A+ A A-

Opinione scritta da Corrado Franceschini

184 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 19 »
 
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Ad un anno esatto dall’uscita dell’ E.P. “Ages” degli emiliani Anabasi Road ecco arrivare la recensione del sottoscritto. Come sempre risulta difficile descrivere il sestetto a parole sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista dei testi. Di sicuro si può dire che nel gruppo è presente una forte valenza culturale a cominciare dal nome derivato dall’opera dello storiografo greco Senofonte. Per ciò che riguarda la musica, invece, la valenza culturale è data dal fatto che il gruppo non è etichettabile in un solo genere ma riesce abilmente, e tecnicamente, a mischiare le carte in tavola costringendo l’ascoltatore a restare sintonizzato nei solchi per scoprire dove e come si evolverà il suono. Se ciò non basta l’aspetto grafico del lavoro e la copertina: un pieno splash di colori e significati “mistici” spiegati a tappe nel blog di Facebook, faranno il resto. Va da se che, proprio per questi motivi, l’ascoltatore medio di un E.P. come “Ages” o come l’esordio omonimo targato 2014 (voto su Allaroundmetal 4/5) sarà per forza di cose un sostenitore dell’Hard e del Progressive degli anni ’70 che porta tali musiche nel cuore e nella mente. Insomma, scherzando, si potrebbe dire che gli Anabasi Road sono nati fuori tempo massimo o in un’epoca sbagliata vista anche la difficoltà a reperire date in un mondo monopolizzato da cover band o da Heavy Metal e Hard Rock più di maniera. Il mix e il mastering a cura di Luca Giorgio Pretorius (ex What A Funk, ora negli Aquiver) costituiscono0 una plus valenza e mettono ordine in un combo che, dal vivo, risente spesso dell’impreparazione di fonici abituati ad altri suoni e a gestire gruppi meno “affollati” sul palco. Il video di “What Does It Mean”, uscito un mese prima dell’E.P. aveva fatto da battistrada. Quel video lo troviamo nella sua lunghezza “minorata” di 5’01” a fronte dei 6’58” del pezzo originale, al termine del mini C.D. “What Does It Mean” (il brano) apre alla grande le danze dimostra da subito di che pasta sono fatti questi giovani musicisti. Arpeggio iniziale alla Pink Floyd, uno stacco del basso di Rick Vecchi che fa da preludio ad un riff “pomposo” che si stempera e riparte, stacchi di piano e fughe che approdano in porti deiversi come il simil Free Jazz e se pensate che il tutto sia confuso vi sbagliate di grosso vista le ottime capacità di assemblaggio e composizione. “Bridge To Another Rainbow Pt1 - Sunset Prelude” è totalmente atipica visto che è presente nel pezzo un vero e proprio quartetto d’archi. La malinconia di una viola che potrebbe benissimo accompagnare una scena del commissario Montalbano, si protrae fino a un “capriccio” di tenore classico. “Bridge To Another Rainbow Pt2 - Morning Comes” prosegue sulla falsariga e si integra con la voce da “cantore” di Andrea “Gibbo” Giberti. Torna la viola del pezzo precedente ma, questa volta, si scontra con una suite in pieno stile Progressive per poi tornare in evidenza. “The Dream Machine” si avvale di musica spaziosa e ariosa tagliata dal tracotante ingresso delle tastiere di Luca Orlandini che si integrano con un incedere Hard anni ’70 e non è finita qui. Una musica dondolante come una culla lascia spazio ad un bailamme turbinoso di tastiere e chitarre a cura di Massimiliano Braglia e Alex Gambarelli supportati dalla enfatica batteria di Nicholas Corradini che portano, dopo ben 7’26” di musica, al finale affidato ad un elettroencefalogramma piatto. Atipici, brillanti, “antichi” chiamateli come voete. Loro sono gli Anabasi Road sono nati per ridare speranza a chi ha vissuto gli anni d’oro della musica e non sa darsi pace del fatto che i tempi cambiano. Il mio spassionato consiglio da supporter è quello di accaparrarvi questo lavoro e il precedente full lenght; a voi la scelta.

