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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    18 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 2017
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Insieme al nuovo album “The Forest Seasons” (già recensito sulle pagine di Allaroundmetal.com), Jari Mäenpää ed i suoi Wintersun, hanno pensato di rilasciare anche un live album, tale “Live At Tuska Festival 2013”, di cui è disponibile però solo una versione in vinile o in formato digitale.

L’esibizione dei Wintersun al famoso festival finlandese risale al 2013, e vede 6 brani dei nostri più l’intro, presi ovviamente dai loro primi due album, che oramai risalgono a più di dieci, e a quasi dieci, anni fa.
Gran risalto è dato in particolare al primo e fin’ora unico capitolo, ma è stato promesso un sequel dalla band, di “Time”, di cui vengono eseguite le bombastiche “Sons Of Winter And Sun “, “Land Of Snow…”, e la title-track. Dal primo disco vengono invece estrapolate le cattive “Winter Madness” e “Beautiful Death”, per finire poi con l’ottima “Starchild”.
Insomma, non è che ci sia molto da scegliere anche oggi nella discografia dei Wintersun, visto che la band si limita a fare i suoi quattro o cinque “lungometraggi” a disco, ed ogni suo lavoro ha una gestazione che va dai 5 anni in su.
Quel che è vero, è che Jari, nei suoi tempi dilatati e nei suoi brani super articolati che vanno dal symphonic black al power prog, dà quasi sempre il meglio di se, ed in questo caso leviamo anche il “quasi”, visto che non c’è dubbio che i brani presentati al Tuska Festival, sono decisamente i più caratteristici e rappresentativi dei Wintersun, band che dimostra di saper tener botta anche dal vivo, come in studio.
Se la prestazione dei musicisti, e dello stesso eclettico vocalist, è sicuramente degna di nota, un po’ meno lo è la qualità del suono. I volumi sono sfasati, la voce di Jari che, per carità, applaudiamo per la sua bravura, è sempre in primissimo piano, e di fatto spesso sovrasta il resto degli strumenti, mentre tastiere e samples purtroppo risultano sempre distanti rispetto al resto della strumentazione.
Dopo tutte le menate di Jari riguardo ad avere uno studio supergalattico per portare al meglio la qualità del sound che necessitano i Wintersun, il primo live della band difetta proprio sulla qualità del suono. Forse valeva la pena aspettare un altro po’ e registrare un'esibizione più recente, lavorandola poi con più attenzione. Tanto noialtri ormai siamo abituati ad aspettare lustri interi per ogni nuova uscita del combo finlandese, non ce la saremmo sicuramente presa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    02 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Agosto, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Aspettando il secondo capitolo dell’eccelso “Time I” (forse gliela faranno prima dei miei ottant'anni), l’ex Ensiferum Jari Mäenpää, ritorna con i suoi Wintersun per parlarci di un tema che ha sempre a che fare, in qualche modo, con il tempo. “The Forest Seasons” è infatti un viaggio attraverso le quattro stagioni, a partire dal “risveglio” della primavera, fino ad arrivare alla “solitudine” dell’inverno. Quattro lunghe suite, una dedicata ad ogni stagione, per quasi un’ora di musica.

Come il precedente album, anche “The Forest Seasons” non è certo un lavoro di facile assimilazione, vista la lunghezza e la complessità dei brani, ma vale sicuramente la pena dedicargli tutto il “tempo” possibile, per carpirne le diverse sfaccettature.
Ogni pezzo qui ha un suo senso onomatopeico, e rappresenta in musica le sfumature di ogni stagione. Si inizia col quarto d’ora di “Awaken From The Dark Slumber”, la primavera. La foresta si risveglia, per circa sei minuti effettivamente sembra che la natura, dopo il grande sonno invernale, non sappia bene ancora camminare sulle proprie gambe, arranca, si dimena. Tutto questo viene rappresentato musicalmente, e da un punto di vista puramente intellettualistico, il modo un po’ troppo anonimo e monocorde dei primi minuti dell’album, se letto in tal senso, è formidabile proprio per questa sua immagine del “stordito risveglio”. Dal punto di vista più pratico, i primi sei minuti di “The Forest Seasons”, diciamolo apertamente, sono un filo piatti rispetto al resto del lavoro.
Poi le sinfonie crescono, arriva la melodia vincente, ed una cavalcata metallica ci accompagna in modo deciso verso l’estate. “The Forest That Weeps” è calda, roboante, ed è il pezzo centrale del disco, dove tutto è dosato alla perfezione, dall’inizio alla fine, tra l’ottimo screaming di Jari e la sua graffiante voce pulita, fino ai cori maestosi che fanno da contrappunto al mastermind dei Wintersun. Musica barocca, duetti chitarristici e inserti folk rendono la seconda traccia, la migliore delle quattro.

