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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    19 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 21 Aprile, 2017
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Dietro il moniker “Far Beyond” si cela un unico nome, quello del polistrumentista tedesco Eugen Dodenhoeft, che ha esordito con questo one-man project nel 2005, anno di uscita del buonissimo “An Angel’s Requiem”.
Dal symphonic black degli esordi, siamo passati per un Ep del 2009 intitolato “Songs Of Hope And Sorrow”, nel quale il musicista si era già allontanato dal sound più estremo del precedente lavoro, per affinare melodia, nonché certi toni gotici, sia musicali che interpretativi.
Ma dobbiamo aspettare il 2016 per ascoltare finalmente il secondo full-lenght dei Far Beyond, intitolato “A Frozen Flame Of Ice”, un album che vede 6 brani per oltre 50 minuti di musica.

Il primo nome che mi viene in mente ascoltando i Far Beyond del 2016, sono i Wintersun, e quindi ve li cito, tanto per darvi un'idea estetica di ciò che vi aspetta nel disco. A dirla tutta le similitudini si fermano alla cornice, non tanto per gravi demeriti dei Far Beyond (che qualche colpa la hanno pure), ma per un surplus di classe, difficilmente raggiungibile da parte dei Wintersun, gli unici che ti posso sbattere in faccia un brano di un quarto d'ora, senza per forza spingerti tra le braccia di Morfeo.

“A Frozen Flame Of Ice” quindi fa dell’epicità, della sinfonia e di certa malinconia tipica del sound nordico, i propri cavalli di battaglia.
Abbiamo sempre il botta e risposta tra il growling e le clean vocals, che sovente si trasformano in cori pomposi, ma sempre, e per fortuna (pena sarebbe stata la deriva nell’odioso melodeath moderno), con più di un occhio di riguardo verso certi toni darkeggianti.

Purtroppo, per quanto “A Frozen…” possa presentarsi con arrangiamenti più elaborati e fini, rispetto ad un "An Angel's Requiem", presenta due difetti non indifferenti: il primo è la lunghezza eccessiva dei pezzi, una lunghezza non sempre naturale né utile, seppur piena di belle trovate, ma intervallate da momenti di stanca difficilmente sopportabili; la seconda è una produzione fin troppo patinata, tanto da evidenziare una certa fastidiosa plasticosità nel sound, che va a snaturare anche la parte più estrema della musica dei Far Beyond.

Quello di “A Frozen…” è un lungo viaggio, all’inizio molto entusiasmante (“Evernight” con i suoi suoni pirotecnici ci ammalia), ma che a poco a poco perde mordente, con qualche highlight come la cattiva “Unrelenting Force”, ed un ritorno di fiamma, la seconda parte di “Evernight”.
Seppur conscio del lavoro certosino che c’è dietro il disco e della passione con cui è stato concepito, devo essere sincero, arrivare alla fine è stata una faticaccia non indifferente, infatti ci ho messo mesi a scrivere la recensione! Dietro ai tanti arabeschi, i Far Beyond tendono a ripetersi troppo, non riuscendo sempre a far quadrare il cerchio. Sufficiente dopotutto, ma quel disco di esordio di Dodenhoeft aveva una grinta primordiale, che qui sembra essersi un po’ persa, sommersa da minutaggi ostinatamente infiniti e mille sovraincisioni.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    01 Aprile, 2017
Ultimo aggiornamento: 02 Aprile, 2017
Top 10 opinionisti  -  

I Rome In Monochrome nascono nel 2013 come solo-project di Gianluca Lucarini, già chitarrista e mastermind dei grinders Degenerhate. L’idea era quella di creare un altro campo di espressione musicale, che andasse a stuzzicare le corde emozionali, in una modalità diversa rispetto a quella espressa con i rabbiosi ritmi schiacciasassi dei Degenerhate.
Ed infatti i capitolini Rome In Monochrome inondano di struggenti melodie le proprie canzoni, riallacciandosi al modo di intendere la musica di gruppi come Anathema, Katatonia, o i nostrani Novembre, fino a scomodare i tanti maestri della darkwave.
Il solo-project di Lucarini diventa presto una band vera e propria, con l’entrata, dapprima del vocalist Valerio Granieri, seguita degli altri componenti: Marco Paparella, Riccardo Ponzi, Alessio Reggi e Stefano Soprani.

