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Opinione scritta da Marianna

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Opinione inserita da Marianna    14 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Dicembre, 2018
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Otto tracce veloci nel vero senso della parola, in quanto la durata totale del cd è di quasi trentacinque minuti. Brani graffianti, composti dalla voce “sporca”di Vince Santopietro, i quali arrivano dritti in faccia all'ascoltatore. “Black Hills” apre l'album strizzando l'occhio alle sonorità dei Black Label Society uniti ad un growl massiccio, preambolo di cosa ci aspetterà andando avanti. “All The Time”, invece, inizia con una poderosa e martellante batteria, la quale si prende il meritato spazio come intro; efficace dall'inizio alla fine. Un brano giocato a “botta e risposta” tra Santopietro e Federico Caggiano (ai cori), fatto di “alti e bassi”; semplice e senza tanti “fronzoli”. Il cantato duro e growl lascia il posto a linee vocali più “tenue” e melodie soft di “Evil Clown”; un buon esempio di dualismo musicale. Da 3:40 è tutto un crescere di intensità, forza ed ira travolgente, tant'è che viene voglia di scatenarsi in sfrenati headbanging.
In coda: “March Or Die”, unico pezzo che si distacca dai precedenti per tematica che, come da “tradizione” della band, tratta dei Nativi Americani. La traccia che più mi ha colpito, sia per ritornello facilmente memorizzabile che per l'azzeccato assolo di chitarra verso il finale; travolgente e ricca di “carica, ecco le parole che meglio la descrivono”.

The Invisible Guest in sette tracce su otto, tratta il tema della paura, una delle tante sfaccettature della complessa psiche umana. Un disco intenso, rapido ed efficace, con suoni ben registrati, riffs potenti ed un batterista che “sa il fatto suo” (Tiziano Casale ndr.); c'è solo da migliorare i cori. Niente di eclatante o innovativo da parte dei Walkyrya che si ascoltano con piacere, ma potrebbero dare di più in fatto di originalità.
Un disco che risente le influenze di Testament, Black Label Society ed Accept, per citarne alcuni.
Adatto ai cultori del Thrash.

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Opinione inserita da Marianna    09 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I siciliani Nerobove nascono nel lontano 2011 con il monicker See You Leather, per poi evolversi nell'attuale progetto musicale.
Monuments to Our Failure si presenta come un lavoro davvero profondo ed ambizioso, volto a esplorare una società senza “vie di uscita”. La commistione di più generi (dal Thrash al Black Metal, per esempio) danno vita a sette brani veloci, rabbiosi e per nulla banali.

La complessità dell'album è chiara già dalle prime tracce; “Nekyomanteia” apre il disco d'esordio, presentandosi fin da subito, con la tutta la sua carica esplosiva, come una lunga cavalcata verso gli abissi dell'umanità. Il testo è liberamente tratto dal sesto libro di “Pharsalia” (conosciuto in italiano anche con il nome “De Bello Civili”), poema epico romano di Lucano. Chitarre distorte, versi in latino, e la voce graffiante di Luca Longo, ci trascinano nell'impeto del tormento bellicoso ed irrequieto, posto in essere da anni di sottomissione ai Potenti. Una situazione che, vedendola con gli occhi moderni, trova un parallelismo nell'attuale generazione: illusa, sconfortata, pervasa da un senso di fallimento ed incapace di vedere ciò che accade intorno. “Not Waving But Drowning” è ispirato all'omonimo poema di Stevie Smith, poetessa che come i Nostri, descrisse l'insofferenza del suo tempo; in lei e nella musica dei Nerobove, notiamo una mistione di più elementi: passaggi rapidi del Thrash, i lunghi assoli di chitarra e l'irrequietezza del Black. Il poema originario narra di un uomo che sta annegando il cui dimenare in cerca di aiuto, però, fu scambiato per puro saluto; la chiave di lettura è complessa ma facilmente riconducibile al malessere dei giovani d'oggi. Essi chiedono aiuto ai “Monumenti”, coloro i quali dovrebbero essere d'esempio, ma che finiscono per affossare le speranze.
“Diluvio” è la traccia che meglio rappresenta i Nostri in quanto racchiude in sé più sottogeneri: dal lento e riflessivo Prog, all'impeto del Death Metal. Essi si manifestano, per esempio, nella violenza del growl di Luca Longo, il quale spezza i cori “mistici” della canzone. Il districarsi tra più musicalità è la qualità e punto di forza della band, basti ascoltare “La Bête Humaine” (il cui testo è tratto dall'omonimo romanzo di Émile Zola ndr.); i momenti di “quiete” si alternano a rapidi passaggi viranti a Thrash e Black Metal. Liliana Teobaldi e Francesco Paladino (rispettivamente basso e batteria ndr.), fanno un lavoro esemplare, creando atmosfere cupe e riflessive, per un pezzo davvero ricco di spunti. La parte finale è lasciata ad uno spezzone musicale francese, la quale richiama la Belle Époque; uno stralcio di musica leggera dopo la furia di pelli e strumenti a corde.
“Gloomy Sunday” (adattamento dell'omonimo brano di Billie Holiday ndr.), risulta la chiusa Progressive più riuscita dell'intero album. Melodie ed armonie dal senso epico sono interrotte, in modo repentino, da vezzi tecnici o “capitoli” più duri e complessi; essi racchiudono perfettamente il messaggio dei Nostri. Lo schema melodico viene destrutturato, pur mantenendone la matrice Extreme, creando brani ricercati ed inusuali.