Trovi utile questa opinione? 
30
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

A completare la triade dedicata ai ferraresi Game Over ecco arrivare, fresco di stampa, l’E.P. “Blessed Are The Heretics”. In verità a me sono arrivati i files delle sei canzoni che compongono questo lavoro quindi, per un’analisi precisa del suono, sarebbe bene acquistare il disco. L’E.P. a sei pezzi servirà come “passatempo” nell’attesa che i quattro ragazzi si decidano a sfornare un nuovo C.D. Nel frattempo, come detto, “torturiamoci allegramente” le orecchie. Si parte con la nuova di pacca (in tutti i sensi) “Blessed Are The Heretics”. Come era già accaduto per il precedente “Crimes Against Reality” i Game Over proseguono nella loro escursione verso territori musicali più tecnici e lo fanno creando un brano che è tra i più complessi della loro carriera. Il risultato è ottimo: un misto tra velocità, stacchi rallentati e ritmi massicci. La seconda canzone in scaletta è “Mai Più”, ovvero sia la riedizione “moderna” con testo in italiano di “No More” presente nel C.D. “Burst Into Quiet”. In questo caso, e qui arriviamo alle differenze sonore che potrebbero saltare fuori tra files e E.P. originale, avrei alzato un poco la voce di Renato “Reno” Chiccoli per fare comprendere a modo le parole. Comunque sia, la metrica si adatta benissimo e il brano non perde un’oncia del suo valore, grazie anche al lavoro delle chitarre di Sanso e Ziro che sfornano soli molto buoni. “You Spin Me Round (Like a Record)” è la cover dell’omonimo brano dei Dead Or Alive (R.I.P. Pete Burns). A dispetto di chi crede che un brano nato per le discoteche rimanga tale la velocità del ritornello, dove la voce diventa un ringhio, è pari a quella dell’Hardcore più oltranzista; ottima mossa. Gli ultimi tre brani sono dei pezzi dal vivo registrati durante i tour in Stati Uniti e Cina. “Mountains Of Madness” molla cazzotti sul viso a tutto spiano e senza pietà fino a lasciare chi ascolta in affanno di ossigeno, figuriamoci quando la vedete suonata dal vivo da 4 musicisti forsennati. “Fix Your Brain”, l’ennesima bordata, ha il basso in bella evidenza e le chitarre velocissime; con la batteria a complemento è palese come siamo di fronte a dei “guerrafondai” della musica. “C.H.U.C.K.” è come la marcia schiacciasassi di un Mammut ed è il degno suggello di “Blessed Are The Heretics”. Io vi consiglio spassionatamente di supportare i Game Over, sia dal vivo, che acquistando i lavori fatti fino ad ora, compreso questo E.P.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Ho assistito alla serata di presentazione del C.D. dei Game Over “Crimes Against Reality”svoltasi il primo aprile 2016 al Kaleidos di Poviglio (RE) (il live report lo trovate qui: http://www.allaroundmetal.com/live-concerts/item/7767-1-04-16-game-over-release-party-kaleidos-poviglio-re ) ed è li che, dopo un infuocato concerto, ho avuto la copia da recensire dal bassista/cantante Renato “Reno” Chiccoli. “Crimes Against Reality” può essere condierato come l’album della maturità artistica del quartetto ferrarese. Cosa mi porta a dire ciò? Molto semplice: il fatto che tra i solchi dei dieci pezzi si annidano una ricerca di soluzioni più complesse e “tecniche” rispetto ai dischi precedenti. Non sempre tutto riesce a meraviglia visto che i ragazzi, si sa e si sente, sono abituati a marciare sempre al massimo dei giri, ma il risultato finale è tutto sommato convincente dato che i brani sono meno “uniformi” quindi più vari e godibili. “What Lies Within”, una breve nenia che prende velocità, confluisce ed è parte integrante di “33 Park Street” (lo si capisce leggendo il testo n.d.a.) In “Neon Maniacs” i tentativi di cercare un briciolo di melodia pur mantenendo la velocità sono palesi e il brano riesce in toto. Con “With All That Is Left” assistiamo ad un buon gioco del mischiare le carte in tavola svolto vagando tra arpeggi e cambi in semivelocità. La voce sembra risentire un poco di queste soluzioni visto che, vi ricordo, è abituata a “correre” sempre. “Astral Matter” è particolarmente intrigante e rappresenta l’apice del disco con la sua profusione di ritmiche innovative per il Game Over sound. “Fugue In D Minor (allegro ma non troppo)” va di velocità alla Nuclear Assault fino a che non interviene una spinetta che marca il ritmo della musica classica, il tutto in 41 secondi. “Just A Little Victory” è un altro dei pezzi che colpiscono nel segno così come “Gates Of Ishtar” fatta di cambi, stacco e fughe. L’omonima “Crimes Against Reality” vede un’opera incessante delle chitarre di “Sanso” e “Ziro” ora separate ora in coppia. La conclusiva “Fix Your Brain” rientra nello stile tipico e consono dei Game Over quindi non aggiunge nulla di nuovo. Come detto non sempre i Game Over sembrano a loro agio nella nuova veste di alfieri del Thrash tecnico; con approssimazione si potrebbe dire Metallica meets Laaz Rockit, ma il tempo e l’esperienza maturata li porteranno alla perfezione cosa che, stranamente, dal vivo c’è già.