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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    13 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2018
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Non c’è festa senza amici. Mi piace pensare che Michael Schenker, quando ha messo assieme la line up del nuovo disco, ha voluto riunire attorno a se un branco di fedeli rockers senza tempo e senza età. La formazione di “Resurrection”, C.D. uscito per Nuclear Blast, vede all’opera le ugole di Gary Barden, Graham Bonnet, Doogie White e Robin MCAuley. A questi storici nomi si aggiungono quelli blasonati di Ted McKenna (bt), Chris Glen (bs) e Steve Mann (ch e ts). Il tutto è “orchestrato”, oltre che da Schenker (ch e vc), dal coproduttore e coautore Voss Schoen. Se come me avete consumato a forza di ascolti il doppio vinile “One Night At Budokan” (Chrisalis – 1981) non c’è bisogno che vi dica cosa troverete nelle dodici tracce di “Ressurrection”; d’altra parte le due formazioni hanno ben tre componenti in comune (Schenker, Barden e Glen). Non pensate però che tutto si “riduca” ad un Hard Rock che, spesso, ha come faro nella notte i Rainbow e Ronnie james Dio. Schenker e Voss hanno saputo cucire addosso ai cantanti dei vestiti adatti alle loro posture (leggi registri vocali) creando in questo modo una versatilità nella proposta che lascia la curiosità di scoprire i pezzi uno dopo l’altro. La partenza in quarta è affidata a “Heart And Soul” che con il suo attacco “pompato” ci introduce sul sentiero di un pezzo battente dal riff Hard and Heavy. Uno dei soli di chitarra è di Kirk Hammet ma, onestamente, a me non ha dato delle grandi emozioni. Con il singolo “Warrior” ritroviamo quei ritmi trascinati tanto cari al teutonico chitarrista. L’Heavy melodico di “Take Me To The Church” è supportato per gran parte dal suono di un organo che, visto il titolo, calza a pennello. “Night Moods” è un Hard roccioso che chiama in causa il piccolo elfo dell’arcobaleno. In questo caso al solo viene lasciato il compito di traghettarci verso un’apertura. “The Girl With The Stars In Her Eyes”, se pure con un solo ben giocato, è un pezzo di maniera che non dice un gran che. “Everest” è una vera e propria scorribanda con tanto di continua tessitura di chitarra: strumento lanciato in seguito in un solo scoppiettante. “Messing Around” è un saltellante Heavy - Boogie nato per piacere a chi ama gli AC/DC. In “Time Knows When It’s Time” Michael Schenker si prende un ampio spazio per dimostrare che il suo stile resiste all’usura del tempo. “Anchors Away” è il tratto d’unione sonoro tra il vecchio doppio album dal vivo e il nuovo lavoro. Non poteva mancare il classico pezzo strumentale che sin dal titolo, “Salvation”, celebra la rinascita dopo una vita passata tra successi ed eccessi. ”Living A Life Worth Living” è un pezzo cadenzato e melodico che nel bridge ricorda vagamente gli Earth Wind and Fire di “Fantasy”. “The Last Supper”: per stessa ammissione di Schenker canzone ispirata, così come la copertina, all’ultima cena di Gesù, chiude con un Hard leggero e rallentato, un disco che a me è parso ben riuscito e congeniato. La festa è finita ma solo parzialmente dato che il gruppo ad agosto sarà impegnato nella prima serie di date dal vivo. Il 30 ottobre 2018, invece, è prevista una data al Live Club dove potremo vedere all’opera ben tre dei cantanti originali.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    15 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 2018
