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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Ottobre, 2017
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Nati nel 2010 in California, ma solo perché in quel periodo, la bella e brava cantante Jelena Vujanovic ed il chitarrista Sinisa Pejovic, stavano finendo i propri studi in terra statunitense. In realtà i Void Inn sono serbi, ed infatti è nella loro terra madre che al momento si stanno facendo conoscere con il loro Ep: “I Can Hope”.
Non so esattamente perché dicano di ispirarsi tra gli altri, ai Megadeth, da cui per tecnica e attitudine sono lontani mille miglia, ma le altre band ispiratrici sono facilmente riconoscibili nella musica dei Void Inn, che unisce la pesantezza dei riff di gruppi come Down ed Alice In Chains, al sound oscuro di Danzig.

Diciamo che i Void Inn bazzicano tra un pesante hard e alternative rock, con qualche incursione nel metal più moderno.
“I Can Hope” ha una buonissima produzione, il suono è molto pompato ed i ragazzi sono bravi in quel che fanno, la voce di Jelena è molto rock oriented, buona estensione, grande espressività e timbro sporco quanto basta per amalgamarsi al meglio ai duri riff e le ritmiche martellanti del combo serbo.

I brani non sono male per chi ama questo tipo di musica, fatta eccezione per “Ain’t My Reality” che suona fin troppo leggerina, punkettosa e artificiosa, quasi facesse il verso ai Guano Apes.

Forse ancora un po’ troppo derivativi, se “Not Afraid Of Dying” gira intorno a riff Panterosi, la title-track sembra uscire direttamente da un disco degli Alice In Chains, già a partire dalle linee vocali e dalle armonizzazioni di queste, ma i Void Inn hanno appena iniziato ed hanno tutte le carte in regola per crescere, purché diventino autonomi rispetto le loro band di riferimento.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Ottobre, 2017
Ultimo aggiornamento: 01 Ottobre, 2017
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Ammetto che vedere il Canova ed il Botticelli in salsa horror, mi ha fatto lo stesso effetto ilare di un “Orgoglio Pregiudizio e Zombie”, oppure di quel film assurdo di cui non mi sovviene ora il titolo, dove ritrovavamo il presidente Lincoln nelle vesti di un ammazza vampiri. Ma la nuova collaborazione tra Cradle Of Filth e l’artista Arturs Berzins ha partorito questa trashata, noi ci passiamo sopra, e dedichiamo i nostri padiglioni auricolari alle tracce del dodicesimo album dei leggendari vampirotti inglesi.

Il concept incentrato sull'amore per il gotico e il soprannaturale dell’età vittoriana sembra calzare a pennello (e su questo non c’erano dubbi di sorta) a Dani Filth ed ai suoi, e ci ritroviamo quindi tra le mani, quello che forse possiamo definire come il miglior disco dei Cradle dai tempi di “Midian”, a conferma che la rinnovata vena artistica della band continua ad essere in gran forma.
Se infatti, dopo i due album della vergogna, i Cradle sono riusciti a crescere passo dopo passo da "Godspeed", fino all'esplosione compositiva del precedente “Hammer Of The Witches”, con “Cryptoriana” raggiungono apici compositivi che non si sentivano da tempo, minori solo al periodo d'oro del combo inglese.

Squadra vincente non si cambia, e questa volta la line-up e la crew dei Cradle Of Filth riesce a tenere duro. Ad oggi contiamo ben 2 anni di sodalizio, per dire, talvolta la tenacia... Il tutto si traduce con un album eterogeneo, molto ricco negli arrangiamenti, con sublimi riff e soli di chitarra, e con delle buone orchestrazioni sinfoniche, arrangiate e dirette dal batterista Marthus, che riempiono il giusto, senza prevaricare gli strumenti restanti.

Degli otto brani presenti (più due bonus track, che però non abbiamo sottomano per giudicare), non sembra esserci un passo falso dei nostri e, nonostante la band abbia riportato la durata media dei pezzi intorno ai 7 minuti e rotti, ben più quindi rispetto alle loro ultime uscite, non ho trovato un momento di stanca o forzatura di sorta.

