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Opinione scritta da Corrado Franceschini

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    12 Luglio, 2017
Ultimo aggiornamento: 12 Luglio, 2017
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Scala Mercalli si sono formati nel 1992 e da allora Sergio Ciccoli, batterista e unico superstite della formazione originale, porta in giro la sua creatura in lungo e in largo con tenacia e dedizione. Scala Mercalli godono di una formazione stabile dal 2013 ma, con diverse “incarnazioni”, hanno pubblicato nel tempo due demo, un E.P. e tre C.D’s. “New Rebirth”, album targato settembre 2015, è uscito in concomitanza con la data commemorativa della battaglia di Castelfidardo (1860). L’intero lavoro è una sorta di concept che fa perno sul Risorgimento e sulla figura di Giuseppe Garibaldi ma su questi argomenti e sulle seguenti commistioni con il mondo odierno, tornerò in sede d’intervista. “The Long March”, magniloquente, pomposa e in crescendo, funge da introduzione/preambolo. “September 18, 1860” và di ritmo Power battente e spezzato al tempo stesso. Sono convinto che il pubblico tedesco apprezzerebbe questo tipo di musica e il relativo coro da cantare tutti assieme in un afflato. Le chitarre sono consone al genere e mi ricordano in qualche modo quelle dei Running Wild: vista la componente “stilistica” delle divise indossate dal quintetto di Fermo potrebbe non essere un caso. “Nightmare Falls” trova soluzioni non così scontate come si potrebbe pensare e il ritornello incessante aiuta a farla entrare in testa. I soli delle chitarre di Luca Vignoni e Clemente Cattalani si discostano dallo stile Rolf Kasparek per volare via liberi come il vento. “All The Children Are Disappeared” entra con tracotanza e forza per poi variare diverse volte. Non tutti i cambi sembrano perfetti ma si può affermare che siamo di fronte ad un buon pezzo che non annoia grazie anche alle fasi di chitarra, e che mostra la caratura del gruppo. “Time For Revolution” morde un poco il freno e lo fa con la sua cadenza semi massiccia e concedendo spazio alla melodia nell’inciso/ritornello. “Eternity” dopo un inizio un poco incerto nei cambi, si lancia a tutta velocità e riprende ritmi diversi fino ai due soli in corsa per poi tornare all’incisivo ritornello. “Heroes Of Two World” doveva essere una sorta di brano di punta vista la “dedica” a Giuseppe Garibaldi. Io me la sarei “giocata” in altro modo rendendola più epica e meno confusa nella parte parlata ma ricordatevelo sempre: la band decide, il recensore dice la sua, e il pubblico ha l’ultima parola. “Face My Enemy” è un buon Power che non rinuncia né alla velocità né al tratto melodico che oramai, passata la metà del disco, ho capito appartenere“di diritto” alla musica dei Scala Mercalli. “The Undead” possiede un inizio adatto a creare un “circle pit”. Ben studiato il seguito che rende il brano facile da seguire e lo rende vincente. “Spit On My Face” riprende la strada della velocità battente e del Power con un bridge di stampo classico ben riuscito. “Last Leaf” Non può essere considerato un vero e proprio lento ed è ciò che avrebbero potuto scrivere i Queensryche sfruttando le capacità vocali di Geoff Tate (epoca “Empire” - 1990) ma anche i gruppi Hard Rock melodici americani avrebbero fatto un’ottima figura con un pezzo come questo. “Still United” graffia con unghie arrotondate e musicalmente potrebbe essere uscita da un disco della N.W.O.B.H.M. o dei Picture (Eternal Dark – 1982)- “The Flag” è in pratica un accenno dell’inno di Mameli: una semplice outro insomma. “New Rebirth” è un disco con degli alti e bassi non tanto a livello compositivo quanto a livello di produzione, almeno così risulta dai files in mio possesso. Il concept è interessante e sono sicuro che riscoprire le nostre “origini” farà del bene a un popolo che, molto spesso, viene sottovalutato e che si piange addosso ma che, non dimentichiamolo, ha ancora delle grosse potenzialità e, soprattutto, un gran cuore.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    17 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Giugno, 2017
