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Opinione scritta da Rob M

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Opinione inserita da Rob M    21 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 21 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

L'ultimo Blaze Of Perdition è un lavoro che lascia costantemente stupiti. La lunghezza media dei brani (oltre dieci minuti), la produzione a cavallo tra raffinato e ruvido, lo stile che abbraccia post e black con una miriade di altre influenze, la mescolanza di melodia e parti piú violente, fanno di questo disco un ascolto a momenti difficile, ma godibile a piú riprese, ascolto dopo ascolto.
I nostri, nome assolutamente non nuovo nel mondo black d'avanguardia, son capaci di proporre un prodotto denso sia a livello di sonorità la dove la produzione cupa gioca un ruolo importante, sia a livello di contaminazioni. In maniera grossolana si potrebbe parlare di questo "Conscious Darkness" come un misto di Twilight (dimentichiamo il primo disco e pensiamo invece al secondo!) ed Isis. Se pur nella prima traccia "A Glimpse Of God" quest'unione non sia tanto distinguibile, il discorso cambia con la successiva "Ashes Remain", in cui un basso imponente scandisce il corpo centrale di un brano che mira alla perfezione.
Il lavoro di drumming risulta godibile nel complesso, se pur il costante riverbero che lo accompagna maschera la tecnica e la competenza del talentuoso Krzysztof Saran aka Vizun. La sua bravura in certi momenti viene nascosta dal mix, che predilige basse frequenze ad un suono piú nitido. Di fatto, Blaze Of Perdition, risulta essere un progetto che cerca di inglobare nella matrice black metal del proprio sound il lato post ed avanguardistico e, cosí facendo, perde un attimo la bussola là dove la produzione non trova una via di mezzo che possa mettere in risalto i pregi dell'uno o dell'altro stile. Non un peccato, ma un dettaglio che certamente andrebbe rivisto in previsione di lavori futuri, ancora piú propensi ad osare e re-inventare una musica ormai vecchia di trent'anni. Nella seconda parte del disco, che si muove leggermente su sonorità piú vicine al sound black, ci si ritrova scaraventati prima tra le note di "Weight Of The Shadow" che, nel suo incedere, raggiunge quasi l'apice di bands come gli Ulcerate (per certe reminescenze riguardanti la composizione del brano e la sua evoluzione), poi tra quelle di "Detachment Brings Serenity" che funge da ultimo colpo, prima di una chiusura ancora una volta intraprendente e dove il principio puramente black metal viene unito ad un mutare che mostra la grandiosità dei Blaze Of Perdition, attraverso territori che con il black metal han davvero poco a che vedere.
Ora, dovendo fare un riassunto sul cosa aspettarsi da questo lavoro, va assolutamente detto che non si tratta di un lavoro facile, ma che richiede vari ascolti per essere compreso al 100%. La complessità delle sue radici va ben oltre un genere o un altro e questo fattore rende "Conscious Darkness" un album tanto imperdibile, quanto ostico. I due lati della medaglia van presi in considerazione. Alla fine del tutto, questo sarà un disco odiato dai puristi ed amato da chi cerca nuove frontiere. Personalmente l'ho trovato intenso e meritevole, ben oltre le mie aspettative. Non un disco per tutti i giorni e momenti, ma senz'altro uno tra i migliori, forse sottovalutati, lavori dell'anno scorso. Provare per credere.

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Opinione inserita da Rob M    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I LaColpa son la realtà italiana forse tra le piú sconosciute a livello nazionale, rispetto ad altri nomi chiaramente, ma anche una delle piú apprezzate internazionalmente a livello di nuove proposte e metallo dell'inferno! Il loro debutto "Mea Maxima Culpa" é una vera e propria perla dell'underground nostrano e non mento quando dico che la loro proposta è un qualcosa di insano ed assolutamente immenso.
Il genere offerto dai nostri ha varie sfumature che dipingono un quadro in toni di nero. Oltre al lato sperimentale, che gioca un'importante posizione nella lista di influenze che li contraddistinguono, i nostri si avvalgono anche di sottogeneri tra i piú oscuri e pesanti a livello di esperienza sonora. Si parte dal ritualistic ambient e si arriva gradualmente allo sludge, al blackened sludge, al noise, al drone ed il tutto è mischiato con talento ed una visione che va oltre i limiti di ogni singolo genere proposto. "Mea Maxima Culpa" risulta essere una creatura organica che pulsa veleno e fiele. Stampato dalla grandiosa Totenschwan Records (label con cui personalmente ho il piacere di collaborare abbastanza spesso), questo lavoro rappresenta per me una delle migliori uscite dell'anno passato, non solo a livello nazionale ma a livello mondiale. Perché? Perché questo lavoro rappresenta un punto di svolta ed un livello di sperimentazione che difficilmente si riesce a trovare in questo mondo stra-saturo di plagio e bugie.
