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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Dicembre, 2017
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A leggere "Kingslayer" (Sterminatore di Re), so che viene subito in mente, a chi come me ha la scimmia delle serie tv, "Game Of Thrones", ma il nostro Victor Smolski è un appassionato di storia, il disco quindi non ha niente a che fare con la saga fantasy ideata da George R.R. Martin, ma è un concept incentrato su i veri regicidi che si sono susseguiti nel nostro mondo.

Da un punto di vista strettamente tecnico, la produzione del disco è ottima ed è evidente che la coesione tra gli strumentisti degli Almanac è fuori discussione, inoltre l’alchimia tra i tre cantanti è migliore anche del debutto, gli incastri tra i tre avvengono in modo naturale e non sembrano forzati in alcun modo. Peccato per un songwriting non sempre all'altezza di un nome importante come quello di Smolski.

Sebbene non si possa certo parlare di un brutto album, mi aspettavo molto di più da questo “Kingslayer”, che, per come la vedo, non riesce neanche a sfiorare i bei fasti del precedente “Tsar”, riuscitissimo debutto degli Almanac.
“Kingslayer”, si mostra fin da subito più asciutto e diretto del predecessore, canzoni leggermente più corte e meno corali, sinfonie messe in secondo piano a favore delle chitarre, e di un approccio complessivo più heavy e più adatto ai live. Queste dopotutto sono state fin dal'inizio dei lavori, le intenzioni di Smolski ed i suoi. Ma ricordiamo che l’ex Rage è famoso soprattutto per il suo amore nei confronti delle sinfonie, dare meno spazio a queste, è un po’ limitare il suo estro creativo. Ed infatti dopo diversi ascolti “Kingslayer” non sembra avere quella spinta in più, quel completamento del cerchio che dovrebbe venir naturale, ed invece in questo caso fatica ad arrivare. Pur apprezzando le parti più dure e tirate come “Headstrong” o “Children Of The Sacred Path”, entrambe dotate di buoni refrain ed un'adrenalinica parte ritmica, si nota nel complesso soprattutto troppa canonicità e derivazione di alcune soluzioni musicali. Prendete quei fraseggi neoclassici delle chitarre di “Guilty As Charged”, che avremo ascoltato già decine di volte in altre canzoni, Stratovarius in testa. In altri casi invece gli Almanac non riescono a trovare i refrain vincenti che hanno reso più che gradevole l’ascolto del loro debutto, ci ritroveremo quindi più volte a dedicarci fin troppo facilmente ad altre cose, mentre le canzoni di “Kingslayer” proseguono passivamente la loro corsa.
Non mancano i bei episodi, alcuni già li ho citati, a questi aggiungerei l’opener, con la sua intro teatrale in stile Trans-Siberian Orchestra , o anche l’epica “Hail To The King”, la più vicina allo stile di "Tsar".
Certo è, che se già "Tsar" non poteva essere considerato all'altezza di quanto fatto da Smolski nei Rage, ma tuttavia poteva considerarsi un signor album, "Kingslayer" è si sufficiente, ma il tutto passa in fretta, senza quella verve che ci si aspetterebbe.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2017
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I Moonspell trasformano quello che doveva essere un semplice bonus disc, in un album vero e proprio, un concept storico e filosofico, il primo disco della loro discografia completamente cantato nella propria lingua.
“1755” non ripercorre solo gli attimi del devastante terremoto che mise in ginocchio il Portagallo, ma cerca di mettere in discussione il pensiero conservatore religioso/politico legato al Portogallo, il tutto con il consueto appiglio dissacrante che contraddistingue la band lusitana.