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Era mia ferma intenzione pubblicare la recensione di “Dominhate” degli emiliani Injury in occasione del terzo compleanno dalla data di uscita del C.D. il 4 marzo 2017. Purtroppo, come sapete, proprio in quella data è morto il chitarrista della band Andrea “Artio” Artioli e non mi sembrava giusto cavalcare l’onda dell’emozione. Ho così aspettato che si svolgesse la giornata in memoria di Artio: giornata che si è tenuta sabato 13 maggio 2017 all’Arrogant Pub e alla quale ho partecipato. Una nutrita pattuglia di amici del lungo crinito chitarrista gli ha reso omaggio suonando dal pomeriggio alla mezzanotte e chi non era presente con il proprio gruppo ha duettato con gli Injury sul palco. Ora, scevro da condizionamenti, posso parlarvi dei 10 brani racchiusi in “Dominhate”. Gli Injury non sono dei novellini all’interno della scena Thrash Metal, dato che il primo E.P. a quattro pezzi risale al 2010. A chiudere quel disco era la cover di “The Last Act Of Defiance” degli Exodus e ciò la dice lunga sulla strada musicale che i cinque, con formazione diversa negli anni, avrebbero intrapreso. I pezzi di “Dominhate” prendono in carico la migliore eredità stilistica di gruppi quali Exodus, appunto, Testament e Laaz Rockit (li nomino per alcune soluzioni tecniche e per le chitarre) e riversano la risultante sull’ascoltatore come farebbe un puglie sferrando un pugno in pieno volto. La dove i gruppi citati avevano, e hanno, voci più “leggere” gli Injury piazzano quella di Alle Rabitti che è cattiva e d’assalto; la differenza si sente soprattutto nei concerti dal vivo. “The Shadow Behind The Cross” funge da biglietto da visita e lo fa presentandosi con una produzione che non perde un’oncia in termini di violenza. “Drop The Bomb” vede andare a braccetto violenza e tecnica. “Lost Generation” unisce il Thrash con il Mosh e lo Skankin’ e, se per caso fossimo ad un concerto dei Testament, sono sicuro che Chuch Billy su un pezzo del genere chiamerebbe il circle pit. “Slave Of Our Fearsa” è il classico pezzo da headbangin’ che, con la sua cadenza, spezza un poco il ritmo del C.D. La prima parte del solo di chitarra è molto sentita e ben studiata. Se andrete ad un concerto del quintetto e avrete delle energie residue “10,000 Graves” provvederà a farvi a brandelli. “Unaware Prisoners” sale piano per poi andare di nuovo in Mosh e velocità. “Ride The Riot” si piazza tra i pezzi migliori di “Dominhate” grazie al suo alto tasso di tecnica supportato da ritmi spezzati e battenti al tempo stesso. Se vi sono rimasti dei dubbi sull’operato e sulle doti degli emiliani “Annihilated By Propaganda” li spazzerà via del tutto. “Fashion Swine” è nervosa e sincopata e vede le chitarre di Paul e Artio in bella evidenza. Come degno epilogo del C.D. arriva la versatile “It’s my land”: spezzata, “saltellante” battente, bridge veloce, stacchi; cosa volete di più? Da notare il finale delle chitarre in arpeggio a sfumare che è come un commiato e questo, dopo ciò che è successo, fa riflettere. Difetti del C.D.? A parte qualche sbavatura nel mixaggio e un ritmo forsennato che, alla lunga, potrebbe risultare “ostico”, direi che il gruppo merita il successo che sta avendo a suon di live. Prima di chiudere la recensione voglio fare gli auguri al nuovo chitarrista Simone “Simon” Petrone che conosco personalmente. Per ciò che mi riguarda, invece, quando andrò a trovare mio padre al cimitero continuerò a fare una visita anche ad "Artio". Non lo conoscevo di persona ma il metal, lo sapete, per certi aspetti è una grande famiglia e qui da me, in Emilia Romagna, ci si conosce un poco tutti.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 07 Giugno, 2017
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Quel personaggio tutto genio e sregolatezza che è Ritchie Blackmore ha deciso nel 2016 di ritornare all’Hard Rock e di riportare in vita i suoi Rainbow. Dei tre concerti europei i due tenuti in Germania sono stati registrati per il video “Memories In Vision” mentre quello tenuto alla Gentineg Arena di Birmingham è stato riversato nel doppio C.D. “Live in Birmingham 2016”. La formazione scelta dal man in black per questa avventura è stata questa: Ronnie Romero, cantante cileno ora residente in Spagna, “scovato” dalla moglie di Blackmore su Youtube. Jens Johannson alle tastiere (Stratovarius e altri), Roberto Curiano alias Bob Noveau alla batteria (già nei Blackmore’s Night), David Keith alla batteria e le coriste Candice Night e Lady Lynn. Sapete che da queste parti non si fanno sconti a nessuno quindi, come al solito, sarò schietto nel mio giudizio e lo sarò ancora di più in virtù del fatto che la musica dei