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Opinione scritta da Rob M

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Opinione inserita da Rob M    21 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Cosa dire di questo lavoro firmato Arkheth? Ricordate i Tartarus e l'EP "Grand Psychotic Castle"? Pensate ad un qualcosa di simile tuttavia con una produzione piú ruvida in stile primi Ephel Duath. Un album da vaneggio quello del progetto australiano, che riesce in appena quaranta minuti ad offrire uno spaccato a cavallo tra genio e follia. Sin da subito, con il primo brano "Trismegistus" la malattia si fa avanti con strumenti a fiato che, in combinazione ad un drumming/riffing ai limiti dell'acid jazz, riescono a creare stacchi assolutamente malsani.
Cosí facendo, il tutto si muove vorticosamente tra momenti mai ripetitivi, chitarre che ad ogni battuta catturano tendenze nuove ed invitanti senza paura di osare a cavallo tra black metal e generi infiniti. Son infatti talmente tante le influenze che si posson ascoltare che il tutto risulta essere assolutamente epico ed annichilente allo stesso tempo.
In questo modo, si sviluppa un lavoro impressionante che a suo modo potrebbe dare del filo da torcere al genio creativo di Diabolical Masquerade con "Death Design".
Per certi punti di vista questo é un disco prog, che usa l'impronta black come un pretesto per aggiungere un lato "estremo" ad un sound ruvido usato come vero e proprio cavallo di Troia per ampliare la gamma di influenze e contaminazioni che ne fan parte.
Ci son alcuni aspetti che non mi hanno impressionato particolarmente, come ad esempio il tributo a "Where The Slime Lives" offerto con "Where Nameless Ghouls Weep", peró si tratta davvero a livello generale di "dettagli".
Le parti davvero valide all'interno di questo disco contrastano in maniera sublime i piccoli nei lasciati dalla produzione (forse troppo grezza per la proposta?) ed i momenti in cui la musica va ad incastrarsi in soluzioni si poco convenzionali, ma che non hanno né capo né coda all'interno dei brani. Devo sottolineare che, in tutto e per tutto, si tratta di momenti.
Forse "12 Winter Moons.." ha voluto andare ben oltre le sue possibilità ma, nel quadro generale, si tratta di un lavoro sublime. Gridare al "miracolo" sarebbe troppo e nel complesso l'ascolto risulta in certi momenti abbastanza difficile, dato il numero pressoché infinito di idee e l'ascoltabile voglia di ritagliare un lavoro estremo tra classico e profano per qualunque genere che lo compone.
Tuttavia, Arkheth tiene alta la tensione durante l'intera durata dell'album e a piú riprese si mostra come un progetto interessante e di spessore. Son abbastanza curioso di vedere cosa arriverà in futuro, ma le premesse per ora son davvero ottime!

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4.5
Opinione inserita da Rob M    01 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Aprile, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Son passati anni da quanto ho ascoltato il primo EP dei Carcinoma! Uno di quei lavori talmente acidi che rimase nel mio cellulare per quasi due anni e che, ogni tanto, riesumavo con gioia.
Arriva cosí - finalmente - un po' di materiale nuovo da parte della band inglese e questa volta il tutto viene prontamente stampato - meno male!!! - per opera della Goatprayer Records!
Il tutto, raccolto in uno split con un'altro combo inglese, gli Abyssal (da non esser confusi con l'omonima band messicana, un'altro macigno in ambito estremo).
I Carcinoma ripropongono sonorità che già avevano caratterizzato la loro primissima offerta ma, in questo lavoro, i brani proposti godono in primis di un mix/mastering leggermente migliorato rispetto al passato. Il suono è piú maturo e il tutto ricorda vagamente un misto tra i vecchi Krieg di "Destruction Ritual" e una certa nostalgica vena australiana, con accenti che risorgono nomi quali Bestial Warlust e Sadistik Exekution! Qui c'è davvero poco da aggiungere. Se siete appassionati del genere e conoscete almeno in parte i nomi sopracitati, allora sapete esattamente di cosa sto parlando. Un maleodorante ed infetto spaccato metal estremo che sa di zolfo e cancrena.
