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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Novembre, 2017
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Quindici anni di attività e una carriera costellata da split e demo più due full leght e l’ultimo E.P. “A Morte Ad Mortem” del novembre 2017. Questa, in estrema sintesi, è la biografia dei campani Gort. L’E.P. a quattro pezzi “A Morte Ad Mortem” è un concept dedicato alla morte nera, ovvero la peste. La peste, come tutte le altre malattie contagiose, può essere vista come una roccia metamorfica: così come la roccia viene cambiata da pressioni e temperature la peste ha avuto il potere di cambiare il destino di parte dell’umanità per un lungo periodo (vedi 1347-1352). Chi è amante del Black Metal dalle produzioni patinate può anche saltare la recensione mentre chi ha apprezzato dischi come i primi due dei Bathory può continuare a leggere le mie impressioni. L’essenza della musica dei Gort è racchiusa tutta nell’iniziale “ Black Glorification”: matrice nordica affine a quella di gruppi come Ancient e Immortal dei primi periodi; caratteristica voce arcigna a cura di Illness, velocità affiancata a stacchi in marcia. Su tutto domina la chitarra di Wolf mentre la batteria di Einherjar Ingvar e il basso di Eurystheus restano in una specie di cono d’ombra. “Nigra Imperatrix” possiede una chitarra che ha l’effetto di una zanzara che va e che viene ed è messa lì apposta per “infastidire” in qualche modo chi ascolta tanto che, se siete in uno stato schizoide, potrebbe alterarvi ancora di più. Il pezzo mantiene le caratteristiche del primo brano anche se la lunghezza totale, sette minuti e undici secondi, poteva essere abbreviata tagliando un poco del finale. “Sealer Of Pestilence” è un brano contenente più cambi rallentati che parti in piena velocità e che denoti una certa calma ce lo dimostra fino al finale con la chitarra lasciata da sola in arpeggio. L’ultimo pezzo, “The Last Flight Of The Crow”, possiede una batteria “a mitraglia” che abbandona il ritmo costante tenuto più o meno fino a questo momento dell’E.P. Finalmente lo strumento ha occasione di emergere così come emergono gli accordi del basso. Probabilmente il volume del master alzato rispetto a quello degli altri pezzi in sala di registrazione, ha dato i suoi frutti. Credo che tra le prerogative che un disco deve avere c’è quella di non annoiare chi ascolta e questa caratteristica “A Morte Ad Mortem” la ha. Basta che i Gort valorizzino un poco meglio il loro suono e risulteranno totalmente vincenti.
Nota: Il disco in versione digipack può essere richiesto direttamente a http://www.lupusnigerprodanddistro.com/

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    30 Settembre, 2017
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Ho incontrato Lelio Padovani, direttore de L’Accademia centro musicale polivalente di Parma, un paio di volte ai Tartini 5 studio in occasione della presentazione dei due C.D.’s degli Ancillotti. L’impressione che ho avuto è stata quella di trovarmi di fronte una persona seria, pacata e dai modi gentili. Non avrei mai immaginato che dietro quella “maschera” si celasse un animo Rock al 100%. Dalla biografia acclusa al mini C.D. “Waves”, uscito autoprodotto nel 2016, ho appreso che Lelio, oltre a insegnare chitarra e suonare basso e batteria, ha collaborato con prestigiose riviste come chitarre e Axe, ha composto colonne sonore, alcune premiate dalla critica, ha fatto da interprete a clinics di nomi come Steve Vai, Steve Morse, Paul Gilbert e altri e, naturalmente, ha inciso alcuni album da solista. “Waves” è stato masterizzato da Fausto Tinello (Wyvern) ai Tartini 5 e contiene quattro pezzi strumentali che, come ho detto in altre occasioni, andrebbero recensiti con le immagini più che con le parole tante sono le suggestioni che entrano in testa. Per lo meno a me è successo così e cercherò, dove possibile, di rendervi partecipi. “Time Traveller” vede tastiere e chitarre in primo piano. Le intessiture sono quelle del Progressive Rock ma sono