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Opinione scritta da Graziano

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Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Oggi si parla dei While My City Burns, quintetto di Reykjavík (Islanda) che propone un buon esempio di metalcore, impreziosito da inserti elettronici e sferzate hardcore.
Ribadisco il concetto della provenienza del gruppo perchè sembra di ascoltare qualche band 'core inglese o statunitense, invece i ragazzi vengono dal nord Europa, terra rinomata per essere patria del metal più freddo ed estremo.
La band è attiva dal 2013, ma solo nel 2018 debutta tramite Wormholedeath Records con questo "Prone To Self Destruction", i cui brani si snodano rabbiosi con la melodia sempre presente e di matrice post hardcore, alternata a muri di watt.
L'uso delle voce è davvero ottimo, anche le melodie sono curate alla grande, portando questi islandesi allo stesso piano di bands e nomi più blasonati. Sezione ritmica terremotante e sound "estremo" quanto basta per il genere proposto, i While My City Burns ci offrono un full-lenght curato sia a livello di produzione, che di songwriting. I brani scorrono senza grandi scossoni, ma neppure senza cadute di stile, insomma il disco non è una noia, ma neanche un capolavoro in linea di massima, cosa che comunque ribadisce il concetto che il gruppo deve ancora maturare e crescere. Nonostante non ci sia nulla da obiettare, la tracklist sembra scorrere ben bene mantenendo l’ascolto interessante. Disco consigliato agli amanti del genere indubbiamente, ma anche a chi si avvicina adessi al metalcore.

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3.5
Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Tossica e folle miscela di thrash metal, con forti componenti d-beat incanalati in una dura scorza di attitudine hardcore. I Methedrine mi si presentano così al mio primo ascolto: Built For Speed.
I Methedrine nascono da un idea di Bone (batteria), Lou (voce) e Mark (chitarra) dopo l’ultimo split degli Upset Noise, storica band hardcore punk italiana. Alla formazione si sono uniti Trampax e Chainsaw, già membri di altre bands di rilievo come i Face Your Enemy e Daltonic Outracy. Il gruppo prende il nome dalla sostanza preferita assunta da personaggi celebri della storia del "rock 'n' roll", come Lemmy dei Motorhead e Johnny Cash.
Solo quattro pezzi per questo Built For Speed, ma di quelli a cui è davvero difficile resistere, con contorno di adrenalina che tocca livelli di guardia e tanta elettricità che si spande nella stanza, tutto suonato con una maestria e una passione che puzzano di cattive frequentazioni lontano un miglio. Ora, non credo serva sottolineare come si stia parlando di un disco che non inventa nulla di nuovo, ma anche di un lavoro che supera di scatto tre quarti della concorrenza perché ha quell’ingrediente particolare che tante volte pesa in tutta la sua mancanza: la botta di pancia necessaria per far capire "chi comanda".
Unico difetto: non è che la copertina sia un' opera d'arte, ma sono gusti.

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Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Gli ACKERON tramite Melancholia Records pubblicano il loro debut album "Polarity". Disco breve: 7 tracce davvero ben riuscite e pensate, non si spreca neanche un secondo del loro tempo a disposizione, un songwriting pregevole e originale permea tutte le canzoni, facendo respirare al sottoscritto un bel po' di aria fresca!

Influenzati da gruppi come GOJIRA, ARCHITECTS e SOILWORK, i francesi riescono a creare un melting pot interessante, moderno e melodico, ma mai banale. Va detto che le bands citate servono solamente a dare una infarinatura del loro operato: sebbene vi siano alcuni rimandi e similitudini, questo "Polarity" ha un suo spirito ed un suo corpo, un disco con un suono contemporaneo che non viene fuori direttamente come qualsiasi altra band, il genere potrebbe essere definito metalcore, ma la descrizione è davvero riduttiva, credetemi.
L'opener "Hold Me Now" è un perfetto apripista, che serve per fornire un ampio riassunto di ciò che sembra l'album. Colpisce davvero in tutti i punti principali, trova il modo di lavorare nei breakdown, nelle clean e addirittura nelle scream vocals. Il brano 2 "Come Closer" trova un aspetto più pesante, ma anche uno progressivo.
Il resto dell'album trova lentamente un appiglio più pesante, con molto più groove, chunk e breakdowns rispetto alle prime due canzoni. E questo normalmente lo considererei un aspetto positivo. Spero solo di vedere ACKERON approfondire il suono sperimentale nelle pubblicazioni future e non ricorrere al tipico metal moderno troppo piatto che un po' ha saturato la scena.