I Carcinoma son abilissimi nel proporre brani assolutamente annichilenti che lasciano poco spazio alla fantasia! Un calcio in faccia che non ha paura di punire l'ascoltatore con accellerazioni e rallentamenti, degni di una grande interpretazione!
Il lato dello split affidato agli Abyssal é invece piú vicino a sonorità death/doom ed, anche in questo caso, la prova rilasciata su questo split é una vera e propria goduria per gli appassionati al genere. Gli Abyssal, che già con il loro lavoro precedente questo split avevano raccolto le attenzioni di Profound Lore, sono un nome assolutamente degno di nota. Come di recente - gli ultimi dieci anni piú o meno - son diversi i nomi britannici arrivati sotto l'ala di labels abbastanza grosse nel settore e, come da tradizione, i nostri ripropongono un certo livello di sonorità affini a nomi altrettanto noti come, ad esempio, Grave Miasma, Binah, Cruciamentum, mentre riportano alla mente vecchi Morbid Angel (ascoltate, per esempio, "Chaos Anthropomorphism") e varie altre influenze. In certi momenti i nostri son capaci di distaccarsi dalla massa e qui arrivan brani come la conclusiva ed immensa "Veins Of Satiation", una vera e propria perla!
"Apanthropinization" è uno split assolutamente intrigante che merita un ascolto da parte di tutti i fanatici dell'old school e chi, al momento, si sta avvicinando al/ai genere/i.
In un colpo solo, due nomi inglesi che vanno tenuti d'occhio con il massimo rispetto!

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Opinione inserita da Rob M    24 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 24 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Capolavoro? Signori, si! I Deadly Carnage arrivano con questo loro ultimo disco alla maturità artistica assoluta. Composizioni perfette, mix/mastering da brividi per una produzione sublime, un palpabile affiatamento che si puó ascoltare brano dopo brano.
Son passati ben dodici anni da quel lontano 2006, anno in cui i nostri esordirono senza avere una direzione ben precisa. Ricordo i primi lavori piú vicini ad una vena death, le successive uscite sempre piú ibride in ambito black, per poi lasciarsi alle spalle il tutto ed iniziare a muoversi verso territori inesplorati. Cosí, in questo strano 2018, la band romagnola arriva con un disco assolutamente brillante, capace di mantenere le promesse fatte con i lavori precedenti e finalizzando un capitolo coinvolgente nella propria carriera.
Una volta ancora sotto il banner della ATMF, questo lavoro meriterebbe un posto sull'Olimpo delle uscite metal europee contemporanee e mi augoro vivamente che "Through The Void, Above The Suns" possa ricevere il supporto necessario per ergersi a livello non solo continentale ma extra-europeo.
Con niente da invidiare a uscite stampate da etichette come Profound Lore, Relapse e Season Of Mist, questo lavoro "stands the ground" con una marea di altri nomi piú pubblicizzati.
Entrando nel merito, "Through The Void, Above The Suns" gode di un sound che assorbe, pieno e caldo che avvolge l'ascoltatore sin da subito. Risulta facile il perdersi dentro il suo concept e la continuità che lega i brani che lo compongono. Macigni che crollano uno dopo l'altro senza tregua e che schiacciano. Una mare in tempesta che trascina il corpo e la mente alla deriva, onda dopo onda, lasciando in fin di vita. Non esistono brani che possano esser considerati migliori di altri ma anzi, il tutto lavora perfettamente come "track-by-track" o nella sua totalità grazie ad una mescola di generi e sottogeneri che rende il tutto fresco ed interessante!
