A+ A A-

Opinione scritta da Gianni Izzo

194 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 20 »
 
releases
 
voto 
 
2.0
Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Giugno, 2017
Top 10 opinionisti  -  

E’ di nuovo Jan Yrlund (storico chitarrista degli Ancient Rites e ottimo artista) a curare l’artwork dei tedeschi Stormhammer, proprio come per il precedente disco “Echoes Of A Lost Paradise”. Pur pieno di luoghi comuni (draghi e quant’altro), non possiamo negare che l’artwork attiri parecchio, proprio come succedeva per i ghiacci del “Paradiso Perduto” degli Stormhammer di un paio di anni fa. E qui possiamo finire di incensare questo disco.

Purtroppo la band teutonica non riesce proprio a far breccia nel mio cuore. Questo suo misto tra power teutonico e americano con cadenze thrashy, è di nuovo tremendamente privo di mordente. E se per fortuna non ci sono refrain che potrebbero essere scritti da un gruppo punk rock californiano come succedeva con “Bloody Tears”, ci sono molte tracce piatte ed anonime, che quando non sono esplicitamente tediose, passano inosservate. Anche la produzione non è il massimo, il sound in alcuni punti è molto ovattato, per non parlare del fatto che la guest singer Natalie Periera Dos Santos, che potrebbe dare un tocco diverso al brano “Heritage”, viene praticamente fagocitata dal volume più alto degli altri strumenti e dello stesso Jurgen Dachl, che ne relegano l'ugola ad un brusio in fondo al brano.

Da salvare c’è poco, una discreta “Northman” dall’appiglio epico, una “The Law” che però sa tanto di già sentito, e le bordate più extreme con tanto di growling di “Soul Temptation”. Il resto è semplicemente inutile, come sono inutili ed irritanti l’intro e l’interludio ambient, molto confusionari e poco caratteristici. Un altro colpo a vuoto, e a questo punto non ricordo neanche più quand’è stata l’ultima volta che ho ascoltato qualcosa di decente da questa band.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    20 Giugno, 2017
Top 10 opinionisti  -  

“Blood & Shadow” è un disco uscito nell’estate del 2016. Per una serie di sfortunati eventi, dovuta in gran parte alla più totale mancanza di organizzazione e ordine da parte del sottoscritto, mi ritrovo a recensire il secondo full-lenght dei Winterhymn, giusto giusto per celebrarne il primo anniversario, meglio tardi che mai! Dopotutto, per chi non avesse ancora ascoltato qualche brano del combo statunitense, questa potrebbe essere una bell’occasione per conoscerli, giusto?

I Winterhymn sono originari dell’Ohio, ma il loro modo di suonare e di agghindarsi è originario della Scandinavia, e della tradizione metal vichinga di stampo europeo.
E' vero che di base, il loro sound pesca a pieno dal power-thrash metal più malinconico in stile Iced Earth, ma è sopratutto il folk e l'extreme metal norreno ad emergere maggiormente, Amon Amarth in testa, anche se non mancano sfuriate black, almeno nei ritmi e nel riffing. La parte più folk e sinfonica è invece guidata dalle tastiere e dal violino delle due ragazze della band statunitense: Exura ed Umbriel.
Le vocals si dividono tra clean, ed anche in questo caso mi sento di citarvi i primi Iced Earth, anche per timbrica e interpretazione, e potenti parti in growling.

Il mood di “Blood & Shadow” è oscuro e malinconico, anche se, sempre e comunque parliamo di un’epicità rabbiosa, e di brani molto battaglieri. Non siamo di fronte ad un prodotto particolarmente originale, tranne il fatto che in terra statunitense in pochi adottano questo approccio musicale così "European oriented", ma di certo il disco è ben fatto e pieno di ottimi spunti, grazie ai quali perdoniamo la band anche di aver ripreso “Scarborugh Fair” alla maniera di Simon & Garfunkel, ed averla unita a qualsiasi ballata dei Blind Guardian che vi venga in mente.

Tra i brani migliori direi che possiamo citare l’accattivante opener, “Dream Of Might”, così come la più strutturata e irosa “Silenced By The Northen Winds”, in cambio di qualche pezzo un po’ sottotono come può essere la noiosetta “The Summoning”.

