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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Aprile, 2017
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I Choirs of Veritas sono un progetto di christian metal nato dall’iniziativa del talentuoso tastierista/compositore Davide Scuteri, come un personale ringraziamento al Signore per il dono della musica; progetto che rappresenterebbe l’unione ideale tra la musica e la verità spirituale attribuita dai fedeli a Gesù Cristo. Naturalmente in un simile progetto, i testi hanno un ruolo fondamentale, sono ispirati alla Sacra Bibbia e vogliono essere un messaggio agli ascoltatori, credenti o no che siano. Insomma un qualcosa di molto intenso e profondo che vorrebbe andare a toccare la sfera più intima di ognuno, il proprio credo e le proprie convinzioni religiose, laddove ve ne siano. Dopo questa doverosa premessa, che merita ogni rispetto a prescindere dalle singole convinzioni, passiamo a parlare della musica di questo “I am the way, the truth and the life”, la cui copertina è stata realizzata dall’artista svedese Mattias Norén (già all’opera con Kamelot, Evergrey, Epica e Sabaton, tra gli altri); il disco è composto da 11 pezzi (cui si aggiunge la solita inutilissima intro, su cui conviene skippare) con un sound che potremmo definire un classico power sinfonico, ricco di parti di tastiera interessanti, come del resto era immaginabile visto che è proprio il tastierista il mastermind del progetto. Da subito quello che mi ha fatto storcere il naso è una batteria registrata in maniera non proprio eccelsa; potrebbe dipendere da un difetto dei files avuti a disposizione per questa recensione, ma ho ascoltato uno strumento troppo artificioso, basso, con doppia-cassa e piatti che non si distinguono a dovere; aggiungo anche che non mi sembra suonata in maniera particolarmente fantasiosa (non ci sono informazioni su chi ne sia l’autore), ma si limita al compitino d’accompagnamento quando, invece, un genere come il power avrebbe bisogno di maggiore protagonismo. Anche il basso di Cesare Ferrari è un po’ sacrificato in sottofondo ed una migliore registrazione ne avrebbe esaltato meglio le relative parti. Ci sono poi due cantanti, da una parte la classica voce femminile lirica della mezzosoprano Eliana Sanna, dall’altra la voce maschile acuta di Davide Schiavi che, ad essere onesti, non mi ha granché convinto e che forse avrebbe bisogno di maggiore espressività e calore in alcuni passaggi, senza dover per forza ricercare le note più alte del pentagramma (come in “Miracles” ad esempio). I pezzi sono gradevoli all’ascolto, anche se forse in alcuni casi necessiterebbero di qualche sforbiciata, al fine di renderli più snelli e diretti, così da rendere il tutto più easy (“Religiosity”, a titolo esemplificativo, avrebbe bisogno di un paio di minuti in meno...). Tirando le somme, i Choirs of Veritas in questo loro debut “I am the way, the truth and the life” lasciano intravedere ampi margini di miglioramento dal punto di vista musicale; questo disco non è male, ma c’è di meglio nello specifico settore.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Aprile, 2017
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Registrata una mezza rivoluzione nella line-up, con il cambio di voce femminile e tastierista, oltre all’ingresso di un secondo chitarrista, tornano i Sailing To Nowhere con il loro nuovo album, intitolato “Lost in time”, ricco di numerosi ospiti di rilievo: due cantanti quali Fabio Lione e Roberto Tiranti, lo shredder giapponese Hideaki Yamakado, il maestro Mistheria alle tastiere, il mitico bassista Dino Fiorenza ed il batterista ex-Kaledon David Folchitto. Se è facile capire dove ci sono i cantanti ospiti, non altrettanto è semplice individuare gli altri musicisti, senza alcuna indicazione al riguardo. Il sound è rimasto sostanzialmente invariato rispetto all’esordio, un melodic power molto godibile ed orecchiabile che coinvolge già dal primo ascolto. Saltando l’inutilissima intro inziale che porta il titolo del disco, ci sono 8 pezzi convincenti ed abbastanza ruffiani; fortunatamente non ci sono troppi pezzi lenti (come sul precedente disco) ed il ritmo è sempre abbastanza frizzante e sostenuto. Marco Palazzi, con il suo timbro vocale caldo, divide le parti cantate con la new-entry Helena Pieraccini, con un piacevole scambio che contribuisce indubbiamente alla riuscita dei vari pezzi. Certo, quando a duettare con la voce femminile sono due mostri sacri come Lione (la romantica “Apocalypse”) e Tiranti (l’altra ballad “Start again”), il livello qualitativo sale di brutto, ma anche il buon Palazzi non sfigura assolutamente, come ad esempio nell’ottima “New life” (forse il pezzo migliore del disco), o in “Fight for your dreams” (che ricorda lo stile dei Kaledon) e nella veloce “Suffering in silence”. Le parti strumentali sono sempre di buon livello e credo che l’inserimento di una seconda chitarra abbia indubbiamente giovato alla band. “Lost in time”, insomma, è un buon disco di melodic power metal che non deluderà assolutamente i fans dei Sailing to Nowhere, una band da tenere sempre più in considerazione!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    23 Aprile, 2017
