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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    21 Gennaio, 2019
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Tra i tanti dischi usciti il 18 gennaio, annoveriamo anche il come-back dei francesi Fenrir (da non confondere con le tante omonime bands sparse per il mondo, tra Argentina ed Australia), intitolato “Legends of the grail”, dotato di splendida copertina e con testi che parlano della leggenda di Re Artù ed i cavalieri della tavola rotonda. I Fenrir francesi si sono formati nel 2006 in Lorena e, dopo due demo, avevano debuttato con un full-lenght nel 2012, niente meno che per la Season Of Mist, al sottoscritto purtroppo sconosciuto. Il sound della band è fondamentalmente un folk metal con voce femminile, anche se la band si lascia andare in alcuni pezzi (pochi per fortuna) verso il tanto inflazionato female fronted melodic metal. Ora, se in campo folk, una voce femminile come quella della brava Elsa Thouvenot può essere una carta vincente, considerando anche che il growling compare molto raramente e solo come backing vocals; al contrario, quando i francesi tendono a mettere in secondo piano la componente folk per sfociare nel più canonico female fronted melodic metal (come in “Morgane”), il tutto rischia di diventare alquanto stucchevole e fin troppo scontato, oltre che decisamente poco originale; la cantante inoltre tende un po’ ad esagerare con i liricismi, con il pericolo di stancare abbastanza presto e perdere pesantemente in espressività. La presenza in formazione di un violinista come Bruno Giglio (ma anche la stessa cantante lo suona), andrebbe sfruttata meglio per esaltare la componente folk ed evitare di diventare l’ennesima scontatissima female fronted melodic metal band. In questo possono contribuire anche le due chitarre, specie se ridimensionano la presenza dell’elettricità a favore dell’acustica, come accade in alcune delle migliori tracce del disco (ad esempio “Brocéliande” o la finale “Mists of Avalon”). Ogni tanto compare anche uno strumento a fiato (credo un piffero) ed anche questo potrebbe essere sfruttato meglio per aumentare la componente folkeggiante. Non mi ha convinto molto la registrazione; comprendo che si tratta di un’autoproduzione e quindi bisogna fare di necessità virtù, magari con mezzi economici limitati, ma il suono della batteria poteva essere migliorato. Tirando le somme “Legends of the grail” dei Fenrir raggiunge comunque la sufficienza, nonostante ci siano diverse cose che possono essere migliorate, le qualità ed il talento ci sono e sono sicuro che i francesi in futuro sapranno fare ancora meglio di così, specie se si tufferanno totalmente nel folk metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Gennaio, 2019
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I Metal Inquisitor sono sulla scena metal tedesca addirittura da 20 anni, ma ammetto di averli sentiti nominare per la prima volta solo un mese fa, quando la Massacre Records ci ha proposto la recensione di questo “Panopticon”, loro quinto album da studio. Dato che sono sempre curioso di scoprire nuove bands, specie se vengono descritte come “classic heavy metal”, mi sono subito messo all’ascolto, pensando di trovare qualcosa di accostabile alla NWOBHM, pur se la band proviene da Koblenz in Germania. Obiettivamente qualcosa del buon vecchio heavy metal inglese c’è; qualche richiamo ai maestri Iron Maiden, ad esempio, lo troviamo nelle parti soliste della chitarra di Blumi ed, in genere, nel rifframa; mi sarei aspettato più protagonismo del basso di Cliff, ma qui entriamo nel campo dei gusti personali. Il batterista Havoc pesta come un dannato, tanto che spesso si sfocia nello speed metal, aiutati in questo dalla voce del singer El Rojo che è decisamente adatta a questo genere musicale, più che all’heavy classico. L’ascolto è gradevole lungo i 9 brani che compongono il disco, per una durata totale di poco superiore ai 42 minuti, con una