Un leggero sapore che riporta alla mente gli Shining di "Angst" ed i Novembre di "Classica" si trova nel modo in cui la band sfrutta tappeti di doppio pedale e chitarre fameliche mischiandoli con incredibile tatto e deliziose armonie (vedi ad esempio la prima e seconda parte della monumentale "Lumis"). Accenti differenti son affidati alla stesura del singolo "Divide" che ha invece un sapore piú vicino ad Alcest in un certo qual modo. Il tutto peró non perde mai la propria direzione ma anzi, si muove sinuosamente nota dopo nota per descrivere una traiettoria ben precisa in cui non mancano colpi di scena, rallentamenti, melodie, poesia. L'alternarsi di voci piú urlate con voci pulite in momenti specifici danno la sensazione di un disco unico in cui niente é stato lasciato al caso. Anzi, se le varie influenze sono lontanamente visibili, sta lí la bravura della band nel mascherare il tutto, mischiando le carte in tavola e riproponendo visioni del passato in un vortice di contemporaneità che é capace di schiacciare e distruggere ogni similitudine.
I Deadly Carnage han raggiunto la perfezione, questo va riconosciuto. Questo loro nuovo lavoro ha piazzato l'asta in alto e la band é da considerarsi ora una tra le migliori in ambito estremo a livello nazionale. Una perla, la loro, che merita un inchino e religioso silenzio. L'ascolto risulterà una vera e propria goduria e per ben quarantacinque minuti i nostri riusciranno a offrirvi uno spaccato di musica estrema che a cavallo tra generi assorbe luci ed ombre per rifletterli a modo proprio.
A distanza di appena un anno dall'uscita di "Eve", anch'esso discono di debutto del loro progetto parallelo Omega, i musicisti coinvolti in Deadly Carnage si rivelano come alcuni tra i talenti del sottobosco italico che vanno assolutamente seguiti e individuati come alcuni tra i migliori esponenti della scena. Non perdete tempo e date un ascolto a questo masterpiece!

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Opinione inserita da Rob M    23 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Dai primi momenti di questo disco, son rimasto abbastanza dubbioso. Forse per il riffing iniziale che mi ricordava "Sodomy And Lust" o forse per il modus che traspira dai primissimi secondi di "La Voie Du Sang", "nuovo lavoro" per il combo francese Diktatur. "Nuovo" perché la band ha deciso di riproporre qui il disco d'esordio che originariamente venne pubblicato nel 2010. Alcune aggiunte son state inserite per raccogliere anche del materiale inedito, apparentemente registrato esclusivamente per questa release. Nuovo mix, nuovo mastering, insomma.. una rivisitazione di un'album che ha apparentemente costituito un disco importante per la Melancholia Records che, con il presente, rilancia la band ed il nome nella scena.
Guardando indietro al momento in cui questo disco venne a galla, ed il momento attuale, non aspettatevi niente di nuovo! Anzi, questo disco é un bel salto nel passato ed un richiamo forte a nomi e lavori ben precisi, tra cui ritroviamo gli Horna di "Sudentival", gli Armagedda di "Only True Believers" ed i Baptism di "Morbid Wings Of Sathanas".
Con questo discorso da tenere ben in mente, mettiamo le carte in tavola da subito: non si tratta di un lavoro innovativo, ma di un morto scavato fuori dalla fossa.
Riffing tendente all'old school con soluzioni da nuovo millennio ed un sapore puramente nord europeo nonostante la provenienza e le varie band dissonanti che vennero fuori proprio dalla Francia e dal resto d'Europa in quel periodo.
Basso e batteria son li per servire lo scopo: ricreare un muro di suono ed uno scheletrato spesso che possan sostenere chitarra e voce. Proprio la voce qui non si spinge verso niente di nuovo se non uno scream basso e gracchiante che tuttavia, nella sua semplicità, riesce ad intrattenere e costituisce un interessante "strumento".
Il risultato é ottimale per la proposta e "back in the days" questo lavoro sarebbe stato un assoluto masterpiece per la controcorrente al religious black che ormai andava per la maggiore.
Un lavoro simile ora non avrebbe tanto senso, o per lo meno, non quanto ne avrebbe avuto a suo tempo. Il genere si é evoluto ulteriormente e gruppi come questo, al giorno d'oggi, ce ne son diversi ed in ogni paese. Un peccato che questo album, probabilmente, sia passato inosservato ai suoi tempi e che veda solo ora un minimo di promozione.
