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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    09 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Ottobre, 2018
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L’inossidabile Chris Boltendhal, come un vetusto Caronte, sta traghettando i teutonici Grave Digger verso il traguardo del quarantesimo anno di attività anche se, per dirla tutta, in mezzo c’è stata la parentesi Digger. “The Living Dead” è il ventesimo album dei Grave Digger e non si scosta di un millimetro dalle coordinate segnate dal Power Metal. Cavalcate, ritmi rocciosi, cadenze epiche: questo è ciò che potete ascoltare nelle dieci tracce, più una bonus track, presenti nel disco. Poco importa se a volte rimane in bocca il sapore del già sentito con riferimenti alle bordate elargite dai Running Wild: probabilmente non è un caso se al basso troviamo Jens Becker già presente nel combo pirata di Rolf Kasparek. D’altra parte il terreno di caccia è lo stesso e i due gruppi erano stati portati alla ribalta dalla compilation della Noise “Rock From Hell” del 1983. Altre volte si affaccia lo spettro di Helloween, Hammerfall o quello dei Saxon ma, lo sapete bene, dal Power/Heavy Metal non possiamo ne dobbiamo aspettarci novità e va bene così. Vi basterebbe ascoltare la traccia iniziale “Fear Of The Living Dead”, a mio avviso non pienamente riuscita, per avere ben chiaro il percorso dell’intero disco, ma fareste un torto a molte delle tracce e vi perdereste il meglio che i cinque hanno da offrire. Se non possiamo pretendere grandi novità possiamo pur sempre caricarci con il Power “stop and go” di “When Death Passes By”. Se abbiamo bisogno di un bel pezzo con coro epico e glorioso da cantare ai concerti tutti insieme, “The Power Of Metal” è quello che ci vuole. Se siete amanti come me del Thrash assecondato dal Mosh la veloce “What Was Left Behind” fa al caso vostro. Chiudo la mia piccolissima guida all’ascolto con un paio di annotazioni. “Insane Pain” possiede un bridge rubato a Jimi Hendrix e abilmente velocizzato; a voi scoprire da quale pezzo del chitarrista di Seattle è stato “estrapolato”. “Zombie Dance”, nella quale come ospiti ci sono i compagni di etichetta Russkaja, è un misto fra “Contessa” dei Decibel (gruppo di Enrico Ruggeri n.d.a.) e un brano di Caparezza. Questo appunto rimane valido fino a che non arrivano a stravolgerla, rigorosamente in ordine di apparizione, un vocione, un riff alla Metallica, una musica della steppa e un divertissement per chiudere un eventuale concerto con un girotondo. Boltendhal e soci, con un pizzico di furbizia e molta abilità, hanno partorito un album solido e valido che dimostra ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, di che pasta è fatta la vecchia guardia del Metal.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Settembre, 2018
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“Non Finirà Mai” ci porta là dove il dolore e la forza di reagire si incontrano e ci mostra come questi stati d’animo fanno da tratto d’unione tra passato e futuro. Anno 1995: Bud e Enzo Mascolo, orfani di Fabio e Roberto Cappanera, cercano di rimettere in piedi una band sgretolata. Il cuore impone che a prendere in mano la pesante eredità, siano chiamati Dario e Rolando Cappanera. La Strana Officina, dopo un tour commemorativo, scrive così quattro nuovi pezzi in Italiano che solo oggi, anno 2018, vedono la pubblicazione da parte della Jolly Roger Records. “Non Finirà Mai”, “Bimbo”, “Amore e Fuoco” e “Vittima” trovano spazio nella seconda facciata del picture L.P. in grigio (100 copie) e L.P. (esistono anche le versioni C.D. e digital Download n.d.a.) Nella prima facciata, invece, trovano