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Opinione scritta da Graziano

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Opinione inserita da Graziano    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
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Oramai realtà ben consolidata nella scena black metal finnica, i Goatmoon, dopo uno split con uno dei gruppi più controversi della scena greca (ossia i Der Sturmer), tornano in pompa magna con un nuovo album intitolato "Stella Polaris".
Nato come progetto raw black metal guidato dal mastermind BlackGoat Gravedesecrator, nel corso degli anni si è evoluto sempre più su un folk/black metal intriso di sentimenti e a tematiche epiche della terra natia del progetto: la Finlandia. Gruppo certamente assolutamente molto controverso e provocatorio, anche negli atteggiamenti, riesce a sfornare un secondo capolavoro confermandosi dopo il bellissimo "Voitto Tai Valhalla" del 2015 (E ringrazio i ragazzi di Pagan Storm per aver segnalato il gruppo nella loro trasmissione radiofonica, dato che mi hanno fatto appassionare davvero e mi hanno fatto scoprire un artista eccellente). I toni sono più ragionati e freddi, la copertina stessa del CD rappresenta l'attitudine gelida, soprattutto nei riff, mentre risulta "calda e accogliente" nelle parti folkeggianti. Qui si può davvero apprezzare tutta la maestrosità del compositore che crea parti da far accaponare la pelle. I grandi protagonisti del disco non sono le parti cattive, ma le melodie create dagli strumenti folk e dall'organo che raggiunge davvero il suo apice nell'outro della terza traccia "Kansojen Hävittäjä", proposta anche in versione inglese dal titolo "Rock The Nation".
Un disco bellissimo, da ascoltare a mente aperta ed a occhi chiusi. Quando si tratta di fare black metal originale fuori dagli schemi, seguendo una strada propria, allora non troverete di meglio dei Goatmoon.

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Opinione inserita da Graziano    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

Nuovo prodotto dei Dancing Scrap: "This Is Sexy Sonic Alternative Iron Punk". Disco davvero particolare nella caratterizzazione e nel sound. La fanno da padrone, nel loro nuovo full lenght, gli arrangiamenti variano tra rock’n’roll ed elettronica, emulando il rock americano più mainstream creando un dualismo particolare tra parti più rockeggianti e l'uso massivo della parte elettronica; questo connubio largamente usato nella musica moderna è inoltre ricco di spruzzate vicino al punk, ciò rende la proposta del gruppo davvero eterogenea e particolare: le due anime sono ben amalgamate, le strutture e gli arrangiamenti tipici toccano anche lidi tipici dell'elettropop e in alcuni casi anche del rock/funk alla RHCP (come avviene nella prima traccia). Il singolo "I like it" segue le linee di ciò che poi si svilupperà lungo l’intero lavoro, un rock sporcato di elettronica e punk con i campionamenti che la fanno da padrone. Lo stesso vale poi per le altre tracce del disco che risultano eccessivamente caratterizzate da campionamenti e basi elettroniche, questo però fa notare quanto ancora si possa sperimentare nel rock e quanto la ricerca del suono sia importante per creare qualcosa di nuovo. L’unico elemento negativo è la troppa dipendenza dalle basi, che sia da un lato possono arricchire il sound creando una buona proposta sui generis, sia potrebbero rischiare di rendere troppo saturo il lavoro del gruppo, che risulta comunque valido.

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Opinione inserita da Graziano    06 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Dicembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

In attesa del loro nuovo capitolo, direttamente da Roma, gli HELSLAVE sfornano un ep dal titolo “Divination”. Attivi dal 2009 con già alcuni prodotti davvero validi; i brani che compongono questo nuovo prodotto discografico sono veloci e diretti come un pugno in faccia, accostabili a grandissime bands che hanno reso unico questo genere quali i Dismember. Le chitarre sono davvero massicce e le sferzate sono belle feroci e oscure ad opera del nuovo innesto Diego Laino (che già abbiamo potuto apprezzare nei Symbolyc e negli Ade); sin dal primo brano riescono comunque a stupire senza però innovare nulla nel genere. La loro è una violenza ragionata,anche se il senso di nostalgicità permane in questo disco,cio non è una pecca perch+è i ragazzi sanno conferire all’ascoltatore tutta quella rabbia e dedizione alla causa che un disco come questo deve per forza avere e che riesce a raggungere tranquillamente facendo breccia nelle orecchie dell'ascoltatore. "The Spawn Of Astaroth" e "Desecration" sono le due tracce migliori del disco, e devo dire che sono anche quelle più curate dal punto di vista dell’arrangiamento. La sezione ritmica è davvero una cosa fenomenale e portentosa. Ho potuto apprezzare tantissimo le scelte stilistiche e, soprattutto, ancora una volta gli arrangiamenti, che non si limitano dunque agli standard del genere e riescono a caricare davvero ottimamente. Una brutalità ragionata, ma potente!

