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Opinione scritta da Marianna

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Opinione inserita da Marianna    16 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 18 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

I tedeschi Suidakra decidono di mettersi alla prova con sonorità totalmente opposte al loro repertorio, regalando ai fans un “prezioso” album da aggiungere alla propria discografia.
Nati nel 1994 a Düsseldorf e veterani della scena Melodic Death Metal, con Cimbric Yarns (preludio narrativo di Realms of Odoric ndr.), si spingono in atmosfere bel lontane da quelle a cui siamo abituati.

Il disco fin da subito si apre con un'aurea epica (molto alla Game of Thrones ndr.) e dalle sonorità Ambient Folk; ampie orchestrazioni, flauti, violini e banjo, caratterizzano questo lavoro dalle musiche soavi ed armoniose.
Prima del tempo di Odoric vi era un'antica civiltà avanzata che perì a causa di terribile cataclisma; di questa e del destino dei suoi personaggi principali: Cruàc, Arma e Aenea, ne viene narrata la Storia. In dieci canzone acustiche, per un totale di circa quaranta minuti, mito, fantasia ed un forte senso di epicità, si intrecciano con la ricerca di coinvolgimento (più spirituale che mentale) dell'ascoltatore. Fin dall'inizio si capisce che sarà un album ricco di grandi “pomposità” musicali, mai tendente a sonorità “aggressive”; il ritmo incalzante ed il clima accorato sono ben espressi in “Serpentine Origines”. Nel brano si avviluppano voci femminili e maschili in egual misura che, con la loro intensità, riescono bene a trasmettere la grandezza della civiltà narrata. Fino alla quinta traccia l'album scorre piuttosto velocemente e senza “grandi emozioni”, finché non ci si imbatte nella strumentale “Black Dawn”; in essa si percepisce un forte senso di concitazione e di attimi quasi drammatici. Da qui in avanti il lavoro subisce una “svolta”, diventando più interessante ed apprezzabile:“At Nine Light Night” ne è un esempio. In questo brano, la voce maschile è avvincente ed intrinseca di grande sentimento; le arie sono acustiche, “piene” e creano un forte climax ascendente. A seguire troviamo “Snakehenge”, in cui spiccano i marcati cori accostati alla “mastodontica” orchestrazione; viola e violini sono i protagonisti indiscussi del brano, strumenti dal marcato impatto sull'ascoltatore.

Cimbric Yarns è un disco dallo spiccato carattere celtico, Folk ed Ambient che, sicuramente, in sede live renderà meglio che in ascolto da cuffie. Arkadius Atonik ed i Suoi sono stati in grado di creare un'opera dalle delicate ed intense sfumature musicali, impreziosita da un'ottima orchestrazione. Esso a tratti, forse, può risultare un lavoro un po' “pesante”, lento e poco coinvolgente, ma se visto nell'ottica di musica da ascoltare come forma di “distrazione” da ciò che ci circonda, raggiunge a pieno il suddetto obbiettivo. Probabilmente, la collaborazione tra il pittore Kris Verwimp ed Antonik (e quindi il legame tra due Arti) ha influito molto sulla produzione dell'album, dando vita ad un prodotto in cui la musica stessa sembra prender vita davanti a noi. L'ascoltatore è come se vedesse le pennellate del pittore rappresentare in modo tangibile la narrazione degli eventi, creando un forte e tangibile legame tra musica e Storia.
In conclusione, Cimbric Yarns è un album dedicato a chi è alla ricerca di quiete, desideroso di farsi guidare in un mondo fantastico fatto di epicità e grandi imprese.

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Opinione inserita da Marianna    10 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Nati nel 2012 in Repubblica Ceca, i Postcards From Arkham sono una band relativamente giovane ma con già all'attivo ben tre album; Spirit è l'ultima loro creazione datata Settembre 2018.
Ispirati al mondo di H.P. Lovercraft, portano in scena una musica particolare, ricercata e tendente alle atmosfere Post-Rock, Ambient e vagamente Folk. Spirit è una nuova versione del materiale musicale precedente, infatti, i brani sono tutti rivisitati in chiave acustica, ad esclusione di di “My gift, my curse”, non presente altrove.

