesi e mi lascio travolgere dalla mitica track “Thundergods” tutta la forza d’urto del suo “wall of sound” la sento ancora nelle vene!
Signori, qui si parla di gente che ha fatto la storia del metal in Italia! Miracolosamente a piede libero (visti gli ingenti danni sonori cagionati) dal 1982, col nome di Wurdalak, grazie al duo Alberto Simonini (vox) e Angelo Franchini (tutt’oggi alle quattro corde) i felsinei sono giunti alla ragguardevole cifra di 11 releases fra demos, vinili e cd!
Un pedegree metallico di tutto rispetto che, peraltro, ha registrato pochi cambi di formazione atteso che il drummer Luca Ferri e l’axeman Franco Nipoti tengono ancora botta, coadiuvati dalla seconda ascia JJ Frati e dal nuovo vocalist Mirko Bacchilega che “presta” alla band la sua ugola dal 2016.
L’album mantiene fede al marchio della premiata casa dell’acciaio urlante, sfoggiando un metal molto orientato alla New Wave Of British Heavy Metal uno sfavillante e scintillante sound che incrocia in maniera micidiale Judas Priest (specie agli esordi in cui Simonini era un Rob Halford italico sia nel look che a livello vocale – vedasi/ascoltasi proprio “Thundergod”) e Accept prima maniera.
Appena parte il cd vi sembrerà di esser un pugile crivellato di pugni in tutto il corpo da un avversario che non vi lascia scampo, con la differenza che dovete resistere ed incassare per un unico, interminabile round!
In pratica ed in buona sostanza, state sotto le mazzate (sia pure sonore, of course…) che vi lasceranno – alle fine del cd/round di boxe – proprio come un boxeur rintronato per quante ne ha dovute prendere di santa ragione: un unico macigno di suono che vi schiaccerà inesorabilmente!
Chi, come me, ha avuto il privilegio di veder nascere l’heavy metal (rimanendone folgorato e giurandogli eterna fedeltà) sta costatando come i propri coetanei (che hanno dunque oltrepassato da un bel po’ il traguardo intermedio dei cinquant’anni) sono ancora là a pestare gli strumenti,a calcare i palchi o a fare headbang sotto di essi, senza la benchè minima intenzione di mollare, seguendo le orme di mostri sacri come Lemmy, Ronnie James Dio etc. che – pur vivendo una vita sempre al limite – hanno reso l’anima ad età che forse nemmeno le loro più ottimistiche previsioni avrebbero potuto sperare di raggiungere.
La verità è che il metal mantiene giovani a dispetto dell’età anagrafica, grazie alla immensa energia psico-fisica di cui ti pervade.
Una sorta di elisir di lunga vita, come stanno a testimoniare i nostri intramontabili Crying Steel: onore e rispetto, specie quando ci urlano: Stay Steel!!!
Max “Thunder” Giangregorio


Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    20 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Ottobre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Questo quartetto micidiale si è formato nel 2010 a New Haven - Connecticut (USA), allorquando l’ex axeman dei Fates Warning Victor Arduini ed il versatilissimo vocalist e bassista Christopher Taylor Beaudette (ex Jasta e Kingdom Of Sorrow) si sono incontrati davanti ad una birraccia da quattro soldi in uno dei peggiori pub del globo e si sono chiesti come avrebbero potuto torturare allegramente i nostri padiglioni auricolari.
E così hanno pensato bene di convocare a consesso due ceffi chiamati Christopher Begnal e Dave Parmelee per completare il loro perverso progetto.
Ne è venuta fuori una vera e propria asfaltatrice (originariamente denominata Treebeard…?!?), ma che ora porta per nome il loro stesso macabro programma: sepoltura (nell’iberico idioma) ed in effetti, questo omonimo album mira direttamente a portare chi l’ascolta a vedere come nascono i fiori dal di sotto.
Non a caso, uno dei pezzi migliori si chiama “Santa Muerte”…
Dopo un paio di EP targati 2014 (Entierro) e 2016 (XVI) passati un po’ in sordina, i quattro hanno partorito questo cd che non lascia scampo.
Siamo al cospetto di una sorta di mortale incrocio tra i Witchfinder General ed i Type 0 Negative (che ricordano molto nel songwriting, vedasi “Cauldron of War” o “Valley Of Deceit”, che ben sarebbero state performate dalla buon’anima di Pete Steele col suo vocione cavernoso).
Signori, qui c’è mestiere ed esperienza da vendere e si sciorina praticamente la creme de la creme di ciò che la metal-mania possa proporre!
