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Opinione inserita da Rob M    02 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2018
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Gothic sludge? Goth doom? Trovate una label per questo progetto inglese denominato Kroh, che si muove a cavallo tra The Gathering e Slomatics in chiave grunge. Il risultato non è senz'altro la mia ".. tazza di té.." (per rimanere sul tema UK), ma si può dire che, nel loro tentativo di imbastire heavy e doomy, il prodotto finale è abbastanza "originale" per ciò che la scena sludge britannica ha presentato sino ad oggi e sopratutto negli ultimi cinque o sei anni.
Dimentichiamoci per un attimo il livello di malattia offerto da progetti come gli ormai deceduti Undersmile o il debutto dei Black Moth. Qui ci si trova davanti ad una direzione ancora diversa da ciò che mi era capitato di ascoltare sino ad oggi. Per quanto le "female vocals" non sian il mio forte in questo contesto, è abbastanza interessante poter ascoltare un'interpretazione simile su un sound così pesante e dilatato. Non mi sorprenderebbero se i nostri potessero diventare da qui a breve un punto di riferimento sul suolo inglese e riuscire ad esportare il loro sound in altri paesi nord europei.
Questo EP intitolato "Pyres" ha tutto il potenziale per portare i Kroh alla ribalta a livello internazionale!

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Opinione inserita da Rob M    02 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Nope! Non ci siamo e questo è davvero un peccato. Il progetto francese DUN arriva con questo disco alla seconda fatica e tuttavia penso che ci sia tantissima strada da fare per arrivare ad un prodotto convincente al 100%. "Hors Du Gouffre" si propone come un minestrone di idee, in cui l'estremismo sonoro è tanto quanto l'attitudine "power-pop" che non riesce a fondersi a dovere con il risultato finale.
Nel suo incedere visionario, il disco si muove a cavallo tra generi e momenti che vanno a toccare tantissime influenze, ma senza tuttavia trovare una strada che possa mostrare una direzione stabile e sicura. Nel calderone si può trovare di tutto, ma non un equilibrio perfetto che possa far gridare al capolavoro che un progetto come questo potrebbe invece sfornare.
La scelta dei suoni ed il mix mi piaccion particolarmente, con quella vena acerba e poco controllata che mette in risalto una registrazione minimale, eppur ben pensata. Questo aspetto però non basta per compensare il lato negativo che ho menzionato poco fa ed il fatto che il mix/suoni non sono gli stessi tra brani differenti. Son infatti almeno tre i momenti in cui ci accorgiamo di risultati totalmente differenti a livello di sonorità. Ci son idee che spiccan sopra altre, sopratutto nel corpo centrale del disco, però si tratta sempre di idee e non di un brano che, dall'inizio alla fine, possa far dire "Wow!".
E' un dispiacere dato che DUN è un progetto con potenziale da vendere. Credo che con una gestione delle idee più misurata, in contrasto con una voglia di inserire nei brani tutte le idee possibili, potrebbero saltar fuori brani leggermente più brevi, ma con una "densita'" migliore ed una superiorità stilistica non indifferente.
Il tentativo è buono, ma ora sta all'artista francese trovare il modo di concentrare i suoi sforzi in un prodotto notevolmente superiore rispetto a questo tentativo solo vagamente riuscito.

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Opinione inserita da Rob M    02 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Febbraio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Questo lavoro dei Bergrizen è un disco di cui in principio non riuscivo a cogliere il senso. Il contrasto tra i brani orchestrali (intro/intermezzi/outro) ed i brani black che lo compongono è talmente netto che in un certo qual modo il tutto risulta stranamente atipico, quanto profondamente radicato nel sound black che ha caratterizzato l'inizio del nuovo millennio. Già dal bellissimo prologo "Das Alte Herzeleid" al "primo" brano "Der Undsterbliche Geist" questo impatto tra "mondi diversi" è più che percepibile ed in più frangenti la band userà quest'idea per muoversi tra grazia e violenza. Bisogna dire che, nonostante la combinazione possa essere tra le più "azzardate", il risultato convince ed alla lunga è facile identificare in questo gioco di luci ed ombre uno dei punti di riferimento principali nella descrizione del disco.
Il riffing che compone i brani dei Bergrizen non porta niente di innovativo sul tavolo, ma anzi si ripropone sulle basi di tantissimi "già sentito" che comunque affondan le loro fauci tra melodia e malinconia in chiave black metal. La voce è forse un interessante spunto in più che, nonostante le tonalità alte e la voglia di osare, riesce a dare profondità in un vago richiamo ai Drudkh, mentre si trascina tormentata su momenti epici e decadenti.
Quando le chitarre si impongono tra arpeggi ricchi di sentimento, son buoni i risultati che le lead offrono. Così sul finale della terza traccia "Lied der Rache" si scoprono sfaccettature nuove tra i brani di questo "Der Unsterbliche Geist".
La pecca tuttavia è forse da trovarsi proprio in questo ultimo aspetto, che sembra quasi il gioco forza su cui i nostri han eretto il loro lavoro. Se da un lato il combo melodia/lead-guitars ha il suo perché ed è capace di dar vita a validi spaccati, dall'altro non è in grado di mantenere alto l'interesse sulla lunga distanza. I brani presi singolarmente son tutti validi, ma nel complesso posson risultare forse monotoni per orecchie poco abituate a questo tipo di lavori.
Se, per quanto mi riguarda, questo può essere nominato come un disco più che interessante, posso anche dire che i Bergrizen potrebbero decisamente tirar fuori un lavoro migliore senza tanti sforzi.
Avendo già una base così solida, la band avrebbe tutto il potenziale per creare un disco ancora più affilato e decisivo. Spero solo non ci vorrà troppo tempo per ascoltare la prossima incarnazione di questa band che ha all'attivo ben cinque album, includendo quest'ultimo.

