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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2018
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Puntuale ogni anno arriva la terza parte della raccolta di inediti e rarità dei Mesmerize, “Scrape of the barrel – Vol. 3”; questa volta distribuita al Rock’n’Roll di Rho (MI), in occasione del concerto del 06.05.2018. Si trattava di un concerto speciale (e mi dispiace essermelo perso!), per festeggiare il ventennale del mitico “Tales of wonder”, il debut album dei Mesmerize, nonché uno dei migliori della loro carriera. Ma veniamo a questa nuova raccolta. Si parte con una vera e propria chicca intitolata “Time stands still”, pezzo che fu escluso dalla scaletta di “Stainless”; si tratta di un cupo heavy metal, robusto a dovere, ma mai eccessivamente veloce che comunque non avrebbe sfigurato nella scaletta di quel disco. Segue “The needle lies”, cover dei Queensrÿche, estratta dal grandissimo “Operation: mindcrime”, probabilmente il miglior disco di sempre della carriera della band americana. Seguono due pre-produzioni di brani che poi sono finiti nelle tracklist di due differenti album, “Masterplan” (su “Paintropy”, purtroppo ultimo full-lenght risalente al lontano 2013) e la splendida “Princess of the wolves” (finita su “Stainless”). A ruota poi arrivano i brani live; “Jail tv” e “Ragnarok” registrate al Palavobis di Milano il 13/9/2002 durante un indimenticabile festival di bands italiane (oltre ai Mesmerize, c’erano Vision Divine, Drakkar e Domine). Gli ultimi due pezzi invece risalgono al 26.07.1998 a Gaggiano (MI), dopo l’uscita del loro debut album; da segnalare che l’ultima traccia è la cover della mitica “Heaven & hell” dei Black Sabbath, qui abbastanza irrobustita. Cos’altro aggiungere? E’ indubbio che i Mesmerize sono un pezzo di storia dell’heavy metal italiano e sono sempre convinto che avrebbero meritato molto, ma molto più successo di quanto non ne abbiano avuto. Personalmente spero sempre di poter ascoltare un loro nuovo album e, nell’attesa, mi godo questa nuova raccolta.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    27 Mag, 2018
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I Chronosfear sono stati fondati nel 2003 con il monicker di Wings of Destiny (nome che venne cambiato nell’attuale nel 2012), per iniziativa del batterista Michele Olmi che qualcuno ricorderà per il suo passato negli Spellblast e negli Evenoire. Stabilizzata la line-up e trovato un cantante di spessore in Filippo Tezza (già noto per aver cantato nei Concordea, Empathica e nei suoi progetti personali), ecco che la band italiana rilascia su Underground Symphony il proprio debut album omonimo. In tanti anni di recensioni, sia qui su allaroundmetal che sulla sua precedente incarnazione di powermetal.it, molto raramente mi sono trovato davanti ad un’opera prima realizzata così bene! Qui davvero non manca niente, dall’accattivante artwork, alla registrazione, ma soprattutto alla qualità sopraffina della musica. Chi pensa che il power metal non abbia sostanzialmente più nulla da dire, farebbe bene a ricredersi ascoltando questo disco. Tra Stratovarius Tolkki-era e primi Labyrinth, la proposta musicale dei Chronosfear si lascia ascoltare molto gradevolmente, nonostante una certa lunghezza di alcuni dei brani, particolare quest’ultimo che non disturba affatto, segno che, quando c’è la qualità, l’efficacia di un componimento può