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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    15 Febbraio, 2019
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Ripeto, una volta abituatisi al (di)sgraziato latrato di Trollmannen, che probabilmente ricorderemo come geniale simpaticone ma mai come talentuoso screamer, ci possiamo godere dei TrollfesT sempre più bravi a scovare nuovi modi di porsi in musica, nuovi incroci tra metal e folk, nuove sperimentazioni, sempre più curate, e che sanno stare nel giusto mezzo tra il loro essere accattivanti e gioconde, e il saper sempre stupire l’ascoltatore, rendendo ogni lavoro vario ed imprevedibile.

“Norwegian Fairytales” è il settimo album dello stralunato combo norreno, che ci fa cominciare il viaggio musicale tra strane voci filtrate e robotiche, per poi passare a ritmiche veloci e melodie balcaniche. Dalle ritmiche slave, si passa facilmente a gustose tarantelle metalliche, prima con l’ottima “Kjettaren Mot Strømmen” per poi proseguire con “Espen Bin Askeladden” che ci tradisce con un inizio in clean in pieno stile nordico, per poi tornare a battere allegre ritmiche molto più mediterranee.
Strumentali da balera, e omaggi non troppo celati ai Finntroll si susseguono, tra riferimenti jazzati e prog, in un continuo sali scendi di ritmi veloci che infuriano miscelando heavy, death e black metal, insieme ad ogni sorta di musica etnica che a questi scapestrati troll venga in mente, tra screaming un po’ disagiati, voci femminili e cori in clean, che gareggiano tra di loro, fino all’ultima solenne “Nøkken Og Fossegrimen Spiller Opp Til Midnattstimen”.

Qualche anno fa, sottovalutai i TrollfesT, bocciandoli come una mera copia dei Finntroll. Ora, qualche disco dopo, ho capito che aldilà dei neanche molto celati riferimenti alla loro band preferita, i sette musicisti si son saputi costruire una propria forte identità, esteticamente fumettosa, ma che ha senso proprio perché costruita con sacrificio e grande perizia. Questo “Norwegian Fairytales” ha avuto bisogno di oltre un anno di lavoro tra songwriting e studio, per uscire al meglio, un anno in cui i TrollfesT sono andati a ricercare gli arrangiamenti e i suoni più adatti per ogni singola traccia, in maniera maniacale. Quasi perfetto nel suo genere.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    09 Febbraio, 2019
Ultimo aggiornamento: 09 Febbraio, 2019
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Non che i Beast In Black di Anton Kabanen siano dei geni o che spicchino di originalità, ci sono altre band che si rifanno alle mode degli anni ’80, e non parlo solo dell’ex gruppo di Kabanen, ma è certo che il successo istantaneo dei Beast In Black risieda nella loro particolare bravura nello scrivere composizioni semplici ma energiche ed efficaci, e nella particolare fortuna di avere dalla propria una produzione esplosiva come quella che può mettere a disposizione la Nuclear Blast, oltre che di aver scovato uno dei migliori cantanti in circolazione del momento come Yannis Papadopoulos, che con la sua ugola riesce davvero a far di tutto e raggiungere vette vertiginose e graffianti che neanche il miglior Rob Halford.

Ora, la discriminante per potersi approcciare ad un lavoro dei Beast In Black risiede in quanta nostalgia avete verso tutte le eccedenze musicali degli anni ’80, non parliamo tanto di metal, quanto di tutto quel rock/pop intriso di sinth e di elettronica dell’epoca. Se vi fa venire un pizzico di nostalgia e vi state godendo questo momento in cui serie tv e film omaggiano senza sosta quel decennio, potete continuare a leggere. In caso contrario, sarà difficile che possiate apprezzare “From Hell With Love”, che invero è un titolo di una bruttezza allucinante, ma anche questo fa parte del grande gioco del revival filo trash, insieme alla copertina con quella provocante e fumettosa eroina succinta che esce dall'inferno a cavallo della bestia.

