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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Dicembre, 2017
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Una maschera del carnevale veneziano campeggia sulla copertina di “Earthquakes to Rearrange”, debut album del gruppo brasiliano (di Belo Horizonte) denominato Vienna. Ma cosa ci fa un richiamo al carnevale veneziano su un disco di una band brasiliana chiamata con il nome di una città austriaca? Sostanzialmente nulla, se non per il fascino misterioso che da sempre hanno queste maschere. Se quindi speravate in qualche richiamo neo-classico, qualcosa che si rifacesse ai mitici Rondò Veneziano o alla musica barocca, sappiate che siete lontani anni luce. I Vienna infatti suonano un canonico melodic power, con qualche richiamo prog ed una voce femminile. Detta sinceramente, mi è dispiaciuto, perchè speravo in un po’ di barocchismi, vista la copertina ed il nome della band. Ma veniamo al sound della band. Come detto il gruppo brasiliano suona un power melodico in cui lo strumento principale è la chitarra del talentuoso Misael Avelar che sfoggia assoli in quantità industriale, ben sostenuto dalle tastiere e dal basso del leader e fondatore della band Marlon Martins; c’è poi la batteria che non sempre si lascia andare in ritmiche sostenute e forse potrebbe fare di più, per rendere più frizzante la proposta musicale. Due parole sulla singer Patricia Fernanda; non ho nulla contro le donne cantanti, anzi alcune le adoro! Purtroppo, però, questa singer non mi ha entusiasmato, né colpito in senso negativo; sia chiaro, non è male come cantante (ho ascoltato molto, ma molto di peggio!), ma manca di grinta ed energia ed è fin troppo mielosa ed, in questo, di certo non aiuta il sound iper-melodico della band. Cantanti così, tra le tante, troppe female fronted bands ne abbiamo ascoltate a bizzeffe e, mi dispiace per Patricia Fernanda, ma il rischio di passare inosservata ed essere etichettata come una tra le tante è molto forte. A ciò si aggiungono le solite, ormai scontate, backing vocals in growling che non servono praticamente a niente in brani così poco energici. Un altro particolare che non mi ha convinto in questo disco è individuabile nell’eccessiva lunghezza di buona parte dei pezzi che probabilmente sarebbero stati efficaci con qualche sforbiciata di un paio di minuti ciascuno. Il pezzo che mi ha convinto di più è “Vienna” che, logicamente, è il più breve ed anche il più frizzante e ritmato del disco; un brano che forse si perde in troppi assoli chitarra/tastiera, ma che tutto sommato non dispiace per niente. Per il resto, manca quella hit che valga da sola l’acquisto del disco e possa risollevarne le sorti. Credo, infatti, che i Vienna debbano fare maggiore attenzione alla costruzione dei singoli pezzi, evitando di perdersi in inutili sfoggi di perizia tecnica, ma cercare di essere più efficaci ed energici. Il talento c’è ed è evidente, bisogna cercare una strada più efficace e personale e sono sicuro che presto sentiremo parlare molto bene dei Vienna; al momento “Earthquakes to Rearrange” non è in grado di strappare la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Dicembre, 2017
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La tedesca Killer Metal Records è sicuramente attenta a scovare talenti in giro per il mondo dediti al più classico heavy metal, quello che profuma di pelle e borchie, quello che fa breccia nei cuori di noi vecchi true defenders ormai da tempo negli “anta”. Tra questi, oggi parleremo degli americani Mega Colossus (già noti anche semplicemente come Colossus), autori fino ad oggi di tre albums a me purtroppo sconosciuti. Oggi parleremo del loro quarto lavoro, intitolato “Hyperglaive”, dotato di piacevole artwork, uscito ad aprile 2017. Come detto, in questo disco ho potuto ascoltare quel fottutissimo heavy metal con cui sono cresciuto negli anni ’80, intramontabile, inossidabile, sempre in grado di regalare emozioni ed energia. E’ stato per me impossibile rimanere indifferente davanti alle trame delle due chitarre di Bill Fischer e Stephen Cline che si rincorrevano in assoli, come hanno insegnato i maestri Maidens; notevole il lavoro del bassista Ry Eshelman, così come sempre frizzante il ritmo imposto dal batterista Doza. Due parole, infine, sul cantante Sean Buchanan, davvero bravo, espressivo, grintoso quando serve e con una voce calda ed incisiva; un cantante, insomma, che sembra letteralmente ritagliato per un genere come l’heavy metal. Sono 8 i pezzi di questo “Hyperglaive” (uscito nel 2016 solo su vinile) e finalmente un disco che non ha quelle inutilissime intro e punta subito al sodo! Non ho trovato momenti di stanca, o qualcosa che non vada nei brani, ma sempre un gran gusto per le melodie ed una capacità di coinvolgere e conquistare non comune. Sono contento di aver scoperto una nuova validissima band; mi metterò sicuramente alla ricerca della loro precedente produzione (ristampata anni addietro dalla label tedesca), mentre non posso che consigliare vivamente questo disco dei Mega Colossus a tutti coloro che amano l’heavy metal più classico.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Dicembre, 2017
