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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    20 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Giugno, 2018
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A cinque anni dal buonissimo “Seventh Swamphony”, tornano i Kalmah con un altro altrettanto buon lavoro. Da sempre destinati ad essere considerati i fratelli più piccini dei Children Of Bodom, a causa di un sound troppo derivativo accalappiato dai connazionali, dobbiamo anche dire che, sebbene la band dei fratelli Kokko, non sia mai stata in grado di scrivere un capolavoro come lo fu “Hatebreeder”, non ci ha neanche mai fatto salire il bestemmione selvaggio dal profondo del cuore a causa di schifezze sonore invereconde. E questo è un fatto.

I lavori dei Kalmah non sono mai scesi sotto la sufficienza, forse molte loro composizioni talvolta sembrano scritte con il pilota automatico, ma escono fuori bene.
"Palo" quindi non si discosta dal buon trend a cui ci ha abituato la band finlandese. Abbiamo una prima parte che racchiude una manciata di ottimi brani: l’opener, “The Evil Kin” hanno tutti gli ingredienti che ti aspetti da un brano di metal estremo con quell'atteggiamento battagliero, dosando melodie e potenza. Accanto a queste, abbiamo dei pezzi più oscuri ed estremi, come le ottime "The World Of Rage" e "Into The Black Marsh".
Poi i Kalmah sanno spezzare i ritmi con contrappunti pianistici, e sanno rendere il proprio sound bombastico con gli azzeccati tappeti di tastiere, strizzano l’occhio anche a trame musicali dai tempi più dilatati e dall'atteggiamento più easy listening con “Take Me Away”, per poi tornare al proprio sound più granitico in una seconda parte del disco, meno memorabile della prima, che forse soffre troppo di ripetitività compositiva, ma che alla fin fine si lascia ascoltare.
"Palo" sarà anche uno di quegli album di cui in realtà si potrebbe già predire tutto ancor prima di ascoltarlo, ma se non avete pretese particolari di originalità e amate del buon melodic death di stampo nordico ed eroico, è un lavoro più che discreto, come sempre. Buon per i Kalmah, buon per noi.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    12 Giugno, 2018
Ultimo aggiornamento: 12 Giugno, 2018
Top 10 opinionisti  -  

I Kanseil sono una band veneta fomatasi ormai quasi 10 anni fa, che ha all’attivo una demo, “Tzimbar Bint” ed un full-lenght uscito tre anni fa, intitolato “Doin Earde”. Dal punto di vista strumentale, la band ha dalla sua interessanti strumenti con cui arricchire il proprio repertorio: dal bouzouki alla cornamusa, dal nordico kantele al flauto ed all’antico rauschpfeife.

Questo “Fulische” è indubbiamente un album molto interessante, permeato da passaggi evocativi e testi poetici, tutti cantati in italiano o in dialetto, a partire dall’intro “Ah, Canseja!”, dove vengono recitati i versi del contemporaneo e conterraneo poeta Pier Franco Uliana.
I testi si rifanno alla propria terra, tra storia (“La Battaglia Del Solstizio”) (“Pojat”) e mitologia (“Orcolat”) , ma non mancano anche riferimenti sociali come nell’ottima e struggente “Il Lungo Viaggio”, che parla dello strazio emotivo di dover lasciare la propria terra, per cercare una parvenza di vita migliore in un luogo lontano.

Le partiture dei brani sia nel loro versante folk-metallico, che in quello più popolare ed ancestrale, è abbastanza lineare, è punta soprattutto sull’emotività, che non su un mero esercizio tecnico. Insomma, non avrete fraseggi in stile Eluveitie, ma piuttosto un continuo ricamo di belle note lunghe, che si poggiano perfettamente sulle partiture e le ritmiche metalliche del combo. Tutto il lavoro è permeato da una certa epica malinconica, sia nei momenti più duri e neri, che in quelli più melodici, molto vicini questi, al senso musicale dei Folkstone (ascoltatevi “Densiloc” ad esempio, ma anche brani acustici come “Serravalle”).
Difficilmente sentirete ritmiche serrate, solo con “Pojat” e “Vallorch” i Kanseil aumentano notevolmente i ritmi, per il resto si prediligono tempi più dilatati, o comunque dei buoni mid-tempo.