dotate di un suono moderno. Si tratta di un viaggio astrale arioso contrappuntato da un suono di basso non troppo invadente. Con “Siren” i riferimenti classici potrebbero essere quelli di Joe Satriani e Di Steve Vai, sarà un caso? La ritmica di base è abbastanza dolce e romantica. Perdetevi nel regno dell’azzurro mare per poi avvicinarvi agli scogli: seguendo gli arpeggi di chitarra in libertà vi verrà facile. Con “Sunday” preparatevi a vivere una giornata con il sole che cerca di emergere dalle nubi. Voi e la vostra compagna, o fidanzata, vi avviate a prendere un caffè al bar del parco mentre il vostro cagnolino gioca mordicchiando il suo guinzaglio e “implora” di lasciarlo correre. Il sole non riesce a fare breccia, ma non importa. Con “Waves” la vicinanza con certi “tocchi” cari al vecchio Steve Hackett dei Genesis si fa più tangibile che negli altri pezzi anche se gli stili catturati da Lelio sono diversi a seconda dei cambi del ritmo (ho sentito tracce di Vangelis e Mike Oldfield ma non vorrei dire uno sproloquio). Sarà come arrivare al traguardo di una boa lontana dalla riva frangendo i flutti. In conclusione “Waves” ha giusto un paio di piccoli errori nel mixaggio ed è un disco valido. Di certo non è adatto ai giovani scalpitanti che hanno la vita in mano e che non si fermano mai. E’ adatto invece a chi cerca emozioni o a persone più “attempate” come il sottoscritto abituate a riflettere.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    14 Settembre, 2017
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Ho letto alcune polemiche riguardo all’uscita di “Under Cover” disco dei Motorhead che, come sottolinea il titolo, è dedicato a 11 rifacimenti di canzoni uscite nell’arco degli anni che, in un modo o nell’altro, fanno parte della discografia del gruppo. Va da se che Lemmy, quando era in vita, pur essendo un uomo libero aveva a che fare con etichette e “leggi di mercato”. Non vedo cosa ci sia di strano se oggigiorno, dopo che la discografia dei Motorhead è stata “saccheggiata” per anni, i due componenti rimasti hanno dato la loro approvazione a questa raccolta. Siete fans dei Motorhead? Comprate il disco, possibilmente in confezione box set. Non vi sono mai piaciuti? Ignorateli! Siete Motorheadbangers? Allora avrete sicuramente comprato una delle molteplici versioni di “Under Cover”. Detto ciò passo all’esame del disco. Si parte alla grande con una “Breaking The Law” dei judas Priest incisa per un tributo alla band di Rob Halforde e soci. La versione qui in esame non si discosta molto dall’assetto originale anche se voce e chitarre, è lapalissiano, non possono essere uguali. “God Save The Queen” (da “We Are Motorhead”), arriva con tutta la sua ignoranza a gridare la rabbia verso sua maestà britannica. La voce irriverente di Lemmy, poi, è quello che ci vuole per confutare il suo pensiero su chi ha in mano le sorti del popolo, e del mondo. “Heroes” di David Bowie è l’unica vera novità di questa raccolta. Si può definire come una sorta di testamento vocale di Lemmy essendo stata incisa come una delle ultime canzoni del gruppo. La voce è più melodica di altre volte anche se lo “zio” ci aveva abituato ad “escursioni” in altri terreni all’epoca degli Hawkwind o con canzoni come “Don’t Let Daddy kiss Me”. Il solo di Phil Campbell, per certi versi, esula dal suo solito stile. La nuova versione a mio avviso è pienamente riuscita. “Starstruck”, uscita in origine per un tributo a R.J. Dio (il pezzo originale è dei Rainbow ed è contenuto in “Rising” n.d.a.) vede la partecipazione di Biff dei Saxon, la cui voce la fa da mattatore mentre Lemmy da forza ai cori. Il ritmo Hard Rock degli anni ’70 viene mantenuto intatto ed il brano è convincente in tutto e per tutto. “Cat Scratch Fever”, da “March Or Die”, non mi ha mai convinto. Sono cresciuto con il suono “ignorante” della chitarra graffiante di Ted Nugent e con la sua voce arcigna nelle orecchie che davano potenza già da sole a questo che rimane un classico nella storia del Rock. “Jumpin’ Jack Flash”, da “Bastards”, è resa qui in una versione