Ma l’estate finlandese è quella che è, affascinante e “breve”, la potenza epica e relativamente "allegra" di “The Forest That Weeps” lascia presto spazio ai venti autunnali ed ai suoi temporali. Il sole è tramontato, ad attenderci c’è una lunga e gelida notte. “Eternal Darkness” riporta il sound verso lidi molto estremi, che se non fosse per le orchestrazioni e le venature prog, sarebbe un puro brano black metal. Quasi tutto il pezzo è caratterizzato da sinistre armonie ed un blast beat costante. L’idea che dà è proprio quella di una lunga bufera che si è abbattuta sulla foresta e che la porta fino al quarto atto del brano: la morte.

Ed a questo punto cominciano a scendere i primi fiocchi di neve ed arriva "Lonliness", tutto si riaddormenta e tace, tranne la voce di Jari, che si strugge su una triste e bellissima melodia, quasi una ballata con qualche accento più rabbioso qui e li, che ci porta al lungo silenzio della fine del disco.
Interessante è che anche il primo brano inizia con un lungo silenzio da cui fanno lentamente capolino le prime note di “Awaken…”, come a caratterizzare che il tempo, le stagioni, la vita stessa, sono un eterno ciclo che ricomincia sempre.

Insomma, poco da recriminare ai Wintersun che ci hanno regalato ancora una volta, dopo “soli” cinque anni da “Time I”, un altro ottimo lavoro, da top ten del 2017. Voi, se avete la caparpietà di portare pazienza e non siete allergici ai brani molto lunghi, fate vostro questo cd, anche perchè i Wintersun son capaci di non portarvi a noia così facilmente, ma anzi, di intrigarvi sempre di più con la loro epicità.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Luglio, 2017
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Alla fine si è compiuto. E’ il gesto che quasi tutti aspettavamo, ma anche quello di cui quasi tutti noi un po’ temevamo la riuscita. Dopotutto i capitoli successivi di album epocali, spesso sono un buco nell’acqua.
Ma non è questo il caso, e già con “Orkan”, ed ancora di più con “Naturbal”, il buon Andreas Hedlund, ci stava suggerendo che quel suono d’avanguardia e le complesse sperimentazioni sonore che i Vintersorg adottarono qualche anno dopo i primi due emblematici album, avevano, almeno per il momento, fatto il proprio corso.

A 20 anni dal primo capitolo, l’eclettico polistrumentista svedese, si è sentito pronto per tornare alle proprie radici, e riprendere la strada verso il grande nord, “verso le (sue) montagne”.

L’esperienza degli anni non è certo stata messa da parte, in questo secondo capitolo di “Till Fjälls” sentiamo tutta l’eleganza e la maestria negli arrangiamenti, che solo anni di studio e duro lavoro possono regalare. Ma quel spirito sonoro di vent’anni fa riaffiora in quasi ogni nota. Il black metal si fonde quindi con il folk e il pagan più epico e orchestrale, con le preziose divagazioni progressive, più presenti oggi che nel ’98, ma che si uniscono in modo ottimale al resto degli ingredienti del disco.

I brani sono come al solito complessi ed hanno bisogno sicuramente di più di un ascolto per essere assimilati a pieno, ma certo è, che questa volta, almeno coloro che hanno sopratutto amato i primissimi anni di questa creatura sonora, è davvero una goduria star li ad ascoltare questo doppio cd, ancora ed ancora.

Abbiamo quindi due cd, quello principale contiene brani composti per l’occasione, dove si passa soventi tra sfuriate di metal estremo a pezzi acustici, da screaming, a cori a più voci. Il secondo cd contiene 4 brani, inediti e scritti ai tempi del primo “Till Fjalls”, ovviamente tutti e quattro rivisti e arrangiati nel migliore dei modi, anche se ovviamente si sente qualche elementarità nella composizione.

