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Opinione scritta da Ninni Cangiano

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    15 Settembre, 2018
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Mea Culpa! Non avevo mai sentito parlare dei romani This Void Inside, band nata come progetto personale del singer Dave Shadow addirittura nel 2003, con alle spalle solamente un full-lenght intitolato “Dust”, risalente al 2008. Sono trascorsi 10 anni ed a luglio di quest’anno, il gruppo romano è tornato a farsi sentire con un nuovo disco, intitolato “My second birth/My only death”, con in copertina una bella figliola dai capelli rossi che il nostro collega Anthony Weird sicuramente apprezzerebbe. Attorno al leader ed alla bassista Saji Connor, ci sono tre nuovi innesti, i due chitarristi Frank Marrelli ed Alberto Sempreboni ed il batterista Simone Gerbasi. Da segnalare la presenza sul pezzo “Meteora” di Max Aguzzi (chitarrista e vocalist dei Dragonhammer) e Diego Reali (chitarrista e vocalist degli Evidence, ex DGM). Ma che genere di musica suonano i This Void Inside? Su una base di gothic, innestano parecchie contaminazioni elettroniche, qualcosa di industrial, un po’ di dark wave degli anni ‘80 e perfino un pizzico di synth pop, grazie al quale sono più accostabili al rock che al metal; in alcuni passaggi addirittura mi sembra di ascoltare i vecchi Pet Shop Boys incattiviti, anche per la somiglianza del timbro vocale del singer Dave Shadow, con quello del più famoso Neil Tennant. 14 brani fanno parte di questo full-lenght decisamente accattivante e molto piacevole da ascoltare, specie per chi, come il sottoscritto, ha dentro di sé un animo dark. Atmosfere romantico-decadenti in abbondanza, con tutti gli strumenti che si ritagliano la loro parte, in una produzione decisamente ottima. Ho perso il conto delle volte che ho ascoltato e ri-ascoltato questo disco, senza mai stancarmi, ma anzi sentendo quasi il bisogno di tornare a pigiare il tasto “play”, per far evadere la mia mente seguendo le atmosfere create ad arte dai This Void Inside. “My second birth/My only death” è un gran disco, imperdibile per tutti coloro che fanno del gothic più old-fashioned la loro ragione di vita.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2018
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Per chi ancora non conosce i The Unity, occorre sapere che Henjo Richter e Michael Ehre (rispettivamente chitarrista e batterista dei Gamma Ray) portano avanti questo progetto parallelo dal 2016; accanto a loro praticamente c’è quasi tutta la band precedente di Ehre, i Love.Might.Kill (escluso solo il chitarrista Christian Stöver), scioltisi nel 2015 con due album alle spalle. I The Unity, dopo l’omonimo album uscito l’anno scorso, tornano quest’anno con un nuovo full-lenght intitolato “Rise” che sarà edito dalla Steamhammer / SPV anche in vinile limitato (500 copie) e boxset (altri 500 esemplari) con vari oggetti per collezionisti, come adesivi, patch, foto autografate, ecc. Ma veniamo al sound della band che, come immaginabile, molto deve ai Gamma Ray. In questo disco trovo parecchie assonanze al fin troppo vituperato “Sigh no more”, che rappresenta forse il disco di Kai Hansen & C. più melodico della carriera. Ed, infatti, il sound di casa The Unity è più orientato verso il melodic metal, che verso l’happy tipico dei Gamma Ray; a questo, si aggiunge anche un pizzico di hard rock made in USA, tanto per render l’idea di cosa vi aspetta in questi 12 pezzi più intro. Come prevedibile l’ascolto è molto gradevole e semplice ed il disco scorre via per quasi un’ora senza alcun intoppo o filler di sorta. Certo, per un fan dei Gamma Ray come il sottoscritto, forse i pezzi più tipicamente power sono i migliori, ed ecco in tal senso che si segnalano “Last betrayal” (molto teutonica), “Welcome home”, “All that is real”, per arrivare alla migliore in assoluto che è la splendida “Children of the light”, la classica hit che da sola vale l’acquisto del disco; molto bella anche “The storm”, per le sue melodie ruffiane, quasi hard rockeggianti. Tutto sommato, dunque, “Rise” dei The Unity è un ottimo disco, suonato bene e cantato altrettanto bene dal nostro connazionale Gianbattista Manenti; molto probabilmente non passerà alla storia del metal, ma sicuramente andrà incontro ai gusti dei fans del melodic metal in genere.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    14 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2018