Monuments to Our Failure è una profonda analisi sociale sull'insofferenza contemporanea che, dopo anni di assolute ed irremovibili certezze, mette in discussione i nostri predecessori. Un limbo che crea irrequietudine, violenza, tormento e malinconia, i quali trovano espressione nelle note del disco. I Nerobove, mediante l'unione di più generi non propriamente eterogenei tra loro, hanno saputo ben rappresentare i vari stati dell'animo umano dipingendo, inoltre, i tratti di una generazione di cui essi stessi fanno parte. La furia del Thrash, il suono distorto del Black Metal, le ritmiche lente del Doom e Progressive, ben descrivono la “Generazione Y” di cui la band vuol farsi portavoce; l'espressione, in chiave musicale, del dimenarsi tra totale apatia e violenza impetuosa. Tutto ciò non è sono solo uno statu quo dell'odierna situazione storica, ma anche materia per testi dal forte impatto morale.
Come detto in precedenza, la sfida che si prefiggono è davvero impegnativa, ciononostante il prodotto è brillante e più che sufficiente. Imperfezioni, voce e registrato a volte grezzo non pregiudicano l'ascolto ma, anzi, sono propri del genere proposto, rendendo “particolare” l'album.
Un debutto, quello dei Nerobove, in cui si percepisce ambizione ed impegno verso tematiche “forti” e complesse, che incidono sulla stessa musica.
La strada è lunga, ma le basi sono state gettate; ci aspettiamo di riascoltarli con altre interessanti proposte.

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Opinione inserita da Marianna    08 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

La band altoatesina Anguish Force torna a farsi sentire con un nuovo album: Chapter VII. Attivi già dal 1995, dapprima con il nome Anguish e successivamente con il definitivo Anguish Force, non hanno avuto una line-up mai del tutto stabile; sebbene la formazione subisse delle variazioni, la direzione musicale proseguiva sempre per la strada del Metal anni 80'.

Chapter VII si apre con la title-track instrumental, di gradevole ascolto e meritevole per gli assoli di chitarra, ma niente di più, tant'è che dobbiamo “saltare” alla traccia numero tre per trovare qualcosa di davvero meritevole. “Don't Lose the War” ha quella matrice Heavy Old School che può far presa sul metallaro “vecchio stampo”; la voce sporca e graffiante di Kinnall, unita al ritmo incalzante, tiene in piedi un buon pezzo. “The Other 11Th September” si caratterizza per un spiccata velocità ed un intermezzo che vede “fronteggiarsi” chitarra e basso i quali, ognuno con i propri spazi, mettono in scena un duello a colpi di ultimo assolo. Se la vera “forza” di questo album è rappresentata dalla parte strumentale, sulla voce forse sarebbe meglio perfezionarsi; “Planned Earthquake” e “Waiting for the Call” ne sono un esempio. I cori non coinvolgono l'ascoltatore; abbastanza scadenti, alternano fasi più o meno concitate (pare fosse quello lo scopo ndr.) a tentati acuti da parte del cantante. “The Punishment”, si apre con una melodia tipica del Medio Oriente che rimanda alla preghiera islamica del mattino, sembra di ascoltare l'adhān che risveglia l'animo del credente; una buona intro ed uno spunto creativo che, purtroppo, non si sono saputi sfruttare a pieno. Qualche breve richiamo melodico qua e la nel ritornello accompagnato dalla solita (mancata) forza corale: non sentiamo la “spinta” giusta tipica del Thrash o del Heavy che ci porterebbe a "scapocciare".
A conclusione di Chapter VII troviamo “So It Was”, brano dalle sfumature “classiche”, lente, accompagnate dai dolci suoni del violino; Kinnall si fa più accorato ed accompagna una musicalità malinconica, dando vita ad un pezzo che, apparentemente, spicca rispetto agli altri. Dal minuti 5:32 tutto però cambia, ritornando al solito e, per nulla interessante, suono; il richiamo al Power Metal, mediante il fallito tentativo di proporre una voce che “dovrebbe” raggiungere tonalità più acute, non porta allo scopo desiderato.
A chiusura di tutto troviamo “Thunder in the Tundra”, cover dei Thor di buona riuscita.

