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Opinione scritta da Federico Orano

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Opinione inserita da Federico Orano    17 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Che sorpresona questo “Pawn and Prophecy” opera di Mike Lepond, bassista dei grandi prog metal masters Symphony X. Mi aspettavo un disco dal sound progressivo e invece mi trovo davanti un lavoro che tanto deve alla scena US/true metal ma con sonorità complesse e ricche di varie influenze.

Si parte alla grande con “Masters Of The Hall” brano quadrato che ci accompagna con ottime melodie mentre la granitica “Black legend” è un ottimo esempio di us metal tra Iced Earth e Jag Panzer. Si fa notare subito il singer Alan Tecchio che riesce a muoversi alla grande tra momenti ruvidi ed altri più melodici. Ma il disco non ammette pause con le portentose “Antichrist” e “Hordes of fire” e la riuscitissima song acustica “The Mulberry Tree”, dalle sonorità epiche. Nel finale la lunga title track basata sul Macbeth di William Shakespeare con oltre 20 minuti che vedono la band cimentarsi in una song complessa con inserti folk ed un tocco progressive, tra Savatage e Symphony X.

Un ottimo esempio di come si può suonare ancora dell'ottimo heavy metal riuscendo ad essere freschi e mai banali. Complimenti Mike Lepond!

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Opinione inserita da Federico Orano    17 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Rock classico e purissimo, di quello che negli anni 70 ha gettato le basi di tutto con influenze blues e country. Questo troverete in “The snake king” di Rick Springfield, musicista e attore americano che dimostra di amare questa musica attraverso questi pezzi.

Una dozzina di brani da ascoltare uno dietro l'altro componendo una perfetta colonna sonora per rilassarsi durante una fredda serata invernale davanti al camino in compagnia di una buona bottiglia di vino o di birra artigianale. Brani come “In The Land Of The Blind” e “The Devil That You Know” mostrano un certo talento nel songwriting di Rick e ascoltare “Judas Tree” ci fa andare indietro di 50 anni, con un sound tra rock e blues che ci porta alla mente quelle scene che vediamo nei film americani, guidando attraverso le infinite strade in USA per poi trovare un motel dove passare la nottata.

Magari alla lunga questo disco potrebbe stancare soprattutto chi non è avezzo a queste sonorità ma questa è buona musica punto e basta. Consigliato!

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3.5
Opinione inserita da Federico Orano    17 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

I Delta Deep non sono altro che il recente progetto di Phil Collen (Def Leppard, Manraze) che punta su un sound blues/hard rock prendendo ispirazione dai grandi storici nomi impressi nella storia del genere come Jimmy Page e Jimmy Hendrix, e l'omonimo debutto della band (uscito nel 2015) è stato acclamato un po' ovunque.

Qui abbiamo tra le mani in cd e dvd la performance che la band ha dato vita al Daryl's House nell' Aprile del 2016. Troviamo la band a proprio agio on stage (ci mancherebbe vista l'esperienza di questi musicisti) con Phil che intrattiene il pubblico tra una song e l'altra (facendo fare grosse risate ai presenti) mentre dal punto di vista musicale il quintetto inglese è perfetto alternando pezzi più caldi come la bellissima “Treat Her Like Candy” a brani dalla forte impronta blues come “Burnt Sally”, accompagnati dai forti applausi del pubblico.

Se avete apprezzato il debutto di questa band e se l'hard rock dalle marcate influenze blues fanno per voi allora questo lavoro non potrà che soddisfare il vostro cuore.

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Opinione inserita da Federico Orano    09 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Che la scena spagnola sia cresciuta a dismisura negli ultimi anni, anche con le band “underground” capaci di presentarsi con dischi professionali sotto ogni punto di vista, lo abbiamo ormai capito e questi SnakeyeS ne sono un'ulteriore conferma.

“Metal monster” è un disco che farà la gioia di ogni amante del power metal solido e aggressivo, dalle tinte heavy che tanto deve a band come Rage e soprattutto Brainstorm. Il gruppo andaluso, che già aveva debuttato nel 2015 con il convincente “Ultimate sin”, si presenta subito al pubblico con le granitiche “Into the unknown” e la veloce “Evolution”. Oltre ai chitarroni di Justi Bala che fa coppia con José Pineda al basso (già insieme negli Sphinx), a fare la differenza in questo disco troviamo l'ugola potente del singer rumeno Cosmin Aionita. “(Point of) No Return” è il classico brano potente e dal gran tiro, perfetto per presentare il disco, mentre “Cyberkiller” è una bella mazzata heavy "in your face" a cui è difficile resistere e nel finale anche “Circus of Fools” si dimostra uno dei momenti più convincenti della tracklist.