I nostri si spingono oltre i classicismi dell'estremo, per creare un incubo vero e proprio, coinvolgente ma terribile, ammaliante e distruttivo. Brani di una lunghezza media di tredici minuti si spingono tra movimenti cupi e lampi di pazzia ed i LaColpa non perdon nessun momento per sballottare l'ascoltatore tra luce e buio. Dalla primissima "Soil" i nostri torturano, quasi improvvisando apertamente, nella struttura di una canzone colossale in cui, in tutto e per tutto, viene presentato uno spaccato visionario e malsano, come viaggio tossico tra alti e bassi di un trip andato a male. Ulteriormente con la seconda "Scars" la dose di odio viene rincarata, eppur dando spazio, a metà brano, ad un allucinato mondo sommerso. Un po' come se i Drug Honkey si fossero scontrati con i The Human Quena Orchestra. Visioni e sogni di un mondo morto (uno dei miei brani preferiti in assoluto). Con la successiva "Fragments (Of A Smiling Face)" i nostri cambiano ulteriormente direzione e, mentre incantano come un demonio verso sentieri sconosciuti, son poi prontissimi nel mischiare le carte in gioco, estendendo una versione degli Earth ancora piú tribale e dark con uno schizzato black metal ed un finale noise drone da pura follia.
I LaColpa son una band che in casa nostra non ha ricevuto le dovute attenzioni, ma che in tutto e per tutto merita un inchino per esser riuscita a creare un'opera cosí emozionale quanto nera e visceralmente contorta.
La musica estrema viene in tantissime forme, questa sua incarnazione rimarrà tra le mie favorite nei decenni a venire. Semplicemente perfetti ed inarrivabili.

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Opinione inserita da Rob M    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Luglio, 2018
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In vena di qualcosa di zozzo, ruvido ma allo stesso tempo pesante come piombo? Questo dischetto é ció che fa al caso vostro! I The Flesh ci allietano la giornata con una ventina di minuti di black 'n' roll, sludge core, punkish noise, degno di nota! Niente di nuovo, ma assolutamente geniale il modo in cui i nostri han mischiato i generi tirando fuori un prodotto cosí sulfureo! Oltre al discorso copertina, che ho trovato assolutamente "catchy", i nostri riescon da subitissimo a mettersi in mostra e senza troppe pretese portano la rissa in cuffia!
Pensate ad un sound d-beat, mischiato con cordature ancora piú basse ed un'attitudine che fa sperare per lavori ancora piú tosti di questo! I The Flesh son la chiave per il futuro. Là dove ci siamo abbondantemente annoiati di distorsione fine a sé stessa, di quel fuzz & buzz che ormai non ha niente di innovativo o cosí sconvolgente come dieci, non di piú, anni fa, i nostri si presentano come l'anello mancante dell'evoluzione di un genere.
E se certi altri "esemplari" ci han offerto lavori ancora piú malsani, con mostri multiforme quali per esempio i Lord Mantis o i Coffinworm, qui i nostri si incentrano su un panorama piú "hardcore andante" che ha il suo perché ed é sopratutto prodotto perfettamente per il genere.
Bellissime le sfuriate iniziali, ma che dire poi della groovy e novantiana title-track "Dweller (In The Dark)" o della piú lunga e finale "A Knife To The Conformist" (che pezzo incredibile!!!) o la "Venom inspired" nonché bonus track "Fire Red Gaze"? Questo lavoro non lascia spazio a perdite di tempo, ma anzi va dritto alla gola ed il minutaggio breve ma intenso fa si che le otto traccie di questo LP scorrano senza che l'ascoltatore se ne accorga! E dopo il primo ascolto, come non cadere in tentazione ed ascoltare l'intero disco un'altra volta? I The Flesh puniscono a piú riprese e questo lavoro risulta essere una delle releases piú spontanee e genuine degli ultimi tempi. Non ha pretese, non ha voglia di illudere con giri di parole o miscugli confusi, ma tutt'altro. I nostri vanno sul sicuro e segnano al primo tentativo un colpo vincente. Non che ci fosse da meravigliarsi, dato che i nostri provengono da gruppi ben noti nella scena. Questo LP dal titolo "The Dweller" va assaporato a piú riprese, mentre si insinua nel cervello come una droga! Davvero ottimo!