Polarity è un debutto solido, la band ha sviluppato un sound personale che, con le future pubblicazioni, può solo migliorare.

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2.5
Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Gli ungheresi Ektomorf si presentano con un lavoro TROPPO SIMILE ai Soulfly; riescono pure a replicare le qualità della creatura di Max Cavalera con un thrash/groove primitivo, basilare e, ahimè, seppur coinvolgente, troppo fotocopia... Prima di pubblicare questa mia valutazione ho anche messo a confronto il mio pensiero con altri colleghi recensori di più testate, e non sono il solo a dirlo. Ovviamente non si accusa certamente il gruppo di plagio, però non capisco questa ostentazione a voler troppo copiare i Soufly o gruppi della medesima caratura. Mi dispiace, anche perché, ad esempio, la traccia “AK 47” ha un bellissimo ritornello "grooveggiante", costruito anche con perizia, quindi il full length non è neanche tutto da buttare. “Blood for Blood” non passa indifferente. “Tears of Christ” è un mid-tempo con un gran tiro, così come “Skin Them Alive” se la gioca alla grandissima su coordinate molto più veloci, però sono solo queste le tracce che mi hanno dato un'impressione positiva sul gruppo, segno che la posizione che hanno raggiunto non è casuale; da un gruppo di questo livello, però, non si può avere un disco che sembra essere stato composto da fans sfegatati dei fratelli Cavalera! Un po' di personalità in più non sarebbe guastata... e questa è un'opinione che mi aspettavo di dare a bands alle prime armi, non a gruppi che hanno comunque un pedigree ben consolidato e anni di esperienza. Spero che con questi appunti gli Ektomorf possano in futuro arricchire la loro proposta, anche perchè la tecnica non manca loro affatto.

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Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Vent’anni di carriera per i Caliban, band che ha sempre viaggiato a livelli medio-alti nell'industria musicale, particolare che in qualche modo certifica la validità di un progetto oramai consolidato come forza metalcore tedesca. La band consolida i buon risultati avuti in questi anni e arriva a testa alta al traguardo dell’undicesimo album pubblicato tramite la prestigiosa Century Media: una release direi a celebrazione della loro carriera, formata da ben tredici canzoni (più due bonus tracks) ed intitolata “Elements”.
Prosieguo ideale di “Gravity”, il sound è caratterizzato dall'immediatezza delle influenze Bring Me The Horizon comparse già nel passato recente. Particolarità di questa release, rispetto alle precedenti, sono una serie di collaborazioni e featuring di rilievo: per “Ich Blute Für Dich” prendono il microfono Sebastian ‘Sushi’ Biesler degli Eskimo Callboy e Matthi dei Nasty, in una potentissima posse track tutta tedesca che raggiunge il picco più alto del disco. CJ McMahon dei Thy Art Is Murder impreziosisce la melodica “Before Later Comes Never”, Brian ‘Head’ Welch dei Korn compare nell’inno nu-metal “Masquerade”. Anche il nu è oramai parte integrante dei Caliban per quanto concerne il sound; un gruppo che, riproponendo con convinzione il proprio metalcore rifinitissimo, iperprodotto e bombastico, vuole essere il più possibile accessibile e, grazie al loro grandissimo mestiere, l’obiettivo è centrato senza scivolare nella stucchevolezza. E’ proprio questo a rendere “Elements” un disco piacevole, senz’altro il migliore delle loro recenti produzioni.