“Karma Anubis”, uscito in realtà qualche tempo fa (ora la band è già al lavoro sul primo full-lenght), è il primo lavoro in studio dei nostri, un Ep di tre brani, per un quarto d’ora di musica. Tre canzoni per tre modi diversi di tradurre in musica le sensibilità più introspettive dell’animo umano.

Si inizia subito con la title-track, la più metal oriented delle tre tracce, e che obiettivamente rimane la mia preferita. Il suo riff portante, volutamente ridondante, sostenuto da piano e archi, così come i suoi ritmi cadenzati, strizzano l’occhio ai My Dying Bride più melodici e malinconici. Granieri non ha l’espressività e le tonalità profonde di un Aaron Stainthorpe, ma sa cavarsela. Probabilmente però è su brani come “Spheres” che il vocalist riesce ad esprimersi meglio. Se il mood decadente, intento a voler permeare l’ascoltatore di un’aura alienante, rimarrà una costante dell’Ep, i RIM riadattano il proprio stile, stravolgendo le proprie coordinate musicali. Ci allontaniamo quindi dalle atmosfere doom dell'opener, per approdare ad un dark rock psicadelico, dove gli arrangiamenti sono più ricercati, e le linee melodiche della voce sono più sperimentali. Ci si ritrova sospesi tra chitarre molto effettate e sinth, che vanno a sostenere i continui intrecci vocali, create ad arte, come a volerci ipnotizzare. Un’ipnosi musicale che si concretizza definitivamente con la strumentale “Endmusic” che vede nel minimalismo dall’impronta shoegaze il suo punto forte.

“Karma Anubis” sembra essere nella sua totalità un buon antipasto. Per ora non possiamo far altro che tenere d'occhio la band romana, sperando che riesca a mantenere il proprio atteggiamento poliedrico, usando la medesima ricchezza di generi anche nei lavori a seguire.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    26 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 26 Marzo, 2017
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Menate a parte sulla difficoltà di catalogare la propria musica, tanto da doversi andare ad inventare un "nuovo genere" per poterla descrivere, tale “Electric Evil Metal”, gli argentini The Evil Dead son bravini in quello che fanno.

Nati nel 2006, pubblicano una demo nel 2007, seguita da un Ep intitolato “Ex Nun on The Run” ed un full length intitolato “Pronunced (The Evil) Dead”, registrato nel 2010 ma uscito solo nel 2012.
Il combo latino americano unisce il death/black, all’heavy più classico (Iron Maiden in testa), e ad attitudini hard rock in stile AC/DC. Un legame, questo che, vogliamo ricordare alla band ed a noi stessi, esiste da almeno una trentina di anni e siamo soliti chiamare semplicemente: melodic death.
Per quanto i The Evil Dead evidenzino una particolare predisposizione ad accentuare il metal classico nelle loro composizioni, di fatto lasciando all’extreme metal tout court, solo le harsh vocals del cantante (non memorabili a dirla tutta), qualche ritmica più sostenuta, ed alcune atmosfere più nere.
Quindi ciò che sentirete su “Earth Inferno” non è niente di così difficilmente razionalizzabile a livello sonoro, ma è un lavoro abbastanza apprezzabile e piacevole.
La parte del leone la fanno le chitarre, che ci inondano di gradevoli duetti e riff graffianti, ripercorrendo i dettami della NWOBHM. Ma anche le ritmiche dinamiche, talvolta più serrate, altre volte molto death’n’roll, sono goderecce quanto basta per passare tre quarti d'ora scapocciando ed esaltandosi.
Uno dei migliori pezzi è “Electric Evil Revisited”, decisamente una highlight, che vede nei suoi soli alcune delle soluzioni più memorabili del disco.
In generale però “Earth Inferno” non evidenzia particolari cali di forma, forse in alcune tracce manca quella spinta in più che doni loro più personalità, ma tant’è, se amate il melodic death, quello più legato alle proprie radici, quindi siamo decisamente lontani da quelle schifezze, figlie dalla deriva pop del genere che ci propinano alcuni gruppi dai nomi più blasonati, allora date pure un ascolto a questi ragazzi.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    15 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 15 Marzo, 2017
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I Pimeӓ Metsӓ (“Foresta oscura” in finlandese) sono nati, tra fiumi di birra, in una notte di dicembre del 2006, con l’idea di dedicare voce e strumenti, ad un progetto di puro viking folk metal di estrazione norrena.