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3.5
Opinione inserita da Rob M    08 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2018
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Gli Atarcie son un nome perduto nel sottobosco underground francese. Attivi da anni son arrivati con "Seqvania" al loro sesto lavoro. I protagonisti di questo progetto son Nokturn (attivo anche con Dyster e tantissimi altri progetti) e Skogsvander (Sacrificia Mortuorum e tanti altri) e, se siete cultori del genere e gossip, sappiamo tutti benissimo dove certe connotazioni vanno a parare.
Ben oltre il lato socio-politico che caratterizza la band, bisogna dire che con questo nuovo disco i nostri arrivan alla creazione di un lavoro classico nello stile e dalle sonorità retrò che un po' tutti noi fanatici del vecchio black amiamo. Ruvido, primitivo, nostalgico ma, allo stesso tempo, totalmente godibile nei suoi otto brani per poco piú di quaranta minuti. Se dall'opener "Dans La Chenaie" si coglie una direzione quasi pagan nell'incedere del riffing, dalla seguente "La Haute-Chasse" il tutto si muove su toni leggermente differenti, nonostante l'epicità della musica giochi un ruolo importante in tutto l'album. Nonostante la provenienza, i nostri non son lontanamente vicini alle varie incarnazioni delle Legions Noires ma anzi, in questo caso, si muovono geograficamente piú a nord, con richiami che ricordan vagamente il modo di suonare di Satanic Warmaster, se proprio ci fosse bisogno di trovare un collegamento per descrivere il loro sound, e piú ad ovest, con degli accenti che riportan alla memoria i Weltmacht ed il seminale "The Call To Battle".
In questo nuovo lavoro gli Atarcie non offron niente di nuovo rispetto ai dischi passati, ma si intravede in questo capitolo un cambio sostanziale rispetto al precedente "Retour En Crasse" con un ritorno alle origini, a cavallo tra "Groupuscule" ed il precedente "Époque Révolue", seppure la produzione risulti in questo caso la migliore che la band abbia presentato negli anni.
Brani come la title-track "Seqvania" rappresentano l'apice dell'LP e qui gli Atarcie esprimono al meglio il loro genio, con un riffing semplice, ma capace di cogliere nel segno, lasciandosi alle spalle un mood differente ed irrequieto che era invece il trademark del full precedente.
Se la prima parte dell'album, i primi tre brani, i nostri portan avanti il discorso "epicità", con la seconda parte, il corpo centrale, gli Atarcie invece si afferman come un progetto in grado di interpretare in maniera convincente il classicismo del genere proposto; con la terza ed ultima parte, i restanti tre brani (due ed un outro), la band infine riesce a creare un inaspettato cambio verso lidi sì epici, ma piú violenti. "Au Solstice" coglie impreparati e riporta i piedi a terra prima di un ritorno allo stile dei primi brani con la penultima "Terre Brulee" che converge in sé entrambi gli aspetti che han caratterizzato i movimenti precedenti.
Un disco unico nel suo genere? No signori, assolutamente no. Eppure, si tratta di un lavoro genuino e composto senza idee di conquista. Gli Autarcie riescono in questo caso a convincere maggiormente rispetto al passato e sembra che finalmente abbian trovato una strada da seguire, forse, sino al prossimo lavoro.

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Opinione inserita da Rob M    08 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Hortus Animae son un progetto che ormai va avanti da un ventennio ed il loro sound a cavallo tra black e goth non fa novità. Un suono nostalgico che riporta alla mente band come i finlandesi Astray (richiami al secondo EP del 2000 "Alone"), Dismal Euphony, e quel filone "heavy" che alla lontana potrebbe rifarsi a band nord europee come gli Eternal Tears Of Sorrow o ad una versione estrema dei Vanden Plas (tolta la parte prog di questi ultimi)?
Nonostante gli sforzi, ed il valore di una release come questa che marca i vent'anni di attività della band, non riesco ad identificarmi con il loro sound. La direzione artistica intrapresa dalla band denota una padronanza dei brani assoluta, l'esecuzione quasi impeccabile, ma nel complesso mi ritrovo ad ascoltare un qualcosa di datato, in cui la chitarra gioca un ruolo importante ma il resto degli strumenti e la voce non riescono ad avere tanto risalto come vorrebbero. Un po' come da standard del "genere", questo non risulta essere un qualcosa di nuovo ma anzi il risultato é ovvio, spesso scontato, e le atmosfere create dal combo emiliano non han abbastanza impatto su CD quanto in realtà potrebbero averne dal vivo. Le ovazioni del pubblico presente, al finale di ogni brano, ci lasciano intravvedere un risultato positivo ma il tutto non convince su disco e qui va assolutamente detto che questo non é decisamente un album fondamentale nella discografia della band, soprattutto considerato che il gruppo ha poi messo online un secondo lavoro dal vivo proprio quest'anno (una registrazione live del 2011). In generale non son contrario agli album/registrazioni dal vivo, ma in questo caso "Piove Sangue" non mi lascia abbastanza preso.
