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Opinione scritta da Graziano

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0.5
Opinione inserita da Graziano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

La recensione di questo disco è particolare perchè mi trovo avanti ad una biforcazione: giudicare il disco per il messaggio o per la proposta artistica. Iniziamo dalla musica (perchè i contenuti extra musicali sono un di più).
Grande assente qui è l’urgenza che dati i contenuti impegnati (o supposti tali) dovrebbe farsi sentire anche attraverso gli strumenti, altrimenti a cosa servirebbe veicolare il messaggio attraverso una musica così derivativa e scarica? Si finisce per vanificarne l’intento. Ed è infatti quel che capita nella quasi totalità dei brani ivi contenuti. Un coacervo di canzoncine nu che non avrebbero tirato nemmeno 15/20 anni fa, tra una rappata mal messa su chitarrone che poi tanto one non sembrano essere, un tentativo – malamente fallito – di tirare in ballo l’alt-metal più moderno e una terrificante cover dei Rage Against The Machine (Wake Up). Addirittura in Boss vi sono elementi di quell'aberrazione chiamata trap, difatti questa è una traccia bella viscida, incosistente ed inconcludente. Il trap va di moda, ma infilarlo "ad capocchiam" in un disco nu metal solo per cavalcarne il trend, è davvero imbarazzante.
Niente da fare, comunque. Il disco non decolla, la temperatura resta gelida ed inconsistente. Se miss Shamaya avesse impostato il disco su coordinate più moderne, nostalgiche e meno propagandistiche sarebbe stato meglio: non è che riciclare il sound di 20 anni fa sia una mossa audace, cioè mi sembra tutto un copia-incolla senza originialità, dall'inizio alla fine, senza consistenza e senza nessuna proposta che ti farebbe ri-ascoltare il disco o una traccia singola.
Uno dei peggiori dischi del 2018, per quanto mi riguarda, addirittura grazie a questo disco mi fanno rivalutare gruppi come Attack Attack e vari gruppettini emocore... dire che questo disco sia scandaloso è un complimento e, se avessi potuto, avrei dato 0 su 5. Se mi conoscete bene, non ho mai sparato a zero sui gruppi e vi invito a vedere le altri miei recensioni per capire che di solito colui che scrive si appella a tutta l'apertura mentale del mondo, ma arrivare con un disco del genere, con ripetuti plagi e rimandi a gruppi nu metal, senza personalità e senza consistenza è scandaloso, lo ripeto.
Riguardo il messaggio extra musicale, purtroppo quando la propaganda supera la proposta artistica ci si scontra con un evidente problema: per accaparrarsi qualche vendita in più si leva al fattore ideologico (faccio presente che io non patteggio per nessuno, così evitiamo polemiche, dato che la politica non mi interessa, anzi la odio), che non fa onore a nessun progetto, quindi per non dilungarmi in argomenti che in queste pagine non sono consoni termino la recensione con:
La musica non è un comizio elettorale, è arte... forse agli otep è sfuggito proprio questo, perchè se avessero pensato meno a Trump (che mi sta sui "cosidetti", sia chiaro) e di più agli arrangiamenti di qualità, forse avrebbero fatto qualcosa di decente.