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Icona del Rock tricolore, cantante/intrattenitore istrionico, predicatore televisivo da strapazzo, “vecchio” sclerotico. In qualsiasi maniera la pensiate Pino Scotto è un personaggio verace e scomodo in grado di dividere l’opinione pubblica tra fans e denigratori. Come la penso io? Ho visto nascere e crescere i Vanadium e ho seguito la carriera del cantante partenopeo/milanese e questo dovrebbe bastarvi. Per usare un paragone assurdo, ma calzante, per me un disco di Pino Scotto è come le lasagne della mamma; il piatto che viene servito può riuscire bene o male ma sai che ad ogni festa è lì che aspetta di essere assaggiato e gustato. In “Eye For An Eye”, lavoro uscito per Nadir Music, si nota a mio avviso un ritorno al passato tanto che, con le dovute differenze di suono, le tastiere ci sono pochissimo e solo in alcuni brani, si potrebbe parlare di un disco dei Vanadium. Il fido chitarrista Steve Angarthal è stato il coautore e arrangiatore dei dieci pezzi di “Eye For an Eye” (undici se contiamo la cover di “There’s Only One Way To Rock” dei Van Halen) e si è ritagliato un ampio spazio da dedicare ai soli che, spesso e volentieri, sono diventati protagonisti e “prepotenti”. Un ritorno al cantato in lingua inglese con una voce spesso “rinforzata” (come se le linee fossero state doppiate) e una forte dose di Hard Rock sono le caratteristiche di un lavoro che, sostanzialmente, è ben riuscito ma che ha anche qualche lacuna nella produzione. A volte sembra “perdersi” la sincronia tra gli strumentisti e il ritmo corre a velocità diverse facendo mancare un’immediatezza necessaria ad un Rock energico quale è quello proposto. I brani sono vari e si passa dall’Heavy incalzante dell’omonima “Eye For An Eye” alla semplice ma efficace “Two Guns”. “Cage Of Mind”, pezzo dall’andamento meno serrato, vede un solo giocato su sonorità differenti dal solito così come sono diverse le soluzioni armoniche trovate da Steve in “Wise Man Tale” anche se, alla fine, si torna sui vecchi binari del suono. La cover della citata “There’s Only One Way To Rock” non mi è sembrata particolarmente accattivante/riuscita ma la conclusiva “One Way Out”, con l’armonica del “puma di Lambrate” Fabio Treves, ha fatto rientrare la sensazione di amaro lasciata dal brano precedente con degli ottimi soli di chitarra e, appunto, armonica. Se fino ad ora avete apprezzato i lavori del Pino nazionale “Eye For An Eye” non deluderà le vostre attese ma se altresì non lo potete vedere non sarà questo disco a farvi cambiare idea. Vorrei aggiungere una cosa; quelli che criticano Pino per le sue esternazioni via video e poi “sparano” sentenze sui social credono di essere tanto diversi e/o più furbi? A me non sembra.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2018
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I Mother Nature sono un gruppo dalla lunghissima militanza tra le file dell’underground Hard italiano. Formati nel 1993 hanno iniziato proponendo cover Rock/Bllues e hanno proseguito creando brani originali fino al 2003. Tra il 2003 e il 2010 la band ha subito un prolungato fermo e nel 2010 ha ripreso la sua corsa fino a che, grazie anche all’ausilio dell’etichetta Andromeda Relix, il 2 giugno 2017 è uscito il C.D. “Double Deal”. Si parlava di Hard & Blues e sono proprio questi i tratti salienti che caratterizzano i brani del C.D. anche se non mancano bevi excursus in altri territori. La proposta dei Mother Nature è abbastanza varia. “Spit My Soul” è un biglietto da visita eloquente che ci fa capire come tutto ha avuto inizio. il Rock nervoso di “Magnet Girl” fa segnare il ritmo con il battito del piede e fa da ponte per l’Hard – bluesy “Haze”. Visto l’accostamento dei brani a un suono tipicamente americano, non c’è da stupirsi se il gruppo ci porta in giro per distese assolate al ritmo Cajun di “Everything Will Follow”. Il pezzo da modo al chitarrista Luca Nappo di esibirsi in un solo velocissimo coinvolgente. Se state cercando un brano lento per sostituire la vecchia “More Than Words” degli Extreme, “Ask Yourself” potrebbe fare al caso vostro. “Double Deal” invece di rafforzare il concetto di “durezza” come dovrebbe fare la title track di un disco simile, ci fa entrare a sorpresa e di prepotenza nello spazio occupato dal Rockabilly/Jive tanto che mi sono tornati in mente gli Stray Cats e Joe Jackson. Mi stavo domandando dove erano le influenze Aerosmith descritte dalla biografia acclusa al C.D. ed ecco arrivare “New Way”, brano arricchito dall’armonica di Wlady Rizzi, a rispondere al mio quesito. Fino a questo punto era