Gli Hortus Animae sanno senz'altro creare brani interessanti per il filone che interpretano, ma questo lavoro davvero lascia il tempo che trova, un disco per i seguaci della band, ma che non trova spazio altrove.

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Opinione inserita da Rob M    08 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Dove sarebbe la musica estrema in Italia se non ci fossero stati i Mortuary Drape? Dove sarebbe la musica estrema a livello mondiale se non ci fossero stati i Mortuary Drape? E come loro, chiaramente, altre band importantissime del panorama estremo nazionale! Oltre la scuola prog, l'Italia é sempre stata una fucina di artisti e progetti incredibili. Ricordiamo Jacula/AntoniusRex, le varie incarnazioni dei Death SS, Paul Chain, Schizo, Bulldozer, i Mortuary Drape rientrano in quella cerchia di progetti culto che nessuno puó o dovrebbe ignorare.
Padrini del black metal a livello nazionale, là dove in altri paesi altre bands iniziavano a creare un genere nuovo (Rotting Christ in Grecia, Samael in Svizzera, MayheM in Norvegia etc), una nuova maniera di intendere quello che fino ad allora era considerato metal estremo.
Cosí nel lontano 1987 i Mortuary Drape registravano un primitivissimo "Necromancy", l'inizio di un culto! Tanta giovinezza, ma anche tanta voglia di dire la propria in una scena in cui i nomi davvero estremi di allora eran i padri del moderno sound estremo. Lo stesso Wilderness Perversion non ha mai avuto problemi nel confermare come influenze personali di allora, e senz'altro ancora oggi, i Mercyful Fate, i Bathory, i Celtic Frost ma anche i Goblin ed il sound dark/prog di quegli anni (come citato in un breve intervista rilasciata per spaziorock.it alcuni anni fa). Di fatto proprio con questa visione, lo stesso non ha mai avuto problemi nel sputare veleno sulle nuove leve, trovando la maggior parte dei progetti attuali o contemporanei privi di talento o come detto da lui stesso in un'altra intervista con thenewnoise.it ".. gruppi con poco o nulla da dire musicalmente, a livello di tematiche molto poveri e, banali e a volte ridicoli… io parlo di “gente che ama truccarsi”… perché così è.". Se pur questo discorso é abbastanza contrastante poi con i vari artisti di cui la band stessa si é accerchiata, soprattutto negli ultimi anni (Shining e Watain per citarne alcuni) non a livello di lineup ma a livello di collaborazioni, il tutto lascia il tempo che trova. Di fatto non siamo qui per parlare di preferenze o scelte di "marketing" che accompagnano la storia della band.
Il merito che va attribuito ai Mortuary Drape é semplicemente uno: i nostri non hanno mai smesso di andare avanti con il loro concept, il loro sound, le loro idee. Tra alti e bassi, la loro discografia presenta importantissimi e leggendari album chiave che han influenzato il genere a livello mondiale, soprattutto nella prima parte della loro carriera e sino all'arrivo dell'album "della svolta" che fu "Buried In Time" (album della svolta perché il primo registrato dalla band con una produzione tanto "buona" rispetto ai dischi precedenti e con un sound tanto "moderno").
Prima dei ritorni di fiamma, prima di compilation ricordo e l'ultimo full "Spiritual Independence", la band di Alessandria ha sempre rappresentato il lato oscuro del metal estremo nazionale ed ha rapito, con le sue tematiche, copertine ed immagine, musicisti provenienti non solo dal mondo black metal. Il tutto ebbe inizio nel lontano 1987 con la loro prima demo e dopo ben oltre trenta lunghi anni, i nostri continuano ad andare avanti "until death do us part", come qualcuno potrebbe dire.
La Iron Tyrant, anch'essa label di culto del panorama italiano, da alle stampe una nuova raccolta che include le prime demo della band, "Necromancy" e la successiva "Doom Return", accompagnandole con delle registrazioni dal vivo di un vecchio concerto del '90 a Livorno.