dinamica e movimentata veramente coinvolgente. “Sympathy For The Devil”, tratta da “Bad Magic”, trova ancora una volta i Motorhead perfettamente a loro agio. Il basso ha modo di farsi sentire al meglio mentre la chitarra si lancia in un solo scatenato. “Hellraiser”, scritta in origine da Lemmy e Ozzy e pubblicata dal madman su “No More Tears”, prima di uscire sull’album “March Or Die” del 1992 è uscita come singolo ed è stata parte integrante della colonna sonora del film “Hellraiser III (Hell On Earth)”. Se non l’avete mai ascoltata non so dove abbiate vissuto sino ad ora e non so neanche se possiate definirvi fans dell’Heavy Metal anche se il pezzo in se non è eccezionale. Per adattarla alla voce di Lemmy, così come lui stesso aveva raccontato, alcune note erano state diminuite in velocità ma, in seguito, la band l’aveva velocizzata di nuovo. Con “Rockaway Beach” rifatta dai Motorhead (mixata da Cameron Webb nel 2002 n.d.a.) rivive la leggenda dei Ramones assieme al loro genere per certi versi scanzonato e allegro. “Shoot ‘Em Down” dei Twisted Sister, uscita per un tributo alla band ed usata anche nel film “Ash Wednesday” era stata inclusa nel box “Stone Deaf Forever”. Il pezzo in se ha un forte sapore di AC/DC e, nella nuova versione, acquista anche il tipico stile Rock and Roll tanto caro a Lemmy. Con “Whiplash” (da Kiss Of Death), si chiude il cerchio: il ritmo si fa forsennato e l’headbangin’ è obbligatorio. Inutile dire che tutti noi che abbiamo seguito i Motorhead da vicino per decenni volevamo un nuovo album ma la vita è fatta così: gioiosa e bastarda assieme. Teniamo cari i nostri ricordi.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    05 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Settembre, 2017
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Se siete degli assidui frequentatori, e sostenitori del mondo dell’Heavy Metal italiano è praticamente impossibile che vi siano sfuggiti i Tarchon Fist. A quelli che invece non conoscono ancora il gruppo bolognese basti sapere che il primo embrione dei Tarchon Fist ha preso vita nel 2005 dopo la scissione dei Rain, altra longeva band felsinea, per opera di Luciano Tattini (chitarra e cori). Luciano, membro originale rimasto a tessere le fila del gruppo assieme al bassista Marco "Wallace" Pazzini , e i suoi attuali compagni di avventura, hanno deciso di mettere un punto fermo nella discografia prima di produrre materiale sufficiente per un nuovo full lenght. Il risultato è l’E.P. “Proud To Be Dinosaurs” uscito a Luglio 2017 per l’etichetta Il Male Productions. Prima di cominciare la recensione voglio fare un plauso alla band che, assieme ai files in MP3, ha trovato modo di fornirmi una biografia veramente completa ed esaustiva: una cosa che, molto spesso, non avviene neanche da parte di band, e etichette, più blasonate. L’omonimo brano che funge da apertura al disco è dotato di un classico ritmo Heavy – Power con tanto di enfasi pomposa nel bridge e possiede un coro che vi ritroverete a canticchiare persino di fronte alle casse del supermercato. Personalmente avrei reso ancor più incisivo il coro e avrei curato meglio la produzione. Fino a che si parla di suono grezzo e ruvido, quello che preferisco, le sbavature ci stanno tutte ma se, come in questo caso, si è scelta una produzione “pulita” e “asettica” in linea con quelle che il mercato ci propone oggigiorno bisogna curare tutto al 100%. Fortunatamente questo discorso vale solo per il primo pezzo visto che gli altri tre brani convincono a più riprese e lo fanno in ogni campo. “Sky Rider” sfodera un Heavy – boogie atletico e nervoso: una sorta di AC/DC meets Raven che farà felice sia quelli che vanno in palestra e sia quelli che stanno “appollaiati” sullo sgabello al bancone del bar. Le immagini le ho scelte apposta per la loro antitesi e perché questo mi ispirava il pezzo. “Titan Of The Forest” è foriera di riffs Heavy, classici e rocciosi, di quelli che faranno contenti gli amanti dei Saxon e degli Accept. Il tutto è reso ancor più interessante da un cambio oscuro che prende corpo e spazio dopo 150’ e dai soli di chitarra su base solida di Lucio Tattini e Sergio Rizzo. “Razor From The Abyss” è il tipico pezzo da asfalto rovente sotto le ruote e vi farà scorazzare sulle strade del pericolo grazie a un’ energia tonica e al suo bridge battente. Vi consiglio di ascoltare questo E.P. e, se vi piace, di acquistarlo. Non vorrete mica che i dinosauri si estinguano un’altra volta no? Io, da parte mia, farò in modo di supportare i Tarchon Fist quando passeranno dalle mie parti per un concerto. Li ho già visti dal vivo e so cosa sono capaci di offrire al pubblico.