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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Dicembre, 2018
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Quarto full-length per i danesi Rising, band che non conoscevo, e di cui è difficile trovare sito o anche la pagina Facebook, probabilmente a causa di un nome un po’ troppo generico e di poca popolarità, un binomio che purtroppo crea non pochi disagi ai motori di ricerca.
In ogni caso ci ha pensato per fortuna la All Noire a fornirci tutti i dettagli.

Il quintetto danese nasce a Copenhagen nel 2008, da un’idea del chitarrista Krogholt e del batterista Niemann. All’inizio i Rising sono un trio, che tra diverse difficoltà riesce ad auto prodursi due EP, e due full-lenght, per poi sciogliersi per contrasti interni.
Ma Krogholt ci crede ancora nel progetto, fonda l’etichetta Indisciplinarian, richiama il solo Niemann, e si rimettono al lavoro. Si formano i Rising di oggi, con l’entrata del cantante Grønnegaard, di un secondo chitarrista, Bo Rasmussen, e del bassista Lassen. I cinque incidono così, prima “Oceans Into The Graves” ed ora “Sword And Scythe”.

Accanto ai strumentisti dei Rising, nell’album potete ascoltare anche un coro, il pianoforte, il mellotron e il trombone, tutti guest che sono venuti a dare una mano alla band, in modo da arricchire il più possibile il loro sound, dando anche varietà ad un concept che attraverso i testi va ad analizzare le continue evoluzioni ed involuzioni dell’uomo, attraverso le sue gesta nella storia, con una spiccata visione negativa nei confronti dell’agire umano.

Ammetto che un po’ la copertina (disegnata dal cantante), un po’ il titolo del disco, un po’ il fatto che si legge a caratteri cubitali sulla promo, “Epic Metal”, sinceramente mi ero messo in testa, e un po’ ci speravo, di essere davanti ad un qualcosa alla Virgin Steele, quelli pre rincoglionimento di DeFeis ovviamente, ma mi sono sbagliato.

Per quanto i refrain più epici non manchino, le belle “Empirical” e “Salted Earth” sono li a testimoniare la parte migliore del disco, i Rising di base sono una band che cerca di unire l’heavy europeo abbastanza legato ai decenni passati, un po' anni '80, un po' ai '70 di band come Black Sabbath, ad un approccio sludge/doom di stampo statunitense, ed infatti basta passare ad una “Camp Century” per immergersi in chiari richiami al sound d’oltre oceano, che cambia completamente prospettiva rispetto a quanto sentito nelle due canzoni precedenti.

Tutto il disco è permeato, quasi nella sua totalità, da tempi dilatati ed un mood abbastanza malinconico, con qualche concessione a ritmiche più telluriche come in “White Heat”, piuttosto piatta ed insipida, e “Kill Automation”, migliore della prima. Tuttavia la parte più riuscita della proposta dei Rising è sicuramente quella legata ai tempi più lenti ed ai toni più crepuscolari.

Qualche canzone sotto tono, ed una produzione un po’ datata (quel riverbero pesante sulla voce del bravo vocalist infastidisce parecchio), non riescono a far lievitare la qualità del disco più di tanto, parliamo in ogni caso di un buon lavoro.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    13 Novembre, 2018
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La Metal Blade Records adotta i Nothgard e pubblica il loro quarto album in studio. Arriva quindi “Malady X”, a due anni da “The Sinner’s Sake”, che seppur molto buono, non riuscì a bissare l’ottima prestazione di “Age Of Pandora”.