“Fulische” è un lavoro ben fatto, di cui l’unica cosa che posso obiettare è il cantato in clean un po’ acerbo, che sinceramente non mi fa impazzire più di tanto, anche se ammetto che le linee melodiche riescono ad essere abbastanza azzeccate. Al contrario mi piace molto il cattivo growling che, in certi frangenti mi ricorda, pur con le differenze del caso, il buon Ribeiro dei Moonspell.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    24 Mag, 2018
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Dietro il moniker North Hammer, si cela un duo canadese, il mastermind e polistrumentista Andrew James, che si occupa praticamente di tutto (voci, chitarre, basso, tastiere), tranne che della batteria, suonata dall’amico Doug Helcaraxe Nunez.

Andrew James è palesemente affascinato da tutto ciò che è europeo, dalla mitologia norrena, a tutto ciò che di metallico e musicale ruota intorno ad essa.

“Stormcaller” è un buon album, che non aggiunge niente alla scena viking, ma ne sa riprendere le caratteristiche peculiari rilanciandole quasi sempre al meglio.
Tra tutte le band di riferimento citate nel press kit, direi che in particolare sono gli Ensiferum ed i Wintersun i due gruppi di maggior impatto sul songwriting dei nostri.
“Wanderer” non è la cover degli Ensiferum, ma basta sentire il solenne coro iniziale per pensare ad un brano della band finlandese.

I North Hammer, però evitano di far troppo sponda verso un folk scanzonato, le loro ritmiche rimangono militaresche, le loro atmosfere rimangono epiche, senza concessione ad un’immagine gioconda, su cui gli ultimi Ensiferum stanno facendo (troppo) leva.

Diciamo che piuttosto che pezzi come “Spellbinder” o “North Hammer” che risultano un po’ troppo generiche, colpiscono per prima ma stufano anche abbastanza presto, sono brani un po’ più ricercati come “Written In The Stars” o la durissima “Lion’s Winter” a tenere maggiormente banco.

A conti fatti se vivete di certe sonorità, ma non avete sopportato le troppe sferzate un po’ facilone degli ultimi Ensiferum, oppure non avete quel quarto d’ora a canzone da dover dedicare ai Wintersun, i North Hammer sono una discreta alternativa, aspettando di vedere quale sarà la loro prossima mossa.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    21 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Mag, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Non so se indicare il 2018 come l’anno del secondo svecchiamento della band, il primo ovviamente è collocato con l’entrata del singer Tomi Joutsen. Non so neanche se il ritorno del bassista Olli-Pekka Laine (che ci ha già deliziato quest’anno con i suoi Barren Earth), abbia influenzato positivamente la band, abbia in qualche modo aiutato gli Amorphis a trovare quel quid mancante, quella sicurezza compositiva ed espressiva, che per anni ha sempre tentennato in ogni lavoro degli Amorphis, per buono che fosse. Non ricordo in verità un loro lavoro mediocre, ma purtroppo neanche imponente come furono i loro primi dischi. Di certo il risultato di “Queen Of Time” ci fa ben sperare per un nuovo inizio, ci consegna degli Amorphis convincenti, che pur non stravolgendo il proprio sound, hanno saputo reimpostarlo con migliorie e arricchimenti a livello di arrangiamenti (maggior uso delle parti orchestrali e dei cori lirici), ed una varietà compositiva che lascia alto l'interesse dell'ascoltatore per tutti i 60 minuti circa di musica.

Persino la radiofonica “Wrong Direction” risulta essere più interessante rispetto alle simili composizioni che presentano il lato più easy listening del gruppo, ed il resto dei brani ha un livello di qualità medio-alta, che non scende mai di tensione. Ogni singolo brano ci dice che gli Amorphis sono riusciti a oltrepassare una fase di stallo compositivo, che durava da troppo tempo, dopo le buone uscite di “Silent Waters” e “Skyforger”, e che si era finalmente intaccata almeno un po’, con il precedente album “Under The Red Cloud”.
Ma con “Queen Of Time” si respira proprio un’aria diversa, più libera da stereotipi o da quella sensazione che la band non volesse deludere i fans più giovani e amanti delle melodie più radio-friendly.