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    08 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 08 Agosto, 2017
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Ci sono dei dischi che hanno fatto da spartiacque tra generazioni e sono entrati di diritto nella storia della musica Rock. Hysteria dei Def Leppard è uno di essi. I Def Leppard da Sheffield, nati come combo appartenente alla N.W.O.B.H.M., sono riusciti nel tempo a diventare un punto di riferimento per chi ha amato, e ama, le sonorità vicine all’Hard Rock di classe. La band tra incidenti, la perdita del braccio da parte del batterista Rick Allen, e lutti, la morte di Steve Clark avvenuta nel 1991 è riuscita ad arrivare ai giorni nostri. In concomitanza con il trentennale dell’uscita del masterpiece “Hysteria” (4 luglio 1987) i Def Leppard fanno uscire diverse confezioni celebrative/commemorative. Ce n’è per tutti i gusti: si va dai 3 C.D.’s ai 5 C.D.’s/2 D.V.D fino ai più “spartani” C.D. standard rimasterizzato e doppio L.P. vinile nero e vinile arancio (quest’ultimo già in via di esaurimento). I files che mi sono arrivati si riferiscono ad un “misto” di brani tratti dal C.D. originale rimasterizzato, dalle B sides e dal live “In the Round In Your Face”. Inutile che vi parli delle 6 tracce (su 12) tratte da “Hysteria”: brani come i primi sei, leggetevi la track list a lato articolo, li conoscete sicuramente tutti. Più interessanti risultano sicuramente le 14 tracce seguenti per un totale di 20 tracce (sempre parlando dei files che mi sono arrivati). Al settimo posto la B side “Tear It Down” si fa largo a suon di potenza Hard supportata come è da chitarre spianate. I Def Leppard, però, non rinunciano alla peculiarità dei cori che strizzano l’occhio allo stile Rock americano. “Ring Of Fire” è un'altra B side strutturata sul semplice Rock: il meglio sta nelle chitarre mentre uno degli stacchi del mixaggio non è riuscito e ci fa capire perché è stata scelta come retro. Le due tracce da “Retro-Active” e cioè “I Wanna Be Your Hero” e “Ride Into The Sun” poggiano le basi sulle solide fondamenta che i cinque hanno cementato nel tempo con la seconda che è particolarmente adatta a scaldare l’audience. Non mi dilungo sulle versioni estese di “Animal” e “Pour Some Sugar On Me” per passare a “Love And Affection”. La versione live di questa B side è fatta apposta per dare l’idea di cosa ha ascoltato il pubblico nella performance dal vivo e, proprio per questo, mostra anche certi limiti della produzione. “Billy’s Got a Gun” non cambia di molto le prospettive alle quali siamo abituati. Dalla traccia 15 alla 20 vengono presentati pezzi da “In The Round In Your Face” e, a parte la voce di Joe Elliot che non è in perfetta forma e si sente, la band gira a meraviglia dando il meglio di se stessa. Pezzi come la potente “Rock! Rock! (Till You Drop)” o ancora il masterpiece “Foolin’” o l’immancabile “Photograph” (entrambe da Pyromania del 1983)sono fatte per far scatenare e/o ammaliare un pubblico sanguigno ma anche voglioso di “tenerezza”. Credo che in casi come questo, viste anche le numerose versioni proposte, possiamo anche non porci la domanda se era necessaria questa ristampa. Chi ha tutto dei Def Leppard ed è un collezionista non si lascerà sfuggire queste chicche. Gli altri, se hanno “frustato” le loro copie su L.P. a forza di ascolti, farebbero bene a recuperare il tempo perduto tornando a quando si era più giovani, disincantati e “sentimentali”.