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I Dethonator si formano nelle East Midlands inglesi nell’estate del 2002, per poi stabilirsi a Londra; nel corso della loro carriera hanno realizzato tre albums autoprodotti. Quando poi nel 2016 hanno firmato un contratto con la tedesca Killer Metal Records è stato deciso di ristampare il debut album omonimo, dando una nuova copertina e ri-registrando le parti vocali con l’attuale singer, oltre a remixare e rimasterizzare il tutto. Curiosità: questo disco originariamente doveva uscire nel 2010 con una label famosa, tutto era pronto, ma poi non se ne fece nulla e la band ricorse all’autoproduzione. Ma torniamo alle parti cantate; originariamente in “Dethonator” il cantante era tale James Burton, mentre solo da qualche anno il chitarrista Tristan Lineker è diventato anche vocalist della band e devo dire anche con ottimi risultati. Lo stile di Lineker ricorda in alcuni momenti persino il grande Phil Collins (sentitelo ad esempio in “Shadows”) e sicuramente si sposa molto, ma molto bene con l’heavy metal suonato dalla band. Ciò che invece proprio non c’entra niente con il sound dei Dethonator sono le backing vocals del bassista Adz Lineker; un harsh brutale che starebbe bene in un gruppo come i Carcass o altri del gore più putrido, ma che con l’heavy classico suonato dai Dethonator decisamente ci sta come i cavoli a merenda! Per fortuna i suoi interventi sono un po’ limitati, ma brani come “Harbinger”, ad esempio, rischiano di diventare ridicoli con quella specie di ruttare al microfono. Nell’opera di ripulitura seguita alla ristampa di questo disco, non sarebbe stato male eliminare queste parti di backing vocals, che rovinano decisamente l’esito dell’intero lavoro. “Dethonator”, infatti, sarebbe anche un bel disco, forse non originalissimo, ma che si ascolta gradevolmente; le chitarre sono affilate nel riff e ci regalano assoli di gusto, la batteria impone un ritmo sempre frizzante ed il basso amalgama il tutto con un lavoro notevole. Come detto, Tristan Lineker è un valido cantante, ma le parti estreme di Adz Lineker (saranno parenti?) era meglio evitarle. Dopo questo album, come detto, i Dethonator ne hanno autoprodotti altri due, sarei curioso di ascoltarli, chissà se la Killer Metal Records deciderà di ristampare anche quelli....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Dicembre, 2017
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I Cobra arrivano da Bogotà in Colombia e sono dediti ad un furiosissimo speed metal, ai confini del thrash, con la batteria del valido Daniel González che spesso si lascia andare a sfuriate parossistiche, anche in blast beat. “Sin dominio del tiempo” è il terzo full-lenght della loro carriera, in quindici anni di attività. L’album è composto da 8 mazzate sulle gengive in puro stile speed metal, velocissime, senza praticamente un attimo di respiro dall’inizio alla fine (solo “Sangre y honor” è un po’ più “tranquilla”). Qualche sbavatura qua e là è possibile trovarla (forse complice una produzione non perfetta), ma nulla che possa compromettere gravemente il risultato finale. Ciò che davvero rovina parecchio l’esito della recensione è la voce del bassista Adrian Manrique: uno screaming isterico ed ossessivo adatto ad una black metal band, ma decisamente inappropriato e totalmente fuori posto nello speed metal dei Cobra. Un simile stile canoro è completamente estraneo alla musica suonata dalla band che necessita certamente di un cantato aggressivo, anche urlato, ma pulito ed acuto, non certamente sporco come lo stile del vocalist che, lo ripeto, sarebbe ottimo per il black metal o, comunque, per una musica horrorifica, non certo per lo speed metal. Purtroppo non avevo a disposizione una strumentazione tale che mi permettesse di isolare le parti vocali, così da godermi solo la musica e giudicarla