Ne vien fuori una specie di vademecum del metallo che non potete non avere nei vostri scaffali, metalbangers!!!!!
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    06 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Ottobre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Era da tempo immemorabile che i Satan non davano alla luce un lavoro. In realtà, il quintetto ci aveva già abituato alla lunga assenza dalle scene, quantomeno a livello di releases. Se si pensa che i nostri cinque simpatici ceffi sono in circolazione fin dal lontano 1979 allorquando – da quel di Newcastle – diedero il loro significativo contributo alla causa della NWOBHM, non sono mai stati particolarmente prolifici. Hanno certamente provocato l’invidia di tantissime bands per il nome: chissà quante (specialmente quelle della branca dark/black/death/doom) avrebbero voluto chiamarsi con l’appellativo del grande avversario… un nome, una garanzia. È un po’ come quando – per fare un paragone con i nostri giorni – c’è il più lesto di tutti a registrare un dominio telematico di grande impatto, attirandosi le ire e l’ammirazione dei competitors che avrebbero voluto appropriarsene prima.
Tale “fortuna”, però, non si è mai verificata anche nei giusti riconoscimenti dei metalfans, sui quali la band non ha mai fatto presa proiettandosi nell’Olimpo dei Metal Gods. Anzi addirittura, a dispetto di quanto testè scritto, i fondatori hanno cambiato spessissimo il nome che contraddistingueva lo staff metallogeno: alcuni rimembreranno il nome Blind Fury e gli stessi membri erano avvezzi a tante side-project bands, disperdendo le energie primordiali che il moniker aveva originariamente irradiato! Eppure, nonostante ciò, se si immaginasse un luciferino DJ che piazzi su due piatti da un lato il seminale “Court in the Act” (il debut album di Ross e compagnia bella) e il nuovo “Cruel Magic” dando vita ad un malsano mixaggio alla consolle, il tempo sembrerebbe non esser mai trascorso! Quest'ultima fatica in studio sciorina tutti gli ingredienti che fin dagli esordi hanno caratterizzato il suono dei Satan: metallo vecchia scuola, con sezione ritmica adrenalinica quanto basta (senza mai eccedere nello speed) con tantissimi cambi di tempo nell’arco dello stesso pezzo - a sua volta del tutto imprevedibile – riffs “catchy” senza mai sconfinare nel commerciale, asce ritmiche che danno vita ad un wall of sound potente ma che non straripa mai, atmosfere malevole senza mai debordare nel black plateale, assoli virtuosistici in maniera contenuta, senza mai travalicare per divenire stucchevoli.
Direi che l’aggettivo che più calzerebbe al brand Satan, a parere dello scrivente è: “quanto basta”. Le tracks sono – of course - tutte di pregevole fattura ma, a mio avviso, la migliore è “Legion Hellbuond” con una intro più che convincente e coinvolgente, uno stacco arpeggiato come non se ne sentivano da parecchio in cui è incastonato un assolo per palati fini. Gran bel pezzo, gran bel CD.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    22 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Ci sono marchi di fabbrica che resistono, inossidabili ed inamovibili, alle insidie del tempo e delle mode.
Un brano dei Motorhead o degli Irons lo si riconosce fin dall’abbrivio e, anche se non sei un intenditore di metal, sei in grado di percepirli quasi immediatamente.
Beh, nel caso di Udo Dirkschneider il discorso non cambia affatto. La sua vera e propria missione è quella di perpetrare e reiterare i canoni del metallo teutonico anni ’80 scena che tanto degnamente aveva regnato all’epoca con gli Accept.
E questa reiterazione la si tocca con mano al solo considerare che – membro stabile del monicker “U.D.O” che ha fondato dopo la sua dipartita dagli Accept stessi – è il figlio Sven. Un drummer completo, che unisce potenza, precisione e virtuosismo e che sembra porsi alla guida di una schiacciasassi impazzita che travolge tutto e tutti.
Come si suol dire: di padre in figlio nel nome del Dio Metallo!
I compari di avventura non sono certo da meno: la chitarra di Andrey Smirnov taglia ed affetta peggio di un rasoio ed il basso di Fitty Wienhold è più tellurico che mai.
Ne sortisce un unico, massiccio, monolitico, monumentale album che (come tutti i marchi di fabbrica) nulla aggiunge e nulla toglie a quanto finora realizzato dal frontman tedesco, la cui voce inconfondibile ci appare in splendida forma,in tutta la sua ispirazione alla carta vetrata.
