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Opinione scritta da Raffaele Acampa

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    28 Ottobre, 2017
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Power o prog metal? Difficile definire il primo lavoro della one-man-band Mind Enemies. Giuseppe Caruso si cimenta in questa avventura mantenendo completamente le redini, dalla composizione all'esecuzione. Una bella responsabilità insomma. Revenge è un surrogato di power e prog metal dal forte taglio italico: molta attenzione alle sonorità, pochi i tecnicismi, il cd cerca di coinvolgere con passaggi già sentiti e rielaborati secondo il gusto personale del musicista. La cosa che salta all'orecchio è l'equilibrio che viene mantenuto tra i due generi, senza che l'uno prevalga sull'altro: e qui ci si accorge delle capacità di musicista di Giuseppe. Il lavoro, però, risulta ancora un po' acerbo: si sente la mancanza di esperienza nella creazione di un simile progetto, e l'effetto del "già sentito" non aiuta ad apprezzarlo fino in fondo. La mancanza di momenti clou o di passaggi veramente intensi (sia tecnici che melodici), non permette al cd di spiccare il volo. Insomma, un cd che, nonostante le ottime potenzialità, non ha quel fattore X che stuzzichi vero interesse all'orecchio dell'ascoltatore. Aspetto quindi la prossima prova targata Mind Enemies per avere un quadro più completo e lucido, e spero che questo sia orientato maggiormente verso uno dei due generi, così da avere una identità ben definita e riconoscibile.

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3.5
Opinione inserita da Raffaele Acampa    22 Ottobre, 2017
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Spesso si confonde fare progressive metal con il creare strutture iperarticolate e sonorità lontane dal suscitare una qualsiasi emozione: in tali situazioni, ciò che prende vita è qualcosa di quasi alieno che difficilmente si riesce a comprendere. Non per questo ci si trova davanti a lavori di poco spessore, anzi, spesso si sfiora il genio o la follia. Gli Arya rientrano in quel genere di band che, per il modo di vedere la musica, hanno un mercato molto ristretto e spesso rischiano di essere sottovalutati. Parlare semplicemente di metal è riduttivo: gli Arya fanno musica, musica che esce dalle budella, introspettiva e claustrofobica, difficile da assimilare. Dreamwars è il secondo lavoro autoprodotto della band (preceduto nel 2015 da Distant Oceans) e narra l'alienazione e la difficoltà ad inserirsi nel flusso continuo della società contemporanea. Dreamwars non è per tutti, è uno di quei lavori che ti fa arrivare a conclusioni troppo facili, che non ti permette subito di entrare nei meandri della sua essenza. Sonorità dissonanti accompagnate da una voce femminile che ama più recitare che cantare, la band riesce ad equilibrare momenti di forte tensione ad altri più delicati, senza perdere mai quel piglio su orecchie più allenate ad ascoltare questo tipo di lavori. Non ci sono particolari tecnicismi strumentali o vocali, ma un ben definito equilibrio armonico e melodico per tutta la durata del cd. Scelta commerciale ben ponderata o semplicemente voglia di esprimere il proprio concetto di musica, non è dato sapere. L'unica cosa certa è che gli Arya si amano o si odiano, senza mezzi termini. Un lavoro interessante ma attendo la prossima prova per avere un quadro più concreto.

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    29 Giugno, 2017
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Un EP di progressive strumentale è il biglietto da visita dei Carabus. Il progetto solista del chitarrista Gabriele Motta dimostra ancora una volta quanta buona musica ci sia in Italia. Evidenti riferimenti a mostri sacri del genere, come Dream Theater, Rush e Symphony X, a volte troppo vicini al sottile limite del plagio, mettono in evidenza tutte le sue doti di compositore e musicista. Il lavoro trasuda di una solida base che si sviluppa in un forte carattere esecutivo ed interpretativo: le atmosfere passano da intensi passaggi dal valore altamente tecnico, a momenti quasi sognanti e atmosferici. Tecnica e passione ci sono, il talento è evidente, ora bisogna solo lasciarsi alle spalle le troppo evidenti influenze, e sviluppare un proprio sound che lo renda riconoscibile nell'immenso oceano di buone proposte del mercato metal. Sicuramente da ascoltare, attendo il prossimo lavoro per un giudizio ancora più completo.