posto “Non Finirà Mai”, “Bimbo”, “Ricordo di Lei” e “Vittima” nelle versioni risuonate e riarrangiate del 2017. Se nutrite dei dubbi sul fatto che la lingua italiana non ha una metrica adatta all’Heavy Metal levateveli dalla testa. I testi dei brani non sono particolarmente ricercati ma vengono dal cuore e per me, è stato un piacere poterli ascoltare senza doverli tradurre. “Non Finirà Mai” affonda le radici nell’Hard degli anni settanta, fino a quando non subentra un cambio rabbioso che lascia il dovuto spazio a Dario E Rolando. Dario, poi, ha anche il compito di portare il pezzo al finale con la sua ascia arroventata. “Bimbo” è a mio avviso uno dei pezzi migliori mai usciti dalla penna del combo toscano e la frase: “Quando il vento parla, tutto tace” è inserita in una cornice musicale bellissima. Ancora una volta l’Hard anni settanta è presente in dose massiccia, oserei dire una forma di desert Stoner, ed è affiancato a un cambio roccioso seguito da un solo feroce. Anche in questo caso largo spazio viene concesso alla chitarra di Dario. Vi ricordo che questo disco, in origine, doveva presentare i due “nuovi” acquisti. “Ricordo Di Lei” Riporta alla mente brani come “Vai Vai”e “Metal Brigade” fino allo stacco stile N.W.O.B.H.M. Dopo l’usuale solo al fulmicotone il brano va a chiudersi con un classico finale da live. Avevo già apprezzato “Vittima” sul disco “Non c’è Più Mondo” dei fratelli Cappanera e devo dire che, il ritrovarla qui, ha risvegliato in me gioie e dolori. Passando alla seconda facciata, quella del 1995, riascoltiamo “Non Finirà Mai” in una versione dove il basso di Enzo si sente alla grande mentre la chitarra è meno in evidenza. In “Bimbo” il suono, nel break, appare un poco vuoto. A mio avviso ha fatto bene il gruppo ad incidere di nuovo il brano donandogli più carica.“Amore e Fuoco” “rubacchia” il riff a “Get Up, Shake Up” dei Vanadium dell’amico Pino Scotto e dopo uno stacco veloce, lascia spazio ad un solo dal ritmo serrato. A chiudere il tutto arriva di nuovo “Vittima”. In questa versione il testo struggente si capisce a meraviglia e il solo lunghissimo (dai 4’45” ai 5’53”) rinnova l’amarezza per una perdita, amarezza che aumenta fino allo sfumare del pezzo. Disco da avere!

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Settembre, 2018
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Con la morte di Fabio e Roberto Cappanera il nome Strana Officina era destinato a entrare nell’olimpo dei grandi del metallo italiano e le gesta del combo toscano sarebbero state tramandate ai posteri dagli headbangers più attempati come il sottoscritto. Il destino cinico e bastardo, invece, non ha avuto la meglio. Daniele “Bud” Ancillotti (voce) e Enzo Mascolo (basso), hanno aspettato che crescessero gli “eredi della tradizione” Dario e Rolando Cappanera e con loro hanno intrapreso un nuovo cammino. E’ così che nel 2007 è uscito per l’etichetta My Graveyard Productions il C.D. “The Faith”. Quindici brani presi dalla produzione della “vecchia” formazione erano stati riproposti con lo stesso feeling, ma con nuova energia, grazie appunto all’inserimento di Dario alla chitarra e Rolando alla batteria. C’è da dire che, all’epoca, la band non era rimasta contenta del trattamento sonoro ricevuto dai brani in studio. Oggi, grazie al lavoro svolto da Antonello Pirozzi, i quindici pezzi brillano di una luce nuova. Come se non bastasse Antonio della Jolly Roger Records, ha deciso di “celebrare” il disco stampandolo su doppio vinile rosso in versione gatefold (100 copie) 2 L.P.’s gatefold, C.D. e digital dowload. Mi basterebbe dire che in “King Troll” sembra quasi di sentire il fiato del Bud che canta, oppure parlare del suono