L’headbanging è assicurato, a meno che non siate in stato catatonico irreversibile e la gitarella nella fabbrica dell’acciaio – sebbene condotta a temperatura altissima, degna del nucleo di un vulcano in piena eruzione – risulterà piacevolmente quasi mortale, tra un pericolosissimo gorgo di acciaio fuso e l’altro, con i pezzi che vi faranno da guida fino a portarvi “a riveder le stelle”: si, le stelle del metallo germanico sotto l’indistruttibile egida del piccolo – grande Udo Dirkschneider!
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    15 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il metal nostrano, diciamocelo fuori dai denti, non brilla di certo per originalità e per tecnica.
Quando mi sono posto all’ascolto di questi quattro headbangers piacentini, devo dire che ho pensato: “Beh, saranno pure panterizzati ma – almeno – mantengono ciò che promettono.
Infatti, trattasi davvero di una “crashing & groovin heavy metal band”! Il loro intento di creare “musica ricca di groove e tonalità profonde” proponendo “brani potenti, tecnici” in questo demo è assolutamente riuscito!
Pur essendosi formati non da molto in quel di Piacenza da un’idea del drummer Marco Polledri, le idee le hanno ben chiare e mettono subito le carte in tavola fin dalla prima traccia “A new road”: suono cingolato che – come è d’uopo – alterna mid-tempos micidiali a cadenzoni che non lasciano scampo: la testa, te la devi andare a riprendere dal pavimento!
La sezione ritmica (tra il picchia-pelli senza requie di Marco ed il basso a super-pompa di Stefano) stende un velo IMpietoso (per l’ascoltatore) su cui si adagiano come un maglio di fonderia pesante la possente voce di Walter (novello Phil Anselmo padano) e l’ascia di Roberto Zoppi che ci rende suoi omonimi, nel senso che spezza le tibie entrando in tackle scivolato con assoli mai banali (anche se non virtuosissimi).
Spiccano, a mio avviso, l’intro motorheadiana di “Liar” cui segue uno stacco a cadenzone con doppia cassa tritaossa, la track “War” in cui sembra che entri in azione il martello di Thor in persona e lo stacco jazzato/sincopato di “Human Dualism”, nonché il pezzo che trae il titolo dal nome della band, con i suoi adrenalinici 5:27.
Da rivedere i mid tempos e, francamente, la bruttina “Struggle”.
Ne sortisce una prova più che degna di menzione, considerando quello che il panorama metallico italico ci propone: in bocca al lupo ragazzi! Con alcuni dovuti correttivi, dovreste proporci un prossimo lavoro ben maturo.
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    01 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

E siamo al cospetto di quattro doomsters mica male!
Formatisi nella terra del gruviera, in Svizzera, non moltissimo tempo fa (2015) come dimostra la loro non certo nutritissima discografia, questi allegroni non scherzano affatto!
Anche se, dopo la convincente ed ipnotica opening track (“Woven Heart”) nella successiva “Semper Occultus” la voce del bassman Ralf W. Garcia ricorda un po’ quella di un giovanissimo Lemmy dei tempi di “Vibrator”, prima che il vetriolo si impossessasse delle sue corde vocali, gli spunti più cadenzati risultano alquanto convincenti, coinvolgendo l’ascoltatore (tra uno scongiuro e l’altro) ad un headbanging funereo senza requie.
Il drumming da esequie di Reto Crola è precisissimo (d’altronde, nelle lande degli orologi non potrebbe essere diversamente) anche nelle rare accelerazioni e in godibilissimi fillers, incorniciando una seguente opening track che si impossessa di noi al punto da farci ordinare subito una corona funeraria senza sapere il perché (..vabbè che può sempre tornare utile…).
I nostri quattro simpatici coroners dimostrano, comunque, di aver saputo far propri in maniera egregia i dettami del doom di derivazione seventhy, incrociandolo sapientemente con lo sludge di ultimo grido.
Gli axemen Januar Andreas Reinhart e Ralph Huber non si lasciano certo pregare, snocciolando riffs granitici come lapidi appena impiantate e solos alla Trouble mai eccessivi ed invadenti.
“O’death” irrompe con un gradevole singing femminile che ci da le condoglianze senza troppi complimenti ed in tutta la stanza si diffonde un acre odore sulfureo alquanto sinistro.
Dall’incipit di “Eternal Solitude” incomincerete a scavarvi la fossa da soli in preda a sudori freddi e inspiegabili convulsioni sull’onda dei ceselli chitarristici arabeggianti che impreziosiscono il pezzo.