Dopo anni e anni, in un lavoro di Ribeiro ed i suoi, tornano protagonisti indiscussi i cori gotici, gli inserimenti folkloristici e sinfonici che tanta fortuna portarono alla band nei suoi due capolavori, “Wolfheart” ed “Irreligious”. Ovviamente siamo abbastanza lontani da quei fasti, c’è lo ha preannunciato il primo fastidiosissimo singolo “Todos Os Santo”, di cui, tolta la sottotraccia sinfonica che l’accompagna, rimane molto poco, ed a tratti quello che tirano fuori i Moonspell sembra più uno scimmiottamento di qualche brano minore dei fratelli Cavalera, che altro.
Per fortuna “1755” si rivela migliore della sua anteprima, per quanto non riesca ad esaltarci a pieno, e per quanto contenga un altro paio di brani decisamente trascurabili.
L’intro al disco già la conosciamo, “Em Nome Do Miedo” l’abbiamo incontrata su “Alpha Noir”, ma questa reincarnazione cinematica con tensione in crescendo, ci suggerisce quanto sia importante l’arrangiamento nei pezzi, infatti il brano risulta superiore in tutto rispetto alla precedente versione.
Con la title-track fanno il loro ingresso anche le chitarre e la sezione ritmica che, aldilà di una certa tendenza ad essere un filo monocorde, si sposano bene con le melodie arabeggianti e l’oscurità malinconica del brano.
“In Tremor Dei” vede come ospite il musicista portoghese Paulo Bragança, che inserisce quelle che saranno le uniche linee vocali in clean del disco, almeno fino alla cover finale. Anche in questo caso siamo di fronte ad un pezzo di alta caratura, nel quale Bragança aggiunge un tocco di Fado (musica popolare portoghese… per cadenza, molto simile al tango, per capirci), che impreziosisce e particolarizza il brano.
Fosse tutto di questa qualità, “1755” sarebbe davvero il miglior album dei Moonspell da almeno vent’anni a questa parte, ma purtroppo i nostri si perdono diverse volte, e più tappe del loro concept passano di soppiatto. Dopo diversi ascolti, di parte del disco rimane in mente l’indiscussa potenza ritmica e il maligno growling di Ribeiro, ma è un po’ poco per esaltarsi. Al solito siamo di fronte ad un continuo saliscendi di emozioni, ci imbattiamo in pezzi come “Ruinas” che alzano l’asticella del gusto compositivo, mentre altri momenti come la scontatissima “1 De Novembro” o la già citata “Todos Os Santo”, che l’affossano.
Bella invece “Lanterna Dos Afogados” che chiude il concept, cover del gruppo pop Os Paralamas Do Sucesso (che non conosco affatto). Ho dato un ascolto all’originale, e devo dire che i Moospell sono riusciti ad imprimere con successo il loro stile sinistro e dark in un brano anni luce lontano dal classico modello compositivo della band metal.

Tra i pro ed i contro, “1755” si presenta come un lavoro sufficiente, ne più ne meno di diversi altri dischi (post – “Irreligious”) dei Moonspell. Speravo in qualcosa in più, sulla carta quest’album sarebbe dovuto essere un masterpiece o giù di li, per come è stato presentato, ma purtroppo l’ispirazione va, come sempre, a corrente alternata, è abbastanza da non presentarci un album mediocre, troppo poca per gioire come vorremmo.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    12 Novembre, 2017
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Ci sono state due uscite quest’anno per i pagan/viking/folk metallers spagnoli Incursed: il full-length “Amalur” e questo Ep intitolato “The Slavic Covenant”, che ha preceduto l’album vero e proprio.

Cominceremo con l’occuparci dell’Ep, che ruota ovviamente intorno alla title-track che ritroveremo anche in "Amalur".
Il brano è potente e diretto, ed in questo gli Incursed propongono il loro ben saldo extreme folk-metal di estrazione nordica, anche se, tradito dal titolo, mi aspettavo effettivamente qualche digressione in sonorità est europee.
In ogni caso, un primo ottimo biglietto da visita, tra ritmiche velocissime, melodie folkeggianti e cori da stadio.
A seguire un altro brano che farà parte di “Amalur”, tale “Akellare”, che ha in se parecchi parti strumentali interessati, su tutti il fraseggio pianistico che va a sostenere un breve ma interessante passaggio dalle sfumature prog.
Non ho mai amato molto le parte in clean degli Incursed, ed anche in questo caso, le strofe non mi fanno impazzire, per quanto cantate con abbastanza grinta, ma il refrain è azzeccato e tutto sommato promuoviamo anche quest’altro brano.
Gli Incursed a questo punto rispolverano la loro “Wild!”, riprendendola dall’album “Morituri” del 2010, metallizzano abbastanza bene un brano popolare (“Fear A’Bhata”), e coverizzano infine la solita “Take On Me” degli A-Ha, che come molte pop song degli anni ’80, si presta facilmente a chitarre elettriche ed epicità metalliche. Peccato che gli acuti, che sono il vero climax del brano, sono nascosti dal growling, e questo fa un po’ male al pezzo, ho sentito versioni migliori. Tuttavia l’Ep ci presenta una band in forma, vedremo a breve come se la cava su tragitti più lunghi con il nuovo full-lenght.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    05 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 05 Novembre, 2017
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Primo full-lenght per i modenesi Folk Metal Jacket, “Eulogy For Gentle Fools” segue a quattro anni di distanza l’EP “Spill This Album”, ed a sei anni, il buon demo “Our War Has Begun”, lavoro con cui conobbi la band emiliana.
In tutto questo tempo sono cambiate un po’ di cose al quartier generale dei Folk Metal Jacket, almeno metà della line up (tra cui il cantante co-fondatore del gruppo, Renato Zanasi), ha lasciato la band, ed oggi i FMJ hanno adottato un approccio musicale, meno scanzonato e diretto che in passato, puntando sulla ricerca e la sperimentazione sonora, cosa che potrebbe spiazzare chi, leggendo “Folk Metal”, si aspetta l’ennesima "Finntrollata" o "Korpiklaaniata".