essere legata dalla sua durata. Ho ascoltato e riascoltato questo disco non so più quante volte, senza mai stancarmi, ma anzi con il raro pregio di scoprire ogni volta qualcosa di nuovo ed accattivante. Filippo Tezza lo conosciamo e sappiamo quale ottimo singer sia; anche Michele Olmi sappiamo benissimo che razza di batterista è. Accanto a loro ci sono Xavier Rota (che qualcuno di voi ricorderà negli Spellblast) al basso e due nuove scoperte per me: Davide Baldelli alle tastiere (chiaramente ispirato da Jens Johansson nel suo stile) ed Eddie Thespot (al secolo Edoardo Lamacchia) alla chitarra. Entrambi danno sfoggio del loro talento lungo tutto il disco, senza però mai essere esagerati nei loro virtuosismi. Più vado avanti a scrivere e negli ascolti e più mi rendo conto di avere tra le mani uno di quei dischi che, nella classica top 10 dell’anno, sicuramente finiranno ai primi posti. Credo di essermi anche dilungato troppo, se siete fans del power metal il debut album omonimo dei Chronosfear non deve mancare nella vostra collezione, perchè si tratta di una delle migliori uscite nello specifico settore del 2018!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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Ho sempre seguito con piacere gli spagnoli Angelus Apatrida, anche se è dall’epoca di powermetal.it e del loro terzo album “Clockwork” (2010) che non mi occupo di una loro recensione. Da allora sono passati diversi anni, due albums (“The call” nel 2012 e “Hidden evolution” nel 2015), ma nessun cambiamento di formazione che ha permesso al combo spagnolo di crescere ancora più di quanto non avesse già fatto. Del resto la line-up stabile sin sostanzialmente dalla formazione della band, non può che giovare al risultato finale! Se ancora non conoscete questi eccezionali thrashers spagnoli, prendete i Testament, mischiateci un po’ di Slayer e Death Angel ed avrete il sound degli Angelus Apatrida. Persino la voce del buon Guillermo Izquierdo, nelle parti più violente, ricorda una specie di incrocio tra Chuck Billy e Tom Araya, anche se indubbiamente, rispetto ai due predetti mostri sacri, se la cava meglio nelle clean vocals. Oggi parleremo di “Cabaret de la guillotine”, sesto album del gruppo di Albacete, con piacevole artwork realizzato dall’artista Gyula Havancsák (quella testa di porco nel cesto è semplicemente geniale!), un disco che trasuda thrash metal da ogni nota e che manderà in visibilio ogni fan di questo specifico genere musicale. Qui non c’è una virgola fuori posto, le chitarre sono affilate come rasoi, macinano riff ed assoli in maniera sublime, creando un wall of sound assieme al basso di tutto rispetto; il batterista pesta come un dannato senza soluzione di continuità, connotando il disco con un ritmo sempre sostenuto, ma anche fantasioso. Poi, come detto, c’è il singer che spazia senza problemi tra screams arrabbiatissimi e parti pulite espressive al punto giusto. Naturalmente la registrazione pressoché perfetta, che esalta il lavoro di ogni musicista, contribuisce al risultato finale in maniera determinante. Da fan del thrash, sono rimasto semplicemente a bocca aperta ascoltando “Cabaret de la guillotine”, disco che credo potrà ambire al ruolo di migliore in assoluto del 2018 nello specifico settore musicale. Gli Angelus Apatrida hanno fatto centro, confermandosi tra le migliori thrash bands al mondo, sarà molto difficile per chiunque far meglio di loro quest’anno!