L'album si apre con la ritmata “One Worlds is not Enough”, che fin da subito mostra un escalation di suoni, guidati da un “delicato” cantato; l'intreccio di voci nella parte centrale suscita un senso quasi di angoscia in chi ascolta. La linea vocale che si predilige (come noteremo in tutta l'opera ndr.), è quella tenue, mai forzata e quasi “bisbigliata”, senza in alcun modo imporsi sulla melodia e, probabilmente, volta ad indirizzare i pensieri dell'ascoltatore. I suoni della natura, degli animali e la voce quasi melanconica di Marek “Frodys”Pytlik, creano atmosfere struggenti e quasi ascetiche; “2nd April” dal cantato sussurrato, impreziosito da ritmanti tamburi è un esempio di questa ricercatezza sonora. Ne segue: “Thousand Years of You” ,il classico brano dai toni dolci, pacati e capace di toccare in profondità l'animo dell'ascoltatore; il climax ascendentale posto sul finire, impreziosisce la melodica donandole un accezione quasi più “leggera”.
“Polaris” è un buon intermezzo musicale instrumental tra la traccia cinque e sette, esso spezza i toni”mistici” per indirizzarsi verso atmosfere più “ballad”. Proseguendo nell'ascolto ci si imbatte nella “novità”: “My Gift, My Curse”; fin da subito essa tende a differenziarsi dal resto della tracklist per i toni freddi e la voce quasi “soprannaturale” di Pytlik. Lunghi sospiri e la capacità di esprimere il senso di irrequietezza interiore mediante le “pelli”, infondo un carattere speciale alla canzone.

La maturazione musicale de Postcards From Arkham che li ha visti calcare scenari più disparati quali: club, strade, parchi, piazze ecc.. Ha permesso loro di raggiungere un livello di consapevolezza tale da dar vita a questa raccolta musicale; un'opera totalmente acustica che racchiude il meglio della loro produzione. Ciò che ne deriva è un prodotto fortemente sperimentale, dove gli strumenti tradizionali la fanno da padrona ed il cantato, sommesso ed apparentemente “bisbigliato”, funge solo da “cornice”. Esso guida l'ascoltatore in un processo mentale altamente spirituale ed evocativo di atmosfere naturali, ancestrali e (forse) ultraterrene; sembra, infatti, non essere stato scelto casualmente il gufo come “animale” guida della band. Carico di una forte e duplice simbologia, esso ben rappresenta le atmosfere cupe e gli stati d'animo tristi e tormentati, un po' come questo album. Lo stesso Marek Pytlik consiglia l'ascolto di Spirit sia accanto ad una buona tazza di thè, che in giornate di pioggia, le situazioni malinconiche per eccellenza; esso risulta perfetto per il periodo autunnale. Sempre come afferma il cantante, l''ispirazione deriva da albums quali: The White degli Agalloch, Damnation degli Opeth e Dethroned and Unrowned dei Katatonia, dando vita a composizioni acustiche profonde e naturali, per il contatto che riescono suscitare con l'ambiente circostante. I Postcards From Arkham hanno creato un'opera sublime, dai toni Post-Rock e Folk, in cui le vibrazioni di questi generi instaurano un forte legame tra ascoltatore, Natura e spirito; anche le corde delle chitarre, “pizzicate” o in stile vagamente “flamenco”, sembrano prender vita davanti ai nostri occhi. La band porta in scena un mondo interiore ed esteriore malinconico, cupo e complesso, forte di una sperimentazione musicale “folk-atmosferica”, davvero interessante.
In conclusione, Spirit è un album per intenditori dal “palato fine”, per chi cerca atmosfere “eleganti” ed un suono dai modi e stile basati sulla semplicità.

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Opinione inserita da Marianna    09 Febbraio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Ildra si presenta come un progetto one-man band proveniente dal Regno Unito di stampo Viking/Folk Metal, con profonde virate verso il Black Metal; peculiare è l'utilizzo del Old English (detto anche Anglo-Sassone o Inglese Antico ndr.) per i testi, i quali su copia fisica saranno accompagnati dalla relativa traduzione in lingua inglese moderna.

Eðelland si propone subito come un album fedele alla tradizione di bands quali Bathory, Primordial e Graveland, dove ben si fonde lo spirito Pagan con quello Black Metal; perfetta è la scelta di intercalare brani instrumental a quelli in cantato. Un intro a tratti “folkloristico” e che spinge a danze attorno al fuoco, ci trascinano ben presto verso pezzi più complessi come “Rice Æfter Oðrum” le cui chitarre veloci, crude e violente ben si sposano con la graffiante voce del cantante, accompagnato da coinvolgenti cori; apprezzabile il “guitar solo” finale. Se la “rabbia” e la “solidità” musicale traspaiono in tutta la tracklist, è in pezzi più prettamente Folk che si tocca l'apice della bravura, come “Esa Blæd “. Andando avanti nell'ascolto ci imbattiamo in “Nu is se Dæg Cumen”, la quale si presenta da subito con toni cupi, oscuri, consta di potenti riffs di chitarra, per poi aprirsi verso un tratto più Pagan, caratterizzato da una incalzante e ripetitiva voce, quasi angosciante. Essa muta verso un carattere più narrativo quando, verso metà brano, vengono inseriti spezzoni di battaglia; urla, spade che si scontrano ed il cantato “sofferto”, rendono bene il dinamismo di quegli attimi concitati. Se la guerra ed il senso di disperazione che da essa deriva, erano il tema principale della traccia precedente, ne segue immediatamente un pezzo completamente opposto; “Earendel” è un altro magnifico esempio di interludio musicale di naturale popolare (si noti il “giro” di chitarra finale, davvero insolito ndr.).

