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Opinione scritta da Rob M

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Opinione inserita da Rob M    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2018
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Quanto tempo é passato da quando ascoltai gli Opera IX per la primissima volta? Una vita.. Il primo assaggio della loro musica venne per il sottoscritto con "Sacro Culto" davvero tanti anni fa. Seguì il progredire della loro proposta con e senza Cadaveria alla voce, con Maleventum e le opere in cui M The Bard (RIP) si unì alla band. Per poi raffinare ulteriormente con gli anni quel sound violento ma folk/pagan che era ed é sempre stato il trademark della band sin dalle origini.
Guardo indietro a quei giorni e vedo dove la band é arrivata oggi.
Un concentrato di arte pagana e black metal che non ha precedenti e mai potrà essere raggiunta a tali livelli da nessun'altra band là fuori. Una vita passata ad affilare le proprie armi ha reso gli Opera IX un prodotto made in Italy che non ha rivali all'estero, un progetto che può solo essere imitato.
Così i nostri ci offrono brani che rientrano nel meglio del meglio di ciò che la band ha sfornato negli ultimi venti anni e più, unendo i sapori antichi della loro proposta con la vena moderna che ha marcato l'evoluzione del loro sound - fedele alle origini, ma sempre con un'occhio rivolto al presente - album dopo album.
Come non rimanere ammaliati da "Chapter II" e "Chapter III", per esempio, in cui le tastiere e registri vocali la fanno da padrone su uno sfondo dai colori vivi creato dalla sessione ritmica e dalle chitarre - sempre maestose - del grande Ossian?
O stregati dal sapore gotico di "House Of The Wind", brano che avrebbe tanto da insegnare a chi al giorno d'oggi ha la presunzione di gridare "doom" a destra e manca. O ancora stupiti nell'ascoltare la "classica" ma incredibile "Cimaruta", forse il brano piú "black" dell'intero lavoro?
Son diversi i monoliti seminati dalla band durante l'intera durata di questo "The Gospel", come pilastri di un antica civiltà che han resistito al passaggio del tempo raggiungendo l'immortalità, con brani come "The Invocation", punto di incontro assoluto tra la band di allora e gli Opera IX di oggi.
Ma non abbiate paura, questo sentimento di unione tra vecchio e nuovo fluisce sotto la superficie, in ogni nota, in ogni scream e voce pulita, in ogni nuovo paesaggio delineato all'orizzonte dalle tastiere. L'uso dell'italiano é anch'esso un punto a favore che rende ancora più mistica la proposta ed inquietante per chi abbia modo di intendere le parole e leggere tra le righe (vedi "Queen Of Serpents").
Non ci son brani che possano ergersi sopra altri e questo fa pensare alla qualità dell'opera tutta. Un disco che mostra una band che va ammirata per la longevità e la dedizione che l'ha resa iconica!
Lode agli Opera IX e l'augurio che non ci sia mai una fine per album come questi che, ancora una volta, rimarranno immortali nella storia del genere a livello nazionale e non solo!