P.S. Una thrash-ballad splendida come "Farewell" erano tanti, ma tanti anni che non mi capitava....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 25 Mag, 2018
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Avevo conosciuto l’anno scorso gli svizzeri Infinitas all’epoca del loro full-lenght di debutto intitolato “Civitas interitus”, disco che non mi era dispiaciuto, ma che presentava diversi problemi, sia per l’eccessiva violenza di alcuni pezzi, ma anche e soprattutto per la lunghezza esagerata di alcune composizioni. A distanza di un anno, registrati alcuni cambi di line-up (con l’ingresso di una violinista e l’uscita di Laura Kalchofner e Pauli Betschart), la band si ripresenta con un E.P. di soli 4 pezzi intitolato “Skylla”, brano che era già presente sull’album, ma che qui è trasformato e decisamente migliorato. Viene accorciato di quasi due minuti, adeguatamente ritmato, si presenta decisamente ruffiano ed orecchiabile. Dopo la brevissima strumentale “Conclusio” (un minuto circa), troviamo la versione acustica di “Samael”, altro brano che era presente sul full-lenght (forse tra i migliori dell'album), ma che è stato ridimensionato nella durata (una trentina di secondi in meno), risultando maggiormente efficace e sicuramente più affascinante in questa nuova veste con strumenti acustici; oltretutto il batterista Piri se la cava anche bene con le backing vocals. Il lavoro viene chiuso da “Leprechaun”, altro pezzo strumentale, molto folk e poco metal, ma decisamente coinvolgente ed orecchiabile, ideale per far festa tutti assieme, ben innaffiati da birra ghiacciata. Rispetto al lavoro precedente, gli Infinitas hanno fatto passi da gigante, soprattutto sull’efficacia dei singoli componimenti; personalmente avrei preferito un po’ più di elettricità, dato che la componente più prettamente metal si sente soltanto nella title-track. Si tratta comunque solamente di un piccolo dettaglio che non inficia assolutamente la validità di questo “Skylla”; se gli Infinitas proseguiranno su questa strada, sono sicuro che il prossimo full-lenght sarà una bomba di folk-metal! Attendo con impazienza....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 26 Mag, 2018
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I Kinetik provengono da Firenze e sono attivi dal 2011; dopo una serie di cambi di formazione arrivano quest’anno su Punishment 18 Records alla pubblicazione del loro debut album, registrato nel 2017, intitolato “Critical fallout” e composto da 11 pezzi. Lo stile della band è un thrash bello arrabbiato ed aggressivo, complice anche la voce dello screamer Roberto Grillo che urla la sua furia senza soluzione di continuità; non sarà un Sy Keeler (a mio parere uno dei migliori cantanti thrash della storia), ma se la cava più che bene. Ho apprezzato particolarmente il lavoro della coppia di chitarre di Massimo Falcioni ed Alessio Corsi, che regalano belle parti soliste e riff affilati come rasoi. La batteria di Niccolò Stumpo detta un ritmo spesso molto elevato, ma sempre con precisione, mentre il basso di Giacomo Pierotti fa un importante lavoro in sottofondo, regalandosi anche qualche parte da protagonista, come nell’inizio dell’ottima ed oscura “Eymerich” (pezzo che sarebbe splendido se durasse un paio di minuti in meno). Il disco è aperto dalla strumentale “Out of the shelter”, che potrebbe essere considerata una specie di intro, anche se alla fin fine non è poi così inutile; si sviluppa per poco più di 48 minuti di thrash fatto davvero bene, che fa venire spesso e volentieri voglia di sbattere su e giù il capoccione a martoriare le nostre vertebre cervicali. Non vi sono cali di tensione o qualitativi ed i vari pezzi si equivalgono pressoché tutti tra loro. In Italia abbiamo parecchie thrash metal bands molto valide; adesso dobbiamo tenere in considerazione anche i toscani Kinetik, perchè il loro “Critical fallout” (nonostante una copertina non proprio esaltante) è un disco sicuramente valido.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Mag, 2018