senza difficoltà; di conseguenza ho cercato, non con semplicità, di non far caso alle sfuriate eccessive dello screamer per analizzare le parti musicali. Come detto, è indubbio che il batterista picchi come un indiavolato; il chitarrista Mario Villamizar dal canto suo imbastisce muri di riff e si concede anche diverse piacevoli parti soliste, ben sostenuto dal lavoro al basso di Adrian Manrique. Se solo quest’ultimo si dedicasse solo al basso e lasciasse le parti vocali ad un cantante adatto allo speed metal, “Sin dominio del tiempo” sarebbe un gran disco per lo specifico settore; purtroppo a questa maniera il full-lenght dei Cobra non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Dicembre, 2017
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In oltre 10 anni di recensioni, è la prima volta che mi capita di cimentarmi con gli Schwarzer Engel, la band dell’angelo nero (questo il significato in tedesco del monicker) Dave Jason. Parecchie volte i gothsters tedeschi hanno realizzato EP, tra un full-lenght e l’altro, ed anche quest’anno eccoli puntuali con un altro dal titolo “Sinnflut” in attesa del nuovo album previsto per la primavera 2018. In poco meno di un quarto d’ora, possiamo ascoltare 3 pezzi nuovi, di cui uno (la title-track) in duplice versione. E partiamo proprio da questo, “Sinnflut” viene presentato sia nella versione originale, molto bella, elegante e gotica al 100%, con il vocione profondo di Dave Jason in splendida evidenza. La versione “Club-Remix” ha qualche tocco più electro a differenziarlo dall’originale, anche per renderlo maggiormente adatto ad una riproduzione nei locali a tema. “Futter Für Die See” è molto più lenta e quasi tetra; se la tastiere fossero state maggiormente in evidenza sarebbe stata definibile horrorifica; il cantato quasi sussurrato poi contribuisce alla resa ottimale delle atmosfere dark. La breve “Requiem” è un gradevole pezzo strumentale, interamente realizzato al pianoforte con l’ospite El Friede (ex degli Oomph!). “Sinnflut” degli Schwarzer Engel è un lavoro convincente, che mette in mostra una delle migliori realtà del panorama gothic; non resta che aspettare il nuovo album tra qualche mese.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    05 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Dicembre, 2017
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Era un po’ che non sentivo parlare dei tedeschi Coronatus, portati avanti ormai solo dal batterista Mats Kurth e dalla soprano Carmen R. Lorch; dopo il passo falso del precedente album “Raben im herz”, tagliano il traguardo dell’ottavo album con questo “Secrets of nature” ma, purtroppo per loro, gli unici cambiamenti da segnalare sono soltanto nella line-up che, come al solito, è stata totalmente rivoluzionata. Adesso addirittura, accanto alla Lorch, ci sono altri tre cantanti, due uomini ed un’altra soprano. L’album si presenta con una copertina carina (raffigurante una donna nuda che inneggia alla luna in un paesaggio notturno) ed è composto da 9 brani, cui si aggiunge un bonus-cd nell’edizione in digipak, contenente gli stessi brani in versione orchestrale. E dire che il disco parte anche bene con la piacevole “Howling wind”, ritmata al punto giusto, con un gothic sinfonico che ricorda un mix tra i Therion ed i Nightwish. Purtroppo si tratta di un fuoco di paglia ed il disco presto perde la capacità di coinvolgere (salverei soltanto la discreta “Sleigh ride to Asgard”). Ho ascoltato diverse volte questi pezzi, cercando di trovare quel “nonsoche” che magari mi era sfuggito, senza però trovare nulla che potesse convincermi e conquistarmi. Molto spesso, anzi, mi ritrovavo a pensare ad altro, proprio perchè in questi pezzi manca la capacità di tenere avvinto l’ascoltatore. Purtroppo, ascolto dopo ascolto, la noia è arrivata presto ad assalirmi e nemmeno la varietà di cantanti è stata in grado di risolvere il problema. Forse solo un die hard fan del metal più sinfonico e gotico potrà apprezzare ciò che personalmente ho faticato parecchio ad ascoltare. Mi dispiace perchè i Coronatus, all’inizio della loro carriera, avevano anche realizzato qualche disco piacevole, quanto meno per la particolarità di avere più voci differenti all’interno della band; di fatto è un po’ di tempo, almeno per quanto mi riguarda, che hanno perso appeal e capacità di realizzare brani validi e convincenti. “Secrets of nature” per me conferma l’involuzione dei Coronatus e rimane un disco destinato solo e soltanto ai fans incalliti della band tedesca.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Dicembre, 2017