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Ci sono dischi per i quali basta ascoltare qualche nota per rendersi conto di avere davanti una potenziale bomba; fra questi bisogna sicuramente contemplare i vari albums dei piemontesi Ultra-Violence che seguo sin dal primo EP “Wildcrash” del 2012. Ho avuto così occasione di ascoltare in questo lavoro anche i due nuovi membri, Andrea Lorenti al basso e Francesco “Frullo” La Rosa alla batteria (già con Extrema, Athlantis e M'pire of Evil, tra gli altri), constatando che non fanno certo rimpiangere i loro predecessori; il batterista, in particolare, ha un uso della doppia-cassa che mi ha letteralmente fatto innamorare. “Operation misdirection”, questo il titolo, forse mutuato dal mitico disco dei Queensrÿche, ha la copertina realizzata dal mitico Ed Repka (5 minuti di vergogna per chi non conosce questo artista!) ed è composto da 8 pezzi, fra cui è anche compresa una breve strumentale (“The stain on my soul remains”) ed una cover della splendida “Money for nothing” dei Dire Straits, thrashizzata a dovere, ma dando comunque il giusto tributo al lavoro del maestro Mark Knopfler. Il thrash degli Ultra-Violence è ormai maturo e ben costruito, robusto e massiccio ed i pezzi, seppur in alcuni casi superano i 6 minuti di durata, non sono mai prolissi o esagerati, segno che il songwriting è comunque ben fatto e fluido. Mi ero fermato con questa band allo splendido “Privilege to overcome” (il secondo full-lenght, infatti, mi era sfuggito), ma ho avuto ancora una volta conferma del loro grande valore, dato che questo “Operation misdirection”, uscito a fine luglio 2018 su Candlelight Records, si candida per essere uno dei migliori dischi thrash metal dell’anno. Sono italiani, dobbiamo andarne fieri, dato che non hanno nulla in meno dei big di oltreoceano!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    13 Settembre, 2018
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Mi chiedo per quale motivo nelle note accompagnatorie di un disco si debba per forza mettere dei paragoni e soprattutto perchè andare sempre a scomodare gli Iron Maiden? Per il quarto disco dei finlandesi SoulHealer, intitolato “Up from the ashes”, ho potuto trovare paragoni con Iron Maiden, Sabaton, Hammerfall, Powerwolf e Blind Guardian. Cosa c’entrino gli Irons, ma anche Sabaton e Blind Guardian con il sound dei SoulHealer, sinceramente mi sfugge. Passi per Hammerfall e Powerwolf (soprattutto questi ultimi), oserei dire che il paragone più calzante non è stato fatto: quello con i Gamma Ray. Lo stile delle due chitarre di Teemu Kuosmanen e del nuovo entrato JiiPee Haikola, infatti, ricalca molto da vicino quello di Kai Hansen & Henjo Richter; così come l’abbondanza di coretti ruffiani, non può non far venire in mente la band tedesca. Fin qui tutto bene. Il tallone d’Achille della band finnica sta nella voce del singer Jori Kärki, abbastanza stridula quando cerca di arrivare su note troppo alte del pentagramma; va già meglio quando si limita su armonie più basse e più consone alle sue potenzialità, ma quando cerca di andare troppo in alto o si avventura in improponibili acuti (come alla fine del brano “Fly away”) rischia di diventare finanche fastidioso all’ascolto, rovinando quanto di buono fatto dagli altri musicisti. Un peccato, perchè con un cantante differente molto probabilmente la musica dei SoulHealer sarebbe anche più che piacevole. Certamente, qui non bisogna mettersi alla ricerca di originalità, dato che la band scandinava ripropone pedissequamente la lezione del power metal teutonico ma, se siete fans di queste sonorità, sicuramente rimarrete affascinati dalle musiche realizzate in questi 10 brani, tutti comunque ben strutturati e ben suonati. Sempre se riuscirete a sopportare il cantante....

