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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    16 Mag, 2017
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Scoperti qualche anno fa da Gene Simmons dei Kiss, i canadesi Kobra And The Lotus sono arrivati oggi alla loro quarta release. Il suo titolo è “Prevail I” ed è la prima parte di un concept a cui a breve farà seguito il secondo capitolo.
La band, fondata dalla bella e bravissima singer Kobra Paige, si è presentata come un combo heavy metal, che univa il sound thrashoso e drammatico degli Iced Earth ad un heavy ottantiano,particolarmente goderecci sono sempre stati i duetti dei chitarristi, che hanno caratterizzato i lavori precedenti.
Diciamo che a livello compositivo non abbiamo mai gridato al miracolo, ma non c’è dubbio che la band, guardatevi qualche esibizione dal vivo, sia dotata di un alto carisma da parte di tutti i componenti e di una tecnica più che discreta, che vede nella singer, la sua espressione più alta di bravura. La Paige è dotata di un range e di una potenza vocale unica nel suo genere, e che mette sotto molti dei colleghi maschili, per bellezza timbrica e naturalezza nel raggiungere anche note molto alte.

Arrivando a “Prevail I” invece dobbiamo necessariamente tirar le orecchie al gruppo. I Kobra decidono di adattarsi ad un sound più morbido, con molte incursioni nell’heavy rock più moderno e radiofonico, che snatura la loro stessa essenza. Un pezzo come “You Don’t Know” per dire, sta ad un passo dal poter essere una hit degli Evanescence, con la sola differenza che dietro al microfono c’è una bravissima cantante e non Amy Lee.
I brevi stacchi sinfonici fanno il loro lavoro, e l’opener “Gotham” non è neanche tanto male, ma dobbiamo aspettare a lungo prima di sentire un po’ di quell’epica freschezza dei precedenti lavori. Gli arrangiamenti sono semplicistici, e l’unica cosa che rimane dei Kobra, è un certo mood darkeggiante che pervade l’intero disco.

I chitarristi tornano a farsi notare solamente nell’ottimo strumentale “Check The Phyrg” dove danno sfoggio della loro bravura, mentre le uniche note davvero entusiasmanti ce le regalano la title-track e la bella “Hell On Earth”.
I Kobra And The Lotus si sono troppo adagiati su una produzione davvero stratosferica, la bellezza dei suoni non è in dubbio, ma hanno anche scelto soluzioni musicale un po' troppo per teenagers. Vedremo con il secondo “Prevail” se questo è stato solo un capitolo uscito male, o una chiara decisione stilistica.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Mag, 2017
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I finlandesi Lost In Grey debuttano con il concept “The Grey Realms”, portando il loro tributo al symphonic metal, prendendo appunti dai conterranei Nightwish, così come dai Leaves’ Eyes ed affini, ma mettendoci anche del proprio. Le loro sinfonie si fanno teatrali, drammatiche, ed è sempre presente un mood darkeggiante e gotico che si affaccia nei diversi brani. L’armamentario dei Lost In Grey è formato da maestose parti orchestrali e cori lirici, che accompagnano i tre cantanti della band: il mastermind, songwriter e tastierista Harri Koskela, bravissimo nell’interpretare le parti più decadenti e baritonali della proposta dei Lost In Grey, un po’ meno quando usa il growling, troppo debole e ingolfato. Poi abbiamo Ann Lill e Emily Leone (quest’ultima anche alle prese con il violino) che cantano il grosso delle vocals, sia da soprane che in versione moderna.
Non manca nella musica dei Lost In Grey anche un’essenziale componente etnica, che si rifà alla tradizione celtica. L’album ha un inizio strepitoso, “Waltz Of Lilian” in particolare è un’ottima opener che riassume al meglio tutte le caratteristiche della musica dei finlandesi descritte fin'ora.
Più classiche e vicine ai già citati Nightwish e Leaves’ Eyes, le belle “Road To Styx”, “Dark Skies” e “Revelation”.
Pian piano che si prosegue nell’ascolto i brani divengono più complessi, e si ha bisogno di più ascolti per assimilarli per bene, ma viaggiamo ancora su buoni lidi con pezzi come "New Horizon". Poi ci si scontra però con la title-track, una lunga suite, forse troppo lunga,, nella quale i nostri danno il meglio ed il peggio di se, li dove il peggio lo si deve attribuire ad un’eccessiva dilatazione del minutaggio con troppi punti morti e poco interessanti. Schegge negative che si ripetono anche nell’ultima “Silence Falls” e in “The Order”, entrambe troppo canoniche e senza una reale presa sull'ascoltatore.
Qualche passo falso quindi, ma che non intacca più di tanto quello che a tutti gli effetti rimane un valido debutto.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Un full-length ed un Ep alle spalle, gli Hypocras tornano in studio per registrare “Implosive”, secondo Ep della band elvetica, musicisti dediti all'extreme folk-metal influenzato in particolar modo dai ben più noti conterranei Eluveitie.
Ma gli Hypocras non hanno una strumentazione folkloristica suadente come quella degli Eluveitie, hanno un solo flauto, che nella sua semplicità, dà quel suo tocco folkeggiante ai brani, che invece si assestano su un serrato melodic death dai chiari riferimenti viking di scuola nordica.