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Opinione inserita da Rob M    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Devo ammettere che da quando Endless Winter ha annunciato questa uscita per i siciliani Fordomth, non vedevo l'ora di poter dare un ascolto al debutto della band. Un debutto che mostra tutt'altro che una band alle prime armi, sia a livello di produzione che di idee. A cavallo tra Pantheist ed Evoken, i nostri si fanno autori di un funeral doom in cui il suono delle chitarre ricorda maggiormente un approccio darkwave al genere, piuttosto che tendente ai meandri del death (vista la struttura dei brani) come in molti casi capita di ascoltare.
Il contrasto delle linee vocali, da un lato pulite e dall'altro pesantemente basse e gravi grazie all'uso di un growl abissale, rende il tutto ancora più accattivante in una mescolanza di registri eterei ed abissali che si alternano con intelligenza su una base musicale densa, eppur finemente elaborata.
Proprio all'insegna di questa combinazione é la fase iniziale dell'opening tra - prima e dopo l'intro - "Abyss Of Hell", un brano perfettamente riuscito che viene sviluppato in maniera sublime ed in cui tutti gli strumenti trovano la loro dimensione, incluso il basso che gode di un suono spettacolare e perfettamente mixato nell'insieme.
Se pur i nostri non portano niente di nuovo sul tavolo, ma anzi ricalcano un insieme di direzioni già coperte in passato dalla prima ondata di produzioni in casa Solitude Productions, con Reido, Intaglio, Comatose Vigil, il risultato non rimane oscurato o nell'ombra di nomi più conosciuti o titoli passati.
In maniera opposta e simile a ciò che altre realtà italiane han fatto negli anni (Plateau Sigma ed (Echo) son i nomi che saltano alla mente in questo panorama estremo nazionale), i nostri son stati capaci di trovare la loro strada ed addentrarsi nel sottobosco death/funeral con sicurezza e personalità che molte bands non riescon a trasmettere alle prime uscite.
A momenti tornano alla mente le voci di M (RIP) nei suoi The Blessed Hellbrigade, in altri le vette psichedeliche dei primi Bast in slow motion, in altri ancora il genio dei Corrupted ed Esoteric, eppure é facilmente distinguibile una propria impronta che contraddistingue il suono della band, prendendo le varie influenze e facendole proprie in un risultato che ha un suo volto preciso e ben definito.
Il disco va da sé, senza aver bisogno di tante spiegazioni. Una volta capito il mood e la strada che la band vuol percorrere é facile farsi prendere per mano e lasciarsi trasportare verso l'oscurità, in un vortice senza fine che stordisce e fa rimanere senza fiato. Un eccellente spaccato narcotizzante ed emotivamente instabile, tra pazzia e sanità mentale, in cui monolitici brani come "Eternal Damnation" aprono porte verso un altro mondo.
Un disco che va assaporato, con un buon bicchiere di veleno al lato, mentre si spegne lo sguardo verso la fine, verso il buio eterno, verso l'ignoto. Un lavoro ottimo che farà scoprire al mondo uno di progetti più oscuri a livello nazionale. Insieme ai Fuoco Fatuo, i Fordomth son la faccia della nuova ventata estrema italiana in ambito death/funeral. Totali ed indispensabili!

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4.0
Opinione inserita da Rob M    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
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I Throaat si presentano con un lavoro epico ed allo stesso tempo blasfemo con questo loro nuovo e "primo" LP "Reflections In Darkness", uscito a novembre 2017, e che presenta il meglio della formazione ha da offrire ad oggi. Un disco che mette in risalto il meglio del genere, con richiami ai leggendari Bathory, ma anche ai vecchi Marduk ed alla scuola est-europea di bands come Nokturnal Mortuum e Lucifugum.
Se "Burning The Ice" si lancia a testa bassa nel vuoto, con una violenza e forza che si possono percepire ad ogni singola nota, é con la successiva e lenta "The Light" che i nostri riescono a trasformare la rabbia in atmosfere oscure ma, allo stesso tempo, degne di nota, tra passaggi heavy ed epica cavalleresca, in un connubio che marcherà il resto dell'album.
Accenti thrash/speed d'altri tempi arricchiscono i brani per poi esser ripresi a più ripetizioni con buon gusto e dedizione alla vecchia scuola. "The Crypt" é un altro esempio palese di questo richiamo alla vecchia stregoneria di bands come, per esempio, i Venom di "Possessed" in chiave Celtic Frost.
La gioie non mancano e con "Radiation" i nostri si portan a casa un altro tormentone novantiano che davvero fa la gioia di tutti i defenders che adorano metal of death ed affini! Si susseguono così i momenti da carosello della vecchia scuola con brani classici nello stile ed intenzioni! Perle come "Alive Inside The Pentegram" son oro puro con il suo richiamo a "In The Shadow Of The Horns" dei Darkthrone e non son da sottovalutare le plettrate in stile Running Wild che infarinano la proposta ed il suo essere esuberante e mai monotona.
Un disco che certamente non ha niente di innovativo, ma che davvero risulta essere un buonissimo ascolto per amanti del vecchio metal anni novanta ed i contemporanei scopritori delle radici del culto.
Una band che andrà senz'altro tenuta in conto per i prossimi anni, con la speranza che lavori come questo possano raggiungere i giusti ascoltatori ed i risultati più che meritati.