Nonostante il moniker difficilmente memorizzabile da chiunque non faccia parte del gruppo (probabilmente), e da chiunque non sia finlandese (quasi certamente), i Pimeӓ Metsӓ son di fatto spagnoli, ma grandi amanti della musica e delle tematiche nordiche, siano esse a carattere storico o letterario.

Facendo finta di non notare la stoica bruttezza della copertina, forse persino peggiore di quella dell’ultimo disco dei Metallica, devo dire che “No Blood, No Glory”, aldilà di un titolo che potrebbe far gola al massimo a Joey DeMaio, è un buonissimo lavoro.
Un secondo full-lenght che, secondo la biografia della band, migliora negli arrangiamenti e nella varietà di intenti, quanto fatto nel disco di debutto di qualche anno fa. Noi ci fidiamo e ne prendiamo atto.

“No Blood, No Glory” è musicalmente vicino a gruppi come Amon Amarth, o agli Ensiferum, o ancora, ai Turisas più diretti e meno sinfonici, nonostante siano comunque presenti nel loro sound arrangiamenti a suon di archi, cornamuse, arpe e quant'altro, che però rimangono relegati in secondo piano, lasciando il più del lavoro alle chitarre elettriche, come è giusto che sia.

Il combo spagnolo ci mette anche un tocco personale, utile per dare quel qualcosa in più ad una ricetta, che rimane molto legata alla tradizione più mainstream del viking metal, e quindi non spicca certo di originalità. Infatti tra un growling ed uno screaming, tra cori bellici e duetti chitarristici di chiara scuola nordica, tra andazzi marziali e ritmiche più serrate, sbuca spesso anche una voce “pulita”, sempre molto dura e ruvida, ma che sembra più far parte di certa scuola power/thrash, donando quel più di melodia epica, ma senza abbassare il livello di testosterone dei brani.

I 10 pezzi proposti dai musicisti iberici, hanno in maggioranza una buona presa: “Viking’s Creed”, “Thunder God”, l’inno di battaglia “No One Can Stop Our Strike”, o la ruffianissima “Einherjer”, sanno investirti con melodia e potenza, fin dal primo ascolto.
Non sempre la band riesce a rimanere sul pezzo fino alla fine, ma per la maggior parte del tempo siamo di fronte ad un disco grintoso, che sa di poter regalare gioia per le orecchie, agli amanti del viking e del folk metal.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    06 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2017
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Mentre i Nightland sono al lavoro sul nuovo materiale, la Rockshots Records si è presa la briga di rilanciare, in versione digipack, il loro primo full-lenght "Obsession", autoprodotto dalla band di Pesaro nel 2015, registrato da Brendan Paolini, mixato e masterizzato da Simone Mularoni ai Domination Studios.
In aggiunta ai brani originali, abbiamo le versioni orchestrali, particolarmente bombastiche e cinematiche di "Icarus" e "ARES". Per il resto, devo dire che l'album riesce a tenere bene anche sulla distanza, ed a due anni dalla sua prima uscita è stato un piacere riascoltarne i brani. L'opinione che mi ero fatto rimane invariata, quindi vi lascio con la mia recensione originale del 2015, tornando nuovamente a consigliarvi questo concept romanzato sulle "ossessioni della mente"...


NERE OSSESSIONI SINFONICHE

Dopo i 2 Ep, “Knights Of The Dark Empire” e “In Solemn Rise”, i nostrani Nightland giungono al loro primo full-length. In “Obsession”, i symphonic deathers di Pesaro, uniscono melodic death e metal sinfonico in una miscela molto interessante, che a tratti mi ha ricordato la proposta dei connazionali Dark Lunacy, soprattutto per i cori solenni, ed una complessiva drammaticità magniloquente, che esplode nei refrain che si fanno strada tra chitarre graffianti e ritmiche martellanti.