Siamo di fronte alla giusta mistura tra melodia e potenza, epicità sinfonica e momenti folk, momenti gotici e quelli più legati al prog dei seventies, fino ad arrivare ai riff granitici del loro melodic death. Lo stesso Tomi questa volta si concede sfumature diverse, sia in clean, che con le harsh vocals, con le quali raggiunge uno screaming estremo in “Daughter Of Hate”, uno dei brani più interessanti, in cui è presente anche il sax di Munkeby, primo guest del disco, che fa da contrappeso ai pesanti riff dal flavour mediorientale, ed in cui appare per un breve pezzo narrato in madrelingua, l’artista Kaiulainen, che dai tempi di “Silent Waters” cura i testi dei nostri.

Le parti corali e orchestrali sono state molto pompate dal produttore Jens Bogren, ma non prevaricano mai la strumentazione più classica degli Amorphis, anzi ne aumentano la potenza. Molti degli inserti più folk sono stati suonati dal mastermind degli Eluveitie, Glanzmann, che fa un ottimo lavoro con le partiture più popolari e nordiche.
Altra guest del disco è l’affascinante Anneke Van Giensberger, la sua ugola impreziosisce “Amongst Stars” che, al netto del growling di Joutsen, sembra una traccia uscita dalla penna dei Nightwish più introspettivi e folkloristici.

Non c'è davvero niente di sbagliato qui, il nuovo lavoro degli Amorphis, più di ogni altro della loro quasi trentennale carriera, segue da vicino i capolavori della band.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Mag, 2018
Ultimo aggiornamento: 03 Mag, 2018
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Dopo la demo di tre pezzi propostoci qualche anno fa, tornano i napoletani Manach Seherath con un full-lenght autoprodotto intitolato “Timeless Tales”.
L’album è formato da 9 tracce, tre delle quali già presenti nella demo, ma nuovamente arrangiate, più altre 6 inedite. Il sound dei Manach rimane saldamente ancorato ad un certo tipo di epic/symphonic metal che incontra le atmosfere malinconiche e cupe di band quali Iced Earth.

Il breve intro strumentale da il "LA" alla bella “The Cursed Collector”, che subito mette in mostra quell'attaccamento stilistico al combo americano appena citato.
A seguire la più diretta e tellurica “Swords In The Mist” che invece va a scomodare i grandi nomi dell’epic anni ’80, in questo caso mi vengono in mente soprattutto i teatranti Virgin Steele. Ma i Manach Seherath danno il meglio di se, proprio durante le atmosfere più dark, creando delle linee melodiche molto coinvolgenti, come succede durante il toccante refrain di “Chaising The Beast”.

Cambi ritmici, una spiccata propensione per le sinfonie, in realtà piuttosto basiche, insomma non abbiamo gli orpelli alla Rhapsody per intenderci, ma un deciso tappeto di tastiere, accompagnati da dei bei fraseggi di chitarra sono la ricetta proposta dalla band campana. Rispetto alla demo c'è un miglioramento tecnico sia per quel che riguarda la produzione (i volumi sono decisamente più equilibrati ed i suoni più corposi), sia negli arrangiamenti, sopratutto per quel che riguarda le chitarre, che si pregiano di soli più puliti e precisi, basti ascoltare la riproposizione di “All In All”, dove i Manach riscrivono quasi totalmente l'assolo, scegliendo un approccio più neoclassico.

Purtroppo la band ancora non riesce a reggere botta per tutto il tempo, ed un paio di pezzi dell’album effettivamente non hanno quel bel tiro, che li lascia ben stampati in testa, ma passano un po’ anonimi, ed in generale sembra abbiano un andazzo un po' troppo scolastico e telefonato. Tuttavia la strada scelta dal vocalist Mich Crown e dei suoi, è più che buona. Se vi garba l'intenzionalità musicale dei Manach Seherath io gli darei un ascolto se fossi in voi

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Opinione inserita da Gianni Izzo    09 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Aprile, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Gli Under Siege si formano a Palestrina, vicino Roma, nel 2015, con l’idea di dar voce al loro modo di intendere il folk ed il viking metal.
Quest’omonimo disco rappresenta il debutto della band, e possiamo dirlo anche fin da subito, per quanto nella maggior parte delle tracce si senta molto l’influenza sia degli Ensiferum, che degli Amon Amarth (quelli meno ruffiani), “Under Siege” è davvero una meraviglia per le orecchie.