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2.5
Opinione inserita da Rob M    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
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Prima volta che ascolto il progetto Karg, nonostante attivi dal lontano 2008, e sinceramente non so se ci sarà una prossima. Se da un lato la proposta risulta intrigante ed emotivamente incredibile, sin dall'opener "Drangsal", dall'altro il tutto viene ridotto ad uno stereotipato post black metal dalle venature shoegaze che sinceramente ha anche fatto il suo tempo, ed anche qui proprio l'opener "Drangsal" rappresenta un esempio lampante di questo mood altalenante. Con questo non voglio gettar fango sul disco in questione ma sinceramente, a parte alcuni spunti davvero validi, il resto é un concentrato di soluzioni già usate ed abusate da centinaia di altri progetti ed il tutto mi lascia abbastanza annoiato.
Non basta una buona produzione e suoni poco black metal e piú emo-core per dar risalto al disco. La formula rimane sempre quella, momenti black che si soffermano su spaccati più "emozionali", per poi lasciarsi andare sul momento post o shoegaze. Il tutto ripetuto, alla nausea, in un continuo susseguirsi di strutture statiche in cui alla lunga anche la voce, che continua ad usare lo stesso registro ancora ed ancora, risulta monotona, quasi irritante, sconnessa dall'armonia della musica.
Ben otto brani si susseguono in questo iter ed alla fine del tutto, le poche idee buone che abbiamo ascoltato, non bilanciano con la overdose di inutilità. Mentre progetti come Lantlos o Amesoeurs ci proponevano dischi affini e magistrali ben più di dieci anni fa, Karg arriva solo parzialmente a toccare certe vette.
La lunghezza dei brani, é poi un altro punto a sfavore. Là dove il tutto sarebbe potuto essere modificato in modo tale da rendere il tutto leggermente più appetibile, il minutaggio é stato spinto sopra i nove minuti di media. Un ascolto stremante, quindi, che non lascia spazio all'immaginazione. Un track-by-track sarebbe inutile per dare una migliore interpretazione di questo ascolto. Non un lavoro mediocre, ma davvero neanche uno che mi piacerebbe ascoltare a ripetizione e che, a conti fatti, non riesce a trovare un equilibrio suo che possa far la differenza e farlo spiccare sopra tantissimi altri dischi, nonostante il potenziale sia presente e la tecnica non manchi. Non bastano le guest vocals per salvare la situazione.
Il tutto purtroppo é pesantemente compromesso dal volersi ostinare nell'entrare in un genere a oltranza senza purtroppo riuscire ad uscirne. Mi spiace ma non ci siamo.

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3.5
Opinione inserita da Rob M    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Questa raccolta dei canadesi Blight offre gli ultimi due EP della band datati rispettivamente 2016 (le prime cinque tracce) e 2013 (le ultime due tracce). Ciò che i nostri propongono é un black/death bastardo che si rifà sotto vari aspetti ad una serie di generi estremi che vanno dal core al thrash, dall'heavy al doomy.
Il risultato é sí interessante ed incredibilmente vario, ben prodotto e concepito ma, personalmente, non son riuscito a rimanere scosso dalla proposta che spesso cade sul già sentito, senza apportare niente di nuovo a ciò che centinaia di altri gruppi offrono e risultando cosí altalenante. La terza canzone, "Cernuous", mostra infatti una band che si porta avanti con soluzioni violente ma banali, che non lascian spazio al genio creativo, ma si appoggiano sul superfluo in maniera palese.
In altri momenti invece proprio questa creatività si fa avanti in maniera assoluta, con brani straordinari come nel caso di "Magna Arcana" vero e proprio highlight della raccolta. In questo contesto, manca la costanza e la bravura nel tenere alta la tensione canzone dopo canzone. La tecnica é lì, ma non viene sviluppata a pieno.
Ci son grosse possibilità, ma spesso sembra che il tutto venga vanificato da un senso di incompletezza o da un qualcosa che avrebbe potuto rendere i brani in questione capolavori.
Bisogna dire che, tra i due EP, quello del 2016 risulta decisamente migliore rispetto al suo predecessore, che forniva un groove abbastanza monotono nella sua formula ma, al tempo stesso, avrebbe fatto la gioia di chiunque potesse testimoniare la pesantezza dei brani dal vivo. Considerato lo sviluppo tra un lavoro e l'altro ed il modo in cui la band ha saputo reinterpretare il proprio sound, non mi stupirebbe se un prossimo eventuale disco potesse essere il loro migliore in assoluto. Speriamo che quel giorno arrivi presto!