Eðelland si mostra come un album maturo, davvero ben curato, che ben unisce la poliedricità dell'artista, capace di spaziare da pezzi in growl crudi, maestosi e tenebrosi, a melodie strumentali prettamente Folk. La voce spesso assume connotazioni imponenti che ben si sposano con la scelta dell' Inglese Antico, non “appesantendo” o pregiudicando in alcun modo l'ascolto ma, anzi, rendendo il tutto unico. Ben conscio del suo potenziale e dell'investimento che vi è dietro, l'artista ha deciso di ristampare il materiale precedente (non sufficientemente ben promosso, ndr.), offrendo una compilation con doppio cd, impreziosita anche da inediti.
Ildra, in conclusione, si presenta come un progetto in cui le anime Black e Pagan Folk ben si fondono, in un clima reso austero dal cantato che, però, lascia spazio a momenti più “danzati” e quasi da clima “scanzonato”. Forte di reminiscenze passate, ben saldo alla tradizione, non risulta al contempo mai noioso o banale.
Consigliato agli amanti di sonorità ricercate e dallo “spirito antico”.

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Opinione inserita da Marianna    09 Febbraio, 2019
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The Last Warrior è il debut album della one man band Northrough (nella persona di Andrea Bassi); egli si è occupato della registrazione di tutti gli strumenti sotto lo pseudonimo Dassiberan.
L'album ruota attorno alle vicende di Brom, re vichingo, in perenne lotta contro i demoni Draugr e Ghoul; per poterli sconfiggere, sarà costretto a compiere un sacrificio umano che lo condannerà a morte. In accordo con il Dio Loki, vivrà in esilio sul suo drakkar come pescatore, alla continua ricerca di avventure che gli restituiscano l'onore perduto agli occhi degli Dei. Brom, naufragato su un'isola, incontra i mostri che tormentavano il suo regno e sarà costretto a duellarvi in un'aspra battaglia.

The Last Warrior è un lavoro ancora molto acerbo e lo di capisce fin dalla prima traccia che, a mio avviso, sembra interrompersi in malo modo, quasi come se fosse stata tagliata. Gli spunti per un buon lavoro ci sono, l'intro sopra citata ne è infatti un esempio, ma non sembrano ben sfruttati o portati a termine. La registrazione è abbastanza “grezza” e di una qualità a volte quasi “scadente” per ciò che dovrebbe presentarsi come il “biglietto da visita” dell'artista; perché non investire di più affidandosi a qualcuno più competente?. Come detto in precedenza, le parti “apprezzabili” ci sono, ma risultano poco curate, esempio: il ritornello di “Demons”in cui, il“gioco di voci”, appare come un'azzeccatissima idea di intreccio growl e pulito, ma poco curato e per nulla coinvolgente.
A seguire troviamo “Ballad Of Brom – Chapter 1” i cui suoni di batteria iniziale sono davvero scadenti, quasi pessimi, registrati in modo da “principiante” mentre (per fortuna!), gli attimi più “ballad” e strumentali, lasciano stupiti; un pezzo a tratti malinconico che esprime a fondo il tormento del personaggio principale della storia. “Northern Sea” forse è uno dei due brani (l'altro è “Altar Of Ancient Gods” ndr.) che “si salva” all'interno di tutto l'album, quello che merita a pieno la sufficienza per l'ottima commistione di parti strumentali di ampio respiro, con un growl “grezzo” ma ben riuscito; esso rende pieno l'idea del lungo peregrinare di Brom. Proseguendo l'ascolto troviamo il secondo capitolo di “Ballad Of Brom”; sebbene l'inizio ci faccia auspicare ad un pezzo nettamente migliore del primo, purtroppo ben presto emergono le “pecche” evidenziate in precedenza. La voce spesso prende il sopravvento sulla linea melodica, passando rapidamente dal growl “malato” e sofferto, ad un cantato pseudo e vagamente Metalcore (forse usato per dare “ritmo” ad un pezzo così “pesante” ndr.), che nulla a che fare con il genere fino ad ora seguito. “Altar of Ancient Gods”, come detto in precedenza, è la seconda tracks che spicca tra le altre, forse l'unica che va ben oltre la mera sufficienza, probabilmente perché totalmente strumentale, semplice e non “inquinata” da un cantato da migliorare.