"Till Fjälls: Del II" è sicuramente una delle migliori uscite dell’anno. Voi godetevi l’afa e le zanzare, io torno verso il grande nord insieme a Vintersorg.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    29 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 2017
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La super-band svedese Ye Banished Privateers, che arriva a contare addirittura una crew di trenta elementi, debutta con la Napalm Records con questo “First Night Back In Port”, che in realtà è il terzo disco della folk band ispirata al mondo dei pirati.
Ma attenzione! Perchè ho scritto Folk, non Folk-rock, non Folk-metal. Quindi se vi aspettate una sorta di Running Wild o Alestorm in versione scandinava siete fuori strada.

“First Night Back In Port” è un album totalmente acustico, ricco di ogni sorta di strumentazione della tradizione popolare, è un album ispirato al folk irlandese, a quello scandinavo ed ovviamente ai canti dei pirati. Abbiamo cori da pub, delicate voci femminili, e espressive voci maschili, che teatralmente ripropongono quel canto e parlato sgraziato, che solo corde ustionate dal troppo rum possono generare.
I quindici brani proposti vi riporteranno indietro di almeno trecento anni, che rivivono grazie anche ai molti inserti ambient messi a dovere per farvi quasi toccare con mano quel lontano mondo nel tempo e nello spazio. Se ascoltate l’album ad occhi chiusi, vi sembrerà di star li insieme a questa ciurma di balordi, tra rum, birra e belle donne. Sentirete l'odore della salsedine nell'aria, mentre con la mente navigherete per i mari, ed approderete nei porti delle isole ad ubriacarvi e far baldoria, come nel migliore immaginario piratesco.
Ovviamente è un disco dedicato ai cultori del folk più puro, qui non c’è spazio per ritmiche martellanti, per anthem da stadio, per sinfonie in stile “Pirati Dei Caraibi” (Però in “A Declaration Of Indipendence” i nostri ripropongono l’indimenticabile melodia ripresa da “L’ultimo dei Mohicani” scritta da Trevor Jones).
Quindi siete avvisati, potete salpare insieme agli Ye Banished Privateers solo se avete confidenza con le danze irlandesi e se vi intrica l’idea di ascoltare una divertente musica di altri tempi. Solo in questo caso potete iniziare il vostro viaggio a ritroso, ascoltando gli aneddoti sulla vita di “Annabel” o il canto d'amore di "Mermaid's Kiss" cantati nelle ottime e delicate song dedicate, oppure unirvi al canto della ciurma in “Skippy Aye Yo” e “I Dream Of You”, o ancora ballare sulle note della frizzante title-track.
Ottima produzione, bell’idea, “First Night Back In Port”, pur utilizzando un tema ormai abusato da molti, come quello dei pirati, lo porta ad un altro e diverso livello, forse elitario e non adatto a tutti i metallari, anche perché di metal qui non c’è niente, ma c’è tanta, tanta buona musica. Perdetevi quindi tra clavicembali, bouzouki, flauti, violini, fisarmoniche, e le mille voci femminili e maschili che suoneranno e canteranno per voi.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Giugno, 2017
Top 10 opinionisti  -  

E’ di nuovo Jan Yrlund (storico chitarrista degli Ancient Rites e ottimo artista) a curare l’artwork dei tedeschi Stormhammer, proprio come per il precedente disco “Echoes Of A Lost Paradise”. Pur pieno di luoghi comuni (draghi e quant’altro), non possiamo negare che l’artwork attiri parecchio, proprio come succedeva per i ghiacci del “Paradiso Perduto” degli Stormhammer di un paio di anni fa. E qui possiamo finire di incensare questo disco.

Purtroppo la band teutonica non riesce proprio a far breccia nel mio cuore. Questo suo misto tra power teutonico e americano con cadenze thrashy, è di nuovo tremendamente privo di mordente. E se per fortuna non ci sono refrain che potrebbero essere scritti da un gruppo punk rock californiano come succedeva con “Bloody Tears”, ci sono molte tracce piatte ed anonime, che quando non sono esplicitamente tediose, passano inosservate. Anche la produzione non è il massimo, il sound in alcuni punti è molto ovattato, per non parlare del fatto che la guest singer Natalie Periera Dos Santos, che potrebbe dare un tocco diverso al brano “Heritage”, viene praticamente fagocitata dal volume più alto degli altri strumenti e dello stesso Jurgen Dachl, che ne relegano l'ugola ad un brusio in fondo al brano.

