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Opinione scritta da Graziano

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Opinione inserita da Graziano    31 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 31 Gennaio, 2018
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Debutto per il progetto Entropy Coding, con il primo full-length "Tales of the Moon". Anticipato da un intro dalle atmosfere sognanti, da colonna sonora di un film fantasy hollywoodiano, dal nome "Once Upon a Time", ci catapultiamo in un metal sinfonico con sonorità molto interessanti per quanto concerne i suoni di tastiera. La sezione ritmica di estrema qualità per tutto il disco con ottimi suoni di chitarra e scelte stilistiche eccellenti, che ricordano gruppi come Nightwish, Epica, Delain o i Dreamquest di Turilliana memoria, con meno elettronica e più estro sinfonico. Mi aspettavo una voce più forte e prestante che comunque non delude ed è tecnicamente e timbricamente pregevole, solamente in alcune parti stilistiche, a livello soggettivo, si va troppo verso il già sentito. Però sono opinioni soggettive, oggettivamente nulla da dire, anzi! Oltre ad un evidente elemento sinfonico, mi è piaciuto come l'influenza power/progressive sia stata rilevante e sia stata prominente; la seconda traccia, "Feel the Air" (primo singolo del disco), ne è il manifesto, ma non è il migliore pezzo del lotto secondo me. Mi hanno sorpreso anche i tratti in scream della cantante e i suoni "alla Dream Theater", che ben arricchiscono il valore compositivo di questo album, un ottimo debutto. Davvero interessante invece è la proposta sia al livello vocale che di arrangiamento della traccia “Luna”: cantata in Italiano,ci fa apprezzare la bellissima voce della cantante Melania Petrillo, una voce incredibile che in questa traccia migliora rispetto alle precedenti in termini di resa tecnica e timbrica. La seguente "Eclipse", che all'inizio come atmosfere assomiglia un po' a quelle dei Rhapsody ("Legendary Tales" su tutti) rappresenta la traccia che mi ha colpito di più, che secondo me maggiormente risalta per il lavoro svolto in questo album, soprattutto in fase di arrangiamento, rendendo il pezzo più vario che mai: è come se Dream Theater, Symphony X e Rhapsody abbiano deciso di comporre musica assieme con una frontman femminile per l'occasione,spettacolari!
I miei più sentiti complimenti alla mastermind Susanna Coltrè per aver sfornato un prodotto di così grande qualità al debutto. Ovviamente ci sono ancora cose da limare, ma come è normale che sia.

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Opinione inserita da Graziano    15 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I South Of No North sono un gruppo groove metal partenopeo attivo da relativamente poco tempo(aprile 2016),super attivi nelle esibizioni live,infatti hanno scalfito la superficie del metal underground partenopeo con il primo singolo disponibile in digitale dal titolo provocatorio "I.N.O.F.Y.C.M."(non è colpa nostra se i vostri bambini si masturbano), aprendo a bands come Genus Ordinis Dei,Onryo,Noise Trail Immersion,Dreamshade e molte band del panorama nazionale e internazionale
Sulla scia del loro primo singolo si basano le liriche e lo stile del loro EP fresco di uscita "Stubborn".La nota di merito è il fatto che la band si è completamente autoprodotta ottendo un risultato assai soddisfacente soprattutto per quanto concerne il sound di chitarre e di batteria, la nota dolente al livello di produzione resta purtroppo la voce,che al livello di mero giudizio personale aveva bisogno di qualche operazione in più,ma trattasi di opinioni puramente personali,come ho già espresso prima, che non intaccano il buon giudizio sul disco che si presenta molto bene.
Il disco è un totale 100% DIY e credo che a tutti i gruppi che abbiano intenzione di autoprodursi in toto debbano dare un ascolto a questo disco più voltem per far capire che i propri mezzi,impiegati nella giusta maniera,possono far davvero enormi risultati.
Certamente i riff non sono super elaborati,e la volontà dei ragazzi è quella di arrivare all'ascoltatore come un diretto pugno in faccia,i South Of No North ci riescono alla grande e sopratutto divertono parecchio. Aspettiamo buone nuove dai ragazzi,e soprattutto per chi come me ci ha condiviso il palco più volte,posso ribadire l'enorme carica che hanno dal vivo! Oltre ai breakdowns spacca ossa che permeano in ogni singolo brano del cd,mi inginocchio al sapiente lavoro della sezione ritmica e di una batteria cattivissima con un muro doppiopedalistico che incentiva lo spessore ritmico e la durezza di brani semplici,di impatto e molto validi!