mancato un vero e proprio scossone di quelli capaci di risvegliare il vero spirito ribelle liberando energia pura a profusione. Anche stavolta il quartetto tarantino è in grado di sorprendere e ci regala quello che, a mio avviso, è uno dei brani migliori del lotto. “Does It Suit You”, infatti, possiede un ritmo spezzato, cavalcate a briglia sciolta, soli perfetti e veloci; un ensamble perfetto! Con “Boy We Gotta Handle This” si fa strada un Rock dondolante improntato al vecchio stile, seguito da un solo scatenato di chitarra inframmezzato di nuovo dall’armonica. “Double Deal” è un disco onesto e schietto che piacerà sicuramente a chi preferisce un suono “valvolare” a quello artefatto e tecnologico. Il pregio e il difetto nei Mother Nature sono due facce della stessa medaglia; il gruppo cerca di sperimentare, riuscendoci, percorsi diversi dalla strada segnata ma, così facendo, rischia di allontanare gli ascoltatori meno aperti di mente.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    11 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Marzo, 2018
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Ci ho pensato un poco su e credo di poter asserire che dai tempi dei The Jackson 5, band di un giovanissimo Michael Jackson e dei suoi fratelli che avevano come manager il papà Joseph, non si è mai vista una famiglia più numerosa di quella di Phil Campbell salire sul palco. Dopo l’antipasto costituito dall’E.P. omonimo del 2016 torna l’indomito chitarrista dei Motorhead assieme ai figli Todd, Dane, Tyla e al cantante Neil Starr e lo fa con la musica che avete già apprezzato nell’Extended Play. Gli undici pezzi di “The Age Of Absurdity” (il dodicesimo è la cover di “Silver Machine” degli Hawkwind che compare come bonus track) non sono tutti pedissequamente fedeli al sound della band di Lemmy ma si dividono tra un Hard Rock grezzo e, appunto, il suono ruvido, veloce, e senza fronzoli al quale eravamo abituati da decenni. Il lavoro di registrazione svolto ai Rockfield Studios e Longwave studios in Galles, così come la produzione e la masterizzazione agli Abbey Road Studios effettuate da Romesh Dodangoda, mi sono sembrati ben più che sufficienti tanto che la resa sonora mantiene caratteristiche sia aggressive sia più “meditate”. Vista la varietà della proposta è difficile scegliere dei pezzi “simbolo”ma sia mai che il vostro “scribacchino” vi lasci senza ulteriori informazioni. Se “Ringleader” pur avendo una vita propria riprende un riff simil “Heart Of Stone”, “Freak Show” segue la strada del rock duro.“Skin And Bones” ha un suono incalzante fornito di cambio “Mammoth”, ovvero pesante. “Gipsy Kiss” mischia l’energia del Punk con il suono tipico “creato” da Lemmy; chiamatelo Rock‘n’ Roll come faceva lui o trovate voi l’aggettivo adeguato. Dopo l’energica “ Welcome To Hell” si arriva sulle sponde del Mississippi con la blueseggiante “Dark Days”. Dropping the Needle” si lancia in velocità fino al break centrale mentre “Step Into The Fire” è un brano semplice e di maniera di quelli che sembrano prediligere sia Phil che Neil Starr. “Get on Your Knees” vede Campbell scatenarsi e portare il pezzo al “botto” di energia finale. High Rule” possiede il tipico solo alla Phil mentre la conclusiva “Into The Dark”, più che una ballad, rappresenta uno sguardo intimistico. In realtà, come detto, c’è anche la cover di “Silver Machine” dove compare Dave Brock ma l’ipnotismo del brano originale, nonostante le tastiere, non viene raggiunto. Definirei “The Age Of Absurdity” come un lavoro dignitoso e piacevole da ascoltare. Credo che Phil e figli abbiano giocato una carta “furba” cercando di unire quelli che sono i loro gusti e intenti attuali, assieme alla voglia che tutti noi vecchi fans dei Motorhead abbiamo di ritrovare la nostra gioventù perduta di Headbangers. Preparatevi alle tre date in terra italiana e buon ascolto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Febbraio, 2018