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    11 Settembre, 2018
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Rithiya Henry Khiev è il nome di un chitarrista americano che ha esordito lo scorso anno con un EP intitolato “The finite cycle”, purtroppo non notato in tempo tra le varie proposte che arrivano periodicamente in redazione; ad inizio di settembre il musicista statunitense ha pubblicato un secondo EP autoprodotto, intitolato “Eviscerated realm”, che ha subito attirato la mia attenzione. E’ raro, infatti, avere un disco metal strumentale a base neo-classica e sinfonica. Almeno così era presentato questo lavoro, ma probabilmente le note accompagnatorie non erano complete, perchè oltre al metal sinfonico e neo-classico (per via dei barocchismi della chitarra), vi è anche un po’ di electro (specie all’inizio), qualcosa di prog, perfino qualcosa di metal estremo quando la batteria (purtroppo realizzata al computer) si lascia andare al blast-beat più sfrenato nelle ultime due tracce. Sembrerebbe quasi di ascoltare una versione strumentale dei Cynic, mischiati ai Mekong Delta. Oltre ad essere eterogenea, la musica di Rithiya Henry Khiev è indubbiamente ardita ed originale e si presterebbe, qualora ci fosse un singer, a diverse interpretazioni canore, siano esse estreme, che pulite ed acute. Normalmente faccio fatica ad ascoltare un intero disco strumentale, specie se poi così particolare ed originale, ma questa volta devo fare i miei complimenti a Rithiya Henry Khiev perchè ogni ascolto aveva poi necessità alla fine di premere nuovamente il tasto “play”. Se siete alla ricerca di qualcosa di originale nel metal, date un ascolto a questo “Eviscerated realm”, perchè potreste rimanerne ammaliati, come è successo al sottoscritto. Per il futuro spero che Rithiya Henry Khiev trovi un vero batterista (ne ha davvero bisogno) e continui a regalarci simili perle!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    09 Settembre, 2018
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Tornano a farsi sentire gli svedesi Manimal, con il loro terzo lavoro, intitolato “Purgatorio” e dotato di una copertina davvero notevole. La line-up, rispetto al precedente disco “Trapped in the shadows” con cui li avevo conosciuti, è rimasta stabile e la coesione, si sa, da sempre è un fattore positivo. Fa strano ascoltare una power metal band che viene da Gothenburg, la patria del melodic death europeo, ma i Manimal sono un’eccezione e che eccezione! Il power della band svedese è bello tosto, roccioso, ma sempre con un’attenzione notevole alle melodie, con la chitarra di “Hank” Stenroos sempre splendida protagonista, ma anche con il basso del grande Kenny Boufadene e la batteria dell’ottimo André Holmqvist che non sono assolutamente da meno. C’è poi la voce di “Sam” Nyman che sembra creata appositamente per il power metal, dato che ha tutte le caratteristiche necessarie per questo genere: pulizia, potenza, espressività ed estensione vocale. Ho commesso l’errore di ascoltare per la prima volta questo disco distrattamente e non a volume adeguato, non rimanendone particolarmente colpito; poi mi sono chiesto se, visto l’ottimo predecessore, fosse possibile che i Manimal avessero “cannato” disco, così mi sono messo con attenzione e, pompando adeguatamente sul volume, “Purgatorio” si è disvelato in tutte le sue grandi potenzialità. Nove brani che sono uno meglio dell’altro, con l’iniziale “Black plague” che ricorda un po’ i Rage più duri, la splendida “Denial” che vale da sola l’acquisto del cd, ma anche tanti altri pezzi estremamente validi come la title-track (scelta per un video) e la veloce “Traitor”, per finire alla conclusiva “The fear within” che suggella un lavoro davvero valido. Che aspettate ancora fans del power? Fate vostro questo “Purgatorio” dei Manimal, ne vale davvero la pena!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    08 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Settembre, 2018