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3.0
Opinione inserita da Graziano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I Nemeziz sono una band tedesca nata nel 2012 a Oehna, riattivati nel 2015 dopo un periodo di pausa. Dopo una demo l’anno scorso e svariati teaser e singoli lungo l’estate, hanno finalmente pubblicato il loro primo album. “Gerechter Zorn” è un album è di stampo alternative, con suoni appesantiti in alcuni punti attingendo da heavy e nu metal, che danno un contrasto particolare con i riff piuttosto semplici dell’alternative anni '90. Si inizia con “Unikat“: primo pezzo dell’album. Un inizio niente male, con riff molto orecchiabili, suoni puliti e pestati, senza cedere mai per tutta la durata della canzone. Si tratta di uno dei pezzi pesanti più godibili, classificabile come nu metal, nonostante la durata scarna (sotto i 3 minuti) tipica dell’alternative. Altro pezzo degno di nota è “Runde nr.3/Mytos Barbarossa“: quinta canzone, qui ci troviamo di fronte ad alternative rock puro dove i riff semplici e leggeri e ritornelli orecchiabili la fanno da padrone, sebbene vi siano scelte davvero interessanti, il sound rimane comunque fermo a 18 anni fa, facendo rimembrare al sottoscritto parecchi gruppi di inizio anni 2000 che andavano dal crossover fino ai limite del punk, quasi. “Alte Wunden“ nono brano, è uno dei pezzi degni di nota: la ritmica e la tonalità differenti, vanno però a sconfinare e ad incrociare un sound quasi vicino al pop. Questa band ha idee davvero pregevoli ma qualcosa non ha ingranato come previsto. Il potenziale c’è, le idee ci sono, ma manca un poco la realizzazione: canzoni che iniziano bene, ma poi si impantanano senza andare seriamente sul metal, ma accontentandosi di linee semplici alternative e sbalzi bruschi da un’influenza all’altra, eseguiti in maniera superficiale, sebbene vi sia potenziale bisogna però trovare la giusta identità; non si può confenzionare un prodotto che a tratti sembra Slipknot, a tratti sembra Offspring e addirittura Blink 182, fino a sconfinare nel pop più sempliciotto.
Quindi, nonostante le buone premesse, non si va oltre la sufficienza.

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3.5
Opinione inserita da Graziano    05 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2018
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"Ecos Da Selva Urbana" è un disco Thrash Metal/Crossover distruttivo e totalmente cantato in portoghese, con cui i Rasgos fanno il loro debutto nella scena metal. Schiacci «play» e un treno di note ti investe. Il quintetto portoghese attinge a piene mani in quel calderone di suggerimenti dati dalle culture thrash più gettonate. La vita ti scorre davanti agli occhi, ti rammenti di Slayer, Kreator, D.R.I. e Hatesphere. «Rasgo». Il sound è solido, come è solido il fondamento di "Ecos Da Selva Urbana", album ricco di personalità, sebbene qualche sbavatura qua e là nel sound si senta; l'album è bello trascinante nonostante i troppi pezzi "fotocopia". Rimane comunque una buona prova di questo gruppo portoghese, sebbene non sia consigliabile a chi non mastica troppo questo tipo di thrash metal al confine con il crossover.

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4.0
Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Oggi si parla dei While My City Burns, quintetto di Reykjavík (Islanda) che propone un buon esempio di metalcore, impreziosito da inserti elettronici e sferzate hardcore.
Ribadisco il concetto della provenienza del gruppo perchè sembra di ascoltare qualche band 'core inglese o statunitense, invece i ragazzi vengono dal nord Europa, terra rinomata per essere patria del metal più freddo ed estremo.
La band è attiva dal 2013, ma solo nel 2018 debutta tramite Wormholedeath Records con questo "Prone To Self Destruction", i cui brani si snodano rabbiosi con la melodia sempre presente e di matrice post hardcore, alternata a muri di watt.
L'uso delle voce è davvero ottimo, anche le melodie sono curate alla grande, portando questi islandesi allo stesso piano di bands e nomi più blasonati. Sezione ritmica terremotante e sound "estremo" quanto basta per il genere proposto, i While My City Burns ci offrono un full-lenght curato sia a livello di produzione, che di songwriting. I brani scorrono senza grandi scossoni, ma neppure senza cadute di stile, insomma il disco non è una noia, ma neanche un capolavoro in linea di massima, cosa che comunque ribadisce il concetto che il gruppo deve ancora maturare e crescere. Nonostante non ci sia nulla da obiettare, la tracklist sembra scorrere ben bene mantenendo l’ascolto interessante. Disco consigliato agli amanti del genere indubbiamente, ma anche a chi si avvicina adessi al metalcore.