Penso sia inutile parlare di queste demo se non con assoluta devozione. Brani come "Primordial", "Into The Catacomba", "Vengeance From Beyond", "Obsessed By Necromancy", "Necromancer", "Evil Death", tutti classici che poi son stati re-interpretati negli anni dalla band, sino al 1997 con il seminale full-length album "Secret Sudaria" (una delle release piú incredibili prodotte dalla band).
Qui i primi spunti per ció che sarebbe arrivato negli anni a seguire, le prime manifestazioni di un sound/concept unico che ha nei decenni rappresentato la band.
Questa raccolta rappresenta la possibilità per ogni fanatico del genere ed ogni supporter dei Mortuary Drape di metter le proprie mani su materiale storico e che farà sorridere nel pensare alle origini del culto, forse non indispensabile, ma senza ombra di dubbio ricco di valore sentimentale.

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Opinione inserita da Rob M    08 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Luglio, 2018
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Gli Aosoth son un nome che ormai tormenta la scena black a livello mondiale da piú di quindici anni. Basti pensare al loro storico debutto, lo split con Antaeus nel lontano 2002, per capire che questa band ha sempre cercato un certo tipo di sonorità e comunque di far parte di un certo circolo di nomi. Negli anni son stati tanti i lavori sfornati dal progetto francese e si arriva con questo disco dell'anno scorso, il loro quinto full, ad una nuova uscita sotto Agonia Records. Se pur i nostri si sian avvalsi del supporto di svariate label per le varie uscite secondarie, compilation su tape, split in 7" e cosí via, sembra che la AR non manchi puntualmente di stampare le uscite "principali" della loro discografia.
La band in parte perde e trova il suo appiglio a livello di ascolti in base ai musicisti coinvolti enl progetto che se pur intentano di mantenere un certo "anonimato" non riescon data la fama che li precede. Troviamo di fatto ex membri di Aborted, Genital Grinder, lo stesso MkM degli Antaeus accompagnato da INRVI ex-Antaeus ma anche mastermind dietro il progetto VI (anch'esso sotto Agonia Records), ed il drummer dei Glorior Belli. Insomma, un background ben nutrito che chiaramente fa la differenza quando si tratta di creare composizioni distruttive e maligne.
A livello di sonorità i nostri si rifanno ad altri progetti di scuola francese quali Arkhon Infaustus ed Hell Militia, ma anche Antaeus e quella scuola d'oltre alpe che ormai caratterizza certe sonorità facilmente identificabili. Chiaramente, i vari progetti a cui fan riferimento gli Aosoth son interlacciati da musicisti che partecipano puntualmente a vari progetti connessi tra loro. Chi negli Antaeus ha partecipato con Arkhon Infaustus, chi in Arkhon Infaustus ha partecipato con Hell Militia etc.
Un "black metal mercato" quello della scena "locale" in cui tutti si conoscono e puntualmente fan parte di un momento o un'altro nel corso della vita di un progetto.
Questo non é necessariamente un aspetto negativo, anzi tutt'altro! Il sound violento e ferale dei progetti in questione rappresenta a suo modo un marchio di fabbrica ma anche un sinonimo di qualità per chi cerca nel genere quel tipo di sonorità a cavallo tra la scuola "religious" che é anche da considerarsi un marchio di fabbrica per il paese nel 90% dei casi.
Il rovescio della medaglia chiaramente sta nel fatto che il sound risulta essere lo stesso, la produzione identica, e brani tra progetti diversi molto simili. Un qualcosa che spesso capita quando qualunque musicista si trova coinvolto in troppi progetti "simili" per cui le idee iniziano a scarseggiare. "The Inside Scriptures" vive questo "paradosso" nella sua totalità. Un lavoro eccelso preso singolarmente ma anche abbastanza "average" se osservato nello spettro di uscite francesi dell'ultimo decennio.
Questo lavoro é stato per me uno tra i migliori dell'anno passato ma chiaramente altri ascoltatori potrebbero pensare l'esatto opposto proprio per i fattori sopracitati.
I sei brani che lo compongono son tutti da considerarsi delle mazzate assurde! Non ci son momenti in cui i nostri lascino perdere cattiveria e violenza. A partire dall'opener "A Heart To Judge" sino alla conclusiva "Silver Dagger And The Breathless Smile" gli Aosoth son geniali nel snocciolare brani che pur simili riescon ad avvalersi di peculiarità capaci di renderli a loro modo unici. Non ci son alti o bassi da poter commentare dato che l'LP in questione e' un blocco unico che lascia pochissimo spazio ad ombreggiature provenienti da contaminazioni diverse o aliene. Fatta eccezzione per alcuni piccoli frangenti e mid-tempo (vedi "Contaminating All Tongues" per citare un esempio abbastanza palese, con il suo incedere lento ed evocativo), le varie canzoni son create sopra un drumming possente e veloce, con un classico riffing che risulta tagliente e velenoso ed in cui una voce strazziata eccheggia nel suo tormento e quasi palpabile "sofferenza".