I Beast In Black riprendono da dove avevano lasciato con il debut album “Berserker”, “From Hell With Love” si presenta quindi in tutta la sua esagerata produzione dove chitarre, batteria, voci, cori da stadio, e armonizzazioni marciano potenti di pari passo alle migliaia di tracce di sinth ed elettronica demodè di cui ogni canzone è intrisa fino all'osso.
Testualmente ci sono i continui rimandi alla cinematografia, e non possono non apparire altri capitoli dei tanto amati manga: in “Die By The Blade” si torna a parlare del Berserker, in “Cry Out For A Hero” si ricorda invece "Ken Il Guerriero", ma detto tra noi, io le preferisco la nostra cupa sigla italiana, o anche la famigerata “Tough Boy” giapponese.

Sebbene ben più di una volta si abbia l’impressione di assistere, soprattutto durante le strofe, a qualche sequenza di allenamento di un Rocky a caso, i refrain sanno farci tornare al presente con ben congeniati cori che talvolta ricordano i primi Nightwish come in “Repentless” (che non è la cover degli Slayer), che strizza l’occhio a “Wishmaster”, mentre altre volte si va a pescare da power metal band più giovani come Sabaton e Powerwolf. Ottima poi la ballata orchestrale “Oceandeep”, decisamente più riuscita della soporifera “Ghost In the Rain” del precedente album. Anche in questo caso, tra un flauto sintetico, le tastiere e le vette che riesce a raggiungere il singer, sembra di stare a cospetto delle ballate più ispirate dei Nightwish.

Tra i pezzi elettrici più riusciti invece vi cito “Heart Of Steel” (che non è la cover dei Manowar), la frizzante “No Surrender” (che non è la cover di Bruce Springsteen), e la rocciosa “This Is War” (che non è la cover dei 30 seconds to Mars). Facendo i dovuti complimenti ai ragazzi per la fantasia nel trovare i titoli alle proprie canzoni, confermo la bravura dei Beast In Black nel creare pezzi che senza tanti fronzoli ti arrivano subito in testa e non puoi far altro che canticchiarli appena li ascolti. Poi lo sappiamo, questo tipo di approccio così catchy ha una scadenza a breve termine, con molta probabilità ci stuferanno dopo qualche ascolto, e questo sicuramente è un limite, ma se è un party album quello che cercate, per divertivi e scapocciare un po’ con la testa, in questo mix tra power metal e pop rock anni ’80, “From Hell With Love” va benissimo, al netto di qualche sinth di troppo e qualche ritmica un po’ troppo danzereccia che stucca qui e li.

PS: Anche se la Nuclear non ce li ha messi a disposizione (ma me li sono ascoltati su spotify), alla fine del disco troviamo altri due brani. Quando ormai avevamo fatto il callo con l'idea che qualsiasi titolo che leggevamo non era una cover ma solo il risultato di una zoppicante fantasia, in realtà le bonus track sono due cover vere e proprie. La prima è “Killed By Death” dei Motorhead, travolta anch'essa dalle tastiere ed è strano ascoltare un pezzo dei Motorhead sotto questi vesti, ma alla fin fine i Beast le rendono onore, e Papadopoulos sa come sporcarsi la voce non facendo rimpiangere la durezza della versione originale. La seconda cover era ovvia, la si sentiva nell'aria fin dalla seconda traccia del disco, ed è “No Easy Way Out” di Trapper, che fu parte della colonna sonora di Rocky 4. Buona ma un po' troppo simile all'originale, si poteva fare di più a livello ritmico e trasformarla in una heavy song a tutti gli effetti.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    05 Febbraio, 2019
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A due anni dalla celebrativa ri-registrazione per il ventennio di “Dragons Of The North”, ed a quattro anni dall'ultimo album di inediti “Av Oss, For Ass”, tornano gli Einherjer con il nuovo “Norrøne Spor”. Blackster norvegesi, pionieri del viking metal, lontani da cori solenni o orchestrazioni, il loro approccio rimane molto classico, primitivo, glaciale. Gli Einherjer insomma suonano esattamente ciò con cui si son fatti un nome nella scena del metal estremo, senza concessioni a chissà quale volere di mercato, andando contro l'affollato mercato dell'odierno viking metal, dove ormai tutti in qualche modo vanno sempre a caccia di riff catchy e refrain ariosi. Non gli Einherjer, che si tengono fuori, riproponendo la loro visione, si epica, ma sempre oscura e fredda del sound nordico.