Per gli amanti delle sonorità nordiche più malinconiche, che amano violino e sinfonie, ma non rinnegano per questo i potenti riff di chitarra ed i muscolosi eccessi del metal più estremo, “Blood & Shadow” è sicuramente un buon dischetto per rinfrescare l’afa estiva.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Giugno, 2017
Ultimo aggiornamento: 01 Giugno, 2017
Top 10 opinionisti  -  

A due anni dal buon "To The North", la storica cantante dei The 3rd And The Mortal, torna con "Chasing Rivers", singolo apripista del suo settimo album da solista, che uscirà il 15 settembre con il titolo: "Silence Is The Only Sound".

Il sound non si discosta di molto da quello già ascoltato nel precedente "To The North", il brano proposto rievoca le ambientazioni nordiche, intimiste e malinconiche, sostenute dalla dolce voce di Kari Rueslatten. Ma come già detto per il precedente album, Kari si sposta continuamente tra brani più pop oriented a quelli più folk o sperimentali. Purtroppo "Chasing Rivers" rievoca la parte più radiofonica della cantante norvegese, parliamo sempre di un pop d'autore, ma che non convince più di tanto. Il refrain, in particolare, risulta un po' troppo ovvio e buttato li. Supponiamo o speriamo che nel disco ci siano cose molto più interessanti da ascoltare, per ora rimaniamo un po' all'erta, "Chasing Rivers" è uno di quei brani che ti rimane in testa nel modo sbagliato, quasi a darti fastidio, per la sua scontatezza e perchè da un'autrice come Kari ci aspettiamo molto di più.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    28 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 29 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Il capitano Chris Bowes ritorna al timone della sua nave per la quinta volta, ed insieme alla sua ciurma (negli anni, più volte rimaneggiata), ci invita a seguire nuovamente le sue scorribande per i sette mari.

Ora, non penso che ci sia davvero qualcuno di voi che si stia domandando: "Ma chissà questa volta in quali lidi musicali sono andati a parare gli Alestorm?"
Ed infatti non è cambiato assolutamente niente nel loro sound, il loro folk-power metal a tema piratesco e sano e saldo in ogni anfratto del disco. Gli Alestorm hanno ben definito il loro stile, da cui difficilmente riusciranno ad uscirne, almeno che non si inventino un capolavoro musicale, ma la vedo dura, e al momento penso che non sia neanche nei pensieri più inconsci del fondatore della band, cimentarsi con una prova del genere.
Ormai l’elemento sorpresa del debutto è venuto meno, e sappiamo bene cosa aspettarci dal combo scozzese. Per quel che ci riguarda quindi la speranza principale è che tutto funzioni per bene.

Possiamo dirlo, il nostro simpatico Guybrush Threepwood dell’heavy metal sa ancora toccare le giuste corde, e seppur abbiamo una “Alestorm” in cui la band si autoplagia il ritornello di “Drink!”, seppur abbiamo alcuni momenti della pur ottima “Tresaure Island” che ricordano fin troppo “The Last Stand” dei Sabaton, il disco funziona. Funziona nonostante la bruttina e punkettosa “Fucked With An Anchor”, la cui goliardia strappa un sorriso al primo ascolto, ma a cui difficilmente si riesce a concedere una seconda chance. Funziona nonostante sia chiaro che ormai Bowes ed i suoi scrivano i brani col pilota automatico.

Il punto è che le "Alestorm Songs", riescono ancora a tenersi impavidamente in equilibrio sulla pericolosa linea sottile che c'è tra: l'essere talmente immediate da farsi canticchiare fin dal primo ascolto, rimanendo abbastanza interessanti da farsi riascoltare con gioia altre decine di volte, e essere talmente immediate dal risultare ridondanti nel giro di tre minuti.
In questo senso, la nave è ancora a galla e pronta a salpare. Come al solito abbiamo tracce più da taverna, altre più tirate, ed altre più epiche e cinematiche, e tra queste, l’ottima “To The End Of The World”, rappresenta l'apice compositivo dell'annata 2017 della band.
Ormai anche le harsh vocals del tastierista Elliot Vernon sono diventate un punto fermo delle composizioni del gruppo, e sono inserite bene nel contesto.
Più che i singoli già pubblicati, io vi citerei la bella "Man The Pumps" o la veloce "Rage Of The Pentahook", ma in generale "No Grave But The Sea" è un album riuscito quasi in tutta la sua interezza, è compatto, ed ha un minutaggio più limato del solito, anche in quegli episodi sinfonici in cui i nostri si facevano un po' trasportare verso durate più consistenti, e che adesso sono riusciti a ridefinire.