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Uno degli aspetti più interessanti dello scrivere recensioni è che ti passano per le mani dei gruppi e i relativi C.D.’s che non avresti mai ascoltato, o dei quali non saresti venuto a conoscenza. Naturalmente, va da se, non è tutto oro ciò che riluce. Matrekis provengono da St. Paul, Minnesota, e nonostante una lunga carriera iniziata nel 2009, hanno fatto uscire solamente l’E.P. “End Of Time” (2013) e il C.D. “Kill Your Captor” (2017). La bio acclusa ai files presenta il quartetto americano in pompa magna sciorinando presunte basilari influenze di gruppi come Black sabbath, Iron Maiden e Megadeth. In realtà non è proprio così e, inoltre, ci sono delle cose che non tornano all’interno dei 9 brani di “Kill Your Captor”. Non sono un acceso sostenitore delle produzioni pulite all’eccesso a meno che non si parli di generi come Progressive o A.O.R., ma la mancanza di un produttore e di un accurato missaggio si sentono. Come se non bastasse la sgraziata voce di Mike “Longhair” Annis appiattisce e rende noiosi i brani. Vi state domandando se è tutto da buttare? In realtà le composizioni del chitarrista solista Mike Rotella, pur non costituendo il massimo dell’originalità, si lasciano ascoltare e i soli all’interno dei pezzi sono ben congegnati. Se con “Road Grime” e “Devil On Devil’s Shoulder”siamo nei paraggi di gruppi come Zodiac Mindwarp o per certi versi The Almighty, con “Estinguish The Flame” il suono si fa più battente anche se saltano fuori palesi errori di assemblaggio. “In Solitaire” presenta vari cambi ma, ancora una volta, a salvarci dalla noia è la chitarra di Rotella che vola alta nel cielo. Con “Brother” arriva il lento che fa tirare il fiato a noi e ai Matrekis. Niente di trascendentale ma, tutto sommato, un ascolto piacevole e leggero per riflettere. La voce viene rafforzata e la chitarra accompagna con il solo arpeggiato in maniera semplice. In “Shotgun Jacket” il ritmo subisce una sterzata dal lento al veloce e al tutto viene affiancata una fase “mitragliata”. Il pezzo è una sorta di Hard pesante e violento che risulta non essere male. “I’ll Be Your Devil” pigia il piede sull’acceleratore e sfodera un Power d’assalto che, finalmente, colpisce nel segno nonostante qualche sbavatura nel missaggio e nella fase delle chitarre doppie. “The War (To End It All) ” ci riporta a una voce che non è all’altezza della situazione e che appiattisce un brano che poteva essere godibile da ascoltare. Anche in questo caso i limiti della band sono palesi; ascoltate la fase oltre i quattro minuti e scoprirete di cosa sto parlando. La conclusiva “Kill Your Captor” vorrebbe essere un crescendo di ritmo tambureggiante accompagnato da una fase lenta ma, anche in questo caso, si notano i soliti errori. Peccato perché il pezzo, se affidato ai vecchi Laaz Rockit, “pallino” del sottoscritto negli anni d’oro della giovinezza, sarebbe risultato vincente. Gioco d’azzardo e dico che questo C.D. potrebbe trovare qualche estimatore solo tra chi era un cultore del suono primigenio della N.W.O.B.H.M. prodotto da band minori, piene di buona volontà, e con pochi mezzi a disposizione.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Gennaio, 2018
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Credo che non ci sia nulla di originale da aggiungere alla storia dei Magnum. Con questo “Lost On The Road To Eternity” Il gruppo guidato da Tony Clarkin e Bob Catley giunge, infatti, al traguardo del ventesimo album da studio. Provo comunque a dire la mia su un disco che, già da se, dovrebbe essere una garanzia di Hard Rock di classe. Non si può non partire dalla splendida copertina dell’immortale Rodney Matthews. Questa volta a farla da padrone è il mondo delle favole con personaggi presi dal mago di OZ, Alice nel paese delle meraviglie, Robin Hood e altri, immersi in una cornice verde che fa risaltare ancor di più i colori. La formazione inglese ha visto l’entrata di due nuove figure. Il tastierista Rick Benton ha sostituito a dicembre 2016 Mark Stanway mentre più recente è l’entrata del batterista Lee Morris al posto di Henry James. Proprio le tastiere si rivelano come lo strumento cardine sul quale si