Rainbow ha accompagnato gran parte della mia gioventù. Il mio ascolto dei brani è avvenuto in streaming quindi non so dirvi quanto una batteria, che somiglia più ad un ticchettio che a un rombo di tuono, o quanto delle tastiere, ora prevaricanti ora “sussurrate”, siano dovute a questa circostanza. Credo però che la produzione “originale” non si discosti molto da ciò che evidenzierò. In primo luogo la tanto decantata voce (da Candice e Blackmore n.d.a.) di Romero non ha il timbro caldo e blues di Coverdale e nemmeno quello potente del mai troppo compianto Ronnie James Dio. In più canzoni, poi, il cantante supplisce a questi gap “spezzando” le frasi o emettendo degli inutili “urletti”. Sulla scelta dei brani non c’è nulla da ridire; è stato estrapolato il meglio della produzione dei Rainbow e sono stati aggiunti alcuni evergreen dei Deep Purple. Peccato che la coesione tra i musicisti lasci spesso a desiderare e l’iniziale “Highway Star” la dice lunga in tal senso. A ciò che ho detto aggiungo che alcuni pezzi sono tanto lunghi, non parlo dei medley, ma di brani trascinati per più di dieci minuti, da lasciare un senso di noia. In tutto ciò la parte di Blackmore qual è? Naturalmente la chitarra c’è e si sente. In pezzi quali “Mistreated”, ad esempio, la vena ispirata sembra rimasta intatta. Peccato che in altri frangenti il nostro sembri pizzicare le corde seguendo la melodia o, addirittura, pare scordarsi le note. I cultori di Deep Purple e Rainbow obietteranno che lo stile del veterano di mille battaglie è quello e che i tocchi di genio sono la sua caratteristica, così come si può ascoltare nel disco degli stessi Deep Purple ”Scandinavian Nights” dove le suite e le “improvvisazioni” sono la regola, ma li invito ad ascoltare i pezzi e a trarre le dovute conclusioni. Pescando qua e là, “Man On The Silver Mountain” mostra un arrangiamento soddisfacente. “Difficult To Cure/Tocata e Fugue in D Minor” hanno inglobato un solo di batteria dal suono ridicolo ma, vi ricordo, sto ascoltando i brani in streaming e la resa reale potrebbe essere diversa. Sono presenti vari cambi ed è stato inserito un pezzetto quasi impercettibile di “Strange Kind Of Woman”, ma gli ascoltatori meno oltranzisti dovranno riconoscere che ci sono parecchie “slegature” all’interno di questo brano. Buone notizie, e sensazioni, arrivano da “Catch The Rainbow”. La parte centrale del disco, costituita da “Perfect Strangers” e le canzoni seguenti, può essere liquidata con un più che sufficiente, mentre le dolenti note arrivano sul finale. La bella carica di “Burn” viene vanificata dal solo e dai relativi sbagli della chitarra. Come se non bastasse la versione che conclude il disco della seminale “Smoke On The Water” sembra per molti versi buttata lì un poco a casaccio. E’ vero che viviamo in un mondo di produzioni patinate e che è da apprezzare il modo reale nel quale è stato proposto questo doppio live, cioè senza ricorrere a post produzioni o “ritocchi”. E’ altresì vero che quando si decide di riesumare una creatura magica come i Rainbow non ci si dovrebbe accontentare nel proporre pezzi storici, come farebbe una normale cover band, ma bisognerebbe mettere in essi anima, sudore e passione. Probabilmente il mio cuore è rimasto fedele alle formazioni storiche che si sono alternate, ma questa line up, così come si è presentata a Birmingham, non ha retto il confronto.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    07 Mag, 2017
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Ad un anno esatto dall’uscita dell’ E.P. “Ages” degli emiliani Anabasi Road ecco arrivare la recensione del sottoscritto. Come sempre risulta difficile descrivere il sestetto a parole sia dal punto di vista musicale che dal punto di vista dei testi. Di sicuro si può dire che nel gruppo è presente una forte valenza culturale a cominciare dal nome derivato dall’opera dello storiografo greco Senofonte. Per ciò che riguarda la musica, invece, la valenza culturale è data dal fatto che il gruppo non è etichettabile in un solo genere ma riesce abilmente, e tecnicamente, a mischiare le carte in tavola costringendo l’ascoltatore a restare sintonizzato nei solchi per scoprire dove e come si evolverà il suono. Se ciò non basta l’aspetto grafico del lavoro e la copertina: un pieno splash di colori e significati “mistici” spiegati a tappe nel blog di Facebook, faranno il resto. Va da se che, proprio per questi