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I Grit arrivano dall’Oregon e si sono formati nel 2015. Dopo aver realizzato un demo di tre brani, ne hanno composti altri tre per realizzare questo E.P. intitolato “Warsworn” con cui cercano di farsi conoscere in giro. Il genere proposto è un thrash metal, contaminato da un forte approccio modern/groove, sia per l’impostazione vocale del singer Damion Brewer (che sinceramente, dopo un po’ di ascolti, rischia davvero di annoiare, essendo poco espressiva ed esageratamente aggressiva), ma anche per le ritmiche poco frizzanti e la compressione nel suono delle chitarre. Non so quali siano i brani del primo demo, ma devo dire che i primi due pezzi del disco sono sicuramente più validi degli altri, per via di un minimo di ritmo in più, ma anche per la presenza di qualche minima parte più tecnica nella chitarra di Mike Ewing (come l’assolo di “Closer to hate”). Un minimo di melodia la si può trovare anche in “Righteous kill” che, con un cantante più dotato e più espressivo (mi sembra un incrocio mal riuscito tra Tom Araya e Chuck Billy), probabilmente avrebbe avuto un risultato migliore. Non aiuta poi la lunghezza eccessiva di alcuni brani, 7 minuti per la title-track e poco meno per “13 knots” risultano un’eternità. Se poi si va a cercare originalità... bé, evitiamo di affossare ulteriormente questo lavoro. Parliamoci chiaro, ascolto thrash metal da circa 30 anni e bands migliori dei Grit ne ho ascoltate a migliaia; “Warsworn” è destinato ai fans della band ed alla loro cerchia di amici, mette in evidenza l’amore e la passione per la musica da parte di questo quartetto (e pertanto massimo rispetto!), ma nulla di più o di particolarmente interessante.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2017
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Seguo gli svedesi Cryonic Temple sin dal loro esordio con quel “Chapter I” risalente all’ormai lontano 2002. Dopo 9 anni di silenzio dall’ultimo “Immortal” (forse il disco peggiore della loro carriera), tornano a farsi sentire con questo “Into the glorious battle”, concept album fantascientifico, edito da Scarlet Records. Attorno al leader, il chitarrista Esa Ahonen, è cambiata tutta la line-up e pare che questa formazione funzioni, dato che ho avuto modo di ascoltare un buon disco di power metal di scuola nord-europea. Certo, anche questa volta, non mancano le pecche. Ad esempio noto una sovrabbondanza di canzoni sdolcinate; “Heroes of the day” e “The war is useless” sarebbero già state sufficienti, 2 ballad in un disco di 12 brani (cui vanno aggiunte “The beginning of a new era”, la solita inutilissima intro, e “The speech”, che costituisce una sorta di breve intermezzo strumentale, di cui si poteva tranquillamente fare a meno) ci possono stare, ma non oltre... il fondo lo si tocca con “Freedom”, brano moscio lungo quasi 8 minuti, un’infinità che dopo un paio di minuti fa venire forte la voglia di skippare al pezzo successivo. Per fortuna, ci sono anche canzoni validissime e mi riferisco alle toste “Mighty eagle” (di helloweeniana memoria), “Flying over the snowy fields”, la tellurica accoppiata iniziale “Man of a thousand faces” ed “All the kingsmen”, ma anche “Into the glory battle” e la ruffiana “Can’t stop the heat”, dotata di un coretto in stile hard rock che si ficca subito in testa. “Into the glorious battle” costituisce insomma un gradito ritorno sulle scene per i Cryonic Temple, band svedese forse ingiustamente poco conosciuta; credo che questo album, nonostante qualche punto debole, possa andare incontro ai fans del power metal, perchè è sicuramente fatto bene.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    22 Aprile, 2017