L'ultima fatica degli Anguish Force non è particolarmente apprezzabile; se le parti strumentali ricche di grandi assoli, riffs, imponenti chitarre e basso marcato, sono spesso ripetitive ma “orecchiabili”, per il cantato la storia cambia. La voce graffiante di Kinnall è tollerabile, ma la “forzatura” che si riscontra negli acuti o nei cori, non sono sopportabili; nella deprecabile ipotesi che dal vivo questi “sforzi” vocali vengano messi in atto, non so quanto il riscontro del pubblico possa essere positivo.
Il genere che la band propone è un mix di Speed, Thrash, Heavy con influenze Hard Rock e Power Metal, riscontrabili in tutto l'album ma che, tuttavia, non lo rendono un prodotto che “spicca” tra gli altri.
La mancanza di “forza” unita a quella di spinta creativa, la quale dovrebbe indurre l'ascoltatore a scatenarsi in fragorosi headbanging, non rendono benevolo il giudizio finale.
Gli Anguish Force devono lavorare ancora molto sul materiale da proporre cercando di far emergere la loro personalità e, possibilmente, essere più “brillanti” nei lavori successivi.

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Opinione inserita da Marianna    02 Dicembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Dicembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Recensire una band storica come gli Hate genera sempre un po' di ansia, soprattutto dopo una così lunga attesa.
Le origini del gruppo risalgono a metà degli anni Ottanta quando Enzo Vittoria, David “Dido” Caradonna e Luca Lopez, decisero di dare vita a questo interessante progetto; in seguito si aggiunse Daniele Ainis a completare la line-up.
Era l'epoca del grande cambiamento politico, del desiderio di dimenticare le difficoltà del decennio precedente con uno spirito forte e che guardava al futuro. In questo scenario, tra “Paninari” e “Yuppies”, a Genova prendono vita gli Hate con il loro Hard Rock duro, pronto a far “scapocciare” i giovani metallari dell'epoca.
Dal 1986 al 1989 l'attività della band è proficua di successo e materiale (registrarono ben due Ep ndr.); concerti e festival di vario calibro non mancano. Una fama che cresceva anno dopo anno, tanto che gli stessi Necrodeath (allora agli esordi ndr.) nel 1986, al Teatro Verdi di Sestri Ponente, ne aprirono il concerto. Sembrava una lunga ascesa finché, nel 1989, si ebbe la dipartita del giovanissimo Daniele Ainis; la tragedia colpì così duramente il gruppo che decisero di mettere in pausa il progetto.

Arriviamo al 2018 ed "Useful Junk", dopo quasi trenta anni, vede la luce; “Play it Louder” apre le danze di questo travolgente “tuffo nel passato”. La voce trascinante e da “vecchio Bluesman” di Enzo, ci fa rivivere le atmosfere anni '80 che attraversano, senza sosta, tutto l'album. “Jenny” porta con sè una carica irrefrenabile, la classica canzone che potrebbe ben rappresentare tutte le donne amanti del Rock. Ne segue “Do the Right Thing”, è il brano che, forse, più si distacca dagli altri; atmosfere quasi mistiche, anni Settanta e dal sapore Led Zeppelin (evidente nel ritornello ndr.), in cui voce struggente e lunghi giri di chitarra, fanno da padroni.
“Your Troubles” (letteralmente “i tuoi guai”) resta, a mio avviso, la traccia migliore dell'intero album; forte di un ritornello orecchiabile, viene spontaneo unirsi ad Enzo e cantare in corro assieme a lui. Braccia alzate, headbanging, t-shirts sbiadite ed improvvisati “air guitar”, ecco lo scenario che, grazie alla sua grande forza musicale, riesce ad evocare. Dalla voglia di far festa come veri rockers, si passa a “Puoring Rain”, pezzo che ben combina tratti melodici (quasi a sfiorare la ballad), alla grinta tipica degli Hate. La “chitarra alla Slash” e la voce graffiante di Enzo, incantano l'ascoltatore; il gruppo non delude nemmeno in questa breve parentesi “soft”.
“City of Dreams” è il brano scelto per presentare "Useful Junk", probabilmente perché portatore di tutte le caratteristiche che ben rappresentano i Nostri, ovvero: potenza, Hard Rock vecchia scuola, ritornelli che si “stampano nel cervello” e pezzi che dal vivo, sicuramente, non ti lasciano fermo un attimo. A conclusione di questo viaggio nostalgico: "This Game"; ineccepibile chiusura di un lavoro meritevole e tanto atteso.