corposo di “Metal Brigade” con il suo solo di chitarra violento e tracotante: così facendo sarei già a posto con la recensione. Fortunatamente le emozioni non si esauriscono con i primi due pezzi e proseguono con “The Ritual” la quale possiede nel finale una carica smodata affiancata a un relativo rallentamento. Gli ascoltatori più vecchi si ritroveranno a cantare: “Soldato nella notte cammini...” che in questo caso, grazie al testo tradotto da James Hogg, prende il titolo di “Unknown Soldier”. Ci sono poi i dolci ricordi suscitati in chi vi scrive dal classico senza tempo “Piccolo Uccello Bianco”, ovvero “Burning Wings”. Il disco si chiude con “Officina”; credo che miglior manifesto non ci possa essere per chi lavora duramente in fabbrica come me. Se ancora non conoscete la vecchia produzione della Strana Officina, sembra impossibile ma ricordiamo che esistono ascoltatori molto giovani, questo disco è da avere assolutamente. Naturalmente l’acquisto è consigliato anche ai collezionisti più incalliti.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    15 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 16 Agosto, 2018
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Mi rendo conto del fatto che ventitre mesi per leggere ciò che penso di “Back On The Hunt” sono veramente troppi e di questo mi scuso con I Witchunter. “Back On The Hunt” è il secondo C.D. completo rilasciato dal gruppo abruzzese ed è uscito per Blasphemous Art Productions nel settembre del 2016. Il disco segue a distanza di molti anni il primo full lenght “Crystal Demons” uscito nel 2010 da me valutato con un 3,5/5. Vi dico subito che confermo il mio punteggio anche in questa occasione e vi spiego il perché. I cinque ragazzi, la formazione nel frattempo si è “allargata”, proseguono dritti per la loro strada e sembrano non seguire niente e nessuno: vanno in studio, attaccano i cavi e suonano senza troppi artefici. Così facendo rimangono fedeli al loro credo musicale che affonda le proprie radici all’interno della vecchia e amata N.W.O.B.H.M. Produzione scarna, dunque, per un disco composto da otto tracce originali e due cover che farà contenti gli ascoltatori più “grezzi” e lascerà meno soddisfatti quelli che cercano una produzione “patinata”. Come detto la vecchia musica Hard di Albione è il faro che guida la band ma, a velocizzare il tutto, ci pensano delle sciabolate Power/Speed che movimentano l’andamento di alcuni pezzi. Brani arrembanti come “Vultures Stalking”, si alterano ad altri come “Hounds Of Rock” dove l’amore per la citata N.W.O.B.H.M. è palese. “Midnight Sin” si rifà apertamente ai Judas Priest vecchia maniera...anche se il pezzo non mi è sembrato particolarmente riuscito. “Lucifer’s Blade” vede i nostri alle prese con ritmiche che, come titolo insegna, vanno dalla tipica “cavalcata”, al cambio Doom trascinato. Il tutto viene supportato a dovere dalle chitarre di Federico “Ace Iustini” e Silvio “Chuck” Verdecchia. Vorrei soffermarmi ora sulle cover: “Achilles Last Stand” (Led Zeppelin – Presence – 1976) mostra una certa “riluttanza” della voce di Steve Di Leo. Lo stile del pezzo ben si adatta a quello scelto dai nostri per rappresentare il mondo dell’Hard e del Metal tanto che sembra a tratti di ascoltare i Diamond Head dei primi E.P.s però una maggiore attenzione, quando si toccano questi mostri sacri, sarebbe auspicabile. Pienamente riuscita invece la cover di “Are You Ready” dei Thin Lizzy (“Live And Dangerous” - 1978 e singolo – 1981). Ho saggiato dal vivo la valenza positiva del gruppo e so cosa sono capaci di fare i Witchunter. Auguro al gruppo di riuscire a trasferire la carica e la perizia, affiancate dalla qualità, nel prossimo lavoro in studio.