registrazione più che valida che permette di assaporare degnamente tutti gli strumenti e la voce. Si potrà obiettare che i Metal Inquisitor non sono originali e che in tantissimi hanno suonato questa musica prima di loro, ma non credo che l’obiettivo del gruppo teutonico sia quello di essere innovativi. Qui si respira infatti passione per queste sonorità old-style e voglia di suonare la musica che si ama e tanto deve bastarci. Personalmente, ho apprezzato maggiormente i pezzi più vicini allo speed metal (“Shock tactics”, “Trial by combat”, “War of the priests” e “Discipline and punish”, a titolo esemplificativo), ma obiettivamente non ho trovato brani non coinvolgenti o da bocciare, tranne forse la lunga “Scent of fear” che poteva rendere meglio con un po’ più di ritmo ed una durata inferiore. I Metal Inquisitor con il loro “Panopticon” non passeranno alla storia del metal, ma sono un piacevole ascolto per chi ha qualche annetto in più sulle spalle e non va alla ricerca di originalità. Sufficienza ampiamente meritata.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Gennaio, 2019
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Seguo i tedeschi Gloryful sin dal loro esordio, con il gradevole “The warrior’s code”, ed arrivano adesso a tagliare il traguardo del quarto album, con questo “Cult of Sedna”, disco dotato anche di discreta copertina. Chi conosce la band di Gelsenkirchen, sa già cosa aspettarsi dato che il loro power metal è sostanzialmente invariato rispetto al passato. E purtroppo non è cambiato nemmeno il cantante, dato che c’è ancora Johnny La Bomba, non dotato di ugola cristallina, ma di un vocione sporco, poco espressivo, non troppo aggressivo... che insomma non è mai stato niente di eccezionale e che costituisce il vero tallone d’Achille di questo gruppo. A livello musicale, infatti, nulla da dire sulla qualità del combo; Jens Basten (altrimenti noto come “Shredmaster J.B.”) ed Adrian Weiss ci sanno fare con le chitarre ed imbastiscono ottime parti soliste, il batterista Hartmut Stoof picchia come un fabbro e fa un buon lavoro con la doppia-cassa, mentre il bassista Daniel Perl ricama in sottofondo e sostiene ottimamente il ritmo. I 9 pezzi (cui si aggiungono le solite inutili intro ed outro) dell’album dal punto di vista musicale sono godibili, anche se sono il classico canonico power metal di matrice nord-europea; si distingue dal resto l’hard-rockeggiante “Desert stranger”, anche se effettivamente non c’entra niente con il resto dei brani. L’ascolto non è difficoltoso, anche se non lascia nulla di particolare alla fine. Purtroppo, continuando a questa maniera, i Gloryful sono destinati all’anonimato ed hanno bisogno come il pane di un cantante decente. “Cult of Sedna”, quindi, è solo in grado di strappare una risicata sufficienza, ma non oltre.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    20 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2019
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I Flotsam and Jetsam sono tra le storiche thrash metal bands americane che, a mio parere, hanno raccolto molto meno di quanto in realtà meritavano per il loro notevole talento. E questo probabilmente perchè sono stati abbastanza incostanti nel corso della loro carriera, sfornando dischi eccezionali, come gli storici “No place for disgrace” o “Doomsday for the deceiver” ed il più recente “Flotsam and Jetsam”, ma anche qualche passo falso clamoroso come la produzione degli anni ’90, soprattutto con dischi come “Cuatro” e “When the storm comes down”. Eppure hanno sempre avuto una tecnica fuori dal comune ed un cantante tra i migliori nel thrash (se non IL migliore). Forti di questa tecnica mostruosa, con il nuovo batterista Ken Mary (che si cimenta per la prima volta con il thrash, dato che finora aveva suonato principalmente hard rock con gente come Alice Cooper, Impellitteri e Chastain), i Flotsam and Jetsam sfornano il loro quattordicesimo album da studio, intitolato “The end of chaos”, con il redivivo e simpatico lucertolone in copertina (era dai tempi del primo album che non si vedeva) che questa volta ha staccato una mano alla statua della libertà. Sono bastate le prime note dell’opener “Prisoner of time” per rendermi conto che avevo davanti un album eccezionale, in grado di confermare quanto di valido la band di Phoenix aveva realizzato con il precedente lavoro, ma anche di non sfigurare al confronto dei primi due dischi della loro carriera che ormai fanno parte della storia del thrash mondiale. 