Da salvare c’è poco, una discreta “Northman” dall’appiglio epico, una “The Law” che però sa tanto di già sentito, e le bordate più extreme con tanto di growling di “Soul Temptation”. Il resto è semplicemente inutile, come sono inutili ed irritanti l’intro e l’interludio ambient, molto confusionari e poco caratteristici. Un altro colpo a vuoto, e a questo punto non ricordo neanche più quand’è stata l’ultima volta che ho ascoltato qualcosa di decente da questa band.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    20 Giugno, 2017
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“Blood & Shadow” è un disco uscito nell’estate del 2016. Per una serie di sfortunati eventi, dovuta in gran parte alla più totale mancanza di organizzazione e ordine da parte del sottoscritto, mi ritrovo a recensire il secondo full-lenght dei Winterhymn, giusto giusto per celebrarne il primo anniversario, meglio tardi che mai! Dopotutto, per chi non avesse ancora ascoltato qualche brano del combo statunitense, questa potrebbe essere una bell’occasione per conoscerli, giusto?

I Winterhymn sono originari dell’Ohio, ma il loro modo di suonare e di agghindarsi è originario della Scandinavia, e della tradizione metal vichinga di stampo europeo.
E' vero che di base, il loro sound pesca a pieno dal power-thrash metal più malinconico in stile Iced Earth, ma è sopratutto il folk e l'extreme metal norreno ad emergere maggiormente, Amon Amarth in testa, anche se non mancano sfuriate black, almeno nei ritmi e nel riffing. La parte più folk e sinfonica è invece guidata dalle tastiere e dal violino delle due ragazze della band statunitense: Exura ed Umbriel.
Le vocals si dividono tra clean, ed anche in questo caso mi sento di citarvi i primi Iced Earth, anche per timbrica e interpretazione, e potenti parti in growling.

Il mood di “Blood & Shadow” è oscuro e malinconico, anche se, sempre e comunque parliamo di un’epicità rabbiosa, e di brani molto battaglieri. Non siamo di fronte ad un prodotto particolarmente originale, tranne il fatto che in terra statunitense in pochi adottano questo approccio musicale così "European oriented", ma di certo il disco è ben fatto e pieno di ottimi spunti, grazie ai quali perdoniamo la band anche di aver ripreso “Scarborugh Fair” alla maniera di Simon & Garfunkel, ed averla unita a qualsiasi ballata dei Blind Guardian che vi venga in mente.

Tra i brani migliori direi che possiamo citare l’accattivante opener, “Dream Of Might”, così come la più strutturata e irosa “Silenced By The Northen Winds”, in cambio di qualche pezzo un po’ sottotono come può essere la noiosetta “The Summoning”.

Per gli amanti delle sonorità nordiche più malinconiche, che amano violino e sinfonie, ma non rinnegano per questo i potenti riff di chitarra ed i muscolosi eccessi del metal più estremo, “Blood & Shadow” è sicuramente un buon dischetto per rinfrescare l’afa estiva.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 01 Giugno, 2017
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A due anni dal buon "To The North", la storica cantante dei The 3rd And The Mortal, torna con "Chasing Rivers", singolo apripista del suo settimo album da solista, che uscirà il 15 settembre con il titolo: "Silence Is The Only Sound".

Il sound non si discosta di molto da quello già ascoltato nel precedente "To The North", il brano proposto rievoca le ambientazioni nordiche, intimiste e malinconiche, sostenute dalla dolce voce di Kari Rueslatten. Ma come già detto per il precedente album, Kari si sposta continuamente tra brani più pop oriented a quelli più folk o sperimentali. Purtroppo "Chasing Rivers" rievoca la parte più radiofonica della cantante norvegese, parliamo sempre di un pop d'autore, ma che non convince più di tanto. Il refrain, in particolare, risulta un po' troppo ovvio e buttato li. Supponiamo o speriamo che nel disco ci siano cose molto più interessanti da ascoltare, per ora rimaniamo un po' all'erta, "Chasing Rivers" è uno di quei brani che ti rimane in testa nel modo sbagliato, quasi a darti fastidio, per la sua scontatezza e perchè da un'autrice come Kari ci aspettiamo molto di più.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    28 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Mag, 2017
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Il capitano Chris Bowes ritorna al timone della sua nave per la quinta volta, ed insieme alla sua ciurma (negli anni, più volte rimaneggiata), ci invita a seguire nuovamente le sue scorribande per i sette mari.

