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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Agosto, 2017
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Tornano i francesi Galderia, dopo 5 anni dal primo full-lenght ufficiale (ricordiamo che erano anche usciti altri due album autoprodotti nel 2009, intitolati rispettivamente “Puissance et unité” e “Royaume de l’universalité”), con un nuovo disco intitolato “Return of the cosmic men”, dotato ancora una volta di una bella copertina realizzata dall’onnipresente Felipe Machado Franco. E’ anche cambiata casa discografica (dalla Metalodic alla Massacre), nonché ci sono da registrare un paio di cambiamenti nella line-up, con l’ingresso di un tastierista fisso (Julien Digne) e del nuovo bassista Bob Saliba; in passato, inoltre, era il solo Sebastien “Seb” Chabot ad occuparsi delle parti vocali, mentre in questo disco è affiancato dietro al microfono anche dall’altro chitarrista Thomas Schmitt e dal bassista Bob Saliba. Anche il sound dei Galderia ha avuto un certo cambiamento, con l’accentuarsi della componente melodica che sinceramente non mi ha convinto molto. Sia chiaro, i 10 brani di “Return of the cosmic man” non sono affatto male, ma da una band come i Galderia (che personalmente seguo sin dai loro esordi, da me recensiti sulle pagine di powermetal.it) mi aspettavo qualcosa di differente, soprattutto più ritmato. Invece è proprio l’ammorbidimento ed il rallentamento delle ritmiche a far la differenza in una parte dei pezzi dell’album, a cui bisogna aggiungere appunto la presenza (forse anche un po’ “ingombrante”) delle tastiere. Fortunatamente la maggior parte delle canzoni sono decisamente valide; tracce come “Shining unity” (furbamente piazzata in apertura), l’eccezionale “High up in the air” (sicuramente il pezzo migliore!), “Celestial harmony”, “Legions of light” o l’ottima title-track “Return of the cosmic men” sono una testimonianza di cosa sono in grado di fare i Galderia con il loro orecchiabile power metal, sempre ispirato da bands come Freedom Call o Gamma Ray. Anche la conclusiva “Wake up the world 2.0”, nonostante delle tastiere un po’ eccessive (quell’inizio da discoteca grida vendetta!), non dispiace ed anzi trascina e coinvolge. Doveroso segnalare che di questo brano esiste anche un’altra versione alla traccia 06, resa come una ballad romantica, discreta ma non eccezionale. Gli altri pezzi, anche se, come detto, non sono male, non sono riusciti a convincermi particolarmente: “Blue aura” è troppo hard-rockeggiante (Edguy docet purtroppo!), “Living forevermore” è eccessivamente lenta ed avvicina pericolosamente alla noia, l’acustica “Pilgrim of love” infine sembra quasi un pezzo country ed è alquanto avulsa dal contesto, oltre ad essere anche leggermente stucchevole. Tirando le somme, i Galderia con questo loro nuovo disco “Return of the cosmic men” confermano solo in parte i buoni risultati del passato, offrendo un lavoro in cui ci sono ottimi brani, ma anche qualche passo falso.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Agosto, 2017
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Non c’è niente da fare, quando ci si mette all’ascolto di un full-lenght dei Rage si sa che la qualità sarà di quelle eccelse! Ed anche questa volta, dopo oltre 30 anni di carriera ed un numero esorbitante di uscite, tra albums , EP e compilation varie, Peavy Wagner & C. piazzano sul mercato un gran disco, intitolato “Season of the black”. Ad essere sinceri, quando ho visto la copertina la prima volta non ero rimasto favorevolmente impressionato, ma sono bastate le prime note della title-track posta in apertura del lavoro, per ricredermi. E’ come ritrovare un vecchio amico che sai non ti tradirà mai! Per me, poi, che seguo la band tedesca da fine anni ‘80 (ricordo che il mio primo disco dei Rage che acquistai fu “Secrets in a weird world” nel 1989) è davvero una sorta di appuntamento tradizionale. Nel corso