In conclusione, The Last Warrior si presenta come un full-lenght troppo immaturo, acerbo e, a tratti, poco curato; un “biglietto da visita” che andava maggiormente curato. Sebbene l'influenza del genere Viking-Metal sia molto evidente ed abbastanza coinvolgente, probabilmente sarebbe stata una buona mossa per lo “spirito” dell'album e del tema trattato, porvi più attenzione. Andrea Bassi ha avuto una buona idea di partenza ed un grande spirito di iniziativa, ma forse doveva (e poteva) avvalersi di collaborazioni esterne per portare avanti il suo progetto; sia per la registrazione che per le parti di batteria, notiamo grandi lacune. Altro punto dolente riguarda la voce, in particolare per i toni in growl, che andrebbero perfezionati dal punto di vista delle competenze di studio e pratica; perché “azzardare” così? Capiamo la sperimentazione ma ciò non giova al proprio lavoro.
The Last Warrior è un album poco rifinito e da migliorare sotto molti punti di vista.
Ci auspichiamo che il progetto Northrough si indirizzi verso un miglioramento generale; le “basi” ci sono, necessitano di approfondimento e perfezionamento.

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Opinione inserita da Marianna    27 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2019
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I tedeschi Warpath tornano in grande stile con un album tutto nuovo, feroce e brutale; Filthy Bastard Culture.
Le marcate influenze di Motörhead, sono udibili in tutto il disco, una profonda e imponente impronta che contraddistingue i Warpath dal resto delle attuali bands, soprattutto grazie alla voce di Dirk Weiss. La title track “Filthy Bastard Culture” ha tratti spiccatamente anni '80 ed un “sapore” old school che tanto ci piace; chitarre veloci accompagnate da un ritornello facilmente memorizzabile ed orecchiabile, lo rendono un vero “cavallo di battaglia”. A seguire troviamo “Believe in Me”, dal solenne intro che, nonostante le sferzanti chitarre, mantiene sempre una certa rigorosa “compatezza” musicale per tutta la sua durata. “Killing Fields”, invece, suona come una “scheggia impazzita”, pronta ad arrivarci dritta in faccia con tutta la sua brutalità; basso e chitarra creano una sorta di “vortice sonoro” che, inghiottendoci al suo interno, ci portano nelle profondità di un brano davvero entusiasmante. Tra i tanti attimi “speed” riesce comunque a trovare spazio “Slow Motion Violence”, un brano (come si evince dallo stesso titolo) più “lento” rispetto agli altri. Al primo ascolto esso può apparire monotono, noioso e troppo distante dai precedenti, probabilmente ciò è dovuto alla voce di Weiss, la quale non siamo abituati ad udire in tale “veste”; una prova Doom che poco convince. Con “St. Nihil “ si torna allo stile che ben identifica la band; buona la parte centrale dai toni cupi e riflessivi, un po' come la digipak bonus track "Nebelkräähe".

Filthy Bastard Culture è un album per i più nostalgici, amanti del Thrash/Death Metal old school; grezzo, crudo e senza fronzoli, lascia però spazio a piccole influenze più o meno Doom, Punk e Dark. Un nuovo lavoro, quello dei Warpath, di grande interesse per i metallari più nostalgici.

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Opinione inserita da Marianna    27 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 27 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

I Downcast Twilight sono una giovane band inglese nata appena nel 2015. A distanza di due anni dal loro debut album Under the Wings of the Aquila, il 25 Dicembre 2018 decidono di ripresentarsi con un lavoro tutto nuovo. Ogni album fa riferimento ad un determinato periodo storico, era e civiltà; infatti, come si evince dal titolo di quest'ultima fatica, la nuova produzione tratterà del mondo sumerico. Anunnaki è un termine usato per indicare l'insieme delle divinità dei Sumeri e, in seguito, dei popoli assiro-babilonesi; ad essi è strettamente legato il mito della creazione.