P.S. Non so se l’errore è presente nei file inviati o è riscontrabile anche nel C.D. dato che nessuno lo ha segnalato ma “Nightmare” e “Hounds Of Rock” risultano in origine come traccia 5 e 4.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    04 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 05 Agosto, 2018
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Se vi state chiedendo che senso ha fare una recensione di un C.D. uscito tre anni fa ve lo spiego subito. Saputo che sarebbe arrivata in redazione copia dell’ultimo lavoro dei Distruzione (l’ E.P. “Inumana” uscito a marzo 2018) ho deciso che era tempo di recuperare ciò che dovevo a Dimitri (Corradini, bassista della band n.d.a.) ovvero la recensione del C.D “Distruzione” uscito per Jolly Roger Records nel 2015. I Distruzione, da Parma, sono uno dei gruppi più longevi della scena dell’Emilia Romagna. Dopo una carriera durata dal 1990 al 2007 la band ha subito uno stop e, nel 2011, ha ripreso il suo corso. Cosa si cela nelle 10 tracce del C.D si capisce sin dall’inizio affidato alla terremotante “Il signore Delle Mosche” . Il quintetto vi sbatte in faccia una violenza contrassegnata da una voce, quella di Devid Roncai, che urla rabbia e disperazione. Quello che colpisce andando avanti nell’ascolto è che le ritmiche si rifanno ai canoni del Death/Thrash con chiari riferimenti a Bulldozer, Slayer e Metallica. Se mi state dando del visionario perché ho tirato in ballo la band di Hetfield & compagni, provate a sentire gli intrecci delle chitarre di Massimiliano Falleri e Luca De Lillo. Di certo il suono non è quello patinato del “Black Album” ma le due asce si dibattono su terreni consoni al disco “Ride The Lightning”. Ho parlato di rabbia e violenza: sono le componenti che ritornano ossessivamente in brani come “Oltre La Soglia” dove, assieme a ritmi da cardiopalma, si alternano classiche fasi “tupa tupa” e chitarre down tuned. Non mancano alcune “sorprese” come lo stacco inaspettato presente su “Nel Tuo Nome” o alcuni bridges e cadenze che attenuano di poco la tracotanza dei pezzi. La conclusiva “I Tre Vivi e i Tre Morti” mi ha riportato alla mente il fumetto di Magnus “La Compagnia Della Forca” e, se conoscete bene l’opera del disegnatore bolognese, capirete il perché. A proposito di disegni l’artwork del libretto di “Distruzione” è a cura di Dimitri Corradini; sì, sempre lui, ed è un valore aggiunto ad un disco che non lascia adito a fughe per quanto è in grado di catturarvi e imprigionarvi in qualche segreta o, tanto per citare un altro pezzo, nel labirinto del “Minotauro”. Distruzione: un gruppo non adatto alle “mammolette” ma a chi combatte, si dispera e si rialza.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    03 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Giugno, 2018
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Gli Stagma sono una sorta di supergruppo e in casi come questo, le aspettative del sottoscritto sono molto alte. Nati nel 2015 dalla mente di Alex Santos, produttore e chitarrista degli Scar For Life, gli Stagma vantano nella line up nomi di rilievo come il batterista Vinnie Appice (Dio, Black Sabbath etc) e il chitarrista Neil Fraser già con i Ten ei D.N.A. dello stesso Alex Santos. Il C.D omonimo, uscito nel 2018 per Headshell Records, presenta dodici brani che percorrono il sentiero dell’Hard Rock e si allontanano solo parzialmente da esso per seguire altre vie. Sappiamo tutti che oggigiorno vanno di moda le produzioni patinate e ci si scambia i files via mail. Se da una parte la tecnologia è una gran cosa, è pur vero che nei brani di “Stagma”si nota una sorta di “appiattimento” non tanto dal punto di vista compositivo, quanto da quello dell’immediatezza e della grinta (vedi . Se escludiamo le due tracce digitali composte da Jeroen Tel: la prima posta in apertura (“Genesis”) è un coro lamentoso e melodico mentre la seconda posta in chiusura (“To Be Continued”) è una sorta di suite classica/elettronica, il disco vive momenti altalenanti. L’ottimo contributo dato dal chitarrista solista Neil Fraser è una delle poche cose che comunicano sensazioni a livello musicale ed emozionale mentre gli altri musicisti risultano esageratamente nella norma. Le buone idee ci sono e pezzi come “Rocket Machine”, “Castaway” e “Sister Sister” sono lì per dimostrarlo; c’è