degli anni, i Rage hanno cambiato pelle attorno al loro leader Peavey tantissime volte: è stata modificata tante volte la line-up (a volte anche a 4 elementi), è variata diverse volte la label (dalle prime uscite con la Noise, passando per l’ormai chiusa Gun, fino all’attuale Nuclear Blast), è mutato tante volte lo stile del sound pur rimanendo sempre ancorato al power metal. Ciò che non è mai stata alterata è la qualità della musica. Qualcuno potrà obiettare che i primissimi albums non sono al livello degli altri, ma eravamo a metà anni ’80 ed in quel periodo il metal era anche quello. Archiviata definitivamente la parentesi neo-classica con l’uscita del talentuoso chitarrista Victor Smolski dalla band alcuni anni fa (solo nella conclusiva “Farewell” ritroviamo qualcosa di quel periodo), i Rage proseguono con questo disco la strada intrapresa con il precedente lavoro “The devil strikes again”, con una riscoperta del sound più grezzo ed aggressivo degli anni ’90, con evidenti richiami a dischi splendidi come “The missing link” e “Black in mind”. E’ proprio questo in poche parole il sound attuale dei Rage, il vocione sporco ed abrasivo di Peavey è sempre uguale così come il suo lavoro al basso, il ritmo indiavolato della batteria dell’ottimo Vassilios “Lucky” Maniatopoulos (ascoltatelo nella notevole “Walk among the dead”!) sostiene alla grandissima, mentre Marcos Rodriguez non lesina piacevoli melodie con la sua chitarra, ma sempre senza esagerare in svolazzi ed orpelli, badando in sostanza sempre al sodo. “Seasons of the black” è composto da 11 brani, di cui gli ultimi 4 (da “Gaia” in poi) fanno parte della suite “The tragedy of man”; esiste poi una versione con sei pezzi degli Avenger (la prima incarnazione dei Rage ad inizio anni ’80) come bonus-tracks, ri-registrati per l’occasione e purtroppo non avuti a disposizione per questa recensione. Se dovessi scegliere una canzone migliore rispetto alle altre sarei veramente in difficoltà, vista la qualità elevata di quanto ho avuto modo di ascoltare e ri-ascoltare sempre con grande piacere; per i miei gusti, oltre alle già citate “Walk among the dead” e “Season of the black”, aggiungerei “Blackened karma” (questo si che è un “karma” degno di tal nome, altro che quella porcheria che gira sulle radio italiane!), “Time will tell” e “All we know is not”. Ma è tutto l’album a colpire e convincere positivamente. Potrei continuare a scrivere righe e righe sui Rage e sul loro nuovo lavoro, ma tedierei oltre misura, per cui concludo semplicemente con un suggerimento: Buy or die!!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Luglio, 2017
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Sono bastati 20 secondi di “Blackwings to the moonlight”, primo brano dell’album, dopo l’immancabile quanto inutile intro “Once upon a winter tale”, per farmi convincere da questo “White Winter skies”, debut degli spagnoli Náyades. Avevo ricevuto i files circa due mesi fa ma non avevo mai avuto finora la possibilità di dedicarmici; così, mi sono messo comodo ed ho cominciato l’ascolto... brano dopo brano (sono 10 in totale), mi sono trovato davanti ad un debut album con i controfiocchi, un qualcosa che poche, pochissime bands sono state in grado di fare alla propria opera prima. Qualcuno potrà obiettare che il power metal melodico degli spagnoli non è particolarmente originale ed è fortemente influenzato dalla scena italiana (Labyrinth, Perpetual Fire, primi Dark Horizon, ecc.), ma quando ci si trova davanti ad una qualità così elevata, sinceramente ce ne possiamo fregare altamente della scarsa originalità! Una dopo l’altra scorrevano canzoni che sono semplicemente fantastiche, vera e propria ambrosia per un fans del power metal, come il sottoscritto, dalla già citata “Blackwings to the moonlight”, passando per “Ghost of myself”, “Forever”, “Save me”, la breve strumentale “Into the labyrinth”, fino ad arrivare alla meravigliosa title-track “White