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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Ottobre, 2017
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Quando mi è arrivato questo E.P. di debutto degli iraniani Internal Chaos, dal titolo “Chaotic sounds propagation”, mi sono subito incuriosito sia per la provenienza geografica (raramente ho ascoltato gruppi provenienti dall’Iran), ma anche perchè la band veniva descritta come (cito testuale) “Iranian Symphonic Metal Band”... di fatto, di metal sinfonico in questi 5 pezzi non c’è traccia alcuna, perchè quello che ho avuto modo di ascoltare è totalmente lontano dal metal sinfonico, ma è un melodic death metal, con qualche influsso di deathcore, soprattutto nell’uso particolare del growling da parte del vocalist (che obiettivamente non esalta nemmeno quando usa le clean vocals). C’è anche qualche richiamo alla musica orientale, che apre interessanti scenari al sound che, altrimenti, sarebbe stato estremamente poco originale. Quando, infatti, non ci sono richiami alla musica orientale, il melodic death degli Internal Chaos non è proprio esaltante e mi ha fatto rimpiangere i periodi negli anni ’90 in cui ascoltavo questo genere musicale, folgorato da gente come Dark Tranquillity, Children of Bodom ed In Flames. Anche se, obiettivamente, questi ragazzi iraniani non hanno le qualità di quelle bands scandinave.... senza contare che arrivano con circa un quarto di secolo di ritardo. Ecco quindi che sono le benvenute le contaminazioni con la musica della loro terra natia, al fine di rendere quanto meno interessante l’ascolto e permettere a “Chaotic sounds propagation” di raggiungere la sufficienza. Se siete incuriositi da una metal band mediorientale e siete fans sfegatati del melodic death metal, fate un pensierino a questo E.P.; altrimenti c’è tanta scelta musicale in giro per il mondo...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Ottobre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Avevo conosciuto verso la fine del 2015 i tedeschi Infinight, rimanendo favorevolmente colpito dal loro terzo full-lenght “Apex predator”; è adesso arrivato il turno di un E.P. di quattro brani intitolato “Fifteen”, uscito negli ultimi giorni del 2016, ma arrivato al nostro sito solo di recente. Come avevo avuto modo di evidenziare nella recensione dell’album, lo stile degli Infinight è alquanto distante dal classico power metal teutonico, essendo più accostabile al power più melodico di scuola scandinava; anche in questo disco il sound è rimasto pressoché invariato, con quel godibilissimo ed orecchiabile power che richiama alla mente i fasti dello scorso decennio di bands come Dreamtale o Crystal Eyes, senza andare a scomodare i nomi di big come gli Stratovarius. Chi ha amato quelle sonorità (ed io sono tra questi), di conseguenza non potrà rimanere indifferente davanti al sapiente lavoro di questa band che, seppur non particolarmente originale, indubbiamente sa suonare molto bene e comporre brani efficaci che convincono sin dal primo ascolto, tra l’altro anche con un valido cantante. Se poi aggiungiamo che si mettono a suonare anche un brano acustico in maniera spettacolare, come nel caso di “Here to conquer”... bé capirete che qui abbiamo tra le mani un gran disco! Ed è davvero un peccato che duri solo poco più di 20 minuti e ci siano solo 4 brani, perchè sinceramente finivo per non stancarmi mai di premere il tasto “play” ogni volta che il lettore terminava il suo lavoro. Mi meraviglio ancora una volta di come una band del valore degli Infinight ancora non abbia un contratto discografico (tra l’altro proprio in Germania, terra in cui pullulano labels importanti), perchè è indubbio che questo “Fifteen” sia tra le migliori uscite in campo power che mi sia capitato di ascoltare recentemente; tanto che mi dispiace di averla avuto a disposizione solo recentemente, perchè altrimenti sarebbe sicuramente finita nella mia personale top 10 dei migliori dischi del 2016.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 14 Ottobre, 2017