motivi, l’ascoltatore medio di un E.P. come “Ages” o come l’esordio omonimo targato 2014 (voto su Allaroundmetal 4/5) sarà per forza di cose un sostenitore dell’Hard e del Progressive degli anni ’70 che porta tali musiche nel cuore e nella mente. Insomma, scherzando, si potrebbe dire che gli Anabasi Road sono nati fuori tempo massimo o in un’epoca sbagliata vista anche la difficoltà a reperire date in un mondo monopolizzato da cover band o da Heavy Metal e Hard Rock più di maniera. Il mix e il mastering a cura di Luca Giorgio Pretorius (ex What A Funk, ora negli Aquiver) costituiscono0 una plus valenza e mettono ordine in un combo che, dal vivo, risente spesso dell’impreparazione di fonici abituati ad altri suoni e a gestire gruppi meno “affollati” sul palco. Il video di “What Does It Mean”, uscito un mese prima dell’E.P. aveva fatto da battistrada. Quel video lo troviamo nella sua lunghezza “minorata” di 5’01” a fronte dei 6’58” del pezzo originale, al termine del mini C.D. “What Does It Mean” (il brano) apre alla grande le danze dimostra da subito di che pasta sono fatti questi giovani musicisti. Arpeggio iniziale alla Pink Floyd, uno stacco del basso di Rick Vecchi che fa da preludio ad un riff “pomposo” che si stempera e riparte, stacchi di piano e fughe che approdano in porti deiversi come il simil Free Jazz e se pensate che il tutto sia confuso vi sbagliate di grosso vista le ottime capacità di assemblaggio e composizione. “Bridge To Another Rainbow Pt1 - Sunset Prelude” è totalmente atipica visto che è presente nel pezzo un vero e proprio quartetto d’archi. La malinconia di una viola che potrebbe benissimo accompagnare una scena del commissario Montalbano, si protrae fino a un “capriccio” di tenore classico. “Bridge To Another Rainbow Pt2 - Morning Comes” prosegue sulla falsariga e si integra con la voce da “cantore” di Andrea “Gibbo” Giberti. Torna la viola del pezzo precedente ma, questa volta, si scontra con una suite in pieno stile Progressive per poi tornare in evidenza. “The Dream Machine” si avvale di musica spaziosa e ariosa tagliata dal tracotante ingresso delle tastiere di Luca Orlandini che si integrano con un incedere Hard anni ’70 e non è finita qui. Una musica dondolante come una culla lascia spazio ad un bailamme turbinoso di tastiere e chitarre a cura di Massimiliano Braglia e Alex Gambarelli supportati dalla enfatica batteria di Nicholas Corradini che portano, dopo ben 7’26” di musica, al finale affidato ad un elettroencefalogramma piatto. Atipici, brillanti, “antichi” chiamateli come voete. Loro sono gli Anabasi Road sono nati per ridare speranza a chi ha vissuto gli anni d’oro della musica e non sa darsi pace del fatto che i tempi cambiano. Il mio spassionato consiglio da supporter è quello di accaparrarvi questo lavoro e il precedente full lenght; a voi la scelta.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2017
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A completare la triade dedicata ai ferraresi Game Over ecco arrivare, fresco di stampa, l’E.P. “Blessed Are The Heretics”. In verità a me sono arrivati i files delle sei canzoni che compongono questo lavoro quindi, per un’analisi precisa del suono, sarebbe bene acquistare il disco. L’E.P. a sei pezzi servirà come “passatempo” nell’attesa che i quattro ragazzi si decidano a sfornare un nuovo C.D. Nel frattempo, come detto, “torturiamoci allegramente” le orecchie. Si parte con la nuova di pacca (in tutti i sensi) “Blessed Are The Heretics”. Come era già accaduto per il precedente “Crimes Against Reality” i Game Over proseguono nella loro escursione verso territori musicali più tecnici e lo fanno creando un brano che è tra i più complessi della loro carriera. Il risultato è ottimo: un misto tra velocità, stacchi rallentati e ritmi massicci. La seconda canzone in scaletta è “Mai Più”, ovvero sia la riedizione “moderna” con testo in italiano di “No More” presente nel C.D. “Burst Into Quiet”. In questo caso, e qui arriviamo alle differenze sonore che potrebbero saltare fuori tra files e E.P. originale, avrei alzato un poco la voce di Renato “Reno” Chiccoli per fare comprendere a modo le parole. Comunque sia, la metrica si adatta benissimo e il brano non perde un’oncia del suo valore, grazie anche al lavoro delle chitarre di Sanso e Ziro che sfornano soli molto buoni. “You Spin Me Round (Like a Record)” è la cover dell’omonimo brano dei Dead Or Alive (R.I.P. Pete Burns). A dispetto di chi crede che un brano nato per le discoteche rimanga tale la velocità del ritornello, dove la voce diventa un ringhio, è pari a quella dell’Hardcore più oltranzista; ottima mossa. Gli ultimi tre brani sono dei pezzi dal vivo registrati durante i tour in Stati Uniti e Cina. “Mountains Of Madness” molla cazzotti sul viso a tutto spiano e senza pietà fino a lasciare chi ascolta in affanno di ossigeno, figuriamoci quando la vedete suonata dal vivo da 4 musicisti forsennati. “Fix Your Brain”, l’ennesima bordata, ha il basso in bella evidenza e le chitarre velocissime; con la batteria a complemento è palese come siamo di fronte a dei “guerrafondai” della musica. “C.H.U.C.K.” è come la marcia schiacciasassi di un Mammut ed è il degno suggello di “Blessed Are The Heretics”. Io vi consiglio spassionatamente di supportare i Game Over, sia dal vivo, che acquistando i lavori fatti fino ad ora, compreso questo E.P.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
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Ho assistito alla serata di presentazione del C.D. dei Game Over “Crimes Against Reality”svoltasi il primo aprile 2016 al Kaleidos di Poviglio (RE) (il live report lo trovate qui: http://www.allaroundmetal.com/live-concerts/item/7767-1-04-16-game-over-release-party-kaleidos-poviglio-re ) ed è li che, dopo un infuocato concerto, ho avuto la copia da recensire dal bassista/cantante Renato “Reno” Chiccoli. “Crimes Against Reality” può essere condierato come l’album della maturità artistica del quartetto ferrarese. Cosa mi porta a dire ciò? Molto semplice: il fatto che tra i solchi dei dieci pezzi si annidano una ricerca di soluzioni più complesse e “tecniche” rispetto ai dischi precedenti. Non sempre tutto riesce a meraviglia visto che i ragazzi, si sa e si sente, sono abituati a marciare sempre al massimo dei giri, ma il risultato finale è tutto sommato convincente dato che i brani sono meno “uniformi” quindi più vari e godibili. “What Lies Within”, una breve nenia che prende velocità, confluisce ed è parte integrante di “33 Park Street” (lo si capisce leggendo il testo n.d.a.) In “Neon Maniacs” i tentativi di cercare un briciolo di melodia pur mantenendo la velocità sono palesi e il brano riesce in toto. Con “With All That Is Left” assistiamo ad un buon gioco del mischiare le carte in tavola svolto vagando tra arpeggi e cambi in semivelocità. La voce sembra risentire un poco di queste soluzioni visto che, vi ricordo, è abituata a “correre” sempre. “Astral Matter” è particolarmente intrigante e rappresenta l’apice del disco con la sua profusione di ritmiche innovative per il Game Over sound. “Fugue In D Minor (allegro ma non troppo)” va di velocità alla Nuclear Assault fino a che non interviene una spinetta che marca il ritmo della musica classica, il tutto in 41 secondi. “Just A Little Victory” è un altro dei pezzi che colpiscono nel segno così come “Gates Of Ishtar” fatta di cambi, stacco e fughe. L’omonima “Crimes Against Reality” vede un’opera incessante delle chitarre di “Sanso” e “Ziro” ora separate ora in coppia. La conclusiva “Fix Your Brain” rientra nello stile tipico e consono dei Game Over quindi non aggiunge nulla di nuovo. Come detto non sempre i Game Over sembrano a loro agio nella nuova veste di alfieri del Thrash tecnico; con approssimazione si potrebbe dire Metallica meets Laaz Rockit, ma il tempo e l’esperienza maturata li porteranno alla perfezione cosa che, stranamente, dal vivo c’è già.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    21 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Aprile, 2017
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Preparatevi a leggere un trittico, ovvero tre recensioni, che riguardano i thrashers ferraresi Game Over. Se vi state domandando il perché proprio tre recensioni vi ricordo che a casa mia i C.D.’s che mi vengono dati per “lavoro”, prima o poi trovano una loro collocazione. Seguo i Game Over dal loro demo “Thrash Is Back” (2009) e non li ho mai abbandonati in quanto li ho sempre ritenuti, e li ritengo tutt’ora, una band precisa, energica e di razza. “Burst Into The Quiet” ricorda, a cominciare dalla copertina ad opera di Mario Lopez, che il mondo, soprattutto dopo la mezzanotte, è popolato da inquietanti presenze pronte a minare l’integrità del nostro sonno, così come sperimenterà la donna che dorme, serafica e da sola, in un letto