Il sound di “Eulogy…” non rappresenta un netto taglio col passato della band, ma un’evoluzione ed una maturazione di questo, c’è ancora tanto metal e tanto folk, ma c’è anche tantissimo prog, tanta ricercatezza di soluzioni strumentali e vocali meno canoniche che, se rendono sicuramente difficoltoso un primo approccio dell’ascoltatore al disco, sono destinate anche a rimanere impresse più a lungo e a rivelarsi più interessanti e gratificanti da ogni punto di vista.
“Eulogy…” è un concept fantasy che, raccontando la storia dell’incontro del protagonista Jeff con un fauno, viaggia a diverse velocità, dalle sfuriate black e death, a tempi molto più dilatati, contiene mood in continua rotazione anche all'interno dello stesso brano, diviene presto un poliedrico puzzle di suoni che incamera in se metal, prog, folk, jazz, con un continuo alternarsi di harsh e clean vocals, con quest’ultime le vere protagoniste, poiché oltre ad accaparrarsi buone melodie squisitamente metal, si rifanno molto anche alla tradizione del prog rock degli anni ’70, e spesso si organizzano in armonizzazioni particolari, che ci riportano alla mente i primi Genesis, ma anche i Queen di canzoni come “The Prophet’s Song”.

Come è successo fin dal demo d’esordio, altro protagonista d’eccezione è il banjo di Mattia Barbieri, anche lui molte volte rappresentate di trovate davvero particolari, ma anche di riff più allegrotti, dal sapore country, che non sono niente male.

In “Eulogy…” insomma, come avrete capito, ci potete trovare di tutto, al costo di un po’ di pazienza iniziale, tempo che vi servirà ad entrare in pieno contatto con il modo di intendere la musica dei Folk Metal Jacket. C’è da dire che non è certo tutto ostico quel che incontrerete nel disco, la spinta “A Dreadful Paint”, o le belle trovate melodiche di “Fireflies Serenade” e “Nepenthes Rajah” tendono a incastonarsi fin da subito nella mente. In seguito però, almeno a me è successo così, apprezzerete di gran lunga di più, i brani più intricati come “Zoè” o “Azathot’s Call”, o quelli più teatrali come “The Mist”.

Vi cito poi il finale strumentale, “Devlish Touch”, swing metal in pieno stile Diablo Swing Orchestra, che fa da epilogo anche a tutte le parti jazzate che son state introdotte in diversi altri brani del lotto.

Unica piccola pecca è la produzione che non sempre riesce a dare pieno risalto a quanto di buono è stato scritto dai FMJ, ma qui rientriamo sempre nelle possibilità economiche più o meno ristrette in cui purtroppo riversano molte giovani band.
Se amate il folk metal, ma anche un certo tipo di sperimentazione, fate vostro questo disco.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Ottobre, 2017
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I 4/6 dei Downcast Twilight sono inglesi, poi abbiamo il cantante russo Viktor Buznaev, e il greco Marios Koutsoukos, già nei Folkheart, e che nei Downcast ricopre “solo” il ruolo di co-fondatore della band (insieme al chitarrista Jan Tamb), e di scrittore dei testi, tutti generalmente ispirati alla storia delle civiltà classiche.