winter skies” e la conclusiva “Mindcage demons”, qui c’è solo l’imbarazzo della scelta e nessuno spazio per qualcosa che non sia di livello qualitativo inferiore all’eccellente. Forse il cantante Fran Melero non sarà il migliore in assoluto (per capirci, non è un Alfred Romero, tanto per rimanere in Spagna), ma il suo compito lo svolge degnamente ed, in fin dei conti, non dispiace assolutamente come vocalist per questa band. Citazione doverosa per il bassista Ivàn Alejo, vero e proprio protagonista del sound assieme al chitarrista solista Sergio Martinez. Ascolto dopo ascolto, questo disco mi ha semplicemente rapito e conquistato; non so se i Náyades si siano resi conto di aver realizzato con questo “White winter skies” uno dei migliori dischi in assoluto di questo 2017, quanto meno in campo power metal... e mi sorprende, per l’ennesima volta, come una simile gemma sia sfuggita alle migliori labels (spagnole e non), visto che i Náyades sono stati costretti all’autoproduzione! Ritengo che ci si possa procurare questo disco solo contattando la band (sulla propria pagina di Facebook), un must per ogni fan del power metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Luglio, 2017
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Devo ammettere che mi ci è voluto parecchio tempo per mettermi a lavorare su questa recensione, dato che “Humanity” dei valdostani Crohm è uscito a marzo 2017 e da allora giace tra le mie recensioni da fare. Ma come mai questo ritardo? Forse il disco è ostico? No, anzi il sound dei Crohm è, per la maggior parte, un heavy metal old-style che un vecchio defender come me non può non apprezzare. Il problema arrivava ogni volta che mi mettevo all’ascolto dopo poco meno di 10 minuti. Se i primi due pezzi, “Alien” e “The call”, sono tra i migliori dell’album, arrivati alla terza traccia “The dark side” si rallenta di brutto, presentando un monolite pesantissimo, che ogni volta mi faceva perdere la pazienza ed il coraggio di andare avanti. In questi giorni di caldo estivo, mi sono messo sotto e sono riuscito ad andare oltre; fermo restando che il terzo pezzo è duro da sopportare, anche la successiva “Nothing else” annoia pressoché immediatamente, nonostante una buona prova vocale del singer Sergio Fiorani che fa venire in mente certa dark wave inglese degli anni ’80. 11 minuti che sembrano non passare mai tra questi due pezzi, il mio collasso arriva alla quinta traccia, intitolata “Insatiable”, altro pezzo che per esattamente 2 minuti e 30 è letteralmente soporifero.... poi succede l’impensabile: i Crohm si svegliano (e mi tirano fuori dal torpore) ed il brano letteralmente esplode, con chitarre affilate e finalmente un ritmo di batteria bello frizzante e sostenuto. Se questa canzone non avesse i 2’30” iniziali sarebbe una bomba! Il disco prosegue, tra alti e bassi, fino alla fine; “Lost soul” è un altro brano non particolarmente brioso, salvato solo negli ultimi due minuti; l’accoppiata “Fields painted red” e “The noise of silence” è allo stesso livello di quella iniziale: bella tirata e ritmata, ricca di energia come il buon vecchio heavy deve sempre essere. Si finisce con “Run for your life (The escape)”, titolo ingannevole che farebbe immaginare ad un pezzo tirato, mentre si tratta di una ballad oscura, un po’ noiosetta, con ancora il cantante a mettere in mostra la sua propensione verso le note più basse del pentagramma, nonché con “Town after town”, brano ritmato a dovere, piacevole e ricco d’energia. La mia difficoltà nell’affrontare questa recensione è spiegata dalla presenza di una parte centrale abbastanza noiosa che ho faticato tremendamente ad ascoltare più volte, come ogni onesto recensore dovrebbe fare. Se alla durata totale di questo disco (oltre 50 minuti) si togliesse un quarto d’ora (tre pezzi), avremmo davanti un lavoro di valido heavy metal, purtroppo “Humanity” dei Crohm non è stato in grado di soddisfarmi, avendo al suo interno sia brani molto piacevoli, ma anche altri non proprio ben riusciti che rasentano pericolosamente la noia. Spero in futuro che questa “doppia faccia” della band possa essere ridimensionata, perché sicuramente le potenzialità per far bene ci sono tutte.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Luglio, 2017