I brani inediti presentati dalla band han un suono piú cupo, piú ruvido e meno lavorato rispetto al vecchio disco. Riffing canonico ed anche in questo caso, senza la necessità di cercare conclusioni innovative. Anzi, rispetto al primo lavoro, i brani nuovi son un assoluto salto nel passato con due traccie che mi han riportato alla mente i Nehemah di "Shadows From The Past..." ed i Dodheimsgard di "Monumental Possession", altri due lavori assolutamente magici!
Ora, dare un voto ad un lavoro come questo é davvero complicato. Pensare ad un disco simile in prospettiva di un genere che ormai non suona piú cosí da dieci anni? Oppure, pensare ad un lavoro simile per ció che offre al di là del momento storico in cui é stato stampato?
Nel primo caso, questo disco sarebbe bello ma non riuscirebbe a competere con sonorita' e produzioni piú moderne. Dall'altro lato, i nostri han imparato bene la lezione e rilasciano un lavoro fedele al genere, non per sorprendere ma per celebrarlo. Qui non si puó dare torto ai Diktatur, "La Voie Du Sang" parte seconda é un lavoro piú che riuscito.
Per me un 3.5/5 per trovare un equilibrio tra i due punti di vista. Mi piacerebbe ora ascoltare un lavoro davvero nuovo e poter riprendere questo discorso alla luce di un capitolo inedito. Arriverà mai questo momento?

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Opinione inserita da Rob M    20 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il progetto danese Afsky arriva su Vendetta Records con il suo nuovo lavoro "Sorg"! Black metal canonico dalle tinte depressive, con aperture melodiche abbastanza accentuate che son completate da un drumming rapido e violento, basso monocorde e voce rauca ed acida! La produzione, in linea con la proposta, dà spazio ad un riffing abbastanza zanzaroso che tuttavia risulta scorrevole, nonostante una collection di suoni piú freddi avrebbe magari giovato all'atmosfera generale che invece risulta standard e non lontana da tanti altri progetti.
I rallentamenti che son distribuiti qua e là per il disco funzionano perfettamente nel ripartire parti violente con momenti piú dark e d'atmosfera. Nell'omogeneità generale non ci son brani che spiccano sopra altri. Nella sua totalità il disco é valido per ció che rappresenta, un genuino spaccato black metal che non cerca di riscrivere il genere, ma che anzi lo interpreta fedelmente con dedizione. Brani come la terza traccia "Sorte Vand" son un esempio abbastanza onesto di questo modo di concepire la musica. I nostri continuano a snocciolare momenti degni della seconda metà dei novanta, con richiami a Hades, Ragnarok era "Arising Realm", e un vago tocco leggermente piú moderno in stile Nyktalgia. Niente di nuovo, come detto in precedenza, ma tutto ben articolato e degno di un buon ascolto, per quasi cinquanta minuti di musica distribuiti su sette brani.
Il lato debole, purtroppo, é il fatto che durante l'intero lavoro non ci son colpi di scena, momenti che spiccano. Esiste del potenziale in Afsky, ma purtroppo non viene fuori con "Sorg". Tante idee, maggiormente affidate alle chitarre, mentre gli altri strumenti e la voce riempiono il resto. Un lavoro piú organico avrebbe magari procurato qualche ombra in piú, capace di dare maggior spessore alla proposta. Considerato che le possibilità di creare un lavoro decisamente migliore ci sono, spero che il tuttofare dietro questo progetto (aka Ole Pedersen Luk) si applichi in tal direzione, in modo tale da poter raggiungere un livello compositivo capace di osare maggiormente e di rapire l'ascoltatore con soluzioni piú intraprendenti.