Purtroppo “Malady X”, nonostante sia, da un punto di vista strettamente tecnico, un ottimo prodotto, risulta essere ancor più lontano da quell'equilibrio tra death, melodia ed epicità ottenuto in “Age…”, e non all'altezza del precedente “The Sinner’s Sake”.
Parliamo comunque di un buon disco, ma certo rimaniamo con un po’ di amaro in bocca. Si sente che i Nothgard hanno curato ogni minimo particolare degli arrangiamenti: dai riff, agli assoli, a tutto il comparto ritmico e sinfonico, per non parlare della resa del suono che deve la sua potenza anche al master affidato a Jens Bogren (Arch Enemy, Amon Amarth…etc).
A partire dalla title-track che apre il disco (dopo la classica intro sinfonica), passando per “Fall Of An Empire”, o l’ottima “Epitaph”, anche “Malady X” ha diverse frecce al suo arco. Purtroppo però dobbiamo notare una certa ostentazione, soprattutto durante i refrain, di alcune soluzioni musicali un po’ troppo simili a loro. L’azzeccato riff di “Death Unites” ad esempio (traccia contenuta nel precedente album), sembra far capolino anche qui a più riprese. Altri momenti risultano essere invece troppo freddi, fagocitati da lavori chitarristici ricercati, che cercano di incantare tecnicamente pur volendo rimanere per forza impressi nell'ascoltatore fin dal primo ascolto, ma certe alchimie non sono facili da trovare.

Jen Majura degli Evanescence torna a fare da guest, insieme a Veli-Matti Kananen dei Kalmah, ma è la singer dei Battle Beast Noora Louhimo, che si fa notare con la sua tagliente voce in “Daemonium I”, traccia positiva, ma che a sentirla sembra che i Notghard abbiano un po’ saccheggiato l’idea degli Amon Amarth di “A Dream That Cannot Be”. L’andazzo è lo stesso, la voce graffiante di Louhimo che duetta con Crey, sembra quella di Doro che duetta col potente Johan Hegg.
Ma dopotutto i Nothgard provengono dalla branchia viking, lo dimostra un altro episodio positivo come la martellante “Serpent Hollow”, ed anche qui, ad onor del vero, aleggia l’ombra degli Amon Amarth.

Non c’è una vera e propria traccia uscita male in “Malady X”, ma di certo mancano dei veri highlights, l’ultimo disco è epico ma non tanto quanto “Age Of Pandora”, è oscuro e teatrale, ma non tanto quanto “The Sinner’s Sake”, e soprattutto è un po’ troppo ripetitivo.
Il platter è disponibile in diverse edizioni, in una delle quali troverete due bonus track, la prima è “Eye For An Eye”, che niente aggiunge a quanto proposto già abbondantemente nelle precedenti tracce. Poi abbiamo un’ottima versione di “Ninja” degli Europe, che ci fanno rivalutare un brano metal a tutti gli effetti, contenuto in quel “The Final Countdown” che purtroppo al'’epoca fu reso dagli addetti ai lavori, inutilmente leggero, per far felice la legge del mainstream pop

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Opinione inserita da Gianni Izzo    06 Ottobre, 2018
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Mi sarebbe piaciuto dire qualcosa di più sulla storia dei Valyria, ma non ho trovato nessun cenno biografico, neanche sulla loro pagina di facebook, quindi l’unica cosa che vi posso dire, è che il giovane quartetto è canadese ed il moniker è ispirato al nome delle rovine dell’antica città omonima descritta nell'epopea fantasy di George R. R. Martin.