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E’ particolare come in pochi giorni mi sia capitato di dover recensire due bands il cui nome inizia per uno dei termini più abusati in campo metal: “Burning”; potrei citare almeno una decina di gruppi che conosco il cui nome inizia a questa maniera, ma non avevo finora mai sentito parlare dei sardi Burning Ground, giunti al debut album con questo “Last day of light”, dotato di bella copertina opera dell’artista francese Pierre-Alain D. ed edito da Minotauro Records. Nonostante la band sia attiva addirittura dal 2002, finora non aveva realizzato alcun disco; bisogna anche specificare che l’album era già uscito come autoproduzione limitata a 300 copie a gennaio di quest’anno e che la Minotauro l’ha ristampato a luglio 2017. Ma cosa suonano i Burning Ground? Nelle poche righe di presentazione ricevute, il loro sound viene definito “power/thrash”; orbene la descrizione non è poi così campata in aria, dato che la band suona un power metal molto tosto e robusto, che potrebbe lontanamente far pensare agli Iced Earth, su cui vengono innestati ogni tanto tratti thrash (soprattutto nella batteria dell’ottimo Angelo Melis). E’ indubbio che i sei pezzi dell’album (cui vanno aggiunte le solite intro ed outro su cui possiamo sorvolare) diano parecchia energia durante l’ascolto, il chitarrista solista Andrea Alvito si mette in evidenza, ben sorretto dalla sezione ritmica (anche se ci vorrebbe maggiore protagonismo dal basso di Alessio Melis, un po’ troppo spesso relegato in sottofondo). La voce di Maurizio Meloni è graffiante e sporca, convince pienamente e farebbe sfracelli in Germania, paese in cui questo stile canoro raccoglie numerosi proseliti. Ad essere onesti, visto il genere suonato, avrei preferito brani più diretti e concisi, dato che tutti quanti si assestano ben oltre i 5 minuti di durata, eliminando qualche ripetitività inutile (l’inizio di “Before I see” è emblematico in tal senso), così da risultare anche più efficaci, ma si tratta solo di una mia pignoleria sulla struttura dei pezzi che, alla fin fine, incide poco sull’esito finale del lavoro. L’ascolto, infatti, non è per niente faticoso, anzi le varie canzoni si lasciano ascoltare gradevolmente e coinvolgono l’ascoltatore, senza mai rischiare la noia. Nella line-up indicata in questa recensione troverete anche un chitarrista ritmico, entrato nella band nel 2016, mentre nella foto di presentazione la formazione è solo a quattro componenti; posso immaginare, quindi, che alle sessioni di registrazione del disco non vi abbia preso parte, ma non ho elementi certi al riguardo. “Last day of light” è un ottimo debut album per i Burning Ground, band da tenere senz’altro in considerazione, sperando di non dover aspettare altri 15 anni per un nuovo disco....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Luglio, 2017
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I R.U.S.T.X. sono una band di Cipro, attiva addirittura dal 2003 (prima con il nome di Flames In Ice, poi come R.US.T., fino ad aggiungere l’ultima X nel 2014) ed hanno all’attivo un full-lenght nel 2011 a me sconosciuto, oltre ad un EP ed un singolo. A gennaio di quest’anno hanno sfornato questo “T.T.P.M.” (con artwork non esaltante), autoproduzione di 9 brani, cui si aggiunge una outro strumentale. La particolarità della band cipriota è che è una band composta dai fratelli Xanthou che si alternano dietro al microfono, suonando i vari strumenti. E devo dire che questa particolarità di cantare tutti e quattro è vincente, dato che uno ha una voce sporca (che ricorda il mitico Taneli Jarva dei primi dischi dei Sentenced), un