Tuttavia, la dove i nostri rallentano, son poi abbastanza veloci nel virare su territori piú conosciuti e riprendere le redini in mano per trascinare l'ascolatore verso il baratro.
A tratti epici, a tratti puramente distruttivi, gli Aosoth son capaci di mantenere alta la tensione tra brani medio lunghi e cosí facendo riescono ad assestare colpi precisi in poco meno di cinquanta minuti. Un lavoro, nel complesso, creato e registrato con buon gusto e con classe d'autore che va indubbiamente riconosciuta, da conoscitori del genere per fanatici del genere. Magari non il piú brillante del filone francese ma senza ombra di dubbio uno dei migliori dischi dell'anno passato ed un LP che merita uno spazio in ogni collezione che si rispetti.
Come già detto, per il sottoscritto, uno dei migliori lavori del 2017. Se ancora non l'avete ascoltato, davvero dovreste spendere un momento per assaporare la maestosità di "The Inside Scriptures".

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Opinione inserita da Rob M    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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Wow! Semplicemente wow! Questo debutto dei Rust, band italiana anch'essa in uscita quest'anno tramite Dusktone, é l'album che non dovrebbe mancare in nessuna collezione di metal estremo che si rispetti. Perché continuiamo a cercare i grandi nomi solo ed esclusivamente all'estero, con tutta la buona musica che sforna l'Italia, é un "mistero" che non avrà mai risposta.
"Urstoff", questo il titolo del debutto di questo progetto torinese, risulta essere un capolavoro del genere, a cavallo tra black e death, ma anche capace di incanalare influenze alla Opeth ("Blackwater Park" sopra tutti é forse il lavoro che va citato in primis) come ciliecina sulla torta!
Sin dall'opener "The Bounteus Dearth" (il batterista é una macchina!!!) ci si ritrova davanti ad un lavoro massiccio, articolato, e minuziosamente composto. Non ci son tempi morti, non ci son perdite di tempo proprio per niente, il tutto é un monumentale esempio di estremismo contemporaneo che, oltre a prendere a piene mani da black metal e death (gli Shining, come detto dalla label, son effettivamente un'influenza importante per i Rust), riesce a riamalgamere i generi in chiave moderna mischiando le carte in tavola e raccontando una storia ben diversa dai vari cloni dei cloni. I Rust riescon a convincere da subito, la produzione cupa e piena riesce a rapire ed incantare. Là dove le voci pulite entran in gioco ci si ritrova senza parole per la qualità ed il modo in cui siano perfettamente avvolte dal resto e mischiate a scream e growl perfettamente eseguiti (Fabrizio Prelini diventa cosí una delle voci estreme migliori del paese). I nostri si metton in gioco con assoluta classe e grandissime doti artistiche. La seconda "Graylight Contoured" é un esempio assoluto di tutto questo e, quando si arriva alla fine del brano, si sente il bisogno di mettere in pausa tutto per prendere un bel respiro!
Quando si pensa di aver ascoltato in appena due brani tutte le possibili combinazioni che si potrebbero ottenere dal miscuglio di influenze usato dalla band, allora arriva "No Place Like Death", un'altra mazzata che fa di un old-school mid tempo il suo cavallo di battaglia, prima di aprirsi su momenti ancora piú estremi con la schizofrenica "Windumanouth".
Tanti calci sui denti e tanta cattiveria in questo brano violento, eppure maestoso ed in cui, ancora una volta, le voci pulite riescono ad apportare quel tocco in piú, prima di cambi inaspettati e soluzioni ancora una volta disarmanti.
Se già alla fine di quest'altro macigno da musicista passerebbe la voglia di suonare a chiunque, le sorprese non finiscono ed alla fine del tutto davvero non ci son parole.
"Scribed" prende un'altra volta di sorpresa, con il suo intro recitato ed il mid-tempo che ne caratterizza i primi momenti. Ancora una volta i Rust non riescono peró a limitare il loro genio creativo e qui ci si ritrova sballottati da una parte all'altra tra cambi continui ed un susseguirsi di spunti diversi, che vanno dai vari richiami agli Opeth a sfuriate black metal sul finale!