a due piazze. I quattro alfieri del thrash italico ci lasciano in eredità un C.D. a nove brani che sprizza potenza, energia, e violenza sonora a più riprese, grazie anche al lavoro svolto da Simone Mularoni in fase di registrazione, mix e mastering. Lo stile ripescato dal gruppo è quello che ha fatto la fortuna di veri e propri pilastri del genere Thrash, ma volendo anche Speed, come Exodus, Testament Laaz Rockit e gli Anthrax dei vecchi tempi (i nomi non sono messi a caso n.d.a.) La iniziale “Masters Of Control”, un vero e proprio classico immancabile nelle esibizioni dal vivo dove viene addirittura velocizzata, ha in se tutti gli ingredienti per appassionare l’ascoltatore: chitarre sparate, cori con “rinforzo” e soli al fulmicotone. Insomma; è un ottimo biglietto da visita. “Seven Doors To Hell” possiede cambi potenti e precisi. “The Eyes (Of The Mad Gardner) ” è la solita bordata messa lì per annichilire chi ascolta e lo fa con dei ritmi a “sbalzo”. “C.H.U.C.K.” mi da l’occasione per elogiare il lavoro tellurico svolto alla batteria da Anthony “Vender” Dantone. “No More” è una tipica cavalcata dai cambi spezzati dove ad emergere è la perizia tecnica che possiedono i quattro thrashers e l’equa divisione dei compiti tra le chitarre di Alessandro “Sanso” Sansone e Luca “Ziro” Zironi che, all’occorrenza, trovano il modo di cooperare in sintonia. “Metropolis Pt.3”, con i suoi 24 secondi, sembra uscita di getto da un album dei Nuclear Assault. Inquietudine e terrore sono gli ingredienti di “Trapped Inside Your Mind”: a perorare queste cause ci pensano velocità e cori anthemici. “Nuke ‘em High” tende a rallentare il ritmo che ci ha accompagnato con i precedenti brani, ma non rinuncia ai soli di chitarra che la accompagnano fino alla fine. La conclusiva “Burst Into The Quiet” è terreno di conquista per quella vera e propria macchina da guerra che è il bassista Renato “Reno” Chiccoli, dato che lo strumento è fortemente in evidenza e “gira” a meraviglia. Il brano, con i suoi controtempi, è la degna conclusione di un C.D. che non lascia scampo e che farà felici sia i vecchi che i nuovi “adepti” delle milizie del Thrash Metal. Viene da domandarmi per quanto tempo i quattro ragazzi saranno in grado di reggere i ritmi indiavolati che propongono dato che, soprattutto in sede live, i pezzi raggiungono velocità proibitive e una precisione invidiabile. La risposta ve la darò nelle prossime recensioni e nei prossimi live report.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    19 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 19 Marzo, 2017
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Intendo scusarmi personalmente con Gabriele Bellini per il forte ritardo con il quale arriva questa recensione. “Acoustic Spaces” infatti, è uscito nel luglio 2015 e, nel frattempo, il chitarrista ha messo molta carne al fuoco sia con la sua etichetta QuaRock Records che con la vecchia e nuova formazione degli Hyaena. “Acoustic Spaces” è un album atipico perché, come si intuisce dal titolo, lascia spazio alla fantasia chitarristica di Gabriele Bellini in chiave acustica. Ad aumentare l’atipicità di questo C.D. c’è poi il fatto che 9 tracce su 10 sono strumentali. Ottimo il lavoro svolto da Giacomo “Jac” Salani a La Fucina Studio in fase di mix e mastering; lavoro che rende i suoni puliti e senza sbavature. Nella bio allegata ai files musicali ogni brano trova una sua spiegazione ma, ne sono sicuro, se vi lasciate andare sulle ali delle note, saprete cavarvela da soli nel trovare senso e sensazioni adeguati alle ritmiche proposte. Ecco cosa ha captato la mia mente durante l’ascolto. “Season Zero” potrebbe fare da colonna sonora ad un film di genere Fantasy/avventura tipo quelli di Harry Potter. “Awakenings” regala sprazzi di sogno adagiati su ritmiche per lo più tranquille. “Squisio!” va di fingerpicking attraversando il Brasile più allegro e, successivamente, le lande spagnole con una base di Flamenco. “Remake The Renaissance” vede l’ospite Michael Agostini alle percussioni e marcia al ritmo di Rock/Fusion. “Order ‘n’ Disorder è sfrenata con i suoi giochi liberi di chitarra basati su larghi tratti di velocità. “Terraforming” è tra i brani migliori del C.D. e ha catturato la mia attenzione grazie al suo fortissimo sapore di Fusion accostato, ancora una volta, a un certo sentore di Brasile. “Relativity” vede di nuovo all’opera Michael Agostini. Lasciate