altro più hard rockeggiante ed il terzo più canonicamente pulita e metal, a cui si aggiunge la voce femminile della tastierista Katerina. Purtroppo la carenza di note biografiche non mi permette di individuare a chi appartengano le varie voci, ma sicuramente è una delle armi vincenti di questa band. Già, perchè le armi vincenti sono diverse... andiamole ad esaminare. Partiamo dal genere musicale, una sorta di ibrido fra l’hard rock degli anni ‘70 e l’heavy più classico della tradizione della NWOBHM (chi ha detto Iron Maiden?). Come può un defender dai capelli grigi, come il sottoscritto, non rimanere estasiato ascoltando i sette minuti di puro heavy metal della strumentale che dà il titolo al disco? Ma sono parecchi i brani indovinati, come la ritmatissima (quasi speed) opener “Fire at will”, con le tastiere settantiane di Katerina in bella evidenza, ma anche la successiva “Frontier heroes” che non sfigurerebbe in un capolavoro come “Amok” dei Sentenced. Doveroso citare la romantica ed americaneggiante “Journey arrives”, la quasi orrorifica “Kallikantzaroi” (in cui avrei ancora più esagerato con le atmosfere proprio per rendere ancora più tetro il pezzo), fino ad arrivare alla ballad conclusiva “Dreams of tomorrow”. Ma torniamo ai punti di forza del disco; pur trattandosi di un’autoproduzione, devo dire che la registrazione è ottimale e concede il giusto spazio ai vari strumenti ed alle voci; anche qui non ho informazioni sullo studio dove le registrazioni sono state effettuate, ma il lavoro è stato valido. Doveroso un accenno alla tecnica strumentale della band, indubbiamente adeguata al contesto, con la chitarra di Panagiotis, quale splendida protagonista. In un disco di heavy classico sono fondamentali l’apporto del basso e della batteria ed, in questo, è indubbio che George e Giannis hanno fatto un gran lavoro. Le tastiere di Katerina, infine, danno spesso quel tocco old-style che mi ha fatto ricordare l’hard rock della mia infanzia negli anni ’70. Ed è proprio questa varietà nel sound (mantenendo sempre un classico heavy di fondo), un'altra delle armi vincenti di questo album. “T.T.P.M.” dei R.U.S.T.X. è un gran disco, una gemma di cui è giusto esaltare il valore; continuo sempre a sorprendermi della miopia del music business che trascura dischi di simile qualità per propinarci e sommergerci di immondizie musicali!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 11 Luglio, 2017
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E’ la prima volta che sento parlare degli americani Burning Shadows (dal Maryland), band attiva addirittura dal 2000, con alle spalle 4 EP e 2 full-lenghts, prima di questo “Truth in legend”, album autoprodotto uscito a maggio 2017 e dotato di piacevole copertina, ricca dei soliti cliché iper-abusati come teschio, spadone, dragone e montagne innevate. Del resto cliché ci sono anche nel nome della band, dato che ho perso il conto delle bands che hanno un “burning” o “burn” nel loro nome, come anche “shadow” o “shadows”.... ma non sono questi i problemi di questo disco che mi hanno portato alla bocciatura. Il principale punto a sfavore sta nella registrazione, anche se spero tale difetto possa essere magari imputabile alla scarsa qualità dei files avuti a disposizione: la batteria è davvero registrata male ed è troppo in risalto rispetto agli altri strumenti, tanto da far sparire il basso (sempre se c’è, visto che nella line-up non compare un bassista....), anche la voce del singer è messa troppo in evidenza.... ecco, altro problema: la voce. Tom Davy ha un’ugola troppo sporca e monotona per i miei gusti; con l’heavy/power suonato dai Burning Shadows ci vorrebbe un cantante più espressivo e più pulito, qualcosa si intravede nella lenta “The blessed”, ma è troppo poco rispetto al resto del disco. Un altro problema è individuabile proprio nel songwriting e nell’economia dei singoli pezzi che durano troppo ed avrebbero maggiore efficacia se