P.S. Il voto si riferisce ai 20 brani ascoltati e non all’opera nella sua versione integrale.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    12 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Luglio, 2017
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Scala Mercalli si sono formati nel 1992 e da allora Sergio Ciccoli, batterista e unico superstite della formazione originale, porta in giro la sua creatura in lungo e in largo con tenacia e dedizione. Scala Mercalli godono di una formazione stabile dal 2013 ma, con diverse “incarnazioni”, hanno pubblicato nel tempo due demo, un E.P. e tre C.D’s. “New Rebirth”, album targato settembre 2015, è uscito in concomitanza con la data commemorativa della battaglia di Castelfidardo (1860). L’intero lavoro è una sorta di concept che fa perno sul Risorgimento e sulla figura di Giuseppe Garibaldi ma su questi argomenti e sulle seguenti commistioni con il mondo odierno, tornerò in sede d’intervista. “The Long March”, magniloquente, pomposa e in crescendo, funge da introduzione/preambolo. “September 18, 1860” và di ritmo Power battente e spezzato al tempo stesso. Sono convinto che il pubblico tedesco apprezzerebbe questo tipo di musica e il relativo coro da cantare tutti assieme in un afflato. Le chitarre sono consone al genere e mi ricordano in qualche modo quelle dei Running Wild: vista la componente “stilistica” delle divise indossate dal quintetto di Fermo potrebbe non essere un caso. “Nightmare Falls” trova soluzioni non così scontate come si potrebbe pensare e il ritornello incessante aiuta a farla entrare in testa. I soli delle chitarre di Luca Vignoni e Clemente Cattalani si discostano dallo stile Rolf Kasparek per volare via liberi come il vento. “All The Children Are Disappeared” entra con tracotanza e forza per poi variare diverse volte. Non tutti i cambi sembrano perfetti ma si può affermare che siamo di fronte ad un buon pezzo che non annoia grazie anche alle fasi di chitarra, e che mostra la caratura del gruppo. “Time For Revolution” morde un poco il freno e lo fa con la sua cadenza semi massiccia e concedendo spazio alla melodia nell’inciso/ritornello. “Eternity” dopo un inizio un poco incerto nei cambi, si lancia a tutta velocità e riprende ritmi diversi fino ai due soli in corsa per poi tornare all’incisivo ritornello. “Heroes Of Two World” doveva essere una sorta di brano di punta vista la “dedica” a Giuseppe Garibaldi. Io me la sarei “giocata” in altro modo rendendola più epica e meno confusa nella parte parlata ma ricordatevelo sempre: la band decide, il recensore dice la sua, e il pubblico ha l’ultima parola. “Face My Enemy” è un buon Power che non rinuncia né alla velocità né al tratto melodico che oramai, passata la metà del disco, ho capito appartenere“di diritto” alla musica dei Scala Mercalli. “The Undead” possiede un inizio adatto a creare un “circle pit”. Ben studiato il seguito che rende il brano facile da seguire e lo rende vincente. “Spit On My Face” riprende la strada della velocità battente e del Power con un bridge di stampo classico ben riuscito. “Last Leaf” Non può essere considerato un vero e proprio lento ed è ciò che avrebbero potuto scrivere i Queensryche sfruttando le capacità vocali di Geoff Tate (epoca “Empire” - 1990) ma anche i gruppi Hard Rock melodici americani avrebbero fatto un’ottima figura con un pezzo come questo. “Still United” graffia con unghie arrotondate e musicalmente potrebbe essere uscita da un disco della N.W.O.B.H.M. o dei Picture (Eternal Dark – 1982)- “The Flag” è in pratica un accenno dell’inno di Mameli: una semplice outro insomma. “New Rebirth” è un disco con degli alti e bassi non tanto a livello compositivo quanto a livello di produzione, almeno così risulta dai files in mio possesso. Il concept è interessante e sono sicuro che riscoprire le nostre “origini” farà del bene a un popolo che, molto spesso, viene sottovalutato e che si piange addosso ma che, non dimentichiamolo, ha ancora delle grosse potenzialità e, soprattutto, un gran cuore.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    17 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2017
