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Opinione scritta da Dario Onofrio

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Opinione inserita da Dario Onofrio    11 Settembre, 2017
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Si può scrivere un bel pezzo partendo da una poesia? Certo che si: gli esempi nel mondo dell'heavy metal sono infiniti. A questa lunga schiera di ispirazioni si aggiungono senza problema gli Stilema, band capitanata dal 'nostro' Gianni Izzo che riveste i panni di compositore e singer. Tre canzoni in questo EP Ithaka, a partire proprio dalla title-track uscita appunto da una poesia di Konstantinos Kavafis (anche recitata ad un certo punto del pezzo). La proposta musicale della band è un classicissimo power/folk metal che mescola sapientemente flauto, violino e tastiere, con un risultato che un po' ricorda i vecchi Mägo de Oz, un po' i nostrani Arcana Opera dei quali si era già parlato su queste pagine. Il risultato sono canzoni caratterizzate da un ritmo sostenuto ma mai troppo invasivo, dove il testo, mai tutto uguale, acquisisce una valenza quasi lirica. La combinazione che fa funzionare il tutto infatti ruota proprio attorno alla storia narrata nelle canzoni, rendendo bellissimi anche determinati stacchi acustici che allietano le nostre auricole prima che riesploda la chitarra elettrica di Federico Mari. "Sole D'Inverno" segue sempre questa linea, con un tempo però più sostenuto che permette alla band di esprimere più muscoli a livello musicale, mentre Izzo 'declama' letteralmente il testo con una passione che lo fa risultare quasi un attore più che un cantante. Gli intermezzi che danno modo al flauto di Alessia Oliva e al violino di Fulvia Farcomeni sono sapientemente inseriti in più punti delle canzoni, soprattuto in questo caso dove fungono da refrain prima che riprenda il chorus e il tempo sostenuto sentito prima. Ad introdurre "Girone Dei Vinti", che sembra veramente uscita da una sessione della ben più nota band spagnola sopracitata, c'è un bellissimo riff di chitarra che poi si spande per questi tre minuti di power/folk. Una composizione che ci fa venire voglia di ballare e saltare dall'inizio alla fine, in un vero e proprio trionfo per gli Stilema: coniugando potenza, melodia e lirismo i nostri si portano a casa un buonissimo lavoro che fa ben sperare su un possibile album. Ithaka è sicuramente un ascolto obbligato se amate il folk in tutte le sue forme ed espressioni.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    11 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 11 Settembre, 2017
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Una band può essere di nicchia fino ad un certo punto, perché a volte si rischia veramente di scadere nell'anonimato più totale senza un fedele seguito di fans. Probabilmente è questo il caso dei Roctum, band finlandese attiva dal 1999 che, dopo ben undici anni dal primo disco, pubblica questo EP dal titolo "Nothing To Do With Hell". Il perché di tutto questo è ben spiegato dalla prima traccia "Mission Abort": un titolo demenzialissimo e una attitudine punk/rock con strizzate d'occhio all'heavy vecchia scuola, con una registrazione che sembra uscita direttamente dalle sessioni di qualche assurdo gruppo thrash/grind. Tre pezzi che ci accompagnano in una dimensione fatta di birraccia da discount e strade notturne deserte, che sembra quasi uscita più da una band americana che da una europea. Ai nostri non manca comunque una attitudine anche solo accennata alla melodia, come nella title-track "Nothing To Do With Hell", un pezzo che ha comunque una sua dignità e che si sposa perfettamente con le atmosfere scanzonate di questo disco. La voce al vetriolo di Stunk Man si appoggia perfettamente alla parte ritmica e ai riff delle due chitarre, che sono sempre divertentissimi e ci riportano davvero a un'epoca passata, con assoli in puro stile Motorhead/primi Judas Priest, che faranno esaltare qualunque appassionato del genere. Pezzo finale, sempre rigorosamente in 4/4, è la potentissima "We Want More", che quasi si avvicina di più all'hair metal che ai lidi esplorati fino a poco sopra, con un chorus che, vi posso assicurare, vi farà ballare la capoccia per tutti e tre i minuti della canzone. Che dire, dunque? Bentornati Roctum! Una band così può essere la colonna sonora perfetta per guidare di notte o per bere qualcosa insieme agli amici, senza mai prendersi sul serio, in una attitudine che francamente penso alcune band più famose dovrebbero recuperare...