Se anche voi avete ascoltato "Useful Junk", mi viene spontaneo chiedere: “Ma lo avete mosso il piedino a tempo?”, perché io non sono riuscita a trattenermi! Un full-length davvero energico, evocativo di un genere musicale che si è perso con il passare degli anni e che, purtroppo, mai più toccherà vette di creatività così alte. Grazie a questo lavoro (ben fatto e registrato con cura e passione), possiamo fare un salto indietro nel tempo ed apprezzare il vero Hard Rock. Un disco “Heavy” per la forza che sprigiona e Rock per il genere di cui si fa portavoce in cui le contaminazioni Blues si combinano perfettamente alle sopracitate influenze. Il mix che ne deriva, a sua volta, dà vita ad un prodotto musicale per nulla banale e ricco di spunti futuri; siamo sicuri, che dopo “la lunga pausa”, l'estro della band non si sia affatto esaurito! Forti di un nuovo membro (il chitarrista Sebastiano “Seba” Rusca ndr.), devono aver ritrovato la spinta giusta per ripartire in quanto si percepisce la grande emotività che il gruppo vuole trasmettere. L'aria è intrinseca del desiderio di riunirsi con il pubblico lasciato “a bocca asciutta” per troppo tempo, della voglia di tornare a calcare i palchi e, perché no, bere birra tutti insieme come una volta. Lo stesso artwork diventa emblema di questo “spirito di rinascita”: ascoltare questa ultima fatica vi farà rimanere gli Hate impressi addosso per sempre, così come un tatuaggio!
In conclusione, "Useful Junk", si presenta come il prosieguo di un progetto musicale mai del tutto “accantonato” e sempre vivo nei cuori di chi gli anni Ottanta li ha davvero vissuti ed assaporati a pieno. Un viaggio, quello degli Hate, che riparte dal 2018; ricco di aspettative e nuova linfa, speriamo li porti a calcare ancora tanti palchi in giro per l'Italia.
Ascoltateli e rivivrete le lotte tra metallari e paninari e, magari, vi tornerà in mente la vostra folta chioma!

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Opinione inserita da Marianna    24 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Pete Serro decide di mettersi in proprio lanciandosi in questo nuovo progetto “one man band”: Prophets Of The Apocalypse. Si affaccia sulla scena Metal a metà anni 90', vantando collaborazioni con: Northwinds, Strychnine, Beyond Deranged ed Operation; una lunga carriera di tutto rispetto che non spiega un album così “scadente”.

Partiamo con il dire che già la copertina risulta essere abbastanza deludente: cover “minimal” e font tipico da “ragazzetti” alle prime armi con il pc. Lo sappiamo tutti che “anche l'occhio vuole la sua parte” e la scelta di questo design, proprio non ci invita all'ascolto. War Metal si apre con “Prelude to War” il quale, con un lento e dolce cullare di onde marine che si infrangono sulla spiaggia, ci dà il benvenuto in questo “travagliato ascolto”. A contrapporsi vi è “Battle Eyes”, furioso pezzo Thrash dalle marcate influenze Black, caratterizzato dai soliti giri di chitarra che mostrano la maestria di Pete Serro. Sebbene fin qua possa essere tutto “sopportabile”, è con “Storm the Gates” che notiamo la scarsa qualità di questo lavoro; registrazione davvero discutibile (voluta o meno, chissà? Ndr.), in particolare l'equalizzazione della chitarra con gli “alti sparati a mille”, una cosa davvero fastidiosa per chi ascolta! Le “pecche” continuano a susseguirsi in paradossali errori di editing come nel brano “Step into Your Mind” in cui, alla terza battuta, la batteria va fuori tempo rispetto al basso. A conclusione di tutto troviamo l'ennesimo pezzo instrumental (“Exit Eternity”) il quale, riecheggiando fredde e misteriose atmosfere, riprende l'incipit delle onde marine che troviamo nel primo brano.

L'opinione non è affatto positiva. Sebbene la bravura di Pete Serro come chitarrista non sia da mettere in dubbio, i lunghi assoli di chitarra e riffs a seguire siano apprezzabilissimi, come cantante non ci siamo proprio! Lo spirito Thrash, influenzato dal Black e dalle atmosfere Dark, è vivo e traspare ma solo in strumentale, dal punto di vista del cantato (forse) è meglio stendere un velo pietoso; la voce è sicuramente da perfezionare. Altro tasto dolente sottolineato già in precedenza e che danneggia la qualità dell'opera è la registrazione; sebbene War Metal sia autoprodotto (e quindi non ci si aspetta chissà quale perfezione) esso è stato registrato presso Apocalypse Studios nel Tennesses (USA). Ascoltandolo, traccia dopo traccia, viene da chiedersi se sia davvero così! Una drum machine così grossolana è impensabile che possa esistere nel 2018, men che meno in uno studio di registrazione. Da aggiungere che l'audio è pessimo e penalizza parecchio l'ascolto; perché lanciarsi in un progetto solista se vi sono così tanti errori? Non era forse meglio curarne la qualità dando alle stampe un buon instrumental album senza tanti “schiamazzi”?. Domande che ci porremo se davanti avessimo un gruppo di ragazzini alle prime armi mentre, nel nostro caso, abbiamo un musicista con trent'anni di esperienza, la cosa, pertanto, ci fa rimanere allibiti.
Per ora il giudizio finale sul progetto one man band Prophets Of The Apocalypse è negativo, si auspica una maggiore cura stilistica.