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Era mia ferma intenzione pubblicare la recensione di “Dominhate” degli emiliani Injury in occasione del terzo compleanno dalla data di uscita del C.D. il 4 marzo 2017. Purtroppo, come sapete, proprio in quella data è morto il chitarrista della band Andrea “Artio” Artioli e non mi sembrava giusto cavalcare l’onda dell’emozione. Ho così aspettato che si svolgesse la giornata in memoria di Artio: giornata che si è tenuta sabato 13 maggio 2017 all’Arrogant Pub e alla quale ho partecipato. Una nutrita pattuglia di amici del lungo crinito chitarrista gli ha reso omaggio suonando dal pomeriggio alla mezzanotte e chi non era presente con il proprio gruppo ha duettato con gli Injury sul palco. Ora, scevro da condizionamenti, posso parlarvi dei 10 brani racchiusi in “Dominhate”. Gli Injury non sono dei novellini all’interno della scena Thrash Metal, dato che il primo E.P. a quattro pezzi risale al 2010. A chiudere quel disco era la cover di “The Last Act Of Defiance” degli Exodus e ciò la dice lunga sulla strada musicale che i cinque, con formazione diversa negli anni, avrebbero intrapreso. I pezzi di “Dominhate” prendono in carico la migliore eredità stilistica di gruppi quali Exodus, appunto, Testament e Laaz Rockit (li nomino per alcune soluzioni tecniche e per le chitarre) e riversano la risultante sull’ascoltatore come farebbe un puglie sferrando un pugno in pieno volto. La dove i gruppi citati avevano, e hanno, voci più “leggere” gli Injury piazzano quella di Alle Rabitti che è cattiva e d’assalto; la differenza si sente soprattutto nei concerti dal vivo. “The Shadow Behind The Cross” funge da biglietto da visita e lo fa presentandosi con una produzione che non perde un’oncia in termini di violenza. “Drop The Bomb” vede andare a braccetto violenza e tecnica. “Lost Generation” unisce il Thrash con il Mosh e lo Skankin’ e, se per caso fossimo ad un concerto dei Testament, sono sicuro che Chuch Billy su un pezzo del genere chiamerebbe il circle pit. “Slave Of Our Fearsa” è il classico pezzo da headbangin’ che, con la sua cadenza, spezza un poco il ritmo del C.D. La prima parte del solo di chitarra è molto sentita e ben studiata. Se andrete ad un concerto del quintetto e avrete delle energie residue “10,000 Graves” provvederà a farvi a brandelli. “Unaware Prisoners” sale piano per poi andare di nuovo in Mosh e velocità. “Ride The Riot” si piazza tra i pezzi migliori di “Dominhate” grazie al suo alto tasso di tecnica supportato da ritmi spezzati e battenti al tempo stesso. Se vi sono rimasti dei dubbi sull’operato e sulle doti degli emiliani “Annihilated By Propaganda” li spazzerà via del tutto. “Fashion Swine” è nervosa e sincopata e vede le chitarre di Paul e Artio in bella evidenza. Come degno epilogo del C.D. arriva la versatile “It’s my land”: spezzata, “saltellante” battente, bridge veloce, stacchi; cosa volete di più? Da notare il finale delle chitarre in arpeggio a sfumare che è come un commiato e questo, dopo ciò che è successo, fa riflettere. Difetti del C.D.? A parte qualche sbavatura nel mixaggio e un ritmo forsennato che, alla lunga, potrebbe risultare “ostico”, direi che il gruppo merita il successo che sta avendo a suon di live. Prima di chiudere la recensione voglio fare gli auguri al nuovo chitarrista Simone “Simon” Petrone che conosco personalmente. Per ciò che mi riguarda, invece, quando andrò a trovare mio padre al cimitero continuerò a fare una visita anche ad "Artio". Non lo conoscevo di persona ma il metal, lo sapete, per certi aspetti è una grande famiglia e qui da me, in Emilia Romagna, ci si conosce un poco tutti.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Giugno, 2017
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Quel personaggio tutto genio e sregolatezza che è Ritchie Blackmore ha deciso nel 2016 di ritornare all’Hard Rock e di riportare in vita i suoi Rainbow. Dei tre concerti europei i due tenuti in Germania sono stati registrati per il video “Memories In Vision” mentre quello tenuto alla Gentineg Arena di Birmingham è stato riversato nel doppio C.D. “Live in Birmingham 2016”. La formazione scelta dal man in black per questa avventura è stata questa: Ronnie Romero, cantante cileno ora residente in Spagna, “scovato” dalla moglie di Blackmore su Youtube. Jens Johannson alle tastiere (Stratovarius e altri), Roberto Curiano alias Bob Noveau alla batteria (già nei Blackmore’s Night), David Keith alla batteria e le coriste Candice Night e Lady Lynn. Sapete che da queste parti non si fanno sconti a nessuno quindi, come al solito, sarò schietto nel mio giudizio e lo sarò ancora di più in virtù del fatto che la musica dei Rainbow ha accompagnato gran parte della mia gioventù. Il mio ascolto dei brani è avvenuto in streaming quindi non so dirvi quanto una batteria, che somiglia più ad un ticchettio che a un rombo di tuono, o quanto delle tastiere, ora prevaricanti ora “sussurrate”, siano dovute a questa circostanza. Credo però che la produzione “originale” non si discosti molto da ciò che evidenzierò. In primo luogo la tanto decantata voce (da Candice e Blackmore n.d.a.) di Romero non ha il timbro caldo e blues di