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Seguo i Blazon Stone sin dal loro meraviglioso debut album, quel “Return to Port Royal” uscito 4 anni fa che poteva essere tranquillamente messo allo stesso livello dei migliori dischi della storia dei Running Wild. Da allora, ho sempre adorato il “pirate metal” suonato da Ced (al secolo Cederick Forsberg), procurandomi i suoi vari lavori, realizzati sempre con cantanti differenti. Questa volta a cantare è tale Erik Forsberg (parente di Ced?), giovane singer svedese come il leader, con ugola graffiante, indubbiamente adatta al settore specifico. A fine ottobre 2016, oltre al full lenght “War of the roses” (che mi deve ancora arrivare), è stato pubblicato questo E.P. di quattro brani “Ready for boarding”, con in copertina il classico galeone alle prese con il mare in tempesta. Intelligentemente Ced, invece che realizzare un solo lungo album, ha diviso i pezzi che aveva a disposizione in due distinte uscite, per la gioia dei collezionisti come me. Il “pirate metal” è un genere di heavy metal molto particolare, con ritmi molto serrati ed un’inconfondibile stile chitarristico e queste 4 canzoni lo rappresentano degnamente. Sin dall’opener e tracklist “Ready for boarding” si scopre da subito cosa aspettarsi da questo lavoro: solo e soltanto pirate metal di buona qualità, tra botti di whisky e pinte di birra, leggende e maledizioni, tesori e bottini, mari sconfinati ed isole nascoste, qui ci sono tutti i cliché di questo particolare genere musicale, nessuno escluso. Se vi piace lo specifico settore nel quale, sia chiaro, non esiste alcuno spazio per originalità o sperimentazione, ma solo e soltanto oltranzista tradizione, non rimarrete delusi ascoltando veri inni come “Hunting for gold” o “Lost and alone”; al contrario, se il pirate metal non vi ha mai entusiasmato, potete tranquillamente evitare i Blazon Stone, perchè non sarà di certo “Ready for boarding” a farvi cambiare idea.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 16 Aprile, 2017
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Prosegue la raccolta di inediti e rarità targate Mesmerize ed ecco “Scrape of the barrel Vol. 2”, distribuito esclusivamente in occasione del concerto a Vuittone (MI) del 18/3/2017. Si inizia con l’unico inedito su cd, intitolato “Best place for a knife”, risalente al 2005 e derivante dalle sessioni di registrazioni dell’album “Stainless”, da cui fu scartata solo perché non c’era più spazio; il brano è comparso già su vinile, come b-side di “King of terror” risalente al 2012. Si tratta di una classica heavy song, ritmata, tosta e ricca di energia, piacevole e coinvolgente. Finalmente trovo su cd la cover degli Iron Maiden della mitica “The prisoner”, risalente al 1999, e devo dire che la band non sfigura per niente di fronte a simili mostri sacri del metal! Chi, come il sottoscritto, segue da sempre i Mesmerize ricorderà il promo “One door away”, uscito come autoproduzione nel 2007, di cui qui troviamo proprio la title-track. Seguono le pre-produzioni di due pezzi, “Bloody Mary” e “Windchaser”, che hanno poi fatto parte (con piccole modifiche) del già citato “Stainless”. La parte migliore la troviamo però in fondo. Le versioni live di due dei migliori pezzi della carriera dei Mesmerize, registrati al Palavobis di Milano il 13/9/2002; “King of terror” e “Off the beaten path” non hanno bisogno di presentazioni, ma serve solo godersele interamente nel loro fascino inossidabile. Persino la registrazione non eccelsa non influisce sulla qualità di questi meravigliosi brani! Si chiude con il botto andando ancora più indietro nel tempo, ad un live del 26/7/1998 a Gaggiano (MI), con una canzone estratta dal primo full-lenght della band (il meraviglioso “Tales of wonder”), “Forging the darksword” con l’intro iniziale “The catalyst” mi ha riportato magicamente indietro di 20 anni alla mia gioventù ed a quando ebbi la fortuna di conoscere questa grandissima band italiana, durante una data live per pochi intimi in quel di Vicenza. Eravamo giovani (con i ragazzi della band siamo coetanei!), avevamo tanti sogni e tanta energia... oggi siamo qui, con “Scrape of the barrel Vol. 2”, per ricordarci che i Mesmerize ci sono ancora e reclamano quell’attenzione che meriterebbe ogni band di simile valore!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    16 Aprile, 2017