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Opinione inserita da Rob M    18 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Il progetto Kabexnuv arriva con "Dzyan" alla sua quarta fatica (contando una demo, uno split ed un EP precedenti a questo lavoro). Il sound del progetto canadese è un interessantissimo mix di particolari black e psichedelia. Se già dai primi istanti sembra chiara la direzione che verrà intrapresa, é invece abbastanza curioso il come un album, che apperentemente non aveva niente da mostrare, se non purissimo raw black metal, riesca ad evolvere e intraprendere percorsi che non si sarebbero lontanamente contemplati.
Cosí, senza perdere troppo tempo, già dal finale dell'opener "Seven Sublime Lords" arriviamo ad assaporare un qualcosa di differente, di meno black e piú dark, con un'aria occulta e quasi mistica che scandisce passaggi piú sperimentali. La successiva "Ceaseless Eternal Breath" riporta proprio su questo tipo di atmosfere atipiche e all'improvviso ci sembra di ascoltare un qualcosa di vagamente vicino ai primissimi Nihil Nocturne e tedeschi Pest ai tempi di "Ara".
La scelta di Myrtroen di non appoggiarsi puramente al black, da la possibilità a Kabexnuv di diventare un progetto atipico che, pur essendo ancorato a una matrice puramente black metal, é in grado di muoversi artisticamente tra sonorità ben diverse, tenendo alta la tensione e riuscendo a mantenere un album come "Dzyan" intrigante e misterioso.
La malattia sonora continua a perseguitare l'ascoltatore e si arriva cosí alla caotica "Cold Flame", degna di progetti come i Krieg ai tempi d'oro di "Destruction Ritual" che spacca in due il disco prima che Myrtroen si avventuri attraverso territori inesplorati.
La successiva, post-oriented, "The Formless Square" marca indelebilmente un evoluzione ulteriore nel sound della band e si arriva cosí ad un susseguirsi di brani che vivon distanti dai loro predecessori. Ci si ritrova davanti ad un disco nuovo, imbastardito, che non ha paura di osare là dove altri non andrebbero. Kabexnuv si trasforma in un progetto nuovo ed inizia ad incantare con rumori e pattern irregolari, strutture azzardate, echi distanti, ancora piú sperimentali rispetto ai capitoli precedenti. Il tutto si tinge di tonalità nuove e la sorpresa piú grande arriva con la conclusiva "Like A Thread Through Many Jewels", un capitolo ancora piú acido dei precedenti e che mette in mostra un progetto che davvero non perde tempo a racchiudersi tra preconcetti e che fa della sperimentazione un'arma fondamentale per caratterizzare il proprio sound.
Nel complesso, "Dzyan", è un lavoro che non rappresenta un facile ascolto. In certi momenti é acerbo, mentre in altri mostra una personalità difficile da contestare. Essendo il primo full-length per questo progetto, spero in prossimi dischi ancora piú inusuali e che possan creare atmosfere ancora piú acide. Questo primo assaggio é senz'altro un'interessante scoperta e spero non si tratti solo di un momento.

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Opinione inserita da Rob M    12 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 12 Marzo, 2018
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Son passati anni da quando questo disco è stato registrato e venne forse pubblicato. Chi si ricorda come e perchè questo lavoro venne dato alle stampe o inciso da un progetto come Sanguine Pluit di cui da anni ormai non si sa più niente se non l'ennesima email che riporta il cadavere a galla. Uno di quei fantasmi dell'underground italico che forse non tormenteranno più gli ascoltatori. Questo lavoro arrivato in redazione da poco è stato mandato con delle release più recenti. Si parla forse di una ristampa? Ebbene si! Son tanti quei lavori che arrivano dalla rete, senza molte informazioni a riguardo, ma con tanto e tuttavia poco da dire. In questo caso, date un'occhiata alla pagina della This Winter Will Last Forever (l'etichetta che lo ha riesumato) perchè questo disco va assolutamente inserito tra le cult release che arrivano dal nostro paese.
"There Is A Goddess In The Forest" è un disco che non è il pane quotidiano dell'ascoltatore black metal classico. E' un disco lungo, denso, sinistro, composto da brani che si muovon tra rovine e banchi di nebbia, tra paesaggi spettrali e odore di terra umida.