Coverdale e nemmeno quello potente del mai troppo compianto Ronnie James Dio. In più canzoni, poi, il cantante supplisce a questi gap “spezzando” le frasi o emettendo degli inutili “urletti”. Sulla scelta dei brani non c’è nulla da ridire; è stato estrapolato il meglio della produzione dei Rainbow e sono stati aggiunti alcuni evergreen dei Deep Purple. Peccato che la coesione tra i musicisti lasci spesso a desiderare e l’iniziale “Highway Star” la dice lunga in tal senso. A ciò che ho detto aggiungo che alcuni pezzi sono tanto lunghi, non parlo dei medley, ma di brani trascinati per più di dieci minuti, da lasciare un senso di noia. In tutto ciò la parte di Blackmore qual è? Naturalmente la chitarra c’è e si sente. In pezzi quali “Mistreated”, ad esempio, la vena ispirata sembra rimasta intatta. Peccato che in altri frangenti il nostro sembri pizzicare le corde seguendo la melodia o, addirittura, pare scordarsi le note. I cultori di Deep Purple e Rainbow obietteranno che lo stile del veterano di mille battaglie è quello e che i tocchi di genio sono la sua caratteristica, così come si può ascoltare nel disco degli stessi Deep Purple ”Scandinavian Nights” dove le suite e le “improvvisazioni” sono la regola, ma li invito ad ascoltare i pezzi e a trarre le dovute conclusioni. Pescando qua e là, “Man On The Silver Mountain” mostra un arrangiamento soddisfacente. “Difficult To Cure/Tocata e Fugue in D Minor” hanno inglobato un solo di batteria dal suono ridicolo ma, vi ricordo, sto ascoltando i brani in streaming e la resa reale potrebbe essere diversa. Sono presenti vari cambi ed è stato inserito un pezzetto quasi impercettibile di “Strange Kind Of Woman”, ma gli ascoltatori meno oltranzisti dovranno riconoscere che ci sono parecchie “slegature” all’interno di questo brano. Buone notizie, e sensazioni, arrivano da “Catch The Rainbow”. La parte centrale del disco, costituita da “Perfect Strangers” e le canzoni seguenti, può essere liquidata con un più che sufficiente, mentre le dolenti note arrivano sul finale. La bella carica di “Burn” viene vanificata dal solo e dai relativi sbagli della chitarra. Come se non bastasse la versione che conclude il disco della seminale “Smoke On The Water” sembra per molti versi buttata lì un poco a casaccio. E’ vero che viviamo in un mondo di produzioni patinate e che è da apprezzare il modo reale nel quale è stato proposto questo doppio live, cioè senza ricorrere a post produzioni o “ritocchi”. E’ altresì vero che quando si decide di riesumare una creatura magica come i Rainbow non ci si dovrebbe accontentare nel proporre pezzi storici, come farebbe una normale cover band, ma bisognerebbe mettere in essi anima, sudore e passione. Probabilmente il mio cuore è rimasto fedele alle formazioni storiche che si sono alternate, ma questa line up, così come si è presentata a Birmingham, non ha retto il confronto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Mag, 2017
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Ad un anno esatto dall’uscita dell’ E.P. “Ages” degli emiliani Anabasi Road ecco arrivare la recensione del sottoscritto. Come sempre risulta difficile descrivere il sestetto a parole sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista dei testi. Di sicuro si può dire che nel gruppo è presente una forte valenza culturale a cominciare dal nome derivato dall’opera dello storiografo greco Senofonte. Per ciò che riguarda la musica, invece, la valenza culturale è data dal fatto che il gruppo non è etichettabile in un solo genere ma riesce abilmente, e tecnicamente, a mischiare le carte in tavola costringendo l’ascoltatore a restare sintonizzato nei solchi per scoprire dove e come si evolverà il suono. Se ciò non basta l’aspetto grafico del lavoro e la copertina: un pieno splash di colori e significati “mistici” spiegati a tappe nel blog di Facebook, faranno il resto. Va da se che, proprio per questi motivi, l’ascoltatore medio di un E.P. come “Ages” o come l’esordio omonimo targato 2014 (voto su Allaroundmetal 4/5) sarà per forza di cose un sostenitore dell’Hard e del Progressive degli anni ’70 che porta tali musiche nel cuore e nella mente. Insomma, scherzando, si potrebbe dire che gli Anabasi Road sono nati fuori tempo massimo o in un’epoca sbagliata vista anche la difficoltà a reperire date in un mondo monopolizzato da cover band o da Heavy Metal e Hard Rock più di maniera. Il mix e il mastering a cura di Luca Giorgio Pretorius (ex What A Funk, ora negli Aquiver) costituiscono0 una plus valenza e mettono ordine in un combo che, dal vivo, risente spesso dell’impreparazione di fonici abituati ad altri suoni e a gestire gruppi meno “affollati” sul