La band però dimostra di saper virare anche verso lidi un po’ più modernisti, attingendo a certo hardcore vicino al sound degli Heaven Shall Burn. Insomma il prodotto non è male, i primi due brani scivolano via che è un piacere: potenti, veloci, graffianti, melodici ed ancestrali quanto basta.
Poi abbiamo una cover di tali Djizoes, altra band svizzera dedita però ad un alternative metal dai chiari rimandi americani. Ma i nostri fanno della canzone degli Djizoes un’altra buona folk-metal track, e non è male la trasformazione quasi radicale dall’originale.

A finire una traccia goliardica, il remix di “At The Edge”, in una versione che unisce il folk-metal all’industrial ed alla tecno-dance teutonica anni ’80 (lo so, fa rabbrividire, ma è così), o come ci scrivono gli Hypocras, siamo di fronte ad un: "Fucked up ibiza viking remix"
Insomma, un brano da prendere per quel che è, tra mille sinth e suoni elettronici. Una cosa che può far uscire degli eritemi non indifferenti ai metalheads più duri e puri, ma che in realtà rimane un simpatico divertissement.
Alla fin fine abbiamo un prodotto sufficiente, difficile andare oltre, anche perché ci sono solo due canzoni inedite su quattro, però il dischetto vale un ascolto, aspettando il prossimo full-lenght.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    19 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Dietro il moniker “Far Beyond” si cela un unico nome, quello del polistrumentista tedesco Eugen Dodenhoeft, che ha esordito con questo one-man project nel 2005, anno di uscita del buonissimo “An Angel’s Requiem”.
Dal symphonic black degli esordi, siamo passati per un Ep del 2009 intitolato “Songs Of Hope And Sorrow”, nel quale il musicista si era già allontanato dal sound più estremo del precedente lavoro, per affinare melodia, nonché certi toni gotici, sia musicali che interpretativi.
Ma dobbiamo aspettare il 2016 per ascoltare finalmente il secondo full-lenght dei Far Beyond, intitolato “A Frozen Flame Of Ice”, un album che vede 6 brani per oltre 50 minuti di musica.

Il primo nome che mi viene in mente ascoltando i Far Beyond del 2016, sono i Wintersun, e quindi ve li cito, tanto per darvi un'idea estetica di ciò che vi aspetta nel disco. A dirla tutta le similitudini si fermano alla cornice, non tanto per gravi demeriti dei Far Beyond (che qualche colpa la hanno pure), ma per un surplus di classe, difficilmente raggiungibile da parte dei Wintersun, gli unici che ti posso sbattere in faccia un brano di un quarto d'ora, senza per forza spingerti tra le braccia di Morfeo.

“A Frozen Flame Of Ice” quindi fa dell’epicità, della sinfonia e di certa malinconia tipica del sound nordico, i propri cavalli di battaglia.
Abbiamo sempre il botta e risposta tra il growling e le clean vocals, che sovente si trasformano in cori pomposi, ma sempre, e per fortuna (pena sarebbe stata la deriva nell’odioso melodeath moderno), con più di un occhio di riguardo verso certi toni darkeggianti.

Purtroppo, per quanto “A Frozen…” possa presentarsi con arrangiamenti più elaborati e fini, rispetto ad un "An Angel's Requiem", presenta due difetti non indifferenti: il primo è la lunghezza eccessiva dei pezzi, una lunghezza non sempre naturale né utile, seppur piena di belle trovate, ma intervallate da momenti di stanca difficilmente sopportabili; la seconda è una produzione fin troppo patinata, tanto da evidenziare una certa fastidiosa plasticosità nel sound, che va a snaturare anche la parte più estrema della musica dei Far Beyond.