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Opinione inserita da Graziano    20 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2017
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Un mix davvero variegato per i New Disorder, con questo ultimo prodotto! La band romana nasce nel 2009 e ha all'attivo due EP, “Hollywood Burns” dello stesso anno e “Total Brain Format” del 2011, ed il full length d’esordio “Dissociety”, uscito per la Revalve nel 2013. In questi anni, vari cambi di line-up hanno lasciato il solo cantante Francesco Lattes come unico superstite della band originale: niente di male, la band rimpolpa le fila e firma all'inizio dello scorso anno per Agoge Records, che produce e distribuisce questo ottimo "Deception".
Possiamo definire "Deception" come un singolo allargato, con i brani del disco precedente che fanno bella mostra di loro in una veste nuova, accompagnando le due canzoni nuove di zecca. Il songwriting è ricco di influenze, la base su cui si poggia è alternative metal, ma questo viene manipolato ad uso e consumo della band che stupisce tra ritmiche core e brani dove il rock americano viene travolto da parti in cui il prog moderno prende il sopravvento. Aggiungerei anche che la voce di Francesco è davvero sopra le righe, dando il meglio di se su tutti i brani che compongono l'album. Musica adulta, matura, canzoni che possono risultare difficili, ma che crescono in modo esponenziale dopo che avrete fatto vostre tutte le sfumature di questi ottimi brani. Lo stile dei New Disorder è un alternative metal molto maturo, in cui vivono personalità all'apparenza distanti ma amalgamate in un unico sound che sposa metalcore, grunge, nu metal ed un’anima progressiva che aleggia sui brani; la sezione ritmica ed il cantante strabiliante per varietà di interpretazione e intuito ben si amalgamano con la proposta musicale del gruppo. Suoni new wave aprono l’album, mentre il brano si trasforma in una moderna song estrema con tanto di growl e ripartenze velocissime. I brani che avevano valorizzato "Straight to Pain", il loro precedente lavoro, ci sono tutti; il genere proposto è particolare: trattasi di un sound maturo e molto sofisticato a mio parere, che incontra lidi che vanno dalla new wave al prog e al sound di stampo -core. "Never Too Late to Die" e "The Beholder" (che considero la Killer track) sono pezzi di ottimo pregio e produzione, e come già esprimevo prima valorizzano davvero il lavoro svolto dalla band. Quindi: consigliatissimi i New Disorder che stupiscono anche in questo lavoro.

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Opinione inserita da Graziano    20 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 20 Settembre, 2017
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Se avessi avuto un CD senza titolo e se non avessi saputo di che band si trattasse, allora mi sarei sicuramente detto "Ma questi sono gli Slayer!" (tranne che per il timbro vocale sia chiaro). La Band indiana Chaos, fortemente influenzata dai leggendari thrasherz californiani sforna un decalogo di brani che sì, sono di slayeriana memoria, ma che arricchiscono il loro sound anche di vario genere e di varie influenze vicine al mondo dell'hardcore o del crossover thrash, risultando già sentito ma mai stancante o banale.
Fin dalla prima traccia si spara sull'acceleratore. Già immagino questo gruppo dal vivo fare fuoco e fiamme e regalare ai partecipanti un pogo violento. Se il paragone con gli Slayer è immediato, io ho trovato anche molto a che spartire coi nostri Assaulter (che ho visto dal vivo all'Agglutination, ndr). Si distinguono su tutte, a mio parere, l'opener track e la title track che fanno davvero gasare! Le tematiche dei testi, rispetto ad un gruppo thrash medio sono anche ben curate e la timbrica (sia al livello di pronuncia che al livello di intonazione) sembra quella di un americano. Cioè se non avessi saputo che fossero indiani, avrei cercato questi "Chaos" in L.A. o in territori simili. Davvero un ottimo LP, l'unico mio consiglio è di ricercare ancora più originalità per dare nuova linfa al genere e al songwriting.