Brani come “Mine Våpen Mine Ord”, o “Fra Konge Te Narr” e soprattutto “Mot Vest” racchiudono l’essenza e la miglior vetrina del sound della band norvegese, nel martellante e asettico battito della batteria e nel minimalismo dei fraseggi chitarristici che accompagnano la maligna voce di Glesnes, canzoni che puntualmente sanno però esplodere in ispirati e melodiosi assoli, che fungono da luce nelle tenebre, e che ci regalano anche delle buonissime varianti durante i refrain che alleggeriscono la nera inquietudine delle strofe.

Non tutto fila liscio, l’opener si regge su un riff tremendamente adolescenziale e sempliciotto, che sembra quasi rubato a qualche gruppetto punk prima che intervenga lo screaming del cantante. Anche “Kill The Flame” non brilla più di tanto, tradisce l’amore per il thrash metal dei nostri, ma non convince a fondo.
Per il resto parliamo di un buon album, che non aggiunge molto alla carriera degli Einherjer, se non un altro capitolo positivo per quanto a tratti un po’ altalenante, con un interessante tributo ai Motorhead sul finale con la cover “Deaf Forever”.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 25 Gennaio, 2019
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Ormai giunti al quarto full-length in carriera, i tedeschi Kambrium prendono spunto dalla mitologia azteca e maya per questo concept intitolato “Dawn Of The Five Suns”. La loro ricetta rimane invariata, la band affina ancor di più il proprio lato sinfonico, “Dawn Of The Five Suns” propone dei cori ancor più pomposi e magniloquenti, le orchestrazioni riempiono quasi la totalità dei brani, ma quel melodic death da cui hanno da sempre preso spunto per i riff chitarristici rimane saldamente ancorato al sound dei nostri, ed emerge soprattutto nei pezzi più tirati. Tranne una breve intro che può ricordarci a tratti, grazie al suo incedere tribale, i suoni del centro e sud America (ma in versione Hollywoodiana), lo stile vira immediatamente verso il più classico sound nord europeo, con qualche digressione mediorientale, che di base col concept non sembra centrare molto, ma sono questi i tratti distintivi dei Kambrium che abbiamo imparato a conoscere, e che nel proprio assetto più bombastico, si rifanno a band quali Turisas o Ensiferum, così come al power/symphonic metal di matrice teutonica, su tutti i Blind Guardian, particolarmente presenti nella bella “Tribes Of Darkness”. Vincenti i refrain della title-track, di “Against All Gods”, ma è difficile trovare un coro che non convinca, sia che questo faccia parte di tracce più gotiche come “Ghost Shaman”, o di quelle più battagliare come “Sacrifices Bust Be Made”, o trionfali quali “Lord Of Mictlan”.
All’interno di “Dawn…”, c’è spazio anche per sfuriate simil black come l’apertura di “Everlasting Resistance” rovinata solo dalla breve declamazione iniziale poco ispirata, e recitata peggio.
Per quanto i Kambrium si destreggino bene tra i diversi mood e arrangiamenti, e i loro brani siano sempre abbastanza articolati, ancora non sono riusciti a cucire bene le canzoni più lunghe, che di norma contengono dei buoni momenti, ma anche molti minuti abbastanza noiosi. Anche questa volta la band fallisce, a rimetterci è “Cabrakan”, che spesso viene a patti con la noia, soprattutto durante i numerosi momenti narrati che lasciano un po' il tempo che trovano.