La band ci presenta questo “Into The Dying Time” come un Ep. In effetti abbiamo sette tracce, ma due di queste sono un'intro ed un outro strumentali, che potevano decisamente essere meglio sviluppate. Quindi 5 brani effettivi ma con un minutaggio complessivo che dura più di 30 minuti.
La band è dedita ad un classico melodic death molto veloce e tecnico, intriso di passaggi power e symphonic dove le clean vocals ed i molteplici cori si susseguono copiosi.
A sentire la parte power, piena di sinth (un po’ troppo ingombranti e giocattolosi), sostenuti da una ritmica e dei soli velocissimi e neoclassici, sembra di stare al cospetto dei Dragonforce. La parte più interessante però è data dalla deriva più estrema del sound dei nostri, dove le sinfonie si incupiscono e moltiplicano, i ritmi rimangono veloci ma con un certo riguardo a passaggi più tecnici e prog. Diciamo che se “Into The Dying Of Time” suonasse tutto così, aldilà di qualche tirata di orecchie per un approccio un po’ troppo derivativo (i "Wintersun" vi risuoneranno spesso in testa) non avremmo nient'altro da criticare.
Ma l’elemento dominante del platter rimane il power, e questo è costellato da troppi cori anonimi, sdolcinati o entrambi, tanto che talvolta l’epicità di cui i nostri si vogliono far carico si perde in linee troppo pop. Altre volte i Valyria fanno le cose più a modo, quindi escono fuori brani davvero buoni come “Of Sky And Sea” o “The Crossing”. Ecco, molte volte si dice di stemperare alcuni angoli un po’ troppo aspri della propria musica, per i Valyria vale l’esatto contrario. Dovrebbero lasciare alle boyband alcuni passaggi iper-melodici, e parte dei loro sinth troppo stucchevoli (quasi come l’artwork del disco), e dedicare anima e corpo alla parte più oscura ed epica della propria musica, perché tecnicamente sono molto preparati ed il mood che riescono a tirar fuori in alcuni frangenti sa essere molto coinvolgente.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Ottobre, 2018
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La band finlandese, si è formata nel 2006 ad opera del singer Jani Ikonen e del bassista Sami Knuutinen. Il loro progetto era metter su un’extreme folk metal band sulla scia dei connazionali Finntroll, Ensiferum etc, che usasse l’idioma finnico attraverso il marcato accento di Oulu, che è poi la città di origine dei nostri.

Così nascono i Verikalpa, che arrivano invece al loro primo full-lenght solo ora, “Taisterlutahto” esce a ben 12 anni dalla formazione della band, per la Inverse Records.
Il disco contiene 10 canzoni molto valide, quindi inversamente proporzionali all'artwork, del tipo che mia nipote di 6 anni lo avrebbe disegnato meglio.
Qui è tutto giocato seguendo i dettami del folk metal style nordico che, se per alcuni passaggi può ricordare i Finntroll, deve il sound soprattutto al battagliero metal in stile Ensiferum, ma con una più massiccia dose folkeggiante, data soprattutto dalle tastiere di Jussi Sauvola, che spesso assumono ruolo di fisarmonica, ed accompagnano le chitarre in coinvolgenti riff da pub, sorreggendo un cantato graffiante e chorus di tutto rispetto.

Pur essendo un debutto per la band, nelle composizioni si sente che ci sono anni e anni di esperienza alle spalle, il songwriting di adagia un po’ troppo sulle più classiche caratteristiche del genere, senza aggiungere molto a livello personale, ma “Tasterlutahto” ha un bel tiro, e si ascolta davvero piacevolmente, è scorrevole e con numerosi parti accattivanti. Non rimarrà nella storia del metal probabilmente, ma pezzi come “Tyrmä” e “Viimiseen Asti” possono facilmente far breccia nel cuore di ogni fan del folk metal.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Ottobre, 2018
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Per non dare troppo nell’occhio, gli Asenblut si autodefiniscono German blackened thrash metal band, che tradotto in musica si risolve semplicemente con un Viking Metal in pieno stile Amon Amarth, ma proprio uguale eh: se gli Amon Amarth cantassero in tedesco, lo farebbero probabilmente così.

Quindi sapete cosa aspettarvi, canzoni massicce, quadrate, potente growling, riff che si rifanno al death così come al più classico heavy metal, con melodie epiche e battagliere che esplodono durante i refrain.
Quando dico Amon Amarth, non intendo quelli degli ultimi album, che a me piacciono comunque, ma onestamente so che molti non apprezzano il loro surplus di melodie e ritornelli catchy. Dobbiamo andare nel periodo pre "Twilight Of The Thunder God" insomma, gli Asenblut ci ripropongono gli Amon Amarth più cattivi e meno paraculo.