A primeggiare sono le ritmiche più estreme, ma le aperture melodiche sono molteplici, così come le diverse contaminazioni di sottogeneri, si vira spesso verso il thrash, ma è l’heavy più classico a primeggiare, ed in questo notiamo l’amore mai celato dei Cradle per gli Iron Maiden che, in particolar modo nella title-track, tributano a dovere non solo tramite il classico utilizzo delle twin guitars, ma anche con la ritmica che passa dai lidi estremi alla classica cavalcata stile Steve Harris.

Quale miglior occasione inoltre per far pieno sfoggio di cori gotici e voci femminili? Tra queste, torna anche la guest Liv Kristine, a cui questa volta Dani riesce ad affidare un brano, in primo luogo decente, e con parti che finalmente danno giustizia alla sua voce.

E’ vero che i Cradle sono andati sul sicuro con “Cryptoriana”. Senza cercare sperimentazioni particolari o ruffianate di genere, rimanendo nella propria “comfort zone”, hanno sfornato un disco che, sebbene non aggiunga nulla di quanto già detto dalla band, ci propone sicuramente degli ottimi pezzi da goderci su disco e dal vivo, e questo e ciò che ci interessa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Settembre, 2017
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I “Due Sentieri” della title-track riassumono bene il contenuto del settimo disco in studio degli Ensiferum. Un disco dalle due anime, una legata indissolubilmente al loro sound più riconoscibile, l’altra intenta ad esplorare modi diversi di porsi musicalmente, ma non sempre riuscendo a centrare il risultato.

Del primo sentiero, quello che passa per i ritmi più sostenuti e battaglieri, con refrain corali, ed incitamenti da stadio, appartengono le buonissime hit, che possono essere considerate già dei classici del gruppo: l'anthem “For Those About To Fight For Metal”, “King Of Storms” e “Way Of The Warriors”, tutte e tre molto curate negli arrangiamenti orchestrali, nelle linee vocali e nei ricchi riff di chitarra.

Arriva poi la title-track, dalla struttura meno diretta e più articolata, il microfono viene affidato alla voce del chitarrista Markus Toivonen, che prenota a nome suo tutta la prima parte della canzone, per poi continuare ad alternarsi con il buon Lindroos. L'idea di inserire delle clean vocals non è certo male, e lo stesso brano gira bene, ma Toivonen mostra tutti i suoi limiti come cantante, la sua è una voce piuttosto debole, troppo sgraziata e un po’ troppo anonima, tanto che sembra quasi avulso dal contesto, e questo approccio depotenzia e svilisce un pezzo che, se fosse stato affidato solo alle ottime harsh vocals del buon Petri, avrebbe avuto tutto un altro effetto.

Stesso problema si ripropone con le folkettare “Don’t You Say” e “God Is Dead”, la prima vede protagonista il solo Toivonen, le chitarre elettriche sono messe un filo in secondo piano a favore della linea melodica affidata alla fisarmonica. Ancora una volta il brano non riesce ad essere coinvolgente, pur risultando musicalmente piacevole nella sua semplicità, ma il cantato così punkettoso, infastidisce parecchio.
Neanche gli Ensiferum stessi sembrano essere stati convinti in pieno di questa scelta, ed infatti corrono ai ripari, riproponendo a fine disco entrambi i brani, ma nella versione più canonica e vicina al loro trademark, con Petri a guidare il tutto e le chitarre riportate alla loro potenza usuale, con risultati completamente spostati a favore della band finlandese.

"Two Paths" lascia spazio anche a momenti più evocativi e solenni, e non parlo dell'inutile intro ed outro, piuttosto dell’ottima “Feast WIth Valkyries”, dove è l’ex fisarmonicista dei Turisas Netta Skog, che sostituisce la dimissionaria Emmi Silvennoine, a prestare la sua voce, per un pezzo che si gioca le proprie carte su un botta e risposta tra la voce della Skog ed un epico corale.
Purtroppo Lindroos ed i suoi, fallano sui ritmi rallentati della spenta “I Will Never Kneel”, ed anche l’ultima mini suite “Hail To The Victor” funziona a corrente alternata, dove la parte migliore è data da un ritornello riuscitissimo, ma che deve fare i conti con diversi momenti privi di mordente. Peccato per queste sviste, “Two Paths”, pur rimanendo un lavoro sufficientemente gradevole, con diverse frecce al proprio arco, lascia allo stesso tempo un po’ di amaro in bocca e, a conti fatti, finisce con l'essere il disco meno riuscito degli Ensiferum,