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Opinione inserita da Rob M    24 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Esiste un qualcosa di ipnotico nel sound dei The Projectionist, il progetto canadese alle spalle di questo maledetto "Visits From The NightHag Part I". Attivi da diversi anni, i nostri offrono un malato ed a tratti depressivo black metal che puzza di muffa e decomposizione. A cavallo tra primi Black Autumn e Woods Of Infinity, i nostri producono strati su strati di sconforto e malessere che lacerano e trascinano. La loro proposta tuttavia potrebbe suonare indigesta ai più, dato che gode di alcune peculiarità tutt'altro che di facile assimilazione. A partire dal sound che risulta ovattato e caotico, un mix in cui non sempre le linee strumentali si muovon all'unisono, lasciando intravedere spazi aperti tra chitarre e basso, mentre una batteria schizofrenica mantiene la parte ritmica convulsa e dissociante. La voce cerca di stordire l'ascoltatore con una verietà di toni e si spinge furibonda tra scream, growl e recitato, in un susseguirsi di momenti che raccontano storie tutte loro, ai confini della realtà.
Il tutto viene arricchito da un uso minimale di synths e soundscapes che fan da cornice a quadri sbiaditi e decadenti.
La bellezza é presente nel livello di marciume che, seppur infimo, riesce a mantenere alta l'attenzione in un susseguirsi di eventi che crea aspettative per ciò che verrà dopo, brano dopo brano, come in un vecchio film del terrore dove la qualità dell'immagine viene sopperita dal fascino del vintage.
Parlare di ogni singolo brano, in questa esperienza ultraterrena, non è un'impresa facile e, da un certo punto di vista, si potrebbe considerare superfluo. Il disco in questione va assorbito nella sua totalità, senza pause - se non dove la band ha voluto inserirle - in modo tale da poterne carpire il senso tra i suoi momenti di totale pazzia.
"What Can Be Mollified.." sarebbe un grandissimo esempio del genio nella pazzia, una stregoneria musicale che ha il potere di lasciare l'ascoltatore perso in un senso di disorientamento quasi palpabile.
Un LP magico, tra luci ed ombre. Non un ascolto per tutti, ma senz'altro un viaggio che almeno una volta andrebbe intrapreso. Tra veleno e morte, The Projectionist diventa il progetto atipico per eccellenza, abile nel tessere un immaginario contorto e oscuro nel cuore della scena black metal moderna.

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4.5
Opinione inserita da Rob M    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Vst "The Beast Manifesto", un lavoro moderno e semplicemente devastante, nonostante sia sinfonico e melodico, a cavallo tra Dimmu Borgir (da "Spiritual Black Dimension" in poi), Emperor dell'ultima ora, ed Anorexia Nervosa, con una produzione precisa ed affilata, che lo rende un macigno.
Sin dall'opener "Abyss" i nostri radono al suolo tutto ciò che incontrano. Non fanno prigionieri e l'accento death che insapora la loro proposta rende il tutto pesante e maestoso nelle composizioni. I vari stacchi, stop 'n' go ed il drumming incredibilmente vario rendono il tutto interessante e mai monotono. Se pur non piacesse il lato sinfonico del black, bisogna riconoscere che i nostri han tirato fuori un disco assoluto che porta in alto un sottogenere che, specialmente negli ultimi dieci anni, ha perso tanti ascoltatori rispetto alla seconda metà dei novanta.
Voci operistiche fanno da cornice al tutto ed in "Hear The Suffering" i nostri si propongono con un piccolo capolavoro del metal moderno. Son vari i momenti in cui si passa dal classicismo delle sopracitate bands di riferimento ad un qualcosa di alieno ed evoluto che arricchisce la proposta in maniera assoluta, con ombre quasi prog, come nel caso di "Ouroboros" che per un istante riporta alla mente i Vanden Plas o gli Ark, se non fosse per la voce aspra ed acida che cerca di strappare il timpano all'ascoltatore! Highlights assoluti di quest'opera son senz'altro "Ode To I", semplicemente avvincente, "Sathanael", con in suoi echi gotici e dark.
Se pur vincente, il lavoro ogni tanto non riesce a mantenere alta la tensione e ci si imbatte in soluzioni che si ripetono tra canzone e canzone, anche se amalgamate nel risultato finale con classe.
Un disco che in tutto e per tutto mette in mostra una band con le idee ben chiare e che potrà solo migliorare negli anni come un buon vino invecchiato! Un ascolto per questo disco é assolutamente dovuto! Non perdetevelo!