adagiano le note melodiche degli odierni Magnum dato che contribuiscono in maniera essenziale alla riuscita degli undici brani del C.D. Per dovere di cronaca vi informo del fatto che sono disponibili anche le confezioni doppio C.D. e doppio L.P., che contengono quattro brani in più registrati dal vivo estrapolati dal set del festival “Leyendas del rock” svoltosi a Alicante nel 2017. Tastiere a profusione, una voce calda che, nonostante gli accorgimenti usati in studio, sembra risentire dello scorrere del tempo e una chitarra che, per certi aspetti, rimane un poco “defilata”, anche se Clarkin si è preso l’onere e il merito di comporre tutto il materiale in studio. Pur non essendo scritto da nessuna parte “Lost On The Road To Eternity” potrebbe essere visto come un concept album tanta è la similitudine di alcune delle partiture che si ritrovano ora in un brano ora nell’altro. Proprio questa similitudine, oltre alla lunghezza dilatata dei pezzi, potrebbe scoraggiare l’ascolto tutto d’un fiato da parte di chi non apprezza album con un tema trainante. Si potrebbe porre rimedio alla cosa ascoltando tre brani alla volta ma, in tal caso, si perderebbe d’occhio l’integrità dell’album. Partiture simili non deve essere letto come brani tutti uguali visto che inserti particolari fanno la differenza. Si passa da una “Peaches And Cream” con chitarra stile ZZ Top se pur più morbida e organo Hammond nel finale, alla marcia lenta e sofferta di “Storm Baby”. Si arriva al ritornello melodico ficcante di “Show Me Your Hands”. Si continua con le tastiere che evocano immagini di bolle di sapone nella fase centrale di “Welcome To The Cosmic Cabaret”. L’omonima “Lost On The Road To Eternity” vede una voce rinforzata che guida un pezzo di per se maestoso e vigoroso. Si passa all’indurimento del suono per gridare tutta la disperazione possibile in “Without Love” in cui compare l’ospite Tobias Sammet (Edguy/Avantasia) (i più vecchi potrebbero associare la canzone a “Dance All Days” dei Wang Chung). “Tell Me What You’ve Got to Say” ha un leggero sapore di Dark Wave, voce esclusa, ma approda in seguito all’Hard pompato grazie anche agli arrangiamenti della Wolf Kerschek Orchestra . “Ya Wanna Be Someone”è adatta per un film giovanile americano. “Forbidden Masquerade” ha un ritmo “dondolante” ed è piena zeppa di melodia. “Glory To Ashes” è foriera di enfasi e si trascina ripresentando l’idea del concept. La conclusiva “King Of The Worlds” viaggia attraverso diverse fasi per approdare ad un cambio tambureggiante che ne eleva la velocità. Forse la vena creativa dei Magnum e di Tony Clarkin si sta affievolendo, ma questo album rimane una buona testimonianza resa da dei “mestieranti” dell’Hard melodico che non accennano a mollare la presa.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    15 Gennaio, 2018
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I Dark Ages sono per certi versi un nome storico del panorama musicale italiano. Fondata da Simone Calciolari (ch), unico membro originale rimasto, la formazione veronese ha saputo consolidare nel tempo evoluzione e fama grazie anche alla Rock opera in due parti “Teumann”. II suggello di tanto lavoro è stata la rappresentazione teatrale dell’opera portata in scena con l’ausilio di attori e cantanti. Nel 2017, con una formazione rinnovata, i Dark Ages hanno dato alle stampe il C.D. “A Closer Look” uscito per Andromeda Relics. Il bello dei C.D. è che una persona, osservando il libretto, può farsi una propria idea di ciò che propone anche senza biografia o ulteriori informazioni in mano. Le immagini del booklet ci portano a esplorare case di campagna abbandonate, natura incontaminata e il cosmo insomma, in sintesi un universo che va dal terreno all’infinito. Tra le principali caratteristiche del Progressive Rock e del Prog Metal ci sono ampi spazi che si aprono alla melodia e tempi dei brani dilatati. Queste cose i Dark Ages le hanno ben presenti e le sciorinano a partire dal primo dei sette pezzi di “A Closer Look”. Nel brano omonimo di 8 minuti e 20 secondi le tastiere di Angela