Se quello di cui necessitate sono 60 minuti esatti di power/hevy solidissimo, allora “Metal monster” fa per voi!

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Opinione inserita da Federico Orano    08 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 08 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Attivi dal 2005, i Violent Divine pubblicano ora “Louder than love”, loro quarto disco. Si tratta di un lavoro dalle sonorità moderne/alternative e dalle tinte malinconiche, dove il quartetto svedese punta forte su melodie ruffiane, accompagnate spesso da buoni riff.

Ne esce un lavoro niente male che ha un unico grosso difetto: i brani sono un po' troppo simili e faticano a differenziarsi l'uno dall'altro. Insomma la band poteva puntare su qualche accelerazione in più, qualche elemento extra... tutto questo avrebbe aiutato a variare un po' il sound, invece qui si rischia di restare sempre sui soliti ritmi. Ed è un peccato, perchè la band dimostra di saperci fare con songs come “Apocalyptic and insane”, dal riff hard rock e dal sound alternativo che potrebbe ricordare qualcosa degli Alter Bridge, la lenta “Ashes to ashes” o la più metallica, ma allo stesso tempo catchy, “Dirty little secrets”, ideale come singolo del disco. Il lato più malinconico esce tutto fuori con “Faith”, un po' in stile Sentenced per capirci, gran bel brano, mentre “I believe” è un altro dei momenti migliori di questo disco.

“Louder than love” è un bel lavoro, magari non costante lungo tutta la tracklist (e 13 brani sono un po' troppini, eh!), ma sicuramente interessante per ogni amante del metal alternativo e melodico.

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Opinione inserita da Federico Orano    06 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Dalla gloiosa Spagna tornano a farsi sentire i Vhaldemar, band che ormai può vantare qualche disco alle spalle (questo è il quinto in carriera). Stavolta però pare proprio che il gruppo basco abbia voluto fare le cose in grande con un lavoro davvero professionale, dalla copertina alla produzione.

E il contenuto del disco non è da meno; gli amanti del power/heavy metal troveranno un piatto gustoso composto da ben 11 brani compatti. E si parte a bomba grazie alla granitica “Metalizer” con i Primal Fear che sarebbero fieri di un pezzo così “in your face”. Ma la band può mettere le marce alte come nella veloce “(1366) Old King´s Visions (Part V)”, altro brano riuscitissimo per merito di un gran refrain. Dopo un paio di momenti meno riusciti, come “I will stand forever”, ci pensa “The last to die” a risollevare la situazione con un pezzo che si pone a metà tra Manowar e Accept, mentre nel finale “Walking In The Rain” e “Rebel Mind” vanno a scuola dagli ultimi Helloween, con proprio quest'ultima che sembra uscita dall'inchiostro di Andi Deris.

Come avrete capito, sono presenti diversi (forse troppi?) richiami ad altre bands, ma bisogna dire che ci troviamo di fronte ad un disco esemplare sotto molti punti di vista ed in campo power/heavy questo è un dei lavori più riusciti nell'annata appena trascorsa. Inutile dirvi che il consiglio è di non farvi sfuggire questo “Against all kings”!

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4.5
Opinione inserita da Federico Orano    06 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Gli amanti del power metal non dovranno aspettare molto in questo nuovo anno per sganciare la prima bomba perché, sotto la direzione del Simone nazionale e con due ugole d'oro come quelle di Lione e di Conti, questo disco si prenota subito per la top ten annuale di ogni power metaller che si rispetti.

Brani potenti e melodici di grande fattura con una track list composta da esattamente dieci brani, il numero perfetto a mio parere, senza neppure un momento sottotono. Se amate il power/prog metal di scuola italiana e di bands come Labyrinth, DGM e Secret Sphere allora questo disco non potrà deludervi. Il punto forte di questo lavoro è un songwriting vario, che alterna pezzi sparati come “Glories” e “Gravity”, a brani più power/prog come “Outcome” con una partenza che tanto ricorda i DGM e non poteva mancare la ballatona di turno con la riuscita “Somebody Else” (fare una ballata brutta con Fabio alla voce è impresa ardua). Il trademark Mularoni è ben presente e i suoi solos sono sicuramente riconoscibili e degni di nota, così come il lavoro alla batteria di Marco Lanciotti che viaggia come un missile di doppio pedale. Naturalmente a colpire sono le due voci, soprattutto ai primi ascolti quando la curiosità di ascoltare questi due singers all'opera è tanta.