spogliati da inutili orpelli che “allungano il brodo” in maniera esagerata, tanto che spesso, nei vari ascolti dell’album, ho avuto voglia di skippare al brano successivo; solo un pezzo su otto dura meno di cinque minuti ed i Burning Shadows non sono gli Iron Maiden capaci di mantenere comunque l’attenzione viva anche in pezzi lunghi.... Qualche nota biografica, infine, avrebbe giovato a questo misero recensore (e meno male che esiste sempre la mitica Encyclopaedia Metallum ad aiutare!). Ciò nonostante, vedo margini di miglioramento nell’heavy/power di questi quattro americani; le parti di chitarra sono spesso molto belle e Chris Malerich ci sa fare con gli assoli. Con pezzi più concisi ed un cantante migliore (oltre ad una registrazione al passo coi tempi), sicuramente i Burning Shadows potranno realizzare qualcosa di meglio in futuro! Per ora “Truth in legend” è ben al di sotto della sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Luglio, 2017
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Gli Altair arrivano da Ferrara e raggiungono il secondo full-lenght con questo “Descending: a devilish comedy”, dopo il piacevole debut del 2013, intitolato “Lost Eden”. Registrati alcuni cambiamenti nella line-up (cambiati batterista ed uno dei chitarristi) ed un nuovo contratto (con l’attenta label greca Sleaszy Rider Records), gli Altair cambiano anche il loro sound, passando da un più canonico power metal dell’esordio ad un prog-power molto tecnico in questo lavoro. Detta in estrema sincerità, personalmente preferivo lo stile del debut album, anche se più canonico, rispetto a questo prog-power, sicuramente meno inflazionato, ma anche di più difficile assimilazione, se non dopo numerosi ascolti. Ma si tratta di gusti prettamente personali, dato che obiettivamente gli Altair fanno un gran lavoro a livello strumentale e gli otto pezzi (cui si aggiunge l’immancabile, quanto inutile intro) non presentano particolari punti deboli e si fanno sicuramente apprezzare, specialmente nelle parti di tastiere dell’ottimo Enrico Ditta (strumento che maggiormente richiama alla mente il buon vecchio power metal!). Ciò che non mi ha convinto particolarmente (ma anche qui siamo nel campo dei gusti personali) è la voce del singer Simone Mala che trovo un po’ troppo sporca e roca per questo genere musicale, in cui credo sia più adatta un’ugola più calda e pulita, ma oggettivamente non tutti possono essere come Daniel Estrin (e 5 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del prog/power mondiale!). A livello testuale, l’album è un concept sui gironi dell’inferno, in una sorta di commedia teatrale in musica. Se dovessi scegliere qualche brano nel lotto, segnalerei la ritmata opener “Path of worms”, con grandi scariche di doppia-cassa, come anche la tostissima “Seed of violence”, per chiudere con la teatrale “A lesson before ascending”. Tirando le somme con “Descending: a devilish comedy”, gli Altair staccano con il passato più prettamente power metal per sterzare decisamente verso lidi prog-power, realizzando un disco che sicuramente piacerà ai fans di questo particolare genere musicale ibrido.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Luglio, 2017
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I tedeschi Orden Ogan tagliano il traguardo del sesto full-lenght con questo “Gunman” (dotato di splendida copertina ed edito da AFM Records) e, come tradizione, sfornano un gran disco. Nel loro classico stile, gli Orden Ogan sono esagerati, pomposi, ma sempre molto melodici (come ricetta power metal impone) e con una notevole eleganza. Chi non ha mai amato la sovrabbondanza di cori epici, o la ridondanza del loro sound sicuramente continuerà a non apprezzare gli Orden Ogan, ma chi, come me, adora questa band, sicuramente non rimarrà deluso nemmeno questa volta. Potrei chiudere qui la mia recensione, visto che credo di aver messo in chiaro cosa c’è in questo disco, ma sarebbe fin troppo