però qualcosa a livello di produzione/mixaggio che non torna. Non mancano soluzioni più moderne come si può ascoltare in “Faces In The Mirror” e “Bounty Hunter” ma il mio commento non cambia di una virgola. Se “Stagma” fosse il disco d’esordio di una band fresca di contratto lascerebbe ben sperare per il futuro ma, visto che qui si parla di veterani del Rock, non posso andare con il mio voto oltre la sufficienza. Se siete dei sostenitori a spada tratta degli artisti che ho citato sopra e la mia recensione non vi ha convinto, potete cercare nel “tubo” i singoli “Pokerface” (nessuna relazione con il tormentone di Lady Gaga), ” Bounty Hunter” e “Promise Me”, per dirmi cosa ne pensate.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    13 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 13 Mag, 2018
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Non c’è festa senza amici. Mi piace pensare che Michael Schenker, quando ha messo assieme la line up del nuovo disco, ha voluto riunire attorno a se un branco di fedeli rockers senza tempo e senza età. La formazione di “Resurrection”, C.D. uscito per Nuclear Blast, vede all’opera le ugole di Gary Barden, Graham Bonnet, Doogie White e Robin MCAuley. A questi storici nomi si aggiungono quelli blasonati di Ted McKenna (bt), Chris Glen (bs) e Steve Mann (ch e ts). Il tutto è “orchestrato”, oltre che da Schenker (ch e vc), dal coproduttore e coautore Voss Schoen. Se come me avete consumato a forza di ascolti il doppio vinile “One Night At Budokan” (Chrisalis – 1981) non c’è bisogno che vi dica cosa troverete nelle dodici tracce di “Ressurrection”; d’altra parte le due formazioni hanno ben tre componenti in comune (Schenker, Barden e Glen). Non pensate però che tutto si “riduca” ad un Hard Rock che, spesso, ha come faro nella notte i Rainbow e Ronnie james Dio. Schenker e Voss hanno saputo cucire addosso ai cantanti dei vestiti adatti alle loro posture (leggi registri vocali) creando in questo modo una versatilità nella proposta che lascia la curiosità di scoprire i pezzi uno dopo l’altro. La partenza in quarta è affidata a “Heart And Soul” che con il suo attacco “pompato” ci introduce sul sentiero di un pezzo battente dal riff Hard and Heavy. Uno dei soli di chitarra è di Kirk Hammet ma, onestamente, a me non ha dato delle grandi emozioni. Con il singolo “Warrior” ritroviamo quei ritmi trascinati tanto cari al teutonico chitarrista. L’Heavy melodico di “Take Me To The Church” è supportato per gran parte dal suono di un organo che, visto il titolo, calza a pennello. “Night Moods” è un Hard roccioso che chiama in causa il piccolo elfo dell’arcobaleno. In questo caso al solo viene lasciato il compito di traghettarci verso un’apertura. “The Girl With The Stars In Her Eyes”, se pure con un solo ben giocato, è un pezzo di maniera che non dice un gran che. “Everest” è una vera e propria scorribanda con tanto di continua tessitura di chitarra: strumento lanciato in seguito in un solo scoppiettante. “Messing Around” è un saltellante Heavy - Boogie nato per piacere a chi ama gli AC/DC. In “Time Knows When It’s Time” Michael Schenker si prende un ampio spazio per dimostrare che il suo stile resiste all’usura del tempo. “Anchors Away” è il tratto d’unione sonoro tra il vecchio doppio album dal vivo e il nuovo lavoro. Non poteva mancare il classico pezzo strumentale che sin dal titolo, “Salvation”, celebra la rinascita dopo una vita passata tra successi ed eccessi. ”Living A Life Worth Living” è un pezzo cadenzato e melodico che nel bridge ricorda vagamente gli Earth Wind and Fire di “Fantasy”. “The Last Supper”: per stessa ammissione di Schenker canzone ispirata, così come la copertina, all’ultima cena di Gesù, chiude con un Hard leggero e rallentato, un disco che a me è parso ben riuscito e congeniato. La festa è finita ma solo parzialmente dato che il gruppo ad agosto sarà impegnato nella prima serie di date dal vivo. Il 30 ottobre 2018, invece, è prevista una data al Live Club dove potremo vedere all’opera ben tre dei cantanti originali.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    15 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 15 Aprile, 2018