A parte una “One To Us” un po’ troppo stirata nel minutaggio e non esplosiva come le altre, siamo di fronte ad una manciata di brani che sanno prenderti fin dal primo ascolto, grazie all'ottimo melodic death di chiara matrice nordica, che stempera la sua irruenza attraverso gli elementi folk e le atmosfere epiche, costruite con fraseggi e cori, ora solenni, ora più battaglieri, che si alternano o rafforzano il potente screaming del cantante Paolo Giuliani, che a più riprese si diletta anche con un’evocativa cornamusa.

La sezione ritmica è veloce e chirurgica, i riff taglienti e ben costruiti, brani come “Time For Revenge” o “Invaders” sono esempi di come dovrebbe essere un certo tipo di metal: tellurico, dinamico, ma senza mai dimenticare la sua parte più melodica.
Gli Under Siege ci regalano un po’ di tutto, dai ritmi serrati ad aperture epiche ed andazzi marziali, da anthem metallici cantati nell'idioma italico, che sanno già di classico, come “Sotto Assedio”, fino ad un’ottima ballata finale, il cui sound si avvicina molto a certe canzoni dei Blind Guardian.

Il debutto della band capitolina è senza dubbio una bella sorpresa per il metal nostrano, gli Under Siege pensano proprio a tutto, non eccedono nel numero delle tracce e non lo fanno quasi mai nel minutaggio, riescono a trovare un giusto equilibrio nei vari ingredienti della loro musica. Le band ispiratrici sono molto presenti nel loro sound, ma c'è tempo e modo per affinare una via più personale per le proprie composizioni. Da tenere sott'occhio.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    20 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Marzo, 2018
Top 10 opinionisti  -  

Giunti al terzo album, i Lechery di Martin Bengtsson, famoso per esser stato bassista dei migliori Arch Enemy, cioè i primissimi, si rifugiano ancora una volta nel heavy metal più tradizionale e classico, senza aggiungere niente al loro stile, che si rifà prepotentemente al metal degli anni ’80.
Quindi si torna di nuovo indietro nel tempo con gli svedesi, nei ruggenti anni in cui il metal si diffondeva a macchia d’olio in tutto il pianeta…quasi tutto il pianeta, noi qui avevamo Toto Cutugno che all'epoca andava alla grande.

E niente, tutto qui, gli arrangiamenti dei pezzi sono ridotti all'osso, in confronto gli ultimi Manowar sembrano una band prog, e l’inventiva anche latita. Sinceramente certe soluzioni musicali, ne abbiamo sentite a bizzeffe, e ricordiamo sempre che i Judas Priest, neanche a farlo apposta, se ne sono usciti proprio in questo periodo con un album davvero apprezzabile, pur con tutti i cliché e le furbate del caso.

Quindi non vedo proprio perché uno dovrebbe affidarsi ai Lechery, che indovineranno anche qualche pezzo: la title-track, “Rule The World”, “Hold On The Night”, “Breaker The Chains” e “Tip Of The Whip” hanno un tiro discreto, ma nel 2018 brani del genere son poca cosa. Si può anche intraprendere la strada del metal più basico che esista, ma un po’ di inventiva, un qualcosa di particolare da proporre per non rimanere imbottigliati nel traffico di altre mille band che propongono la stessa identica ricetta, bisognerebbe pur averlo.

Non è questo il caso, non è questo il disco, che tra l’altro ha una copertina che non si sa se vuol essere blasfema, fumettosa, o fumettosa e blasfema, il che mi inviterebbe a nozze come idea, ma è talmente brutta, che non ti suggerisce niente di che, se non che due album fa, con “Violator”, i Lechery, quantomeno per l’artwork si erano impegnati.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    05 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2018
Top 10 opinionisti  -  

3 atti per più di tre ore di musica. Johnsson fa le cose in grande, ciò che ha cominciato a comporre più o meno cinque anni fa, vede infine la luce e si intitola “Beloved Antichrist”, vagamente ispirato al racconto breve del filosofo russo Vladimir Soloviov, intitolato “Il Racconto dell’Anticristo”.

Vagamente ispirato, perché fondamentalmente Johnsson spoglia il racconto di tutto il suo apparato filosofico, simbolico e religioso e ne crea di fatto una sorta di blockbuster teatrale, riadattando, levando e aggiungendo personaggi alla storia, affinché sia più avvincente e interessante a livello di storyline, rispetto all'originale, nato con fine saggistico, e non come opera d'intrattenimento.