KILLER TRACK : I.N.O.F.Y.C.M.

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Opinione inserita da Graziano    14 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo lavoro per i campani One Day In Fukushima che ci deliziano con una demo tagliente, senza un attimo di tregua. Sulla scia di gruppi come i nostrani Cripple Bastards, oppure nomi di spicco del genere quali Napalm Death, il complesso musicale salernitano di certo non la manda a dire a nessuno.
Prima di parlare del disco, due parole suglii One Day In Fukushima: il progetto nasce verso la fine dell'estate 2014 per opera di Fabrizio (Too Xigen, ex Shellshock) e Valerio (Too Xigen) e per la loro passione per le sonorità estreme. Nel novembre dello stesso anno i due ragazzi si ritrovano presso lo studio Kaspar House per incidere alcuni inediti (che saranno compresi nella futura demo). Poco dopo, entrano a far della line-up anche Francesco (Throes Of Perdition, ora nei Parodos) alla seconda chitarra e Vincenzo (Z.A.T., ex La Horde) al basso. Il gruppo riprende sonorità Grindcore, ma le influenze vengono anche da altri generi come il Death Metal, Punk/HC e Crust. Il gruppo ha preso parte ad alcuni lavori (uno split con più gruppi e varie compilation) e ha rilasciato la demo ad inizio giugno 2015, il tutto accompagnato dall'attività live. In settembre dello stesso anno Cosimo entra nel gruppo in qualità di batterista, sia in studio che live. Nel settembre 2016 Francesco decide di lasciare la band per dedicarsi maggiormente ai suoi progetti. Nello stesso mese la band entra in studio per registrare 3 brani di cui 2 faranno parte di uno split con Intravenous Poison, in uscita a breve, mentre un altro andrà a far parte di una compilation tributo ai Terrorizer, assieme a Misery Index, Haemorrage e Tu Carne. Attualmente, la band è al lavoro per la stesura di nuovi brani inediti, continuando comunque a suonare in giro, condividendo il palco con nomi più o meno conosciuti, ultimi fra tutti i Venomous Concept e Total Chaos.
Come da tradizione, ci troviamo di fronte a sfuriate chitarristiche al limite del "nichilistico", blast beat ultra veloci e ultra tecnici e canzoni dalla durate di massimo 2 minuti, con alcune durano anche 40 secondi (volendo abbondare in entrambi i casi). Quel che ne segue è un disco davvero di impatto e macina ossa da consumarsi fino al'ultimo grido e all'ultimo pogo. Avendoli conosciuti prima live che in studio posso dire che hanno una carica pazzesca e che la pulizia dello studio non fa rendere minimamente l'impatto di una band come questa. Tematiche non proprio originali a parte (che non costituiscono un punto di demerito sia chiaro), quello che traspare è un disco ben fatto, la produzione non ha grosse pecche (a parte la voce, a mio parere) ed è grezza al punto giusto, la sezione ritmica la fa assolutamente da padrona conferendo una "bellissima bruttezza" a questo disco. Chi mastica grind e simili, sa che non è il tipo di musica da produzione pulitina e credo che questa demo suoni come un disco grind debba suonare. Nessun difetto, quindi e ottime basi su cui lavorare; attendiamo il prossimo full length, ne vedremo assolutamente delle belle!
La killer track del disco è: Gabbia Toracica. Altra nota di demerito (che non intacca molto il giudizio finale) è quella delle linee pulite: un consiglio è di curare di più le clean vocals, anche lo stretto necessario (sulle harsh vocals invece nulla da dire, anzi molto molto curate e soddisfacenti), almeno curare intonazione ed evitare stonature evidenti. Consigliato per gli amanti del grind e non solo.