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Icona del Rock tricolore, cantante/intrattenitore istrionico, predicatore televisivo da strapazzo, “vecchio” sclerotico. In qualsiasi maniera la pensiate Pino Scotto è un personaggio verace e scomodo in grado di dividere l’opinione pubblica tra fans e denigratori. Come la penso io? Ho visto nascere e crescere i Vanadium e ho seguito la carriera del cantante partenopeo/milanese e questo dovrebbe bastarvi. Per usare un paragone assurdo, ma calzante, per me un disco di Pino Scotto è come le lasagne della mamma; il piatto che viene servito può riuscire bene o male ma sai che ad ogni festa è lì che aspetta di essere assaggiato e gustato. In “Eye For An Eye”, lavoro uscito per Nadir Music, si nota a mio avviso un ritorno al passato tanto che, con le dovute differenze di suono, le tastiere ci sono pochissimo e solo in alcuni brani, si potrebbe parlare di un disco dei Vanadium. Il fido chitarrista Steve Angarthal è stato il coautore e arrangiatore dei dieci pezzi di “Eye For an Eye” (undici se contiamo la cover di “There’s Only One Way To Rock” dei Van Halen) e si è ritagliato un ampio spazio da dedicare ai soli che, spesso e volentieri, sono diventati protagonisti e “prepotenti”. Un ritorno al cantato in lingua inglese con una voce spesso “rinforzata” (come se le linee fossero state doppiate) e una forte dose di Hard Rock sono le caratteristiche di un lavoro che, sostanzialmente, è ben riuscito ma che ha anche qualche lacuna nella produzione. A volte sembra “perdersi” la sincronia tra gli strumentisti e il ritmo corre a velocità diverse facendo mancare un’immediatezza necessaria ad un Rock energico quale è quello proposto. I brani sono vari e si passa dall’Heavy incalzante dell’omonima “Eye For An Eye” alla semplice ma efficace “Two Guns”. “Cage Of Mind”, pezzo dall’andamento meno serrato, vede un solo giocato su sonorità differenti dal solito così come sono diverse le soluzioni armoniche trovate da Steve in “Wise Man Tale” anche se, alla fine, si torna sui vecchi binari del suono. La cover della citata “There’s Only One Way To Rock” non mi è sembrata particolarmente accattivante/riuscita ma la conclusiva “One Way Out”, con l’armonica del “puma di Lambrate” Fabio Treves, ha fatto rientrare la sensazione di amaro lasciata dal brano precedente con degli ottimi soli di chitarra e, appunto, armonica. Se fino ad ora avete apprezzato i lavori del Pino nazionale “Eye For An Eye” non deluderà le vostre attese ma se altresì non lo potete vedere non sarà questo disco a farvi cambiare idea. Vorrei aggiungere una cosa; quelli che criticano Pino per le sue esternazioni via video e poi “sparano” sentenze sui social credono di essere tanto diversi e/o più furbi? A me non sembra.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    01 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2018
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I Mother Nature sono un gruppo dalla lunghissima militanza tra le file dell’underground Hard italiano. Formati nel 1993 hanno iniziato proponendo cover Rock/Bllues e hanno proseguito creando brani originali fino al 2003. Tra il 2003 e il 2010 la band ha subito un prolungato fermo e nel 2010 ha ripreso la sua corsa fino a che, grazie anche all’ausilio dell’etichetta Andromeda Relix, il 2 giugno 2017 è uscito il C.D. “Double Deal”. Si parlava di Hard & Blues e sono proprio questi i tratti salienti che caratterizzano i brani del C.D. anche se non mancano bevi excursus in altri territori. La proposta dei Mother Nature è abbastanza varia. “Spit My Soul” è un biglietto da visita eloquente che ci fa capire come tutto ha avuto inizio. il Rock nervoso di “Magnet Girl” fa segnare il ritmo con il battito del piede e fa da ponte per l’Hard – bluesy “Haze”. Visto l’accostamento dei brani a un suono tipicamente americano, non c’è da stupirsi se il gruppo ci porta in giro per distese assolate al ritmo Cajun di “Everything Will Follow”. Il pezzo da modo al chitarrista Luca Nappo di esibirsi in un solo velocissimo coinvolgente. Se state cercando un brano lento per sostituire la vecchia “More Than Words” degli Extreme, “Ask Yourself” potrebbe fare al caso vostro. “Double Deal” invece di rafforzare il concetto di “durezza” come dovrebbe fare la title track di un disco simile, ci fa entrare a sorpresa e di prepotenza nello spazio occupato dal Rockabilly/Jive tanto che mi sono tornati in mente gli Stray Cats e Joe Jackson. Mi stavo domandando