Il giocattolone di Bowes quindi fa il suo dovere, e noi possiamo continuare a ritenerci soddisfatti, persino quando i nostri ci vogliono rifilare un'edizione con doppio cd, dove le tracce bonus non sono altro che gli stessi brani del disco ricantati dal fittizio abbaiare di un cane.
Ma a noi gli Alestorm piacciono anche per queste stramberie o, come si suol dire: "esplicite prese per il c..o!".

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
2.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    16 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Scoperti qualche anno fa da Gene Simmons dei Kiss, i canadesi Kobra And The Lotus sono arrivati oggi alla loro quarta release. Il suo titolo è “Prevail I” ed è la prima parte di un concept a cui a breve farà seguito il secondo capitolo.
La band, fondata dalla bella e bravissima singer Kobra Paige, si è presentata come un combo heavy metal, che univa il sound thrashoso e drammatico degli Iced Earth ad un heavy ottantiano,particolarmente goderecci sono sempre stati i duetti dei chitarristi, che hanno caratterizzato i lavori precedenti.
Diciamo che a livello compositivo non abbiamo mai gridato al miracolo, ma non c’è dubbio che la band, guardatevi qualche esibizione dal vivo, sia dotata di un alto carisma da parte di tutti i componenti e di una tecnica più che discreta, che vede nella singer, la sua espressione più alta di bravura. La Paige è dotata di un range e di una potenza vocale unica nel suo genere, e che mette sotto molti dei colleghi maschili, per bellezza timbrica e naturalezza nel raggiungere anche note molto alte.

Arrivando a “Prevail I” invece dobbiamo necessariamente tirar le orecchie al gruppo. I Kobra decidono di adattarsi ad un sound più morbido, con molte incursioni nell’heavy rock più moderno e radiofonico, che snatura la loro stessa essenza. Un pezzo come “You Don’t Know” per dire, sta ad un passo dal poter essere una hit degli Evanescence, con la sola differenza che dietro al microfono c’è una bravissima cantante e non Amy Lee.
I brevi stacchi sinfonici fanno il loro lavoro, e l’opener “Gotham” non è neanche tanto male, ma dobbiamo aspettare a lungo prima di sentire un po’ di quell’epica freschezza dei precedenti lavori. Gli arrangiamenti sono semplicistici, e l’unica cosa che rimane dei Kobra, è un certo mood darkeggiante che pervade l’intero disco.

I chitarristi tornano a farsi notare solamente nell’ottimo strumentale “Check The Phyrg” dove danno sfoggio della loro bravura, mentre le uniche note davvero entusiasmanti ce le regalano la title-track e la bella “Hell On Earth”.
I Kobra And The Lotus si sono troppo adagiati su una produzione davvero stratosferica, la bellezza dei suoni non è in dubbio, ma hanno anche scelto soluzioni musicale un po' troppo per teenagers. Vedremo con il secondo “Prevail” se questo è stato solo un capitolo uscito male, o una chiara decisione stilistica.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -  