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Preparatevi a leggere un trittico, ovvero tre recensioni, che riguardano i thrashers ferraresi Game Over. Se vi state domandando il perché proprio tre recensioni vi ricordo che a casa mia i C.D.’s che mi vengono dati per “lavoro”, prima o poi trovano una loro collocazione. Seguo i Game Over dal loro demo “Thrash Is Back” (2009) e non li ho mai abbandonati in quanto li ho sempre ritenuti, e li ritengo tutt’ora, una band precisa, energica e di razza. “Burst Into The Quiet” ricorda, a cominciare dalla copertina ad opera di Mario Lopez, che il mondo, soprattutto dopo la mezzanotte, è popolato da inquietanti presenze pronte a minare l’integrità del nostro sonno, così come sperimenterà la donna che dorme, serafica e da sola, in un letto a due piazze. I quattro alfieri del thrash italico ci lasciano in eredità un C.D. a nove brani che sprizza potenza, energia, e violenza sonora a più riprese, grazie anche al lavoro svolto da Simone Mularoni in fase di registrazione, mix e mastering. Lo stile ripescato dal gruppo è quello che ha fatto la fortuna di veri e propri pilastri del genere Thrash, ma volendo anche Speed, come Exodus, Testament Laaz Rockit e gli Anthrax dei vecchi tempi (i nomi non sono messi a caso n.d.a.) La iniziale “Masters Of Control”, un vero e proprio classico immancabile nelle esibizioni dal vivo dove viene addirittura velocizzata, ha in se tutti gli ingredienti per appassionare l’ascoltatore: chitarre sparate, cori con “rinforzo” e soli al fulmicotone. Insomma; è un ottimo biglietto da visita. “Seven Doors To Hell” possiede cambi potenti e precisi. “The Eyes (Of The Mad Gardner) ” è la solita bordata messa lì per annichilire chi ascolta e lo fa con dei ritmi a “sbalzo”. “C.H.U.C.K.” mi da l’occasione per elogiare il lavoro tellurico svolto alla batteria da Anthony “Vender” Dantone. “No More” è una tipica cavalcata dai cambi spezzati dove ad emergere è la perizia tecnica che possiedono i quattro thrashers e l’equa divisione dei compiti tra le chitarre di Alessandro “Sanso” Sansone e Luca “Ziro” Zironi che, all’occorrenza, trovano il modo di cooperare in sintonia. “Metropolis Pt.3”, con i suoi 24 secondi, sembra uscita di getto da un album dei Nuclear Assault. Inquietudine e terrore sono gli ingredienti di “Trapped Inside Your Mind”: a perorare queste cause ci pensano velocità e cori anthemici. “Nuke ‘em High” tende a rallentare il ritmo che ci ha accompagnato con i precedenti brani, ma non rinuncia ai soli di chitarra che la accompagnano fino alla fine. La conclusiva “Burst Into The Quiet” è terreno di conquista per quella vera e propria macchina da guerra che è il bassista Renato “Reno” Chiccoli, dato che lo strumento è fortemente in evidenza e “gira” a meraviglia. Il brano, con i suoi controtempi, è la degna conclusione di un C.D. che non lascia scampo e che farà felici sia i vecchi che i nuovi “adepti” delle milizie del Thrash Metal. Viene da domandarmi per quanto tempo i quattro ragazzi saranno in grado di reggere i ritmi indiavolati che propongono dato che, soprattutto in sede live, i pezzi raggiungono velocità proibitive e una precisione invidiabile. La risposta ve la darò nelle prossime recensioni e nei prossimi live report.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Corrado Franceschini    19 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Intendo scusarmi personalmente con Gabriele Bellini per il forte ritardo con il quale arriva questa recensione. “Acoustic Spaces” infatti, è uscito nel luglio 2015 e, nel frattempo, il chitarrista ha messo molta carne al fuoco sia con la sua etichetta QuaRock Records che con la vecchia e nuova formazione degli Hyaena. “Acoustic Spaces” è un album atipico perché, come si intuisce dal titolo, lascia spazio alla fantasia chitarristica di Gabriele Bellini in chiave acustica. Ad aumentare l’atipicità di questo C.D. c’è poi il fatto che 9 tracce su 10 sono strumentali. Ottimo il lavoro svolto da Giacomo “Jac” Salani a La Fucina Studio in fase di mix e mastering; lavoro che rende i suoni puliti e senza sbavature. Nella bio allegata ai files musicali ogni brano trova una sua spiegazione ma, ne sono sicuro, se vi lasciate andare sulle ali delle note, saprete cavarvela da soli nel trovare senso e sensazioni adeguati alle ritmiche proposte. Ecco cosa ha captato la mia mente durante l’ascolto. “Season Zero” potrebbe fare da colonna sonora ad un film di genere Fantasy/avventura tipo quelli di Harry Potter. “Awakenings” regala sprazzi di sogno adagiati su ritmiche per lo più tranquille. “Squisio!” va di fingerpicking attraversando il Brasile più allegro e, successivamente, le lande spagnole con una base di Flamenco. “Remake The Renaissance” vede l’ospite Michael Agostini alle percussioni e marcia al ritmo di Rock/Fusion. “Order ‘n’ Disorder è sfrenata con i suoi giochi liberi di chitarra basati su larghi tratti di velocità. “Terraforming” è tra i brani migliori del C.D. e ha catturato la mia attenzione grazie al suo fortissimo sapore di Fusion accostato, ancora una volta, a un certo sentore di Brasile. “Relativity” vede di nuovo all’opera Michael Agostini. Lasciate correre la fantasia ed estraniatevi dal mondo; pensate di volere arrivate dove vi porta la vostra mente e dove più vi piace con barlumi di libertà e spensieratezza uniti a stati di malinconia e riflessione. “Forward To Skip” batte i sentieri del Pop Rock melodico. “Dynamic Day” è una specie di viaggio fatto di camminate e soste con tanto di tastiere che ammantano il ritmo. “Skyland” vede collaborare Bellini e Agostini con Claire Briant Nesti, voce soprana, in un insieme che vi porterà in un viaggio astrale nel cosmo verso mondi inesplorati. Per ascoltare e apprezzare “Acoustic Spaces” dovete aprire la mente ad una cultura musicale che non si basa sul Rock duro e puro né tanto meno sul Metal ma, se non vi porrete barriere, troverete dieci pezzi interessanti.

Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Corrado Franceschini    05 Marzo, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Paolo Catena ha definitivamente abbandonato il suo alter ego Paul Chain ma l’industria discografica tende, a mio avviso giustamente, a riportare a galla il suo passato. Paul Chain, musicista pesarese, è stato fondatore dei seminali Death SS, produttore e sostenitore della scena marchigiana, inventore di una lingua fonetica, artefice del Paul Chain Violet Theatre, tastierista dei Boohoos e dulcis in fundo, se non ho scordato qualcosa, è stato ed è tuttora pittore e creatore di musica che, oggi, si avvicina all’elettronica. Alkahest: disco ristampato in altra occasione, questa volta vede la luce, o le tenebre a seconda di chi legge, grazie alla storica Minotauro di Marco Melzi. Per molti “Alkahest” costituisce l’apice della carriera di Paul Chain ma, in qualsiasi modo la si pensi, è certo che la presenza di un ospite come LeeDorrian dei Cathedral che canta in 6 tracce su 9 non può passare inosservata e ha contribuito all’epoca della sua uscita (anno 1995) a dare lustro ad un artista che oggi è relegato nel dimenticatoio dai più giovani. All’Hard Rock pesante dal sapore antico di “Roses Of Winter” e’ affidato il compito di aprire il disco. La registrazione conserva un che di vecchio e, se pur alcune parti del mixaggio soffrono nella produzione (roba da perfezionisti n.d.a.) il brano coinvolge. Con la successiva “Living Today” l’atmosfera si fa appena più melodica e rarefatta ma i riff piazzati qua e la non possono far altro che rimandare ai BlacK Sabbath. Il solo di chitarra, poi, vaga nel cosmo alla ricerca di luoghi da “colonizzare”. “Sand Of Glass” cala pesante come un macigno a rinforzare il concetto di Doom Metal. Nell’apertura le tastiere mostrano la loro presenza non invadendo troppo il campo, per poi prendersi nel prosieguo uno spazio tutto loro assieme ad una chitarra “cosmica”. Tastiere melodiche e evocative introducono “Three Waters” prima che il pezzo solchi i mari perigliosi del Doom d’atmosfera intenso e sognante al tempo stesso. Il solo acuisce la sensazione di infinito e la chitarra che segue lavora incessantemente. L’intro di “Reality 1” lascia presagire un viaggio tra la Scozia e l’Oriente per poi spiazzare tutti con il suo malinconico tonfo pesante. Dopo 4’40” il ritmo prende inaspettatamente una piega leggermente più veloce fino ad arrivare ad un solo energico che porta ad un nuovo rallentamento. “Voyage To Hell”, con il suo incedere marziale marcato dalla voce di Dorrian, riporta in auge i vecchi fasti di Paul Chain pur rinnovando il vestito (a lutto) musicale. “Static End” ha un titolo che parla da solo anche se non rinuncia ad alcuni cambi contrappuntati da una batteria secca. A fare da cornice al tutto la solita chitarra che intesse riff ed una voce ora narrante ora dal ringhio cupo. “Lake Witout Water” si apre ad un percorso melodico e “dondolante”dove la desolazione di un terreno arido, potrebbe essere visto come una metafora della vita, è ben tangibile. “Sepulchral Life” fa uscire il marcio direttamente dal terreno che circonda le nostre vite ed è condita da una chitarra lancinante. Ai 3‘50” si parte per altri lidi con un duro risveglio delle creature che risorgono dal loro sonnolento giaciglio ma la dimostrazione che la nuova vita è tutt’altro che facile viene palesata da un andamento ipnotico dove spicca la parola suicidio. Bisogna aspettare un poco di tempo prima che venga rivelata la bonus track “Electic Funeral” che, in buona sostanza, è una semplice nenia vocale che nulla aggiunge e nulla toglie anche se lascia un senso di inquietudine.