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Ci sono numerosi gruppi in giro per il mondo con il nome “Drakkar”; questa volta parleremo di uno dei primi ad aver usato questo monicker; la band che proviene dal Belgio, infatti, è stata fondata addirittura nel 1983 e, tra varie vicissitudini, arriva quest’anno al quarto album con questo “Diabolical empaty”, composto da 13 tracce, alcune delle quali classificabili come brevi intro/outro (carina la conclusiva “Opening towards the end”, palesemente ispirata all’overture della “Carmen” di Bizet). Il sound dei belgi è un roccioso heavy metal, con qualche passaggio vicino allo speed/thrash ed un pizzico di modern metal, nulla quindi di particolarmente originale. Tutto sommato, non dispiace a livello strumentale, si sente infatti che il leader Pat Thayse (unico rimasto della formazione originale) e Richard Tiborcz ci sanno fare con le chitarre, che sono poi gli strumenti principali su cui è basato tutto il sound della band. Anche la sezione ritmica di Humungus (basso) e Adrien Delgambe (batteria) svolge il proprio compito degnamente, certo senza strafare (forse il batterista potrebbe essere più protagonista), ma senza mai lasciare l’amaro in bocca. Cosa che invece succede sostanzialmente subito con il cantante Leni Anderssen, dotato di un’ugola ruvida, sporca ed acida che, a mio parere, non si sposa proprio al meglio con la musica della band; non a caso trovo che il brano migliore del disco sia la ballad “Stay with me”, in cui la sua prestazione è più ricca di pathos ed enormemente ammorbidita dalla presenza di una voce femminile con cui duetta. Nella restante parte del disco, invece, la prestazione del vocalist è sempre aggressiva ed energica, anche troppo ad essere sinceri; quando poi si presentano backing vocals in stile metalcore (come in “Stigmata”), il tutto peggiora ancora di più. Ed è un vero peccato, perchè ritengo che con una voce più melodica e pulita, il sound dei Drakkar ne avrebbe guadagnato enormemente. Sia chiaro, qui siamo nel delicato terreno dei gusti personali; è indubbio che ci potrà essere chi la penserà diversamente, anche perchè obiettivamente Leni Anderssen non è scadente come screamer. Un altro particolare che non aiuta è poi il minutaggio eccessivo di alcuni brani che superano abbondantemente i 5 minuti e che forse avrebbero maggiore efficacia se leggermente ridotti. Per quanto mi riguarda, pur riconoscendo che a livello musicale “Diabolical empaty” dei Drakkar non è niente male, di fatto non mi ha colpito positivamente per le problematiche sopra evidenziate e non è in grado di raggiungere la sufficienza.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Ottobre, 2017
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Sono passati quasi 10 anni da quel meraviglioso disco intitolato “Master of illusion” ed i Power Quest, dopo un disco discreto come “Blood alliance” nel 2011 ed una “pausa” per scioglimento della band di 3 anni (2013/2016), sono finalmente tornati ai livelli a cui ci avevano abituato in passato con un nuovo album intitolato “Sixth dimension”, la cui notevole copertina è stata realizzata con il suo classico stile dal maestro Felipe Machado Franco. 9 brani fanno parte dell’album, per la curiosa durata di 54 minuti e 54 secondi. Sono bastate le prime note dell’opener “Lords of tomorrow” per convincermi che avrei finito per amare questo disco; ho sempre adorato lo stile dei Power Quest, sin dai tempi in cui cantava il grande Alessio Garavello (che questa volta ha curato la registrazione nei londinesi Rogue Studios) ed anche questa volta non sono assolutamente rimasto deluso. Il leader Steve Williams, infatti, dopo aver reclutato quasi per intero una nuova band (i soli Paul Finnie al basso e Rich Smith alla batteria erano presenti anche sul precedente disco), è tornato ad essere ispirato nelle composizioni, riuscendo a mettere insieme 9 canzoni semplicemente azzeccate, nel classico stile dei Power Quest, quel power metal bello frizzante, con un occhio sempre attento alle melodie, orecchiabile, coinvolgente e divertente. Sempre come consuetudine della band, attorno alle tastiere del leader, le due chitarre ricamano assoli di gran gusto, mentre basso e batteria imprimono un ritmo sempre allegro e ricco di energia. C’è poi la voce di Ashley Edison, pulita, espressiva, calda all’occorrenza, come ogni cantante di power metal dovrebbe essere, riuscendo nel difficile compito di non far rimpiangere il passato in cui c’era il già citato mitico Alessio Garavello dietro al microfono. Una dopo l’altra, scorrono via vere e proprie hits di power metal, fino alla suite finale, la title-track “The sixth dimension”, che letteralmente sublima con i suoi 9 minuti un lavoro che non esito a definire tra i migliori dischi del 2017 in questo specifico genere musicale. Bentornati Power Quest!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Ottobre, 2017