I finlandesi Lost In Grey debuttano con il concept “The Grey Realms”, portando il loro tributo al symphonic metal, prendendo appunti dai conterranei Nightwish, così come dai Leaves’ Eyes ed affini, ma mettendoci anche del proprio. Le loro sinfonie si fanno teatrali, drammatiche, ed è sempre presente un mood darkeggiante e gotico che si affaccia nei diversi brani. L’armamentario dei Lost In Grey è formato da maestose parti orchestrali e cori lirici, che accompagnano i tre cantanti della band: il mastermind, songwriter e tastierista Harri Koskela, bravissimo nell’interpretare le parti più decadenti e baritonali della proposta dei Lost In Grey, un po’ meno quando usa il growling, troppo debole e ingolfato. Poi abbiamo Ann Lill e Emily Leone (quest’ultima anche alle prese con il violino) che cantano il grosso delle vocals, sia da soprane che in versione moderna.
Non manca nella musica dei Lost In Grey anche un’essenziale componente etnica, che si rifà alla tradizione celtica. L’album ha un inizio strepitoso, “Waltz Of Lilian” in particolare è un’ottima opener che riassume al meglio tutte le caratteristiche della musica dei finlandesi descritte fin'ora.
Più classiche e vicine ai già citati Nightwish e Leaves’ Eyes, le belle “Road To Styx”, “Dark Skies” e “Revelation”.
Pian piano che si prosegue nell’ascolto i brani divengono più complessi, e si ha bisogno di più ascolti per assimilarli per bene, ma viaggiamo ancora su buoni lidi con pezzi come "New Horizon". Poi ci si scontra però con la title-track, una lunga suite, forse troppo lunga,, nella quale i nostri danno il meglio ed il peggio di se, li dove il peggio lo si deve attribuire ad un’eccessiva dilatazione del minutaggio con troppi punti morti e poco interessanti. Schegge negative che si ripetono anche nell’ultima “Silence Falls” e in “The Order”, entrambe troppo canoniche e senza una reale presa sull'ascoltatore.
Qualche passo falso quindi, ma che non intacca più di tanto quello che a tutti gli effetti rimane un valido debutto.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Mag, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Mag, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Un full-length ed un Ep alle spalle, gli Hypocras tornano in studio per registrare “Implosive”, secondo Ep della band elvetica, musicisti dediti all'extreme folk-metal influenzato in particolar modo dai ben più noti conterranei Eluveitie.
Ma gli Hypocras non hanno una strumentazione folkloristica suadente come quella degli Eluveitie, hanno un solo flauto, che nella sua semplicità, dà quel suo tocco folkeggiante ai brani, che invece si assestano su un serrato melodic death dai chiari riferimenti viking di scuola nordica.

La band però dimostra di saper virare anche verso lidi un po’ più modernisti, attingendo a certo hardcore vicino al sound degli Heaven Shall Burn. Insomma il prodotto non è male, i primi due brani scivolano via che è un piacere: potenti, veloci, graffianti, melodici ed ancestrali quanto basta.
Poi abbiamo una cover di tali Djizoes, altra band svizzera dedita però ad un alternative metal dai chiari rimandi americani. Ma i nostri fanno della canzone degli Djizoes un’altra buona folk-metal track, e non è male la trasformazione quasi radicale dall’originale.

A finire una traccia goliardica, il remix di “At The Edge”, in una versione che unisce il folk-metal all’industrial ed alla tecno-dance teutonica anni ’80 (lo so, fa rabbrividire, ma è così), o come ci scrivono gli Hypocras, siamo di fronte ad un: "Fucked up ibiza viking remix"
Insomma, un brano da prendere per quel che è, tra mille sinth e suoni elettronici. Una cosa che può far uscire degli eritemi non indifferenti ai metalheads più duri e puri, ma che in realtà rimane un simpatico divertissement.
Alla fin fine abbiamo un prodotto sufficiente, difficile andare oltre, anche perché ci sono solo due canzoni inedite su quattro, però il dischetto vale un ascolto, aspettando il prossimo full-lenght.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Gianni Izzo    19 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Dietro il moniker “Far Beyond” si cela un unico nome, quello del polistrumentista tedesco Eugen Dodenhoeft, che ha esordito con questo one-man project nel 2005, anno di uscita del buonissimo “An Angel’s Requiem”.
Dal symphonic black degli esordi, siamo passati per un Ep del 2009 intitolato “Songs Of Hope And Sorrow”, nel quale il musicista si era già allontanato dal sound più estremo del precedente lavoro, per affinare melodia, nonché certi toni gotici, sia musicali che interpretativi.
Ma dobbiamo aspettare il 2016 per ascoltare finalmente il secondo full-lenght dei Far Beyond, intitolato “A Frozen Flame Of Ice”, un album che vede 6 brani per oltre 50 minuti di musica.

Il primo nome che mi viene in mente ascoltando i Far Beyond del 2016, sono i Wintersun, e quindi ve li cito, tanto per darvi un'idea estetica di ciò che vi aspetta nel disco. A dirla tutta le similitudini si fermano alla cornice, non tanto per gravi demeriti dei Far Beyond (che qualche colpa la hanno pure), ma per un surplus di classe, difficilmente raggiungibile da parte dei Wintersun, gli unici che ti posso sbattere in faccia un brano di un quarto d'ora, senza per forza spingerti tra le braccia di Morfeo.