Pubblicato attraverso l’etichetta russa Stygian Crypt Production, “Under The Wings Of The Aquila” segna un debutto sufficientemente interessante per i nostri, i testi storici incentrati in particolare sull’antica Roma, si amalgamano bene con la musica di estrazione estrema, ma con diversi inserti folkeggianti al suo interno, dati sia dal violino di Shannon Lee Stott-Rigsbee, sia da alcuni suoni campionati (?), a dire il vero un po’ troppo sintetici o effettati, che non ci fanno apprezzare a pieno quelle che sono comunque delle belle melodie all'interno dei brani.
Il grosso però lo fa la ritmica, i riff di chitarra di chiara estrazione melodic death, ed il potente growling di Buznaev.
I Downcast Twilight non propongono chissà quale innovativo sound, la base di tutto e da ricercare del melodic death svedese, con quell'appiglio epico e vichingo che ha fatto la fortuna di gruppi come gli Amon Amarth, ma anche dei canadesi Ex Deo.

Ottima la scelta di valorizzare l’ultima song con una voce femminile, tale Hildr Valkyrie, un po’ meno quello di lasciare il microfono all'altra ospite del disco, Eva Oswald, che si prodiga con il suo screaming in “Death In Alexandria”, perdendo comunque la “sfida” con il cantante dei Downcast Twilight, le cui harsh vocals risultano molto più potenti e piene. Peccato, anche perché “Death In Alexandria” viene un po’ svilita dall'interpretazione della Oswald.
Per il resto i nostri viaggiano su due binari, uno più veloce e pesante, e qui fanno sempre incetta di qualità compositive, infatti pur nella loro semplicità, i pezzi risultano essere molto convincenti e coinvolgenti, basta sentire la battagliera “The Ironclad Legion” per esempio.
L’altro binario musicale vede soluzioni più melodiche ed epiche, in questo i nostri non sempre colpiscono in pieno, passiamo spesso da ottime soluzioni, come quella che ci regala l’opener o “Soldier Of Pompeii”, ad altri momenti un po’ troppo anonimi. Ma è ovvio che questo è solo l’inizio di un viaggio, alcune cose vanno ragionate meglio, e con il tempo i Downcast Twilight potrebbero rappresentare una valida nuova proposta musicale.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Ottobre, 2017
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Nati nel 2010 in California, ma solo perché in quel periodo, la bella e brava cantante Jelena Vujanovic ed il chitarrista Sinisa Pejovic, stavano finendo i propri studi in terra statunitense. In realtà i Void Inn sono serbi, ed infatti è nella loro terra madre che al momento si stanno facendo conoscere con il loro Ep: “I Can Hope”.
Non so esattamente perché dicano di ispirarsi tra gli altri, ai Megadeth, da cui per tecnica e attitudine sono lontani mille miglia, ma le altre band ispiratrici sono facilmente riconoscibili nella musica dei Void Inn, che unisce la pesantezza dei riff di gruppi come Down ed Alice In Chains, al sound oscuro di Danzig.

Diciamo che i Void Inn bazzicano tra un pesante hard e alternative rock, con qualche incursione nel metal più moderno.
“I Can Hope” ha una buonissima produzione, il suono è molto pompato ed i ragazzi sono bravi in quel che fanno, la voce di Jelena è molto rock oriented, buona estensione, grande espressività e timbro sporco quanto basta per amalgamarsi al meglio ai duri riff e le ritmiche martellanti del combo serbo.

I brani non sono male per chi ama questo tipo di musica, fatta eccezione per “Ain’t My Reality” che suona fin troppo leggerina, punkettosa e artificiosa, quasi facesse il verso ai Guano Apes.