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4.0
Opinione inserita da Raffaele Acampa    24 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 24 Giugno, 2017
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Red Cain: ottimo ep di esordio. Non capita spesso di recensire bands provenienti dalle fredde lande canadesi, e posso dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso dalla proposta musicale del quintetto di Alberta. Con un heavy metal dallo spirito progressive e sperimentale, le quattro tracce si sviluppano attraverso un percorso ben strutturato, disegnando intensi territori narrativi. Ed è proprio la voce a raccontare, come un sapiente narratore, storie di mistero e misticismo. La sezione ritmica spazia tra momenti fortemente emotivi e veloci sfuriate di stampo americano, mentre intensi duelli tra le chitarre solista spingono il sound in territori più europei. L'alone drammatico trasmesso dai Red Cain rapisce l'ascolatore e lo catapulta in un mondo parallelo, mentre lo scorrere delle note sembra quasi dare vita alle scene di un film intriso di oscurità. Il lavoro riesce a mettere in evidenza nuovi dettagli anche dopo ripetuti ascolti, e questa è una delle caratteristiche che lo rende un piccolo capolavoro. Sicuramente da ascoltare ed apprezzare a fondo. Consigliatissimo.

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4.0
Opinione inserita da Raffaele Acampa    06 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Mag, 2017
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Il metal progressive italiano ha il suo fascino, un fascino senza tempo ormai marchio di fabbrica delle migliori bands provenienti dal nostro Paese. Le sonorità e i passaggi strumentali disegnano opere dalla forte componente emotiva, ben diversa dalla scuola europea o americana. I MirrorMaze sono una delle realtà che meglio incarnano tale concetto: la teatralità, unita ad un mood moderno e ad una tecnica compositiva dalla forte personalità, sono gli elementi di base che ne definiscono il carattere. La band preferisce mettere in evidenza un certo groove d'insieme, piuttosto che potenza o velocità, caratteristica che rende interessante il lavoro e richiama alla mente il movimento prog metal sviluppatosi in Italia nei primi anni del nuovo millennio. Nove tracce in cui si alternano momenti di pura melodia ad altri più aggressivi, ma che mantengono comunque un equilibrio di base ed una continuità compositiva che ne rende fruibile l'ascolto. È un piacere sentire duettare chitarre e tastiere in intricati e ben studiati solos, con una sezione ritmica precisa e complessa ed una prestazione vocale di tutto rispetto. Un lavoro scorrevole nella sua complessità tecnica, nel quale i MirrorMaze dimostrano ancora una volta di essere competitivi in un mercato sempre più esigente. Break The Horizon si sviluppa secondo le linee del precedente lavoro, aggiungendo qualcosa in più che gli conferisce personalità, ma mantenendo comunque intatto il carattere della band, senza snaturarne il sound. Da ascoltare.

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    07 Febbraio, 2017
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Progressive metal dall'anima moderna, il doppio cd che mi trovo tra le mani si presenta come un lavoro complesso, strutturalmente interessante, e sicuramente di non facile ascolto. Errai è un quattro tracce estratte da Polaris del 2015 e rivisitate in chiave ambient, nel quale gli inglesi Tesseract dimostrano di essere musicisti a 360 gradi. Il lavoro segue uno schema ben preciso, con mid-tempo che si alternano a momenti più intensi, e quelle atmosfere drammatiche e poetiche che fanno dei Tesseract una di quelle band che si ama o si odia senza mezzi termini. Nessun vezzo puramente tecnico, ma una estrema cura nella composizione e negli arrangiamenti, con l'unico intento di affascinare e rapire. Evocative le linee vocali, vengono supportate da una sezione ritmica incisiva e capace di tessere trame accattivanti, dando così corpo e forma ad un lavoro dalle mille sfumature ma coerente con l'idea di musica della band. Molte le fonti ispiratrici, dai Disillusion ai Faith No More, passando per i Pain Of Salvation, ma i Tesseract hanno la loro identità, un marchio di fabbrica ben definito. La parola d'ordine è groove e la band ne ha da vendere. Siamo di fronte ad un vero e proprio gioiello che dimostra quanto ancora il panorama metal abbia da dire, alla faccia di coloro che non ci credono. Da ascoltare.