Quello di “A Frozen…” è un lungo viaggio, all’inizio molto entusiasmante (“Evernight” con i suoi suoni pirotecnici ci ammalia), ma che a poco a poco perde mordente, con qualche highlight come la cattiva “Unrelenting Force”, ed un ritorno di fiamma, la seconda parte di “Evernight”.
Seppur conscio del lavoro certosino che c’è dietro il disco e della passione con cui è stato concepito, devo essere sincero, arrivare alla fine è stata una faticaccia non indifferente, infatti ci ho messo mesi a scrivere la recensione! Dietro ai tanti arabeschi, i Far Beyond tendono a ripetersi troppo, non riuscendo sempre a far quadrare il cerchio. Sufficiente dopotutto, ma quel disco di esordio di Dodenhoeft aveva una grinta primordiale, che qui sembra essersi un po’ persa, sommersa da minutaggi ostinatamente infiniti e mille sovraincisioni.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

I Rome In Monochrome nascono nel 2013 come solo-project di Gianluca Lucarini, già chitarrista e mastermind dei grinders Degenerhate. L’idea era quella di creare un altro campo di espressione musicale, che andasse a stuzzicare le corde emozionali, in una modalità diversa rispetto a quella espressa con i rabbiosi ritmi schiacciasassi dei Degenerhate.
Ed infatti i capitolini Rome In Monochrome inondano di struggenti melodie le proprie canzoni, riallacciandosi al modo di intendere la musica di gruppi come Anathema, Katatonia, o i nostrani Novembre, fino a scomodare i tanti maestri della darkwave.
Il solo-project di Lucarini diventa presto una band vera e propria, con l’entrata, dapprima del vocalist Valerio Granieri, seguita degli altri componenti: Marco Paparella, Riccardo Ponzi, Alessio Reggi e Stefano Soprani.

“Karma Anubis”, uscito in realtà qualche tempo fa (ora la band è già al lavoro sul primo full-lenght), è il primo lavoro in studio dei nostri, un Ep di tre brani, per un quarto d’ora di musica. Tre canzoni per tre modi diversi di tradurre in musica le sensibilità più introspettive dell’animo umano.

Si inizia subito con la title-track, la più metal oriented delle tre tracce, e che obiettivamente rimane la mia preferita. Il suo riff portante, volutamente ridondante, sostenuto da piano e archi, così come i suoi ritmi cadenzati, strizzano l’occhio ai My Dying Bride più melodici e malinconici. Granieri non ha l’espressività e le tonalità profonde di un Aaron Stainthorpe, ma sa cavarsela. Probabilmente però è su brani come “Spheres” che il vocalist riesce ad esprimersi meglio. Se il mood decadente, intento a voler permeare l’ascoltatore di un’aura alienante, rimarrà una costante dell’Ep, i RIM riadattano il proprio stile, stravolgendo le proprie coordinate musicali. Ci allontaniamo quindi dalle atmosfere doom dell'opener, per approdare ad un dark rock psicadelico, dove gli arrangiamenti sono più ricercati, e le linee melodiche della voce sono più sperimentali. Ci si ritrova sospesi tra chitarre molto effettate e sinth, che vanno a sostenere i continui intrecci vocali, create ad arte, come a volerci ipnotizzare. Un’ipnosi musicale che si concretizza definitivamente con la strumentale “Endmusic” che vede nel minimalismo dall’impronta shoegaze il suo punto forte.

“Karma Anubis” sembra essere nella sua totalità un buon antipasto. Per ora non possiamo far altro che tenere d'occhio la band romana, sperando che riesca a mantenere il proprio atteggiamento poliedrico, usando la medesima ricchezza di generi anche nei lavori a seguire.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Menate a parte sulla difficoltà di catalogare la propria musica, tanto da doversi andare ad inventare un "nuovo genere" per poterla descrivere, tale “Electric Evil Metal”, gli argentini The Evil Dead son bravini in quello che fanno.