"Wounds Of The Sunken Dawn", brano conclusivo di questo viaggio intitolato "Urstoff", é ancora una volta una mazzata che si avvale di tutti gli elementi che hanno caratterizzato i brani precedenti ed in cui, ancora una volta, ci si ritrova ad ascoltare musica stupenda che riesce a dare emozioni davvero forti nel momento in cui i Rust lasciano la violenza alle spalle, per aprirsi su orizzonti melodici e dai toni "luminosi", prima di ributtarsi a testa bassa nel baratro.
Nell'osservare questo disco nella sua totalità, ci son chiaramente dei nei che andrebbero osservati. In primo piano, senz'altro il fatto che i nostri hanno e non hanno un loro sound. Benché questo lavoro in sé sia per il sottoscritto stupendo, e la mescolanza di generi e stili a suo modo "unica", quanto riuscirebbero a fare i nostri senza quelle influenze che caratterizzano cosí fortemente il loro lavoro? Sarebbero capaci di lasciare il lato Opeth alle spalle, per creare qualcosa di davvero personale?
Tecnicamente i Rust son assolutamente incredibili e questo LP é la prova del loro genio e talento. Sarebbe peró possibile dare a cotanto talento un tono nuovo ed una voce propria?
Queste son domande che solo un prossimo disco - se e quando ce ne sarà uno - potrà riuscire a rispondere. Da li al prossimo capolavoro, date un ascolto a questa prima fatica, perché di lavori cosí non se ne trovan tanti in giro!

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Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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Debutto sulla lunga distanza dei Natas, combo norvegese stampato recentemente dall'italiana Dusktone. Una proposta che riesce in tutto e per tutto a rapire l'ascoltatore in un mondo spettrale fatto di classico black metal, ma anche di oscure diramazioni ai confini del pagan che, estese tra momenti veloci ed istanti piú epici, riescono a colpire nel segno.
Da subito i nostri non perdon tempo cercando di re-inventare il genere ma, anzi, i Natas si rifanno ai classici stilemi black metal, per creare un lavoro non unico, ma vincente, capace di incanalare in sé lo spirito della seconda metà dei novanta, con un prodotto genuino e che non ha false pretese.
Appena dopo l'intro "Til Helvete", la band si spinge all'istante nei meandri black, con chitarre portanti zanzarose, ma ben prodotte, un lavoro di basso possente ed un drumming che fa il suo lavoro senza osare, ma con classe. Il risultato é un sound pieno e cupo che riesce a trascinare, a far muovere la testa a ritmo di classico black metal. La prova vocale va anch'essa citata come punto di forza della band norvegese, laddove voci demoniache, che si alternano tra scream acido e growl cavernoso, scandiscono sermoni sulfurei e le voci pulite, che vagamente ricordano gli Isengard, riescono a creare atmosfere evocative e funeste!
Nella sua totalità "På veg​.​.​. til helvette" riesce a colpire per la spontaneità della proposta ed il fatto che i brani che lo compongono risultano coesi e perfettamente assemblati.
Un track-by-track di questo disco sarebbe assolutamente inutile, dato che l'opera dei norvegesi va accolta nella sua totalità ed apprezzata come disco e non come canzoni a sé stanti. Tuttavia, dovendo eventualmente dare un "best of" del disco, come non citare perle indiscusse quali la monolitica "Rest In Chaos", l'opener "Daudens Kall", ma anche l'evocativa sciamanica "Cursed Spell Of Evil" e la penultima monumentale "Supreme Retaliation"?
"På veg​.​.​. til helvette", un album che mette in mostra una band assolutamente capace di ritagliarsi uno spazio tutto suo nel mondo black metal e che offre speranze per un prossimo lavoro ancora piú interessante! In attesa di un degno successore, consiglio a tutti un ascolto di questo lavoro ed un doveroso supporto!

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Opinione inserita da Rob M    01 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Luglio, 2018
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Glorior Belli, un nome non nuovo nella scena e da sempre un nome che ha cercato di trovare la propria strada tra mode del momento ed i generi che piú attraggono l'attenzione. Non é di fatti una novità che i nostri siano arrivati a concepire alcuni album "importanti" alle origini del filone religious, ma che poi con il cambio del vento si sian avventurati tra soluzione affini a filoni davvero differenti. Tra chi gli darebbe dei "venduti" e chi invece continua a supportare la loro proposta artistica, i nostri han stampato quest'anno, tramite Season Of Mist, il loro nuovo lavoro "The Apostates". In tutto e per tutto un lavoro che farà parlare di sé per il contrasto di generi che lo caratterizza, ma anche per le scelte di immagine legate ad una volontà di mantenere quell'alone black metal che da sempre ha rappresentato il marchio di fabbrica dei francesi, in combinato con l'attitudine doom/stoner che personalmente trovo pari ad una parodia.