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Opinione inserita da Marianna    18 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 19 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Dal remoto Ontario, giungono a noi gli Hexenklad con il loro debut album: Spirit of the Stone. Forti del chitarrista Mike Grund (già nei SIG: AR: TYR) e Timothy Johnston (ex membro degli Eclipse Eternal), decidono di affacciarsi sul panorama musicale contemporaneo proponendo una commistione tra Folk e Black Metal.

Personalmente ritengo di aver ascoltato un album influenzato, quasi prettamente, dallo stile Black Metal anziché Folk; la copertina dal “font” tipico del suddetto genere, ne è l'esempio lampante.
Tracce infinitamente lunghe, sporadiche apparizioni di violoncello e flauti, non possono compensare la mancanza di originalità che ci saremmo aspettati dalla band. Sebbene la traccia "To Whom Veer Sinistral” strizzi (vagamente) l'occhio ai Finntroll, poco li ricorda ed accomuna.
Più si procede nell'ascolto, più si realizza che ben poco vi è da salvare di questo lavoro per nulla brillante; apprezzabilissimo il giro di piano introduttivo di “Returned” e persino la musicalità da “cavalcata vichinga”. Benchè si richiamino vagamente gli Amon Amarth, siano presenti tamburi imponenti e riffs taglienti, tutto ciò non salva Spirit of the Stone da un giudizio non del tutto positivo.
Su otto tracce, personalmente, “risparmio” solamente l'ultima: “An Offering”; piacevolissimo componimento acustico ed instrumental che risolleva l'opinione sopra esposta.
Ascoltando questo brano sembra di immergersi nella natura, di sentire vivo il contatto con essa e raggiungere uno stato di quiete; ritengo che esso andasse inserito come interludio dell'opera, magari al quinto posto.

Sebbene (ed effettivamente), lo stile compositivo degli Hypocrisy sia manifesto, altrettanto le influenze emozionali dei Primordial, i tratti Folk risultano poco marcati.
La componente Black Metal è "viva" sotto ogni aspetto, sia esso musicale, che estetico/stilistico. Innanzitutto il logo: esso, come già detto in precedenza, presenta un “font” proprio delle bands di questo genere; cuspidi, caratteri illeggibili (o quasi), sono elementi distintivi di tale branding e presenti anche nel logo degli Hexenklad. Le foto promozionali e di presentazione della band sono alquanto discutibili e contrastanti, quasi a rispecchiare la mancanza di “coerenza” del gruppo. Se Timothy Johnston appare come il classico vichingo grande e grosso che spunta dal bosco, imbracciando un corno o un bastone, pronto a romperti il cranio, perchè il resto della formazione sembra appena rincasato da un concerto degli Insomnium?
Saranno dettagli insignificanti, ma riflettono ciò che stiamo ascoltando, Spirit of the Stone, infatti, è un debutto incerto, più vicino alle sonorità Black e Death anziché Folk. Dal punto di vista tecnico e compositivo non vi è nulla da obiettare, l'esperienza e la passione di ogni singolo musicista emergono ed arrivano dritti all'ascoltatore. Riffs martellanti, duri, che fanno da perfetta cornice al growl accorato del vocalist. Ma il Folk? Riaffiora in sporadiche occasioni.
Speriamo che in futuro gli Hexenklad scelgano con maggiore decisione quale strada seguire.

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Opinione inserita da Marianna    18 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 18 Novembre, 2018
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Thirteen è il quarto album dei portoghesi Gwydion, band con alle spalle un ventennio e più, di onorata carriera; un' opera che, a detta dei sopracitati, promette di rappresentare il raggiungimento di una maturità musicale e concettuale.
Il nome “Gwydion” fa riferimento ad una divinità gallese che, secondo la mitologia e letteratura, incarnerebbe la figura di un mago. Egli è il Dio della magia, trasmutazione e della trasformazione fisica, mentale e spirituale; tali tematiche saranno proprie delle musiche e dei testi della band.