Busato ci deliziano con note care alla Locanda Delle Fate, gruppo Progressive italiano autore del capolavoro “Forse Le Lucciole Non Si Amano Più” (1977). La chitarra di Simona Calciolari ci porta in vasti regni inesplorati ed è un peccato che la voce di Roberto Roverselli risulti poco evocativa, quasi sforzata, e non riesce a comunicare quell’aria sognante della quale si ciba il Progressive. C’è una cosa che riesce bene al quintetto ed è quella di dare spazio a tutti gli strumenti. Tastiere e chitarra la fanno da padroni ma Carlo Busato (bt)e Gaetano Celotti (bs) godono di una certa libertà di espressione. Il caracollare tra Hard Rock e Progressive prosegue sia su “Till The Last Man Stands” nella quale è possibile ascoltare una fuga in stile Goblin che su “Yours” dove la chitarra, nella fase dai sei minuti e venticinque secondi in avanti, pur con note semplici e già ascoltate, sa affascinare per la sua concretezza e bellezza nella ritmica. Se state pensando che con l’ascolto di tre brani si può archiviare la “pratica” di “A Closer Look” levatevi questa idea dalla testa o, almeno, aspettate un alto po’. Dico così perché i sei minuti e mezzo di “At The Age Of Darkness” confermano definitivamente che il quintetto ha classe in abbondanza. Si comincia con una fase introduttiva che potrebbe portare da qualsiasi parte, Folk Metal compreso, e invece la band si diverte a spiazzare l’ascoltatore con controtempi, cambi, e ripartenze guidati dalle tastiere sopraffine di Angela che sostengono a spada tratta una voce veramente efficace. Non è ancora giunta l’ora di chiudere il lettore. Vi perdereste “Against The Tides” e, credetemi, non sarebbe il caso perché i Dark Ages ci hanno preparato una doppia sorpresa. La melodia prende piede e il movimento ritmico va avanti senza grossi scossoni ma l’intervento delle voci di Claudio Brembati, Ilaria L’Abbate e Tiziano Taffuri, già presenti nella citata rappresentazione di “Teumann”, rendono il tutto più sognante e evocativo. Se questo non vi basta potete sempre godervi l’incursione del sax suonato da Enrico Bentivoglio che dona quel tocco di originalità in più; cosa difficile da trovare nelle pubblicazioni Metal e Progressive odierne. Gli ultimi due brani, ovvero “The Anthem” e “Fading Throught The Sky”, non aggiungono molto a quanto già ascoltato se pure mostrino il primo una bella sessione di batteria e il secondo intrecci di chtarra e tastiere interessanti. Cosa manca ai Dark Ages per ergersi a pilastri del Progressive e Prog Metal italiano? A mio avviso poco. Forse un produttore esterno avrebbe aiutato a coordinare meglio alcune fasi e avrebbe fatto si che il lavoro al mixer svolto da Maurizio “Tachy” Facchinetti fosse appena, e sottolineo appena, più accurato ma la perfezione assoluta che viene richiesta oggi dagli ascoltatori abituati a suoni ultra patinati si può tralasciare a favore della genuinità.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    29 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Dicembre, 2017
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Una volta tanto non vi annoierò con il solito “pippone alieno” (cit. Paolo Bonolis) sulla carriera dei Game Over. Vi esorto piuttosto a leggere il live report esclusivo della data di presentazione del C.D. “Claiming Supremacy” ( http://www.allaroundmetal.com/live-concerts/item/11473-11-11-2017-game-over-release-party-caseificio-%E2%80%9Cla-rosa%E2%80%9D-poviglio-re ). In “Claiming Supremacy” sono presenti tutti i contrassegni salienti della musica dei quattro alfieri del Thrash ferraresi ovvero velocità, stacchi, titoli “rafforzati” dai cori, ma non solo. In questa uscita più che nelle precedenti è chiara la voglia di smarcarsi da certe ritmiche ripetitive che, a lungo andare, renderebbero la proposta eccessivamente piatta. Non preoccupatevi: quando c’è da pestare sodo e inserire il turbo la band resta fedele ai canoni del “tupa tupa” ma in parecchi frangenti è palese la ricerca di sonorità più lente e varie. Proprio questa ricerca andava a mio avviso resa più accurata in quanto si sente