Wrath of the Anunnaki è un album mediocre, nulla di eclatante, ma neanche da bocciare in toto. L'impronta Melodic Death è quella che emerge di più, risultando onnipresente il tutte le tracce, grazie soprattutto grazie alla particolare voce di Vitold Buznaev, così graffiante, grezza e brutale. Per trovare qualcosa di davvero significativo, purtroppo, si deve scorrere fino alla title-track posta in quarta posizione; un pezzo in cui i cori “Power Metal style”, per quanto possano sembrare forzati ed azzardati, lo differenziano dai restanti. Altro brano degno di nota è “Lost Books of the Stars”, in cui troviamo la suadente voce della cantante R.G. Butunoi, accompagnata da maestosi assoli di chitarra, che ne esaltano la forza. Gli attimi di quiete vengono presto soppiantati dalle sonorità più dure e crude a cui siamo abituati e tipiche della band; “Elder Terrors of the Deep”, a mio avviso, risulta essere la traccia che meglio esprime la forza dei Downcast Twilight, racchiudendone le molteplici sfaccettature musicali.
Verso la fine dell'album troviamo “Master of the Forest”, anche questo da non sottovalutare; il cantato spazia da attimi quasi “sussurrati”, che infondono una sensazione di “mistero”, a momenti più strazianti. Ad accompagnare tutto ciò vi è la parte corale affidata a Hildr Valkyrie, la cui voce sovrasta e “annienta” quella di Buznaev.
In chiusura troviamo “Ereshkigals Throne” che appare come un lungo monologo, una lettura intensa e resa ancora più mistica dalla musica melodiosa ed armoniosa che la segue; piano, “sali e scendi” di intensità tonale e parti cantante “robotiche/futuristiche”, creano un brano “extra” album.

Se il finale di Wrath of the Anunnaki è così mistico, quasi da “viaggio mentale” o “spirituale”, può apparire distante dal resto della produzione dei nostri, ciò non deve più di tanto meravigliarci. Esso, infatti, è un buon mix di vari elementi spesso in contrasto tra loro; la base Melodic Death Metal, spesso viene influenzata musiche orientaleggianti (esempio la prima traccia) o, come citato in precedenza, da parti corali più Folk e talvolta vagamente Power. Le chitarre veloci, brutali e taglienti, lasciano il posto al piano e parti più orchestrali, mantenendo sempre un buon equilibrio tra le parti.
Il nuovo lavoro proposto dai Downcast Twilight è un buon ascolto, nella media e senza troppi “fronzoli”; le molteplici influenze musicali, storiche e mitologiche, creano un lavoro polivalente.
Carico di interessanti futuri spunti, uniti da (talvolta) “azzardi” musicali e stilistici, ci auguriamo che i nostri mantengano la stessa forza ed intraprendenza anche nel lavoro successivo.

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Opinione inserita da Marianna    20 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Partiamo dal presupposto che oggi non tratteremo di un album Metal, ma di un piccolo “gioiellino” che ci regalerà “trip” mistici al pari del compianto Woodstock.
Premesso ciò, sul progetto Iterum Nata c'è (molto) poco da dire, se non che il “padre” di questa musica così misteriosa è J. Heikkinen.

Il brano “Arcadia” apre il disco; così solenne, mistico e quasi “sciamanico”, sembra quasi un rituale magico e propiziatorio di un percorso purificatore. L'album, infatti, è incentrato sul tema della filosofia Ermetica e del rapporto tra nascita e morte; pervaso da atmosfere Folk e di Rock psichedelico, appare come un lavoro complesso e di difficile ascolto. Lo stesso Jesse Heikkinen, parlando del brano“The Principle of Rhythm”, lo descrive come un: “Ode alla nascita ed alla morte”; tema centrale è il concetto ermetico di “Ritmo divino” che regola tutte le cose nel cosmo. L'autore, a spiegazione dell'importanza di questi due aspetti della vita, cita anche il poeta Charles Swinburne: “La sua vita è un orologio o una visione tra un sonno ed un sonno”.
L'analisi di ogni singolo pezzo risulta abbastanza complicata sebbene, sullo stesso profilo Facebook de Iterum Nata, vi siano vari post che dettagliatamente cercano di spiegare i complessi concetti che vi sono alla base. Ritengo, inoltre, fondamentale concentrarsi sul clima ascendentale, incalzante e fortemente evocativo che emerge dall'ascolto dell'opera; essa si profila come una “lezione” spirituale, volta a dare la giusta importanza ai concetti di nascita e morte che dominano l'intero universo.
Mediante la musica ed il cantato si mirano a risvegliare i Chakra posti in essere dentro ogni uomo (la stessa ”Invocation” rappresenta “principio della vibrazione” ndr.) .
Nel brano “Sacrifical Light” la voce guida è quella di Anna- Kaisa Kettuneno, dai toni soavi, melodiosi e rilassanti, si fa portavoce del complesso percorso della vita, consto di vari spazi e lastricato di scelte; per ottenere qualcosa si deve essere disposti a sacrificare altro. Ciò fa tornare alla mente il vecchio cliché della boxe: “Nessun dolore, nessun guadagno”.
The Course of Empire termina con “The New Aeon”, una sorta di estasi divina; a questo punto l'ascoltatore deve aver compreso l'importanza del principio filosofico di “causa-effetto”, il quale sta alla base e regola tutto ciò che ci circonda. Esso è strettamente collegato alla “nascita-morte”, che trova la sua espressione nel fuoco; tutto inizia e finisce con esso.