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Avevo sentito parlare molto bene dei thrashers trentini National Suicide, ma non avevo finora mai avuto modo di ascoltare qualcosa di questa band; così mi sono approcciato con estrema curiosità a questa recensione (che originariamente doveva essere seguita da altro collaboratore... coraggio brò, ti aspettiamo più in forza che mai!). “Massacre elite” è il terzo album del gruppo, edito da Scarlet Records, dotato di una copertina che non mi fa impazzire e composto da 9 brani. Quando ho iniziato ad ascoltare l’opener “Death roll”, subito mi è venuto in mente un paragone con i mitici Overkill, sia per l’incedere mosheggiante del sound, come anche per il piacevole protagonismo del basso di Ivan Andreolli (e qui regge il paragone con D.D. Verni, colui che ritengo uno dei migliori bassisti della storia del thrash!), ma soprattutto per la voce di Stefano Mini che è molto ma molto simile a quella del Bobby “Blitz” Ellsworth dei bei tempi. Qualcuno potrà obiettare che i National Suicide non sono quindi particolarmente originali... non riesco a smentire questa affermazione, se non aggiungendo che, rispetto agli Overkill, i National Suicide sono decisamente più veloci grazie all’ottimo lavoro di Ema Revello alla batteria. Come, però, ho sostenuto tante volte, non me ne frega assolutamente niente se, a fronte di una mancanza di originalità o presunta tale, ho modo di ascoltare musica fatta bene, suonata ancora meglio e che mi regala sensazioni piacevoli! E’ questo il caso del thrash dei National Suicide: mi piace un sacco, mi coinvolge e mi conquista, grazie anche a parti soliste delle due chitarre davvero di gran gusto. Ho sbattuto come un fesso il mio capoccione su e giù, fino a torturarmi la cervicale, tutto solo qui davanti al pc mentre scrivevo questo testo, perchè è davvero arduo rimanere fermi mentre il wall of sound di questa validissima band vi viene incontro. Sparate in alto il volume e fatevi travolgere dal thrash dei National Suicide, perchè credo che “Massacre elite” sia tra i dischi migliori in assoluto del 2017 in questo particolare genere musicale. Da non perdere!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Ottobre, 2017
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Un po’ infastidito per la completa assenza di una seppur breve biografia sulla band (meno male che c’è “Encyclopaedia Metallum” a sopperire, fornendomi quanto meno i nomi dei musicisti!), mi sono messo all’ascolto del debut album dei thrashers canadesi Hazzerd, intitolato “Misleading evil”, dotato della classica copertina thrash americana, ispirata all’ambiente ed all’inquinamento. Sono bastate le prime note dell’opener “The tendencies of a madman” a farmi letteralmente saltare dalla sedia! Sono stato, infatti, sommerso da un Thrash metal con la “T” maiuscola come da tempo non mi accadeva. Gli Hazzerd hanno imparato molto bene le lezioni dei grandi nomi della Bay-Area, realizzando un sound che è certamente derivativo, ma è tremendamente efficace. E’ vero, insomma, che non hanno realizzato qualcosa di personale (i nomi di Exodus, Testament e Sacred Reich, nonché di certe bands della frangia più tecnica come Heathen e Forbidden, possono facilmente venire in mente), ma hanno comunque creato un wall of sound impressionante, nel quale ogni strumento ha la sua funzione basilare, con attimi di protagonismo per ognuno di essi. Non trovo niente, assolutamente niente che non funzioni egregiamente negli otto pezzi che fanno parte dell’album, tutti estremamente funzionali ed efficaci. Un assalto sonoro vero e proprio, violento, tecnico, ispirato, dannatamente ricco di energia che non può non colpire ogni thrasher che si rispetti. Se dovessi scegliere i brani migliori del lotto sarei davvero in difficoltà perchè, lo ripeto, tutti funzionano alla grande. Persino la voce del batterista Dylan “Shoes” Westendorp (voglio sentirlo da vivo però!), pur non essendo eccezionale e ricordando lontanamente Bobby “Blitz” Ellsworth (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del thrash mondiale!), ben si adatta al contesto generale ed anzi regala un tocco in più di energia e cattiveria al sound. Gli Hazzerd hanno indubbiamente fatto centro con il loro debut album, tanto che ritengo “Misleading evil” tra le migliori uscite nel panorama thrash mondiale nel 2017. Non lasciatevelo scappare!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    07 Ottobre, 2017