che, tanto per fare un paragone, è come se cercaste di mettere le redini ad un puledro selvaggio. Il risultato sarebbe quello di avere un cavallo imbizzarrito e scoordinato nei movimenti. La voglia di rallentare la corsa è rappresentata in primo luogo dai due brani strumentali “Onward To Blackness” e “Shattered Souls”. L’aria di parziale cambiamento che si respirava tra le pieghe dell’E.P. “Blessed Are The Heretics” con il pezzo omonimo, pezzo riproposto in “Claiming Supremacy” e che rimane tra i migliori del lotto, viene rigettata fuori in “My Private Nightmare”. Ritmo elaborato, batteria che si fa sentire in modo massiccio e che è ancora più incisiva, chitarre che viaggiano a tutta forza; questi sono gli ingredienti di un vero e proprio masterpiece. Probabilmente non è un caso se a seguire questi due pezzi troviamo “Eleven”. Proprio in “Eleven” è possibile constatare ciò che ho detto in precedenza riguardo alla cura maggiore di certi aspetti ma, nonostante tutto, il pezzo si rivela interessante e va a completare una fase centrale del C.D. che dimostra efficacia e che lo fa risultare vincente. I rimanenti brani non aggiungono molto a ciò che già conosciamo. Reno e soci hanno saputo sfornare un lavoro all’altezza delle aspettative anche se continuo a domandarmi per quanto tempo riusciranno, soprattutto in sede live, a tenere ritmi tanto forsennati e tempi indiavolati (sento la band fare “sgrat sgrat”). Godiamoci questa realtà italiana e mettiamola al pari di gruppi come i tedeschi Risk o, se vogliamo fare gli “sboroni”, Kreator e Slayer.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Novembre, 2017
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Quindici anni di attività e una carriera costellata da split e demo più due full leght e l’ultimo E.P. “A Morte Ad Mortem” del novembre 2017. Questa, in estrema sintesi, è la biografia dei campani Gort. L’E.P. a quattro pezzi “A Morte Ad Mortem” è un concept dedicato alla morte nera, ovvero la peste. La peste, come tutte le altre malattie contagiose, può essere vista come una roccia metamorfica: così come la roccia viene cambiata da pressioni e temperature la peste ha avuto il potere di cambiare il destino di parte dell’umanità per un lungo periodo (vedi 1347-1352). Chi è amante del Black Metal dalle produzioni patinate può anche saltare la recensione mentre chi ha apprezzato dischi come i primi due dei Bathory può continuare a leggere le mie impressioni. L’essenza della musica dei Gort è racchiusa tutta nell’iniziale “ Black Glorification”: matrice nordica affine a quella di gruppi come Ancient e Immortal dei primi periodi; caratteristica voce arcigna a cura di Illness, velocità affiancata a stacchi in marcia. Su tutto domina la chitarra di Wolf mentre la batteria di Einherjar Ingvar e il basso di Eurystheus restano in una specie di cono d’ombra. “Nigra Imperatrix” possiede una chitarra che ha l’effetto di una zanzara che va e che viene ed è messa lì apposta per “infastidire” in qualche modo chi ascolta tanto che, se siete in uno stato schizoide, potrebbe alterarvi ancora di più. Il pezzo mantiene le caratteristiche del primo brano anche se la lunghezza totale, sette minuti e undici secondi, poteva essere abbreviata tagliando un poco del finale. “Sealer Of Pestilence” è un brano contenente più cambi rallentati che parti in piena velocità e che denoti una certa calma ce lo dimostra fino al finale con la chitarra lasciata da sola in arpeggio. L’ultimo pezzo, “The Last Flight Of The Crow”, possiede una batteria “a mitraglia” che abbandona il ritmo costante tenuto più o meno fino a questo momento dell’E.P. Finalmente lo strumento ha occasione di emergere così come emergono gli accordi del basso. Probabilmente il volume del master alzato rispetto a quello degli altri pezzi in sala di registrazione, ha dato i suoi frutti. Credo che tra le prerogative che un disco deve avere c’è quella di non annoiare chi ascolta e questa caratteristica “A Morte Ad Mortem” la ha. Basta che i Gort valorizzino un poco meglio il loro suono e risulteranno totalmente vincenti.