“Beloved Antichrist” dei Therion si presenta come una rock opera, appaiono in essa ben 30 personaggi, ognuno rappresentato da un cantante, esclusivamente cantanti lirici, quindi oltre ai classici cori, oltre agli ormai conosciuti Thomas Vikström, Lori Lewis e Chiara Malvestiti, abbiamo una folta rappresentanza di collaboratori, che sono stati chiamati alla corte del megalomane Christofer Johnsson, che sogna di creare un qualcosa di simile a “Jesus Christ Superstar”, ma insomma, non esageriamo.

Il racconto si snoda lungo le 46 tracce che compongo l’opera, 46 tracce per un minutaggio medio a traccia abbastanza breve, ed è questa l’unica cosa che snellisce un po’ questo nuovo lavoro dei Therion, che di fatto, diciamolo senza girarci intorno, è un mattone duro da digerire.
Anche perché non siamo di fronte al classico album metal, o symphonic metal che sia, il concetto qui è proprio quello di creare una vera e propria piece teatrale, ed è quello che di fatto sentiamo. Funziona questa cosa? Eh, è difficile dirlo. Secondo me, si deve avere innanzitutto l'orecchio molto abituato a quella che di fatto è un'opera lirica, che avrebbe senso vedere a teatro, con testi alla mano, seguendo il botta e risposta tra i vari personaggi, così da seguire per bene la storia ed entrarci dentro. Così, a casa, su un supporto artificiale, possiamo soltanto ammirare il lavoro enorme che ci sta dietro, la produzione esplosiva, ed essere affascinati dagli arrangiamenti (quelli classici almeno, perché ormai i Therion neanche ci provano più a fare qualche riff di chitarra un po’ più ricercato, o qualche ritmica un po’ diversa dalla classica cavalcata a sostegno di tutto l’armamentario orchestrale).
Ma ad essere obiettivi e sinceri, penso che siano davvero in pochissimi, coloro a cui “Beloved Antichrist” possa far gridare a chissà quale miracolo. Tanti momenti abbastanza interessanti, questo è vero, ma anche tantissimi momenti di stanca, e poi diciamoci la verità, va bene tutto, ma levando il surplus di orpelli, quello che rimane è il solito Therion sound post "Theli", con tutti i suoi pregi e difetti, entrambi elevati all'ennesima potenza.
Un lavoro estetico, autoreferenziale, a suo modo coraggioso, antitesi di tutto ciò che può essere vagamente accattivante o commerciale, un lavoro per il puro diletto intellettuale del suo creatore, che dovrebbe essere rivalutato veramente solo in versione live, perché su cd semplicemente funziona soltanto a corrente alternata.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    30 Gennaio, 2018
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“RapThor” è il terzo full-length dei canadesi Nordheim che, dal 2006 prendono appunti e ripropongono a loro modo, le lezioni musicali dei Finntroll, dei battaglieri Turisas, degli epici Wintersun, così come delle scorribande alcoliche dei Korpiklaani. Una miscellanea di folk/viking e pagan metal, dove predomina lo stile da blacksters di cui si tingono molti dei pezzi forti dei nostri.
E’ inevitabile riconoscere già dall’artwork, così come da alcuni dei titoli dei brani, come la voglia primaria dei Nordheim sia quella di creare un bel party di musica estrema, senza prendersi troppo sul serio. Eppure c’è da dire che tra tutte le sfaccettature della loro musica, è proprio quella più da beoni a colpire meno e passare un po’ in sordina. Insomma “I wish you were beer” è simpatica ma lascia il tempo che trova, i Nordheim non sono i Korpiklaani, ed i Korpiklaani in certe cose sanno essere molto più convincenti.
Invece, aldilà di azzeccati riff immediati e refrain che possono conquistare fin da subito, come succede nell’opener, nonostante quell’utilizzo un po’ incerto delle clean vocals, i Nordheim che ho più apprezzato, sono quelli più estremi, dove si respira un’epica più gelida e maestosa, impreziosita sempre da buoni soli e riff melodici su cui svetta lo screaming del bravo Warraxe.
“Strenght Became The Storm”, “Black Witches Rising”, “Scroll Of Lightining Bolt” sono la miglior espressione del sound così tanto europeo dei canadesi Nordheim. Peccato invece per la suite finale “Dragonthorn”, piena di cori e orchestrazioni, ma che accanto a dei momenti dal buon tiro, ne ha purtroppo anche altri di anonimia. In ogni caso, per chi ama gli artisti di riferimento, non potrà non apprezzare questo lavoro dei Nordheim, che non rimarrà negli annali del metal, ma rappresenta sicuramente una buona prova musicale.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Gennaio, 2018
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All’uscita dell’Ep “Fires In The North” ci eravamo lasciati così: “Impossibile giudicare i nuovi Leaves’ Eyes da una sola canzone, lo faremo solo di fronte ad un full-lenght”.
E' giunto quindi il momento di tirare le somme, laddove la continuità del concept su re Herald, in realtà arriva dopo l'ormai ben conosciuta rottura tra il gruppo e Liv Kristine.