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Opinione inserita da Dario Onofrio    05 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Settembre, 2017
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Da Genova con furore arrivano i Devastation Inc., con la loro prima prova in studio dal titolo "No Way for Salvation". La band, attiva già dal 2013, si è subito imposta all'interno della scena ligure per la sua abilità a citare i grandi maestri d'oltreoceano senza risultare di plastica o fotocopiata: il quartetto guidato da Alessio "Dave" Gaglia sfodera infatti un Thrash violento e diretto, senza se e senza ma, che colpisce l'ascoltatore come un pugno in faccia in trentanove minuti di album. Tecnicamente la band è ineccepibile, come sentirete sin dall'iniziale "One Word Destroy!": una carrellata di Anthrax vecchia scuola che ci trascina in un giro di basso e un chorus da paura. Non mancano anche però citazioni a band come i Megadeth, con "Behind the Riverside", altro pezzo che dà modo alla band di sfoderare le proprie abilità tecniche oltre che prettamente di pancia. Il riffing di Samuele Della Valle e di Alessio Gaglia è infatti uno dei punti forti del disco: ingabbiati nelle ritmiche serrate tenute dagli altri musicisti non mancheranno di farvi scapocciare come si deve. Il tutto è come un treno lanciato a mille e le canzoni, seppur alcune raggiungano lunghezze ragguardevoli, non finiscono mai di stupire con continue trovate come il cambio di riff sulla penultima "For the Liberty I Kill". A dire la verità i Devastation Inc. stupiscono si, ma proprio perché è tutto copiato senza il rischio di esserlo: i nostri suonano semplicemente Thrash vecchia scuola con una genuinità e una passione invidiabili, non aggiungendo nulla di nuovo al calderone di questo genere ma facendolo molto bene. Non potrete non agitare il collo anche solo per seguire i ritmi del bravo Nicolò Parisi dietro alle pentole, e vi capiterà più e più volte di fare air guitar mentre vi godete una canzone che cita Metallica, Nuclear Assault, Death Angel e tutto ciò che rende i nostalgici felici di esserlo. "No Way for Salvation" è un disco divertentissimo che un buon appassionato di Thrash potrebbe prendere in considerazione per sentire cosa combinano le band nostre connazionali, specialmente considerato che quello che fanno lo fanno davvero bene.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    17 Luglio, 2017
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Ma quanto ci piacciono le atmosfere da film poliziesco anni 70'? Quanti di voi non apprezzino i Calibro 35 alzino la mano, che siamo pronti ad ammanettarli. Questo il verbo degli Strato's, originalissima band che si rivolge anche ai brutti e cattivi metallari con il loro "Lo Sbirro, La Liceale, Il Maniaco", un affresco noir che piacerà sia a chi apprezza la musica indie che a chi preferisce qualche ritmo più sostenuto. Formatisi a Parma nel 2014, la band raccoglie gente da un po' tutti i generi più vari, ed il concept del disco va dal poliziesco (Lo Sbirro) alla commedia romantica (La Liceale), passando per le influenze dei Goblin con l'horror (Il Maniaco). Che dire? L'album è veramente ben fatto (è stato tutto inciso in presa diretta!) e sa proprio di vecchio: che novità dovremmo cercare da una produzione del genere firmata da una etichetta come la Retro Vox? Le atmosfere che attraversano i momenti in cui è suddiviso il disco sono perfettamente udibili: si parte con la poliziesca "La Soffiata" per arrivare alle atmosfere soft di "Aperitivo" e concludere con "Delirio Paranoide", tutti pezzi che ricalcano fedelmente un'estetica cinematografica tutta italiana di grande pregio. Certo, alla lunga i pezzi degli Strato's rischiano di stufare, ma se ascoltati con la dovuta attenzione vi accorgerete della bravura dei musicisti dietro agli strumenti, impegnati non una imitazione dei Calibro 35 ma nella costruzione di un loro sound non facile da trovare presso altre band. La finale "Titoli di Coda" sembra tratta direttamente da un film, calandoci in una atmosfera da "Tutto è bene quel che finisce bene"... Forse. Gli Strato's, dunque, colpiscono nel segno dando alle stampe un disco fresco e mai banale, anche se alla lunga un po' troppo ripetitivo per degli ascoltatori dediti al metallo senza compromessi. Ma se siete fan dell'AOR e di queste atmosfere così retrò (chi ha detto Night Flight Orchestra?) il consiglio è di recuperarvi questo simpatico dischetto e ascoltarlo sorseggiando un Martini sul balcone.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    17 Luglio, 2017