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E’ sempre difficile fare una recensione obiettiva quando si è fan di una determinata band; per me è così con il nuovo disco degli austriaci Dragony, ma cercherò di essere il più imparziale possibile. Per festeggiare il decennale della loro attività, il gruppo viennese ha pubblicato un maxi E.P. intitolato “Lords of the hunt”, dotato di splendida copertina realizzata dall’artista serbo Dušan Marković, composto da due pezzi inediti (i primi nella tracklist), dal rifacimento di brani del primo album, con l’aggiunta di rarità varie. Partiamo dagli inediti. La title-track in apertura è un brano cadenzato, molto orecchiabile, finanche ruffiano, che fa pensare ai Freedom Call; “Call of the wild”, invece, è molto più veloce e frizzante, una power song di quelle che conquistano ogni fan di questo determinato genere di musica. Seguono due rifacimenti di brani estratti dal debut album (“Legends” del 2011), registrati con l’attuale formazione nel 2016; si tratta di “Alcador” e “The longest night”, forse non tra i più rappresentativi di quel disco, ma comunque due pezzi più che validi. Ci sono poi alcune rarità; su “Sparta (Elegy of heroes)” è una bonus track del primo full-lenght e, tutto sommato, è il brano più ordinario di tutti quanti, oltre ad essere anche leggermente troppo lungo e banale. “The one and only” era una bonus-track di un’edizione del precedente album “Shadowplay”; si tratta della cover di una canzone scritta da Nick Kershaw e cantata dall’inglese Chesney Hawkes, risalente al 1991, utilizzata anche per un paio di film ed adeguatamente metallizzata per l’occasione. Chiudono il disco una variante per karaoke della splendida “Shadowrunners” e la versione demo di “Wings of the night”, brano poi finito sul debut album, qui presentato in un’edizione leggermente più breve e con registrazione più “casereccia”. Sul cd saranno inserite anche le tracce video di “True survivor” e “Burning skies”, purtroppo non avute a disposizione per la recensione. Cosa dire in conclusione? Se siete fans del power di scuola nord-europea, questo “Lords of the hunt” è un disco da non lasciarsi sfuggire; se ancora non conoscete i Dragony, obiettivamente i loro due full-lenghts costituiscono un approccio migliore da cui iniziare a scoprire questa validissima band.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Aprile, 2017
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I Mercury Rain arrivano da Bristol in Inghilterra, sono attivi addirittura dal 1998 ed hanno ripreso la loro attività nel 2016, dopo una lunga pausa iniziata nel 2008. Questo “St Matthieu – Remastered & Reborn” è la ristampa del loro ultimo full-lenght risalente al 2004, con aggiunta di tre pezzi del primo album “Dark waters” del 2003 (le tracce dalla 10 alla 12) e due estratti dal primo E.P. “Where angels fear” del 2000 (alla fine della tracklist); il tutto naturalmente, come dice il titolo stesso, rimasterizzato per l’occasione. Ma cosa suonano questi inglesi? Sostanzialmente abbiamo davanti la solita female fronted melodic metal band, con qualche atmosfera lontanamente assimilabile al gothic; insomma nulla di particolarmente originale o che non abbiano suonato già in tanti. Confesso di essere anche stato abbastanza in difficoltà nei vari ascolti dell’album per la realizzazione della recensione, a causa del fatto che solo raramente le canzoni sono incisive e coinvolgenti e spesso è presente il pericolo di rasentare la noia, anche per la mancanza di ritmo ed energia. Oltre al fatto che abbiamo davanti ben 14 pezzi per oltre 75 minuti di musica (obiettivamente troppi!), ci sono anche diversi brani che funzionano solo in parte o non funzionano proprio, a causa di inutili orpelli o semplicemente perchè sono troppo lunghi ed avrebbero bisogno di una robusta sforbiciata. Canzoni come “Sortileges” o la lunghissima “St, Matthieu” sembrano non finire mai e fanno venire spesso la voglia di skippare oltre. La scelta poi di aggiungere brani dal precedente full-lenght, altrettanto lunghi e poco efficaci o coinvolgenti, non mi sembra sia stata delle più indovinate. Ci sono comunque brani validi, come ad esempio le ritmate “The messenger”, “Eldritch mirror” e “Chimaera”, oltre alle piacevoli due canzoni poste in chiusura e provenienti dal primo lavoro della band, ma non bastano a rendere appetibile questo disco. Se poi aggiungete che il lavoro di rimasterizzazione non mi pare abbia migliorato più di tanto il tutto (nel file di “Chimaera”, ad esempio, verso i 3’30” si sente un obbrobrio che fa venire in mente le vecchie audiocassette con nastro rovinato...), tanto che forse sarebbe stato meglio proprio ri-registrare tutto con l’attuale formazione (magari trovando anche un batterista...). Mi dispiace, ma questo ritorno sulle scene dei Mercury Rain con “St Matthieu – Remastered & Reborn” non è stato dei più efficaci.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Aprile, 2017