riduttiva. Come non citare, ad esempio, la presenza della splendida voce di Liv Kristine ad impreziosire ulteriormente uno dei migliori pezzi dell’album, come “Come with me to the other side”? Come non aggiungere che nella limited edition in digipak c’è anche un bonus dvd con l’esibizione della band al Wacken del 2016? Come dimenticare che sono previste anche edizioni in vinile colorato e picture disc, per non parlare dell’edizione speciale per collezionisti in una piccola bara? Insomma, come avrete capito, gli Orden Ogan hanno fatto le cose in grande ancora una volta; “Gunman” è composto da 10 brani, uno meglio dell’altro. Forse, a voler essere pignoli, si poteva ridurre il minutaggio qua e là (metà dei pezzi dura più di 6 minuti), ma davvero si tratta di pignoleria, dato che non disturba assolutamente, nemmeno nella lunga e notevole suite conclusiva “Finis coronat opus”, quasi 9 minuti che suggellano degnamente un disco davvero piacevole. Gli Orden Ogan si confermano tra le bands di punta del power metal a livello mondiale e questo “Gunman” ne è la prova lampante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Luglio, 2017
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Casualmente, mentre stavo controllando il materiale che ci arriva dalla Russia, mi sono imbattuto nella descrizione “brutal power/thrash metal” accanto al titolo di “Theater of war” dei greci Desert Near The End, band a me finora sconosciuta, fondata nel 1997 con all’attivo già altri due albums; con questo si completa quindi una trilogia su un concept che gira attorno ad un “prescelto” che funge da guida per le masse. Quello che mi affascinava, oltre alla descrizione, era anche che la label russa sosteneva che questo disco era adatto ai fans di Blind Guardian e Kreator, due delle mie bands preferite da sempre. Ebbene, quando ho iniziato ad ascoltare gli 8 pezzi di “Theater of war”, uscito a settembre 2016, sono rimasto un pochino deluso: mi sono chiesto infatti da dove diavolo saltava fuori il paragone con i Blind Guardian ed, in genere, con il power metal? Sinceramente, ascolto dopo ascolto, non ne ho davvero trovato il benché minimo appiglio. La musica dei Desert Near The End è infatti un brutal thrash estremamente simile alle prime produzioni dei Kreator, tanto che le parti di batteria sembrano estratte da dischi come “Endless pain” o “Pleasure to kill”, con il solo difetto di arrivare circa 30 anni in ritardo, ma con il pregio di picchiare duro dall’inizio alla fine. La chitarra è tagliente a dovere, ben sostenuta dal basso, per un concentrato di violenza sonora che davvero mi ha riportato ai tempi in cui sbattevo il mio capoccione lungocrinito (allora, adesso non più purtroppo) al ritmo di “Terrible certainty”, “Under the guillotine” o “Riot of violence”. Se, anzi, si volesse muovere una critica ai Desert Near The End è proprio quella di essere fin troppo derivativi dal sound dei primi dischi degli anni ’80 dei Kreator, senza essere in grado di mettere in mostra la benché minima idea personale. Tante volte, comunque, ho avuto modo di sostenere che la mancanza di originalità può passare in secondo piano, quando la musica è fatta bene e credo che, in fin dei conti, questi otto brani (qualcuno più, qualcuno meno, soprattutto quando, verso la fine, si allunga troppo il minutaggio) si facciano ascoltare senza particolare fatica. Certo la voce di Alexandros Papandreou può essere migliorata (troppo orientata verso il metalcore, per i miei gusti), soprattutto nelle parti più da screamer, ma non dispiace nemmeno lui ed il suo stile iper-aggressivo è ben adeguato al sound violento della band; anche se Mille Petrozza o Chuck Billy restano di un altro pianeta.... Se quindi siete fans della frangia più estrema del thrash metal, date un ascolto a questi greci Desert Near The End ed al loro “Theater of war”, un disco non eccezionale, ma da non disprezzare.

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