12 pezzi uno più bello dell’altro, cantati alla grande, come sempre ha fatto Eric “AK” Knutson, e suonati in maniera impeccabile con tutti i musicisti a distinguersi per una prestazione fuori dal comune. Le due chitarre di Steve Conley e Michael Gilbert regalano sempre riff granitici ed assoli di gran gusto, il basso di Michael Spencer pulsa a dovere e si lascia andare anche a qualche parte solista (come all’inizio di “Unwelcome surprise”); il nuovo batterista Ken Mary, infine, picchia come un dannato, usando la doppia cassa in maniera eccezionale, come se avesse suonato thrash sin dalla sua infanzia. La registrazione agli Jacob Hansen Studios in Danimarca è poi semplicemente perfetta, come ci si attende da una band di tale spessore, da una label come la AFM e da un producer come appunto Jacob Hansen (www.jacobhansen.com). Tornando ai brani, sarei in enorme difficoltà se qualcuno mi chiedesse di indicare i migliori del disco, dato che obiettivamente sono tutti di un livello qualitativo eccelso; diciamo che i primi che mi vengono in mente sono quelli della infuocata parte centrale con “Architects of hate” e “Demoliton man” (scelto per uno dei singoli), ma anche la splendida “Snake eye”, con il riffing classico dei Flotsam and Jetsam, oppure la tellurica “Good of bad” o l’ottima “Recover” (altro singolo)... credo sia inutile prolungarsi ulteriormente, con “The end of chaos” i Flotsam and Jetsam hanno realizzato un disco semplicemente mostruoso; siamo solo a gennaio, ma forse abbiamo già davanti il disco thrash del 2019 e sarà difficile per chiunque fare meglio!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    19 Gennaio, 2019
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Non ho mai seguito in maniera approfondita i Raven, nonostante la band dei fratelli Gallagher sia una delle più importanti e longeve realtà della NWOBHM, con ormai 45 anni di carriera alle spalle. Quando si è concretizzata la possibilità di recensire questo live album, intitolato "Screaming Murder Death from Above: Live in Aalborg", mi sono detto che era la giusta occasione per iniziare ad approcciarmi ai Raven ed alla loro musica. Indicate come una delle principali band che hanno dato origine allo speed metal, fonte di ispirazione per numerosissimi altri musicisti, effettivamente i Raven costituiscono un pezzo di storia del metal. Accanto a Mark e John Gallagher, troviamo il nuovo batterista (entrato in formazione di recente) Mike Heller, talentuoso musicista americano che milita in numerose altre bands (tra cui ricordiamo i Fear Factory). Il live è stato registrato ad Aalborg in Danimarca a fine novembre 2017 ed è composto da 11 inni metallici, alcuni dei quali risalenti anche agli albori della lunga carriera del gruppo britannico. Poco più di 54 minuti che mettono in mostra come, anche alle soglie dei 60 anni, i fratelli Gallagher siano ancora animali da palcoscenico e sappiano ancora regalare del fottutissimo heavy metal al proprio pubblico. Si tratta del terzo live album della carriera dei Raven, ma ritengo che "Screaming Murder Death From Above: Live in Aalborg" possa essere un ottimo modo per le giovani leve per approcciarsi a questa storica band, ma anche per chi, come me, fino ad oggi non aveva mai avuto modo di approfondirne la conoscenza. Se, invece, siete già fans dei Raven, calcolando che l’ultimo live album risale a metà degli anni ‘90, credo che non vorrete perdervi questo nuovo disco dal vivo dei vostri idoli.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 13 Gennaio, 2019
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Uscito a giugno 2018, ma arrivatoci solamente pochi giorni fa, “Tales from this land” è il debut album dei varesotti Aexylium, interessantissima band scoperta dalla sempre attenta Underground Symphony Records. Presentati come ispirati da Eluveitie, Korpiklaani, Alestorm e Folkstone, in realtà mi sembrano molto più vicini allo stile scanzonato degli Elvenking. Se infatti togliamo le poche parti cantate in growling, il folk metal degli Aexylium è molto più accostabile alla band di Aydan & C. che a gente come Alestorm o Folkstone (cui sono avvicinabili solo per la presenza della cornamusa). Steven Merani, inoltre, ha una voce che può anche essere paragonata a quella di Damnagoras a livello stilistico, molto più che a gente come Glanzmann e Järvelä. Lo stile scanzonato ed allegro degli Aexylium, poi, è decisamente affiancabile a quello della band friulana; puramente a titolo esemplificativo, se una canzone come “Revive the village” fosse in un disco come “The winter wake” e “The scythe”, ci starebbe davvero bene e non sfigurerebbe per niente! Detto questo, approfondiamo l’analisi di “Tales from this land”; il disco, dotato di notevole artwork, è composto da 10 brani, più piacevole intro, per una durata complessiva di poco superiore ai 40 minuti. Tutti i pezzi sono decisamente efficaci, molto frizzanti e veramente orecchiabili e coinvolgenti, segno che il songwriting del gruppo è già di notevole qualità. Ho trovato davvero difficile rimanere fermo durante l’ascolto, perchè tutti i pezzi infondono energia ed invitano a zompettare qua e là. L’uso poi di strumenti tradizionali come violino, flauto, banjo e cornamuse donano quel flavour medievaleggiante che è sostanzialmente fondamentale in uno stile come il folk metal. Come detto, il cantato è di notevole qualità e persino le backing vocals in growling non sono mai esagerate e donano, quando serve, quell’aura di cattiveria che stempera un po’ la leggerezza di fondo del sound. Sono rimasto piacevolmente, molto piacevolmente sorpreso dal debut album degli Aexylium, che costituisce un altro centro per la Underground Symphony; mi dispiace solo non aver avuto prima a disposizione questo “Tales from this land”, perchè di sicuro sarebbe entrato nella mia top10 dei migliori dischi del 2018; molto probabilmente il migliore in campo folk metal.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Gennaio, 2019
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I Big Bad Wolf arrivano da Ljubljana in Slovenia e sono attivi sin dal 2011. Mi sono stati presentati come speed/heavy metal, ma non hanno niente a che vedere con bands come Exciter o Agent Steel (tanto per citare i primi nomi storici di speed metal bands che mi sono venuti in mente), dato che in realtà sono fin troppo ispirati dai Motörhead. Il rischio di essere etichettati come un clone venuto male, da quello che ho potuto ascoltare, è fin troppo evidente; lo stile del cantante David è chiaramente mutuato da quello del compianto Lemmy che viene imitato in maniera evidente, persino il bassista Damjan (fratello del cantante) ripercorre con il suo strumento lo stile del mitico bassista inglese. Un po’ più di personalità sarebbe dunque estremamente necessaria; va bene la passione e l’amore per i propri idoli, ma siamo sul limite della scopiazzatura. E dire che l’attacco della prima canzone “Dingo fever” trae persino in inganno, con un attacco davvero degno del migliore speed metal ed un urlaccio bello acuto ed isterico... ma poi basta l’arrivo del cantato vero e proprio per ancorarsi su territori tipicamente da Lemmy & C. “Outrage of modesty” è il debut album della band slovena, uscito nel 2018 come autoproduzione, dotato di una copertina piacevole ed anche leggermente pruriginosa. L’album è composto da 12 pezzi per poco più di 43 minuti di musica; i brani sono quindi tutti abbastanza concisi in quanto a durata, segno che almeno da questo punto di vista la band sa essere efficace e non inutilmente prolissa; per il resto non ho notato particolari differenze tra loro o variazioni degne di nota. L’ascolto è gradevole, anche se abbastanza scontato. Se quindi siete fans sfegatati dei Motörhead, probabilmente questo “Outrage of modesty” dei Big Bad Wolf potrà anche fare al caso vostro; per quanto mi riguarda, invece, non è in grado di raggiungere la sufficienza, dato che mi sarei aspettato qualcosa di meglio, visto che le potenzialità mi sono anche sembrate buone.