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Esistono numerose bands nel continente americano con il monicker “Infrared”, oggi parleremo dei thrashers canadesi (da Ottawa), attivi sin dal 1985 che si autoproducono il loro secondo album, intitolato “Saviours”, dotato di copertina non proprio esaltante con una specie di esercito di zombie. Non conoscevo questa band (ignoro quindi come sia il loro debut album risalente a due anni fa, dal titolo “No peace”) e devo confessare che sono stato attirato dalla descrizione che un’agenzia canadese con cui abbiamo consolidati rapporti da anni aveva fatto del loro sound: “For fans of a mix of the Big 4, Testament, Exodus, Metal Church, SOD”, tutti nomi a cui sono legatissimo e che seguo appunto dalla mia gioventù negli anni ’80. Non ho trovato molto calzante il paragone con il thrash newyorkese degli Anthrax (uno dei Big 4, per chi non lo sapesse...), né con lo stile degli S.O.D.; non ho trovato nulla dell’heavy dei Metal Church e poco della brutalità degli Slayer (altro Big 4...). Mentre ci può stare il paragone con il thrash della Bay-Area californiana di Exodus, Megadeth, Metallica e Testament in rigoroso ordine alfabetico; è, infatti, evidente che gli Infrared, avendo vissuto sulla loro pelle gli anni ’80, sono rimasti legati a quelle sonorità fantastiche. E fin qui, tralasciando ogni discorso sull’originalità, tutto ok; ma allora perchè “Saviours” non raggiunge la sufficienza? Per un grosso difetto: la durata eccessiva delle singole canzoni. Quasi un’ora per sole 8 canzoni è un’enormità che pochissime bands possono permettersi nel thrash e purtroppo non gli Infrared. Ed è un peccato, perchè la prima metà del disco sarebbe anche interessante, se ogni pezzo durasse almeno un paio di minuti in meno. Fino alla quinta traccia gli Infrared mettono in mostra un thrash piacevole, fatto di ritmiche serrate ed improvvisi rallentamenti (quasi mosheggianti, unico ponte con lo stile degli Anthrax), con un grandissimo lavoro di basso e batteria, ma anche piacevoli parti soliste di chitarra. Persino la voce sporca di Armin Kamal ben si sposa con il sound ruvido della band. Ma se fin qui si poteva anche sopportare una durata eccessiva (ripeto, se tutti i primi 5 pezzi durassero un po’ meno, avremmo qualcosa di notevole!), ci sono poi gli ultimi tre pezzi a dare la mazzata finale. “They kill for Gods” dura quasi 8 minuti e rasenta la noia mortale, con quelle ritmiche ossessive e sempre uguali; “Father of lies” sa fin troppo di primi Metallica, il che potrebbe essere anche un complimento se il brano partisse all’incirca dal secondo minuto, dato che la parte iniziale è sinceramente evitabile. L’ultima “Genocide convention” fa pensare parecchio da vicino agli Slayer, ma anche qui gli Infrared dimostrano di non prestare attenzione alcuna alla struttura ed all’efficacia dei singoli brani, dilungandosi inutilmente. Aspetto i canadesi al prossimo disco, sperando siano più concisi, per ascoltare finalmente un prodotto valido, perchè questo “Saviours” non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Mag, 2018
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Quando ho letto la bio di accompagnamento ricevuta per questa recensione, mi sono detto: “ma questi non sono normali, sono completamente fuori di testa!”; ed in un mondo in cui troppo spesso ci si prende troppo sul serio, ci vogliono personaggi come i Daylight Silence che dalla loro cronosfera si sono fermati a Roma per registrare il debut album “Threshold of time” che parla di un viaggio, di come i membri dell’equipaggio della cronosfera si siano conosciuti all’alba del quarto millennio, della loro prigionia, ecc. del resto lo stesso progetto Daylight Silence nasce per oltrepassare i limiti di spazio e tempo. Insomma avrete capito che stiamo parlando di un concept fantascientifico che va oltre il singolo disco, ma include la band stessa ed i suoi membri. Il sound del gruppo è un piacevole heavy metal classico, con una notevole attenzione per