Come detto in precedenza, ogni brano che compone questo album ha il compito di risvegliare un Chakra, richiamare un elemento o rimandare ad un Thèlema o Tarocco; l'ascoltatore si immerge in un percorso spirituale e filosofico astratto, complesso ma ben reso dal forte pathos musicale.
Le sonorità sono quelle Folk (inteso come “popolare”), Indie e, quando la melodia si fa più coinvolgente, virante al Rock psichedelico anni 70; chitarre classiche, violini, viola e piatti, danno luogo ad atmosfere sciamaniche e da live unplugged, da vivere intensamente,
La filosofia Ermetica, magia, astrologia ed i testi fortemente simbolici, mirano a risvegliare la coscienza in ognuno di noi e, per quanto sia possibile, ad interrogarci sulla natura dell'universo e l'origine dell'uomo.
Iterum Nata ci propone un lavoro intenso, riflessivo, spirituale e fortemente concettuale, sicuramente non adatto a tutti; un album che, probabilmente, negli anni 70' darebbe stato scritto ed ascoltato sotto “Peyote” o qualche altro allucinogeno, mentre ora merita di essere ascoltato in mezzo al verde, isolandosi da tutto ciò che è il quotidiano.
Se apprezzate le sonorità introspettive, Ambient, ascetiche e fortemente contemplative, seguite lo sciamano che vi guiderà negli angoli più nascosti della vostra anima; se siete cultori della filosofia ermetica, The Course of Empire è l'espressione in musica di questo linguaggio così contorto e ricco di simbolismi astrusi.
Un album che fa bene allo spirito ed alla mente.

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Opinione inserita da Marianna    12 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 2019
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Hounds of Perdition, uscito ieri 11 Gennaio 2019, è un disco da ascoltare tutto d'un fiato; sette brani che non vi annoieranno.
Si parte con "Chimera", una delle tracce più lunghe dell'album; nove minuti abbondanti di cantato “sporco”, accorato e mai banale, che ben si sposa con i passaggi più “puliti” e “melodici” tipici del Folk Metal. Le atmosfere epiche appena ascoltate, lasciano il posto a quelle più "popolari" di "Doctor of the Plague" (di cui è stato realizzato anche il videoclip ndr.); una ballata a tratti “scanzonata” e dai toni folcloristici. L'idea è quella di un “dottore della peste” che, attraverso questa piaga, curerà il nostro mondo malato ed in declino; il tema fondamentale dell'intero lavoro è, infatti, una visione nichilista della realtà.
In "Black Song" si scorge bene la fusione tra Folk e la vena Power del gruppo, forse quest'ultima, grazie alle tastiere che la fanno da padrona su gli strumenti tipici del Folk, emerge di più. Forte di un ritornello sicuramente molto orecchiabile e canticchiabile, è il brano che maggiormente si distacca dagli altri.
Proseguendo l'ascolto troviamo "Forged in Ice", dall'inizio melodico e “spiazzante”, si passa rapidamente alle maestose armonie epiche unite al cantato Growl di Hukkapätkä; a cornice ed in contrasto a tutto ciò, le seconde voci pulite e melodiche. In chiusura vi è la title-track "Hounds of Perdition", la quale mi pare di qualità inferiore alle altre tracks; un gran pezzo veloce, caratterizzato da i soliti assoli “barocchi” di chitarra. Viene riservato anche un piccolo spazio di pochi secondi al flauto, il quale, magicamente, fa la sua apparizione; nulla di così eclatante rispetto al materiale precedentemente ascoltato. Degno di nota, invece, il suo finale melodioso, lento e solenne; un climax vocale ascendente in cui si parte dal cantato quasi “sussurrato”, per poi ritornare a quello “sporco”e rabbioso del Growl.