Il nuovo disco non é male a metà. Un disco che chiaramente non farà avvicinare gli "only true believers" del genere, ma che musicalmente rappresenta un connubio di scelte che vanno tra l'azzeccatissimo ed il "ridicolo". Intendiamoci subito, qui si parla di "ridicolo" perché questo disco non ha paura di cercare di "agganciare" le masse e le nuove generazioni e, cosí facendo, le soluzioni trovate son da grandissimi "wanna be a rockstar", con riff "boombastic" e passaggi filo melodici, alla stregua di Mastodon e compagnia pop. I nostri lo fanno apertamente e senza troppi giri di parole, strutturando i brani che lo compongono tra frangenti black metal, ma anche momenti ai limiti del metalcore. E qui, la gioia o pena di chi ha seguito questo progetto negli anni e mai si sarebbe aspettato un "alto tradimento" dei canoni classici che avevan caratterizzato i tempi ben lontani degli albori di Glorior Belli.
Un avanzare, il loro, che non ha niente da invidiare ad altri nomi ben piú noti e bands che, pur iniziando come "black metal", "suicidial", "religious", negli anni hanno a loro modo "perso la via", per affacciarsi su solouzioni e generi che potessero apportare alla "monotonia" black metal nuovi livelli di sperimentazione.
Con i loro brani dai titoli "catchy" ed il loro sound "ringiovanito", Glorior Belli propongono quasi un'ora di musica estrema, ma a quale costo? Il disco in sé si divide in due parti, uno spaccato "blackish" ed uno piú "alternativo". Nel primo lato rientrano i primi quattro brani, nonostante anche in questi le tentazioni dell'innovazione han affondato le unghie. Brani come la title-track "The Apostates" o quelle lead della seconda "Deserters of Eden", gli accenti in stile Shining dell'opener "Sui Generis", le melodie alla Dawnfall Of Gaia di "Bedlam Bedamned", caratterizzano un lato A interessante ed avvincente. Sperimentale, mai monotono, interessante e particolare nella sua mescolanza di generi e sottogeneri che sinuosamente si agitano tra loro in un mix unico.
Poi, il declino. Con "Hangin' Crepe" la musica cambia, la voce si trasforma e si passa dalle soluzioni "cool" e di nicchia al "cerchiamo di essere alternativi", per un lato B che non ha fondamenta solide.
Se pur l'esperimento risulta essere parzialmente riuscito, purtroppo nel complesso ci si ritrova ad ascoltare due dischi diversi che non hanno niente a che vedere l'uno con l'altro. Quasi come se questo "The Apostates" fosse una raccolta di EP, anziché un LP a sé stante, i Glorior Belli ci mostrano la loro faccia hardcore e la magia viene interrotta.
Se con la successiva "Jerkwater Redemption" si cerca vagamente di tornare sul lato black, il risultato é una mescola degli ultimi Khold che lascia il tempo che trova. Il dolore non finisce lì ed ancora con la successiva "Split Tongues Won't Atone" la formula é la stessa. Un goccio di black metal, una spolverata di black 'n' roll, un paio di blast beat, voci gracchianti, chorus fatto su misura per rimanere registrato nel cervello... da una band che ha "osato" a modo suo nei primi quattro brani, ci si ritrova ad ascoltare i cugini lontani in chiave pop.
Con le conclusive "Runaway Charley" e la ballad "Rebel Reveries" (ascoltate questa dopo la seconda traccia per avere un'idea lampante del contrasto di generi e dello spirito "audace" dei nostri), i francesi si scavan la fossa da soli.
Vogliamo parlare di buona musica? Si, i nostri suonano buona musica. Vogliamo parlare di un buon disco black metal o ancora piú in generale "estremo"? Le idee ci sono, ma vengon usate in maniera ingenua, ripetitiva, ed i nostri non riescono a mettersi in mostra come innovatori ma, anzi, come copioni di nomi piú noti ed incapaci di trovare la loro strada.
Una pena, perché le possibilità ci sarebbero, dato che i Glorior Belli son musicisti davvero in gamba, ma che si adagiano sul già sentito e la commerciabilità della loro musica, in contrapposizione al tirar fuori la stoffa per osare, inventare, costruire. Niente di nuovo sul fronte francese quindi, un album che lascia il tempo che trova e l'amaro in bocca.

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