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Opinione inserita da Rob M    29 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

La one man band greca Aeolith ci porta un lavoro che ai nostalgici del vecchio sympho-black anni '90 farà senz'altro piacere. Personalmente non son riuscito ad apprezzare a pieno questa proposta, ma il qui recensito "Remnants Of A Future Past" non è un lavoro che dà spazio a mezze opinioni. Infatti, il nostro è un lavoro che si può amare o odiare, ma che non può piacere solo in parte.
Il sound è assolutamente vintage, sia a livello di composizioni, che di mix. Quest'ultimo offre un approccio che ricorda vagamente i Necromantia e la vecchia scuola greca, ma che al contempo si affaccia su scelte stilistiche leggermente più contemporanee (vedi "Cosmic Mold", come esempio lampante), con suoni si scarni, ma levigati ed un riffing che sa di old-school. L'utilizzo delle tastiere e di font più datati dà, invece, un senso di nostalgia che, tuttavia, non trova tantissimo spazio nella contemporaneità del genere proposto.
Questo disco non si propone come innovatore o lungimirante, ma è anzi saldamente ancorato al "passato" e non son pochi i momenti in cui potrebbero tornare alla mente lavori di nomi ben più noti come, ad esempio, "Spiritual Black Dimension" dei Dimmu Borgir.
La tecnica non manca e son belle le parti di piano che scandiscono il finale "Symbols Of An Alien Sky", ed i frangenti più melodici di "Sun Prelude 17" e "Saturn Rings". Tuttavia, il fatto che questo disco sia stato stampato ora e con determinate scelte di fondo, rende il tutto un po' "fuori dal tempo" e senza mezzi termini anonimo.
Il disco in sé è valido e concettualmente, con il suo mood sci-fi, "Remnants Of A Future Past" non è male. Però, messo al fianco di tantissime altre uscite - non solo in ambito black metal - moderne, questo lavoro è fondamentalmente acerbo e scialbo.
Penso che con l'utilizzo di suoni di tastiera differenti, un mix più pieno ed una leggera ricostruzione dei brani che possa limare e levigare le parti più spigolose, il progetto Aeolith potrebbe migliorare il risultato finale. Al suo stato attuale, "Remnants Of A Future Past" non spicca nel mare dell'underground.