dove erano le influenze Aerosmith descritte dalla biografia acclusa al C.D. ed ecco arrivare “New Way”, brano arricchito dall’armonica di Wlady Rizzi, a rispondere al mio quesito. Fino a questo punto era mancato un vero e proprio scossone di quelli capaci di risvegliare il vero spirito ribelle liberando energia pura a profusione. Anche stavolta il quartetto tarantino è in grado di sorprendere e ci regala quello che, a mio avviso, è uno dei brani migliori del lotto. “Does It Suit You”, infatti, possiede un ritmo spezzato, cavalcate a briglia sciolta, soli perfetti e veloci; un ensamble perfetto! Con “Boy We Gotta Handle This” si fa strada un Rock dondolante improntato al vecchio stile, seguito da un solo scatenato di chitarra inframmezzato di nuovo dall’armonica. “Double Deal” è un disco onesto e schietto che piacerà sicuramente a chi preferisce un suono “valvolare” a quello artefatto e tecnologico. Il pregio e il difetto nei Mother Nature sono due facce della stessa medaglia; il gruppo cerca di sperimentare, riuscendoci, percorsi diversi dalla strada segnata ma, così facendo, rischia di allontanare gli ascoltatori meno aperti di mente.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    11 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 11 Marzo, 2018
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Ci ho pensato un poco su e credo di poter asserire che dai tempi dei The Jackson 5, band di un giovanissimo Michael Jackson e dei suoi fratelli che avevano come manager il papà Joseph, non si è mai vista una famiglia più numerosa di quella di Phil Campbell salire sul palco. Dopo l’antipasto costituito dall’E.P. omonimo del 2016 torna l’indomito chitarrista dei Motorhead assieme ai figli Todd, Dane, Tyla e al cantante Neil Starr e lo fa con la musica che avete già apprezzato nell’Extended Play. Gli undici pezzi di “The Age Of Absurdity” (il dodicesimo è la cover di “Silver Machine” degli Hawkwind che compare come bonus track) non sono tutti pedissequamente fedeli al sound della band di Lemmy ma si dividono tra un Hard Rock grezzo e, appunto, il suono ruvido, veloce, e senza fronzoli al quale eravamo abituati da decenni. Il lavoro di registrazione svolto ai Rockfield Studios e Longwave studios in Galles, così come la produzione e la masterizzazione agli Abbey Road Studios effettuate da Romesh Dodangoda, mi sono sembrati ben più che sufficienti tanto che la resa sonora mantiene caratteristiche sia aggressive sia più “meditate”. Vista la varietà della proposta è difficile scegliere dei pezzi “simbolo”ma sia mai che il vostro “scribacchino” vi lasci senza ulteriori informazioni. Se “Ringleader” pur avendo una vita propria riprende un riff simil “Heart Of Stone”, “Freak Show” segue la strada del rock duro.“Skin And Bones” ha un suono incalzante fornito di cambio “Mammoth”, ovvero pesante. “Gipsy Kiss” mischia l’energia del Punk con il suono tipico “creato” da Lemmy; chiamatelo Rock‘n’ Roll come faceva lui o trovate voi l’aggettivo adeguato. Dopo l’energica “ Welcome To Hell” si arriva sulle sponde del Mississippi con la blueseggiante “Dark Days”. Dropping the Needle” si lancia in velocità fino al break centrale mentre “Step Into The Fire” è un brano semplice e di maniera di quelli che sembrano prediligere sia Phil che Neil Starr. “Get on Your Knees” vede Campbell scatenarsi e portare il pezzo al “botto” di energia finale. High Rule” possiede il tipico solo alla Phil mentre la conclusiva “Into The Dark”, più che una ballad, rappresenta uno sguardo intimistico. In realtà, come detto, c’è anche la cover di “Silver Machine” dove compare Dave Brock ma l’ipnotismo del brano originale, nonostante le tastiere, non viene raggiunto. Definirei “The Age Of Absurdity” come un lavoro dignitoso e piacevole da ascoltare. Credo che Phil e figli abbiano giocato una carta “furba” cercando di unire quelli che sono i loro gusti e intenti attuali, assieme alla voglia che tutti noi vecchi fans dei Motorhead abbiamo di ritrovare la nostra gioventù perduta di Headbangers. Preparatevi alle tre date in terra italiana e buon ascolto.

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Arion, ottimo power metal dalla Finlandia
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Molto interessante il debut dei Beriedir
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