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Opinione inserita da Rob M    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

I veronesi Apocryphal arrivano dopo tre anni dal loro debutto al primo LP "When There Is No Light", una prova superata, ma che lascia intravedere una band che ha ancora tanta strada da fare prima di arrivare ad un prodotto valido ed oltre la media. Se l'introduttiva "The Call Of War" fa infatti crescere l'attesa perché il primo brano tirato parta, il senso di grandezza viene smorzato dalla successiva "Evoking Satan" che non lavora in base alle aspettative del brano precedente, perdendo volume rispetto all'intro. Se pur il black metal proposto, classico e senza voglia di sperimentare, sia discretamente suonato ed arrangiato, il risultato lascia abbastanza spiazzati. Da questo punto di vista, un qualcosa che potrebbe piacere o meno, ma che senza ombra di dubbio andrebbe rivista. Fondamentalmente, che senso ha avere un intro se non é poi un intro per il brano successivo, ma semplicemente un brano "morbido" che potrebbe essere tranquillamente lasciato a metà del disco, anziché al suo principio? Il brano successivo "Offer To Stars" vive anch'esso in questo gioco di luci ed ombre, mostrando una band che ha delle buone idee, ma non riesce a svilupparle a dovere. Quando i nostri aumentano il tiro, come nella successiva "Violence Of Unique God", il risultato migliora. Ma ci vuole ben altro per risollevare un intero disco che non gode da questo punto di vista di momenti sempre brillanti. Con "Under The Black Flag.." gli Apocryphal si tiran ancora su in un mix che ricorda i vecchi Exsecratum, ma anche in quest'occasione il tutto non é supportato in maniera solida e la successiva "Midnight Sky" mostra un riffing acerbo ed ancora un drumming che potrebbe spingere di più, ma non sembra aver la forza per farlo ed infatti proprio questo brano é un esempio del contrasto tra ciò che c'è di valido e cosa non lo è. I ragazzi si perdon in soluzioni poco credibili, come ad esempio il finale di "Original Glory" con quello stacco dal riffing ottantiano che potrebbe esser strutturato in maniera migliore e così, con questo mood si spingon verso "Last Pagan Night", che chiude il disco non nella maniera migliore possibile. Margini di miglioramente ce ne sarebbero tantissimi ed inciterei la band a non mollare. Le idee son buone, ma han bisogno di esser concentrate su brani meno lunghi, sfuriate più mirate e distruttive e parti melodiche che davvero sposino il mood dell'intero disco e non si limitino ad un brano introduttivo che poi non rispecchia per niente ciò che segue. Spero di sentire un nuovo album o EP molto presto, un prodotto che possa dar frutti per il seme che i nostri han piantato con questo loro primo promettente lavoro.