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Ennesimo split per i Drudkh, band ucraina che come molti di voi sapranno ho avuto modo di ascoltare più e più volte durante questi anni di permanenza su Allaroundmetal.com. Da qualche anno a questa parte sembra quasi che i nostri stiano accumulando materiale per poi cacciare un nuovo disco ad un certo punto, ed anche in questo caso, accompagnati dalla one-man band Grift, ci regalano ben diciotto minuti di black metal duro e puro senza compromessi. Certo, l'influenza dei due lavori shoegaze si fa sentire ancora prepotentemente nei due pezzi del combo ucraino: His Twenty Fourth-Spring incalza l'ascoltatore tra riffoni black metal alternati a stacchi semi-acustici, ma senza mai eccedere nell'effetto "tormenta di neve", anzi, sottolineando l'ossessività della musica che in alcuni punti raggiunge un tono quasi psichedelico. Autumn in Sepia invece riporta i Drudkh direttamente alle loro origini: una fortissima carica black ci trascina in un delirio di blast-beat che arriva direttamente dal cuore di Roman, in un inno alla stagione autunnale vista crescere e avviluppare qualunque cosa nelle sue lande di origine scritto nel 1923 da Maik Yohansen. La parte del disco dedicata a Grift, all'epoca Erik Gärdefors, è decisamente più influenzata dal black-folk alla Urfaust, con delle connotazioni quasi viking metal che denotano la provenienza svedese del ragazzo dietro a tutti gli strumenti. Chitarre anche in questo caso ossessive, ma meno potenti rispetto a prima e con una attenzione più marcata verso l'atmosfera che verso il casino naturalmente prodotto da un intreccio di strumenti black. In particolare Cirkeln ricorda più palesemente gente come Woods Of Ypres o Harakiri For The Sky, unendo la follia del black-folk con delle atmosfere quasi fiabesche, che ci portano direttamente nel cuore del nord con le sue leggende. Uno split adatto per tutti gli appassionati di black insomma: chi magari sta aspettando con ansia il nuovo lavoro dei Wolves in the Throne room potrà procurarsi questa "piccola" (sono trentasei minuti!) prova in studio per rilassare le proprie orecchie bramose di musica vecchio stile.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    08 Mag, 2017
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La cosa veramente divertente del seguire il power metal tetesco è notare quanti intrecci e inciuci si sviluppino in questo ambiente. Certo, anche noi italiani non siamo da meno, ma in Germania è divertente vedere nascere band come i The Unity, che sostanzialmente sarebbero i Gamma Ray senza Kai Hansen. Facciamo un attimo di chiarezza: Michael Ehré e Henjo Richter decidono di mettere su una band più truzzo/power/hard rock e reclutano alcuni membri dei Love.Might.Kill (la seconda band di Ehré), più alla voce il nostro compaesano Gianba Manenti. Da questo connubio stranissimo nasce una band che esplora la parte più intima del ben più famoso gruppo power metal tetesco. I The Unity, come scritto poco fa, premono l'acceleratore principalmente sul pedale dell'hard rock tamarro alla Europe, senza però dimenticarsi i grandi esempi del passato come la rainbowsissima Reedeemer o la bonjoviana Close to Crazy, canzoni che faranno felice dall'hardrockettista più indefesso fino al glamster dell'ultima ora. C'è un mucchio di carne al fuoco di cui parlare analizzando questo disco, ma mi limiterò a sottolineare come il buon Gianba Manenti, nonostante parta con un pezzo un po' sottotono come Rise and Fall, si prenda tutta la scena viste le sue dote vocali incommensurabili, che lo rendono un cantante perfetto per suonare questi generi. Dunque, qual'è il problema di The Unity? Forse proprio il copiare così spudoratamente dal passato senza inventare davvero nulla di nuovo, nonostante pezzi, produzione e trovate ce ne siano parecchie. Pure la ballad Eden's Fall nonostante tutto funziona come dovrebbe, nel suo citazionismo agli Aerosmith un po' esasperato. Insomma: non aspettatevi miracoli dalla band che è composta dai Gamma Ray senza Kai Hansen, ma se vi piace un certo hard rock di stampo ottantiano potreste rimanere piacevolmente sorpresi ascoltando questo omonimo disco.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    05 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Aprile, 2017
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Emergere nel panorama underground italiano è sempre difficile, specialmente se suoni determinati generi non avvezzi alla nostra storicità come il death. Cio nonostante, ultimamente, il nostro Bel Paese è riuscito a tirare fuori cannonate di tutto rispetto come Hour of Penance e Fleshgod Apocalypse, sdoganando un genere spesso troppo bistrattato da molti ascoltatori.