La band tedesca, nonostante già più di un decennio di carriera e 3 full-lenght alle spalle, è riuscita a farsi notare da un’etichetta più importante e conosciuta come la AFM Records, solo nel 2016, anno in cui ha rilasciato il disco “Beserker”.

“Legenden” è un Ep, dove i nostri ripropongono alcuni dei brani del loro album d’esordio “Aufbruch” uscito nel 2009, riproposti con una produzione più lodevole, che rispetta l’efficacia di un sound, si derivativo (e pure parecchio), ma che può far sicuramente felici gli amanti del viking metal e chi non ha apprezzato particolarmente la svolta più easy listening di Johag Hegg ed i suoi.
I brani proposti sono abbastanza buoni, forse si sente un po’ di scolasticità in alcuni passaggi, ma parliamo dei primi brani di una band, se ascoltate “Berseker”, uscito solo un paio di anni fa ad esempio, sentirete che i nostri, pur non allontanandosi dal prodotto originale, hanno un approccio più fluido nei riff e più naturale nei ritmi.

Accanto ai propri pezzi, gli Asenblut decidono di celebrare i Manowar, riproponendo “God Or Man”, uno di quei brani salvabili dell’ultimo indecente periodo della band americana, contenuto nell’Ep “Thunder In The Sky”. Non dovrebbe stupire la voglia di coverizzare i Manowar, visto che è palese che gli Asenblut siano legati anche a loro, sia per l’amore per l’epica, tanto quanto quello per l’iconografia guerriera.
“God Or Man” rimane comunque un lavoro minore nel repertorio dei Manowar, ma gli Asenblut sono riusciti nell'intento di regalargli una seconda giovinezza, rendendolo più potente, senza farci rimpiangere particolarmente Eric Adams, il cui canto graffiante è qui sostituito dal growling cavernoso di Tatzel, che ci sta benissimo sul pezzo.

Gli Asenblut non sono certo degli assi di originalità, ma il disco può essere un buon antipasto per i fans del Viking Metal, aspettando il prossimo episodio musicale della band tedesca.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Settembre, 2018
Ultimo aggiornamento: 14 Settembre, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Per la prima volta nella storia dei Korpiklaani, abbiamo dovuto aspettare ben 3 anni per assaporare un loro nuovo disco, un tempo che è servito alla band per cercare nuove ispirazioni musicali, nuovi modi di porsi.
Già nei lavori più recenti era chiaro che i Korpiklaani avevano lasciato al più lontano passato molta della semplicità e spensieratezza dei primi album, per intraprendere una strada compositiva più seriosa, talvolta più cupa, altre volte più malinconica e introspettiva. “Kulkija” rimarca queste nuove ambizioni, lasciando molto spazio alla melodia, mettendo una sorta di stop definitivo alle ritmiche più veloci, dando il proprio addio all’”happy little boozer” di una volta.
L’artwork è come al solito molto fascinoso, la mascotte (il vecchio tizio con le corna) della band scompare e lascia spazio ad un accattivante paesaggio rurale, dopo tutto “Kulkija” significa vagabondo, e le tematiche si snodano come se fossero gli stessi occhi del viaggiatore, che diventano quelli dell’ascoltatore, che ammira i paesaggi di fronte a sé, la gente che incontra, le loro storie popolari.

“Kulkija” è l’album più lungo (14 tracce per più di un’ora di musica) e più ostico che abbiano scritto i Korpiklaani. A mio avviso qui c’è un songwriting molto maturo, che ha saputo dare spessore ad ogni strumento, che spesso rivendica il suo protagonismo con bellissimi assoli, anche abbastanza lontani dal solito folk-metal che conosciamo, che si ancorano ancora di più invece, alla semplice tradizione più popolare e vera.
I ritmi, tranne in qualche caso sporadico, non si addentrano mai in bit veloci, l’hummpa metal non ha spazio qui, sono invece spesso cadenzati, o al limite abbiamo dei mid e up tempo, che quasi mai rubano spazio a fisarmoniche e violini, o al canto di Jonne. Si sente la voglia di ricerca di una varietà stilistica che vuole trasformarsi di brano in brano (non sempre riuscendoci al meglio), pur cercando di mantenere salda la tradizione dei Korpiklaani, almeno in quei refrain che talvolta si fanno più immediati per alleggerire l’ascoltatore, che dovrà affrontare anche tracce di sette o nove minuti, nellequali un senso di ripetitività ahimè si fa un po’ sentire.