I Kambrium convincono, e crescono album dopo album, mentre Machado, per come la vedo, continua a rimanere l’artista più sopravvalutato del panorama metal, mai piaciuti i suoi artwork digitalizzati

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 05 Gennaio, 2019
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Aspettando il nuovo full-length dei finlandesi Wolfhorde, facciamo un salto indietro, andando a rispolverare un Tribute Ep che il trio musicale incise sul finire del 2017.
Con “The Great Old Ones”, i Wolfhorde celebrano tre delle bands conterranee, fondamentali per la loro formazione musicale. I pezzi prescelti sono “Jektens Kid” dei Finntroll, “Kylan Paassa” dei Moonsorrow e “Sign From The North Side” degli Amorphis.
Per quanto apprezzi soprattutto la prova sul pezzo dei Moonsorrow con cui i Wolfhorde tengono botta, e non di meno, la scelta di non cercarsi la via facile ad esempio con gli Amorphis, andando a riprendere un brano tratto addirittura dagli albori della band, tra i più cupi pezzi scritti, “Sign From The North Side”, devo dire che “The Great Old Ones” non mi ha colpito più di tanto.
La stessa “Sign…” per quanto risulti più pulita e potente rispetto all’originale del ’92, non riesce a competere con la versione ri-registrata dagli stessi Amorphis qualche anno fa, con al microfono il buon Tomi Joutsen.

I Wolfhorde dal canto loro ci provano a dar giustizia ai loro idoli, e lo fanno al meglio delle loro possibilità, senza però riuscire a reggerne il confronto. E neanche la produzione non gioca a loro favore, e non gli permette di avvicinarsi più di tanto almeno ai suoni delle versioni originali dei pezzi. Manca sempre qualcosa in ognuno dei tre brani, quel quid pluris che li ha resi grandi nelle mani dei loro compositori ed esecutori.
Con questo non sminuiamo la bravura tecnica dei Wolfhorde, né pensiamo che si siano voluti mettere in qualsivoglia competizione con i loro "spiriti guida", "The Great Old Ones" è un breve Ep celebrativo e come tale va preso nel bene e nel male. Ma noialtri preferiamo aspettare i veri Wolfhorde, quelli all'opera con le loro di canzoni. L’appuntamento è per l’11 gennaio, il nuovo full-lenght si intitolerà “Hounds Of Perdition”.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Gennaio, 2019
Ultimo aggiornamento: 05 Gennaio, 2019
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Nati ad Alma nel Quebec, la musica di questi sette canadesi in vero, deve tutto al folk-metal dall'appiglio battagliero, delle più famose band del nord Europa. Non è la prima volta che mi ritrovo a recensire un gruppo canadese, che di fatto suona esattamente come se fosse scandinavo, ed i Trollwar non fanno eccezione.

La giovane band, giunta al secondo full-lenght, prende a piene mani tutti gli ingredienti che hanno fatto, degli Ensiferum in particolare, ma notiamo anche qualche fugace Finntrollata qui e lì, dei gruppi di successo.
Insomma già a cominciare dal moniker della band, dobbiamo ammettere che non c’è niente di minimamente originale in “Oath Of The Storm”, ma non per questo dobbiamo voltare le spalle a questi musicisti, che sottolineano quantomeno di esser stati dei bravissimi "studenti". Infatti se l’originalità è latente, “Oath…” rimane comunque un disco che funziona, e che facilmente può far felici i seguaci del pagan/viking metal norreno.