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Devo ammettere che, quando mi è arrivata la proposta di recensione di questo disco, ho letto sul genere suonato dalla band quell’inflazionatissima definizione di “Female fronted melodic metal” ed ho storto un po’ il naso.... inizialmente amavo questo genere musicale, poi sono cominciate a spuntare come funghi bands più o meno valide che suonavano tutte alla stessa maniera e sinceramente mi sono abbondantemente stancato. Sono quindi partito mal predisposto nei confronti dei romani Wait Hell In Pain e del loro debut album “Wrong desire”, concept album che tratta della violenza e degli abusi sulle donne. I primi ascolti non mi hanno convinto più di tanto, dato che la musica del gruppo capitanato dalla rossa e capace singer Kate Sale non è dei più easy-listening; è stato dopo qualche ascolto che ho cominciato a farmi conquistare, quando quel mix di gothic, heavy e melodic power, con qualche spruzzo di elettronica e modern, ha iniziato ad entrarmi nella pelle. I 9 brani (più una cover) hanno come protagonista la sfortunata May, che ha sopportato vessazioni fisiche e psicologiche da parte di un uomo, finché non ha deciso di portare alla luce il suo lato oscuro, il fiero lupo rimasto nascosto sotto il manto da agnellina. Ed il viaggio introspettivo di May ci accompagna nell’ascolto di queste canzoni davvero indovinate, ben suonate e cantate, dotate di ottime melodie, registrate come si deve (particolare da non trascurare, visto il particolare genere musicale della band). Non ci sono filler, né cose fuori posto, anzi i Wait Hell In Pain, formatisi nel 2011, dimostrano di avere ben chiaro come deve essere costruito un pezzo per poter essere efficace. Ripeto, “Wrong desire” non è un album facile, come per nulla facile è la tematica su cui è incentrato, però indubbiamente è un prodotto valido che mi ha convinto e che ascolto e riascolto sempre volentieri. I Wait Hell In Pain sono solo al loro primo lavoro e mettono in mostra ottime qualità complessive, mi aspetto ora da loro una conferma con un altro disco eccellente come questo!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    01 Ottobre, 2017
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“Something old, something new & something f**king live!!! From Europe” è il nuovo EP from dei metallers della Pennsylvania Power Theory. L’EP è composto da cinque pezzi, aperto dall’inedito "Brace for impact" che esplode immediatamente grazie alla batteria di Márton Veress; nella sua durata concisa (poco più di 3 minuti e mezzo) si dimostra un valido pezzo di heavy/power nel classico stile made in USA. Seguono i rifacimenti datati 2016 di "Axe to grind" e "Colossus", canzoni estratte dal secondo album della band “An axe to grind”, edito da Pure Steel Records nel 2012; non conosco le versioni originali, quindi non sono in grado di fare paragoni, ma si tratta di due pezzi abbastanza robusti, che non dispiacciono (soprattutto per le parti soliste delle chitarre), ma nemmeno hanno la possibilità di essere considerate delle hits che possano farti saltare dalla sedia. Chiudono il lavoro le versioni live di "Dark eagle" and "The truth shall set you free" (entrambe registrate durante un tour europeo ed entrambe facenti parte dell’ultimo full-lenght “Driven by fear”); la registrazione non è affatto male e mette ben in evidenza sia la voce che gli altri strumenti. Anche qui, si tratta di due pezzi non eccezionali, ma nemmeno scadenti, con la prima che forse è fin troppo cadenzata e ripetitiva, mentre l’ultima è più energica e frizzante. Questo E.P. dal lungo titolo è per i Power Theory una sorta di intermezzo in attesa di poter registrare un nuovo album; ritengo sia indicato per i fans della band e per coloro che apprezzano l’U.S. Metal anche se, tutto sommato, è un lavoro senza infamia e senza lode.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    30 Settembre, 2017