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    30 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Pierpaolo Capuano non è certo l’ultimo arrivato nel panorama underground del metallo italiano. Creatore della rivista - Web “Wisdom Magazine”, ora sospesa, speaker dai microfoni di Radio Sardegna Web Pierpaolo è anche l’artefice, assieme alla moglie Annalisa Belli, della nascita della creatura Alchem. Dopo un primo demo artigianale uscito nel 2005, gli Alchem sono andati avanti negli anni nonostante alcuni cambi di formazione con la loro produzione sotterranea. Nel 2011, per volere della vecchia casa discografica, il gruppo ha rilasciato il C.D. “Florilegium” contenente il compendio di tre demo usciti in precedenza. Nel 2016, anticipato dall’uscita del videoclip del brano “Il canto delle sirene”, è uscito l’E.P. autoprodotto “Fragments”. I quattro pezzi presenti non prendono un’unica direzione ma esplorano ognuno un mondo musicale diverso e lo fanno in maniera interessante. Lo dico esplicitamente: la registrazione e la fase produttiva meritavano altra cura visto che mancano alcune equalizzazioni che avrebbero reso maggiore giustizia al suono e, Inoltre, un paio di stacchi nel mixaggio penalizzano il risultato finale. Partendo da questi presupposti si potrebbe pensare ad una bocciatura ma quello che Alchem non offrono dal punto di vista della produzione lo offrono attraverso la qualità dei brani e questo, in fondo, è ciò che conta e che lascia ben sperare per il futuro. “Armor Of Ice” segue le orme dell’Hard e del Doom grazie ai riff segnati dalla chitarra di Piero mentre la voce di Annalisa dona accenti Goth e mostra le potenzialità melodiche della cantante. Con “Fragments Of Stars” entriamo nel mondo del cosmo definito dall’arpeggio iniziale ma gli Alchem non si fermano molto nello spazio perché con la loro navicella, e la loro musica, ci accompagnano in Oriente con degli arpeggi sempre dolci. La registrazione non penalizza troppo la voce di Annalisa che ha così modo di mettersi di nuovo in evidenza. Negli ultimi due pezzi proposti il gruppo cambia decisamente stile e riesce a sorprendere per la facilità compositiva ed esecutiva con le quali vengono confezionati i brani. “Il Canto Delle Sirene” invade con sicurezza il territorio del Progressive Rock anni ’70 e solo la voce femminile può distoglierci da tale musica. La chitarra, invece, mi ha ricordato quella maestosa di Steve Hackett (Genesis) e ciò mi ha ulteriormente convinto della bontà del brano. Con la conclusiva “Spirits Of The Air” siamo di nuovo in fase Prog. In questo caso le note ci trasportano in un mondo caro ai Goblin tanto che lo spirito dell’aria potrebbe essere associato ad un film come Phenomena di Dario Argento (colonna sonora con Goblin, Simonetti, Motorhead, Iron Maiden e altri) non solo per il titolo, ovviamente. In questo caso, così come qua e la durante l’E.P., la voce femminile viene rafforzata con dei cori, direi “doppiata”. Credo che il terzetto, cioè i due artefici di Alchem più Luca Minetti che suona basso e programma, sarà in grado di regalarci delle belle canzoni in futuro. Suggerisco al gruppo di “perdere” un poco più di tempo in fase di produzione perché se il mio voto è di mezzo punto in meno del dovuto, lo si deve a questo fattore.