Siamo sicuramente di fronte ad un album più sperimentale, che ha bisogno di diversi ascolti per poter essere davvero assimilato, non so quanti tra i fans dei Korpiklaani riusciranno a farsi carico di tale fardello, soprattutto se speravano in un nuovo “Tales Along This Road”, o almeno di una nuova “Vodka” con cui sballarsi e danzare.
Qui abbiamo la dolcezza acustica di “Harmaja” e “Tuttu on tie”, le melodiosa malinconia di “Kotikonnut”, l’oscurità di “Sillanrankentaja”, le interessanti sperimentazioni di "Korpikuusen...".
Insomma tanta roba, che forse avrebbe funzionato meglio in un album con qualche traccia in meno ed un minutaggio più limitato, fattori che in questo vanno un po’ contro la band, e che complicano il compito di assaporare al meglio i brani più riusciti del lotto, contro alcuni che non hanno decisamente il giusto tiro per rimanere davvero impressi.

La voglia di cambiare, di mostrarsi più maturati nella stesura dei pezzi così come negli arrangiamenti è chiara, ragionevole, riuscita per la maggior parte del tempo. Siamo quindi di fronte ad un album sicuramente discreto, ma un po’ di nostalgia per i tempi di “Beer Beer”, ammettiamo di averla.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Agosto, 2018
Ultimo aggiornamento: 10 Agosto, 2018
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I lupi mannari Powerwolf sono tornati per il settimo album della loro carriera. Un ritorno sul mercato, a tre anni di distanza dal precedente “Blessed & Possessed”, un ritorno celebrato in pompa magna dalla Napalm Records, che ha confezionato anche una versione con 2 cd di “The Sacrament Of Sin”, dove la seconda parte è dedicata ad alcuni classici della band coverizzati da nomi importanti del metal europeo quali: Heaven Shall Burn, Eluveitie, Epica e tanti altri.

A noi di allaroundmetal.com ci è toccato esclusivamente il disco singolo da poter recensire, ne approfittiamo per ringraziare la Napalm Records, per averci concesso di ascoltarlo nel modo più scomodo possibile: attaccati al pc, esclusivamente in streaming. Della serie che facevo prima ad ascoltarmelo su Spotify a questo punto.

La carriera dei Powerwolf è costellata di ottimi episodi, che si sono negli anni contrapposti ad un modus operandi diventando un filo troppo ripetitivo, (dove “filo” è un eufemismo ironico), nelle soluzioni musicali, così come nei titoli e nei testi. Per dire, la prima vera novità che salta all'orecchio in “The Sacrament Of Sin” è che per la prima volta la band dei fratelli Greywolf, fa a meno degli “Halleluya” e “Mater Maria”, disseminati di norma dovunque nei dischi precedenti, il che è un vero sospiro di sollievo.
Anche dal punto di vista musicale, pur rimanendo ancorati al loro stile inconfondibile, Attila ed i suoi hanno deciso di cambiare qui e li, le carte più classiche della loro musica, rallentando un filo i ritmi, e puntando molto più su sinfonia ed epicità. Ottima in questo senso l’oscura power ballad “Where The Wild Wolves Have Gone”, le pompose atmosfere della cinematica “Stossgebet”. Bella l’idea di rifarsi ai classici cori dal sapore slavo in “Nightside In Siberia”, così come quella di inserire accenni celitici in “Incense & Iron”.
Riuscite anche le più classiche “Venom Of Venus”, “Killers With The Cross” e “Fist By Fist”, che pur tornando a riproporre i più classici stilemi del sound Powerwolf, suonano più ispirate e fresche rispetto a “Fire & Forgive” e “Demons…” scelte come apripista del disco, ma che suonano già vecchie e svuotate di mordente fin dal primo ascolto. Così come suona inutile e particolarmente odiosa la tirata title-track, che si rifugia in un refrain costruito su una successione di accordi abusati da chiunque.