Forse ancora un po’ troppo derivativi, se “Not Afraid Of Dying” gira intorno a riff Panterosi, la title-track sembra uscire direttamente da un disco degli Alice In Chains, già a partire dalle linee vocali e dalle armonizzazioni di queste, ma i Void Inn hanno appena iniziato ed hanno tutte le carte in regola per crescere, purché diventino autonomi rispetto le loro band di riferimento.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2017
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Ammetto che vedere il Canova ed il Botticelli in salsa horror, mi ha fatto lo stesso effetto ilare di un “Orgoglio Pregiudizio e Zombie”, oppure di quel film assurdo di cui non mi sovviene ora il titolo, dove ritrovavamo il presidente Lincoln nelle vesti di un ammazza vampiri. Ma la nuova collaborazione tra Cradle Of Filth e l’artista Arturs Berzins ha partorito questa trashata, noi ci passiamo sopra, e dedichiamo i nostri padiglioni auricolari alle tracce del dodicesimo album dei leggendari vampirotti inglesi.

Il concept incentrato sull'amore per il gotico e il soprannaturale dell’età vittoriana sembra calzare a pennello (e su questo non c’erano dubbi di sorta) a Dani Filth ed ai suoi, e ci ritroviamo quindi tra le mani, quello che forse possiamo definire come il miglior disco dei Cradle dai tempi di “Midian”, a conferma che la rinnovata vena artistica della band continua ad essere in gran forma.
Se infatti, dopo i due album della vergogna, i Cradle sono riusciti a crescere passo dopo passo da "Godspeed", fino all'esplosione compositiva del precedente “Hammer Of The Witches”, con “Cryptoriana” raggiungono apici compositivi che non si sentivano da tempo, minori solo al periodo d'oro del combo inglese.

Squadra vincente non si cambia, e questa volta la line-up e la crew dei Cradle Of Filth riesce a tenere duro. Ad oggi contiamo ben 2 anni di sodalizio, per dire, talvolta la tenacia... Il tutto si traduce con un album eterogeneo, molto ricco negli arrangiamenti, con sublimi riff e soli di chitarra, e con delle buone orchestrazioni sinfoniche, arrangiate e dirette dal batterista Marthus, che riempiono il giusto, senza prevaricare gli strumenti restanti.

Degli otto brani presenti (più due bonus track, che però non abbiamo sottomano per giudicare), non sembra esserci un passo falso dei nostri e, nonostante la band abbia riportato la durata media dei pezzi intorno ai 7 minuti e rotti, ben più quindi rispetto alle loro ultime uscite, non ho trovato un momento di stanca o forzatura di sorta.

A primeggiare sono le ritmiche più estreme, ma le aperture melodiche sono molteplici, così come le diverse contaminazioni di sottogeneri, si vira spesso verso il thrash, ma è l’heavy più classico a primeggiare, ed in questo notiamo l’amore mai celato dei Cradle per gli Iron Maiden che, in particolar modo nella title-track, tributano a dovere non solo tramite il classico utilizzo delle twin guitars, ma anche con la ritmica che passa dai lidi estremi alla classica cavalcata stile Steve Harris.

Quale miglior occasione inoltre per far pieno sfoggio di cori gotici e voci femminili? Tra queste, torna anche la guest Liv Kristine, a cui questa volta Dani riesce ad affidare un brano, in primo luogo decente, e con parti che finalmente danno giustizia alla sua voce.

E’ vero che i Cradle sono andati sul sicuro con “Cryptoriana”. Senza cercare sperimentazioni particolari o ruffianate di genere, rimanendo nella propria “comfort zone”, hanno sfornato un disco che, sebbene non aggiunga nulla di quanto già detto dalla band, ci propone sicuramente degli ottimi pezzi da goderci su disco e dal vivo, e questo e ciò che ci interessa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2017
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I “Due Sentieri” della title-track riassumono bene il contenuto del settimo disco in studio degli Ensiferum. Un disco dalle due anime, una legata indissolubilmente al loro sound più riconoscibile, l’altra intenta ad esplorare modi diversi di porsi musicalmente, ma non sempre riuscendo a centrare il risultato.

Del primo sentiero, quello che passa per i ritmi più sostenuti e battaglieri, con refrain corali, ed incitamenti da stadio, appartengono le buonissime hit, che possono essere considerate già dei classici del gruppo: l'anthem “For Those About To Fight For Metal”, “King Of Storms” e “Way Of The Warriors”, tutte e tre molto curate negli arrangiamenti orchestrali, nelle linee vocali e nei ricchi riff di chitarra.