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3.5
Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Tossica e folle miscela di thrash metal, con forti componenti d-beat incanalati in una dura scorza di attitudine hardcore. I Methedrine mi si presentano così al mio primo ascolto: Built For Speed.
I Methedrine nascono da un idea di Bone (batteria), Lou (voce) e Mark (chitarra) dopo l’ultimo split degli Upset Noise, storica band hardcore punk italiana. Alla formazione si sono uniti Trampax e Chainsaw, già membri di altre bands di rilievo come i Face Your Enemy e Daltonic Outracy. Il gruppo prende il nome dalla sostanza preferita assunta da personaggi celebri della storia del "rock 'n' roll", come Lemmy dei Motorhead e Johnny Cash.
Solo quattro pezzi per questo Built For Speed, ma di quelli a cui è davvero difficile resistere, con contorno di adrenalina che tocca livelli di guardia e tanta elettricità che si spande nella stanza, tutto suonato con una maestria e una passione che puzzano di cattive frequentazioni lontano un miglio. Ora, non credo serva sottolineare come si stia parlando di un disco che non inventa nulla di nuovo, ma anche di un lavoro che supera di scatto tre quarti della concorrenza perché ha quell’ingrediente particolare che tante volte pesa in tutta la sua mancanza: la botta di pancia necessaria per far capire "chi comanda".
Unico difetto: non è che la copertina sia un' opera d'arte, ma sono gusti.

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Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Gli ACKERON tramite Melancholia Records pubblicano il loro debut album "Polarity". Disco breve: 7 tracce davvero ben riuscite e pensate, non si spreca neanche un secondo del loro tempo a disposizione, un songwriting pregevole e originale permea tutte le canzoni, facendo respirare al sottoscritto un bel po' di aria fresca!

Influenzati da gruppi come GOJIRA, ARCHITECTS e SOILWORK, i francesi riescono a creare un melting pot interessante, moderno e melodico, ma mai banale. Va detto che le bands citate servono solamente a dare una infarinatura del loro operato: sebbene vi siano alcuni rimandi e similitudini, questo "Polarity" ha un suo spirito ed un suo corpo, un disco con un suono contemporaneo che non viene fuori direttamente come qualsiasi altra band, il genere potrebbe essere definito metalcore, ma la descrizione è davvero riduttiva, credetemi.
L'opener "Hold Me Now" è un perfetto apripista, che serve per fornire un ampio riassunto di ciò che sembra l'album. Colpisce davvero in tutti i punti principali, trova il modo di lavorare nei breakdown, nelle clean e addirittura nelle scream vocals. Il brano 2 "Come Closer" trova un aspetto più pesante, ma anche uno progressivo.
Il resto dell'album trova lentamente un appiglio più pesante, con molto più groove, chunk e breakdowns rispetto alle prime due canzoni. E questo normalmente lo considererei un aspetto positivo. Spero solo di vedere ACKERON approfondire il suono sperimentale nelle pubblicazioni future e non ricorrere al tipico metal moderno troppo piatto che un po' ha saturato la scena.

Polarity è un debutto solido, la band ha sviluppato un sound personale che, con le future pubblicazioni, può solo migliorare.

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2.5
Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Gli ungheresi Ektomorf si presentano con un lavoro TROPPO SIMILE ai Soulfly; riescono pure a replicare le qualità della creatura di Max Cavalera con un thrash/groove primitivo, basilare e, ahimè, seppur coinvolgente, troppo fotocopia... Prima di pubblicare questa mia valutazione ho anche messo a confronto il mio pensiero con altri colleghi recensori di più testate, e non sono il solo a dirlo. Ovviamente non si accusa certamente il gruppo di plagio, però non capisco questa ostentazione a voler troppo copiare i Soufly o gruppi della medesima caratura. Mi dispiace, anche perché, ad esempio, la traccia “AK 47” ha un bellissimo ritornello "grooveggiante", costruito anche con perizia, quindi il full length non è neanche tutto da buttare. “Blood for Blood” non passa indifferente. “Tears of Christ” è un mid-tempo con un gran tiro, così come “Skin Them Alive” se la gioca alla grandissima su coordinate molto più veloci, però sono solo queste le tracce che mi hanno dato un'impressione positiva sul gruppo, segno che la posizione che hanno raggiunto non è casuale; da un gruppo di questo livello, però, non si può avere un disco che sembra essere stato composto da fans sfegatati dei fratelli Cavalera! Un po' di personalità in più non sarebbe guastata... e questa è un'opinione che mi aspettavo di dare a bands alle prime armi, non a gruppi che hanno comunque un pedigree ben consolidato e anni di esperienza. Spero che con questi appunti gli Ektomorf possano in futuro arricchire la loro proposta, anche perchè la tecnica non manca loro affatto.