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Opinione inserita da Graziano    09 Luglio, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Luglio, 2018
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Oggi vi presentiamo il gruppo “Ego The Enemy”, death metal band moderna da Milano, con il loro primo lavoro in studio, intitolato “Imperfections”.
Ho conosciuto questa band tramite il batterista Norman, e devo dire che non mi aspettavo così tanta qualità, sia dal punto di vista del songwriting che della produzione in un EP di debutto. Talvolta all’inizio si fa l’errore di navigare in budgets troppo bassi e quindi molti gruppi, seppur validi, calcano la strada del low budget, non sapendo che oggi giorno avere prodotti di qualità professionale è il biglietto da visita per potersi presentare ad agenzie, etichette e/o webzines nella maniera migliore possibile.
Partiamo dal fatto che il presskit inviatomi è stato molto chiaro e semplice, rispetto a tanti gruppi non ho dovuto cercare nei meandri di facebook o internet informazioni sulle canzoni, sul genere e sulla band stessa. Prima di passare alla valutazione tecnica del riuscitissimo EP (potete dunque già immaginare l’esito di questa recensione), vi lascio un paio di righe per parlarvi degli EGO THE ENEMY:

La band Ego The Enemy nasce nel 2014 da un'idea del bassista Simone Gaggioli, del batterista Norman Ceriotti e del chitarrista Riccardo Di Vattimo. Mentre stanno componendo un EP di 6 canzoni, il cantante Gianluca Dainese entra a far parte della band alla fine del 2015. Un anno dopo Samuele Deiana entra come secondo chitarrista e all'inizio del 2017 Gregory Sobrio diventa il nuovo cantante in "clean". Nel 2018 esce il primo EP della band intitolato "Imperfections", di cui appunto parleremo oggi.


L'EP ha come temi principali dei testi problemi psicologici, filosofia ed il decadimento del genere umano.
La prima traccia è "Dinner in the Chasm". La canzone inizia con un intro fusion, per poi essere costituito da forti elementi mathcore con una voce scream/growl davvero interessante; per essere sinceri è un po' acerba rispetto all’intero lotto, trattandosi del primo brano composto dalla band. Non per questo motivo però va bocciato, le miriadi di influenze si sentono tutte e qui il lavoro della sezione ritmica è davvero pregevole.
La seconda traccia è "Strangers", il singolo dell’EP, molto più catchy e classica per quanto riguarda la struttura ed arrangiamenti; ho particolarmente apprezzato il mood e la timbrica della voce, davvero sopra le righe!
La terza canzone è "Pendulum", in cui un'atmosfera quasi ambient lascia spazio alle influenze djent e deathcore, mi è piaciuto molto questo brano perchè è come se le varie sezioni più calme dessero una tregua all’ascoltatore, per poi trovarsi catapultato in sezioni belle corpose e aggressive!
Il quarto brano è "Suspended In Time", il più atipico del lotto, che risulta essere quasi un pezzo di intro e/o di passaggio, non lo avrei collocato in questa posizione di scaletta perchè secondo me spezza un po' il mood, ma questa non è una vera e propria critica, solamente un parere personale.
Il quinto pezzo è "Mistakes" ed è un po' la ballad dell'album, nell’intero lavoro è la canzone più tranquilla e melodica ed è quasi interamente cantata in pulito, cosa che fa rendere conto di come il cantato possa rendere in diversi stili senza perderne efficacia.
L'ultimo brano è "Illness Cry", è la canzone più lunga dell'EP (oltre 6 minuti e 30) e credo che in essa si cerchi di racchiudere un po' tutte le influenze del gruppo, si fa dal prog, al core ed al death metal. L’idea di questo pezzo non è malvagia, conferma il mood rabbioso, ma anche melodico del gruppo, che centra certi passaggi, ma ne aggiunge anche altri e forse per questo il risultato finale si annacqua, anche per l'eccessiva lunghezza del brano che lo rende prolisso e ridondante; anche qui preciso che trattasi di un'opinione strettamente personale che non sminuisce il lavoro dei ragazzi. A conti fatti, l’Ep ci presenta una nuova band con del carisma, ma anche con qualcosa indubbiamente ancora da perfezionare che, a lungo andare e con l'esperienza, porterà ad indiscutibili, buoni risultati.