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Opinione inserita da Rob M    29 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 30 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Un certo alone di mistero ha sempre mascherato l'entità chiamata Novae Militiae. Un progetto che non è nuovo per gli amanti della scena francese e che, come tanti altri nomi che arrivano dall'oltralpe, non fornisce nessun dettaglio per quanto riguarda formazione, origini e background. Una cosa è sicura, i nostri non suonano come innovativi e neanche ci provano. Tuttavia, nel loro sound è facilmente intravedibile un'aura mistica che già in passato ha caratterizzato altre realtà sempre francesi, che facevano campo alla defunta Flamme Noire Productions. Qui parliamo di alcuni nomi più o meno underground che oltre un decennio fa riuscirono per breve tempo a caratterizzare una certa vena black, influenzata in parte dal movimento industrial nella scena e da sonorità proprie dei lercissimi Mutiilation nella loro seconda venuta e con i lavori che han susseguito "Majestas Leprosus".
Novae Militiae si spingono con "Gash'khalah" verso lidi oscuri e spenti! Come veleno che pian piano atrofizza e porta la cancrena. Evocazioni mistiche recitate da una voce ruvida e rituale (il brano "Black Temple Consecration" è forse l'apice di questa impronta stilistica), imponente e capace di ergersi al di sopra di un mare di suoni, caratterizzati da un drumming primordiale e massivamente ridondante, chitarre taglienti e linee di basso che creano un vero e proprio muro di suono, tra il riverbero della drum machine ed il riffing quasi psichedelico nel suo incedere. Chitarre capaci di cambiare toni ed accenti e scandire spaccati di puro orrore, come in "Orders of the Most-High" o la lenta ed "introduttiva" traccia "The Chasm of the Cross". Il lato "negativo" di questo lavoro è rappresentato dal fatto che "Gash'khalah", seppur immenso, è un lavoro intenso che si spinge nel cervello come un granitico blocco unico. E' difficilmente gestibile in termini di "orecchiabilità", se non per momenti brevi, eppur intelligenti, che sono rappresentati da spaccati più o meno veloci e intermezzi che suonano come echi nell'abisso (vedi, per esempio, l'introduzione di "Annunciation" ed il suo mood allucinato, o la penultima "Fall of the Idols"), quando amalgamati a sfuriate di pura rabbia in un mix sulfureo. Il fatto che Novae Militiae abbia fatto della brutalità del proprio sound il punto di forza di tutto il lavoro, in parte danneggia l'accessibilità della propria opera, che risulta alla lunga pesantissima ed impenetrabile. Nei momenti in cui il tutto si sposta su istanti sinistri e momenti lugubri, il disco prende toni che arricchiscono l'offerta della band con maestria e superbia.
Nella sua totalità e densità, "Gash'khalah" mostra un progetto con un potenziale enorme e pronto a divenire un nome importante per la scena nazionale. Solo il tempo saprà dar risposte....

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Opinione inserita da Rob M    12 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2017
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Già dal titolo di questa recensione, dovrebbe esser abbastanza chiaro dove voglio andar a parare.
Il metallo nero è un genere bello perché capace di dar voce ad un estremismo sonoro che sembra facile da interpretare, ma che in pochi san suonare con classe, stile e talento.
In questo contesto, ci son tantissimi progetti che purtroppo si copiano a vicenda, non per pochezza di idee, quanto perché l'ispirazione offerta da altre bands è talmente tanta che purtroppo certe idee posson suonare usate ed abusate ad ogni secondo disco che si ascolta.
In questo modo di pensare e far musica, ci si ritrova davanti ad un lavoro come questo "Black Serpent Rising", un surrogato black/death metal che è registrato benissimo, con un suono violento e massiccio, che cerca di muoversi tra il già sentito, senza vergognarsi di trovare soluzioni "vantaggiose" in ciò che altri artisti ben più conosciuti han composto in passato. Il richiamo agli ultimi Immortal è palese e con esso un sentore di "ok, questo non mi è nuovo" che accompagna il tutto e che purtroppo era già presente con il full precedente "Barbaric Blood" del 2010.
Non un brano riesce a spostarsi da quel calderone che in tanti conoscono e, da lì a poco, ci si annoia perché le idee scarseggiano. Non bastan le incursioni melodiche a salvare il prodotto finale che lascia con l'amaro in bocca. Tanto talento, tanto potenziale e purtroppo non sfruttato come si dovrebbe. Da un progetto come i Balfor mi aspetterei una certa dose di personalità, che possa metter in mostra una band intraprendente. Invece, nell'insieme, il tutto è frustrante.
Si, ci son quei passaggi che rimangon in testa, sopratutto quando le lead si spingon nel creare riff da head banging che si avvalgon di un doppio pedale attento nello scandire ritmi "avvincenti". Pero, al di là di questi, che rimane?
Idee interessanti son presenti durante l'intera durata del lavoro, però si arriva all'apice del tutto solo con l'ultimo brano "Crimson Stronghold" e, purtroppo, è troppo tardi per tornare indietro.
Nel complesso, questo disco è registrato e prodotto benissimo, ma se vi aspettate un lavoro che possa cambiarvi la vita, non sarà questo il caso. Mi auguro che il tutto possa migliorare presto ma, visto che nel tempo le cose non sembran esser cambiate, chissà se mai i Balfor riusciranno a trovare una voce propria.