Nati nel 2006, pubblicano una demo nel 2007, seguita da un Ep intitolato “Ex Nun on The Run” ed un full length intitolato “Pronunced (The Evil) Dead”, registrato nel 2010 ma uscito solo nel 2012.
Il combo latino americano unisce il death/black, all’heavy più classico (Iron Maiden in testa), e ad attitudini hard rock in stile AC/DC. Un legame, questo che, vogliamo ricordare alla band ed a noi stessi, esiste da almeno una trentina di anni e siamo soliti chiamare semplicemente: melodic death.
Per quanto i The Evil Dead evidenzino una particolare predisposizione ad accentuare il metal classico nelle loro composizioni, di fatto lasciando all’extreme metal tout court, solo le harsh vocals del cantante (non memorabili a dirla tutta), qualche ritmica più sostenuta, ed alcune atmosfere più nere.
Quindi ciò che sentirete su “Earth Inferno” non è niente di così difficilmente razionalizzabile a livello sonoro, ma è un lavoro abbastanza apprezzabile e piacevole.
La parte del leone la fanno le chitarre, che ci inondano di gradevoli duetti e riff graffianti, ripercorrendo i dettami della NWOBHM. Ma anche le ritmiche dinamiche, talvolta più serrate, altre volte molto death’n’roll, sono goderecce quanto basta per passare tre quarti d'ora scapocciando ed esaltandosi.
Uno dei migliori pezzi è “Electric Evil Revisited”, decisamente una highlight, che vede nei suoi soli alcune delle soluzioni più memorabili del disco.
In generale però “Earth Inferno” non evidenzia particolari cali di forma, forse in alcune tracce manca quella spinta in più che doni loro più personalità, ma tant’è, se amate il melodic death, quello più legato alle proprie radici, quindi siamo decisamente lontani da quelle schifezze, figlie dalla deriva pop del genere che ci propinano alcuni gruppi dai nomi più blasonati, allora date pure un ascolto a questi ragazzi.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    15 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2017
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I Pimeӓ Metsӓ (“Foresta oscura” in finlandese) sono nati, tra fiumi di birra, in una notte di dicembre del 2006, con l’idea di dedicare voce e strumenti, ad un progetto di puro viking folk metal di estrazione norrena.

Nonostante il moniker difficilmente memorizzabile da chiunque non faccia parte del gruppo (probabilmente), e da chiunque non sia finlandese (quasi certamente), i Pimeӓ Metsӓ son di fatto spagnoli, ma grandi amanti della musica e delle tematiche nordiche, siano esse a carattere storico o letterario.

Facendo finta di non notare la stoica bruttezza della copertina, forse persino peggiore di quella dell’ultimo disco dei Metallica, devo dire che “No Blood, No Glory”, aldilà di un titolo che potrebbe far gola al massimo a Joey DeMaio, è un buonissimo lavoro.
Un secondo full-lenght che, secondo la biografia della band, migliora negli arrangiamenti e nella varietà di intenti, quanto fatto nel disco di debutto di qualche anno fa. Noi ci fidiamo e ne prendiamo atto.

“No Blood, No Glory” è musicalmente vicino a gruppi come Amon Amarth, o agli Ensiferum, o ancora, ai Turisas più diretti e meno sinfonici, nonostante siano comunque presenti nel loro sound arrangiamenti a suon di archi, cornamuse, arpe e quant'altro, che però rimangono relegati in secondo piano, lasciando il più del lavoro alle chitarre elettriche, come è giusto che sia.

Il combo spagnolo ci mette anche un tocco personale, utile per dare quel qualcosa in più ad una ricetta, che rimane molto legata alla tradizione più mainstream del viking metal, e quindi non spicca certo di originalità. Infatti tra un growling ed uno screaming, tra cori bellici e duetti chitarristici di chiara scuola nordica, tra andazzi marziali e ritmiche più serrate, sbuca spesso anche una voce “pulita”, sempre molto dura e ruvida, ma che sembra più far parte di certa scuola power/thrash, donando quel più di melodia epica, ma senza abbassare il livello di testosterone dei brani.