Thirteen si apre con un lungo intro dai toni cerimoniali, quasi si volesse preparare l'ascoltatore alla battaglia descritta nel brano seguente; “793”, infatti, piomba con il suo doppio pedale massiccio ed invadente, interrompendo la quiete precedente. Il Growl di Pedro Dias narra, senza mezze misure, gli avvenimenti di tale anno; è l'8 Giugno del 793, quando l'Europa fa conoscenza del popolo vichingo. Il brano si concentra sull'assalto, da parte dei Barbari, al monastero di Lindisfarne, un accadimento che vedrà il Vecchio Continente fronteggiare questo nuovo nemico, da qui a molti anni.
Come si può ben capire, i Gwydion sono fortemente legati allo spirito Folk Metal fatto di vichinghi, tradizioni, guerre e banchetti continui; “Balverk Warfare”, ad esempio, presenta quella musicalità “scanzonata” e festaiola che ricorda (vagamente) gli Alestorm. Ascoltando il pezzo viene quasi voglia di ballare sui tavoli brandendo un'ascia! Le risate che sentiamo comporre il ritornello, sono un elemento aggiuntivo a questo clima di allegria.
I popoli norreni però lo sanno, non si può sempre far festa... Ci sono terre da conquistare! Ecco allora che, proseguendo nell'ascolto, ci troviamo davanti “Under Siege”, pezzo strumentale carico di pathos e preambolo delle battaglie che seguiranno. Una di queste, ad esempio, viene narrata in “Thirteen Days” , la quale tratta tratta dell'attacco vichingo alla città musulmana di Lisbona. Il ritornello rievoca i tredici giorni di occupazione fatti di soprusi, sofferenze, distruzione e dure lotte dove lo scontro non fu solo umano, ma anche tra credi religiosi (“Allah and Odin meet! The War on heresy remains! Blammen! Al-Majus!” citandone una strofa).
“Oh Land of Ours – Al Andaluz” continua la narrazione delle scorribande barbare; lasciata Lisbona essi si spostarono verso Sud sbarcando sulle coste andaluse. La musica è serrata ed i toni concitati, quasi a voler rappresentare la velocità con cui gli invasori giunsero, cogliendo di sorpresa il Califfato.


Sebbene i Gwydion siano sulla scena da molti anni, non abbassano la loro qualità neanche con quest'ultima fatica. Le tematiche, come abbiamo visto, sono quelle tipiche del Viking Metal: guerre, razzie, violenza e richiami alla tradizione (esempio: I Tàgides del Portogallo). La band racconta uno spaccato della propria terra fatta di storia, coraggio, sofferenze subite e di valori militari; esse sono tutte tematiche che inducono ad approfondire maggiormente le vicende del passato, il quale presenta punti di contatto con il nostro presente. La batteria incessante rievoca i ritmi serrati dei battaglioni che, uniti a testi in cui si decantano valorosi combattimenti ed espugnazioni, tengono sempre “viva” l'attenzione dell'ascoltarore.
Thirteen è un album che risente le influenze di Alestorm, Ensiferum, Eluveitie ed Amon Amarth, con la giusta commistione di Folk e Melodic Death. Cori, clima epico, riffs dettagliati, temi storici, accenni alla tradizione popolare ed utilizzo del growl per enfatizzare gli attimi più concitati; tutti gli elementi per un buon disco Folk Metal, sembrano essere presenti.
Sembra quasi di guardare una puntata della serie Vikings!
Armatevi di birra e.... Buon ascolto!

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Opinione inserita da Marianna    17 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 17 Novembre, 2018
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Giungono a noi, direttamente dai freddi e remoti Paesi scandinavi, gli Evilon. Probabilmente ai più non diranno granché, ma già attivi dal 2015, hanno alle spalle un primo EP (Shores Of Evilon) di tutto rispetto.
Leviathan, licenziato dall' italiana Wormholedeath Records, è uscito il 28 Settembre in Europa, America e Giappone.


Le sonorità che pervadono tutto l' album sono tipicamente Melodic Death Metal: growl “accorato” e riffs graffianti; il connubio perfetto. La vera particolarità della band è il sapere “aggiungere” a tutto ciò, una gran dose di “epicità” e Folk. L' intro di “Eye Of The Storm” (prima traccia di questo lavoro) ne è l'esempio lampante; maestoso, solenne e, successivamente, completamente squarciato dalle grida di Joel Sundell, ben rappresenta questo dualismo stilistico della band. La title track “Leviathan”, invece, porta il nome di un antico animale mitologico di epoca fenicia (il Leviatano), simboleggiante la nube tempestosa che sconfigge Baal e porta sulla Terra la pace. Di esso troviamo traccia anche nell'Antico Testamento (ma non con tale nome) e creato in duplice forma di mostro marino, da Dio. Allegoricamente rappresenta il caos, la forza senza controllo, mentre biblicamente, la volontà e potenza di Dio; la scelta di questo termine appare consona all'album in sé, sia per rappresentare l'armonia del brano, sia lo stile musicale del gruppo. In riferimento all'omonima traccia, sembra di assistere ad un combattimento tra la quiete del violino e le chitarre Death Metal, in cui l'ascoltatore vi si troverà al centro, inerme e “sballottato tra due fuochi”.
La “cavalcata vichinga”, tipica degli Amon Amarth, trova l'apice in “Sound Of The Tombs”, nella quale spicca l'incipit altisonante in netto contrasto con la quiete della parte centrale. In questi pochi minuti, il pathos è davvero alto e viene reso magnificamente dai due chitarristi; gli assoli sembrano cullarci in un lungo abbraccio.
La “chicca” dell' intero album è proprio sul finale: “When The Leaves are Falling”; pezzo potente nel quale sono le chitarre a dominare la scena ed affiancate, sul finale, dalla batteria. Essa si manifesta, sul finale, in tutta la sua potenza e forza evocativa.