correre la fantasia ed estraniatevi dal mondo; pensate di volere arrivate dove vi porta la vostra mente e dove più vi piace con barlumi di libertà e spensieratezza uniti a stati di malinconia e riflessione. “Forward To Skip” batte i sentieri del Pop Rock melodico. “Dynamic Day” è una specie di viaggio fatto di camminate e soste con tanto di tastiere che ammantano il ritmo. “Skyland” vede collaborare Bellini e Agostini con Claire Briant Nesti, voce soprana, in un insieme che vi porterà in un viaggio astrale nel cosmo verso mondi inesplorati. Per ascoltare e apprezzare “Acoustic Spaces” dovete aprire la mente ad una cultura musicale che non si basa sul Rock duro e puro né tanto meno sul Metal ma, se non vi porrete barriere, troverete dieci pezzi interessanti.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    05 Marzo, 2017
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Paolo Catena ha definitivamente abbandonato il suo alter ego Paul Chain ma l’industria discografica tende, a mio avviso giustamente, a riportare a galla il suo passato. Paul Chain, musicista pesarese, è stato fondatore dei seminali Death SS, produttore e sostenitore della scena marchigiana, inventore di una lingua fonetica, artefice del Paul Chain Violet Theatre, tastierista dei Boohoos e dulcis in fundo, se non ho scordato qualcosa, è stato ed è tuttora pittore e creatore di musica che, oggi, si avvicina all’elettronica. Alkahest: disco ristampato in altra occasione, questa volta vede la luce, o le tenebre a seconda di chi legge, grazie alla storica Minotauro di Marco Melzi. Per molti “Alkahest” costituisce l’apice della carriera di Paul Chain ma, in qualsiasi modo la si pensi, è certo che la presenza di un ospite come LeeDorrian dei Cathedral che canta in 6 tracce su 9 non può passare inosservata e ha contribuito all’epoca della sua uscita (anno 1995) a dare lustro ad un artista che oggi è relegato nel dimenticatoio dai più giovani. All’Hard Rock pesante dal sapore antico di “Roses Of Winter” e’ affidato il compito di aprire il disco. La registrazione conserva un che di vecchio e, se pur alcune parti del mixaggio soffrono nella produzione (roba da perfezionisti n.d.a.) il brano coinvolge. Con la successiva “Living Today” l’atmosfera si fa appena più melodica e rarefatta ma i riff piazzati qua e la non possono far altro che rimandare ai BlacK Sabbath. Il solo di chitarra, poi, vaga nel cosmo alla ricerca di luoghi da “colonizzare”. “Sand Of Glass” cala pesante come un macigno a rinforzare il concetto di Doom Metal. Nell’apertura le tastiere mostrano la loro presenza non invadendo troppo il campo, per poi prendersi nel prosieguo uno spazio tutto loro assieme ad una chitarra “cosmica”. Tastiere melodiche e evocative introducono “Three Waters” prima che il pezzo solchi i mari perigliosi del Doom d’atmosfera intenso e sognante al tempo stesso. Il solo acuisce la sensazione di infinito e la chitarra che segue lavora incessantemente. L’intro di “Reality 1” lascia presagire un viaggio tra la Scozia e l’Oriente per poi spiazzare tutti con il suo malinconico tonfo pesante. Dopo 4’40” il ritmo prende inaspettatamente una piega leggermente più veloce fino ad arrivare ad un solo energico che porta ad un nuovo rallentamento. “Voyage To Hell”, con il suo incedere marziale marcato dalla voce di Dorrian, riporta in auge i vecchi fasti di Paul Chain pur rinnovando il vestito (a lutto) musicale. “Static End” ha un titolo che parla da solo anche se non rinuncia ad alcuni cambi contrappuntati da una batteria secca. A fare da cornice al tutto la solita chitarra che intesse riff ed una voce ora narrante ora dal ringhio cupo. “Lake Witout Water” si apre ad un percorso melodico e “dondolante”dove la desolazione di un terreno arido, potrebbe essere visto come una metafora della vita, è ben tangibile. “Sepulchral Life” fa uscire il marcio direttamente dal terreno che circonda le nostre vite ed è condita da una chitarra lancinante. Ai 3‘50” si parte per altri lidi con un duro risveglio delle creature che risorgono dal loro sonnolento giaciglio ma la dimostrazione che la nuova vita è tutt’altro che facile viene palesata da un andamento ipnotico dove spicca la parola suicidio. Bisogna aspettare un poco di tempo prima che venga rivelata la bonus track “Electic Funeral” che, in buona sostanza, è una semplice nenia vocale che nulla aggiunge e nulla toglie anche se lascia un senso di inquietudine.