La fisarmonica ha si un ruolo centrale, ma i brani sono anche sapientemente orchestrati senza ingolfare i singoli brani, ma soprattutto sono sorretti da un apparato metallico di tutto rispetto, che rimane ancorato al melodic death con influenze folk, ma ogni tanto sfocia anche in qualche ritmo un po’ più violento e nero.
Tuttavia è l’epicità ad essere al centro dei pezzi, che trovano qualche incertezza solo in quei pochi (per fortuna) momenti in clean vocals. Queste si, abbastanza impersonali e deboli.
“Summoning”, “Into Shadows”, o la più articolata “Winter’s Night” sono il meglio che potete trovare in un disco che non ha particolari punti deboli, che sprizza Ensiferum ad ogni nota, ma che, a parte o proprio per questo, riesce a rimanere impresso e fa il suo lavoro di buon intrattenitore per quasi un’ora di musica. Ora però ci aspettiamo che i Trollwar crescano e comincino a percorrere una strada meno affollata e derivativa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    18 Dicembre, 2018
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A tre anni dall’Ep “Ad Memoriam”, tornano gli italianissimi Dyrnwyn a narrarci l’intrigante storia dell’antica Roma. Esattamente come in “Ad Memoriam”, i nostri usano l’italiano ed il latino per i loro testi, sapientemente cantati dal nuovo singer Thierry Vaccher che si destreggia tra growling e screaming, e che mantiene quel particolare approccio espressivo e teatrale che avevamo già sentito nel precedente lavoro del gruppo capitolino. Un cantato che sembra una lunga narrazione epica, un continuo declamare che, se in un primo momento sembra un po’ ridondante, in realtà si rivela un’arma vincente per presentare le atmosfere battagliere e marziali, di cui i Dyrnwyn si fanno portavoce. La ricetta della band tra viking e folk metal, si rivela un viaggio epico riuscito, anche se non immediatamente appetibile, visto che di fatto le tracce non sono mai semplici, ma hanno bisogno di più ascolti per essere assimilate per bene. Come in “Ad Memoriam” anche il nuovo lavoro è intriso di efficaci parti orchestrali, che fanno da contrappeso ai momenti più neri e tirati che ci offrono i nostri, il tutto condito dagli ottimi spunti folk ed episodi in pieno stile peplum (vi segnalo ad esempio “Feralia”), che riescono nell'intento di trasportarci direttamente in quell'antico tempo. “Sic Transit Gloria Mundi” è un disco ricco, la band ha smussato qualche asperità un po' macchinosa rispetto al passato, riuscendo a presentare un songwriting complesso ma fluido, e con degli arrangiamenti ben fatti e funzionali alla totalità del lavoro che abbiamo di fronte. Melodia e aggressività si sanno fondere bene, e niente sembra lasciato al caso. La SoundAge Production ci ha visto lungo, i Dyrnwyn hanno messo su uno dei più interessanti lavori in ambito folk-viking, in questo 2018.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Dicembre, 2018
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Quarto full-length per i danesi Rising, band che non conoscevo, e di cui è difficile trovare sito o anche la pagina Facebook, probabilmente a causa di un nome un po’ troppo generico e di poca popolarità, un binomio che purtroppo crea non pochi disagi ai motori di ricerca.
In ogni caso ci ha pensato per fortuna la All Noire a fornirci tutti i dettagli.

Il quintetto danese nasce a Copenhagen nel 2008, da un’idea del chitarrista Krogholt e del batterista Niemann. All’inizio i Rising sono un trio, che tra diverse difficoltà riesce ad auto prodursi due EP, e due full-lenght, per poi sciogliersi per contrasti interni.
Ma Krogholt ci crede ancora nel progetto, fonda l’etichetta Indisciplinarian, richiama il solo Niemann, e si rimettono al lavoro. Si formano i Rising di oggi, con l’entrata del cantante Grønnegaard, di un secondo chitarrista, Bo Rasmussen, e del bassista Lassen. I cinque incidono così, prima “Oceans Into The Graves” ed ora “Sword And Scythe”.