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“I Metal Allegiance sono nati come celebrazione dell’heavy metal”, così esordiva la presentazione della Nuclear Blast di questa band e del loro secondo album intitolato "Volume II - Power Drunk Majesty". Rispetto al primo disco, il gruppo americano ha indurito il proprio sound, sbarcando decisamente su lidi thrash metal, con persino qualche puntata sul death melodico. Ciò che contraddistingue questo disco è un’estrema eterogeneità della proposta musicale per adattarsi alle peculiarità dei vari cantanti ospiti. Ecco quindi che si va da un thrash tribale quando a cantare è Max Cavalera (e sembrerebbe un pezzo scartato da “Roots”, il che non vuole essere un complimento!), ci si avvicina all’heavy quando c’è Troy Sanders (ma il brano è abbastanza fiacco e ripetitivo, salvato solo dall’assolo di chitarra) ed al power teutonico quando a cantare è Mark Tornillo (alla grande!); con Trevor Strnad o Johan Hegg ci si avvicina al death melodico, mentre è thrash puro e semplice quando cantano Bobby Blitz Ellsworth (e sembrerebbe di ascoltare un brano del mitico “Horrorscope”) o Mark Osegueda. Mi dispiace di non aver ascoltato qualcosa di symphonic, ma solo un heavy abbastanza canonico sull’ultimo pezzo cantato da Floor Jansen, ma forse la mancanza di un tastierista in questo è pesata (e perchè non trovare un altro ospite?). Con tanta carne al fuoco, c’è il rischio di rimanere spiazzati? Direi proprio di si, perchè ognuno di noi ha le proprie preferenze musicali ed, a volte, generi così differenti tra loro possono non essere apprezzati o semplicemente compresi alla stessa maniera; probabilmente per un deathster questo disco potrebbe risultare troppo “moscio”, mentre un “true defender” magari lo troverebbe troppo violento. L’estrema eterogeneità è un’arma a doppio taglio ed in questo disco si manifesta in tutto il suo significato intrinseco. Se poi andiamo a guardare il lato puramente tecnico e strumentale, qui abbiamo davanti dei veri e propri mostri sacri; Alex Skolnick è come sempre superlativo con la sua chitarra, David Ellefson (ma anche il songwriter Mark Menghi) al basso ci sa fare eccome e non ha bisogno di presentazioni... c’è poi Mike Portnoy... con la batteria è semplicemente mostruoso! Chi ama, come il sottoscritto, questo strumento potrà trovare nello stile di Portnoy l’esaltazione vera e propria, dato che questo musicista è in grado di suonare la batteria come solo pochissimi sanno fare al mondo. Tirando le somme e facendo una media tra i vari punti di vista, ne viene fuori comunque una buona votazione per "Volume II - Power Drunk Majesty", sperando che la prossima volta i Metal Allegiance non ci sorprendano ancora di più.... chissà, magari ci potrebbero regalare un pezzo black metal o qualcosa di gothic, oppure quel symphonic che questa volta è mancato... ma sempre con la loro immensa classe!

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Settembre, 2018
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I Forged In Blood nascono a Milano nel 2008 dalle ceneri dei Toxic Youth; solo a maggio 2018 però, grazie alla Punishment 18 Records, arrivano al traguardo del debut album con questo cd omonimo (molto bella la copertina!), composto da 10 brani, cui si aggiunge la breve strumentale “A taste of heaven”. La buona produzione presso gli Elnor Studio del mitico Mat Stancioiu (10 minuti di vergogna per chi non conosce questo mostro sacro del metal italiano!), mette nel giusto risalto tutti gli strumenti; ne viene fuori un piacevole heavy metal classico, con qualche richiamo all’epic metal, anche per via della somiglianza del falsetto del buon Roberto Liperoti, con il grande Morby (altri 10 minuti di vergogna per chi non conosce quest’altro mostro sacro del metal italiano!). Il ritmo è nella maggior parte dei casi molto frizzante, ben sostenuto dal batterista Hicham "HCY" Jamai e dall’ottimo bassista Max Dr. Novo; in alcuni casi, però, il ritmo rallenta e si fa pesante ed oscuro. Un esempio lo troviamo in “Fine dark line”, forse il brano meno accattivante del lotto per via di una certa ripetitività, salvato solo da un coro orecchiabile e ruffiano. Il disco scorre via per i suoi circa 50 minuti di durata e si lascia ascoltare piacevolmente, anche più volte, pur senza far gridare al miracolo. Brani come “Game is on”, “Aylan’s eyes” (in cui il cantante dimostra di saperci fare anche quando non usa il falsetto), “It’s on the blade” con il suo vago flavour orientaleggiante o la veloce “Black renegade”, infatti, convincono e conquistano. Forse manca quella hit in grado di fare la differenza, quel pezzo che ti convince immediatamente ad investire i tuoi soldi per l’acquisto del cd; ciò nonostante, i Forged In Blood con il loro debut omonimo hanno realizzato un disco sicuramente valido e fanno ben sperare per il futuro.