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Opinione inserita da Corrado Franceschini    30 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Pierpaolo Capuano non è certo l’ultimo arrivato nel panorama underground del metallo italiano. Creatore della rivista - Web “Wisdom Magazine”, ora sospesa, speaker dai microfoni di Radio Sardegna Web Pierpaolo è anche l’artefice, assieme alla moglie Annalisa Belli, della nascita della creatura Alchem. Dopo un primo demo artigianale uscito nel 2005, gli Alchem sono andati avanti negli anni nonostante alcuni cambi di formazione con la loro produzione sotterranea. Nel 2011, per volere della vecchia casa discografica, il gruppo ha rilasciato il C.D. “Florilegium” contenente il compendio di tre demo usciti in precedenza. Nel 2016, anticipato dall’uscita del videoclip del brano “Il canto delle sirene”, è uscito l’E.P. autoprodotto “Fragments”. I quattro pezzi presenti non prendono un’unica direzione ma esplorano ognuno un mondo musicale diverso e lo fanno in maniera interessante. Lo dico esplicitamente: la registrazione e la fase produttiva meritavano altra cura visto che mancano alcune equalizzazioni che avrebbero reso maggiore giustizia al suono e, Inoltre, un paio di stacchi nel mixaggio penalizzano il risultato finale. Partendo da questi presupposti si potrebbe pensare ad una bocciatura ma quello che Alchem non offrono dal punto di vista della produzione lo offrono attraverso la qualità dei brani e questo, in fondo, è ciò che conta e che lascia ben sperare per il futuro. “Armor Of Ice” segue le orme dell’Hard e del Doom grazie ai riff segnati dalla chitarra di Piero mentre la voce di Annalisa dona accenti Goth e mostra le potenzialità melodiche della cantante. Con “Fragments Of Stars” entriamo nel mondo del cosmo definito dall’arpeggio iniziale ma gli Alchem non si fermano molto nello spazio perché con la loro navicella, e la loro musica, ci accompagnano in Oriente con degli arpeggi sempre dolci. La registrazione non penalizza troppo la voce di Annalisa che ha così modo di mettersi di nuovo in evidenza. Negli ultimi due pezzi proposti il gruppo cambia decisamente stile e riesce a sorprendere per la facilità compositiva ed esecutiva con le quali vengono confezionati i brani. “Il Canto Delle Sirene” invade con sicurezza il territorio del Progressive Rock anni ’70 e solo la voce femminile può distoglierci da tale musica. La chitarra, invece, mi ha ricordato quella maestosa di Steve Hackett (Genesis) e ciò mi ha ulteriormente convinto della bontà del brano. Con la conclusiva “Spirits Of The Air” siamo di nuovo in fase Prog. In questo caso le note ci trasportano in un mondo caro ai Goblin tanto che lo spirito dell’aria potrebbe essere associato ad un film come Phenomena di Dario Argento (colonna sonora con Goblin, Simonetti, Motorhead, Iron Maiden e altri) non solo per il titolo, ovviamente. In questo caso, così come qua e la durante l’E.P., la voce femminile viene rafforzata con dei cori, direi “doppiata”. Credo che il terzetto, cioè i due artefici di Alchem più Luca Minetti che suona basso e programma, sarà in grado di regalarci delle belle canzoni in futuro. Suggerisco al gruppo di “perdere” un poco più di tempo in fase di produzione perché se il mio voto è di mezzo punto in meno del dovuto, lo si deve a questo fattore.

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