Ascoltando il disco, sembra di fare un viaggio musicale via via sempre più oscuro, per poi tornare alla luce nel grandioso finale. Dopo una breve intro, “Dremless Life” si presenta subito all’altezza della situazione: ritmiche serrate, growling maligno e tecnica più che discreta, il cui climax sta in quello che, a mio parere, è sicuramente tra i migliori refrain del disco, un coro rhapsodiano, con quel tocco malinconico che ci sta benissimo. La ricetta è buona e lo scontro tra parti telluriche, proprie del death, ed ottime orchestrazioni si ripete alla grande con “ARES”. Dopo una più canonica “Icarus”, come già preannunciato, “Obsession” entra in lidi sempre più sinistri ed estremi, i cori scompaiono e, quando non lo fanno, si vestono di un nero pece, sottolineando un’aura oscura, dai connotati orchestrali di stampo apocalittico.
Il pianoforte rimane uno degli orpelli essenziali di quasi ogni brano, anche nei pezzi più tirati come “Cradle Of Sufferance", i suoi fraseggi malinconici son sempre pronti a dare il proprio tocco gotico.

"Obsession" è un album dalle due facce, una squisitamente epica, quanto trionfale ed immediata: "Dreamless Life", "Ares" e la finale "Last Dance..." ne sono delle eccellenti prove. L'altra faccia è più intimista ed aggressiva. Di questa, sia la title-track che la già citata "Cradle..." ne sono i portabandiera più riusciti. I Nightland si giocano la carta del primo album complessivamente ad alti livelli, ci sono davvero poche cose da recriminare, ed io non posso che consigliarvi l'ascolto dell'album

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Opinione inserita da Gianni Izzo    04 Marzo, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Marzo, 2017
Top 10 opinionisti  -  

Pur continuando ad essere molto diffidente nei confronti del “tour edition” marketing, devo dire che gli Amorphis hanno saputo arricchire la riedizione dell’ottimo “Under The Red Cloud”, con un bonus cd molto particolare e suggestivo. Infatti parliamo di un’esibizione semi acustica, con nove brani della band, riarrangiati in una versione che mette particolarmente in risalto l’amore, mai celato, per il prog degli anni ’70.
Per l'occasione, gli Amorphis chiamano l’ottimo sassofonista e flautista Sakari Kukko, che ha già suonato per gli Amorphis in diverse release, l'esperto degli strumenti etnici Pekko Käppi, ed infine, la bella e talentuosa Anneke Van Giersbergen che, immagino, non abbia bisogno di presentazioni.

Durante le prime quattro tracce, la band suona in modalità totalmente acustica, Joutsen cerca di trattenere il naturale impeto della sua voce, ed il tutto viene caratterizzato da un atmosfera molto intimista, esaltata dai bellissimi soli di sax e flauto.
Da “Silver Bride” in poi, i nostri tornano elettrici, Joutsen ci mette del growling da parte sua, ma è ancora il pianoforte e la strumentazione dei due ospiti ad essere in primo piano. “Alone”, tratta dal controverso "Am Universum" ci offre un bella parte centrale che sfiora la psichedelia, mentre l’ultimo bel viaggio emozionale ce lo offre il duetto di Anneke e Tomi su "Her Alone", semplicemente perfetto.

Pur parlando sempre di prestazione ottima per tutta la durata del live, devo dire che il classico “My Kantele” e “Silver Bride” si sono rivelati i brani meno interessanti da sentire, perché quasi inalterati rispetto la loro versione originale, (ovviamente mi riferisco al reprise acustico di “My Kantele”, contenuto su "Elegy").
Mentre sembra essere rinata dalle ceneri “Far From The Sun”, troppo debole nella sua versione elettrica, ma che in questo contesto ha trovato la sua giusta dimensione.

Del primo cd ne abbiamo già parlato due anni fa. “Under The Red Cloud” rimane un disco più vario rispetto a “Circle” e “The Beginning Of Times”, e per quel che riguarda "l'era Timo Jousten", direi che insieme a “Silent Waters”, sia la miglior prova in studio dei nostri.
In questa edizione troverete due buone bonus tracks, ma in realtà entrambe sono state già edite nell’edizione digipack del 2015, peccato che non si sia deciso a questo punto di aggiungere anche la terza bonus track "The Wind", tra l'altro, la migliore delle tre.