La susseguente “Coffin Nails” vi porta alla progressiva paralisi con annessa catalessi in gentile omaggio dei lupi svizzeri mentre la final track “Remembrance” vi impartisce l’estrema unzione mentre ormai siete incapacitati a muovervi (fatta eccezione per la capoccia che continua incessantemente ad andare di headbanging che è un piacere).
Uno dei lavori doom migliori tra quelli ascoltati finora, al quale non assegno il massimo dei voti solo perché (personalmente) avrei fatto delle scelte diverse per il cantante. De profundis a tutti.
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    27 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I Pigeon Lake (il cui nome parrebbe ispirato ad un suggestive lago ubicato nella regione di Alberta in Canada) si formano in quale di Oslo (Norvegia) nel 2011.
A vederli così, sembrano davvero quattro allegri paciocconi, caratterizzati da un vero e proprio “non-look” con tanto di cravattina nera, bretelle e – addirittura, nel caso del vocalist Chris Schackt - con papillon che spicca sul pullover nero.
Io sono il primo a non dare alcun peso né al look, né alle etichette ma credo che, almeno un minimo, la band debba dare l’idea del genere musicale che propone: visti così, i nostri quattro scandinavi potrebbero benissimo passare per un quartetto d’archi.
Vabbè, venendo al contenuto di questa loro terza fatica in studio (hanno esordito nel 2012 con l’EP “I:mindrape”, seguito dal full-lenght “Tales of a Madman” ….mi ricorda un certo diario di una certa persona.. intervallati dal singolo “Confrontation”) devo dire che mi devo ricredere sull’epiteto precedente, ossia su “allegri”.
Questi ragazzi, hanno depressione e malinconia da vendere!
Il sound del monicker si appalesa abbondantemente depressivo, con spruzzatine di stoner e doom/sludge qua e là ( “Futility of You” con venature Killing Joke) con il Chris che alterna abbastanza sapientemente il growl al cantato pulito in cui – talvolta – ci rievoca Dave Gahan dei Depeche Mode (?!?) mandato un po’ male da qualcosa o da qualcuno/a (vedasi “Let’s pretend”).
Magnus si destreggia all’ascia piuttosto bene, senza mai indugiare in assoli e/o virtuosismi ma, quando lo fa (arivedasi “Let’s Pretend”, il brano che chiude l’opera) devo dire che appare assolutamente convincente.
Leggermente avulso da tutto il contesto dell’album (ed anche fuorviante) risulta la opening track “Ragnarock” che sconta l’inevitabile tributo al mito norreno della epica battaglia finale tra le potenza della luce e dell’ordine contro quelle delle tenebre e del caos, il cui esito determinerà la distruzione e la consequenziale ricostruzione del mondo nel segno del bene o del male.
Interessante anche l’arpeggio iniziale di “Hide & Seek”, che ci ricorda i mai abbastanza rimpianti System of a Down, che rifanno capolino nella track “A Familiar Problem” che ricrea atmosfere un po’ da antico Egitto.
Buoni spunti vengono anche dal pezzo – finalmente un po’ più movimentato - “Perfect Place” nel quale, a mio sommesso parere, non avrebbero sfigurato degli inserti di pianoforte nel contesto.
Un album che, pur non brillando per fantasia e pur scivolando via all’ascolto senza fornire particolari scossoni, può ritenersi tutt’altro che malvagio (in tutti i sensi) ma che frutta un responso di rivedibilità complessiva: il prossimo lavoro in studio potrebbe rappresentare la raggiunta maturità della band ovvero la sua scivolata verso l’oblio.
Spero che ora succeda qualcosa che mi tiri un po’ su….
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 23 Giugno, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Confesso che non ho mai nutrito particolari simpatie per quello che è stato definito il “follettone”, ma solo perché ho sempre trovato incongruente la sua immagine, il suo nome d’arte e la sua attitudine con il genere musicale che propone.
Quando ha esordito, nei primi anni ’90, a vederlo con quel look e con quello pseudonimo, mi aspettavo di ascoltare del doom metal altamente mortifero e stramaledetto; si trattava pur sempre del bass & vocals degli Emperor, di un artista annoverato tra i capostipiti del black metal norvegese, destinato a perpetrarsi come vero e proprio marchio D.O.C..
Insomma, presumevo si trattasse del “Quorthon del doom/sludge” e, invece, nulla di tutto questo.
Più che altro, l’ho assimilato più a Trent Reznor, anche se con un sound avente connotazioni più heavy.