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Opinione inserita da Graziano    20 Aprile, 2018
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'Re-evolve'' è il titolo del nuovo disco degli Orphanage Named Earth, in uscita oggi 20 aprile per Argonauta Records in versione CD, mentre è stato rilasciato in versione doppio LP da svariate DIY label di tutto mondo quali : Dilapidated Records (USA), Distroy Records (Ireland), DIY Koło Records (Poland), Hasiok Records (Germany), PHR Records (Czech Republic), Sanctus Propaganda (Poland).Il loro è un prodotto degno del mix di Post Metal, Doom e Hardcore Punk che li caratterizza: si tratta infatti di una metal band polacca nata nel 2015, che canta in inglese e che nella propria musica mette tutti gli elementi necessari a renderla il più potente possibile.
All'inizio i componenti della band erano quattro: tale formazione registrò un demo, auto producendolo e distribuendolo nel febbraio 2016. Definirono scherzosamente la loro musica Romantic Crust, per via delle atmosfere cupe e melanconiche che ricordano anche un pò i Type O Negative di Steeliana memoria,oltre alle evidenti connotazioni "core" e punk. Non abbiate paura dell'eccessiva lunghezza dei brani proposti che riescono a cogliere nel segno, anche se d'altro canto alcuni brani risultano troppo diluiti per via delle troppe idee e delle troppi parti non fanno altro che allungare il brodo;Tutto ciò però va detto non echieggia in tutto, ci sono ad esempio la combo delle prime due tracce dell'album,e il trio composto dalle tre canzoni di chiusura che si caratterizzano davvero bene, dove i polacchi mostrano che hanno una buona capacità compositiva.
La band si compone di cinque musicisti: Piotr Kimszal e Piotr Polak alle chitarre, Hubert Bialobrzeski al basso, Michal Doroszkiewicz alla batteria e Wojtek Kuczynski alla voce.
''Re-evolve'' è un disco che racconta un pensiero romantico su un mondo in cui vivere in pace, nel rispetto di umani, animali e della terra; un pensiero che si scontra con il sound brutale del metal, con quel beat crostoso che caratterizza la band e con i riff di chitarra aspri ma generanti una forte atmosfera. Dal punto di vista dei testi, la band tocca temi e problemi importanti dal punto di vista sociologico, come la cattiveria dell'essere umano, l'egoismo e il fatto che, secondo il pensiero della band, le persone dovrebbero pensare ad una nuova evoluzione, per evitare di soccombere ad un mondo fatto di guerre e sfruttamento. Ecco perché scegliere un titolo del genere: ''Re - evolve'' è quasi un imperativo, verso un'umanità oramai allo sbando.
Un disco molto sentito, a tratti annacquato, ma tutto sommato godibile e pregevole.

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Opinione inserita da Graziano    09 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Aprile, 2018
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Metalcore moderno impreziosito da sonorità industrial, death metal, orchestrazioni e cori declamatori formano la colonna sonora di un mondo post-apolittico che Mad Max e la saga videoludica di Fallout e Metro 2033 possono accompagnare solo (come si usa dire ultimamente in rete). Queste sono le colonne portanti di quel che concerne il sound degli svedesi Escaping Amenti che confezionano un album di tutto rispetto e carico come non mai. Il metalcore, quando decide di far male, è un mostro musicale senza pietà; soprattutto mi ha in particolar modo incuriosito ed ho apprezzato la scelta del mood e delle tematiche del gruppo, che rendono ancora più interessante la proposta. Magari l'unico difetto potrebbe essere quello della duata eccessiva del disco, ma sinceramente l'ascolto non mi è pesato affatto. Tra le tracce che ho apprezzato di più del lotto, ci sono indubbiamente The Gathering, Nuclear o This Will Never End.
A tratti, nella musica dei sette musicisti scandinavi, sono riconoscibili influenze industrial che vanno dai celeberrimi e classici pionieri Fear Factory ai Ministry, ai quali mostrerei questo disco per far capire loro come sono scesi in basso negli ultimi anni. Awakening è un disco portentoso e super originale capace di far avvicinare al metalcore anche persone che lo conoscono per la sua accezione negativa. In un solo cd abbiamo thrash, industrial, hardcore, death metal e qualche matrice punk che non fa altro che contornare al massimo questo disco che sprigiona una potenza assurda! Straconsigliato!