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 07 Gennaio, 2019
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I Demonik arrivano dalla Spagna e sono attivi sin dal 2007, originariamente sotto l’inflazionato nome “Demon”, poi modificato nell’attuale nel 2012. Hanno realizzato finora tre dischi da studio ed un doppio live-album. A fine ottobre 2018 è uscito appunto il terzo full-lenght in studio, intitolato “Rise from chaos” e dotato di un artwork alquanto bruttino. Da appassionato del thrash più tecnico, di gente come Anacrusis e Despair, non mi sono lasciato sfuggire il lavoro dei Demonik (presentatomi proprio come “technical thrash”), pur non conoscendo il passato della band iberica. Sono bastati pochi secondi dell’opener “Burning my soul” per rimanere spiazzato, dato che mi è sembrato di avere a che fare con una band di brutal death con un cantato in growling cavernoso e gutturale; poi il brano si placa e si avvicina al thrash, pur rimanendo fortemente contaminato dal death metal (il predetto growling farà spesso la sua comparsa in questo pezzo). Con “Rise”, pur mantenendo sempre la matrice thrash, si rimane vicini al death, con un bel carico di groove. “Insomnia” ricorda il thrash/groove di scuola americana, mentre è con la successiva “Chaos” che finalmente si va su territori più tipicamente thrash. Arriva poi la mazzata di “Voices from hell”, canzone pressoché infinita che dura 24 minuti, in cui c’è dentro di tutto (perfino una voce femminile simil-lirica!), di fronte alla quale non so quante volte mi sono chiesto se non valesse la pena di skippare alla traccia successiva. “Monster” riaccende in me la speranza, con il suo thrash bello diretto e senza particolari fronzoli, ergendosi, assieme alla già citata “Chaos”, a canzone migliore del disco. Non sarebbe male anche la successiva “To live”, se non fosse per il difetto di durare un’altra eternità di quasi 14 minuti, ed è un peccato perché, se il brano si fosse concluso dopo 4’30”, parleremmo di un’altra freccia a bersaglio; al contrario i Demonik hanno voluto “allungare il brodo” in maniera che non condivido, se poi aggiungiamo che ricompare il growling da brutal death nella seconda metà, capirete che il danno è fatto e non bastano le ottime parti soliste conclusive a salvare questo pezzo. Il disco si conclude con “Legion”, altra traccia esagerata nei suoi 8 minuti di violenza sonora. “Rise from chaos” non è un disco memorabile, i Demonik hanno voluto esagerare mettendo “troppa carne al fuoco”, oltre 73 minuti di thrash in soli 8 pezzi sono un inutile spreco di tempo (specie per chi se li è dovuti sorbire più volte, come il sottoscritto!), le backing vocals in stile brutal death non c’entrano assolutamente niente con il thrash metal, ma disturbano semplicemente l’ascolto (se voglio ascoltare brutal death, mi vado a prendere una band che lo suona e non mi metto a cercare il thrash metal!). La band iberica ha bisogno di migliorare notevolmente il proprio songwriting, partendo dalle ottime parti soliste di chitarra, ma evitando di strafare e puntando soprattutto all’efficacia dei singoli componimenti che, a questa maniera, lascia a desiderare per eccessiva eterogeneità.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Gennaio, 2019