“A Frozen Flame Of Ice” quindi fa dell’epicità, della sinfonia e di certa malinconia tipica del sound nordico, i propri cavalli di battaglia.
Abbiamo sempre il botta e risposta tra il growling e le clean vocals, che sovente si trasformano in cori pomposi, ma sempre, e per fortuna (pena sarebbe stata la deriva nell’odioso melodeath moderno), con più di un occhio di riguardo verso certi toni darkeggianti.

Purtroppo, per quanto “A Frozen…” possa presentarsi con arrangiamenti più elaborati e fini, rispetto ad un "An Angel's Requiem", presenta due difetti non indifferenti: il primo è la lunghezza eccessiva dei pezzi, una lunghezza non sempre naturale né utile, seppur piena di belle trovate, ma intervallate da momenti di stanca difficilmente sopportabili; la seconda è una produzione fin troppo patinata, tanto da evidenziare una certa fastidiosa plasticosità nel sound, che va a snaturare anche la parte più estrema della musica dei Far Beyond.

Quello di “A Frozen…” è un lungo viaggio, all’inizio molto entusiasmante (“Evernight” con i suoi suoni pirotecnici ci ammalia), ma che a poco a poco perde mordente, con qualche highlight come la cattiva “Unrelenting Force”, ed un ritorno di fiamma, la seconda parte di “Evernight”.
Seppur conscio del lavoro certosino che c’è dietro il disco e della passione con cui è stato concepito, devo essere sincero, arrivare alla fine è stata una faticaccia non indifferente, infatti ci ho messo mesi a scrivere la recensione! Dietro ai tanti arabeschi, i Far Beyond tendono a ripetersi troppo, non riuscendo sempre a far quadrare il cerchio. Sufficiente dopotutto, ma quel disco di esordio di Dodenhoeft aveva una grinta primordiale, che qui sembra essersi un po’ persa, sommersa da minutaggi ostinatamente infiniti e mille sovraincisioni.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

I Rome In Monochrome nascono nel 2013 come solo-project di Gianluca Lucarini, già chitarrista e mastermind dei grinders Degenerhate. L’idea era quella di creare un altro campo di espressione musicale, che andasse a stuzzicare le corde emozionali, in una modalità diversa rispetto a quella espressa con i rabbiosi ritmi schiacciasassi dei Degenerhate.
Ed infatti i capitolini Rome In Monochrome inondano di struggenti melodie le proprie canzoni, riallacciandosi al modo di intendere la musica di gruppi come Anathema, Katatonia, o i nostrani Novembre, fino a scomodare i tanti maestri della darkwave.
Il solo-project di Lucarini diventa presto una band vera e propria, con l’entrata, dapprima del vocalist Valerio Granieri, seguita degli altri componenti: Marco Paparella, Riccardo Ponzi, Alessio Reggi e Stefano Soprani.

“Karma Anubis”, uscito in realtà qualche tempo fa (ora la band è già al lavoro sul primo full-lenght), è il primo lavoro in studio dei nostri, un Ep di tre brani, per un quarto d’ora di musica. Tre canzoni per tre modi diversi di tradurre in musica le sensibilità più introspettive dell’animo umano.

Si inizia subito con la title-track, la più metal oriented delle tre tracce, e che obiettivamente rimane la mia preferita. Il suo riff portante, volutamente ridondante, sostenuto da piano e archi, così come i suoi ritmi cadenzati, strizzano l’occhio ai My Dying Bride più melodici e malinconici. Granieri non ha l’espressività e le tonalità profonde di un Aaron Stainthorpe, ma sa cavarsela. Probabilmente però è su brani come “Spheres” che il vocalist riesce ad esprimersi meglio. Se il mood decadente, intento a voler permeare l’ascoltatore di un’aura alienante, rimarrà una costante dell’Ep, i RIM riadattano il proprio stile, stravolgendo le proprie coordinate musicali. Ci allontaniamo quindi dalle atmosfere doom dell'opener, per approdare ad un dark rock psicadelico, dove gli arrangiamenti sono più ricercati, e le linee melodiche della voce sono più sperimentali. Ci si ritrova sospesi tra chitarre molto effettate e sinth, che vanno a sostenere i continui intrecci vocali, create ad arte, come a volerci ipnotizzare. Un’ipnosi musicale che si concretizza definitivamente con la strumentale “Endmusic” che vede nel minimalismo dall’impronta shoegaze il suo punto forte.