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Non ho molte informazioni sui russi The Rinn, se non che il presente disco “Stories of the green fairy” è il loro debut ufficiale. La band di S. Pietroburgo si è formata nel 2013 e suona un piacevole power dalle forti tinte folk con due voci, una maschile di Nikolay Barbutskiy (che, ad essere onesti, compare molto poco) ed una femminile, protagonista indiscussa, della rossa Veronica Barbutskaya, brava ed anche carina, il cui stile ricorda quello più canonico delle female fronted symphonic metal bands. Per fortuna però i The Rinn non sono una band del genere ed il loro folk/power è spesso frizzante e decisamente godibile; per potersi distinguere dalla massa forse, in futuro, farebbero ancora meglio ad accentuare la componente folk ed evitare tentazioni sinfoniche che traspaiono in brani come “Secrets of the universe”. Seguendo la strada del female fronted symphonic metal, infatti, diventerebbero l’ennesima band uguale alle altre a suonare un genere che credo abbia detto sostanzialmente quasi tutto e che comincia sinceramente a stancare, almeno per quanto mi riguarda. Al contrario, le parti più folkeggianti rendono il sound del gruppo russo più singolare; oltretutto la componente folk è spesso briosa e rende la musica allegra, coinvolgente ed accattivante. Bisogna fare un plauso alla band anche per la capacità e l’attenzione nel comporre i singoli pezzi; ogni brano, infatti, non ha inutili orpelli, né si dilunga oltre il necessario ed è decisamente efficace. “Stories of the green fairy” è composto da 10 pezzi (finalmente un disco senza inutilissime intro!!), a cui si aggiungono due bonus-tracks, tratte dai singoli usciti nel 2015. I The Rinn hanno realizzato un debut album interessante, mi auguro in futuro possano accentuare la loro componente folk, in modo da essere ancora più interessanti di quanto non siano già adesso.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Dicembre, 2017
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Avevo conosciuto i colombiani Energema lo scorso anno, all’epoca del loro debut album “The lion’s forces”, un dischetto di ottima qualità che mi aveva molto ben impressionato. Trascorso poco più di un anno (il debut se non erro era uscito nella prima metà del 2016), ecco che la band torna a farsi sentire con un nuovo disco, intitolato “World of Zionix” (immagino un concept o qualcosa di simile), composto da 9 brani + l’immancabile quanto inutile intro. A ciò si aggiunge anche una bonus track, che sarebbe una versione alternativa del brano “Fire of creation” con alla voce il singer Fernando Neri al posto di Alejandro Pinzon, oltre a qualche piccola differenza anche nel minutaggio. Per chi non lo sapesse, gli Energema sono stati creati dal talentuoso chitarrista Nicolas Waldo (artista ufficiale di Ibanez Guitars Japan); è, quindi, naturale che lo strumento principale sia proprio la chitarra, con cui l’axeman ricama piacevoli assoli. Il power metal degli Energema ricorda parecchio lo stile catchy di bands tedesche come Gamma Ray, Freedom Call ed, in misura minore, Helloween; il paragone più calzante, venendo in Italia, è però con gli Skeletoon del nostro mitico Tomy Fooler. Il cantante Alejandro Pinzon, infine, in alcuni passaggi, credo si ispiri nello stile canoro al mitico Roberto Tiranti, non avendone purtroppo le stesse immense qualità, ma cavandosela, tutto sommato, abbastanza bene. Strumento protagonista è la chitarra solista del leader Nicolas Waldo, che ricama tanti assoli neo-classici di gran gusto. Una dopo l’altra, scorrono quindi vere e proprie hit di power metal che manderebbero in visibilio qualsiasi appassionato di questo particolare genere musicale. Non me la sento di citarne una, piuttosto che un’altra, perchè è tutto il disco a conquistare e convincere, grazie anche ad una notevole capacità nelle composizioni ed attenzione per le melodie. Non posso esimermi, però, dal citare “Aren”, semplicemente fantastica, dotata di un coretto che si ficca immediatamente in testa per non andar più via... e non sorprendetevi se vi ritroverete sotto la doccia a canticchiarlo!! Peccato per la registrazione non eccezionale, soprattutto sul rullante della batteria, ma bisogna accontentarsi, specie quando non si ha davanti una produzione super-costosa. Se, in conclusione, qualcuno è ancora convinto che il power metal in Sud America sia solo relegato in Brasile, adesso può ricredersi ascoltando i colombiani Energema ed il loro ottimo “World of Zionix”.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    26 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Novembre, 2017