Un lavoro per pochi, che tuttavia riesce a riportare nella sua malattia sonora, un sorriso sul mio volto. A cavallo tra Neptune Towers, Velvet Cacoon e primi Paysage D'Hiver, "There Is A Goddess In The Forest" è un tormentato inno all'oscurità che tuttavia lascia spazio per un sentimento di ascesa e vittoria delle tenebre. Brani come "In Silent Astonishment" costituiscono le ossa marcissime di un LP in decomposizione. Il drumming minimale e serrato è un puro optional. Chitarre sporchissime e sonorità inferme son il mantello che avvolge questo salto nel buio in cui grida distanti ammoniscono e imprecano. "Never Ending Winter" potrebbe essere lo spaccato perfetto per rappresentare questa maledizione.
Non c'è speranza per nessuno in questo disco e tuttavia, nella sua estremità, "There Is A Goddess In The Forest" riesce a rapire e trascinare verso il baratro. Quando il black metal diventa maleficio, Sanguine Pluit è il nome che va evocato come demonio nella notte. Un lavoro nefasto per palati fini.

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Opinione inserita da Rob M    11 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 12 Marzo, 2018
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Era parecchio che non mi capitava di sentire un lavoro simile a questo "Ov Lacerated Soil" della one man band Vox Lvciferi, almeno quindici anni. Il sound del progetto svedese è ben ancorato a ciò che parecchie persone tiravan fuori verso i primi del 2000, con una drum machine minimale e ripetitiva ed un riffing ferale a cui voci gracchianti fan da contorno. In stile Mutiilation classe "Majestas Leprosus" e Reverence "Winds Of North", il polistrumentista Osgilliath ci trascina a capo fitto in quel mondo black metal che puzza di muffa e satanismo acido. Tra cori maledetti e musiche evocative, Vox Lvciferi si fa avanti con un EP che non è affatto male, se non leggermente fuori dal tempo. Brani come l'opener "Enthralled By The Dark" and "Serpents Call (Devourer)" son tanto stereotipati, quanto avvincenti nella loro semplicità. Sopratutto in questa seconda traccia le idee son più che valide per la proposta in sé e questo "Ov Lacerated Soil" risulta esser così un ascolto piacevole che, per quanto poco innovativo, è comunque all'altezza delle aspettative.
La conclusiva "Scalpel Of Truth" mette il sigillo su un EP che possibilmente non vedrà mai la luce del sole se non su internet. Un bene o un male lo lascio decidere a voi. Spero solo che questo progetto non sparisca nella marea nera dell'underground ed abbia invece la voglia di crescere e migliorarsi, nei limiti delle scelte stilistiche che lo caratterizzano.

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Opinione inserita da Rob M    09 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 2018
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Che il doom metal sia un genere ormai per le masse non è novità. Non è novità ormai da alcuni anni. E mentre in patria siamo ben propensi ad accogliere ogni nuovo progetto doom locale o straniero come la "benedizione per la scena", all'estero un po' tutti si son già abituati a band nuove che nascono e crescono come funghi. Tuttavia, non come in patria, all'estero molte band han iniziato a distaccarsi dal filone principale per dar sfogo ad influenze e sonorità leggermente diverse. Così facendo, in questo momento, son parecchi i progetti degni di nota e che stanno facendo di tutto per creare un loro modo più che personale di intendere ed interpretare il genere. Paradossalmente, in Inghilterra questo fenomeno era già presente ben prima che in altri paesi ed andrebbero citati diversi nomi che potrebbero benissimo esser i capostipiti di questo movimento controcorrente. Dallo sludge allo stoner, il numero di musicisti che si sta spingendo verso black, post e drone è enorme e io vedo tutte queste sperimentazioni come un intrigante nuovo inizio per un genere che ormai puzza di stantio.