Ora, non penso che ci sia davvero qualcuno di voi che si stia domandando: "Ma chissà questa volta in quali lidi musicali sono andati a parare gli Alestorm?"
Ed infatti non è cambiato assolutamente niente nel loro sound, il loro folk-power metal a tema piratesco e sano e saldo in ogni anfratto del disco. Gli Alestorm hanno ben definito il loro stile, da cui difficilmente riusciranno ad uscirne, almeno che non si inventino un capolavoro musicale, ma la vedo dura, e al momento penso che non sia neanche nei pensieri più inconsci del fondatore della band, cimentarsi con una prova del genere.
Ormai l’elemento sorpresa del debutto è venuto meno, e sappiamo bene cosa aspettarci dal combo scozzese. Per quel che ci riguarda quindi la speranza principale è che tutto funzioni per bene.

Possiamo dirlo, il nostro simpatico Guybrush Threepwood dell’heavy metal sa ancora toccare le giuste corde, e seppur abbiamo una “Alestorm” in cui la band si autoplagia il ritornello di “Drink!”, seppur abbiamo alcuni momenti della pur ottima “Tresaure Island” che ricordano fin troppo “The Last Stand” dei Sabaton, il disco funziona. Funziona nonostante la bruttina e punkettosa “Fucked With An Anchor”, la cui goliardia strappa un sorriso al primo ascolto, ma a cui difficilmente si riesce a concedere una seconda chance. Funziona nonostante sia chiaro che ormai Bowes ed i suoi scrivano i brani col pilota automatico.

Il punto è che le "Alestorm Songs", riescono ancora a tenersi impavidamente in equilibrio sulla pericolosa linea sottile che c'è tra: l'essere talmente immediate da farsi canticchiare fin dal primo ascolto, rimanendo abbastanza interessanti da farsi riascoltare con gioia altre decine di volte, e essere talmente immediate dal risultare ridondanti nel giro di tre minuti.
In questo senso, la nave è ancora a galla e pronta a salpare. Come al solito abbiamo tracce più da taverna, altre più tirate, ed altre più epiche e cinematiche, e tra queste, l’ottima “To The End Of The World”, rappresenta l'apice compositivo dell'annata 2017 della band.
Ormai anche le harsh vocals del tastierista Elliot Vernon sono diventate un punto fermo delle composizioni del gruppo, e sono inserite bene nel contesto.
Più che i singoli già pubblicati, io vi citerei la bella "Man The Pumps" o la veloce "Rage Of The Pentahook", ma in generale "No Grave But The Sea" è un album riuscito quasi in tutta la sua interezza, è compatto, ed ha un minutaggio più limato del solito, anche in quegli episodi sinfonici in cui i nostri si facevano un po' trasportare verso durate più consistenti, e che adesso sono riusciti a ridefinire.

Il giocattolone di Bowes quindi fa il suo dovere, e noi possiamo continuare a ritenerci soddisfatti, persino quando i nostri ci vogliono rifilare un'edizione con doppio cd, dove le tracce bonus non sono altro che gli stessi brani del disco ricantati dal fittizio abbaiare di un cane.
Ma a noi gli Alestorm piacciono anche per queste stramberie o, come si suol dire: "esplicite prese per il c..o!".