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 22 Settembre, 2017
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A sentire i primi due singoli, “The World Is Yours” e “The Eagles…”, ho pensato che questa volta gli Arch Enemy avessero deciso di averne abbastanza del fondo del barile, e si fossero spinti ancora più in basso.
Ma non è così, per quanto “The World Is Yours” si apra ad una melodia che farebbe vergognare Miley Cyrus, per quanto “The Eagles…”, nonostante la sua sospetta somiglianza con la bella “The Downfall Of Eden” dei conterranei Eclipse, si dimentichi di assorbirne la vivacità, ed a noi rimanga solo una intro scopiazzata che regge un brano abbastanza asettico, “Will To Power” si presenta come il disco che gli Arch Enemy ci propinano da un quindicennio a questa parte, cioè un lavoro con qualche brano buono ed un sacco di sbandamenti e punti morti.

Insomma, se non siete diventati fan degli Arch Enemy solo perché Alissa è tra le cantanti più bonazze dell’emisfero metallico e non, nel sentire la nuova fatica della band, vi ritroverete a rimpiangere, come da programma, i fasti dei loro primi tre, (quasi) quattro dischi. E se siete anche degli appassionati dei testi, sappiate che rimpiangerete anche tutto il periodo di Angela Gossow, la vera penna combattente del gruppo, altro che i toni melensi e adolescenziali di “Will to power”.

Speravamo che l’innesto dell’ex Nevermore, Jeff Loomis, desse nuova linfa vitale all'ispirazione claudicante di Amott e dei suoi, invece niente, non c’è un brano scritto da, o insieme a, lui, e soprattutto non viene usato a dovere, ma tanto negli Arch Enemy si usano tutti da anni al di sotto delle loro capacità, quindi torneremo per l’ennesima volta a parlare di un mezzo disco.

Il peggio di “Will To Power” è già stato espresso dai due singoli, a cui aggiungo anche “Blood In The Water”, che stoicamente riprende la piattezza di “The Eagle…” e le sfiancanti melodie alla “The World Is Yours”, che danno più o meno fastidio come qualsiasi nota suonata da qualcuno dei Sonic Syndicate.

Per il resto abbiamo:

- “The Race”: l’unico brano davvero degno del marchio Arch Enemy, niente a che fare con una “The Immortal”, ma ci sappiamo accontentare;
- “Reason To Believe”: il pezzo che non ti aspetti. Nel senso che, quando hai sentito che sul nuovo lavoro di Michael Amott, ci sarebbe stata anche una power ballad con le clean vocals, ti si è accapponata la pelle. Invece poi scopri che Alissa riesce ad interpretare degnamente la drammaticità della canzone, che poteva diventare davvero la caporetto del disco, invece si presenta come un esperimento riuscito.
- “Dreams Of Retribution”, “My Shadow And I” e “A Fight I Must Win”: la prima con qualche inserto neoclassico, per probabile gentile concessione del buon Christopher Amott. Le altre due sono abbastanza oscure, martellanti ed epiche, tanto da farsi piacere anche dagli over 18.
- “Murder Scene” e “First Day In Hell”: sono i classici compitini a casa. Ok, a sentire “The World Is Yours” uno chiederebbe ad Amott di farne di più di compiti come “Murder” e “First Day…”. Fatto sta che alla fine sono pezzi si decenti, ma che ogni melodic death metal band che si rispetti potrebbe scrivere nel giro di poco tempo, probabilmente dopo qualche ascolto compiaciuto, finiranno ad impolverarsi in qualche angolo del nostro inconscio, e di loro non ne sapremo più niente.