Accanto ai strumentisti dei Rising, nell’album potete ascoltare anche un coro, il pianoforte, il mellotron e il trombone, tutti guest che sono venuti a dare una mano alla band, in modo da arricchire il più possibile il loro sound, dando anche varietà ad un concept che attraverso i testi va ad analizzare le continue evoluzioni ed involuzioni dell’uomo, attraverso le sue gesta nella storia, con una spiccata visione negativa nei confronti dell’agire umano.

Ammetto che un po’ la copertina (disegnata dal cantante), un po’ il titolo del disco, un po’ il fatto che si legge a caratteri cubitali sulla promo, “Epic Metal”, sinceramente mi ero messo in testa, e un po’ ci speravo, di essere davanti ad un qualcosa alla Virgin Steele, quelli pre rincoglionimento di DeFeis ovviamente, ma mi sono sbagliato.

Per quanto i refrain più epici non manchino, le belle “Empirical” e “Salted Earth” sono li a testimoniare la parte migliore del disco, i Rising di base sono una band che cerca di unire l’heavy europeo abbastanza legato ai decenni passati, un po' anni '80, un po' ai '70 di band come Black Sabbath, ad un approccio sludge/doom di stampo statunitense, ed infatti basta passare ad una “Camp Century” per immergersi in chiari richiami al sound d’oltre oceano, che cambia completamente prospettiva rispetto a quanto sentito nelle due canzoni precedenti.

Tutto il disco è permeato, quasi nella sua totalità, da tempi dilatati ed un mood abbastanza malinconico, con qualche concessione a ritmiche più telluriche come in “White Heat”, piuttosto piatta ed insipida, e “Kill Automation”, migliore della prima. Tuttavia la parte più riuscita della proposta dei Rising è sicuramente quella legata ai tempi più lenti ed ai toni più crepuscolari.

Qualche canzone sotto tono, ed una produzione un po’ datata (quel riverbero pesante sulla voce del bravo vocalist infastidisce parecchio), non riescono a far lievitare la qualità del disco più di tanto, parliamo in ogni caso di un buon lavoro.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    13 Novembre, 2018
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La Metal Blade Records adotta i Nothgard e pubblica il loro quarto album in studio. Arriva quindi “Malady X”, a due anni da “The Sinner’s Sake”, che seppur molto buono, non riuscì a bissare l’ottima prestazione di “Age Of Pandora”.

Purtroppo “Malady X”, nonostante sia, da un punto di vista strettamente tecnico, un ottimo prodotto, risulta essere ancor più lontano da quell'equilibrio tra death, melodia ed epicità ottenuto in “Age…”, e non all'altezza del precedente “The Sinner’s Sake”.
Parliamo comunque di un buon disco, ma certo rimaniamo con un po’ di amaro in bocca. Si sente che i Nothgard hanno curato ogni minimo particolare degli arrangiamenti: dai riff, agli assoli, a tutto il comparto ritmico e sinfonico, per non parlare della resa del suono che deve la sua potenza anche al master affidato a Jens Bogren (Arch Enemy, Amon Amarth…etc).
A partire dalla title-track che apre il disco (dopo la classica intro sinfonica), passando per “Fall Of An Empire”, o l’ottima “Epitaph”, anche “Malady X” ha diverse frecce al suo arco. Purtroppo però dobbiamo notare una certa ostentazione, soprattutto durante i refrain, di alcune soluzioni musicali un po’ troppo simili a loro. L’azzeccato riff di “Death Unites” ad esempio (traccia contenuta nel precedente album), sembra far capolino anche qui a più riprese. Altri momenti risultano essere invece troppo freddi, fagocitati da lavori chitarristici ricercati, che cercano di incantare tecnicamente pur volendo rimanere per forza impressi nell'ascoltatore fin dal primo ascolto, ma certe alchimie non sono facili da trovare.