Per il resto dobbiamo dire che gli Amorphis, al contrario di molte altre bands, son stati avari di live, ricordiamo il solo "Forging The Land..." del 2010, quindi se non avete ancora comprato l'ultima fatica della compagine finlandese, potete farlo adesso, ne vale sicuramente la pena.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    27 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 2017
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“Helluva” è il settimo lavoro in studio dei Trollfest, a mio parere il più maturo e riuscito, con buona pace di coloro che dicono che dopo i primi due album i norvegesi non hanno avuto più niente da dire, semmai è vero il contrario.

La band infatti, al netto delle sguaiate e (volutamente?) odiosissime scream vocals ad opera di Trollmannen, mettono su un disco interessante, dove la sperimentazione assume un ruolo sempre più definito.

“Helluva” si presenta come un calderone di stili e generi diversi che trovano il loro punto di convergenza ovviamente nel folk e nel black metal direttamente importato dai “cugini” Finntroll. Ma la voglia di personalizzare sempre più la propria proposta, e la voglia di ricercare nuove soluzioni sonore, nonchè di stupire l’ascoltatore, fanno di quest’ultimo lavoro, un qualcosa di positivamente accattivante, interessante, ma sempre dannatamente grottesco e permeato di humor nero, come da tradizione Trollfestiana.

Da un punto di vista prettamente musicale passiamo da un’ottima intro che si lega a certo rock dal sapore settantiano, a momenti ska, altri più etnici, dal classico sapore balcanico e slavo di cui i Trollfest sembrano essere stati folgorati, che possono venir arrichiti talvolta da inserimenti pianistici jazzati, ma anche da molto altro. Abbiamo infatti: xilofoni, marimbas, hammond e il sassofono del buon Drekkadag, insomma tutta una strumentazione atta e ricamare le parti melodiche dei brani.

Brani che al primo posto mettono comunque in risalto riiffoni di chitarre compresse, che spaziano dal thrash al black, ed una batteria martellante che, spesso esplode in roboanti blast beat.
Ma per quanto pezzi come “Professor Otto” o “Hen Of Hades” presentino le peculiarità più classiche della musica della band, in “Helluva” abbiamo molti più momenti ariosi del solito, con cori femminili e maschili (particolarmente azzeccati quelli di “Gigant Cave”), ed arricchiti da una special guest che non ti aspetti in un disco del genere, tale Karin Krog. Il nome probabilmente a molti non dirà niente, ma la cantante è la più famosa e rispettata jazzista norvegese, che all’età di ottant’anni si è divertita a mettersi in gioco con dei vocalizzi di ottima fattura su: “La Grande Finale”.

L’album è come al solito un concept fumettistico pieno di nonsense, che gira intorno le avventure dei Trolls che ci hanno accompagnato anche nei precedenti capitoli della discografia dei Trollfest. I testi questa volta concedono molto più spazio all’inglese, ma abbiamo anche il tedesco, il russo, e lo spagnolo, che vanno a far compagnia al Trollspark, il fittizio idioma dei Trollfest.

Se amate la sperimentazione, il folk più estremo ma anche scanzonato, e riuscite a sopportare la brutta voce di Trollmannen, questa volta vi consiglio fermamente l'album del combo norvegese.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Febbraio, 2017
Ultimo aggiornamento: 04 Febbraio, 2017
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Con “Winter Tales” gli Icethrone arrivano al terzo lavoro in studio. La band ligure, nata nel 2009 ad opera del vocalist Algiz e del batterista di allora Iskandar (che poi cederà il proprio posto ad Ansuz), si è adoperata in questi anni a consolidare il proprio stile, seguendo i dettami del viking e del folk metal di stampo norreno. Band come Bathory, Borknagar, ma anche Amon Amarth (sentitevi “Pay With your Blood”), sono nomi che facilmente vi verranno in mente, all’ascolto del nuovo platter degli Icethrone.