I 10 pezzi proposti dai musicisti iberici, hanno in maggioranza una buona presa: “Viking’s Creed”, “Thunder God”, l’inno di battaglia “No One Can Stop Our Strike”, o la ruffianissima “Einherjer”, sanno investirti con melodia e potenza, fin dal primo ascolto.
Non sempre la band riesce a rimanere sul pezzo fino alla fine, ma per la maggior parte del tempo siamo di fronte ad un disco grintoso, che sa di poter regalare gioia per le orecchie, agli amanti del viking e del folk metal.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    06 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2017
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Mentre i Nightland sono al lavoro sul nuovo materiale, la Rockshots Records si è presa la briga di rilanciare, in versione digipack, il loro primo full-lenght "Obsession", autoprodotto dalla band di Pesaro nel 2015, registrato da Brendan Paolini, mixato e masterizzato da Simone Mularoni ai Domination Studios.
In aggiunta ai brani originali, abbiamo le versioni orchestrali, particolarmente bombastiche e cinematiche di "Icarus" e "ARES". Per il resto, devo dire che l'album riesce a tenere bene anche sulla distanza, ed a due anni dalla sua prima uscita è stato un piacere riascoltarne i brani. L'opinione che mi ero fatto rimane invariata, quindi vi lascio con la mia recensione originale del 2015, tornando nuovamente a consigliarvi questo concept romanzato sulle "ossessioni della mente"...


NERE OSSESSIONI SINFONICHE

Dopo i 2 Ep, “Knights Of The Dark Empire” e “In Solemn Rise”, i nostrani Nightland giungono al loro primo full-length. In “Obsession”, i symphonic deathers di Pesaro, uniscono melodic death e metal sinfonico in una miscela molto interessante, che a tratti mi ha ricordato la proposta dei connazionali Dark Lunacy, soprattutto per i cori solenni, ed una complessiva drammaticità magniloquente, che esplode nei refrain che si fanno strada tra chitarre graffianti e ritmiche martellanti.

Ascoltando il disco, sembra di fare un viaggio musicale via via sempre più oscuro, per poi tornare alla luce nel grandioso finale. Dopo una breve intro, “Dremless Life” si presenta subito all’altezza della situazione: ritmiche serrate, growling maligno e tecnica più che discreta, il cui climax sta in quello che, a mio parere, è sicuramente tra i migliori refrain del disco, un coro rhapsodiano, con quel tocco malinconico che ci sta benissimo. La ricetta è buona e lo scontro tra parti telluriche, proprie del death, ed ottime orchestrazioni si ripete alla grande con “ARES”. Dopo una più canonica “Icarus”, come già preannunciato, “Obsession” entra in lidi sempre più sinistri ed estremi, i cori scompaiono e, quando non lo fanno, si vestono di un nero pece, sottolineando un’aura oscura, dai connotati orchestrali di stampo apocalittico.
Il pianoforte rimane uno degli orpelli essenziali di quasi ogni brano, anche nei pezzi più tirati come “Cradle Of Sufferance", i suoi fraseggi malinconici son sempre pronti a dare il proprio tocco gotico.

"Obsession" è un album dalle due facce, una squisitamente epica, quanto trionfale ed immediata: "Dreamless Life", "Ares" e la finale "Last Dance..." ne sono delle eccellenti prove. L'altra faccia è più intimista ed aggressiva. Di questa, sia la title-track che la già citata "Cradle..." ne sono i portabandiera più riusciti. I Nightland si giocano la carta del primo album complessivamente ad alti livelli, ci sono davvero poche cose da recriminare, ed io non posso che consigliarvi l'ascolto dell'album

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2017
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Pur continuando ad essere molto diffidente nei confronti del “tour edition” marketing, devo dire che gli Amorphis hanno saputo arricchire la riedizione dell’ottimo “Under The Red Cloud”, con un bonus cd molto particolare e suggestivo. Infatti parliamo di un’esibizione semi acustica, con nove brani della band, riarrangiati in una versione che mette particolarmente in risalto l’amore, mai celato, per il prog degli anni ’70.
Per l'occasione, gli Amorphis chiamano l’ottimo sassofonista e flautista Sakari Kukko, che ha già suonato per gli Amorphis in diverse release, l'esperto degli strumenti etnici Pekko Käppi, ed infine, la bella e talentuosa Anneke Van Giersbergen che, immagino, non abbia bisogno di presentazioni.

Durante le prime quattro tracce, la band suona in modalità totalmente acustica, Joutsen cerca di trattenere il naturale impeto della sua voce, ed il tutto viene caratterizzato da un atmosfera molto intimista, esaltata dai bellissimi soli di sax e flauto.
Da “Silver Bride” in poi, i nostri tornano elettrici, Joutsen ci mette del growling da parte sua, ma è ancora il pianoforte e la strumentazione dei due ospiti ad essere in primo piano. “Alone”, tratta dal controverso "Am Universum" ci offre un bella parte centrale che sfiora la psichedelia, mentre l’ultimo bel viaggio emozionale ce lo offre il duetto di Anneke e Tomi su "Her Alone", semplicemente perfetto.