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3.5
Opinione inserita da Raffaele Acampa    22 Dicembre, 2016
Ultimo aggiornamento: 22 Dicembre, 2016
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Vincenzo Avallone è una realtà made in Italy che non può passare inosservata. Chitarrista, compositore e produttore, ci propone questo Escape Velocity, gioiellino di melodic metal dalle mille sfumature. I quindici anni di studi musicali sono la base della sua preparazione tecnico-stilistica: un lavoro ben strutturato, equilibrato, che non presenta falle e, pur non spiccando di originalità, risulta piacevole all’ascolto. Molti sono i richiami ai maestri del genere, su tutti Angra e Kamelot, anche grazie agli ottimi musicisti che lo supportano e completano la line-up. L’alternarsi del cantato a lunghe parti strumentali definisce la personalità del musicista che, non di rado, esce dagli schemi del metal per approdare in lidi più atmosferici e sognanti: arpeggi, tappeti di synth e cori rendono il lavoro davvero interessante e vario. Con una durata media di quattro minuti, le dieci tracce esprimono tutta la loro intensità, scelta oculata a mio parere, che rapisce l’ascoltatore senza che questi perda l’interesse o l’attenzione. Io lo consiglio, c’è tanta carne al fuoco, poi non dite che non vi avevo avvisato!

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    29 Novembre, 2016
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Nuovo capitolo per gli italici Ibridoma: December è il titolo del sesto lavoro ma, nonostante l’esperienza accumulata, sono ancora ben lontani dal realizzare un prodotto competitivo nel mercato attuale. Heavy metal scanzonato, trito e ritrito, dagli arrangiamenti estremamente elementari e senza alcuno spunto interessante. L’esecuzione non spinge il piede sull’acceleratore e la produzione sicuramente non migliora il prodotto. Nella biografia la band dichiara di aver suonato al fianco di nomi blasonati, ma realmente non riesco a trovare alcuna assonanza che li possa accomunare. Il lavoro mi lascia un po’ di amaro in bocca, onestamente mi aspettavo ben altro. Di tanto in tanto, un timido accenno di qualcosa di interessante fa capolino, ma non basta, e la partecipazione di nomi quali Paul Di Anno e Blaze Bayley non ne risolleva le sorti. Le tracce non tirano, ma il genere che hanno scelto richiede proprio il contrario. Sono dell’idea che la band abbia tutte le carte in regola per il grande salto, ma c’è da lavorare. In bocca al lupo.

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4.5
Opinione inserita da Raffaele Acampa    16 Settembre, 2016
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Impossibile definire i MYR. Fine. Habits è un lavoro complesso nel suo insieme, un piccolo gioiello made in Italy lontano da ogni schema ma con un intento ben preciso: stupire e affascinare. Modern metal che sfocia nel prog nordeuropeo, complesso al punto giusto, evocativo ma allo stesso tempo diretto, che disegna trame ben precise attraverso il magistrale lavoro dei quattro musicisti. Niente eccessi, ma tutto studiato per arrivare dritti al cervello: l'alternanza di riff compatti e momenti di intensa drammaticità rendono il lavoro vario e scorrevole, piacevole all'ascolto e mai ripetitivo. Molte le influenze, dalle più classiche del genere a quelle più moderne dei Tool, fino ad arrivare a piccoli camei che riportano piacevolmente alla memoria il buon King Diamond. Pochi gli interventi di solos, caratteristica distintiva della band che preferisce lasciare maggiore spazio al lavoro di insieme piuttosto che dare risalto al dettaglio. Personalità: livello massimo. Confesso di aver ascoltato più volte (ed ascoltare ancora) Habits, scoprendo ogni volta qualche sfumatura diversa. Interessante anche il loro modo di concepire il lavoro di composizione: a tal riguardo darei una occhiata alla loro pagina Facebook e al video ufficiale di Addiction. Consigliatissimo!

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Opinione inserita da Raffaele Acampa    02 Luglio, 2016
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Non mi era ancora capitato di recensire una band proveniente da Santiago del Cile e, a dirla tutta, è stata una grandiosa scoperta. I Bauda suonano rock sperimentale tendente al progressive melodico di matrice nord-europea, ma il sound è pregno delle radici musicali della propria terra. Molta elettronica, armonie sognanti e atmosfere sospese accompagnano l’ascoltatore durante tutta la durata di Sporelights: le tracce, fortemente evocative, scorrono fluide e ammaliano. Le melodie strizzano l’occhio al pop-punk dell’utimo decennio, ovviamente adattato ed inserito nel contesto Bauda: la terza traccia, Sporelights, ne è l’esempio più lampante. Molti anche gli interventi strumentali con una particolare attenzione all’equilibrio, e pochi i momenti in cui la band spinge davvero il piede sull’acceleratore, lanciandosi, come in Asleep in layers, in una track trascinante ma allo stesso tempo che conserva le caratteristiche atmosfere galleggiati.
Terzo full per la band, un lavoro complesso nella sua semplicità, ma con una forte personalità che esce fuori dagli schemi di ciò che si trova in giro. Io lo consiglio, ma già so che voi lo ascolterete.

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