Con questo disco gli Evilon hanno prodotto un'opera davvero coinvolgente; essi sono stati capaci di unire più generi creando qualcosa davvero interessante. Ascoltandoli potrete percepire il freddo della Svezia, il rigore delle cerimonie vichinghe e, allo stesso tempo, verrete risvegliati dalle urla che invocano la battaglia. La fusione tra le musicalità tipicamente Folk e il cantato growl del Death Metal, danno vita a brani che troveranno l'interesse di quel pubblico tanto amante di Amon Amarth, At The Gates ed In Flames.
Il caos primitivo del Leviatano si manifesta a pieno nella musica della band; turbinio di emozioni, passaggi netti da sonorità melodiche a quelle più concitate, generano tracks di grande impatto e ricche di forza travolgente.
L'unico appunto “negativo” può essere fatto alle parti corali di “The Sacred”, le quali appaiono quasi “stonate” e di qualità inferiore, rispetto alla stessa traccia si cui fanno parte.
Se amate i lunghi giri di chitarra spezzati dal freddo growl scandinavo e la furia vichinga, Leviathan fa al caso vostro!

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Opinione inserita da Marianna    16 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 17 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

I veterani Darkness tornano con un album duro, graffiante e da puro “headbanging” in cui, i trentuno anni di carriera, non sembrano minimamente pesare. First Class Violence (uscito il 12 Ottobre di quest'anno ndr.), si inserisce magnificamente nella discografia della band ed insieme alle opere: Death Squad, Defenders Of Justice e The Gasoline Solution, offrono una “visione spietata” che questi hanno della realtà.
Un mondo collerico, incline all' odio ed alla violenza, ben espresso sia dagli artwork scelti, che dall'evocativo titolo della loro ultima fatica.

Sebbene l'intro così melodico potrebbe trarre in inganno, le restanti dieci tracce arrivano “dritte alle orecchie” in modo violento e preponderante, rispettando i classici canoni del Thrash old-school; velocità, brutalità e riffs graffianti, ecco gli ingredienti perfetti. “See You on the Bodyfarm” è il pezzo che maggiormente rappresenta questa “tradizione musicale”; il vocalist Lee ha quel potere ed abilità canora di travolgere e, al contempo, coinvolgere lo spettatore. Il mezzo usato per tale scopo è l'incisivo ritornello (che riprende il titolo della canzone ndr.), il quale risuona quasi come un inno. La voce straziante, accompagnata da ritmiche incessanti, sembrano voler risvegliare anche l'ascoltatore più “assopito”, tuonando come un monito minaccioso. A seguire troviamo “Zeutan”, canzone omaggio ad Olli Fernickel (scomparso nel 1998 ndr.) e conosciuto anche con tale soprannome; voce dei Darkness dal 1986 al 1989, viene ricordato attraverso questo brano che vanta la partecipazioni Mr. Angelripper e Ventor. L'incipit solenne, reso egregiamente dalla fermezza della lingua tedesca, lascia ben presto il posto alle taglienti chitarre: in un attimo si ritorna nei vorticosi meandri del Thrash.
La visione violenta e rabbiosa del mondo traspare a pieno nelle ultime tracks dell'album: “Born Dead” e “First Class Violence”. Le percussioni sono davvero concitate, quasi angoscianti e volte a “smuovere” l'animo di chi ascolta; proprio la title track diventa emblema esemplificativo di quanto, secondo i Darkness, oggigiorno sia cambiato il concetto di “violenza”. Essi asseriscono che, ad esempio, per rispondere in campo militare ad un attacco, sia sufficiente l'utilizzo di un drone, senza il contatto diretto con il nemico e “non sporcandosi le mani”. Tutto ciò dimostra come l'agire in modo violento sia diventato “freddo”, “asettico” ed a tratti nella norma; “non ci si sporca più le mani” (così affermano i nostri Teutonici), ma si osserva tutto da una “posizione privilegiata”, ritornando tranquillamente alla propria vita.
Se, come citato poc'anzi, l'album si apre in modo armonioso, soave e lontano dalla “durezza” del Metal, la chiusura non può che essere del medesimo "stampo" o, addirittura, di livello superiore. A riprova di ciò, l'opera si conclude con “I Betray” (uno dei miei brani preferiti ndr.) per il finale malinconico cantato da una voce quasi “angelica”.