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Opinione inserita da Graziano    12 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2017
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I Sawthis sono un gruppo abruzzese che in questi anni sta veramente sulla "cresta dell'onda", dato che sforna sempre album apprezzatissimi dalla critica e ha anche condiviso il palco con mostri sacri della scena metal internazionale. Particolarissimo è lo stile proposto, in cui vi è un'eterogeneità tra classico e moderno, e in tutto il disco si nota la cura per i suoni e per gli arrangiamenti proposti. Devo dire che la produzione è equiparabile a quella di dischi blasonati di band di livello, dimostrazione che in Italia abbiamo talenti e che noi italiani nel metal non abbiamo assolutamente bisogno di lezioni.
Hanno dunque ben speso i quattro anni di distanza dal loro ultimo lavoro, preparando con calma un disco riuscito e tagliando in ottima forma il traguardo del quarto platter in carriera. “Babhell” è un lavoro maturo che non mostra segni di stanchezza e che lascia intravedere ulteriori margini di miglioramento per il gruppo. Colpisce al primo ascolto la nuova fatica degli abruzzesi, tanto per il groove che gronda dalle composizioni, quanto per la compattezza che trasuda la produzione di questo quarto disco. Se da un lato ci troviamo di fronte al thrash/death suonato e scritto con piglio estremamente moderno a cui la band ci aveva già abituato, mai come in questo caso le aperture ad un non so che di catchy e arioso riescono a farsi strada nel non detto dei brani; con “Babhell” i Sawthis hanno sperimentato anche atmosfere evocative: in “Through Hell”, ad esempio, avverti il calore delle fiamme che si sprigionano; in “Never Alone”, invece, pezzo lento e sentimentale, l’intro al piano ad opera di Nico Andrea Di Benedetto è accompagnata da un quasi impercettibile crepitio di vinile che gira; il pezzo, a mio avviso, più completo dell’album è “No Time to Die”, un grido di speranza e di voglia di esserci ed infatti ogni singolo “Sawthis” contribuisce con la propria attitude.
“Babhell” è un disco fatto da musicisti competenti e con grande gusto il cui ascolto è, per la varietà del materiale, consigliabile non solo ai fans del metal moderno, ma anche a quelli meno in fissa con questo genere. La sensazione generale è che la band sia oramai matura ed abbia oramai raggiunto uno status che possa permetterle di affrontare palchi e pubblici sempre più ampi, con alle spalle un buon bagaglio tanto di esperienza quanto di bravura. Il combo italiano riesce dunque a mantenere una linea di qualità pressoché in salita: senza mezzi termini si tratta di un lavoro SUBLIME. Loro sono l'ennesima dimostrazione che noi italiani, nel metal, non abbiamo bisogno di lezioni, semmai possiamo benissimo impartirle. Basterebbe un po' di amor patrio, perché band così sono rarissime e dovremmo dare credito al loro lavoro sostenendoli al massimo! Cosa che io nei confronti della band in questione farò d'ora in avanti

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Opinione inserita da Graziano    12 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -  

I romani Element of Chaos sfornano dodici bordate di modern metal dagli spunti progressivi, irrobustendolo con ritmiche dal micidiale groove, una forte base elettronica e l’immancabile impronta deathcore data non solo dalle ritmiche a tratti marziali, ma anche dall'uso delle due voci, un robusto growl e clean vocals.
Nato ormai quasi dieci anni fa, il sestetto laziale esordì con il primo album autoprodotto tre anni fa dal titolo "Utopia"; la firma per la label Agoge Records e l’aiuto del produttore Gianmarco Bellumori, hanno portato la band a questo "A New Dawn", un album che al primo passaggio nel vostro lettore vi sembrerà un labirinto di suoni metallici in cui perdersi, ma pian piano la chiave del sound nascosta tra le fughe di synth, i passaggi atmosferici, la furia del deathcore ed il forte mood progressivo, aprirà la porta che vi condurrà nel mondo degli Element of Chaos.
La melodia si scontra con l’aggressività in tutti i vari capitoli che compongono il lavoro, la quiete di questa tempesta di suoni viene rivestita di passaggi progressivi che dimostrano la maturità artistica del combo romano, mentre veniamo travolti dal mood apocalittico di songs come l’opener "The Second Dawn of Hiroshima", "Nothing but Death" e la splendida conclusione affidata al tragico intimismo di "Sons of the Atom".
Gli Element Of Chaos meritano l’attenzione di chi non ha paura di attraversare i confini tracciati nella vasta cartina del metal moderno. Un album struggente e prodotto davvero bene!