Arriva poi la title-track, dalla struttura meno diretta e più articolata, il microfono viene affidato alla voce del chitarrista Markus Toivonen, che prenota a nome suo tutta la prima parte della canzone, per poi continuare ad alternarsi con il buon Lindroos. L'idea di inserire delle clean vocals non è certo male, e lo stesso brano gira bene, ma Toivonen mostra tutti i suoi limiti come cantante, la sua è una voce piuttosto debole, troppo sgraziata e un po’ troppo anonima, tanto che sembra quasi avulso dal contesto, e questo approccio depotenzia e svilisce un pezzo che, se fosse stato affidato solo alle ottime harsh vocals del buon Petri, avrebbe avuto tutto un altro effetto.

Stesso problema si ripropone con le folkettare “Don’t You Say” e “God Is Dead”, la prima vede protagonista il solo Toivonen, le chitarre elettriche sono messe un filo in secondo piano a favore della linea melodica affidata alla fisarmonica. Ancora una volta il brano non riesce ad essere coinvolgente, pur risultando musicalmente piacevole nella sua semplicità, ma il cantato così punkettoso, infastidisce parecchio.
Neanche gli Ensiferum stessi sembrano essere stati convinti in pieno di questa scelta, ed infatti corrono ai ripari, riproponendo a fine disco entrambi i brani, ma nella versione più canonica e vicina al loro trademark, con Petri a guidare il tutto e le chitarre riportate alla loro potenza usuale, con risultati completamente spostati a favore della band finlandese.

"Two Paths" lascia spazio anche a momenti più evocativi e solenni, e non parlo dell'inutile intro ed outro, piuttosto dell’ottima “Feast WIth Valkyries”, dove è l’ex fisarmonicista dei Turisas Netta Skog, che sostituisce la dimissionaria Emmi Silvennoine, a prestare la sua voce, per un pezzo che si gioca le proprie carte su un botta e risposta tra la voce della Skog ed un epico corale.
Purtroppo Lindroos ed i suoi, fallano sui ritmi rallentati della spenta “I Will Never Kneel”, ed anche l’ultima mini suite “Hail To The Victor” funziona a corrente alternata, dove la parte migliore è data da un ritornello riuscitissimo, ma che deve fare i conti con diversi momenti privi di mordente. Peccato per queste sviste, “Two Paths”, pur rimanendo un lavoro sufficientemente gradevole, con diverse frecce al proprio arco, lascia allo stesso tempo un po’ di amaro in bocca e, a conti fatti, finisce con l'essere il disco meno riuscito degli Ensiferum,

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2017
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A sentire i primi due singoli, “The World Is Yours” e “The Eagles…”, ho pensato che questa volta gli Arch Enemy avessero deciso di averne abbastanza del fondo del barile, e si fossero spinti ancora più in basso.
Ma non è così, per quanto “The World Is Yours” si apra ad una melodia che farebbe vergognare Miley Cyrus, per quanto “The Eagles…”, nonostante la sua sospetta somiglianza con la bella “The Downfall Of Eden” dei conterranei Eclipse, si dimentichi di assorbirne la vivacità, ed a noi rimanga solo una intro scopiazzata che regge un brano abbastanza asettico, “Will To Power” si presenta come il disco che gli Arch Enemy ci propinano da un quindicennio a questa parte, cioè un lavoro con qualche brano buono ed un sacco di sbandamenti e punti morti.

Insomma, se non siete diventati fan degli Arch Enemy solo perché Alissa è tra le cantanti più bonazze dell’emisfero metallico e non, nel sentire la nuova fatica della band, vi ritroverete a rimpiangere, come da programma, i fasti dei loro primi tre, (quasi) quattro dischi. E se siete anche degli appassionati dei testi, sappiate che rimpiangerete anche tutto il periodo di Angela Gossow, la vera penna combattente del gruppo, altro che i toni melensi e adolescenziali di “Will to power”.

Speravamo che l’innesto dell’ex Nevermore, Jeff Loomis, desse nuova linfa vitale all'ispirazione claudicante di Amott e dei suoi, invece niente, non c’è un brano scritto da, o insieme a, lui, e soprattutto non viene usato a dovere, ma tanto negli Arch Enemy si usano tutti da anni al di sotto delle loro capacità, quindi torneremo per l’ennesima volta a parlare di un mezzo disco.