Krull ed i suoi saranno riusciti a mantenere il livello alto di songwriting a cui la band ci aveva abituato da qualche album a questa parte? E la nuova vocalist sarà riuscita a tener alta la tradizione canora dei Leaves' Eyes?

Rispondendo alla prima domanda, purtroppo "Sign Of The Dragonhead" non è all'altezza dell'ottimo "King Of Kings", ma neanche di lavori come "Njord" o "Symphonies Of The Night".
Il nuovo disco cerca di seguire le melodie vincenti del precedente lavoro, ma non sempre i Leaves' Eyes riescono a far quadrare il cerchio. Poco importa che poi ci sia la collaborazione del London Voices Choir, e che il disco sia orchestrato dalla Victor Smolski’s Almanac Symphony Orchestra. Tutto pomposo, tutto bellissimo, ma parliamo della cornice, il quadro generale è diverso. Ci si ritrova così in un vortice di brani dagli esiti non del tutto scontati, e non sempre positivi, sia per qualche calo di ispirazione, sia perché i Leaves' Eyes si sono ostinati a dirigersi verso alcuni lidi musicali, non tenendo conto del cambio dell'interpretazione canora, che talvolta pesa come un macigno.

La tecnica della bella Elina Siirala è ineccepibile, ma appunto, qui si ha la brutta sensazione che la finlandese ci metta fin troppa tecnica, e troppo poco cuore, o comunque che abbia difficoltà a cambiare registro. Il suo è un cantato fortemente legato alla tradizione classica, e quest'impostazione lirica è perennemente presente, anche dove i brani avrebbero davvero bisogno di altro. Questa severità e solennità della voce quindi non sempre riesce ad incastrarsi bene con i pezzi, in particolare quelli più festaioli e diretti come "Riders Of The Wind", che in pratica si presenta musicalmente come una classicissima folk metal song, su cui il cantato lirico è un vero pugno nello stomaco.

La voce di Elina si adatta meglio ai pezzi più squisitamente power symphonic come l'azzeccata "Across The Sea", o quelli dai toni più gotici come "Like A Mountain", o ancora citiamo l'ottima interpretazione in "Waves Of Euphoria" (la miglior canzone del lotto), dove la complessità della musica, l'immensità dei cori ed il tono orchestrale del brano intero, sembrano essere gli abiti migliori da indossare per la nuova vocalist. Ma in altri episodi, la sensazione è di inadeguatezza. Non darei certo la colpa alla Siirala, piuttosto ai Leaves' Eyes che non hanno saputo rendere piena giustizia alla loro nuova frontwoman, ma sono andati per la loro strada, lasciando a lei l'ingrato compito di adattarsi, e non tutti sanno essere così eclettici.

Inoltre l'album è costellato di brani alla "Fires In The North" (di cui abbiamo già disquisito nella recensione dell'Ep). Non brani malvagi, ma che sembrano scritti con il pilota automatico, troppo scontati e banali per una band come i Leaves' Eyes. e senza il giusto contrappeso del refrain vincente. Non possiamo certo dire che "Sign..." sia un album mediocre, ma sicuramente è un album che ha in se diversi problemi, che vanno oltre al solito growling ingolfato di Krull. Insomma i nuovi Leaves' Eyes non sembrano aver trovato ancora il giusto assetto per la nuova formazione. Il lavoro è si sufficiente, ma rispetto ai precedenti dischi, equivale comunque ad una mezza bocciatura.

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