I Wolfhorde danno alla luce un album carico di influenze in commistione tra loro: Power, Folk e, a volte, persino Thrash Metal, tutto accompagnato da una voce principale che “strizza l'occhio” al Black Metal. Come afferma la stessa band, i testi traggono spunto dal periodo dell'Età del Ferro, fino al mondo attuale, attingendo quindi a tematiche varie: mitologiche, storiche, naturali e persino sciamaniche.
Hounds of Perdition è, pertanto, un lavoro fortemente sperimentale sia dal punto di vista musicale che concettuale, volto a stimolare l'attenzione dell'ascoltatore verso nuove prospettive inascoltate. L'unione di vari stili quali Rock, Groove, Folk, risultano funzionali alla descrizione del mondo alla deriva di cui si narra; una realtà morente, abitata da strane creature e poche persone che vagano nei campi innevati e macabri del nulla. Una visione nichilista della realtà, certamente alimentata e ben resa grazie alla “durezza” del Black Metal, genere a cui, come detto, il gruppo attinge spesso ed è punto di partenza da cui trarre ispirazione.
Hounds of Perdition, licenziato via Inverse Records, è un lavoro ben riuscito; accattivante e ricco di spunti, riesce a fondere bene al suo interno gli elementi tipici della tradizione Folk Metal con i generi precedentemente citati.
Lo reputo un ottimo punto di partenza per nuovi ed interessanti sviluppi musicali.

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Opinione inserita da Marianna    03 Gennaio, 2019
Top 50 Opinionisti  -  

Gli Italiani Voices From Beyond nascono nel 2006 e, nonostante i vari cambi di line up, problemi e “pause” di riflessione che li vedono coinvolti, nel 2008 riescono a far uscire il loro primo EP. L'anno seguente vede la nascita di un secondo lavoro, un LP, ma anche la battuta di arresto della band; superate le difficoltà, arriviamo a Novembre 2018 con l'ultima fatica: Black Cathedral.
Come gli stessi membri ci informano in una intervista rilasciata sulla loro pagina Facebook, essi trovano l'ispirazione per i testi di questo nuovo lavoro, nelle storie del Fantasy e Horror di H.P Lovercraft.
A dimostrazione di ciò, notiamo che: “The Hideout of Evil” rimanda al racconto de “La Città Senza Nome”, la Title-track “The Black Cathedral” a “L'abitatore del Buio”, mentre “Across The Mountains” a “Le montagne della Follia”. Altra fonte a cui i Nostri attingono è il quotidiano, ciò che ci succede attorno; si parla, dunque, dello sfruttamento della Terra e delle delle devastazioni naturali o perpetuate per mano dell'uomo, ad esempio. I temi sono molteplici, partendo dall'umanità e la sua avidità, fino al profondo ed intimo vissuto del singolo; come dichiara la band stessa, i brani sono dei percorsi di vita da affrontare per arrivare ad uno scopo: famiglia, amore, figli.

Velocità e spregiudicatezza, ecco le parole che meglio descrivono The Black Cathedral; una carrellata di puro Thrash ed Heavy old-style; “Guardian of the Laws” è l'esempio lampante di quest'ultimo genere, con chiaro richiamo ad Iron Maiden e Judas Priest. Brano ben riuscito, classico e senza tanti “fronzoli”; nulla da eccepire sulla voce di Roberto Ferri, così potente e spiazzante, un po' di inferiore livello la parte corale. Di grande audacia è stata la decisione di inserire un pezzo in italiano: “La Valle della Coscienza” il cui testo, così profondo ed ascetico, è accompagnato da maestosi giri di chitarra; le parti più “melodiose” ben si sposano a quelle accorate del ritornello.
A seguire troviamo “The Edge of Time”, che ci riporta alla velocità delle chitarre di Michele Vasi ed Andrea Ingenito, unite alla tagliente voce di Ferri. In questo, caso la nota positiva ai cori, viene spontanea! Ben si fondono con il resto del cantato ed in grado (sicuramente) di scaldare il pubblico, durante un live. La Title-track “The Black Carhedral” appare, fin da subito, dai marcati toni cupi e misteriosi; ascoltandola sembra di essere avvolti da un senso di irrequietezza.
Chiude questo lavoro: “The Family”, incantevole e “delicata” Ballad; suadente la voce che “culla” l'ascoltatore. Lo stupore aumenta quando, verso la fine, il brano acquista una potenza imprevista, liberando una energia che travolge tutto e tutti; il pezzo più riuscito dell'intero album.