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Gli Avelion arrivano da Parma ed hanno alle spalle la realizzazione di due E.P. nel 2011 e 2013 (che ho già avuto il piacere di recensire sia su queste, che sulle gloriose pagine ormai scomparse di powermetal.it); giungono quindi al loro primo full-lenght con questo “Illusion of transparency”, registrato nei Domination Studio sotto la sapiente guida di Simone Mularoni che oramai è una garanzia di qualità assoluta. Il sound di questa band è un interessantissimo prog/power sulla scia di grandi maestri di questo particolare genere, come gli australiani Voyager e gli statunitensi Theocracy. A ciò gli Avelion aggiungono anche una discreta componente electro, grazie all’ottimo uso delle tastiere di Oreste Giacomini, che rende ancora più particolare e personale la loro proposta musicale. Naturalmente per suonare questo tipo di metal, serve una tecnica non indifferente, particolare che non manca ai musicisti del gruppo, né all’ottimo cantante William Verderi, dotato di un’ugola calda e pulita ed estremamente espressiva che mi ha vagamente ricordato quella del grande Michele Guaitoli (Overtures e Kaledon). L’album è composto da 10 pezzi, cui si aggiunge una bonus track purtroppo non messa a disposizione per questa recensione. Non ho riscontrato alcun momento qualitativamente inferiore all’eccelso, tutto funziona alla perfezione e non c’è assolutamente niente fuori posto; ogni brano, infatti, ha una sua struttura ben precisa e procede senza intoppi o inutili orpelli o ammennicoli vari, evidenziando in questo come la band adesso sappia perfettamente come costruire una canzone funzionale, equilibrata e funzionante (cosa che in passato non era successo sempre). Nonostante il genere proposto non sia di semplice assimilazione, l’attenzione ed il gusto per le melodie rendono scorrevole il tutto ed è stato un gran piacere procedere, ascolto dopo ascolto, con la recensione. Qui c’è davvero tanta roba, tanta carne al fuoco, ma mai in maniera esagerata ed i quasi ¾ d’ora del lavoro sembrano volare senza nemmeno rendersene conto. Non ho un pezzo preferito, perchè davvero tutti sono estremamente gradevoli e convincenti, oltre che coinvolgenti. Gli Avelion con questo ottimo “Illusion of transparency” bussano all’Olimpo del prog/power mondiale con tutte le potenzialità per entrarne a far parte in pianta stabile!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Aprile, 2017
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Gli Immortal Machinery arrivano dall’Inghilterra e si sono formati nel 2013. Dopo un debut album nel 2015 (a me sconosciuto ed intitolato “At the end of time”), ci presentano il loro secondo disco intitolato “An imperfect storm”, con un inquietante cuore ghiacciato in copertina. Il sound della band è un melodic metal dalle forti tinte dark/gothic, grazie anche alla profonda ed impostata voce del chitarrista e cantante Steph K, che ricorda lontanamente un mix tra Elvis Presley e Robert Smith, senza però avere il carisma e la grinta di questi mitici cantanti. L’album è composto da nove brani, alcuni dei quali anche interessanti ma che, nel loro insieme, non convincono più di tanto. Non che l’ascolto sia stato particolarmente negativo o noioso (tranne il pezzo finale di cui parleremo più avanti), però manca quella scintilla, quella hit che ti fa saltare dalla sedia; servirebbe anche un po’ di ritmo ed energia in più, al fine di rendere il tutto più scorrevole. Si parte con “I’m not sorry”, canzonetta orecchiabile, il cui coro ricorda terribilmente una canzone pop degli anni ’80 di cui non riesco a ricordare il titolo. Piacevole anche “Tongues of fire”, forse la migliore del disco, di sicuro la più ritmata, con la presenza anche di ignoto violinista che non dispiace per niente. Per il resto, una serie di brani che non sono poi così male, ma non entusiasmano e non coinvolgono particolarmente. Il peggio lo si raggiunge alla fine, con “Barbiturate blues” che è una specie di cover rallentata e strapazzata della meravigliosa “One” degli U2 (esatto, proprio quella che è stata definita tra le canzoni rock più belle della storia della musica!), a cui vengono aggiunti dei tratti di blues che semplicemente non ci azzeccano niente né con il contesto dark/gothic del resto del disco, né tanto meno con la predetta “One”; insomma uno sfacelo che dura pure quasi 6 minuti e mezzo, talmente noioso e ripetitivo da sembrare interminabile. Se, insomma, gli Immortal Machinery avessero evitato l’ultimo brano sarebbe stato molto meglio, rendendo questo “An imperfect storm” un album quasi sufficiente; lo scempio finale ha semplicemente affossato definitivamente qualsiasi speranza.

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