Nota: Il disco in versione digipack può essere richiesto direttamente a http://www.lupusnigerprodanddistro.com/

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    30 Settembre, 2017
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Ho incontrato Lelio Padovani, direttore de L’Accademia centro musicale polivalente di Parma, un paio di volte ai Tartini 5 studio in occasione della presentazione dei due C.D.’s degli Ancillotti. L’impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi di fronte una persona seria, pacata e dai modi gentili. Non avrei mai immaginato che dietro quella “maschera” si celasse un animo Rock al 100%. Dalla biografia acclusa al mini C.D. “Waves”, uscito autoprodotto nel 2016, ho appreso che Lelio, oltre a insegnare chitarra e suonare basso e batteria, ha collaborato con prestigiose riviste come chitarre e Axe, ha composto colonne sonore, alcune premiate dalla critica, ha fatto da interprete a clinics di nomi come Steve Vai, Steve Morse, Paul Gilbert e altri e, naturalmente, ha inciso alcuni album da solista. “Waves” è stato masterizzato da Fausto Tinello (Wyvern) ai Tartini 5 e contiene quattro pezzi strumentali che, come ho detto in altre occasioni, andrebbero recensiti con le immagini più che con le parole tante sono le suggestioni che entrano in testa. Per lo meno a me è successo così e cercherò, dove possibile, di rendervi partecipi. “Time Traveller” vede tastiere e chitarre in primo piano. Le intessiture sono quelle del Progressive Rock ma sono dotate di un suono moderno. Si tratta di un viaggio astrale arioso contrappuntato da un suono di basso non troppo invadente. Con “Siren” i riferimenti classici potrebbero essere quelli di Joe Satriani e Di Steve Vai, sarà un caso? La ritmica di base è abbastanza dolce e romantica. Perdetevi nel regno dell’azzurro mare per poi avvicinarvi agli scogli: seguendo gli arpeggi di chitarra in libertà vi verrà facile. Con “Sunday” preparatevi a vivere una giornata con il sole che cerca di emergere dalle nubi. Voi e la vostra compagna, o fidanzata, vi avviate a prendere un caffè al bar del parco mentre il vostro cagnolino gioca mordicchiando il suo guinzaglio e “implora” di lasciarlo correre. Il sole non riesce a fare breccia, ma non importa. Con “Waves” la vicinanza con certi “tocchi” cari al vecchio Steve Hackett dei Genesis si fa più tangibile che negli altri pezzi anche se gli stili catturati da Lelio sono diversi a seconda dei cambi del ritmo (ho sentito tracce di Vangelis e Mike Oldfield ma non vorrei dire uno sproloquio). Sarà come arrivare al traguardo di una boa lontana dalla riva frangendo i flutti. In conclusione “Waves” ha giusto un paio di piccoli errori nel mixaggio ed è un disco valido. Di certo non è adatto ai giovani scalpitanti che hanno la vita in mano e che non si fermano mai. E’ adatto invece a chi cerca emozioni o a persone più “attempate” come il sottoscritto abituate a riflettere.

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