L'impegno dei Voices From Beyond è stato ben ripagato, sia da critica che pubblico, in quanto ciò che viene proposto è un lavoro ben studiato e realizzato.
I testi sono frutto di chiari riferimenti letterali (come già detto in precedenza) e di stampo Horror- Fantastico, i quali ben si sposano con generi come Thrash e Heavy Metal. La “durezza” ed impeto di questi, riescono a rendere “concrete” e più dirette le semplici parole; esse sembrano prender vita davanti ai nostri occhi.
Un lavoro ben riuscito, dalla trama mistica, occulta e “minacciosa”.
I Voices From Beyond con The Black Cathedral catturano l'interesse del Thrasher medio.

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Opinione inserita da Marianna    23 Dicembre, 2018
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Licenziato da Time To Kill Records, The Blackening Tide è il lavoro più maturo e qualitativamente migliore, per i Danesi Heidra. La narrazione verte su un re deposto e le sue fatiche per reclamare il trono; l'album si apre con il giorno della resa dei conti e la marcia verso il campo di battaglia. Lo scontro è imminente, la battaglia sembra volgere a favore del “nostro” re e del suo esercito ma, funesti ed improvvisi avvenimenti, rimescolano le carte in tavola. Essi si trovano catapultati in un estenuante combattimento, catapultati in un regno infernale.

Si inizia l'ascolto con “Dawn”, brano che grazie al suo incipit Folk, ben reso da tamburi che rievocano i passi di una marcia, ci immergono a pieno nello spirito della battagliaguerra. Tutto viene stravolto dal potente ed imponente Growl di Morten Bryld il quale, spesso e volentieri, concede melodiche virate al Power. Un perfetto connubio di epicità e violenza in cui i rapidi passaggi di linee vocali “pulite”, unite a riffs “martellanti”, creano scenari quasi Fantasy.
“Price in Blood” è l'esempio lampante di questa “pomposità” e maestosità tipica del sopracitato genere; le chitarre veloci che, quasi come delle spade affilate e sgargianti in battaglia, arrivano dritte alle nostre orecchie. Se finora abbiamo solo assaporato l'abile maestria degli Heidra nel saper fondere Power e Black Metal, è in “Rain Of Embers” che tocchiamo l'apice. Attimi melodici, linee vocali tenue, accompagnati dalla dolcezza del piano, ben si fondono con la sofferenza, urlata e profonda, del Growl. Proseguendo nell'ascolto, troviamo “A Crown of Five Fingers”:, essa si apre con il solito intro maestoso che, a sua volta, lascia il posto a giri di chitarra e vocalismi cupi, cruenti e drammatici. Il senso di lotta, irrequietudine e ricerca (probabilmente anche musicale della stessa band ndr.), pervade l'intero album; l'ascoltatore viene coinvolto a pieno negli eventi, mosso dal senso di rivalsa epica, attraverso accorate voci e giri di pianoforte. Essi sanno sapientemente toccare le corde ed il desiderio di ribellione in ognuno di noi, creando brani ben riusciti come la Title-track “The Blackening Tide”.
“Hell's Depths” va a concludere questo interessante lavoro; un pezzo che ben racchiude l'anima degli Heidra.

Blackening Tide si può descrivere come: “Una lunga e furiosa cavalcata verso la vittoria” in quanto, tale obbiettivo in senso musicale, possiamo ritenerlo ampiamente raggiunto. Passaggi orchestrali in ascesa, senso di epicità, Growl rabbioso e furioso, creano un album in cui vi è un perfetto ed interessante mix di generi. La carriera degli Heidra è in divenire e la loro crescita musicale, sia nel Live-performing che nella scrittura dei testi, è solo all'inizio. L'album è stato registrato, mixato e masterizzato a Roma da Marco Mastrobuono, presso i Kick Recording Studio, una scelta ampiamente ripagata, vista la cura del prodotto finito. L'artwork stesso, seppur poco originale, risulta coerente con il concept del lavoro; in primo piano vi è un uomo, probabilmente il re protagonista dei testi, che in solitaria scruta l'orizzonte. Davanti a sé il mare in tormenta (che rappresenta il tumulto della battaglia), superato esso, in lontananza, la quiete del tramonto (la pace del trono riconquistato).
Questi “investimenti” in fatto di produzione, l'abilità vocale di Morten Bryld nel sapersi districare tra più generi, unita alla capacità dell'intera band di saper coinvolgere l'ascoltatore, ci fanno ben sperare sul futuro degli Heidra.
Blackening Tide è un album furioso, tormentato ma, a tratti, anche malinconico, frutto di studio e passione.
Consigliato a chi cerca qualcosa di epico e non banale.

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