Il peggio di “Will To Power” è già stato espresso dai due singoli, a cui aggiungo anche “Blood In The Water”, che stoicamente riprende la piattezza di “The Eagle…” e le sfiancanti melodie alla “The World Is Yours”, che danno più o meno fastidio come qualsiasi nota suonata da qualcuno dei Sonic Syndicate.

Per il resto abbiamo:

- “The Race”: l’unico brano davvero degno del marchio Arch Enemy, niente a che fare con una “The Immortal”, ma ci sappiamo accontentare;
- “Reason To Believe”: il pezzo che non ti aspetti. Nel senso che, quando hai sentito che sul nuovo lavoro di Michael Amott, ci sarebbe stata anche una power ballad con le clean vocals, ti si è accapponata la pelle. Invece poi scopri che Alissa riesce ad interpretare degnamente la drammaticità della canzone, che poteva diventare davvero la caporetto del disco, invece si presenta come un esperimento riuscito.
- “Dreams Of Retribution”, “My Shadow And I” e “A Fight I Must Win”: la prima con qualche inserto neoclassico, per probabile gentile concessione del buon Christopher Amott. Le altre due sono abbastanza oscure, martellanti ed epiche, tanto da farsi piacere anche dagli over 18.
- “Murder Scene” e “First Day In Hell”: sono i classici compitini a casa. Ok, a sentire “The World Is Yours” uno chiederebbe ad Amott di farne di più di compiti come “Murder” e “First Day…”. Fatto sta che alla fine sono pezzi si decenti, ma che ogni melodic death metal band che si rispetti potrebbe scrivere nel giro di poco tempo, probabilmente dopo qualche ascolto compiaciuto, finiranno ad impolverarsi in qualche angolo del nostro inconscio, e di loro non ne sapremo più niente.

Tutto qui! A voi decidere se possa essere abbastanza o è lecito pretendere qualcosa di più da un nome altisonante come quello della band svedese.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 2017
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Continua l’inspessimento del sound dei Paradise Lost che, neanche fossero costretti ad un eterno mea culpa per la loro virata radiofonica di una ventina di anni fa, continuano ad andare alla ricerca delle proprie radici più nere e sulfuree.
Vengono quindi meno gli arrangiamenti più ariosi e orchestrali, e ad essere in prima fila sono il growling, questa volta quasi totalitario, di Nick Holmes, i ritmi rallentati e le chitarre super compresse di Mackintosh e Aedy.
Il risultato è un album doom/death quasi puro, ma con un risultato qualitativo altalenante: ci sono ottime cose in “Medusa”, come l’opener “Fearless Sky”, la più lunga e “complessa” delle canzoni, che può contare su un inizio estremamente cadenzato, accompagnato dal growling un po' affaticato di Nick, a cui poi si inserirà la voce pulita a stemperare l’atmosfera.
Ci si muove sempre su lidi molto neri, e “Gods Of Ancient” diventa ancor più violenta e rocciosa. Ho apprezzato la ruffianeria di alcuni brani nati appositamente per essere intriganti come “Blood & Chaos” e “The Longest Winter”, non molto invece il minimalismo totale degli arrangiamenti, che unito a qualche idea non ben piazzata, purtroppo danno vita a momenti di stanca, o fin troppo sempliciotti per un nome storico come quello dei Paradise Lost.

Non c’è niente di insufficiente nel disco, ma talvolta si ha l’impressione che la band inglese voglia a tutti costi dimostrare di essere dura e pura, anche al costo di rischiare di finire in brani piuttosto anonimi, dove a strabiliare è solo il sound irruente e funereo che però si perdere facilmente tra tanti brani di tante band doom che esistono nel mondo. Le ottime “Fearless Sky” e “Until The Grave” non riescono purtroppo a far innalzare il voto generale sopra la sufficienza, per fortuna la bruttina “No Passage For The Dead” non lo abbassa al di sotto di questa, ma è chiaro che "Medusa" non riesce a seguire il passo dei suoi predecessori, e si presenta come il lavoro meno ammaliante della band inglese. Ovviamente non tengo conto della parentesi "Volemo da diventà i nuovi Depeche Mode", di fronte alla quale, questo disco potrebbe essere considerato anche un capolavoro.

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Brutalità ragionata ma potente! - Divination degli HELSLAVE
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