Tutto qui! A voi decidere se possa essere abbastanza o è lecito pretendere qualcosa di più da un nome altisonante come quello della band svedese.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Settembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 10 Settembre, 2017
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Continua l’inspessimento del sound dei Paradise Lost che, neanche fossero costretti ad un eterno mea culpa per la loro virata radiofonica di una ventina di anni fa, continuano ad andare alla ricerca delle proprie radici più nere e sulfuree.
Vengono quindi meno gli arrangiamenti più ariosi e orchestrali, e ad essere in prima fila sono il growling, questa volta quasi totalitario, di Nick Holmes, i ritmi rallentati e le chitarre super compresse di Mackintosh e Aedy.
Il risultato è un album doom/death quasi puro, ma con un risultato qualitativo altalenante: ci sono ottime cose in “Medusa”, come l’opener “Fearless Sky”, la più lunga e “complessa” delle canzoni, che può contare su un inizio estremamente cadenzato, accompagnato dal growling un po' affaticato di Nick, a cui poi si inserirà la voce pulita a stemperare l’atmosfera.
Ci si muove sempre su lidi molto neri, e “Gods Of Ancient” diventa ancor più violenta e rocciosa. Ho apprezzato la ruffianeria di alcuni brani nati appositamente per essere intriganti come “Blood & Chaos” e “The Longest Winter”, non molto invece il minimalismo totale degli arrangiamenti, che unito a qualche idea non ben piazzata, purtroppo danno vita a momenti di stanca, o fin troppo sempliciotti per un nome storico come quello dei Paradise Lost.

Non c’è niente di insufficiente nel disco, ma talvolta si ha l’impressione che la band inglese voglia a tutti costi dimostrare di essere dura e pura, anche al costo di rischiare di finire in brani piuttosto anonimi, dove a strabiliare è solo il sound irruente e funereo che però si perdere facilmente tra tanti brani di tante band doom che esistono nel mondo. Le ottime “Fearless Sky” e “Until The Grave” non riescono purtroppo a far innalzare il voto generale sopra la sufficienza, per fortuna la bruttina “No Passage For The Dead” non lo abbassa al di sotto di questa, ma è chiaro che "Medusa" non riesce a seguire il passo dei suoi predecessori, e si presenta come il lavoro meno ammaliante della band inglese. Ovviamente non tengo conto della parentesi "Volemo da diventà i nuovi Depeche Mode", di fronte alla quale, questo disco potrebbe essere considerato anche un capolavoro.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Agosto, 2017
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I Lör bazzicano la scena musicale americana già dal 2009, ma solo ora sono giunti al loro full-lenght di debutto, completamente autoprodotto, intitolato “In Forgotten Sleep”.

Sebbene provenienti da Philadelphia, la metal band statunitense ha sonorità molto europee, il loro è un folk-prog metal pieno di azzeccate idee. Idee che permettono ai brani, molte volte abbastanza lunghi, di non assopire l’ascoltatore, ma anzi, di renderlo sempre partecipe ai repentini cambi di ritmo e di mood che si susseguono tra le 10 tracce e, spesso, all’interno di ogni traccia.
C’è molta carne al fuoco nel disco, se è vero che di base possano essere considerati una power prog metal band con influenze folk, è anche vero che in “In Forgotten Sleep” la band va a toccare tanto l’heavy più classico, quanto il prog metal, passando per il power ed il symphonic metal, fino ad arrivare a ritmiche e screaming da extreme metal band. E su tutto questo, i musicisti statunitensi ci mettono anche sonorità non esattamente facenti parte del metal, ma che vanno a toccare il prog rock dei gloriosi anni ’70.

Se la neoclassica “Dark Cloud” potrebbe ricordare i primi Sonata Arctica, brani come “Requiem”, l’ottima “Visions Of Awakening” e l’arabeggiante “Song For The Lost” virano decisamente verso un metal molto più articolato e ricercato, tra continui cambi di tempo e di fronte, prendete i bellissimi momenti acustici di “Visions…” che si vanno ad opporre alla ritmica martellante e schizzata del brano ad esempio.

Talvolta i nostri esagerano, e proprio come opener ti rifilano un brano di più di 10 minuti, ma che si basa su una melodia dalle linee folkeggianti, molto ordinaria e già sentita da decine di band, solo che loro te la propongono con un centinaio di cambi di tempo. Ma parliamo di momenti, episodi che non inficiano più di tanto la bontà dell’album nella sua interezza.