le melodie, qualche tocco progressive qua e là, nonché un flavour hard rockeggiante che rende l’ascolto più easy. Il disco è composto da 8 brani, di cui i primi 3 sono semplicemente strepitosi, ricchi di energia, frizzanti e davvero coinvolgenti. Purtroppo non tutti gli altri sono allo stesso livello; già la quarta traccia “Failing to the ground”, nonostante della parti vocali esaltanti, si dimostra leggermente troppo blanda. Forse la scelta della scaletta non è stata molto indovinata, dato che la parte centrale del lavoro è un po’ troppo lenta, ha poco ritmo ed energia e mostra pericolosamente il fianco alla noia (specie in “Making up my mind”). Sul finale l’album si riprende, con altre tracce interessanti come “Sleep” e soprattutto la title-track “Threshold of time”, in cui finalmente il batterista Mr. Wolf ci fa ascoltare un po’ di doppia-cassa. Le due chitarre sono le protagoniste nel sound della band, accompagnate molto bene dal basso; avrei preferito maggiore protagonismo della batteria, ma si tratta di gusti prettamente personali. Notevole per tutto il disco invece la prestazione vocale del Comandante Von Braun, singer a cui la natura ha donato una gran voce che sa utilizzare in maniera espressiva ed emozionante. Non so quando la cronosfera dei Daylight Silence tornerà nella nostro millennio per regalarci un nuovo disco, ma spero che sia tutto all’altezza dei pezzi migliori di questo “Threshold of time”, così da avere un prodotto più compatto e qualitativamente superiore. Trattandosi di un debut album, siamo già ad livelli più che positivi.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Mag, 2018
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Gli Overkill sono un pezzo di storia del thrash mondiale, attivi dal lontano 1980, hanno scritto pagine importanti di questo genere musicale con dischi memorabili, sia negli anni ’80 e ’90 (“Under the influence” ed “Horrorscope” su tutti per me), ma anche recentemente non hanno mai fatto mancare qualità elevatissima nella loro proposta musicale. In quasi 40 anni di carriera hanno registrato pochi dischi live, se paragonati ad altre bands così longeve; questo “Live In Overhausen” è il terzo live album della loro carriera, registrato il 16.04.2016 (giorno del mio compleanno!) alla Turbinenhalle 2 di Oberhausen, Germania. L’occasione era propizia per festeggiare il 25° anniversario di "Horrorscope" ed il 30° dello storico primo album "Feel the fire". Di fatto è solo una trovata particolare, visto che nessuno dei due album è uscito in aprile; il primo disco infatti uscì il 15.10.1985, mentre l’uscita di “Horrorscope” risale al 03.09.1991. Comunque sia, gli Overkill hanno deciso di dedicare un concerto a questi due storici lavori e tanto deve bastarci! La scaletta quindi è totalmente incentrata su di loro; dalla prima all’undicesima traccia possiamo ascoltare l’intero “Horrorscope”, mentre la seconda parte del disco è interamente dedicata a “Feel the fire”. Obiettivamente, per un fan incallito come me, è un po’ particolare non ascoltare in un concerto pezzi storici come “Hello from the gutter”, “In union we stand” o “Elimination”, ma la scelta della band è questa e dobbiamo farcene una ragione. La qualità sonora è eccezionale, il mitico Blitz riesce a reggere degnamente per le quasi 2 ore del concerto ed è evidente che ormai il livello di professionalità degli Overkill ha raggiunto apici non comuni. In un periodo in cui i cosiddetti “Big 4” del thrash non sono in grado di ripetere i fasti della loro carriera negli anni ’80 e ’90, è una fortuna che ci siano bands come i Testament o gli Overkill che sono sempre sinonimo di grandissima qualità nel thrash! “Live In Overhausen” è disponibile in diversi formati: Blu-ray+2CD-Digipak, DVD+2CD-Digipak, 2LP in gatefold (nero), nonché esclusivamente dal mailorder della Nuclear Blast in DVD+2CD-Digipak & Tour Book (edizione limitata a 200 copie). Da segnalare in chiusura che a questo concerto non prese parte il batterista dell’epoca Ron Lipnicki per problemi familiari, sostituito dall’ospite e tecnico del suono della band, Eddy Garcia (dai Pissing Razors). Ed ora scusate, ma devo tornare ad ascoltare questa bomba di live a tutto volume!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Mag, 2018