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Opinione inserita da Rob M    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2018
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Tanta roba con i greci Lucifer's Child, ed il loro strepitoso secondo disco "The Order"! Ricordate i primi Anaal Nathrakh di "The Codex Necro"? Se loro avessero continuato sulla stessa lunghezza d'onda, probabilmente sarebbero diventati i Lucifer's Child!
Violenti, come non ce ne son tanti lì fuori ma anche intelligenti nel muovere il loro sound tra momenti di rabbia e momenti di pura estasi. Se infatti l'inizio del disco ed i primi tre brani son all'insegna della mattanza, con "Through Fire We Burn" i nostri si spostan su lidi più epici ed il risultato é mostruosamente disarmante! Spezzando l'album in due, questo brano marca con vigore una versione nuova del sound della band e dà spazio a passaggi più aperti e maestosi, dando voce ad un progetto che mostra il meglio di sé e di ciò che può offrire.
Se infatti la prova della violenza é stata superata con gran classe, proprio con questo rallentamento i nostri colpiscono per le atmosfere occulte al limite dei grandissimi Bathory, ma al contempo in versione moderna.
Forti di questo contrasto tra violenza e passione, i nostri ripropongono anche nel brano successivo "Dragón" il connubio che ha segnato la prima metà dell'album e lo fanno in maniera ancora più convincente e mirata. Con la doomeggiante intro di "Black Heart" il risultato é ancora più stupefacente e quando i nostri diventan schizofrenici ed il cambio di registro si fa repentino tra passaggi lenti e veloci, quest'album diventa semplicemente irresistibile nella sua totalità e si conferma come un'opera per molti inarrivabile. "Haraya" irrompe nello stereo ed il tutto ancora una volta viene rivisto e ridimensionato in grande stile.
La conclusiva e monumental "Siste Farvel" é la dimostrazione di come questo progetto sia in assoluto una rivelazione. Capace di lasciare ancora una volta senza fiato, i nostri si spostan su territori death/doom dal sapore nord europeo e di una bellezza unica. "The Order" é al 200% un'opera incredibile, che va assaporata fino all'ultimo goccio. Varia, mai monotona, violenta ma poetica. Lode a gruppi come i Lucifer's Child per donarci lavori stupendi come questo ed ad Agonia Records per stamparli e promuoverli!

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Opinione inserita da Rob M    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2018
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Una buonissima uscita anche l'ultimo disco dei Lifelost, progetto spagnolo che con questo "Dialogues From Beyond" si propone con un dissonante e serrato black metal, violento ed ipnotico. Un EP che mette in mostra una band interessante e capace di spingersi oltre i limiti del black metal classico, verso territori più contemporanei, a volte in maniera stupenda, altre un po' meno.
Sin da subito, con il primo brano "Malign Emanatio", i nostri si scaraventano a testa bassa in un vortice senza fine. Capace di romper le ossa con i suoi stop 'n' go, ma anche di ammaliare con il riffing piú veloce che semplicemente annichilisce. Voci filtrate e sovrapposte danno un tocco malsano all'intera proposta e rendon il tutto unico ed avvincente, nonostante non usino toni esagerati o uno stile che vada sopra le righe. Il mid-tempo della successiva "Sepulchral Vault" puzza di zolfo e carne morta. Un leggero sentore Hell Militia ed Arkhon Infaustus dà spazio ad una matrice ancora più malsana che in precedenza. Davvero un risultato incredibile che strappa l'aria dai polmoni e fa accelerare il battito cardiaco. Purtroppo però dopo questi due pilastri, la band non riesce a mantenere alta la tensione.
Ci son dei momenti abbastanza monotoni purtroppo, come nel caso della terza "Released From Life", che non mostra la band decisa dei due brani iniziali. Ma anche meno avvincenti, come nel caso della quarta "Metanoia", un brano che solo in parte riesce a colpire nel segno e che vive di resa con i brani precedenti.
L'ultima traccia "Incorporeal Gate" cerca di risollevare le sorti del disco in maniera più classica e meno sperimentale. In parte riesce, ma allo stesso tempo non riesce a raggiungere, anche in questo caso, l'apice dell'apertura. Buono il frangente centrale che accompagna poi sino alla fine, capace di dare un'apertura inaspettata alla proposta, ma per il resto siamo su canoni standard.
Si tratta davvero di una buona uscita in ambito black? Si, decisamente sopra la media. Totalmente riuscita? Si e no. Quando i nostri si avventurano appena fuori dagli schemi riescon a portare avanti risultati ottimi. In altri momenti invece risultano poco ispirati. Le basi ci sono e son forti. Ma sembra che manchi ancora qualcosa perché il progetto le porti pienamente a frutto.

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