In tutta questa nuova ondata di death metal arrivano anche i Nofuck, formazione romana esistente da ben 20 anni e che dopo tanto tempo arriva alla seconda prova in studio dal titolo Walls of Flesh. Come potrete immaginare non si scherza molto: si passa dal death al groove in continuazione, con uno singer come Stefano Poddesu che dimostra un ottimo growl mentre Davide Poddesu e soci ci guidano tra ritmiche old-school e moderne. La cosa interessante nella band è che non si disdegnano le contaminazioni, tanto che in certe canzoni si utilizzano clean vocals per quasi arrivare a un tempo da ballad. Forse è proprio su queste, però, che il tiro del quintetto sembra rallentare in favore di composizioni che non riescono a mantenere la grinta delle prime sberle che ci arrivano in faccia (da manuale la spettacolare Empire, sicuramente il miglior pezzo dell'intero disco!). Divertentissima anche la chiusura con un titolo che non lascia molto spazio all'immaginazione: Hot Hell California è una perfetta parodia della mitica Hotel California degli Eagles, che riletta in questa chiave death/groove metal fa venire tanta voglia di scapocciare e pogare.

Insomma, il lavoro dei Nofuck è buono sotto molti punti di vista, sicuramente anche per la produzione di tutto rispetto, ma fatica a decollare e brillare di luce propria, nonostante contenga alcune canzoni davvero ottime. Sicuramente una release che potreste gustarvi se amate il death influenzato.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    27 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Marzo, 2017
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Se pensate che dietro alla tastiera chi scrive ritiene che il thrash di matrice slayeriana sia morto da decenni, salvo rarissimi exploit di band tipo Artillery, potete capire subito dal voto quanto mi sia piaciuto Woe to the Vanquished, la nuova fatica in studio degli statunitensi Warbringer, "giovane" formazione arrivata alla quinta prova in studio dopo quattro anni di silenzio. La firma con Napalm Records sembra aver giovato molto ai ragazzi californiani, così come un cambio di line-up che ha portato in formazione il bravissimo bassista Jessie Sanchez, già noto per aver suonato nei Bonded by Blood, mentre alle pelli troviamo Chase Becker, ex Desecrate. Chissà se stavolta il trittico storico composto da Adam Carrol alla chitarra, John Kevill alla voce e Carlos Cruz alla batteria riuscità a tenersi tutta la line-up...

Ma torniamo a noi: Woe to the Vanquished è tutto ciò che il fan medio del thrash ha bisogno di ascoltare, che sia un adulto incazzato nel tragitto da lavoro a casa o un ragazzino al ritorno da scuola con zaino in spalla e odio verso i propri compagni zarri. La formula si rifà ovviamente ai classiconi del thrash made in USA, rimanendo però sempre attaccato alla matrice slayeriana che è ormai marchio di fabbrica del quintetto di Ventura. Basterebbero solo la title-track e Remain Violent per farvi capire che qua non si scende a compromessi, anche se la licenza poetica sulle tastiere che chiudono le atmosfere apocalittiche di Divinity of Flesh non causa il classico fastidio che un ascoltatore di thrash. L'altra cosa che salta all'orecchio e che i nostri mutuano molto dalla musica di matrice europea è comunque la tendenza all'abbellimento e alla variazione di ritmo in alcune tracce, come le due sopracitate o Descending Blade, per non parlare del basso martellante del Sanchez che fa venire voglia di svitarsi la testa a suon di headbanging, o degli arpeggi "a la Artillery" che si odono nella violentissima Shellfire. La "suite" finale dal titolo When the Guns Fell Silent, ispirata al poema "The Gun" di Gilbert Frankau, è un altro elemento di sorpresa che non ti aspetteresti da un gruppo thrash canonico, ma che invece qui in mezzo risulta la naturale chiusura di un disco davvero ben riuscito.

Insomma, adulto che vai al lavoro e torni incazzato e ragazzino che devi subirti le perculate dei tuoi compagni di scuola perché porti le magliette coi teschi, corri al negozio di dischi a comprare Woe to the Vanquished e sfoga la tua voglia di estinzione spaccandoti la cervicale a furia di headbanging. Suona come un disco degli anni 80'? Assolutamente no. Suona come un disco thrash moderno alla Overkill? Mi viene da dire nemmeno: suona come qualcosa di bello e suonato da gente coi controcazzi, riuscendo a farmi pensare che, dopo tutto, il thrash ha ancora qualcosa da dire.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    24 Marzo, 2017
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Non ho capito come mai, sull'internet, ci sia tutto questo astio verso i Sinner, la prima, storica band di Matt Sinner, per gli amici il bassista dei Primal Fear e di altri progetti di alto valore come i Voodoo Circle.