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Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Vent’anni di carriera per i Caliban, band che ha sempre viaggiato a livelli medio-alti nell'industria musicale, particolare che in qualche modo certifica la validità di un progetto oramai consolidato come forza metalcore tedesca. La band consolida i buon risultati avuti in questi anni e arriva a testa alta al traguardo dell’undicesimo album pubblicato tramite la prestigiosa Century Media: una release direi a celebrazione della loro carriera, formata da ben tredici canzoni (più due bonus tracks) ed intitolata “Elements”.
Prosieguo ideale di “Gravity”, il sound è caratterizzato dall'immediatezza delle influenze Bring Me The Horizon comparse già nel passato recente. Particolarità di questa release, rispetto alle precedenti, sono una serie di collaborazioni e featuring di rilievo: per “Ich Blute Für Dich” prendono il microfono Sebastian ‘Sushi’ Biesler degli Eskimo Callboy e Matthi dei Nasty, in una potentissima posse track tutta tedesca che raggiunge il picco più alto del disco. CJ McMahon dei Thy Art Is Murder impreziosisce la melodica “Before Later Comes Never”, Brian ‘Head’ Welch dei Korn compare nell’inno nu-metal “Masquerade”. Anche il nu è oramai parte integrante dei Caliban per quanto concerne il sound; un gruppo che, riproponendo con convinzione il proprio metalcore rifinitissimo, iperprodotto e bombastico, vuole essere il più possibile accessibile e, grazie al loro grandissimo mestiere, l’obiettivo è centrato senza scivolare nella stucchevolezza. E’ proprio questo a rendere “Elements” un disco piacevole, senz’altro il migliore delle loro recenti produzioni.

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3.5
Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Oggi vi presentiamo il gruppo “Ego The Enemy”, death metal band moderna da Milano, con il loro primo lavoro in studio, intitolato “Imperfections”.
Ho conosciuto questa band tramite il batterista Norman, e devo dire che non mi aspettavo così tanta qualità, sia dal punto di vista del songwriting che della produzione in un EP di debutto. Talvolta all’inizio si fa l’errore di navigare in budgets troppo bassi e quindi molti gruppi, seppur validi, calcano la strada del low budget, non sapendo che oggi giorno avere prodotti di qualità professionale è il biglietto da visita per potersi presentare ad agenzie, etichette e/o webzines nella maniera migliore possibile.
Partiamo dal fatto che il presskit inviatomi è stato molto chiaro e semplice, rispetto a tanti gruppi non ho dovuto cercare nei meandri di facebook o internet informazioni sulle canzoni, sul genere e sulla band stessa. Prima di passare alla valutazione tecnica del riuscitissimo EP (potete dunque già immaginare l’esito di questa recensione), vi lascio un paio di righe per parlarvi degli EGO THE ENEMY:

La band Ego The Enemy nasce nel 2014 da un'idea del bassista Simone Gaggioli, del batterista Norman Ceriotti e del chitarrista Riccardo Di Vattimo. Mentre stanno componendo un EP di 6 canzoni, il cantante Gianluca Dainese entra a far parte della band alla fine del 2015. Un anno dopo Samuele Deiana entra come secondo chitarrista e all'inizio del 2017 Gregory Sobrio diventa il nuovo cantante in "clean". Nel 2018 esce il primo EP della band intitolato "Imperfections", di cui appunto parleremo oggi.


L'EP ha come temi principali dei testi problemi psicologici, filosofia ed il decadimento del genere umano.
La prima traccia è "Dinner in the Chasm". La canzone inizia con un intro fusion, per poi essere costituito da forti elementi mathcore con una voce scream/growl davvero interessante; per essere sinceri è un po' acerba rispetto all’intero lotto, trattandosi del primo brano composto dalla band. Non per questo motivo però va bocciato, le miriadi di influenze si sentono tutte e qui il lavoro della sezione ritmica è davvero pregevole.
La seconda traccia è "Strangers", il singolo dell’EP, molto più catchy e classica per quanto riguarda la struttura ed arrangiamenti; ho particolarmente apprezzato il mood e la timbrica della voce, davvero sopra le righe!
La terza canzone è "Pendulum", in cui un'atmosfera quasi ambient lascia spazio alle influenze djent e deathcore, mi è piaciuto molto questo brano perchè è come se le varie sezioni più calme dessero una tregua all’ascoltatore, per poi trovarsi catapultato in sezioni belle corpose e aggressive!
Il quarto brano è "Suspended In Time", il più atipico del lotto, che risulta essere quasi un pezzo di intro e/o di passaggio, non lo avrei collocato in questa posizione di scaletta perchè secondo me spezza un po' il mood, ma questa non è una vera e propria critica, solamente un parere personale.
Il quinto pezzo è "Mistakes" ed è un po' la ballad dell'album, nell’intero lavoro è la canzone più tranquilla e melodica ed è quasi interamente cantata in pulito, cosa che fa rendere conto di come il cantato possa rendere in diversi stili senza perderne efficacia.
L'ultimo brano è "Illness Cry", è la canzone più lunga dell'EP (oltre 6 minuti e 30) e credo che in essa si cerchi di racchiudere un po' tutte le influenze del gruppo, si fa dal prog, al core ed al death metal. L’idea di questo pezzo non è malvagia, conferma il mood rabbioso, ma anche melodico del gruppo, che centra certi passaggi, ma ne aggiunge anche altri e forse per questo il risultato finale si annacqua, anche per l'eccessiva lunghezza del brano che lo rende prolisso e ridondante; anche qui preciso che trattasi di un'opinione strettamente personale che non sminuisce il lavoro dei ragazzi. A conti fatti, l’Ep ci presenta una nuova band con del carisma, ma anche con qualcosa indubbiamente ancora da perfezionare che, a lungo andare e con l'esperienza, porterà ad indiscutibili, buoni risultati.

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Opinione inserita da Graziano    20 Aprile, 2018
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'Re-evolve'' è il titolo del nuovo disco degli Orphanage Named Earth, in uscita oggi 20 aprile per Argonauta Records in versione CD, mentre è stato rilasciato in versione doppio LP da svariate DIY label di tutto mondo quali : Dilapidated Records (USA), Distroy Records (Ireland), DIY Koło Records (Poland), Hasiok Records (Germany), PHR Records (Czech Republic), Sanctus Propaganda (Poland).Il loro è un prodotto degno del mix di Post Metal, Doom e Hardcore Punk che li caratterizza: si tratta infatti di una metal band polacca nata nel 2015, che canta in inglese e che nella propria musica mette tutti gli elementi necessari a renderla il più potente possibile.
All'inizio i componenti della band erano quattro: tale formazione registrò un demo, auto producendolo e distribuendolo nel febbraio 2016. Definirono scherzosamente la loro musica Romantic Crust, per via delle atmosfere cupe e melanconiche che ricordano anche un pò i Type O Negative di Steeliana memoria,oltre alle evidenti connotazioni "core" e punk. Non abbiate paura dell'eccessiva lunghezza dei brani proposti che riescono a cogliere nel segno, anche se d'altro canto alcuni brani risultano troppo diluiti per via delle troppe idee e delle troppi parti non fanno altro che allungare il brodo;Tutto ciò però va detto non echieggia in tutto, ci sono ad esempio la combo delle prime due tracce dell'album,e il trio composto dalle tre canzoni di chiusura che si caratterizzano davvero bene, dove i polacchi mostrano che hanno una buona capacità compositiva.
La band si compone di cinque musicisti: Piotr Kimszal e Piotr Polak alle chitarre, Hubert Bialobrzeski al basso, Michal Doroszkiewicz alla batteria e Wojtek Kuczynski alla voce.
''Re-evolve'' è un disco che racconta un pensiero romantico su un mondo in cui vivere in pace, nel rispetto di umani, animali e della terra; un pensiero che si scontra con il sound brutale del metal, con quel beat crostoso che caratterizza la band e con i riff di chitarra aspri ma generanti una forte atmosfera. Dal punto di vista dei testi, la band tocca temi e problemi importanti dal punto di vista sociologico, come la cattiveria dell'essere umano, l'egoismo e il fatto che, secondo il pensiero della band, le persone dovrebbero pensare ad una nuova evoluzione, per evitare di soccombere ad un mondo fatto di guerre e sfruttamento. Ecco perché scegliere un titolo del genere: ''Re - evolve'' è quasi un imperativo, verso un'umanità oramai allo sbando.
Un disco molto sentito, a tratti annacquato, ma tutto sommato godibile e pregevole.

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