Ciò che invece è davvero fastidioso, è la quintalata di riverbero data alla voce, da far invidia a tutti i papi che si sono affacciati nell’ultimo secolo in Piazza San Pietro. Non so se sia una scelta di stile (spero di no) o a qualcuno sia scappata la mano sull’effettistica, ma è sicuro che soprattutto durante i pezzi più tirati, quest’esagerazione rende tutto molto caotico.
Se solo qualche fonico di buon cuore rimediasse a questa falla, “In Forgotten Sleep” potrebbe arrivare ad essere considerato davvero un ottimo prodotto, il songwriting e la tecnica aprono grandi prospettive per il futuro della band.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    18 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 18 Agosto, 2017
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Insieme al nuovo album “The Forest Seasons” (già recensito sulle pagine di Allaroundmetal.com), Jari Mäenpää ed i suoi Wintersun, hanno pensato di rilasciare anche un live album, tale “Live At Tuska Festival 2013”, di cui è disponibile però solo una versione in vinile o in formato digitale.

L’esibizione dei Wintersun al famoso festival finlandese risale al 2013, e vede 6 brani dei nostri più l’intro, presi ovviamente dai loro primi due album, che oramai risalgono a più di dieci, e a quasi dieci, anni fa.
Gran risalto è dato in particolare al primo e fin’ora unico capitolo, ma è stato promesso un sequel dalla band, di “Time”, di cui vengono eseguite le bombastiche “Sons Of Winter And Sun “, “Land Of Snow…”, e la title-track. Dal primo disco vengono invece estrapolate le cattive “Winter Madness” e “Beautiful Death”, per finire poi con l’ottima “Starchild”.
Insomma, non è che ci sia molto da scegliere anche oggi nella discografia dei Wintersun, visto che la band si limita a fare i suoi quattro o cinque “lungometraggi” a disco, ed ogni suo lavoro ha una gestazione che va dai 5 anni in su.
Quel che è vero, è che Jari, nei suoi tempi dilatati e nei suoi brani super articolati che vanno dal symphonic black al power prog, dà quasi sempre il meglio di se, ed in questo caso leviamo anche il “quasi”, visto che non c’è dubbio che i brani presentati al Tuska Festival, sono decisamente i più caratteristici e rappresentativi dei Wintersun, band che dimostra di saper tener botta anche dal vivo, come in studio.
Se la prestazione dei musicisti, e dello stesso eclettico vocalist, è sicuramente degna di nota, un po’ meno lo è la qualità del suono. I volumi sono sfasati, la voce di Jari che, per carità, applaudiamo per la sua bravura, è sempre in primissimo piano, e di fatto spesso sovrasta il resto degli strumenti, mentre tastiere e samples purtroppo risultano sempre distanti rispetto al resto della strumentazione.
Dopo tutte le menate di Jari riguardo ad avere uno studio supergalattico per portare al meglio la qualità del sound che necessitano i Wintersun, il primo live della band difetta proprio sulla qualità del suono. Forse valeva la pena aspettare un altro po’ e registrare un'esibizione più recente, lavorandola poi con più attenzione. Tanto noialtri ormai siamo abituati ad aspettare lustri interi per ogni nuova uscita del combo finlandese, non ce la saremmo sicuramente presa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    02 Agosto, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Agosto, 2017
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Aspettando il secondo capitolo dell’eccelso “Time I” (forse gliela faranno prima dei miei ottant'anni), l’ex Ensiferum Jari Mäenpää, ritorna con i suoi Wintersun per parlarci di un tema che ha sempre a che fare, in qualche modo, con il tempo. “The Forest Seasons” è infatti un viaggio attraverso le quattro stagioni, a partire dal “risveglio” della primavera, fino ad arrivare alla “solitudine” dell’inverno. Quattro lunghe suite, una dedicata ad ogni stagione, per quasi un’ora di musica.