Con questo full lenght i Darkness mantengono alta la qualità del Thrash Metal, pur non apportando novità, “sfornano” un album che rispetta la tradizione.
Consigliato ai nostalgici dei “bei tempi” ormai passati.

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Opinione inserita da Marianna    16 Novembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Novembre, 2018
Top 50 Opinionisti  -  

Sound of the Raging Steppe, in uscita il 16 Novembre di questo anno, si propone come una compilation Heavy Metal davvero interessante e da non sottovalutare.
Licenziata da Tengger X Cavalry Recordings (etichetta indipendente di Tengger Cavalry, leader dei Nature Ganganbaigaali) vede riuniti cinque gruppi Mongoli e Kazaki (Tengger Cavalry, Suld, Liberation, Sintas e Nan), con lo scopo di diffondere nel nostro continente le sonorità Metal del Sol Levante.
Il disco, attraverso anche il duro lavoro della suddetta etichetta, offre uno squarcio su una realtà a noi sconosciuta, sia a livello di proposte musicali, che di genere.
La compilation sarà disponibile tramite le piattaforme di Spotify, Google Play ed iTunes, ma i pre- ordini sono già disponibili tramite Bandcamp su: https://tenggerxcavalryrecordings.bandcamp.com/album/sound-of-the- raging-steppa 

Il disco si apre con “Mountain Wind” (pezzo usato anche nel trailer ndr.) dei Nan, il quale ricorda vagamente le sonorità alla Black Label Society; ottimo giro di basso, una voce intesa,a tratti “sporca”ed in perfetta fusione con sonorità “orientaleggianti”. Gli strumenti tradizionali si uniscono perfettamente alla Dombra (liuto tipico di Asia Centrale e Mongolia), fino a delineare scenari quasi mistici. Se questo primo brano ci porta nel territorio spoglio e pianeggiante del Kazakistan, il successivo (Tenger's Warrior dei Liberation), arriva a muso duro, smettendo di farci viaggiare con la mente. Grazie ai tratti tipicamente Metalcore, forti di uno Scream proprio del genere, la band non ha nulla da invidiare ai corrispettivi esteri; essi si dimostrano figli di una musicalità moderna e giovanile che ha trovato grande seguito in Oriente.
Sound of the Raging Steppe “gioca” proprio su questo perfetto connubio: “tradizione” e “futuro”, con il compito di narrare la storia cinese non convenzionale ed aldilà dei comuni stereotipi; un attimo prima si viaggia nel passato assaporando usi e costumi delle zone più recondite dell' Est, in quello dopo si è catapultati nella metropoli pechinese, fresca e dinamica. Wild Horse e Shaman, ad esempio, sono l' emblema di questo folklore locale; i tratti blues e gli strumenti a fiato vengono “spezzati” da duri giri di chitarra, figli del moderno Heavy Metal .
A conclusione dell' opera troviamo “Iron Beard”, la quale merita una particolare menzione per la spiccata musicalità; essa si distingue dal materiale precedente per i marcati tratti Folk, quasi vichinghi, dove gli strumenti ad arco tradizionali la fanno da padrona su quelli elettrici (questi ultimi "infuriano" solo per un breve minutaggio sul finale).

L' obiettivo della compilation era portare a conoscenza del panorama internazionale la realtà Metal di Cina, Mongolia e Kazakistan, attraverso un prodotto di ottima qualità e variopinti accostamenti musicali. L'idea della silenziosa e sconfinata steppa, “risvegliata” e “squarciata” da chitarre elettriche, è l'immagine emblematica di ciò che l' ascoltatore si trova di fronte.
Tengger Cavalry, attraverso la sua etichetta, offre (davvero) un ottimo trampolino di lancio per tutte quelle bands underground desiderose di affermarsi all'estero.
La qualità di produzione unita a vari ed interessanti influssi musicali, sapientemente miscelati, creano un prodotto accattivate per il Mercato occidentale.
Le atmosfere Blues, Country e Folk, si fondono perfettamente con Heavy Metal e Metalcore; le diverse parti canore passano armoniosamente dalle sonorità “twang” (tipiche del Countryman o del Rock'n'Roll), a quelle graffianti dello Scream (Melodic o Core).
Il materiale ascoltato risulta davvero di grande interesse; un sapiente mix di “tradizione” e “modernità” che culla e scatena.
Consigliato a chi vuole “ampliare le proprie vedute” e varcare i soliti confini musicali.

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