Trovi utile questa opinione? 
72
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Corrado Franceschini    20 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Diciamolo chiaramente: l’Italia in campo Hard Rock/Heavy Metal ha partorito negli anni delle ottime band ma, se andiamo a ritroso nel tempo, molti demos, cassette e dischi usciti a fine anni ’70 primi ’80 avevano una produzione fortemente deficitaria. Gli Hyaena fanno parte della pattuglia che fece seguito alla fortunata ondata sancita dalla triade Death SS, Strana Officina, Vanadium. Nel 1985, infatti, Gabriele Bellini (ch) e Rossano Lucarini (bt), meglio noto come Ross Lukather, fondarono la band alla quale, in seguito, si aggiunsero Mario Candido (vc) e Marco Frau (bs). Questo “Metamorphosis Master Demo ‘87”, già proposto in precedenza su C.D. senza la rimasterizzazione a cura di Giacomo Jac Salani (La Fucina Studio, QuaRock Records) esce per l’appunto per la QuaRock Records di Gabriele Bellini. Non confondete questa edizione con quella che è stata proposta a fine 2016 da una formazione degli Hyaena ancora attiva che comprende la coppia Bellini/Lukather e le nuove entrate Isabella Ferrarri e Claire Brant; in “Metamorphosis Master Demo ‘87” potete trovare l’ardore originale del 1987, anno nel quale il demo ha visto la luce. Il C.D presenta sette brani per un totale di 38’28” durante i quali gli Hyaena passano agevolmente dall’Heavy Metal allo Speed/Thrash con capacità tecnice e compositive molto buone nonostante qualche colpo di batteria sia fuori sincrono. Le doti di cui sopra sono racchiuse e evidenziate già nell’apripista “Metamorpohosis”. La chitarra di Gabriele Bellini interviene più volte e si innesta su numerosi cambi di tempo che si snodano attraverso i 7’44” del pezzo. “Wrathchild”, nessuna relazione con gli Iron Maiden, ha una ritmica bella e gagliarda che rimanda direttamente agli Exodus del brano “Bonded By Blood” ma, e qui sta il tocco geniale, vira alla cadenza e riparte più volte con varie “comparsate” della chitarra. Validissimi, poi, sono gli acuti della voce di Mario Candido. Dopo tanto ardore ci voleva un attimo di relax ed è così’ che “No Man’s Land” arriva a spezzare i tempi con la sua partenza arpeggiata. Non consideratela però una ballad visto che, ancora una volta, il quartetto si diverte a mischiare le carte in tavola. “Unlimited Power” mostra i segni del tempo come metodo di registrazione ma, vi ricordo, nel 1987 non venivano usati “clic” per la batteria e Pro Tools come oggi. Da qui in poi comincia una fase più standard del disco: cioè meno innovativa e sperimentale. “Behind The wall” picchia forte e sprigiona una buona dose di energia rafforzata come è da cori – anthem. “Kill Without Mercy” da modo a Gabriele Bellini di scatenarsi a ruota libera con la sua chitarra mentre la conclusiva “Screams From Savannah” si dibatte tra fulminei cambi. Come ho scritto sopra preferisco la prima parte del disco ma, sono sicuro, un sacco di gruppi vorrebbe avere al giorno d’oggi le capacità degli Hyaena. Per capire chi siamo bisogna sapere da dove veniamo ed è per questo che consiglio alle nuove generazioni di ascoltare, o ancora meglio acquistare, “Metamorphosis Master Demo ‘87”. Ai vecchi “cultori” del metallo italiano questo consiglio non serve: loro sanno già cosa hanno rappresentato gli Hyaena.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
4.0
Opinione inserita da Corrado Franceschini    08 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Alzi la mano chi di voi sentiva il bisogno di una nuova confezione con doppio C.D. + D.V.D. dei Saxon. Non fraintendetemi: seguo Biff e la sua band dagli inizi della carriera e il mio compito è quello di recensire un prodotto ma, per quanto affezionato, desidererei sapere per prima cosa se queste uscite le decide il gruppo o la etichetta UDR e, come seconda cosa, se servono a raschiare il fondo del barile o ad onorare impegni contrattuali. State sicuri che se mi capiterà un’intervista, magari durante la prossima calata dei sassoni in Italia, la domanda sarà posta. In questo caso il piccolo escamotage per rendere più appetibile “Let Me Feel Your Power” e i suoi tre concerti, “Live In Monaco”, “Live In Brighton” e il bonus “Live In Chicago” è stato quello di inserire alcuni brani, a dire il vero pochissimi, differenti tra la versione sui due C.D.’s e il relativo D.V.D. Niente da dire sulla scelta e la qualità dei moltissimi pezzi proposti anche se inevitabilmente ci sono dei doppioni, mentre Interi dischi della produzione regolare sono stati “dimenticati”. Questione di diritti e/o licenze