Jen Majura degli Evanescence torna a fare da guest, insieme a Veli-Matti Kananen dei Kalmah, ma è la singer dei Battle Beast Noora Louhimo, che si fa notare con la sua tagliente voce in “Daemonium I”, traccia positiva, ma che a sentirla sembra che i Notghard abbiano un po’ saccheggiato l’idea degli Amon Amarth di “A Dream That Cannot Be”. L’andazzo è lo stesso, la voce graffiante di Louhimo che duetta con Crey, sembra quella di Doro che duetta col potente Johan Hegg.
Ma dopotutto i Nothgard provengono dalla branchia viking, lo dimostra un altro episodio positivo come la martellante “Serpent Hollow”, ed anche qui, ad onor del vero, aleggia l’ombra degli Amon Amarth.

Non c’è una vera e propria traccia uscita male in “Malady X”, ma di certo mancano dei veri highlights, l’ultimo disco è epico ma non tanto quanto “Age Of Pandora”, è oscuro e teatrale, ma non tanto quanto “The Sinner’s Sake”, e soprattutto è un po’ troppo ripetitivo.
Il platter è disponibile in diverse edizioni, in una delle quali troverete due bonus track, la prima è “Eye For An Eye”, che niente aggiunge a quanto proposto già abbondantemente nelle precedenti tracce. Poi abbiamo un’ottima versione di “Ninja” degli Europe, che ci fanno rivalutare un brano metal a tutti gli effetti, contenuto in quel “The Final Countdown” che purtroppo al'’epoca fu reso dagli addetti ai lavori, inutilmente leggero, per far felice la legge del mainstream pop

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Opinione inserita da Gianni Izzo    06 Ottobre, 2018
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Mi sarebbe piaciuto dire qualcosa di più sulla storia dei Valyria, ma non ho trovato nessun cenno biografico, neanche sulla loro pagina di facebook, quindi l’unica cosa che vi posso dire, è che il giovane quartetto è canadese ed il moniker è ispirato al nome delle rovine dell’antica città omonima descritta nell'epopea fantasy di George R. R. Martin.

La band ci presenta questo “Into The Dying Time” come un Ep. In effetti abbiamo sette tracce, ma due di queste sono un'intro ed un outro strumentali, che potevano decisamente essere meglio sviluppate. Quindi 5 brani effettivi ma con un minutaggio complessivo che dura più di 30 minuti.
La band è dedita ad un classico melodic death molto veloce e tecnico, intriso di passaggi power e symphonic dove le clean vocals ed i molteplici cori si susseguono copiosi.
A sentire la parte power, piena di sinth (un po’ troppo ingombranti e giocattolosi), sostenuti da una ritmica e dei soli velocissimi e neoclassici, sembra di stare al cospetto dei Dragonforce. La parte più interessante però è data dalla deriva più estrema del sound dei nostri, dove le sinfonie si incupiscono e moltiplicano, i ritmi rimangono veloci ma con un certo riguardo a passaggi più tecnici e prog. Diciamo che se “Into The Dying Of Time” suonasse tutto così, aldilà di qualche tirata di orecchie per un approccio un po’ troppo derivativo (i "Wintersun" vi risuoneranno spesso in testa) non avremmo nient'altro da criticare.
Ma l’elemento dominante del platter rimane il power, e questo è costellato da troppi cori anonimi, sdolcinati o entrambi, tanto che talvolta l’epicità di cui i nostri si vogliono far carico si perde in linee troppo pop. Altre volte i Valyria fanno le cose più a modo, quindi escono fuori brani davvero buoni come “Of Sky And Sea” o “The Crossing”. Ecco, molte volte si dice di stemperare alcuni angoli un po’ troppo aspri della propria musica, per i Valyria vale l’esatto contrario. Dovrebbero lasciare alle boyband alcuni passaggi iper-melodici, e parte dei loro sinth troppo stucchevoli (quasi come l’artwork del disco), e dedicare anima e corpo alla parte più oscura ed epica della propria musica, perché tecnicamente sono molto preparati ed il mood che riescono a tirar fuori in alcuni frangenti sa essere molto coinvolgente.

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