In “Winter Tales” troverete 7 brani ed un interludio strumentale, per quasi cinquanta minuti di musica. Tra i pezzi, ne abbiamo anche alcuni cantati in italiano. Particolarmente riuscita in questo “La Chiamata Dei Lupi”, canzone dove il lato più folk dei nostri, si fonde benissimo all'andazzo battagliero, che ritroveremo in forme più o meno estreme per tutta la durata del disco.
Riff semplici ma accattivanti si uniscono ai suoni delle tastiere, che ricreano ambientazioni dal gusto fantasy e mitologico, tra ritmi marziali e sfuriate in blast beat, che talvolta sanno sfociare in momenti di quiete, sostenuti da belli ed inaspettati fraseggi pianistici.
Algiz è dotato di un ottimo e potente growling, a lui si unisce dietro al microfono, la voce pulita, dall’appiglio solenne, del chitarrista Metheus, che a dirla tutta è lontano dall’avere una tecnica vocale di alta caratura, ma sa convincere in brani come la bella “Canto Di Orfeo”. Convince decisamente meno nel narrato di “Immortality Oath”. Ma come dico sempre, i narrati sono un vero tallone di Achille per molte band. A meno che non sappiate recitare, evitateli!

Momenti folk, altri più teatrali (“Medusa”), altri decisamente più thrash/death oriented come l’ottima “Beyond The Nine Words”, si legano gli uni con gli altri in quello che vuole essere un continuum musicale del mondo degli Icethrone, un mondo dove troviamo molte cose di buon gusto, altre che passano inosservate, come l’intermezzo strumentale che è anche title-track del disco e risulta fin troppo piatta e lunga, altre ancora che avrebbero bisogno di una riguardata all’arrangiamento a tratti un po’ troppo macchinoso.
Tuttavia in molti dei brani si notano delle idee, che già così possono far ingolosire gli amanti del viking metal, ma con un'attenzione in più alla produzione (un po' troppo artigianale), e qualche lavorio più certosino a livello di composizione, potrebbero rivelarsi davvero vincenti!

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Opinione inserita da Gianni Izzo    16 Gennaio, 2017
Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 2017
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Ok il nuovo artwork della tour edition di "Blessed & Possessed" è una gran figata. Ma vale un nuovo acquisto di "Blessed & Possessed"? Direi di no.

Ma sopratutto, in cosa consiste la tour edition di un disco uscito da poco? (Nel nostro caso nel 2015).

Fondamentalmente abbiamo di solito due cd: nel primo troviamo l'album della band, inalterato rispetto la sua versione precedente; nel secondo cd abbiamo una o più serate che la band ha fatto durante il tour di promozione dell'album in questione.
Insomma, chi non ha avuto la possibilità di vedere il gruppo dal vivo, lo può ascoltare almeno da casa.
Quindi è un prodotto che, se vogliamo essere buoni, non solo dà la possibilità a chi non ha comprato precedentemente la prima edizione del disco, di ascoltare l'album vero e proprio, ma di avere anche un live extra tra le mani. Se invece vogliamo essere un po' più cattivi: è un modo subdolo pensato dalle label per i die hard fans di una band, per far si che ricomprino un disco per cui magari avevano speso i soldi solo un anno prima, ingolositi dal nuovo package, artwork e dal cd extra. Vada come vada, che ognuno con i propri soldi faccia quello che gli pare.

Ma perchè in questo caso, l'operazione è oltremodo inutile e ridondante?

Semplice: perchè solo qualche mese abbiamo recensito con grande entusiasmo il "The Metal Mass Live", un live ben fatto, completo, disponibile in differenti versioni, per tutte le tasche (Voto: 4/5). Inoltre abbiamo già recensito anche "Blessed & Possessed" con grande entusiasmo nel 2015, perchè è effettivamente un ottimo lavoro (Voto: 4/5).

Abbiamo anche capito che i Powerwolf hanno raggiunto un successo forse inaspettato, hanno primeggiato in classifica sia con l'album che con il dvd live, nel quale abbiamo visto come migliaia di fans nel mondo si sono riversati in palazzetti e festival per vedere i propri beniamini. La band tedesca si è giustamente autocelebrata a destra e a manca, ed anche noi l'abbiamo giustamente celebrata, personalmente non sono certo rimasto indifferente alla bravura di Attila Dorn ed i suoi lupacchiotti.