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Avevo conosciuto i modenesi Sleeping Romance tre anni fa, all’epoca del singolo “Fire & ice” che mi aveva colpito molto positivamente; la band della talentuosa singer Federica Lanna è tornata ad inizio novembre con il secondo full-lenght intitolato “Alba”, con in copertina un disegno raffigurante proprio l’affascinante vocalist italiana. Il sound della band è ora più sinfonico rispetto al passato con un certo distacco dalle sonorità più power degli esordi. Ecco, quindi, che ho notato un certo rallentamento nel ritmo delle varie composizioni, soprattutto per la doppia-cassa che è meno presente; Francesco Zanarelli è un valido batterista e sicuramente potrebbe far di più. Anche le chitarre sono meno protagoniste a livello di assoli, mentre la componente “orchestrale” è diventata preponderante. Metto “orchestrale” tra virgolette perché, nelle note a mia disposizione, nulla si dice al riguardo e quindi credo sia tutto frutto di lavoro del buon Federico Truzzi. Fra i vari pezzi ascoltati, c’è comunque qualcuno più ritmato come l’ottima “Lost in my eyes”, “Everything behind” (in cui finalmente c’è una bella parte di doppia-cassa!) “Through the looking glass” e la title-track “Alba”, oltre anche, in un certo senso, a “Forgiveness”. Per il resto i brani sono molto sinfonici, bombastici, teatrali, alquanto evocativi ed onirici, senza però che Federica Lanna si lasci andare a liricismi esagerati. Per i miei gusti, però, la preponderanza di ritmiche più blande rischia pericolosamente di non esaltare l’ascoltatore; il metal, infatti, richiede energia e ritmo, cose che invece in questo disco non sono molto presenti. Bisogna, infatti, mettersi con la giusta predisposizione d’animo, rilassati e tranquilli, perchè questo lavoro bisogna assaporarlo per bene, altrimenti rischia di non essere compreso nella sua potenzialità. Con “Alba” gli Sleeping Romance hanno realizzato un album particolare, non così semplice, ma indubbiamente un buon esempio di female fronted symphonic metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    25 Novembre, 2017
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A distanza di un anno da “Codex Atlanticus”, tornano gli italo-austriaci Serenity con il loro sesto album, intitolato “Lionheart” ed incentrato sulla figura di Riccardo I d’Inghilterra, sovrano che abbiamo spesso incontrato nella storia del metal come ispirazione di vari gruppi. Il percorso musicale intrapreso dalla band in cui milita il bassista friulano Fabio D’Amore continua la propria evoluzione, attestandosi questa volta su un power sinfonico, molto melodico. Sono sostanzialmente spariti i richiami al prog del passato, così come è stata pressoché archiviata definitivamente la presenza di una seconda voce femminile accanto al grande Georg Neuhauser; troviamo infatti solamente in due brani altrettante cantanti ospiti: la tedesca Katja Moslehner (ex-Faun) e la nostra connazionale Federica Lanna (degli Sleeping Romance). A voler essere schietti, il sound dei Serenity è meno elegante del passato ed è diventato un pochino banale (una sorta di primi Sonata Arctica, ma più sinfonici); ciò nonostante, va riconosciuto come la band abbia una notevole attenzione e gusto per le melodie che risultano sempre orecchiabili e coinvolgenti. Per chi ama sonorità simili, come il sottoscritto, indubbiamente questo disco avrà la qualità di convincere. Sono parecchie, infatti, le canzoni orecchiabili e che si ascoltano molto gradevolmente; già l’opener “United” e soprattutto la title-track mettono in chiaro cosa aspettarsi ed, una dopo l’altra, scorreranno hits come l’orecchiabilissima “Rising hero”, la ritmata “Eternal victory” dotata di un coretto che si ficca subito in testa (forse la migliore del disco), “Empire” o la conclusiva “The final crusade”. Certo, riallacciandoci al discorso precedente, non abbiamo chissà quale originalità o inventiva ma, come ho spesso sostenuto in passato, non me ne frega niente di simili particolari, se la musica che ascolto mi regala sensazioni piacevoli e mi fa venir voglia di premere il tasto play ancora ed ancora! “Lionheart” non sarà il miglior disco della carriera dei Serenity, ma si ascolta che è un piacere e sicuramente andrà incontro ai favori dei fans del power sinfonico più melodico.

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