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Schwarzer Engel (angelo nero in tedesco) è la creatura del polistrumentista Dave Jason di Stoccarda, giunta al sesto album con questo “Kult der Krähe”. Mi sono avvicinato a questo progetto solo di recente e non conosco granché della vecchia produzione, quindi il mio giudizio è ampiamente opinabile. Ma da qualche parte bisogna pur cominciare e quella parte oscura della mia anima (suvvia, ognuno di noi ha dentro di sé un angelo oscuro, una parte tenebrosa che ogni tanto viene fuori)... dicevo la mia parte oscura è sempre stata affascinata da queste sonorità così particolari e melodrammatiche. Il gothic sinfonico di Schwarzer Engel ha dentro di sé una innata teatralità, eleganza e tanta oscurità, anche per via della voce molto bassa e profonda di Dave Jason. Anche il cantato in tedesco aggiunge un alone di mistero; l’ostico idioma, duro e graffiante, oltre che pressoché incomprensibile per chi non conosce la lingua, aiuta il sound ad essere più oscuro. Se il lavoro ha quelle atmosfere giuste per il particolare genere musicale, da un altro punto di vista i pezzi hanno un ritmo un po’ troppo basso e monotono; ogni tanto mancano veramente di un po’ di “tiro” e ritmo ed, in questo particolare, è rivedibile il lavoro sulla batteria. Anche nel più oscuro e teatrale gothic ogni tanto ci vuole un po’ di energia che obiettivamente in questo disco latita alquanto. Tre dei pezzi qui presenti erano già stati inseriti nell’E.P. “Sinnflut”, uscito lo scorso anno che era stato una sorta di anteprima del full-lenght; peccato che “Kult der Krähe” si sia rivelato un po’ inferiore alle attese.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Mag, 2018
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Gli Headless Crown si sono formati in Svizzera nel 2011 per iniziativa del chitarrista Manu Froelicher e del cantante Steff Perrone; hanno rilasciato il loro debut album nel 2015, intitolato “Time for revolution” (a me sconosciuto); a fine marzo 2018 la Massacre Records ha pubblicato il loro secondo lavoro, intitolato “Century of decay”. Si tratta di un concept album scritto dal cantante Steff Perrone che si è ispirato al libro di fantascienza “1984” di G. Orwell, a film sempre di fantascienza degli anni ’80 come “Brazil” e “Blade Runner”, nonché alla serie tv inglese degli anni ’60 “The prisoner”. Il sound è un roccioso heavy metal dalle tinte power che si lascia ascoltare gradevolmente. Il problema principale di questo album, che inizia anche bene con la title-track (una delle canzoni migliori), è che manca una vera e propria hit che conquisti immediatamente e valga da sola l’acquisto dell’album; tutti i pezzi più e meno si equivalgono, ma non verso l’eccellenza, quanto piuttosto su un livello di sufficienza, nel senso che si lasciano ascoltare piacevolmente, ma non restano in mente né in positivo, né in negativo. Ho ascoltato più e più volte questo disco, nella speranza di avere sensazioni differenti, anche a distanza di tempo dalla volta precedente, ma il risultato era sempre uguale: non male, ma niente di eccezionale. Gli assoli di chitarra sono piacevoli, il basso lavora bene, la batteria picchia a dovere, il cantato non è malaccio, anche se forse un po’ troppo sporco per i miei gusti ma, tutto sommato, ben si adatta al sound della band; la struttura degli 11 pezzi è ben realizzata, così come è ben curata la produzione. Ciò nonostante, la mia mente tornava sempre al punto di prima: un lavoro senza infamia e senza lode che merita la sufficienza, ma nulla di più. Metalheads date comunque qualche ascolto a questo “Century of decay” degli Headless Crown, magari riuscirete ad apprezzare meglio di quanto sia riuscito a me.

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