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Opinione inserita da Rob M    12 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 13 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Quando si sente parlare di Pagan Black Metal, in un certo qual modo si associa al modello black metal un alone "epico" che, in certi frangenti, spesso, vien portato all'eccesso.
Questo perché il sapore black metal viene lasciato ad un insieme di cliché che purtroppo al giorno d'oggi lascian il tempo che trovano. Un po' sconcertato dall'artwork e dalla intro di questo nuovo disco della one man band ucraina Zgard, mi stavo già aspettando un "mattone".
Invece, con mio grande stupore, mi son ritrovato ad ascoltare un lavoro sì epico, ma assolutamente in linea con la vecchia scuola Black della seconda metà dei '90 (Ragnarok ai tempi di "Nattferd" o Nokturnal Mortum ai tempi di "NeChrist", per intenderci), se pur attuale per quanto riguarda suoni e mix. Composto da brani incredibili, ricchi di pathos e capaci di trascinare l'ascoltatore tra scelte accattivanti che mischiano strumenti folk ad un sound ruvido, eppur contemporaneo, questo lavoro merita un occhio di riguardo quest'anno.
Sin da subito il primo brano dopo la intro mette le carte in tavola, per rivelare un progetto che dispone di una maturità artistica assoluta e ben oltre la media.
Perle indiscusse vengon rilasciate traccia dopo traccia, con incredibile talento, nella capacità di amalgamare violenza e modernismo attraverso coordinate inusuali.
Esempi lampanti son senz'altro la quarta "Frozen Space" e la successiva "Where The Stones Drone", brani che mostrano senza timore i due lati della medaglia. Allo stesso tempo, come non citare altri brani? L'evocativa "KoloSlovo" è una traccia che anch'essa mette in mostra un interessante connubio folk/metal assolutamente riuscito.
"Within The Swirl Of Black Vigor" di Zgard è un lavoro affascinante e che consiglierei a chiunque. Senz'altro non il più tirato esempio di black metal, ma un geniale approccio al genere che non può lasciar indifferenti.

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Opinione inserita da Rob M    26 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Questa recensione deve partire con un sentito "Wow!". Non c'è altro modo per iniziare a parlare di quest'ultimissimo lavoro dei finlandesi Verge, band che ha trovato casa sotto l'occhio vigile della nostrana I, Voidhanger e che, in poco più di quarantacinque minuti, riesce a dare una lezione di classe indiscutibile a nomi ben più noti nella scena.
Il genere proposto è black metal ma, come da consuetudine per l'etichetta che li produce, c'è tanto di più. "The Process Of Self-Becoming" è un lavoro che riesce ad abbracciare un insieme di generi che va dal rock al black, in maniera tanto pulita e cristallina che non si può far altro che lasciarsi andare e sprofondare nel suo abisso. Depressivo, malinconico, elegante, questi solo alcuni aggettivi per definire un sound fatto di mille sfumature sovrapposte in un quadro decadente, dipinto e prodotto come solo i grandi maestri san fare. Son tanti i richiami a gruppi che prima dei Verge han scandito l'incedere di generi come il depressive ed il post black metal, ma la personalità dimostrata dalla band fa sì che il loro sound ed approccio compositivo possano brillare di luce propria.
Diviso in tre capitoli, "The Process Of Self-Becoming" si estende su tre movimenti principali. Nei primi tre brani, il movimento "Aesthetic" del disco, il sound è deprimente e triste, con melodie che sanno di terra umida e paesaggi coperti di nebbia. Con il successivo movimento, intitolato "Moral", il sound dei nostri evolve ulteriormente. Ci si ritrova così ad ascoltare intelligenti combinazioni black e metal ed un'interpretazione inarrivabile con "The Decision Beyond Calculation" che si erge come uno tra i brani più belli e mai sentiti nel genere. La conclusione del disco, il movimento "Religious", si estende su due brani dissonanti che riavvicinano "The Process Of Self-Becoming" a momenti più black in cui sprazzi di pazzia incorniciano momenti di pura estasi ed in cui una leggera reminiscenza in stile Shining ricama trame fitte ed impenetrabili. I nostri deragliano e si schiantano volentieri su territori inesplorati con "The Bedrock Gives Away" che risulta essere un'altra perla per questo lavoro dissociante. La conclusiva "Grounding In The Underground" è il finale perfetto e, come un serpente che morde la propria coda, è facile che l'ascoltatore prema il tasto play per riascoltare l'intero lavoro dal principio.
I Verge han creato un capolavoro del genere che va ben oltre qualunque aspettativa e che garantisce per la band un posto nell'olimpo del metal estremo moderno. "The Process Of Self-Becoming" è un album intelligente, in cui tecnica e classe si uniscono in un concentrato esplosivo che ha dell'incredibile. Al giorno d'oggi è difficile incontrare un lavoro così superlativo come il qui presente. Non una nota fuori posto, non uno strumento che non riesca a trovare il suo posto. Questo è il disco definitivo che chiunque, amante di black metal o meno, dovrebbe ascoltare. Oltre i preconcetti di cosa possa essere o meno black metal, questo disco è per il sottoscritto il miglior album black dell'anno. Semplicemente irraggiungibile.