che sia non è dato saperlo. Visto che le differenze tra i supporti audio e video sono per l’appunto minime preferisco concentrarmi sulla parte più accattivante, ovvero quella del video. Se il buongiorno si vede dal mattino “Battering Ram”, pezzo che apre il concerto di Monaco nel quale si erano esibiti anche i Motorhead; il Bomber e il logo si vedono bene, ci consegna una band in splendida forma. Le immagini sono di buona qualità anche se le luci, sopra a tutto quelle azzurre, rivelano dei pixel. Un giubbino di jeans con numerose toppe viene lanciato sul paclo e Biff, da buon marpione, lo indossa facendo andare in visibilio il pubblico. La dose di energia viene rincarata da una versionevelocissima e precisa di “Motorcycle Man”. La parte scenografica on stage comincia con “Sacrifice” dove quattro lingue di fuoco vengono sparate alte. Dal lato del suono tutto perfetto anche perché durante i cori del pezzo vengono usati dei samples come va di moda oggigiorno. Arriva “Power And the Glory” e altri due giubbini piovono sul palco. Biff ne passa uno a Doug Scarrat mentre l’altro è preda del bassista Nibbs Carter. Parte una versione sparata di “20.000 Feet”, erroneamente indicata come “Heavy Metal Thunder”, e l’energia che scaturisce da questi vecchi leoni, corroborata da un buon solo di P. Quinn, è contagiosa. Riffs alternati sono quelli che mette in campo la relativamente recente “Devil’s Footprint”. Inutile dire che “Heavy Metal Thunder”, stavolta il titolo è giusto, ha gioco facile su una platea che adora i Saxon facendo leva, oltre che sull’ottima musica, sull’effetto fumo. Spendo giusto due parole per dire che questa canzone, a mio avviso, ha sempre risentito di un certo qual che di “non geometrico” tra chitarre e voce: un poco come capita durante la versione dal vivo di “Freewheel Burning” dei Judas Priest. Con la cadenzata “Queen Of Hearts” il gruppo prende fiato e lo fa con mestiere facendo battere le mani al pubblico. Al decimo pezzo Biff, da buon “commediante”, strappa la scaletta che avevano richiesto i Saxon ai fans via web e lancia la corsa di “Princess Of The Night”: una locomotiva e non una donna come molti pensano. Qualche perdita del ritmo durante il pezzo ma al pubblico questo non importa. Con una “Wheels Of Stell” dall’ottima resa visiva: la qualità delle immagini è al top, Biff riprende un video con l’audience e la fa cantare a gran voce. L’ora dei classici continua con una “Denim And Leather” dai soli un po’ confusi. A suggello dei sessantuno minuti dello show di Monaco arriva “Crusader” che lascia sul campo di battagli un Biff visibilmente sudato e, perché no, stanco ma felice. I tre pezzi del segmento di “Live in Brighton” vedono i Saxon fare i conti con un luogo al chiuso e un pubblico nettamente inferiori a quelli del precedente concerto. Luci spartane, palco più piccolo, qualità delle immagini video inferiore se pure godibile, e band un poco più affaticata. E’ comunque una ghiotta occasione per ascoltare brani che, sovente, vengono ricordati solo dai die hard fans (“Eye Of The Storm”, “Battalions Of Steel” e “Requiem – We Will Remember”). L’ultimo concerto del D.V.D, “Live in Chicago”, raccoglie 18 brani della produzione vecchia e nuova. Come detto all’inizio non si tratta di tutti brani “clone” di “Live in Monaco” e la scaletta diversa fa si che possiamo riascoltare classici immortali come “Rock The Nations”, da sempre una delle mie canzoni preferite anche se la versione offerta, in questo caso, non è esente da “sbalzi di umore”, mischiati con canzoni meno usuali come “Solid Ball Of Rock”. Anche in questo caso la qualità del video non è eccelsa, sopra a tutto con le luci rosse, ma un concerto dei Saxon, per noi della vecchia guardia, è sempre qualche cosa di speciale. quattro mega televisori a lato palco e “palazzetto” fanno da corollario ad un set che, proprio per la sua scaletta, merita la visione. Che altro dire. Nibbs Carter conla sua gioventù si permette roteamenti di capelli mentre Biff sa fare il suo mestiere e Nigel Glocker, con quello che ha passato, rimane un buon batterista fedele al ritmo. Le asce di Quinn e Scarrat, collaudate con lunghissimi anni di sintonia, cercano di donare riffs che hanno fatto la storia dell’Heavy Metal. I Saxon rimangono tra i miei preferiti e, se non siete riusciti a vederli nelle recenti date a Bologna o Trezzo sull’Adda, questo cofanetto metterà a tacere le vostre coscienze.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Corrado Franceschini    12 Novembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 12 Novembre, 2016
Top 10 opinionisti  -  