Un lavoro riuscito sotto ogni punto di vista e che speriamo sia solo il primo atto di una collaborazione che possa andare avanti anche in futuro.

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2.5
Opinione inserita da Federico Orano    06 Febbraio, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Heavy, thrash e tanto tanto grezzume. Ecco gli Ignitor, band statunitense che arriva al quarto disco in studio con “Haunted By Rock & Roll”.

Nove pezzi old school senza fronzoli che vanno dritti al sodo con chitarroni e la voce selvaggia del singer Jason. Ne esce un disco che non rimarrà impresso nella storia del genere, anche se alcuni pezzi come “Heavy is the Head that Wears The Crown” mostrano delle buone trame chitarristiche, ricordando qualcosa dei Saxon. Ma spesso la band punta su brani più veloci e "in your face", anche se il risultato non è dei migliori, vedi “Hatched (The Ballas of Victor Crowley)”.

Poco da salvare a parere di chi scrive in questo lavoro fin troppo dozzinale degli Ignitor. Un disco rivolto solo ai cultori dell'heavy grezzo e old school.

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4.5
Opinione inserita da Federico Orano    04 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

Avete presente quei dischi che magari al primo ascolto non ci trovate nulla di così incredibile ma che rimettete sempre con piacere e alla fine dell'ascolto dite “cavolo, però che gran bel disco!”. Ecco questo “Ammunition” rispecchia proprio questa situazione.. entra piano piano nel vostro stereo senza troppe pretese ma poi è difficile farne a meno.


Fondati nel 2014 dal duo Age Sten Nilsen (primo singer dei WIG WAM) ed un certo Erik Mårtensson (Eclipse, W.E.T., Nordic Union) che non ha bisogno di presentazioni, la band ha dato alle stampe il proprio debutto nel 2015 con "Shanghaied" sotto Aor Heaven. Ora la band si rifà sotto con un contratto con la Frontiers Records ed un disco compatto che mostra sicuramente tutte le influenze delle band principali dei due leader ma che riesce ad essere vario lungo una tracklist che non ammette pause. "Wrecking Crew”, pezzo che ha scalato le charts norvegesi, ha chiaramente quel tocco “wild” dei Wig Wam, ma in questo “Ammunition” possiamo trovare l'ottima e spensierata “Klondike” con una partenza alla Ronnie James Dio ed un refrain indimenticabile, “Freedom Finder” dal tocco nordico alla Eclipse, la mega ballatona “Miss Summertime” e così via, con un Age Sten Nilsen superlativo al microfono.


Altro giro, altro centro per gli Ammunition. Il primo highlight in campo melodic rock arriva dalla Svezia, guarda un po' che sorpresa.....

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Opinione inserita da Federico Orano    04 Febbraio, 2018
#1 recensione  -  

30 ottobre 2016, una delle serate che rimarranno impresse nella mia memoria e in quella di molti altri per tutta la vita. Un ritorno storico per una band che ha segnato l'adolescenza dei “metallari” di una generazione e lo ha fatto soprattutto con un disco, quel “Return to heaven denied” che compie proprio quest'anno 2 decadi e che non ci stancheremo mai di ascoltare.

La band di Olaf Thorsen è salita sul palco del Live Club di Trezzo riproponendo per intero il disco più celebre della propria discografia e ancora oggi, 15 mesi dopo quella serata, ricordo ancora le sensazioni e le emozioni che ho vissuto durante l'esecuzione di brani come “Moonlight”, “The night of dreams” e “Heaven denied” con Roberto Tiranti alla voce sempre incredibile e inarrivabile e quella coppia di chitarre formata da Thorsen/Cantarelli che a mio parere è difficilmente superabile in campo power/prog metal. Un concerto che si può rivivere grazie a questo live dvd che riesce a riproporre al meglio uno show indimenticabile che si chiude con “Chapter 1” e “In the shade”. Il pubblico è entusiasta e scoppia qualche lacrimuccia durante l'introduzione di “Lady lost in time” e “Falling rain” mentre “Thunder” fa tremare i muri della sala con John Macaluso che batte come un forsennato alle pelli.

Il live che tanto mancava nella discografia dei Labyrinth e che rende omaggio al disco più grande nella storia del metal power/prog italiano. E un grazie alla Frontiers che ha ridato vita a questa grande band!

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