Pur parlando sempre di prestazione ottima per tutta la durata del live, devo dire che il classico “My Kantele” e “Silver Bride” si sono rivelati i brani meno interessanti da sentire, perché quasi inalterati rispetto la loro versione originale, (ovviamente mi riferisco al reprise acustico di “My Kantele”, contenuto su "Elegy").
Mentre sembra essere rinata dalle ceneri “Far From The Sun”, troppo debole nella sua versione elettrica, ma che in questo contesto ha trovato la sua giusta dimensione.

Del primo cd ne abbiamo già parlato due anni fa. “Under The Red Cloud” rimane un disco più vario rispetto a “Circle” e “The Beginning Of Times”, e per quel che riguarda "l'era Timo Jousten", direi che insieme a “Silent Waters”, sia la miglior prova in studio dei nostri.
In questa edizione troverete due buone bonus tracks, ma in realtà entrambe sono state già edite nell’edizione digipack del 2015, peccato che non si sia deciso a questo punto di aggiungere anche la terza bonus track "The Wind", tra l'altro, la migliore delle tre.

Per il resto dobbiamo dire che gli Amorphis, al contrario di molte altre bands, son stati avari di live, ricordiamo il solo "Forging The Land..." del 2010, quindi se non avete ancora comprato l'ultima fatica della compagine finlandese, potete farlo adesso, ne vale sicuramente la pena.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    27 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

“Helluva” è il settimo lavoro in studio dei Trollfest, a mio parere il più maturo e riuscito, con buona pace di coloro che dicono che dopo i primi due album i norvegesi non hanno avuto più niente da dire, semmai è vero il contrario.

La band infatti, al netto delle sguaiate e (volutamente?) odiosissime scream vocals ad opera di Trollmannen, mettono su un disco interessante, dove la sperimentazione assume un ruolo sempre più definito.

“Helluva” si presenta come un calderone di stili e generi diversi che trovano il loro punto di convergenza ovviamente nel folk e nel black metal direttamente importato dai “cugini” Finntroll. Ma la voglia di personalizzare sempre più la propria proposta, e la voglia di ricercare nuove soluzioni sonore, nonchè di stupire l’ascoltatore, fanno di quest’ultimo lavoro, un qualcosa di positivamente accattivante, interessante, ma sempre dannatamente grottesco e permeato di humor nero, come da tradizione Trollfestiana.

Da un punto di vista prettamente musicale passiamo da un’ottima intro che si lega a certo rock dal sapore settantiano, a momenti ska, altri più etnici, dal classico sapore balcanico e slavo di cui i Trollfest sembrano essere stati folgorati, che possono venir arrichiti talvolta da inserimenti pianistici jazzati, ma anche da molto altro. Abbiamo infatti: xilofoni, marimbas, hammond e il sassofono del buon Drekkadag, insomma tutta una strumentazione atta e ricamare le parti melodiche dei brani.

Brani che al primo posto mettono comunque in risalto riiffoni di chitarre compresse, che spaziano dal thrash al black, ed una batteria martellante che, spesso esplode in roboanti blast beat.
Ma per quanto pezzi come “Professor Otto” o “Hen Of Hades” presentino le peculiarità più classiche della musica della band, in “Helluva” abbiamo molti più momenti ariosi del solito, con cori femminili e maschili (particolarmente azzeccati quelli di “Gigant Cave”), ed arricchiti da una special guest che non ti aspetti in un disco del genere, tale Karin Krog. Il nome probabilmente a molti non dirà niente, ma la cantante è la più famosa e rispettata jazzista norvegese, che all’età di ottant’anni si è divertita a mettersi in gioco con dei vocalizzi di ottima fattura su: “La Grande Finale”.

L’album è come al solito un concept fumettistico pieno di nonsense, che gira intorno le avventure dei Trolls che ci hanno accompagnato anche nei precedenti capitoli della discografia dei Trollfest. I testi questa volta concedono molto più spazio all’inglese, ma abbiamo anche il tedesco, il russo, e lo spagnolo, che vanno a far compagnia al Trollspark, il fittizio idioma dei Trollfest.

Se amate la sperimentazione, il folk più estremo ma anche scanzonato, e riuscite a sopportare la brutta voce di Trollmannen, questa volta vi consiglio fermamente l'album del combo norvegese.

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