“The Sacrament Of Sin” ha dei suoni potenti ed è pregno di orchestrazioni, più presenti che mai, con qualche elemento che vuol suonare come evoluzione di un sound che effettivamente continua a basarsi su solide regole, difficili da scardinare per i Powerwolf. La pecca più grande è presentata da alcuni episodi davvero troppo poco ispirati, e che suonano come “ti piace vincere facile?” lontani un miglio, ma che in realtà fanno perdere un po’ di punteggio al risultato finale dell’album, che è in breve la perfetta metafora della carriera dei Powerwolf, con momenti davvero ottimi alternati ad altri non all'altezza di un nome ormai importante della scena metal.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    09 Luglio, 2018
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Lou Quinse in occitano significa “15”, carta dei tarocchi che indica il diavolo. I Lou Quinse invece sono una band piemontese, precisamente originaria della Val D’Ala, che suona ormai dal 2006, ed ha all'attivo un Ep ed un full-lenght, quest’ultimo risalente al 2010. La loro proposta musicale viene battezzata “Alpine Extreme Metal Folk”, e tutti i brani vengono cantati in occitano.
Come ogni folk metal band che si rispetti, siamo di fronte ad un gruppo di musicisti che suona tranquillamente sia i più classici strumenti appartenenti al nostro amato metal, sia gli strumenti popolari: dal bouzouki, ai flauti, cornamuse, passando per la fisarmonica.
“Lo Sabbat” si presenta con 12 tracce, divise in tre atti, canti di ribellione, in particolare contro il dominio politico, sociale, mistico, della chiesa.
Le musiche sono tutte tratte dai canti popolari della loro terra, ma sapientemente arrangiate in chiave metal, creando un esplosivo botta e risposta tra folk ed extreme metal, che guarda molto a band come Finntroll o Korpiklaani.
Tutta la parte metallica dei pezzi è caratterizzata da ritmiche spesso molto veloci, ed i riff prendono spunto sia dall’heavy più classico, che dal metal più estremo di estrazione nordica. Il cantato è in growling, ma spesso accompagnato da cori, o duetti con le clean vocals, molto particolari le famale vocals in stile etnico della guest Luna Misale.
Tanta melodia e tanta rabbia, “Lo Sabbat” è un susseguirsi di episodi esplosivi, tenuti su da una produzione che riesce a dar dignità a tutti i protagonisti del disco, in un amalgama ben fatta e particolarmente ispirata a livello musicale, così come a quello testuale. Non c’è un calo di tensione, ne durante i pezzi cantati, ne durante gli strumentali più evocativi.
Davvero una bella sorpresa per quel che mi riguarda: interessante, originale. Spero davvero che i Lou Quinse non aspettino altri 8 anni per pubblicare un disco nuovo, sarebbe davvero un peccato, perché qui c’è stoffa per fare grandi belle cose. Ad oggi “Lo Sabbat” può essere considerato tranquillamente uno dei 10 migliori dischi metal del 2018.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    20 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 2018
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A cinque anni dal buonissimo “Seventh Swamphony”, tornano i Kalmah con un altro altrettanto buon lavoro. Da sempre destinati ad essere considerati i fratelli più piccini dei Children Of Bodom, a causa di un sound troppo derivativo accalappiato dai connazionali, dobbiamo anche dire che, sebbene la band dei fratelli Kokko, non sia mai stata in grado di scrivere un capolavoro come lo fu “Hatebreeder”, non ci ha neanche mai fatto salire il bestemmione selvaggio dal profondo del cuore a causa di schifezze sonore invereconde. E questo è un fatto.