Come il precedente album, anche “The Forest Seasons” non è certo un lavoro di facile assimilazione, vista la lunghezza e la complessità dei brani, ma vale sicuramente la pena dedicargli tutto il “tempo” possibile, per carpirne le diverse sfaccettature.
Ogni pezzo qui ha un suo senso onomatopeico, e rappresenta in musica le sfumature di ogni stagione. Si inizia col quarto d’ora di “Awaken From The Dark Slumber”, la primavera. La foresta si risveglia, per circa sei minuti effettivamente sembra che la natura, dopo il grande sonno invernale, non sappia bene ancora camminare sulle proprie gambe, arranca, si dimena. Tutto questo viene rappresentato musicalmente, e da un punto di vista puramente intellettualistico, il modo un po’ troppo anonimo e monocorde dei primi minuti dell’album, se letto in tal senso, è formidabile proprio per questa sua immagine del “stordito risveglio”. Dal punto di vista più pratico, i primi sei minuti di “The Forest Seasons”, diciamolo apertamente, sono un filo piatti rispetto al resto del lavoro.
Poi le sinfonie crescono, arriva la melodia vincente, ed una cavalcata metallica ci accompagna in modo deciso verso l’estate. “The Forest That Weeps” è calda, roboante, ed è il pezzo centrale del disco, dove tutto è dosato alla perfezione, dall’inizio alla fine, tra l’ottimo screaming di Jari e la sua graffiante voce pulita, fino ai cori maestosi che fanno da contrappunto al mastermind dei Wintersun. Musica barocca, duetti chitarristici e inserti folk rendono la seconda traccia, la migliore delle quattro.

Ma l’estate finlandese è quella che è, affascinante e “breve”, la potenza epica e relativamente "allegra" di “The Forest That Weeps” lascia presto spazio ai venti autunnali ed ai suoi temporali. Il sole è tramontato, ad attenderci c’è una lunga e gelida notte. “Eternal Darkness” riporta il sound verso lidi molto estremi, che se non fosse per le orchestrazioni e le venature prog, sarebbe un puro brano black metal. Quasi tutto il pezzo è caratterizzato da sinistre armonie ed un blast beat costante. L’idea che dà è proprio quella di una lunga bufera che si è abbattuta sulla foresta e che la porta fino al quarto atto del brano: la morte.

Ed a questo punto cominciano a scendere i primi fiocchi di neve ed arriva "Lonliness", tutto si riaddormenta e tace, tranne la voce di Jari, che si strugge su una triste e bellissima melodia, quasi una ballata con qualche accento più rabbioso qui e li, che ci porta al lungo silenzio della fine del disco.
Interessante è che anche il primo brano inizia con un lungo silenzio da cui fanno lentamente capolino le prime note di “Awaken…”, come a caratterizzare che il tempo, le stagioni, la vita stessa, sono un eterno ciclo che ricomincia sempre.

Insomma, poco da recriminare ai Wintersun che ci hanno regalato ancora una volta, dopo “soli” cinque anni da “Time I”, un altro ottimo lavoro, da top ten del 2017. Voi, se avete la caparpietà di portare pazienza e non siete allergici ai brani molto lunghi, fate vostro questo cd, anche perchè i Wintersun son capaci di non portarvi a noia così facilmente, ma anzi, di intrigarvi sempre di più con la loro epicità.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Luglio, 2017
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Alla fine si è compiuto. E’ il gesto che quasi tutti aspettavamo, ma anche quello di cui quasi tutti noi un po’ temevamo la riuscita. Dopotutto i capitoli successivi di album epocali, spesso sono un buco nell’acqua.
Ma non è questo il caso, e già con “Orkan”, ed ancora di più con “Naturbal”, il buon Andreas Hedlund, ci stava suggerendo che quel suono d’avanguardia e le complesse sperimentazioni sonore che i Vintersorg adottarono qualche anno dopo i primi due emblematici album, avevano, almeno per il momento, fatto il proprio corso.

A 20 anni dal primo capitolo, l’eclettico polistrumentista svedese, si è sentito pronto per tornare alle proprie radici, e riprendere la strada verso il grande nord, “verso le (sue) montagne”.

L’esperienza degli anni non è certo stata messa da parte, in questo secondo capitolo di “Till Fjälls” sentiamo tutta l’eleganza e la maestria negli arrangiamenti, che solo anni di studio e duro lavoro possono regalare. Ma quel spirito sonoro di vent’anni fa riaffiora in quasi ogni nota. Il black metal si fonde quindi con il folk e il pagan più epico e orchestrale, con le preziose divagazioni progressive, più presenti oggi che nel ’98, ma che si uniscono in modo ottimale al resto degli ingredienti del disco.