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    02 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Settembre, 2018
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Avevo conosciuto gli americani Helion Prime all’epoca del loro debut album omonimo del 2016, ristampato poi l’anno scorso dalla AFM Records, rimanendone colpito molto favorevolmente, dato che il loro roccioso power metal era decisamente piacevole! Il gruppo californiano aveva poi una caratteristica particolare, abbastanza rara nello specifico settore, che era quella di avere una cantante di sesso femminile, qualità che solo poche bands con un simile sound hanno, come Crystal Viper o i nostri White Skull. Quando mi è arrivato questo secondo disco, intitolato “Terror of the cybernetic space monster” (si prosegue, quindi, con il concept fantascientifico), ho scoperto che purtroppo la validissima Heater Michele (che mi ricordava un po’ la nostra grande Sara Squadrani) era stata sostituita da un uomo, il cantante cipriota Michael Sozos (anche se la label ce lo presenta al contrario, con Sozos come nome e Michael come cognome...). Ora, nulla da dire sulle capacità e sulle qualità di questo singer, ci mancherebbe, ma la particolarità degli Helion Prime era quella di avere una voce femminile che adesso non hanno più, diventando così una delle tante bands di power sparse per il mondo, che faranno anche musica piacevole per chi segue questo genere di metal, ma che non ha molto a distinguerle dalle altre. Un po’ come accadde ai White Skull poco più di 15 anni fa, quando il buon Gus Gabarrò subentrò alla mitica Federica De Boni, facendo perdere consensi alla band italiana... così è andata anche per gli Helion Prime, con la speranza che Michael Sozos possa avere più fortuna dell’ex-cantante dei teschi italiani. Venendo alla musica di “Terror of the cybernetic space monster”, ho anche la sensazione qua e là che i componimenti siano stati originariamente realizzati per voce femminile e poi adattati al cambio di cantante. Resta comunque il dato di fatto di un disco più che piacevole, composto da 8 brani (+ la consueta inutile intro) belli frizzanti e sparati (ottima la prova del nuovo batterista Alex Bosson!), ricchi di ottime melodie e sempre orecchiabili. Da segnalare anche che la title-track posta in chiusura è una lunga suite (oltre 17 minuti!), piena di atmosfere differenti e cambi di tempo che potrà anche appassionare chi adora composizioni così lunghe, ma con il rischio di stancare chi invece la pensa diversamente. Tirando le somme, “Terror of the cybernetic space monster” degli Helion Prime è un buon disco, ma non oso immaginare quanto sarebbe stato meglio con Heater Michele...

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Opinione inserita da Ninni Cangiano    31 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 2018
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“Signori del Tridente”... devo ammetterlo, quando ho letto il nome di questi Lords of the Trident e visto un po’ di foto di questi cinque americani, tutti bardati in improbabili costumi di scena, ho pensato: “ecco l’ennesimo gruppo improponibile!”.... ma mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo, perchè i Lords of the Trident sono una band interessantissima, poliedrica e talentuosa, seppur scanzonata e dall’aspetto buffo. Non conoscevo questo quintetto che usa pseudonimi di fantasia, ma nella biografia inviatami ho scoperto che addirittura ha realizzato finora tre full-lenghts (“Death or sandwich” nel 2009, “Chains on fire” nel 2011 e “Frostburn” nel 2015) , tre EP (“Plan of attack” nel 2013, “A very Lords of the Trident Christmas” nel 2014 e “Re:Quests” del 2015), oltre a due live-DVD... insomma tanta roba! Evidentemente mi deve essere sfuggito qualcosina.... ma spero di recuperare presto perchè la musica della band del Wisconsin è proprio gradevole e si ascolta in maniera molto easy. Come detto il sound è molto vario, si parte da una base classicamente heavy, su cui si innestano variazioni sul tema, inserendo parti più tipicamente power (“Death dealer” o “Reaper’s hourglass”), qualcosa di sinfonico (“Figaro” e con un titolo simile cosa vi aspettavate?), un pizzico di melodic (“Chasing shadows”), fino anche ad un po’ di speed (“Burn it down”). Insomma, qualcosa che è proprio un piacere da ascoltare e riascoltare, a dimostrazione che, quando si ha talento, anche il più classico heavy metal, suonato e risuonato da tantissimi negli ultimi 40 anni, può risultare fresco e godibile. I Lords of the Trident, inoltre, hanno la rara qualità di avere un songwriting efficace, i loro componimenti sono diretti e privi di inutili orpelli, segno ulteriore che ci sanno davvero fare, nonostante quegli pseudonimi e quel loro aspetto burlone ed irriverente. Sia i musicisti che il cantante sono molto validi ed anche la produzione è davvero ottimale. “Shadows from the past” (questo il titolo dell’album), oltre ad avere una bella copertina, è anche uno dei migliori dischi che abbia ascoltato in questo 2018! Ora non mi resta che andare a cercare anche il vecchio materiale dei Lords of the Trident.... fans dell’heavy e del power, non esitate e fate vostro questo validissimo disco!

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