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Opinione inserita da Graziano    08 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Gennaio, 2018
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L'Ep proposto dai nostrani Aftermath è un lotto di tre brani, più intro iniziale, che viaggia contemporaneamente su due dimensioni diverse; se da un lato possiamo evidentemente cogliere influenze di gruppi come Deftones, Drowing Pool e RATM, l'altro lato, quello più malinconico ed oscuro, ben accompagna la violenza sonora che i quattro ci propongono in questo primo lavoro "Ataraxia", uscito questo maggio per Volcano Records. Il dualismo di attitudine sicuramente rappresenta una novità interessante (siccome il genere e le impostazioni sono abbastanza definite) che rende il loro EP, tutto sommato, godibile e nel complesso un buon disco. Dato che ho avuto l'occasione anche di ascoltarli dal vivo, come spesso capita, il mood è totalmente diverso e la produzione del cd risulta troppo secca e artificiosa, sopratuttto nelle chitarre. Ma si tratta di un fattore sonoro e non tecnico, legato a scelte di produzione ed ad un mastering che è fatto certamente bene, ma poteva essere fatto meglio. Il mio brano preferito del lotto è "ClockMaker", con un riffone potente e "groovegiante" rappresenta un po' lo stendardo emblematico di questo Ep; le altre tracce, tutto sommato, intrattengono e divertono nel giusto modo. La sezione ritmica ben rende e sostiene egregiamente, mentre avrei preferito la voce un po' più incisiva e meno calma, ma sono opinioni strettamente soggettive che non intaccano l'oggettività e il buon risultato che il gruppo ha raggiunto con questo disco. Essendo l'Ep di esordio, come spesso capita (ed è capitato anche al sottoscritto), si possono commettere vari errorini qua e là, dovuti alla poca esperienza; in questo caso, sono minimizzati e alla fine credo che il gruppo sia soddisfatto del lavoro che ancora sta portando avanti promozionalmente. Credo che, con le dovute accortezze, gli Aftermath possano crescere ed andare avanti e soprattutto continuare per questa strada che, aldilà dei vari gusti personali, è oggettivamente la strada giusta, gettarsi nella mischia a testa bassa, come tutte le bands emergenti. Aspetto il full lenght con ansia, bravi!

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Opinione inserita da Graziano    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
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Oramai realtà ben consolidata nella scena black metal finnica, i Goatmoon, dopo uno split con uno dei gruppi più controversi della scena greca (ossia i Der Sturmer), tornano in pompa magna con un nuovo album intitolato "Stella Polaris".
Nato come progetto raw black metal guidato dal mastermind BlackGoat Gravedesecrator, nel corso degli anni si è evoluto sempre più su un folk/black metal intriso di sentimenti e a tematiche epiche della terra natia del progetto: la Finlandia. Gruppo certamente assolutamente molto controverso e provocatorio, anche negli atteggiamenti, riesce a sfornare un secondo capolavoro confermandosi dopo il bellissimo "Voitto Tai Valhalla" del 2015 (E ringrazio i ragazzi di Pagan Storm per aver segnalato il gruppo nella loro trasmissione radiofonica, dato che mi hanno fatto appassionare davvero e mi hanno fatto scoprire un artista eccellente). I toni sono più ragionati e freddi, la copertina stessa del CD rappresenta l'attitudine gelida, soprattutto nei riff, mentre risulta "calda e accogliente" nelle parti folkeggianti. Qui si può davvero apprezzare tutta la maestrosità del compositore che crea parti da far accaponare la pelle. I grandi protagonisti del disco non sono le parti cattive, ma le melodie create dagli strumenti folk e dall'organo che raggiunge davvero il suo apice nell'outro della terza traccia "Kansojen Hävittäjä", proposta anche in versione inglese dal titolo "Rock The Nation".
Un disco bellissimo, da ascoltare a mente aperta ed a occhi chiusi. Quando si tratta di fare black metal originale fuori dagli schemi, seguendo una strada propria, allora non troverete di meglio dei Goatmoon.

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Opinione inserita da Graziano    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
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Nuovo prodotto dei Dancing Scrap: "This Is Sexy Sonic Alternative Iron Punk". Disco davvero particolare nella caratterizzazione e nel sound. La fanno da padrone, nel loro nuovo full lenght, gli arrangiamenti variano tra rock’n’roll ed elettronica, emulando il rock americano più mainstream creando un dualismo particolare tra parti più rockeggianti e l'uso massivo della parte elettronica; questo connubio largamente usato nella musica moderna è inoltre ricco di spruzzate vicino al punk, ciò rende la proposta del gruppo davvero eterogenea e particolare: le due anime sono ben amalgamate, le strutture e gli arrangiamenti tipici toccano anche lidi tipici dell'elettropop e in alcuni casi anche del rock/funk alla RHCP (come avviene nella prima traccia). Il singolo "I like it" segue le linee di ciò che poi si svilupperà lungo l’intero lavoro, un rock sporcato di elettronica e punk con i campionamenti che la fanno da padrone. Lo stesso vale poi per le altre tracce del disco che risultano eccessivamente caratterizzate da campionamenti e basi elettroniche, questo però fa notare quanto ancora si possa sperimentare nel rock e quanto la ricerca del suono sia importante per creare qualcosa di nuovo. L’unico elemento negativo è la troppa dipendenza dalle basi, che sia da un lato possono arricchire il sound creando una buona proposta sui generis, sia potrebbero rischiare di rendere troppo saturo il lavoro del gruppo, che risulta comunque valido.

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Opinione inserita da Graziano    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
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In attesa del loro nuovo capitolo, direttamente da Roma, gli HELSLAVE sfornano un ep dal titolo “Divination”. Attivi dal 2009 con già alcuni prodotti davvero validi; i brani che compongono questo nuovo prodotto discografico sono veloci e diretti come un pugno in faccia, accostabili a grandissime bands che hanno reso unico questo genere quali i Dismember. Le chitarre sono davvero massicce e le sferzate sono belle feroci e oscure ad opera del nuovo innesto Diego Laino (che già abbiamo potuto apprezzare nei Symbolyc e negli Ade); sin dal primo brano riescono comunque a stupire senza però innovare nulla nel genere. La loro è una violenza ragionata,anche se il senso di nostalgicità permane in questo disco,cio non è una pecca perch+è i ragazzi sanno conferire all’ascoltatore tutta quella rabbia e dedizione alla causa che un disco come questo deve per forza avere e che riesce a raggungere tranquillamente facendo breccia nelle orecchie dell'ascoltatore. "The Spawn Of Astaroth" e "Desecration" sono le due tracce migliori del disco, e devo dire che sono anche quelle più curate dal punto di vista dell’arrangiamento. La sezione ritmica è davvero una cosa fenomenale e portentosa. Ho potuto apprezzare tantissimo le scelte stilistiche e, soprattutto, ancora una volta gli arrangiamenti, che non si limitano dunque agli standard del genere e riescono a caricare davvero ottimamente. Una brutalità ragionata, ma potente!

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Opinione inserita da Graziano    20 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2017
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Un mix davvero variegato per i New Disorder, con questo ultimo prodotto! La band romana nasce nel 2009 e ha all'attivo due EP, “Hollywood Burns” dello stesso anno e “Total Brain Format” del 2011, ed il full length d’esordio “Dissociety”, uscito per la Revalve nel 2013. In questi anni, vari cambi di line-up hanno lasciato il solo cantante Francesco Lattes come unico superstite della band originale: niente di male, la band rimpolpa le fila e firma all'inizio dello scorso anno per Agoge Records, che produce e distribuisce questo ottimo "Deception".
Possiamo definire "Deception" come un singolo allargato, con i brani del disco precedente che fanno bella mostra di loro in una veste nuova, accompagnando le due canzoni nuove di zecca. Il songwriting è ricco di influenze, la base su cui si poggia è alternative metal, ma questo viene manipolato ad uso e consumo della band che stupisce tra ritmiche core e brani dove il rock americano viene travolto da parti in cui il prog moderno prende il sopravvento. Aggiungerei anche che la voce di Francesco è davvero sopra le righe, dando il meglio di se su tutti i brani che compongono l'album. Musica adulta, matura, canzoni che possono risultare difficili, ma che crescono in modo esponenziale dopo che avrete fatto vostre tutte le sfumature di questi ottimi brani. Lo stile dei New Disorder è un alternative metal molto maturo, in cui vivono personalità all'apparenza distanti ma amalgamate in un unico sound che sposa metalcore, grunge, nu metal ed un’anima progressiva che aleggia sui brani; la sezione ritmica ed il cantante strabiliante per varietà di interpretazione e intuito ben si amalgamano con la proposta musicale del gruppo. Suoni new wave aprono l’album, mentre il brano si trasforma in una moderna song estrema con tanto di growl e ripartenze velocissime. I brani che avevano valorizzato "Straight to Pain", il loro precedente lavoro, ci sono tutti; il genere proposto è particolare: trattasi di un sound maturo e molto sofisticato a mio parere, che incontra lidi che vanno dalla new wave al prog e al sound di stampo -core. "Never Too Late to Die" e "The Beholder" (che considero la Killer track) sono pezzi di ottimo pregio e produzione, e come già esprimevo prima valorizzano davvero il lavoro svolto dalla band. Quindi: consigliatissimi i New Disorder che stupiscono anche in questo lavoro.

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Opinione inserita da Graziano    20 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2017
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Se avessi avuto un CD senza titolo e se non avessi saputo di che band si trattasse, allora mi sarei sicuramente detto "Ma questi sono gli Slayer!" (tranne che per il timbro vocale sia chiaro). La Band indiana Chaos, fortemente influenzata dai leggendari thrasherz californiani sforna un decalogo di brani che sì, sono di slayeriana memoria, ma che arricchiscono il loro sound anche di vario genere e di varie influenze vicine al mondo dell'hardcore o del crossover thrash, risultando già sentito ma mai stancante o banale.
Fin dalla prima traccia si spara sull'acceleratore. Già immagino questo gruppo dal vivo fare fuoco e fiamme e regalare ai partecipanti un pogo violento. Se il paragone con gli Slayer è immediato, io ho trovato anche molto a che spartire coi nostri Assaulter (che ho visto dal vivo all'Agglutination, ndr). Si distinguono su tutte, a mio parere, l'opener track e la title track che fanno davvero gasare! Le tematiche dei testi, rispetto ad un gruppo thrash medio sono anche ben curate e la timbrica (sia al livello di pronuncia che al livello di intonazione) sembra quella di un americano. Cioè se non avessi saputo che fossero indiani, avrei cercato questi "Chaos" in L.A. o in territori simili. Davvero un ottimo LP, l'unico mio consiglio è di ricercare ancora più originalità per dare nuova linfa al genere e al songwriting.

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Opinione inserita da Graziano    12 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2017
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I Sawthis sono un gruppo abruzzese che in questi anni sta veramente sulla "cresta dell'onda", dato che sforna sempre album apprezzatissimi dalla critica e ha anche condiviso il palco con mostri sacri della scena metal internazionale. Particolarissimo è lo stile proposto, in cui vi è un'eterogeneità tra classico e moderno, e in tutto il disco si nota la cura per i suoni e per gli arrangiamenti proposti. Devo dire che la produzione è equiparabile a quella di dischi blasonati di band di livello, dimostrazione che in Italia abbiamo talenti e che noi italiani nel metal non abbiamo assolutamente bisogno di lezioni.
Hanno dunque ben speso i quattro anni di distanza dal loro ultimo lavoro, preparando con calma un disco riuscito e tagliando in ottima forma il traguardo del quarto platter in carriera. “Babhell” è un lavoro maturo che non mostra segni di stanchezza e che lascia intravedere ulteriori margini di miglioramento per il gruppo. Colpisce al primo ascolto la nuova fatica degli abruzzesi, tanto per il groove che gronda dalle composizioni, quanto per la compattezza che trasuda la produzione di questo quarto disco. Se da un lato ci troviamo di fronte al thrash/death suonato e scritto con piglio estremamente moderno a cui la band ci aveva già abituato, mai come in questo caso le aperture ad un non so che di catchy e arioso riescono a farsi strada nel non detto dei brani; con “Babhell” i Sawthis hanno sperimentato anche atmosfere evocative: in “Through Hell”, ad esempio, avverti il calore delle fiamme che si sprigionano; in “Never Alone”, invece, pezzo lento e sentimentale, l’intro al piano ad opera di Nico Andrea Di Benedetto è accompagnata da un quasi impercettibile crepitio di vinile che gira; il pezzo, a mio avviso, più completo dell’album è “No Time to Die”, un grido di speranza e di voglia di esserci ed infatti ogni singolo “Sawthis” contribuisce con la propria attitude.
“Babhell” è un disco fatto da musicisti competenti e con grande gusto il cui ascolto è, per la varietà del materiale, consigliabile non solo ai fans del metal moderno, ma anche a quelli meno in fissa con questo genere. La sensazione generale è che la band sia oramai matura ed abbia oramai raggiunto uno status che possa permetterle di affrontare palchi e pubblici sempre più ampi, con alle spalle un buon bagaglio tanto di esperienza quanto di bravura. Il combo italiano riesce dunque a mantenere una linea di qualità pressoché in salita: senza mezzi termini si tratta di un lavoro SUBLIME. Loro sono l'ennesima dimostrazione che noi italiani, nel metal, non abbiamo bisogno di lezioni, semmai possiamo benissimo impartirle. Basterebbe un po' di amor patrio, perché band così sono rarissime e dovremmo dare credito al loro lavoro sostenendoli al massimo! Cosa che io nei confronti della band in questione farò d'ora in avanti

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