“Karma Anubis” sembra essere nella sua totalità un buon antipasto. Per ora non possiamo far altro che tenere d'occhio la band romana, sperando che riesca a mantenere il proprio atteggiamento poliedrico, usando la medesima ricchezza di generi anche nei lavori a seguire.

Trovi utile questa opinione? 
00
Segnala questa recensione ad un moderatore
releases
 
voto 
 
3.0
Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Menate a parte sulla difficoltà di catalogare la propria musica, tanto da doversi andare ad inventare un "nuovo genere" per poterla descrivere, tale “Electric Evil Metal”, gli argentini The Evil Dead son bravini in quello che fanno.

Nati nel 2006, pubblicano una demo nel 2007, seguita da un Ep intitolato “Ex Nun on The Run” ed un full length intitolato “Pronunced (The Evil) Dead”, registrato nel 2010 ma uscito solo nel 2012.
Il combo latino americano unisce il death/black, all’heavy più classico (Iron Maiden in testa), e ad attitudini hard rock in stile AC/DC. Un legame, questo che, vogliamo ricordare alla band ed a noi stessi, esiste da almeno una trentina di anni e siamo soliti chiamare semplicemente: melodic death.
Per quanto i The Evil Dead evidenzino una particolare predisposizione ad accentuare il metal classico nelle loro composizioni, di fatto lasciando all’extreme metal tout court, solo le harsh vocals del cantante (non memorabili a dirla tutta), qualche ritmica più sostenuta, ed alcune atmosfere più nere.
Quindi ciò che sentirete su “Earth Inferno” non è niente di così difficilmente razionalizzabile a livello sonoro, ma è un lavoro abbastanza apprezzabile e piacevole.
La parte del leone la fanno le chitarre, che ci inondano di gradevoli duetti e riff graffianti, ripercorrendo i dettami della NWOBHM. Ma anche le ritmiche dinamiche, talvolta più serrate, altre volte molto death’n’roll, sono goderecce quanto basta per passare tre quarti d'ora scapocciando ed esaltandosi.
Uno dei migliori pezzi è “Electric Evil Revisited”, decisamente una highlight, che vede nei suoi soli alcune delle soluzioni più memorabili del disco.
In generale però “Earth Inferno” non evidenzia particolari cali di forma, forse in alcune tracce manca quella spinta in più che doni loro più personalità, ma tant’è, se amate il melodic death, quello più legato alle proprie radici, quindi siamo decisamente lontani da quelle schifezze, figlie dalla deriva pop del genere che ci propinano alcuni gruppi dai nomi più blasonati, allora date pure un ascolto a questi ragazzi.

Trovi utile questa opinione? 
10
Segnala questa recensione ad un moderatore
194 risultati - visualizzati 1 - 10 « 1 2 3 4 5 6 ... 7 20 »
Powered by JReviews

releases

Debutto dei metal progsters Frozen Sand costruito attorno ad un concept molto articolato.
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Other View, che bella sorpresa!
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Doom/Death atmosferico nel debut EP degli Into the Arcane
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Ristampa di "Mental Conflicts", quarto album dei tedeschi Blood
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Serve più grinta agli Insatia
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
L'ennesimo tonfo degli Stormhammer
Valutazione Autore
 
2.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

demo

Debutto per gli italo-americani Antipathic
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Il primo EP dei romani Asphaltator promette bene
Valutazione Autore
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Dante's Theory: una piacevole scoperta dalla lontana Asia
Valutazione Autore
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Hypocras: Un ep con in mente gli Eluveite e...la musica dance
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Dimonra e la poliedricità
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
I Chasing The Serpent devono scegliere una strada precisa
Valutazione Autore
 
3.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

partners

No tabs to display

allaroundmetal all rights reserved. - grafica e design by Andrea Dolzan

Login

Sign In

User Registration
or Annulla