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Opinione inserita da Graziano    06 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2018
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I Basement Critters arrivano dal Belgio, suonano thrash/crossover ed hanno iniziato la loro carriera nel 2011, arrivando a questo debutto discografico, intitolato "Hurt Me With The Truth", grazie alla Wormholedeath Records.
Apre l'EP il brano "Brain Bleach", pezzo granitico che gioca sui cambi di tempo e sulle atmosfere e tempi belli tosti. La voce di Thomas è composta da growls, combinati con un mix di parlato e cantato che dà al pezzo una componente narrativa interessante, uscendo leggermente dai soliti schemi. Gli altri membri della band rafforzano Thomas con i loro cori.
Anche musicalmente questo è un EP forte. Accanto alla voce, i diversi ritmi apportano molte variazioni. Sven e Glenn suonano bene insieme e il lavoro chitarristico è ben amalgamato e assai pregevole, per essere un disco crossover/thrash metal. L'atmosfera di questo Ep è ben condensata e ben creata e trasmette quello che un disco di questo genere dovrebbe dare, aggiungendo quel pizzico di originalità per quanto concerne le linee vocali, testi e arrangiamenti che non fanno sprofondare il loro lavoro nell'oblio del già sentito.
I Basement Critters hanno creato un disco di cui possono essere orgogliosi. Hanno incontrato le mie aspettative? Assolutamente. Con "Hurt Me With The Truth" questa band porta un messaggio chiaro, quindi direi semplicemente di ascoltarlo e lasciar parlare la musica.

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Opinione inserita da Graziano    06 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Aprile, 2018
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Pimo album solista per il chitarrista Davide Scognamiglio, già attivo nei partenopei Aftermath, che colleziona un primo EP strumentale fatto di ben 5 tracce che, nonostante le premesse, sono ben fatte e assolutamente godibili. Per la collaborazione e la realizzazione di questo lavoro, Davide si è affidato a Valerio Fatalò, anche lui facente parte del medesimo gruppo che però, oltre alla questione batteristica, si è occupato anche della produzione in toto, dal missaggio al mastering. Sebbene l'Ep sia orientato verso un tipo di ascolto prettamente chitarristico, devo dire che si discosta abbastanza da quello che Davide già propone col suo gruppo principale e magari quello che potrebbe essere di primo acchitto un disco orientato solamente per amante delle 6 corde. Si parte con la prima traccia dalle atmosfere melanconiche, un intro costituito da un arpeggio di chitarra che, dopo appena un minuto, ci catapulta verso la seconda traccia "Heavy Rain" che, secondo me, è la più rappresentativa. Come dichiara l'autore stesso, è difficile catalogare in un solo genere questo EP, essendo pieno di sfumatore e stili. Sinceramente non mi aspettavo che un EP solo strumentale e indirizzato maggiormente ad uno stampo chitarristico poteva divertirmi tanto. Quindi ovviamente, oltre ai complimenti a Davide e al suo team, si avverte un miglioramento esponenziale, rispetto al già valido "Ataraxia" del suo gruppo, cosa che può solo far sperare al meglio per il futuro, sia del progetto solista, che della sua band, essendone il maggiore compositore.

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