palco. Il video di “What Does It Mean”, uscito un mese prima dell’E.P. aveva fatto da battistrada. Quel video lo troviamo nella sua lunghezza “minorata” di 5’01” a fronte dei 6’58” del pezzo originale, al termine del mini C.D. “What Does It Mean” (il brano) apre alla grande le danze dimostra da subito di che pasta sono fatti questi giovani musicisti. Arpeggio iniziale alla Pink Floyd, uno stacco del basso di Rick Vecchi che fa da preludio ad un riff “pomposo” che si stempera e riparte, stacchi di piano e fughe che approdano in porti deiversi come il simil Free Jazz e se pensate che il tutto sia confuso vi sbagliate di grosso vista le ottime capacità di assemblaggio e composizione. “Bridge To Another Rainbow Pt1 - Sunset Prelude” è totalmente atipica visto che è presente nel pezzo un vero e proprio quartetto d’archi. La malinconia di una viola che potrebbe benissimo accompagnare una scena del commissario Montalbano, si protrae fino a un “capriccio” di tenore classico. “Bridge To Another Rainbow Pt2 - Morning Comes” prosegue sulla falsariga e si integra con la voce da “cantore” di Andrea “Gibbo” Giberti. Torna la viola del pezzo precedente ma, questa volta, si scontra con una suite in pieno stile Progressive per poi tornare in evidenza. “The Dream Machine” si avvale di musica spaziosa e ariosa tagliata dal tracotante ingresso delle tastiere di Luca Orlandini che si integrano con un incedere Hard anni ’70 e non è finita qui. Una musica dondolante come una culla lascia spazio ad un bailamme turbinoso di tastiere e chitarre a cura di Massimiliano Braglia e Alex Gambarelli supportati dalla enfatica batteria di Nicholas Corradini che portano, dopo ben 7’26” di musica, al finale affidato ad un elettroencefalogramma piatto. Atipici, brillanti, “antichi” chiamateli come voete. Loro sono gli Anabasi Road sono nati per ridare speranza a chi ha vissuto gli anni d’oro della musica e non sa darsi pace del fatto che i tempi cambiano. Il mio spassionato consiglio da supporter è quello di accaparrarvi questo lavoro e il precedente full lenght; a voi la scelta.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2017
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A completare la triade dedicata ai ferraresi Game Over ecco arrivare, fresco di stampa, l’E.P. “Blessed Are The Heretics”. In verità a me sono arrivati i files delle sei canzoni che compongono questo lavoro quindi, per un’analisi precisa del suono, sarebbe bene acquistare il disco. L’E.P. a sei pezzi servirà come “passatempo” nell’attesa che i quattro ragazzi si decidano a sfornare un nuovo C.D. Nel frattempo, come detto, “torturiamoci allegramente” le orecchie. Si parte con la nuova di pacca (in tutti i sensi) “Blessed Are The Heretics”. Come era già accaduto per il precedente “Crimes Against Reality” i Game Over proseguono nella loro escursione verso territori musicali più tecnici e lo fanno creando un brano che è tra i più complessi della loro carriera. Il risultato è ottimo: un misto tra velocità, stacchi rallentati e ritmi massicci. La seconda canzone in scaletta è “Mai Più”, ovvero sia la riedizione “moderna” con testo in italiano di “No More” presente nel C.D. “Burst Into Quiet”. In questo caso, e qui arriviamo alle differenze sonore che potrebbero saltare fuori tra files e E.P. originale, avrei alzato un poco la voce di Renato “Reno” Chiccoli per fare comprendere a modo le parole. Comunque sia, la metrica si adatta benissimo e il brano non perde un’oncia del suo valore, grazie anche al lavoro delle chitarre di Sanso e Ziro che sfornano soli molto buoni. “You Spin Me Round (Like a Record)” è la cover dell’omonimo brano dei Dead Or Alive (R.I.P. Pete Burns). A dispetto di chi crede che un brano nato per le discoteche rimanga tale la velocità del ritornello, dove la voce diventa un ringhio, è pari a quella dell’Hardcore più oltranzista; ottima mossa. Gli ultimi tre brani sono dei pezzi dal vivo registrati durante i tour in Stati Uniti e Cina. “Mountains Of Madness” molla cazzotti sul viso a tutto spiano e senza pietà fino a lasciare chi ascolta in affanno di ossigeno, figuriamoci quando la vedete suonata dal vivo da 4 musicisti forsennati. “Fix Your Brain”, l’ennesima bordata, ha il basso in bella evidenza e le chitarre velocissime; con la batteria a complemento è palese come siamo di fronte a dei “guerrafondai” della musica. “C.H.U.C.K.” è come la marcia schiacciasassi di un Mammut ed è il degno suggello di “Blessed Are The Heretics”. Io vi consiglio spassionatamente di supportare i Game Over, sia dal vivo, che acquistando i lavori fatti fino ad ora, compreso questo E.P.

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