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Opinione inserita da Graziano    08 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 09 Settembre, 2017
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I Centuries of Decay sono un gruppo canadese al proprio debut album. Sebbene il tiro ed il genere tendano verso l'estremo, il loro lavoro è impregnato di atmosfere progressive e piene di pathos, spaziando liberamente da atmosfere vicine al Modern Progressive, al Post-Metal, al Death e anche qualche punta di Black Metal.
Risulta anche difficile descrivervi a parole questo disco (intitolato semplicemente "Centuries of Decay"), data l'eterogeneità del lavoro. Abbiamo parti vicine ai Between the Buried and Me, parti alla Lamb of God, Gojira, riff vicini allo stile dei Meshuggah e alcune sperimentazioni dove il tocco "opethiano" si fa davvero evidente. Questo mix di influenze rende ancora più godibile e molto più interessante il tutto.
La cosa che mi è più piaciuta è la diversità delle varie canzoni, che mantengono una linea definita, ma non sono mai banali e scontate. Un gruppo davvero interessante che cerca di reinterpretare a suo modo quello che è il metal più spinto e sperimentale. Ovviamente essendo un debut album non tutto è filato liscissimo, ma devo dire che mi hanno stupito e non poco! Attendo con ansia l'evolversi di questo gruppo.

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Opinione inserita da Graziano    07 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Settembre, 2017
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Ho avuto occasione di aver visto i Turma ben due volte dal vivo in apertura ai FLESHGOD APOCALYPSE al Crash di Pozzuoli (Na) e allo Spartaco di Santa Maria Capua Vetere (CE) in apertura ai francesi It Came from Beneath. Mi hanno fatto subito una buona impressione dal vivo, perché sprigionano una potenza assurda! Tanto che mi sono piaciuti che ho comperato maglia e disco! Quindi, quale occasione migliore per fare una recensione al loro lavoro?
Il disco pubblicato s'intitola “Kraken“, prodotto dalla band in collaborazione con la Agoge Records. Quello che abbiamo davanti è un disco che si presenta subito sotto una luce aggressiva e una veste agguerrita, con un muro sonoro compatto e deciso, fatto di atmosfere coinvolgenti che ne incrementano l’aggressività. Un disco che fin dalla sua apertura, affidata a “Feel no Pain“, ci restituisce una band con un’ottima attitudine ed una solida preparazione tecnica. Non ci sono cali di intensità nel pezzo, nemmeno nelle brevi sezioni dove ritmi e riffs vengono rallentati e resi più cadenzati, in alternanza alle parti più rapide. Ottima la prova di Raffaele, che oscilla tra growl e pig-squeal senza creare stacchi, perfettamente inserito nelle canzoni. Le tracce successive si mantengono ancorate a questo stile iniziale, ma senza cadere nella ripetitività o nell’autocitazione, creando sempre un tappeto sonoro coinvolgente e convincente. Eccezion fatta per la breve “Fifth Joint“, brano della durata di un minuto e cinquanta secondi, che presenta una rapida variante introduttiva, cadenzata e rallentata che porta l’ascoltatore, lentamente ed inesorabilmente, verso il tornado sonoro creato e sprigionato dal gruppo. La title-track si manifesta in una veste più rallentata e cadenzata, ma non perde affatto di carica energica e aggressività. Una traccia di per se più articolata rispetto alle precedenti, costellata di consecutivi cambi di tempo che mantengono alta l’attenzione, con vocals sempre più cupe e riffs sempre più affilati. L’album, negli ultimi tre brani, riprende la strada iniziale e torna a proporre suoni distorti, linee vocali agguerrite e un muro sonoro dirompente, confermando l’ottimo livello sia in fase di songwriting che di composizione dei vari arrangiamenti. Un album consigliato agli amanti e neofiti del sound moderno Deathcore, Metalcore e Djent.

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Opinione inserita da Graziano    07 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Settembre, 2017
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"The Taint" è il debut dei Nexus, una composizione che viaggia sui binari del Gothic e dell'Industrial con parti elettroniche e elementi di campionamento. Dopo un EP autoprodotto, "Death of Art", e diverse date in UK, tramite il sapiente lavoro di Gianmarco Bellumori, pubblicano tramite Agoge Records il loro debut, per l'appunto, intitolato "The Taint". Se nelle parti strumentali e vocali ho trovato alcune riferimenti a gruppi come The Cure e addirittura Type O Negative (concedetemi questo mio piccolo azzardo), le influenze new wave e alla Kraftwerk in alcune parti elettroniche rendono godibile un lavoro soddisfacente dal punto di vista strumentale e compositivo ma ancora un po' incerto dal punto di vista vocale, che a mio avviso meriterebbe maggiore attenzione. Nulla di troppo negativo, qualche sbavatura qua e là neanche troppo evidente in effetti. Essendo il debutto di un gruppo emergente, i margini di miglioramento sono tantissimi e sicuramente il futuro ci riserverà sorprese. Ribadisco poi, infine, che la parte elettronica è davvero pregevole e sopra le righe lungo tutto l'album a dimostrazione del fatto che, se l'elettronica viene usata a dovere al servizio della musica, può dare quel quid in più alla composizione.

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