I critici più accreditati hanno addirittura distinto in ben tre fasi il suo percorso artistico: la fase ambient, quella darkwave e quella industrial rock.
Un curriculum di tutto rispetto, considerando i 10 full-lenghts finora realizzati, conditi da vari singoli e da numerosissime partecipazioni a compilations, etc.
Il nostro follettone (all'anagrafe Håvard Ellefsen, nato il 25 luglio 1975 a Skien) ripropone lo stesso album pubblicato originariamente nel 2010 durante il tour europeo e da tempo fuori catalogo.
All’epoca ‘Perfectly Defect’ venne pubblicato in due versioni: la tour edition in CD con dieci brani e in digitale con dieci canzoni.
Questa nuova edizione contiene dodici tracce ma, soprattutto, fuoriesce dalla etichetta fondata dallo stesso Mortiis, ossia la Mortiis Omnipresence Records.
Per chi predilige il suono pesante dei synth (chi scrive è da sempre un estimatore dell'elettronica, che ha iniziato a seguire attraverso i Tangerine Dream, Klaus Schultze, Conrad Schnitzler, i Kraftwerk della prima ora composti dai soli Ralf Hutter e Florian Schneider, ha visto nascere i Depeche Mode, i Prodigy e compagnia “bella”), Mortiis è una certezza sempre e comunque.
Un vero e proprio marchio di fabbrica che – tra l’altro – proprio di recente - si è rifatto vivo dalle nostre parti mettendo a ferro e fuoco il 25 maggio scorso le Officine Sonore di Vercelli; insomma, con Mortiis andate sul sicuro!
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    26 Mag, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Se Carl Orff (il compositore dei Carmina Burana, la colonna sonora di Excalibur) avesse vissuto ai giorni nostri, credo che avrebbe voluto comporre lui questa opera al nero dei Dimmu Borgir.
I signori del Nero Castello norvegese, si ripresentano nei nostri peggiori incubi ancora più epici, ancora più maestosi, ancora più sinfonici, ancora più misterici, ancora più mastodontici, ancora più maligni.
Poco importa se hanno già fatto più volte storcere il naso ai loro fans della prim’ora: l’evoluzione iniziata illo tempore è continuata e continua imperterrita, con buona pace di chi avrebbe preferito un atteggiamento più radicale ed integralista.
In Eonian si respira male e cattiveria a pieni polmoni, anche se con sensazioni più variegate rispetto a quelle quintessenziali dei loro esordi.
La voce di her Shagrat continua a tirarci via la pelle per quanto è graffiante e maledetta, supportata da cori degni delle migliori saghe noir nordiche, le partiture di tastiere e pianoforte si appalesano vieppiù classicheggianti e dedite ad aperure sinfoniche. Le asce e la sezione ritmica, che ve lo dico a fare…
Tutta la band, comunque, fornisce un ulteriore prova di estrema compattezza, donandoci l’ennesima perla nera da incastonare nel novero dei diademi black metal di tutti i tempi.
Le atmosfere ricreate in questo album sono molto più orientate verso il Medioevo della peste nera, periodo storico in cui chi ascolta viene ineluttabilmente catapultato, ingenerandogli l’istinto di correre una disgraziata gimcana tra gli untori con l’animo colmo di angoscia ma nutrendo una recondita speranza di sopravvivenza.
Speranza vana, perché questa fatica dei Dimmu Borgir non fa prigionieri.
Max “Thunder” Giangregorio

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
24 risultati - visualizzati 1 - 10 1 2 3
Powered by JReviews

releases

Con questo settimo album i Cripple Bastards realizzano probabilmente il loro capolavoro
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un bel biglietto da visita per i Valkyria con il loro power/heavy metal melodico
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Thrash Bombz con un bel concentrato di solido thrash e speed metal
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il debutto dei nostrani Ignorance Flows: una bomba!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Solita mostruosa prestazione degli Psycroptic, arrivati con questo al settimo album
Valutazione Autore
 
4.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un dubbioso debutto per gli Hexenklad
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Autoproduzioni

Un debutto sorprendentemente ottimo per i danesi Sinnrs
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Gathering Darkness celebrano i vent'anni di carriera con "The Inexorable End"
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Estremamente influenzato dalla corrente "core" il Progressive Death dei Technical Damage
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Debuttano con un breve (ma comunque interessante) EP i canadesi Dethgod
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dalla terra del Death tecnico arriva una nuova interessante scoperta: i Samskaras
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Non entusiasmante il debut dei Serpents Kiss
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla