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Opinione inserita da Rob M    12 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Ogni volta che una nuova band nasce e riesce a scrivere in maniera originale musica estrema, ci si ritrova davanti ad un possibile nome tra quelli che potrebbero marcare in maniera indelebile il movimento metal mondiale. Ogni volta che invece una nuova band nasce e non riesce a far altro se non copiare a destra e a manca ciò che altri han seminato, ci si ritrova davanti ad un ennesimo nome che affosserà in maniera involontaria il movimento metal mondiale.
Qui, purtroppo, ci si ritrova davanti ad un lavoro che cerca di carpire idee dagli Ulcerate e dai The Amenta e che sì, riesce, ma lascia davvero con l'amaro in bocca. Se il copiare le bands sopracitate potrebbe essere un'impresa abbastanza difficile per chiunque, i Norse riescon senza tanti sforzi ma, allo stesso tempo, la domanda che sorge spontanea è la seguente: "Perché i Norse han bisogno di trovare in altri il modo migliore per scriver musica?". Una band come questa non dovrebbe avere nessun problema tecnico nel creare e registrare lavori immensi. Purtroppo i nostri si lascian trascinare troppo dal sound già abusato e perde la propria identità. Qui, in questo contesto, nessun titolo fu più azzeccato, se non "Drowned By Hope", la speranza di scrivere un disco immenso che si trasforma invece in un copiare in sequenza taglia e incolla a più riprese. Non vale la pena andare a parlare di ogni singola traccia o meno. Il risultato è buono, i brani belli, ma il tutto è strozzato da un feeling di "gia' sentito", di "scontato". Non è la noia che si fa avanti, ma la rabbia di trovarsi ad ascoltare una band che avrebbe potuto fare e dare tanto di più e che invece si è persa in un bicchiere d'acqua.
Nove brani che di tanto in tanto cercan un approccio più black o estremo e che provan a distaccarsi (vedi "Synapses Spun As Silk" o "Cyclic" con il suo mood djent), ma che nella loro totalità risultan esser mosche bianche in uno sciame nero come la pece.
Non mi sorprenderebbe se i nostri, nei prossimi anni, riuscissero finalmente a trovare il modo di dire la loro. Per ora purtroppo questo disco rimane un album buono a metà, un disco che in pochi mesi sarà dimenticato come tanti altri. Non c'è innovazione, non c'è personalità, solo tanta dedizione ed un brivido che non appartiene di certo al nome Norse.

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Opinione inserita da Rob M    12 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Era ora! Finalmente una realtà che riesce a creare con gusto un'alternativa ai Drudkh. In tanti, nel mare del web, han già acclamato questo "Farvegir Fyrndar" come uno dei migliori dischi del settore, ma anche noi, qui a All Around Metal, abbiamo da dire la nostra.
Dopo anni di dominio assoluto da parte dei Drudkh, per quanto riguardava un certo tipo di sound di matrice folcloristica amalgamato con black metal ferale, era finalmente ora che arrivasse una realtà nuova che riuscisse a spingersi oltre. Con questo immenso lavoro, gli AUÐN riescono a sorprendere e danno vita ad un disco che riesce a cogliere dove altri han fallito o non son riusciti a convincere.
Sin dall'opener "Veröld hulin" la passione traspira a più riprese e ci si ritrova scaraventati in un richiamo nostalgico a "Bergtatt" degli Ulver! Non è un mistero che l'Islanda abbia partorito nell'ultimo decennio alcune tra le migliori realtà in ambito Black Metal e qui l'ennesima dimostrazione di una scena forte ed ammirevole. Alcuni potrebbero anche additare una leggera influenza in stile Negura Bunget e dei loro grandiosi "'N Crugu Bradului" ed "Om", ma il tutto è semplicemente lasciato nel background, mentre la vera natura degli AUÐN traspira brano dopo brano.
Nei suoi nove capitoli "Farvegir Fyrndar" rapisce a trascina a fondo e son tantissime le sfacettature ed i giochi di luce ed ombra che caratterizzano quest'opera. Brani intensi che si muovono tra melodie tristi e rabbia veloce, incantate da una performance vocale capace di tenere alta la tensione, nonostante la lingua utilizzata non sia il classico inglese.
Brani come "Lífvana jörð" e la successiva "Haldreipi Hugans" son capaci di afferrare a piene mani movimenti vecchi un trentennio, per reinterpretarli in chiave moderna.
La scelta del sound, a cavallo tra i novanta ed una produzione più che moderna, in combinazione con un mix bilanciato ma non troppo compresso, dà spazio ad un song-writing caldo in cui il basso intreccia strutture pressoché perfette ed in cui il drumming marcia senza sosta.
I momenti emozionali non mancano, con aperture melodiche, stop-and-go ed assoli e leads che sporadicamente, ma in maniera superba, incorniciano un disco avvincente.
Questo disco in una traccia? Impossibile! Però provate ad ascoltate "Ljósaslæður" o "Skuggar" o ancora la conclusiva "Í hálmstráið held", e godetevi brani di altissima fattura che potrebbero darvi un'idea di come questo lavoro sia capace di colpire nel segno!
Una prova incredibile che dà la possibilità di ascoltare un qualcosa di "fresco", per quanto non innovativo e che, a suo modo, mette in luce una band meritevole.
Non mi sorprende il fatto che Season Of Mist abbia deciso di supportare questo progetto ed, ancora di più, non mi sorprenderebbe se, da qui a breve, questi ragazzi potessero prendere il posto di nomi "più noti" pubblicati dalla major francese.

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Opinione inserita da Rob M    29 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Quanto tempo è passato dall'esordio "Obscura Arcana Mortis"... e se pensiamo alla trasformazione di Forgotten Tomb, album dopo album, il tutto ha dell'incredibile. "We Owe You Nothing" è un disco che segna un ulteriore cambio per la band, con la sua attitudine sludge a cavallo tra Iron Monkey e Burning Witch ma che, al contempo, si ancora saldamente sui lavori passati, pur tirando fuori dal cilindro numerose variazioni sul tema.
Con i suoi sei brani, questo nuovo lavoro per Herr Morbid and Co. segna un ritorno in gran stile, ma nel contempo un "cambio di direzione" che, per certi punti di vista, forse pochi si sarebbero aspettati. Andiamo con ordine!
Sin dall'opener ed omonima "We Owe You Nothing" il sapore "doomy" è assolutamente presente, ma è con il passare dei minuti che i nostri si propongono in veste del tutto differente, inserendo alcuni incredibili momenti di assoluto splendore, tra riffs che puzzano di sangue e che riportano alla mente lavori come "Springtime Depression" nelle loro parti più melodiche e disagiate.
Se in questo contesto l'opener è una perfetta rapresentazione di questo mix di stili, il discorso è poi chiaramente ampliato su tutto il disco, con momenti totalmente estranei a ciò che la band ci aveva abituato sino ad ora.
"Second Chances" ridirige l'ascoltatore su sentieri più vicini al "black", se di black metal si può parlare. I Forgotten Tomb son in questo momento un progetto che di black ha giusto quel pizzico di cattiveria che li rende assolutamente acidi, ma che tuttavia non fa parte del loro sound in maniera assoluta come in passato.
Neanche a farlo apposta, la terza traccia "Saboteur" è lo specchio perfetto per questa "incertezza" di generi in cui, sul finale, richiami a lavori storici come "Icon" e "Draconian Times" dei Paradise Lost si posson assaporare in tutta la loro grandezza.
Non mancano le sorprese con momenti atipici, come quelli offerti dalla quarta "Abandon Everything", con il suo incedere hardcore che lascia spazio ad un lavoro di chitarra degno di nota ed un brano tanto "differente" quanto interessante.
La "penultima" traccia "Longing For Decay" è un vero e proprio macigno che si tira alle spalle tutto ciò che la band ha fatto sino ad ora, per adagiarsi su territori più "metal" e mostrando un cambio repentino di tonalità.
La outro "Black Overture" è a quel punto superflua, se pur chiude il disco creando un senso di stupore ancora più grande.
Nella sua totalità questo nuovo lavoro per la band italiana arriva come una conferma di classe ed, allo stesso tempo, come la certezza che ai nostri non frega proprio niente di ciò che suonano e come lo suonano. Il fascino di questo senso di libertà si ritrova in un disco solido che mette in risalto qualità assolute con brani capaci di "far la differenza".
Allo stesso tempo, la presentazione di soli sei brani di lunghezza medio lunga non fa si che la proposta risulti totalmente accessibile al metallaro medio in cerca di nuovi ascolti.
"We Owe You Nothing" rappresenta un passo importante per Forgotten Tomb, in un contesto molto ampio come quello del "metal estremo". Spero vivamente che in un futuro non troppo lontano i nostri possan offrirci un lavoro ancora più intrigante e che possa trovare in questo disco le basi per un imbastardimento ancora più pesante del loro personalissimo sound.

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Opinione inserita da Rob M    29 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Con "The White Death", i Fleurety ci offrono un disco tanto complesso quanto ruvido.
Un misto di raw black, psichedelia e doom rock settantiano a cavallo tra Orne e Black Widow. I nostri ci avevano abituati durante la loro carriera a uscite poco in linea con il classico stile norvegese ed ancora una volta, in questa nuova occasione, ci danno del filo da torcere con un disco assolutamente sperimentale, quanto nostalgico.
Dare un nome al genere proposto è davvero difficilissimo e l'influenza prog che permea l'intera uscita è senza ombra di dubbi la ciliegina sulla torta. Se i Virus decidessero di suonare un album in stile Black Widow, il tutto potrebbe forse assomigliare a ciò che i Fluerety han concepito con questo mostro incantatore.
Nel loro sogno allucinogeno, son tanti i momenti che si spingon verso lidi sconosciuti. Così, sin dall'opener e title-track "The White Death", la band inizia subito a mostrare il suo lato malato e contorto che non si limita a ricalcare partiture black dei tempi andati. Di fatto, già con la seconda parte di questo brano, il sound si evolve, ammantandosi di colori accesi ed al contempo sbiaditi.
Brani come la bellissima seconda traccia "The Ballad Of Copernicus" son puri capolavori che, se pur di "estremo" han ben poco, ci fan assaporare un nostalgico richiamo a In The Woods e Manes.
Son tanti i momenti di follia che accompagnano l'ascoltatore in questo viaggio drogato e senza gioie fatto di alti e bassi che danno tutta la sensazione di un trip acido. La terza traccia, "Lament Of The Optimist" ha tutto il sapore di una dose troppo forte, la quarta "Trauma" è il momento di down più asfissiante che poi sfocia nuovamente in "The Science Of Normality", un altro capitolo maledetto per "The White Death". I tre brani finali son forse quelli più assurdi, con "Future Day", "Ambitions Of The Dead" (un richiamo a Joyless ed i Woods Of Infinity assolutamente geniale) e la grandissima "Ritual Of Light And Taxidermy".
I Fleurety son assolutamente La Band da ascoltare in questo momento. Lontani dall'abuso di dissonanze a cui ci siamo abituati negli ultimi dieci o quindici anni, i nostri han dato alle stampe un lavoro elegante e che gode di una classe che in pochi possono e sperano di raggiungere.
"The White Death" è il disco che rimarrrà nella storia della musica estrema "made in Norway" e sarà ricordato negli anni a venire come un classico.

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Opinione inserita da Rob M    22 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
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I Greytomb non son un nuovo nome nella scena ma, con questo loro nuovo lavoro "Monumental Microcosm" stampato e promosso dalla sempre attenta Transcending Obscurity Records, han raggiunto senzaltro un pubblico più vasto, considerata la ridotta promozione per i lavori precedenti.
Nei tre brani che lo compongono, quest'EP presenta un interessante misto di black tendente al post e richiami doom che si avvalgono di una batteria lenta ed atmosfere sinistre.
Sin dall'opener intitolata "Null", il trio australiano cerca di mettere in mostra le sue qualità, con un songrwriting che prova ad abbracciare un certo numero di dissonanze, un drumming vario ed un approccio vocale che vuole stupire a più riprese con variazioni e stili differenti.
Così facendo, i nostri cercan di arrampicarsi su brani che han una struttura atipica ed in cui la sperimentazione, nei limiti del genere, cerca soluzioni che possan dare un certo livello di "indipendenza stilistica" alle canzoni. In un certo qual modo i Greytomb riescon nell'intento e, per quanto la produzione non sia perfetta, il mini è un piacevole ascolto che ha i suoi highlights sparsi durante la sua totale durata. Le premesse son buone e brani come la seconda traccia "Antimata" o l'ultima "Force Majeure" son un'assoluta conferma per quanto riguarda lo spirito d'iniziativa che guida il progetto. Se pur nell'insieme il lavoro sia interessante, certe pecche si posson trovare nei momenti in cui le voci "pulite" cercan di trovare sfogo, senza tuttavia esser perfettamente amministrate. Il risultato non è sempre dei migliori e qui avrei personalmente speso un tempo maggiore per cercare di elaborare un risultato superiore.
Alla lunga, infatti, la formula usata potrebbe risultare poco interessante e monotona. Se pur la presenza di soli tre brani non mette in mostra questo problema in "Monumental Microcosm", spero che in un prossimo lavoro i nostri possan trovar modo di sperimentare maggiormente e cercare soluzioni che possan dare una struttura differente ai brani che verranno. Per ora i Greytomb son riusciti ad attirare la mia attenzione, come quella di tanti altri nuovi ascoltatori. Mi auguro non si tratti di un'altra stella cadente.

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Opinione inserita da Rob M    22 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
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Un lavoro fine a se stesso, uno sfogo di frustrazione e rabbia. Forse è questa l'unica maniera in cui riesco ad interpretare questo disco. Grezzo, violento e pesantemente malato, "Negative Atonal Dissonance", il nuovo LP per la one-man-band MRTVI non è un trip piacevole.
E' un viaggio in cui l'ascoltatore, sull'orlo di un coma etilico o in preda ad un acido andato a male, potrebbe davvero farsi male. Nauseabondo e fulminante questo lavoro non inizia benissimo e la sua prima parte è pressoché inutile, quanto intrigante nella totalità di questo concept EP che ricorda l'ultima fatica di VIII "Decathexis" nella sua malattia sonora. "As Consciousness Is Harnessed To Flesh" in entrambi i suoi frangenti "Part 1" e "Part 2" è un brano che è prodigiosamente dissociante.
Ancora piu' sperimantale è la conclusiva "Negative Attonal Dissonance", che non può essere minimamente inquadrata a livello di stile o altro. Semplicemente si tratta di un livello inarrivabile di disagio mentale.
MRTVI han tirato un lavoro che non è assolutamente da dare in pasto alle masse. Si tratta di un disco per pochi eletti ed anche lì non sarebbe un lavoro da ascoltare a cuor leggero.
Personalmente l'ho trovato geniale, ma davvero non saprei dire come il "pubblico" potrebbe accoglierlo. Ora posso dire di esser pronto per esser internato.

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Opinione inserita da Rob M    22 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
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In passato ci son state tantissime bands che in ambito black metal son riuscite a raggiungere uno stato di "culto" assoluto, nonostante suoni infimi e composizioni poco lineari. Ricordiamo le Legions Noire, ma anche le origini del genere. Quante bands son riuscite, con una registrazione in presa diretta o un marcissimo quattro piste, a raggiungere quello stato di grazia per cui tantissimi supporters si son appassionati a quelle sonorità da cantina? La lista è senza fine.
Personalmente ricordo con gioia, in questo contesto, la volta che ascoltai i tedeschi Pest con il loro album "Ara", uno dei miei preferiti di sempre! Che dire poi dei vari francesi Vlad Tepes, Belketre, Mutiilation o primissimi Celestia (che, per quanto se ne dica, eran lì presenti sin dagli albori delle LN)? Forse con questo stesso spirito, la lungimirante I, Voidhanger ci offre oggi uno split che ha la possibilità di raggiungere quell'olimpo dell'oblio in cui altri "classici" dimorano. Un po' come tutte le releases della label italiana, questa è una nuova produzione che trova il suo punto di forza nel marciume, ma anche in un sentore quasi mistico che si può respirare a più riprese durante la sua intera durata. Con quest'idea in testa, ci si ritrova ad ascoltare due realtà conformi allo spirito primordiale del genere, ma anche ad un modo "occulto" di presentare un discorso ben più ampio.
Gli Howls Of Ebb assalgono subito l'udito con un incedere tormentato. Tre brani per loro che cercan di trovare un apice compositivo/sonoro in un ruvido approccio al genere.
Gli americani non si tiran indietro nell'intervallare i loro brani con un misto di ambient e noise che puzzan di zolfo ed il risultato è interessante, nell'unione di suoni luridi con passaggi più "puliti".
A quanto pare il progetto si è poi sciolto dopo questo lavoro e qui dispiace il fatto che non ci sarà poi un seguito che possa dar giustizia alla limitatezza di pochi brani.
Sull'altro lato, i tedeschi Khthoniik Cerviiks, che ci presentano un interessantissimo spaccato black metal atipico e fulminante. A cavallo tra dissonanze in stile religious e marciume in stile Katharsis, i nostri ci portan per mano in un mondo di tenebra e terrore in cui sorprendentemente son tantissime le influenze non puramente black metal (vedi per esempio "Spiiral Spiire Stiigmata" con il suo mood psy-rock, o l'approccio sognante di "Come to the Subeth" in chiave Grand Belial's Key).
Nella sua complessità, questo split è un lavoro fondamentale non solo per i fanatici del genere e i supporters dei due progetti, ma anche per chi ha la volontà di ascoltare un modo differente di intendere il genere o, più in generale, il metal estremo.
La I, Voidhanger ha colpito ancora e qui c'è la prova.

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Opinione inserita da Rob M    22 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Come si sarebbero potuti evolvere i Watain dopo "Casus Luciferi" se non si fossero svenduti, è un mistero. Se la fama non li avesse fatti diventare l'ombra di se stessi, potenzialmente si sarebbero potuti sviluppare in un mostro multiforme simile agli spagnoli Sheidim, autori di un interessantissimo EP dal titolo "Infamata" e realizzato quest'anno dall'italiana I, Voidhanger.
La band catalana ha tirato fuori con questo lavoro una importante release per quanto riguarda la loro carriera. Una band che già in passato ha attirato le attenzioni di etichette importanti nel mondo underground, con Me Saco Un Ojo Records e Dark Descent Records, e che in questo momento si propone come una delle realtà più interessanti a livello europeo in ambito black.
Già dall'opener "A Dying Sun" (prima traccia dopo la title-track intro "Infamata"), il sound riconducibile a Watain e primi MayheM ("De Mysteriis Dom Sathanas" era) è totalmente presente ed il tutto è confezionato con una buonissima dose di personalità, che aiuta la band nel mantenere alta la tensione. Il lavoro granitico della batteria fa si che i brani risultino dinamici e le variazioni di tempo e riff son una costante che non stanca mai. Da questo punto di vista, la terza traccia del disco "Underneath" è un colossale esempio di dedizione e sperimentazione. Sembra che i nostri abbian imparato benissimo le basi del genere e sian riusciti a sviluppare il tutto in modo sicuro, trovando una formula ben precisa. L'alone mistico ed occulto che permea l'intero EP è una marcia in più, anche grazie ad una produzione affilata che rende il tutto moderno, quanto nostalgico. Se pur il basso rimane leggermente in second piano nel mix, il risultato è comunque buono, con quel sottile strato di lordura che riempie il buco tra chitarre e batteria. La voce, evocativa e funesta, accompagna l'intera marcia funebre con ardore e l'accostamento di più linee vocali rende il tutto violento e rozzo (vedi, ad esempio, la penultima traccia "Wings Of The Reaper"). La monumentale "Sister Of Sleep" chiude l'EP in maniera superba, mettendo in mostra una band con tantissimo potenziale e con capacità che van ben oltre ciò che "Infamata" presenta durante la maggior parte dei suoi brani.
Ora, la mia unica preoccupazione è quella di trovarmi davanti ad un gruppo che potrebbe alla lunga non trovare la propria strada. Le capacità son tutte presenti per poter tirare fuori una vera e propria gemma in ambito black, ma le loro influenze fan si che, nel complesso, la band non riesca a spingersi oltre il "già sentito" o il "già seminato". Vorrei precisare che quest'EP è una vera rivelazione ma, con il senno di poi, dove finisce l'influenza dei sopracitati Watain o MayheM e dove inizia la vera personalità della band? Gli Sheidim meritan senz'altro un occhio di riguardo, ma con le loro possibilità potrebbero senz'altro fare di più. Riusciremo ad ascoltare un lavoro che possa superare questo "Infamata" e portare la band ad un livello ancora migliore di songwriting?

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Opinione inserita da Rob M    22 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Perchè? Perchè ci son persone che continuano a cercare di utilizzare per il concept dei loro lavori qualunque momento storico, non riesco a capirlo. Non tanto per il discorso del concept, quanto perchè spesso il tutto va poi affiancato al tentativo in musica di raggiungere un certo livello di "epicità", se così si può chiamare, che non sempre è all'altezza.
Senza perder tempo nel far una lista delle bands che han parlato di egizi, romani, mesopotami e quant'altro, vado subito al sodo: quest'album non mi è piaciuto.
Non mi è piaciuto per alcuni motivi ben precisi, che includon non solo la produzione e l'uso di una drum machine davvero mal riuscita, ma anche la scelta di uno stile che era già vecchio negli anni novanta e l'uso di tastieroni, voci pulite (cori più che altro), che davvero lascian il tempo che trovano. Che dire poi della promozione che accosta la band a gruppi come Death o Emperor?
Un paragone più inverosimile non si poteva trovare.
Andando con ordine, le composizioni son alquanto monotone. Non c'è un brano in tutto il disco che goda di una scintilla in più, per farlo brillare sopra gli altri. Il risultato è un mattone in cui la produzione non è ottimale. La batteria risulta nel complesso fastidiosa, con parti che sono inverosimili ed un costante uso di breakdown per delimitare il finale di un riff e l'inizio di un altro. Il fatto che in formazione ci sia un batterista, mi lascia ulteriormente stupito. Forse la batteria è stata programmata o forse registrata su una batteria muta. Ad ogni modo, i suoni usati sono di cattivo gusto ed il tutto risulta forzatamente aggiunto al mix con livelli ben troppo alti. Le chitarre la fanno da padrone con le tastiere, lasciando il basso troppo in lontananza e rendendo il lavoro poco organico. L'uso di scream e growl non è male, ma non ha tanto a che vedere con i brani proposti che, per la loro epicità, vengon così rovinati anziché arricchiti.
L'uso di parti narrate rende poi il tutto ancora più "macchinoso" e difficile da apprezzare.
La cosa che un po' mi dispiace è che penso come i francesi Deos abbian davvero speso tempo ed energie nell'assemblare un lavoro come questo "In Nomine Romae". Oltre alle composizioni che ne fan parte, c'è stato davvero uno studio per quanto riguarda i testi ed il concept.
Tuttavia, il risultato non è all'altezza di un approccio "contemporaneo" al genere ed il tutto risulta piatto e poco gradevole. Forse, con meno brani ed idee distribuite su un numero di canzoni minore (ben tredici in questo disco), si sarebbe potuto ottenere un risultato migliore. Sembra invece che i nostri abbian voluto tirar fuori dal cilindro un lavoro che va oltre le loro capacità compositive ed il risultato è un album che non riesce a destare in me un minimo interesse, ma che anzi mi sembra una vera e propria perdita di tempo.
In futuro, forse, i nostri saranno in grado di sorprendere ma, per ciò che ho potuto ascoltare in questo LP, la strada da percorrere è davvero lunga.

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Opinione inserita da Rob M    21 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I Dom Zły son una band polacca attiva già da un paio di anni ed arrivata finalmente al debutto discografico con questo omonimo EP.
Fautori di un black/hardcore per niente malvagio, postblack a seconda dell'etichetta che si vuol dare al loro genere, son stati stampati dalla sempre attiva Unquiet Records, label europea che negli ultimi anni ha tirato fuori alcune tra le migliori releases del settore.
I brani presentati dalla band a questo loro primo lavoro son abbastanza interessanti e, per quanto l'approccio vocale in lingua madre possa risultare "difficile" da apprezzare ad un primo ascolto, il risultato è totalmente riuscito. Brani come la terza "Psy" o la successiva "Tramp", con il loro incedere ritmico atipico al black, ma pressoché ancorati in quel tipo di plettrata, son un assaggio abbastanza valido di ciò che la band propone e son tra gli esempi più convincenti presenti nel disco.
Le ultime tracce dell'EP, "Dom Zły" e la successiva "W Noc", risultan essere veri e propri pilastri che rappresentano a pieno le variazioni nel sound dei nostri, mischiando tutti gli elementi che fan parte del background della band.
Se da un lato questo debutto sia assolutamente ben eseguito e composto, dall'altro ho il timore che i Dom Zły possano diventare abbastanza scontati alla lunga, dato che il loro sound non presenta niente di nuovo rispetto ad altri progetti prima di loro e che, in questo momento "storico" per il genere, l'arrivo di tantissime nuove bands dedicate a questo "filone" potrebbe sminuire i loro sforzi. Detto questo, ho apprezzato l'EP e spero che possa trattarsi di un primo importante passo per la band nella realizzazione poi di un primo full-length, che abbia la forza di distaccarsi maggiormente dallo stereotipato mondo black/hardcore, per poter creare un proprio sound ancora più estremo.
Il primo assaggio è decisamente gustoso, ora aspettiamo il piatto principale!

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