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Con il nome “Tornado” esistono o sono esistite numerose bands, fra cui anche una divisa tra Tampere in Finlandia e gli States, dedita ad un piacevole thrash metal. Nell’agosto del 2018, è uscito il loro terzo album, intitolato “Commitment to excellence”, dotato di un piacevole artwork che fa pensare allo sci-fi. Mi ha colpito in negativo l’aspetto del frontman chiamato Superstar Joey Severance (un nome d’arte che è tutto un programma!): lunghi rasta che non c’entrano niente con l’essere musicista metal, un trucco in stile “Santa Muerte” che non ho ben chiaro se vuole sembrare cattivo o ridicolo, insomma un personaggio dall’immagine controversa che non mi ha nemmeno convinto come singer; per carità non è male, sa essere anche espressivo quando serve, ma ci sono parecchi cantanti, anche nel thrash, molto migliori. Nel disco ci sono parecchi ospiti, fra cui i più famosi sono il mitico Glen Drover (ex-Megadeth), Ross Dolan degli Immolation e Karl Sanders dei Nile. L’album è composto da 10 pezzi, cui si aggiunge la solita inutile intro (giustamente intitolata “Un minuto di nulla”); si tratta di thrash suonato bene e dal piglio moderno, pur senza dimenticare la lezione del mosh degli Anthrax e proseliti. Non mi ha convinto la registrazione, forse un po’ troppo “claustrofobica”, ma può essere una precisa scelta in fase di produzione, per rendere più grezzo il sound. I pezzi tutto sommato funzionano bene, grazie anche a piacevoli parti soliste del chitarrista Tommy Shred (al secolo Tuomas Leskinen), e l’ascolto non risulta complesso; l’energia che sprigionano i brani è notevole ed un thrasher affezionato alla scena newyorkese potrà sicuramente apprezzare. Da segnalare, in tal senso, anche la presenza di una cover dei mitici S.O.D. di Billy Milano. Dubito che i Tornado ed il loro “singolare” cantante possano passare alla storia del thrash metal, ma questo “Commitment to excellence” resta comunque un disco discreto in grado di raggiungere senza problemi la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    06 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 06 Gennaio, 2019
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I Kobold arrivano da Belgrado in Serbia e si sono formati nel 2015. Dopo due E.P. (uno dei quali live), nell’estate 2017 si sono autoprodotti il loro debut album intitolato “Death parade”, arrivato nella nostra disponibilità solo di recente, grazie alla ristampa effettuata dalla Iron, Blood & Death Corp. ad agosto 2018. Il sound di questo trio serbo è un ferocissimo speed metal, ispirato alla scena nord-americana degli anni ‘80/’90 (tanto che hanno anche inserito una cover dei mitici Exciter), con uno screamer che urla la sua rabbia dall’inizio alla fine.... vorrei vedere le condizioni delle sue corde vocali alla fine di un concerto! A dettare il ritmo, spesso forsennato, è il valido batterista Sergej Radan (sostituito da Marko Stefanović dopo l’uscita dell’album), con il basso di Savo Kraljević a dare spessore e la chitarra del cantante Elio Rigonat che ci concede anche piacevoli parti soliste. Niente di originale sotto questo cielo, ma è indubbio che lo speed metal suonato dai Kobold è fatto con passione, perizia e sicuramente farà breccia nei cuori di chi ama queste sonorità così “old-fashioned”. Si potrà obiettare che il cantante potrebbe migliorare la propria tecnica, si potrà anche far notare che forse 15 canzoni (per quasi un’ora di musica) sono un po’ troppe e magari si poteva fare a meno di qualcuna, per dirottarla su un eventuale prossimo E.P., ma alla fin fine la prima tiratura è stata in autoproduzione ed è giusto che i Kobold abbiano fatto di testa loro, anche con qualche errore probabilmente dettato dall’inesperienza. La ricetta dello speed metal non è troppo complicata ed i Kobold l’hanno imparata bene; la Iron, Blood & Death Corp li ha infatti adocchiati per produrre il loro prossimo album (nel frattempo in lavorazione), indubbiamente potranno migliorare in futuro perchè hanno buone potenzialità, ma questo “Death parade” resta comunque un debutto positivo.

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