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Opinione inserita da Rob M    26 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2017
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Non mi è tanto chiaro se Transcending Obscurity Records abbia intenzionalmente messo sotto contratto diversi gruppi australiani o se si tratti solo di un caso. Se tra le ultime uscite della label asiatica alcune non mi han impressionato a dovere, devo proprio dire che questo debutto per i Somnium Nox rappresenta senza dubbio un salto di qualità.
Un lavoro che imprigiona in tre tracce un interessantissimo mix di black, post e tanto di più. Un po' per il lavoro di didgeridoo che è perfettamente inserito nell'opener "Soliloquy Of Lament", un po' per le atmosfere decadenti che permeano l'intero EP, "Terra Inanis" è un dischetto da tenere sott'occhio come uno dei più promettenti debut dell'anno.
Con la sua produzione pressoché perfetta, l'interessantissimo stile compositivo che riesce in maniera personalissima a distaccarsi dalle masse, ed il superbo lavoro vocale che unisce gracchianti scream black con uno stile più moderno, il tutto risulta essere un esempio perfetto di black metal moderno e sperimentale.
La band riesce così ad affermarsi come una delle più interessanti realtà di settore e pianta a fondo le basi per un successivo lavoro che avrà il compito di affermare ciò che i nostri son riusciti a mostrare in poco meno di trenta minuti di musica.
Inutile cercare in tre brani momenti più o meno interessanti dato che "Terra Inanis" funziona perfettamente integralmente e che la tensione rimane alta e costante nella sua totalità.
Una band che è entrata subito tra le mie favorite per questo 2017. Dategli un ascolto e segnatevi il nome!

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Opinione inserita da Rob M    25 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2017
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Con questo loro nuovo lavoro, gli americani Profundum si spingono verso sonorità sinfoniche ormai abbandonate da quasi un ventennio. Inutile dire che questo disco è il paradiso di tutti gli amanti di black sinfonico melenso e ripetitivo dalle tinte doomy. Le strutture dei brani si muovono in maniera perfetta tra black tirato e momenti più vicini al funeral ma, a mio parere, i nostri non riescon al 100% nel loro intento. "Come, Holy Death" infatti riesce ad impressionare solo a metà e principalmente nella prima parte del disco in cui la band riesce a sfoggiare una serie di riff ben amalgamati, in brani che godono di ritmi veloci intrecciati a momenti più lenti ed evocativi (vedi il finale di "Unmoved Mover" o di "Antithesis"). Però, da lì a poco, il processo compositivo risulta poco avvincente ed il materiale proposto, per quanto valido brano per brano, non riesce a convincere come full-length. Il lavoro delle tastiere risulta alla lunga monotono e l'album in sé si ritrova schiacciato sotto veli di note che opprimono invece che aprire le porte per nuovi momenti di estasi. Inoltre, la lunghezza breve dei brani, in un genere come il black/funeral, lascia un senso di incompletezza in cui la band non sembra trovare l'appoggio necessario per creare quel senso di disperazione che il filone in sé richiede. Le idee son si buone, ma poco sviluppate. Spesso infatti il tutto risulta troppo precipitoso o acerbo per il risultato che invece si sarebbe potuto raggiungere. In questo contesto ci si ritrova ad ascoltare brani abbastanza scialbi, come "Storms Of Uncreation" e la successiva "Into Silences Ever More Profound" in cui le buone idee son delimitate da frangenti poco convincenti e che ripetono ciò che le canzoni precedenti han offerto, con strutture pressoché identiche sull'ultima parte del disco. L'utilizzo di suoni predefiniti sull'intero lavoro è, inoltre, una pecca che alla lunga causa poco interesse. Per una band che afferma di ispirarsi agli Emperor penso che questa prova sarebbe potuta esser gestita meglio, spendendo un minimo di tempo in più per ricercare suoni o patterns migliori per lo strumento portante del proprio sound: le tastiere. Le idee non son male, ma non credo che questo sia o possa essere ciò che di meglio i Profundum han da offrire. Un lavoro che promette bene, ma che non è all'altezza di ciò che potrebbe o vorrebbe offrire. Le potenzialità ci sono, ma sta alla band svilupparle in maniera più consona al loro sound o le loro idee. Rispetto al loro primo lavoro dell'anno passato "What No Eye Has Seen", non c'è stato nessun miglioramento ed anzi "Come, Holy Death" rappresenta un leggero passo indietro per quanto riguarda la produzione e l'insieme.

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