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Tocca ammetterlo: nonostante i francesi Lonewolf siano attivi dai primi anni ’90 del secolo scorso ed abbiano all’attivo ben 9 album con questo “Raised on metal”, la mia conoscenza si era sempre limitata al solo nome della band, senza mai aver avuto nemmeno la curiosità di ascoltare online qualcosa della band transalpina. Non dovevo nemmeno occuparmi io di questa recensione ma, complice delle difficoltà di un collega (buona fortuna bro’!), eccomi qua a parlarvi di questo full-lenght, dotato di piacevole copertina con un Efesto trasformato in una specie di divinità lupoide, composto da 10 pezzi, cui si vanno ad aggiungere due bonus-tracks per la versione in digipack (disponibile anche una versione in vinile limitata a 300 esemplari). Sono bastate le prime note dell’opener “Unleash the wolf” per convincermi e catturare la mia attenzione: energia, velocità, grinta e tutto quello che del buon power metal di scuola teutonica deve avere. Persino la voce del singer Jens Börner (che tanto francese non mi sembra, visto il nome...) è chiaramente ispirata alla scuola tedesca... ahimé quanti danni hanno fatto Boltendahl, Rock’n’Rolf, Udo e Peavy! Sia chiaro, non amo per niente il vocione roco e sporco di Jens Börner ma, tutto sommato, considerato il tipo di power metal, iper-veloce e fortemente debitore ai Grave Digger degli anni ’90, un’ugola così aggressiva ci può stare più che bene. Ecco, se proprio si volesse muovere un addebito ai Lonewolf, potrebbe essere quello di essere una versione più speed dei già citati Grave Digger con aggiunto un pizzico di Running Wild (nella parti soliste delle chitarre), particolare che non ci si aspetterebbe da una band con una così lunga carriera alle spalle. Visto comunque che ho improntato questa recensione ad estrema onestà, voglio proseguire su questa strada affermando che, da vecchio defender appassionato di simili sonorità, non me ne può fregare meno che niente del fatto che si difetti in personalità e che il sound assomiglia a quello di altri! Già, davvero poco importa, se poi ci si trova ad ascoltare una musica convincente, suonata come si deve, che è in grado di comunicarci sensazioni ed emozioni! Certo qualche brano è peggiore di altri (come la prima delle predette bonus-tracks), ma è tutto l’insieme che colpisce in senso positivo, grazie anche ad un’energia non comune. Forse non diventerò mai un fans sfegatato dei Lonewolf, ma questo “Raised on metal” mi ha convinto eccome ed è obiettivamente un disco più che valido di power metal!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    29 Settembre, 2017
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I Döxa nascono in Spagna nella primavera del 2007 per iniziativa del tastierista Victor Fernandez, ex-Darksun (band che ha realizzato dischi splendidi nel corso della sua storia); dopo due full-lenghts nel 2010 e 2013, a me purtroppo sconosciuti, arrivano al terzo lavoro con questo “Lust for wonder” (bella copertina!) edito dall’attiva label cipriota Pitch Black Records. Sinceramente, non appena ho sentito le prime note di “A game of you”, mi sono subito venuti in mente gli Epica o i Nightwish più recenti, impressione che è rimasta pressoché invariata per tutti i 12 pezzi che fanno parte dell’album. Come avrete capito, quindi, i Döxa suonano un canonico melodic symphonic metal con voce femminile; sono dunque originali o particolari? Direi proprio di no; il loro stile, anzi, non si discosta per niente dai modelli tipici di questo genere musicale, se non per il fatto che la brava cantante Rita Jimenez non ha la classica impostazione da soprano. C’è una notevole attenzione per le melodie, il ritmo imposto dalla batteria è sempre frizzante, le backing vocals maschili sono spesso e volentieri in un aggressivo growling (tranne che nella splendida “Queen of spades”), insomma c’è tutto quello che un appassionato di questo genere possa richiedere da un disco ed obiettivamente quello sporco lavoro di “copia/incolla” i Döxa lo fanno maledettamente bene! Il disco dura quasi un’ora, ma è dannatamente efficace, si lascia ascoltare che è un piacere e convince dall’inizio alla fine, grazie anche ad una struttura dei brani mai esagerata, dove ogni particolare è al posto giusto. Ritengo ormai sia praticamente impossibile essere originali in un genere come il female fronted melodic symphonic metal, in cui troppe bands hanno affollato ed inflazionato la proposta, spesso con risultati stucchevoli o semplicemente deludenti; i Döxa, invece, sono riusciti a realizzare un disco che, seppure obiettivamente non abbia niente di originale, è suonato bene ed è davvero un piacere ascoltare. “Lust for wonder” si candida per essere tra le migliori uscite del 2017 nello specifico settore e credo che ogni appassionato di female fronted melodic symphonic metal non debba farselo sfuggire.

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