I tedeschi UR non son per me un nome nuovo e già al loro esordio ed omonimo EP vidi una certa voglia di crescere e distaccarsi dalle masse. Ben quattro anni dopo, i nostri son tornati con il monolitico "Grey Wanderer", un lavoro tanto massiccio e tosto, quanto coinvolgente e disarmante. Dalle prime note della stessa "Grey Wanderer" i nostri si spingon su sonorità post che di sludge mantengono solo la distorsione del basso ed i pattern di batteria. L'introduzione di questo stesso brano/capolavoro è un brivido che rapisce l'ascoltatore. I synth che accompagnano i movimenti descritti dalle corde son quel passo in più che porta la band sul podio.
Questa formula viene ripresentata sull'intero lavoro ed abilmente arricchita ad ogni nuovo passaggio con momenti di pura visione artistica degni di nomi ben più noti a livello estremo mondiale. La capacità degli UR di spostarsi tra distorsione e poesia rappresenta in tutto e per tutto la marcia in più che rende questo viaggio così accattivante. Accenti che vanno dal drone al doom più acido son squisitamente presentati in "Bringer Of The Harvest", che solo per il suo gran finale meriterebbe di esser accostato a mostri sacri come i Neurosis.
La successiva "The Rift" rompe il ghiaccio con un mood acido e che prende di sorpresa prima di riversarsi sulla seconda parte del brano: spettrale ed agghiacciante.
Con la conclusiva "Shapeless Shrine" gli UR metton la firma su un lavoro impeccabile e per il quale quattro anni di attesa han assolutamente valso la pena.
"Grey Wanderer" èl'album perfetto, il capolavoro, la perla, il gioiello indiscusso che segna a suo modo un epoca, un passaggio tra il vecchio ed il nuovo, il cambio di rotta.
Gli UR son il nome che ha reso tutto questo possibile e chi potrà testimoniare questo disco e viverlo, come il sottoscritto, non potrà farne a meno. Semplicemente, in una parola, inarrivabile!

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Opinione inserita da Rob M    03 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2018
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Un vero e proprio assalto frontale quello portato a termine dagli ucraini Ulvegr, che con questo loro nuovo lavoro dal titolo "Vargkult" si prendon tutte le libertà per pigliare a calci in testa l'ascoltatore senza mettersi tanti problemi. Un disco violento e asfissiante che presenta strutture possenti in stile quasi Hate Forest, però con sonorità più corpose che han un tocco più "contemporaneo". Dal primo istante, con "Rune Ice Frozen Hatred" i nostri non lascian vie di fuga. Il continuo martellare della batteria, il riffing serrato e ripetitivo, le voci violentissime ed un basso che di rimpetto al doppio pedale costituiscono la spina dorsale di quest'opera al nero, ma son solo i superficiali aspetti di questo macigno. Con un occhio di riguarda ai particolari, i nostri non son i classici musicisti black che fanno della violenza la loro unica carta. Infatti son interessanti le soluzioni adottate, minimali ma allo stesso tempo geniali. Ascoltate per esempio quella zanzarina che si erge sul corpo principale di "Cold Graves Breathing Beast" o la batteria e le sue evoluzioni in "Death Is Our Law"!
Gli Ulvegr fanno del loro modo di intendere il genere un estremizzazione di gruppi come gli Immortal, prendendo quel tipo di sonorità ed accellerandole a tal punto che è impossibile non muovere la testa su e giù.
L'intero lavoro non lascia spazio a melodie eccessive ed il ripetersi quasi psichedelico delle strutture fa si che l'impronta stilistica ed il riffing vengan marchiati a fuoco e rimangan in mente in maniera quasi indelebile. Nell'insieme non si tratta di niente di nuovo ma, allo stesso tempo, ci si trova davanti ad un "già sentito" che tuttavia ha tanto da dire. Un impronta, quella degli Ulvegr, che gode di personalità e non ha paura di rifarsi agli stilemi classici del genere quali violenza, velocità, ed acidità della proposta. "Vargkult" risulta essere così un disco che, in poco meno di mezzora, attraverso sette brani, riesce a colpire ed ammaliare chi ama il black metal al fulmicotone.
Una perla per il genere e coloro che non cercano barlumi di speranza nei loro ascolti!

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