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Opinione inserita da Gianni Izzo    16 Mag, 2017
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Scoperti qualche anno fa da Gene Simmons dei Kiss, i canadesi Kobra And The Lotus sono arrivati oggi alla loro quarta release. Il suo titolo è “Prevail I” ed è la prima parte di un concept a cui a breve farà seguito il secondo capitolo.
La band, fondata dalla bella e bravissima singer Kobra Paige, si è presentata come un combo heavy metal, che univa il sound thrashoso e drammatico degli Iced Earth ad un heavy ottantiano,particolarmente goderecci sono sempre stati i duetti dei chitarristi, che hanno caratterizzato i lavori precedenti.
Diciamo che a livello compositivo non abbiamo mai gridato al miracolo, ma non c’è dubbio che la band, guardatevi qualche esibizione dal vivo, sia dotata di un alto carisma da parte di tutti i componenti e di una tecnica più che discreta, che vede nella singer, la sua espressione più alta di bravura. La Paige è dotata di un range e di una potenza vocale unica nel suo genere, e che mette sotto molti dei colleghi maschili, per bellezza timbrica e naturalezza nel raggiungere anche note molto alte.

Arrivando a “Prevail I” invece dobbiamo necessariamente tirar le orecchie al gruppo. I Kobra decidono di adattarsi ad un sound più morbido, con molte incursioni nell’heavy rock più moderno e radiofonico, che snatura la loro stessa essenza. Un pezzo come “You Don’t Know” per dire, sta ad un passo dal poter essere una hit degli Evanescence, con la sola differenza che dietro al microfono c’è una bravissima cantante e non Amy Lee.
I brevi stacchi sinfonici fanno il loro lavoro, e l’opener “Gotham” non è neanche tanto male, ma dobbiamo aspettare a lungo prima di sentire un po’ di quell’epica freschezza dei precedenti lavori. Gli arrangiamenti sono semplicistici, e l’unica cosa che rimane dei Kobra, è un certo mood darkeggiante che pervade l’intero disco.

I chitarristi tornano a farsi notare solamente nell’ottimo strumentale “Check The Phyrg” dove danno sfoggio della loro bravura, mentre le uniche note davvero entusiasmanti ce le regalano la title-track e la bella “Hell On Earth”.
I Kobra And The Lotus si sono troppo adagiati su una produzione davvero stratosferica, la bellezza dei suoni non è in dubbio, ma hanno anche scelto soluzioni musicale un po' troppo per teenagers. Vedremo con il secondo “Prevail” se questo è stato solo un capitolo uscito male, o una chiara decisione stilistica.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Mag, 2017
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I finlandesi Lost In Grey debuttano con il concept “The Grey Realms”, portando il loro tributo al symphonic metal, prendendo appunti dai conterranei Nightwish, così come dai Leaves’ Eyes ed affini, ma mettendoci anche del proprio. Le loro sinfonie si fanno teatrali, drammatiche, ed è sempre presente un mood darkeggiante e gotico che si affaccia nei diversi brani. L’armamentario dei Lost In Grey è formato da maestose parti orchestrali e cori lirici, che accompagnano i tre cantanti della band: il mastermind, songwriter e tastierista Harri Koskela, bravissimo nell’interpretare le parti più decadenti e baritonali della proposta dei Lost In Grey, un po’ meno quando usa il growling, troppo debole e ingolfato. Poi abbiamo Ann Lill e Emily Leone (quest’ultima anche alle prese con il violino) che cantano il grosso delle vocals, sia da soprane che in versione moderna.
Non manca nella musica dei Lost In Grey anche un’essenziale componente etnica, che si rifà alla tradizione celtica. L’album ha un inizio strepitoso, “Waltz Of Lilian” in particolare è un’ottima opener che riassume al meglio tutte le caratteristiche della musica dei finlandesi descritte fin'ora.
Più classiche e vicine ai già citati Nightwish e Leaves’ Eyes, le belle “Road To Styx”, “Dark Skies” e “Revelation”.
Pian piano che si prosegue nell’ascolto i brani divengono più complessi, e si ha bisogno di più ascolti per assimilarli per bene, ma viaggiamo ancora su buoni lidi con pezzi come "New Horizon". Poi ci si scontra però con la title-track, una lunga suite, forse troppo lunga,, nella quale i nostri danno il meglio ed il peggio di se, li dove il peggio lo si deve attribuire ad un’eccessiva dilatazione del minutaggio con troppi punti morti e poco interessanti. Schegge negative che si ripetono anche nell’ultima “Silence Falls” e in “The Order”, entrambe troppo canoniche e senza una reale presa sull'ascoltatore.
Qualche passo falso quindi, ma che non intacca più di tanto quello che a tutti gli effetti rimane un valido debutto.

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