Ecco, pare che dalle recensioni che ho letto qua e là dei vecchi album i suoi dischi siano una palla dopo l'altra, ma in questa sede voglio trovarmi a smentire tutto questo: Tequila Suicide non sarà un album capolavoro, ma non è nemmeno una ciofeca e, anzi, il suo navigare tra un genere e l'altro, heavy, rock o power metal, è divertente e molto coinvolgente.

Recuperato Tom Naumann, compagno della ben più famosa band power metal, e il nostro compaesano Francesco Jovino alle pentole, il buon vecchio Sinner ci introduce subito con Go Down Fighting, un pezzo che non lascia molta immaginazione (il testo recita "Tell me when the goods time are gone") e nei suoi due minuti ci dà una bella carica di hard rock di stampa ottantiano. Tutto l'album è un variare dall'hard rock al power metal, come si sente benissimo in Battle Himn e Dragons, con strizzate d'occhio che variano dai Thin Lizzy al power da guitar hero che tanto aveva influenzato la musica dei paesi nordici durante gli anni 90'. Altro pezzone, dove il nuovo singer sembra a tratti ricordare Peavy dei Rage, è sicuramente Gipsy Rebels, una bella scapocciata con tanto di coro da intonare senza remore. La vocalità molto particolare di questa canzone continua in Loud & Clear e finisce con la ballad Dying on a Broken Heart, forse il pezzo meno riuscito del disco ma comunque facilmente ascoltabile.

Non sono riuscito, purtroppo, ad individuare le tracce dove si sentono i contributi di Gus G, Ricky Warwick e Magnus Karlsson, ma considerata la qualità complessiva del disco penso che siano stati sicuramente dei contributi molto interessanti, anche a livello di songwriting.

Insomma, non capisco come mai si considerino a prescindere i dischi di Mat pura e mera spazzatura, quando un album come Tequila Suicide si inserisce già prepotentemente tra uno degli ascolti più simpatici e genuini di questo 2017. Se vi piace l'hard rock di matrice ottantiana, scanzonato e con qualche influenza hair metal, questo è il disco che fa per voi.

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Opinione inserita da Dario Onofrio    21 Marzo, 2017
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In musica capita spesso di giudicare una band sin dal monicker o dalla copertina del disco: le prime cose con cui l'ascoltatore viene in contatto. Per questo non avrei dato una mezza cicca a una band dal nome Paganland, che trovavo banale come pochi. Fortunatamente mi sbagliavo.

From Carpathian Land, questo il titolo del loro terzo disco, arriva dopo una lunghissima carriera: il quintetto ucraino ha infatti una storia di tutto rispetto alle sue spalle e arriva addirittura dal periodo dei primi vagiti del genere che suona, quel black influenzato dall'epic che poi diventerà viking metal. E la vecchiaia si sente eccome: pezzi come At the Heart of Carpathians o The Gloom sarebbero da manuale per una scuola di viking metal che di "vichingo" oggi ha poco o nulla. Una bordata di black influenzato, dunque, inframezzata dalle spettrali tastiere di Ruen e da stacchi che ricordano pesantemente Satyricon e Mythotin dei primordi. Anche pezzi come Black Mountain dimostrano una cosa che a molte band di oggi manca: la tendenza al riff e al suo ascolto, vero protagonista di canzoni che altrimenti sarebbero solo sommerse da tastiere. I due nuovi membri, cioè Lycane e Zymobor, fanno sentire tutta la loro potenza e cattiveria soprattutto nelle parti di blast beat dove il black primordiale domina incontrastato, assicurando al tutto anche un tocco un po' più moderno. Nonostante tutto, però, c'è come la sensazione che manchi quel qualcosa, non so se dovuto alla produzione fatta in puro stile black metal o ad altro, ma manca giusto una spintarella in più ai nostri valorosi ucraini per poter pensare di scalare le classifiche del folk metal attuale.

Se insomma siete appassionati di pagan black e desiderate qualcosa che vi ricordi gli antichi fasti del genere siete moralmente obbligati a tuffarvi su questo disco: non resterete affatto delusi. Se invece siete ascoltatori occasionali potete anche accontentarvi di una ascoltatina sui loro canali: non resterete delusi.

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