Ecco, detto questo, anche basta ora!
La ristampa di "Blessed & Possessed" ripropone semplicemente nel suo secondo cd, la serata al Summer Breeze Festival, già ampiamente vista sul "The Metal Mass Live". Bravi, bravissimi, ma lo avevamo già detto e ascoltato.
Dal mio punto di vista, quest'ennesimo prodotto dell'annata trionfante dei Powerwolf è totalmente superfluo.
Se amate i Powerwolf probabilmente avete i loro album, se li amate ma non li avete ancora visti dal vivo, la più economica delle edizioni del "The Metal Mass", è di gran lunga più succulenta di questa uscita.

Il voto si riferisce all'inutilità dell'operazione commerciale, la qualità tecnica del prodotto, nonchè la bravura della band in studio e dal vivo non si discute.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    05 Gennaio, 2017
Top 10 opinionisti  -  

La prima pubblicazione di “Sword And Sorcery” è del 2015. Mentre questa nelle nostre mani è una ristampa ad opera dell’etichetta russa Stygian Crypt Production, remixata e rimasterizzata, con una cover leggermente diversa rispetto l’originale, ed un cd aggiuntivo con 5 brani ripresi dalla produzione che precedono il full-lenght del 2013 dei serbi Nùmenor, intitolato "Colossal Darkness".

Dietro il tolkieniano moniker della band, militano: Miranovic, mastermind e voce del gruppo, Balint Kemeny, il chitarrista Srdjan Brankovic ed il tastierista Mladen Gosic (entrambi già membri dei conterranei Alogia).

Nati come band prevalentemente Symphonic Black, i Nùmenor hanno cambiato le coordinate della propria proposta musicale, inondandola di una massiccia dose di power metal che deve molto ai nostrani Rhapsody (con o senza "Of Fire", con o senza "Luca Turilli’s").
A completare il lavoro su “Sword And Sorcery” sono stati chiamati due vocalist, Anđela Isic e Zeljko Jovanovic, che hanno curato le clean vocals.
Il risultato è un buon disco dalle coordinate squisitamente sinfoniche e dalle atmosfere fantasy, che ogni tanto si cosparge di parti più oscure e tirate come potete ascoltare su “The Arcanist”, ma prevalentemente cavalca orchestrazioni ariose, epiche, barocche, sulle quali si intreccia lo screaming di Marko Miranovic e le voci pulite degli ospiti. Vividi esempi di quest'evoluzione sonora, oggi ancora più incisiva rispetto anche al precedente full-lenght, sono brani come “Dragonheart” o l’ottima “The Prince In The Scarlet Robe”.
Peccato che il disco duri una mezz’oretta scarsa e presenti ben tre strumentali dall’impatto nullo, che sembrano poco più che riempitivi e vanno ad incidere negativamente sul risultato finale del disco. Un lavoro che non spicca in originalità, ma è davvero ben fatto e riesce ad unire in modo egregio la componente più classica e quella più estrema della band.

Un’altra mezz’oretta di musica ce la regala il cd bonus in cui ritroviamo il gruppo slavo alle prese con uno stile ben più graffiante e sinistro, un misto tra Cradle Of Filth e Dimmu Borgir che incontrano l’extreme metal più tecnico ed intricato.
I 5 brani tracciano un chiaro quadro dei Nùmenor che furono, dotati di un sound meno ammaliante e diretto rispetto a quello di oggi, ma altrettanto ben fatto. Ovviamente qui il riffing talgiente delle chitarre e le ritmiche più forsennate hanno un ruolo di primo piano, ma nonostante questo, si sente in ogni modo quella componente epica che solo pochi anni dopo, sarebbe stata il perno intorno al quale avrebbe girato il sound odierno del combo slavo.
L'ascolto è consigliato soprattutto agli amanti del fantasy e del metal più sinfonico, ma che non disdegna le harsh vocals. Aspettiamo a questo punto, buone nuove da parte della band.

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Obscurãtio, un discreto esordio che lascia intravedere buone potenzialità
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