I lavori dei Kalmah non sono mai scesi sotto la sufficienza, forse molte loro composizioni talvolta sembrano scritte con il pilota automatico, ma escono fuori bene.
"Palo" quindi non si discosta dal buon trend a cui ci ha abituato la band finlandese. Abbiamo una prima parte che racchiude una manciata di ottimi brani: l’opener, “The Evil Kin” hanno tutti gli ingredienti che ti aspetti da un brano di metal estremo con quell'atteggiamento battagliero, dosando melodie e potenza. Accanto a queste, abbiamo dei pezzi più oscuri ed estremi, come le ottime "The World Of Rage" e "Into The Black Marsh".
Poi i Kalmah sanno spezzare i ritmi con contrappunti pianistici, e sanno rendere il proprio sound bombastico con gli azzeccati tappeti di tastiere, strizzano l’occhio anche a trame musicali dai tempi più dilatati e dall'atteggiamento più easy listening con “Take Me Away”, per poi tornare al proprio sound più granitico in una seconda parte del disco, meno memorabile della prima, che forse soffre troppo di ripetitività compositiva, ma che alla fin fine si lascia ascoltare.
"Palo" sarà anche uno di quegli album di cui in realtà si potrebbe già predire tutto ancor prima di ascoltarlo, ma se non avete pretese particolari di originalità e amate del buon melodic death di stampo nordico ed eroico, è un lavoro più che discreto, come sempre. Buon per i Kalmah, buon per noi.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    12 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2018
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I Kanseil sono una band veneta fomatasi ormai quasi 10 anni fa, che ha all’attivo una demo, “Tzimbar Bint” ed un full-lenght uscito tre anni fa, intitolato “Doin Earde”. Dal punto di vista strumentale, la band ha dalla sua interessanti strumenti con cui arricchire il proprio repertorio: dal bouzouki alla cornamusa, dal nordico kantele al flauto ed all’antico rauschpfeife.

Questo “Fulische” è indubbiamente un album molto interessante, permeato da passaggi evocativi e testi poetici, tutti cantati in italiano o in dialetto, a partire dall’intro “Ah, Canseja!”, dove vengono recitati i versi del contemporaneo e conterraneo poeta Pier Franco Uliana.
I testi si rifanno alla propria terra, tra storia (“La Battaglia Del Solstizio”) (“Pojat”) e mitologia (“Orcolat”) , ma non mancano anche riferimenti sociali come nell’ottima e struggente “Il Lungo Viaggio”, che parla dello strazio emotivo di dover lasciare la propria terra, per cercare una parvenza di vita migliore in un luogo lontano.

Le partiture dei brani sia nel loro versante folk-metallico, che in quello più popolare ed ancestrale, è abbastanza lineare, è punta soprattutto sull’emotività, che non su un mero esercizio tecnico. Insomma, non avrete fraseggi in stile Eluveitie, ma piuttosto un continuo ricamo di belle note lunghe, che si poggiano perfettamente sulle partiture e le ritmiche metalliche del combo. Tutto il lavoro è permeato da una certa epica malinconica, sia nei momenti più duri e neri, che in quelli più melodici, molto vicini questi, al senso musicale dei Folkstone (ascoltatevi “Densiloc” ad esempio, ma anche brani acustici come “Serravalle”).
Difficilmente sentirete ritmiche serrate, solo con “Pojat” e “Vallorch” i Kanseil aumentano notevolmente i ritmi, per il resto si prediligono tempi più dilatati, o comunque dei buoni mid-tempo.

“Fulische” è un lavoro ben fatto, di cui l’unica cosa che posso obiettare è il cantato in clean un po’ acerbo, che sinceramente non mi fa impazzire più di tanto, anche se ammetto che le linee melodiche riescono ad essere abbastanza azzeccate. Al contrario mi piace molto il cattivo growling che, in certi frangenti mi ricorda, pur con le differenze del caso, il buon Ribeiro dei Moonspell.

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