I brani sono come al solito complessi ed hanno bisogno sicuramente di più di un ascolto per essere assimilati a pieno, ma certo è, che questa volta, almeno coloro che hanno sopratutto amato i primissimi anni di questa creatura sonora, è davvero una goduria star li ad ascoltare questo doppio cd, ancora ed ancora.

Abbiamo quindi due cd, quello principale contiene brani composti per l’occasione, dove si passa soventi tra sfuriate di metal estremo a pezzi acustici, da screaming, a cori a più voci. Il secondo cd contiene 4 brani, inediti e scritti ai tempi del primo “Till Fjalls”, ovviamente tutti e quattro rivisti e arrangiati nel migliore dei modi, anche se ovviamente si sente qualche elementarità nella composizione.

"Till Fjälls: Del II" è sicuramente una delle migliori uscite dell’anno. Voi godetevi l’afa e le zanzare, io torno verso il grande nord insieme a Vintersorg.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    29 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Giugno, 2017
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La super-band svedese Ye Banished Privateers, che arriva a contare addirittura una crew di trenta elementi, debutta con la Napalm Records con questo “First Night Back In Port”, che in realtà è il terzo disco della folk band ispirata al mondo dei pirati.
Ma attenzione! Perchè ho scritto Folk, non Folk-rock, non Folk-metal. Quindi se vi aspettate una sorta di Running Wild o Alestorm in versione scandinava siete fuori strada.

“First Night Back In Port” è un album totalmente acustico, ricco di ogni sorta di strumentazione della tradizione popolare, è un album ispirato al folk irlandese, a quello scandinavo ed ovviamente ai canti dei pirati. Abbiamo cori da pub, delicate voci femminili, e espressive voci maschili, che teatralmente ripropongono quel canto e parlato sgraziato, che solo corde ustionate dal troppo rum possono generare.
I quindici brani proposti vi riporteranno indietro di almeno trecento anni, che rivivono grazie anche ai molti inserti ambient messi a dovere per farvi quasi toccare con mano quel lontano mondo nel tempo e nello spazio. Se ascoltate l’album ad occhi chiusi, vi sembrerà di star li insieme a questa ciurma di balordi, tra rum, birra e belle donne. Sentirete l'odore della salsedine nell'aria, mentre con la mente navigherete per i mari, ed approderete nei porti delle isole ad ubriacarvi e far baldoria, come nel migliore immaginario piratesco.
Ovviamente è un disco dedicato ai cultori del folk più puro, qui non c’è spazio per ritmiche martellanti, per anthem da stadio, per sinfonie in stile “Pirati Dei Caraibi” (Però in “A Declaration Of Indipendence” i nostri ripropongono l’indimenticabile melodia ripresa da “L’ultimo dei Mohicani” scritta da Trevor Jones).
Quindi siete avvisati, potete salpare insieme agli Ye Banished Privateers solo se avete confidenza con le danze irlandesi e se vi intrica l’idea di ascoltare una divertente musica di altri tempi. Solo in questo caso potete iniziare il vostro viaggio a ritroso, ascoltando gli aneddoti sulla vita di “Annabel” o il canto d'amore di "Mermaid's Kiss" cantati nelle ottime e delicate song dedicate, oppure unirvi al canto della ciurma in “Skippy Aye Yo” e “I Dream Of You”, o ancora ballare sulle note della frizzante title-track.
Ottima produzione, bell’idea, “First Night Back In Port”, pur utilizzando un tema ormai abusato da molti, come quello dei pirati, lo porta ad un altro e diverso livello, forse elitario e non adatto a tutti i metallari, anche perché di metal qui non c’è niente, ma c’è tanta, tanta buona musica. Perdetevi quindi tra clavicembali, bouzouki, flauti, violini, fisarmoniche, e le mille voci femminili e maschili che suoneranno e canteranno per voi.

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Demo per la One Man Band romena Vorus: in formato cassetta!
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