Abbiamo il triplete! Dopo il live report e l’intervista faccia a faccia tenuta con le Killin’ Baudelaire al Modena Metal Ink Atto IV dell’1-10-2016, ecco arrivare la recensione del mini C.D. “It Tastes like Sugar”. I più attenti fra voi, grazie anche all’ampio “battage pubblicitario” messo in atto dalla Bagana Records a suon di interviste e passaggi radio, non si saranno fatti sfuggire i pezzi, e i relativi videoclips, di “Wasted” e “Summertime Sadness”. Naturalmente i due pezzi sono presenti in questo E.P. e ad essi sono state aggiunte le tracce “The Way She Wants” e “Riddle”. Credo che gli ascoltatori dell’Heavy Metal duro e puro saranno più interessati all’aspetto fisico delle quattro donne che alla musica proposta. Il mio compito, però, è quello di occuparmi del recensire un mini e non quello di occuparmi della parte “estetica”. Come detto in sede di live report Gloria Signoria (vc), Martina “Nixe” Riva (ch), Martina “Cleo” Ungarelli (bt), e Francesca Bernasconi (ch) sanno suonare e, se pure ancora parzialmente “acerbe”, possono aspirare a dire la loro in un mondo dominato dai maschi. Senza dubbio i quattro brani godono di un’ottima produzione per opera di Titta Morganti (Mellowtoy). Suono pulito e limpido e buon mixaggio e mastering a cura di Matteo Magni dei Magnitude Recording Studio di Seregno, sono gli ingredienti di “It Tastes like sugar”. Tutto a posto allora? Si: ma c’è qualche cosa che mi fa dire che questo mini è adatto ad un pubblico giovane abituato, appunto, alle produzioni moderne e “patinate”. Si parte con “Wasted” e il suono grezzo e duro si amalgama con un ritornello “catchy” e una certa melodia. Con “The Way She Wants”, malgrado alle ragazze non piaccia del tutto il paragone, siamo di fronte ad un brano che starebbe bene in un C.D. di Avril Lavigne. “Summertime Sadness”, cover del brano di Lana Del Rey, parla da sola. Rock che si carica man mano, ritornello che entra in testa e non ti abbandona, giusta dose di melodia. Tutto perfetto; oserei dire troppo. Con l’ultimo brano dal titolo “Riddle” le ragazze ci riservano una sorpresa. Possiamo ascoltare un Rock cadenzato con dei cambi curati e studiati e un buon intreccio. Se l’evoluzione delle Killin’Baudelaire dovesse dipendere da questo pezzo direi che siamo a buon punto per sperare in qualche cosa di più elaborato e “tecnico”. Come detto a “It Tastes Like Sugar” manca una componente grezza che farebbe felice l’ascoltatore più scafato. Per tutti quelli che vogliono ascoltare delle donne fare del Rock: ce ne sono molte e alcune sono veramente preparate ed agguerrite, ascoltate “It Tastes Like Sugar” e fatevi una vostra idea. Io la mia la ho espressa senza alcun condizionamento, come al solito.
Nota: l'intervista faccia a faccia con le Killin' Baudelaire la potete leggere a questo link.
http://www.allaroundmetal.com/interviste/item/8863-1-10-2016-intervista-faccia-a-faccia-con-le-killin%E2%80%99-baudelaire-al-modena-metal-ink-iv

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
184 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 19 »
Powered by JReviews

releases

Wind Rose sempre più viking
Valutazione Autore
 
2.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Non solo Canada: dall'Italia un buon album Progressive Death grazie ai Mesosphera
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Un heavy/rock progressivo molto cupo e moderno che non ci convince per i Badass
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hard rock adrenalinico per il ritorno dei Warrant
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

demo

Dante's Theory: una piacevole scoperta dalla lontana Asia
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hypocras: Un ep con in mente gli Eluveite e...la musica dance
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Dimonra e la poliedricità
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Chasing The Serpent devono scegliere una strada precisa
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Urskog: one man band direttamente dalle foreste svedesi
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Grit, quando la passione non basta
Valutazione Autore
 
1.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla