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Opinione scritta da Gianni Izzo

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Opinione inserita da Gianni Izzo    09 Aprile, 2018
Ultimo aggiornamento: 09 Aprile, 2018
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Gli Under Siege si formano a Palestrina, vicino Roma, nel 2015, con l’idea di dar voce al loro modo di intendere il folk ed il viking metal.
Quest’omonimo disco rappresenta il debutto della band, e possiamo dirlo anche fin da subito, per quanto nella maggior parte delle tracce si senta molto l’influenza sia degli Ensiferum, che degli Amon Amarth (quelli meno ruffiani), “Under Siege” è davvero una meraviglia per le orecchie.

A parte una “One To Us” un po’ troppo stirata nel minutaggio e non esplosiva come le altre, siamo di fronte ad una manciata di brani che sanno prenderti fin dal primo ascolto, grazie all'ottimo melodic death di chiara matrice nordica, che stempera la sua irruenza attraverso gli elementi folk e le atmosfere epiche, costruite con fraseggi e cori, ora solenni, ora più battaglieri, che si alternano o rafforzano il potente screaming del cantante Paolo Giuliani, che a più riprese si diletta anche con un’evocativa cornamusa.

La sezione ritmica è veloce e chirurgica, i riff taglienti e ben costruiti, brani come “Time For Revenge” o “Invaders” sono esempi di come dovrebbe essere un certo tipo di metal: tellurico, dinamico, ma senza mai dimenticare la sua parte più melodica.
Gli Under Siege ci regalano un po’ di tutto, dai ritmi serrati ad aperture epiche ed andazzi marziali, da anthem metallici cantati nell'idioma italico, che sanno già di classico, come “Sotto Assedio”, fino ad un’ottima ballata finale, il cui sound si avvicina molto a certe canzoni dei Blind Guardian.

Il debutto della band capitolina è senza dubbio una bella sorpresa per il metal nostrano, gli Under Siege pensano proprio a tutto, non eccedono nel numero delle tracce e non lo fanno quasi mai nel minutaggio, riescono a trovare un giusto equilibrio nei vari ingredienti della loro musica. Le band ispiratrici sono molto presenti nel loro sound, ma c'è tempo e modo per affinare una via più personale per le proprie composizioni. Da tenere sott'occhio.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    20 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 20 Marzo, 2018
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Giunti al terzo album, i Lechery di Martin Bengtsson, famoso per esser stato bassista dei migliori Arch Enemy, cioè i primissimi, si rifugiano ancora una volta nel heavy metal più tradizionale e classico, senza aggiungere niente al loro stile, che si rifà prepotentemente al metal degli anni ’80.
Quindi si torna di nuovo indietro nel tempo con gli svedesi, nei ruggenti anni in cui il metal si diffondeva a macchia d’olio in tutto il pianeta…quasi tutto il pianeta, noi qui avevamo Toto Cutugno che all'epoca andava alla grande.

E niente, tutto qui, gli arrangiamenti dei pezzi sono ridotti all'osso, in confronto gli ultimi Manowar sembrano una band prog, e l’inventiva anche latita. Sinceramente certe soluzioni musicali, ne abbiamo sentite a bizzeffe, e ricordiamo sempre che i Judas Priest, neanche a farlo apposta, se ne sono usciti proprio in questo periodo con un album davvero apprezzabile, pur con tutti i cliché e le furbate del caso.

Quindi non vedo proprio perché uno dovrebbe affidarsi ai Lechery, che indovineranno anche qualche pezzo: la title-track, “Rule The World”, “Hold On The Night”, “Breaker The Chains” e “Tip Of The Whip” hanno un tiro discreto, ma nel 2018 brani del genere son poca cosa. Si può anche intraprendere la strada del metal più basico che esista, ma un po’ di inventiva, un qualcosa di particolare da proporre per non rimanere imbottigliati nel traffico di altre mille band che propongono la stessa identica ricetta, bisognerebbe pur averlo.

Non è questo il caso, non è questo il disco, che tra l’altro ha una copertina che non si sa se vuol essere blasfema, fumettosa, o fumettosa e blasfema, il che mi inviterebbe a nozze come idea, ma è talmente brutta, che non ti suggerisce niente di che, se non che due album fa, con “Violator”, i Lechery, quantomeno per l’artwork si erano impegnati.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    05 Marzo, 2018
Ultimo aggiornamento: 06 Marzo, 2018
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3 atti per più di tre ore di musica. Johnsson fa le cose in grande, ciò che ha cominciato a comporre più o meno cinque anni fa, vede infine la luce e si intitola “Beloved Antichrist”, vagamente ispirato al racconto breve del filosofo russo Vladimir Soloviov, intitolato “Il Racconto dell’Anticristo”.

Vagamente ispirato, perché fondamentalmente Johnsson spoglia il racconto di tutto il suo apparato filosofico, simbolico e religioso e ne crea di fatto una sorta di blockbuster teatrale, riadattando, levando e aggiungendo personaggi alla storia, affinché sia più avvincente e interessante a livello di storyline, rispetto all'originale, nato con fine saggistico, e non come opera d'intrattenimento.

“Beloved Antichrist” dei Therion si presenta come una rock opera, appaiono in essa ben 30 personaggi, ognuno rappresentato da un cantante, esclusivamente cantanti lirici, quindi oltre ai classici cori, oltre agli ormai conosciuti Thomas Vikström, Lori Lewis e Chiara Malvestiti, abbiamo una folta rappresentanza di collaboratori, che sono stati chiamati alla corte del megalomane Christofer Johnsson, che sogna di creare un qualcosa di simile a “Jesus Christ Superstar”, ma insomma, non esageriamo.

Il racconto si snoda lungo le 46 tracce che compongo l’opera, 46 tracce per un minutaggio medio a traccia abbastanza breve, ed è questa l’unica cosa che snellisce un po’ questo nuovo lavoro dei Therion, che di fatto, diciamolo senza girarci intorno, è un mattone duro da digerire.
Anche perché non siamo di fronte al classico album metal, o symphonic metal che sia, il concetto qui è proprio quello di creare una vera e propria piece teatrale, ed è quello che di fatto sentiamo. Funziona questa cosa? Eh, è difficile dirlo. Secondo me, si deve avere innanzitutto l'orecchio molto abituato a quella che di fatto è un'opera lirica, che avrebbe senso vedere a teatro, con testi alla mano, seguendo il botta e risposta tra i vari personaggi, così da seguire per bene la storia ed entrarci dentro. Così, a casa, su un supporto artificiale, possiamo soltanto ammirare il lavoro enorme che ci sta dietro, la produzione esplosiva, ed essere affascinati dagli arrangiamenti (quelli classici almeno, perché ormai i Therion neanche ci provano più a fare qualche riff di chitarra un po’ più ricercato, o qualche ritmica un po’ diversa dalla classica cavalcata a sostegno di tutto l’armamentario orchestrale).
Ma ad essere obiettivi e sinceri, penso che siano davvero in pochissimi, coloro a cui “Beloved Antichrist” possa far gridare a chissà quale miracolo. Tanti momenti abbastanza interessanti, questo è vero, ma anche tantissimi momenti di stanca, e poi diciamoci la verità, va bene tutto, ma levando il surplus di orpelli, quello che rimane è il solito Therion sound post "Theli", con tutti i suoi pregi e difetti, entrambi elevati all'ennesima potenza.
Un lavoro estetico, autoreferenziale, a suo modo coraggioso, antitesi di tutto ciò che può essere vagamente accattivante o commerciale, un lavoro per il puro diletto intellettuale del suo creatore, che dovrebbe essere rivalutato veramente solo in versione live, perché su cd semplicemente funziona soltanto a corrente alternata.

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3.5
Opinione inserita da Gianni Izzo    30 Gennaio, 2018
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“RapThor” è il terzo full-length dei canadesi Nordheim che, dal 2006 prendono appunti e ripropongono a loro modo, le lezioni musicali dei Finntroll, dei battaglieri Turisas, degli epici Wintersun, così come delle scorribande alcoliche dei Korpiklaani. Una miscellanea di folk/viking e pagan metal, dove predomina lo stile da blacksters di cui si tingono molti dei pezzi forti dei nostri.
E’ inevitabile riconoscere già dall’artwork, così come da alcuni dei titoli dei brani, come la voglia primaria dei Nordheim sia quella di creare un bel party di musica estrema, senza prendersi troppo sul serio. Eppure c’è da dire che tra tutte le sfaccettature della loro musica, è proprio quella più da beoni a colpire meno e passare un po’ in sordina. Insomma “I wish you were beer” è simpatica ma lascia il tempo che trova, i Nordheim non sono i Korpiklaani, ed i Korpiklaani in certe cose sanno essere molto più convincenti.
Invece, aldilà di azzeccati riff immediati e refrain che possono conquistare fin da subito, come succede nell’opener, nonostante quell’utilizzo un po’ incerto delle clean vocals, i Nordheim che ho più apprezzato, sono quelli più estremi, dove si respira un’epica più gelida e maestosa, impreziosita sempre da buoni soli e riff melodici su cui svetta lo screaming del bravo Warraxe.
“Strenght Became The Storm”, “Black Witches Rising”, “Scroll Of Lightining Bolt” sono la miglior espressione del sound così tanto europeo dei canadesi Nordheim. Peccato invece per la suite finale “Dragonthorn”, piena di cori e orchestrazioni, ma che accanto a dei momenti dal buon tiro, ne ha purtroppo anche altri di anonimia. In ogni caso, per chi ama gli artisti di riferimento, non potrà non apprezzare questo lavoro dei Nordheim, che non rimarrà negli annali del metal, ma rappresenta sicuramente una buona prova musicale.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    22 Gennaio, 2018
Ultimo aggiornamento: 22 Gennaio, 2018
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All’uscita dell’Ep “Fires In The North” ci eravamo lasciati così: “Impossibile giudicare i nuovi Leaves’ Eyes da una sola canzone, lo faremo solo di fronte ad un full-lenght”.
E' giunto quindi il momento di tirare le somme, laddove la continuità del concept su re Herald, in realtà arriva dopo l'ormai ben conosciuta rottura tra il gruppo e Liv Kristine.

Krull ed i suoi saranno riusciti a mantenere il livello alto di songwriting a cui la band ci aveva abituato da qualche album a questa parte? E la nuova vocalist sarà riuscita a tener alta la tradizione canora dei Leaves' Eyes?

Rispondendo alla prima domanda, purtroppo "Sign Of The Dragonhead" non è all'altezza dell'ottimo "King Of Kings", ma neanche di lavori come "Njord" o "Symphonies Of The Night".
Il nuovo disco cerca di seguire le melodie vincenti del precedente lavoro, ma non sempre i Leaves' Eyes riescono a far quadrare il cerchio. Poco importa che poi ci sia la collaborazione del London Voices Choir, e che il disco sia orchestrato dalla Victor Smolski’s Almanac Symphony Orchestra. Tutto pomposo, tutto bellissimo, ma parliamo della cornice, il quadro generale è diverso. Ci si ritrova così in un vortice di brani dagli esiti non del tutto scontati, e non sempre positivi, sia per qualche calo di ispirazione, sia perché i Leaves' Eyes si sono ostinati a dirigersi verso alcuni lidi musicali, non tenendo conto del cambio dell'interpretazione canora, che talvolta pesa come un macigno.

La tecnica della bella Elina Siirala è ineccepibile, ma appunto, qui si ha la brutta sensazione che la finlandese ci metta fin troppa tecnica, e troppo poco cuore, o comunque che abbia difficoltà a cambiare registro. Il suo è un cantato fortemente legato alla tradizione classica, e quest'impostazione lirica è perennemente presente, anche dove i brani avrebbero davvero bisogno di altro. Questa severità e solennità della voce quindi non sempre riesce ad incastrarsi bene con i pezzi, in particolare quelli più festaioli e diretti come "Riders Of The Wind", che in pratica si presenta musicalmente come una classicissima folk metal song, su cui il cantato lirico è un vero pugno nello stomaco.

La voce di Elina si adatta meglio ai pezzi più squisitamente power symphonic come l'azzeccata "Across The Sea", o quelli dai toni più gotici come "Like A Mountain", o ancora citiamo l'ottima interpretazione in "Waves Of Euphoria" (la miglior canzone del lotto), dove la complessità della musica, l'immensità dei cori ed il tono orchestrale del brano intero, sembrano essere gli abiti migliori da indossare per la nuova vocalist. Ma in altri episodi, la sensazione è di inadeguatezza. Non darei certo la colpa alla Siirala, piuttosto ai Leaves' Eyes che non hanno saputo rendere piena giustizia alla loro nuova frontwoman, ma sono andati per la loro strada, lasciando a lei l'ingrato compito di adattarsi, e non tutti sanno essere così eclettici.

Inoltre l'album è costellato di brani alla "Fires In The North" (di cui abbiamo già disquisito nella recensione dell'Ep). Non brani malvagi, ma che sembrano scritti con il pilota automatico, troppo scontati e banali per una band come i Leaves' Eyes. e senza il giusto contrappeso del refrain vincente. Non possiamo certo dire che "Sign..." sia un album mediocre, ma sicuramente è un album che ha in se diversi problemi, che vanno oltre al solito growling ingolfato di Krull. Insomma i nuovi Leaves' Eyes non sembrano aver trovato ancora il giusto assetto per la nuova formazione. Il lavoro è si sufficiente, ma rispetto ai precedenti dischi, equivale comunque ad una mezza bocciatura.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    10 Gennaio, 2018
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Formati dalle ceneri dell’underground sludge metal band Galvano, il trio di Gothenburg si forma nel 2016, e questo omonimo disco, segna il debutto ufficiale dei Firebreather, per la Suicide Records.
Siamo di fronte ad un sound sulfureo, con tonalità abbassate, ritmi epici e rallentati, una via di mezzo tra Candlemass e gli High On Fire, con Nööjd ed i suoi, che prediligono decisamente di più, i tempi cadenzati, ed i riff ossessivi.
Sono solo quattro i pezzi che che ci mettono sul piatto i Firebreather, ma sono quattro tracce abbastanza lunghe, per una media di sette minuti a brano, a cui fanno eccezione i dodici minuti dell’ultima “Release The Lava”. L'accordatura abbassata crea un’atmosfera oscura e pesante, il basso distorto di Pitcher è minimale nelle linee, ma essenziale per il muro sonoro che gli svedesi vogliono costruire, ed il tutto regge bene la voce roca del cantante.

Una proposta del genere ha bisogno di compiacenza da parte dell’ascoltatore, che se non ama particolarmente lo sludge ed il doom, potrebbe addormentarsi dopo il primo pezzo, e di grande ispirazione e bravura della band, che altrimenti rischierebbe di affossarsi alla seconda nota. Direte voi: "è una teoria molto soggettiva", il che può essere vero, ma continuo ad essere convinto che se dovessimo proprio scegliere il meno peggiore di due brani mal riusciti, avrà sempre la meglio quello che dura pochi minuti ed ha una ritmica vivace, rispetto ad un pachiderma musicale che si muove solo per inerzia e ci mette mezza giornata a fare un passo.

I Firebreather per fortuna nostra son bravi, non eccezionali, ma abbastanza talentuosi da metter su un debutto niente male, con una sua fisionomia ben precisa, persino abbastanza assimilabile fin dal primo ascolto, pur con i suoi alti e bassi, tra i bassi metterei sopratutto una produzione un po' troppo ingolfata.

Ci troviamo davanti ad un sound monolitico, che pur non snaturando le proprie radici, riesce a trovare quella dinamicità per creare dei risultati positivi. “Fire Foretold” è dotata di un riff granitico ben costruito, che sostiene una buona linea vocale. Stessa storia per la più battagliera “The Ice Lord”. Forse con “Emerald Eyes” entriamo un po’ nel tunnel dell’accollo musicale, il brano passa con difficoltà. “Release The Lava” ovviamente è il brano più complesso di questo poker musicale, ma sa cavarsela, pur con qualche vuoto qua e la, ma i cambi di tempo, e dei riff un po’ più articolati, riescono a donargli quel quid che gli serve per arrivare al traguardo senza troppi tentennamenti, laddove le linee vocali di Mattias hanno, nel frattempo, cominciato ad essere un po’ troppo simili tra loro.

Come inizio è sufficiente, per chi ama questa branchia del metal, i Firebreather potrebbero essere una nuova realtà da tenere sott'occhio.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    27 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 27 Dicembre, 2017
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E’ arrivato il tempo della raccolta anche per gli Iron Savior di Piet Sielck. “Reforged – Riding On Fire” è nato in primo luogo in seguito ad un’esigenza legale, la AFM non poteva ripubblicare i primi dischi degli Iron Savior (ormai quasi del tutto introvabili), poiché i diritti sono detenuti dalla Noise, precedente etichetta della band. Quindi il nostro roccioso frontman ha deciso che se tanto gli da tanto, sarebbe stata una buona occasione, recuperare quelle che considerava le tracce più rappresentative degli Iron Savior del primo periodo, che vanno dal debutto omonimo fino a “Battering Ram”, e registrarle nuovamente.

La raccolta segna anche il debutto del nuovo drummer Patrick Klose dietro le pelli. Sielck non decide di fare una semplice copia carbone dei pezzi storici della band, ma neanche di stravolgerne completamente lo spirito, come ad esempio hanno provato a fare gli Helloween con il loro "Unarmed".
Gli Iron Savior del 2017 non sono certo più quelli di vent’anni fa, hanno affinato la loro tecnica ed hanno decenni di lavoro di arrangiamenti alle spalle, Piet Sielck cerca quindi di esaltare ogni pezzo con l’esperienza accumulata, e la cosa di per se funziona benissimo, poiché ai brani viene lasciato il loro impatto originario, ma vengono comunque abbelliti ancor di più, con armonizzazioni migliori, e limando alcune asperità degli arrangiamenti precedenti. A dirla tutta, viene abbassata, talvolta in modo anche troppo evidente, la tonalità dei brani, perché si sa che a cinquant'anni suonati non si hanno più le corde e la voce squillante di quando si era giovini e forti, ma il risultato è più che dignitoso.
La produzione più moderna rende le tracce abbastanza attuali, nonostante qui e li, proprio alcuni suoni tendono a far storcere un po' il naso, Piet per qualche motivo a me ignoto, fa un po' di casino alla console, sopratutto con le chitarre, che si impastano fin troppo per un prodotto importante come questo, ma lo perdoniamo, perché il livello qualitativo di quasi tutti i pezzi è decisamente alto.

E ovvio che come ogni raccolta, anche “Reforged” non riuscirà ad accontentare a pieno i desideri di tutti, ed ogni uno di voi troverà probabilmente l’assenza di qualcuno dei propri brani preferiti, e si chiederà il perché della presenza di qualche altro brano, che personalmente non vedeva necessario. Ma questo è il gioco infinito a cui si va incontro di fronte a operazioni del genere. Per il resto posso confermare che se non conoscete gli Iron Savior, o siete fan dell'ultima, o comunque non avete avuto la possibilità di accaparrarvi i loro primi esplosivi dischi, "Reforged" è un ottimo prodotto, che fa da vetrina ad un pezzo di storia del power metal teutonico dalle squisite tematiche sci-fi, un pezzo di storia che vedeva ai suoi inizi due nomi altisonanti come quello di Kai Hansen e dell'ex Blind Guardian e Savage Circus, Thomas Stauch.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    03 Dicembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 03 Dicembre, 2017
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A leggere "Kingslayer" (Sterminatore di Re), so che viene subito in mente, a chi come me ha la scimmia delle serie tv, "Game Of Thrones", ma il nostro Victor Smolski è un appassionato di storia, il disco quindi non ha niente a che fare con la saga fantasy ideata da George R.R. Martin, ma è un concept incentrato su i veri regicidi che si sono susseguiti nel nostro mondo.

Da un punto di vista strettamente tecnico, la produzione del disco è ottima ed è evidente che la coesione tra gli strumentisti degli Almanac è fuori discussione, inoltre l’alchimia tra i tre cantanti è migliore anche del debutto, gli incastri tra i tre avvengono in modo naturale e non sembrano forzati in alcun modo. Peccato per un songwriting non sempre all'altezza di un nome importante come quello di Smolski.

Sebbene non si possa certo parlare di un brutto album, mi aspettavo molto di più da questo “Kingslayer”, che, per come la vedo, non riesce neanche a sfiorare i bei fasti del precedente “Tsar”, riuscitissimo debutto degli Almanac.
“Kingslayer”, si mostra fin da subito più asciutto e diretto del predecessore, canzoni leggermente più corte e meno corali, sinfonie messe in secondo piano a favore delle chitarre, e di un approccio complessivo più heavy e più adatto ai live. Queste dopotutto sono state fin dal'inizio dei lavori, le intenzioni di Smolski ed i suoi. Ma ricordiamo che l’ex Rage è famoso soprattutto per il suo amore nei confronti delle sinfonie, dare meno spazio a queste, è un po’ limitare il suo estro creativo. Ed infatti dopo diversi ascolti “Kingslayer” non sembra avere quella spinta in più, quel completamento del cerchio che dovrebbe venir naturale, ed invece in questo caso fatica ad arrivare. Pur apprezzando le parti più dure e tirate come “Headstrong” o “Children Of The Sacred Path”, entrambe dotate di buoni refrain ed un'adrenalinica parte ritmica, si nota nel complesso soprattutto troppa canonicità e derivazione di alcune soluzioni musicali. Prendete quei fraseggi neoclassici delle chitarre di “Guilty As Charged”, che avremo ascoltato già decine di volte in altre canzoni, Stratovarius in testa. In altri casi invece gli Almanac non riescono a trovare i refrain vincenti che hanno reso più che gradevole l’ascolto del loro debutto, ci ritroveremo quindi più volte a dedicarci fin troppo facilmente ad altre cose, mentre le canzoni di “Kingslayer” proseguono passivamente la loro corsa.
Non mancano i bei episodi, alcuni già li ho citati, a questi aggiungerei l’opener, con la sua intro teatrale in stile Trans-Siberian Orchestra , o anche l’epica “Hail To The King”, la più vicina allo stile di "Tsar".
Certo è, che se già "Tsar" non poteva essere considerato all'altezza di quanto fatto da Smolski nei Rage, ma tuttavia poteva considerarsi un signor album, "Kingslayer" è si sufficiente, ma il tutto passa in fretta, senza quella verve che ci si aspetterebbe.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    25 Novembre, 2017
Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 2017
Top 10 opinionisti  -  

I Moonspell trasformano quello che doveva essere un semplice bonus disc, in un album vero e proprio, un concept storico e filosofico, il primo disco della loro discografia completamente cantato nella propria lingua.
“1755” non ripercorre solo gli attimi del devastante terremoto che mise in ginocchio il Portagallo, ma cerca di mettere in discussione il pensiero conservatore religioso/politico legato al Portogallo, il tutto con il consueto appiglio dissacrante che contraddistingue la band lusitana.

Dopo anni e anni, in un lavoro di Ribeiro ed i suoi, tornano protagonisti indiscussi i cori gotici, gli inserimenti folkloristici e sinfonici che tanta fortuna portarono alla band nei suoi due capolavori, “Wolfheart” ed “Irreligious”. Ovviamente siamo abbastanza lontani da quei fasti, c’è lo ha preannunciato il primo fastidiosissimo singolo “Todos Os Santo”, di cui, tolta la sottotraccia sinfonica che l’accompagna, rimane molto poco, ed a tratti quello che tirano fuori i Moonspell sembra più uno scimmiottamento di qualche brano minore dei fratelli Cavalera, che altro.
Per fortuna “1755” si rivela migliore della sua anteprima, per quanto non riesca ad esaltarci a pieno, e per quanto contenga un altro paio di brani decisamente trascurabili.
L’intro al disco già la conosciamo, “Em Nome Do Miedo” l’abbiamo incontrata su “Alpha Noir”, ma questa reincarnazione cinematica con tensione in crescendo, ci suggerisce quanto sia importante l’arrangiamento nei pezzi, infatti il brano risulta superiore in tutto rispetto alla precedente versione.
Con la title-track fanno il loro ingresso anche le chitarre e la sezione ritmica che, aldilà di una certa tendenza ad essere un filo monocorde, si sposano bene con le melodie arabeggianti e l’oscurità malinconica del brano.
“In Tremor Dei” vede come ospite il musicista portoghese Paulo Bragança, che inserisce quelle che saranno le uniche linee vocali in clean del disco, almeno fino alla cover finale. Anche in questo caso siamo di fronte ad un pezzo di alta caratura, nel quale Bragança aggiunge un tocco di Fado (musica popolare portoghese… per cadenza, molto simile al tango, per capirci), che impreziosisce e particolarizza il brano.
Fosse tutto di questa qualità, “1755” sarebbe davvero il miglior album dei Moonspell da almeno vent’anni a questa parte, ma purtroppo i nostri si perdono diverse volte, e più tappe del loro concept passano di soppiatto. Dopo diversi ascolti, di parte del disco rimane in mente l’indiscussa potenza ritmica e il maligno growling di Ribeiro, ma è un po’ poco per esaltarsi. Al solito siamo di fronte ad un continuo saliscendi di emozioni, ci imbattiamo in pezzi come “Ruinas” che alzano l’asticella del gusto compositivo, mentre altri momenti come la scontatissima “1 De Novembro” o la già citata “Todos Os Santo”, che l’affossano.
Bella invece “Lanterna Dos Afogados” che chiude il concept, cover del gruppo pop Os Paralamas Do Sucesso (che non conosco affatto). Ho dato un ascolto all’originale, e devo dire che i Moospell sono riusciti ad imprimere con successo il loro stile sinistro e dark in un brano anni luce lontano dal classico modello compositivo della band metal.

Tra i pro ed i contro, “1755” si presenta come un lavoro sufficiente, ne più ne meno di diversi altri dischi (post – “Irreligious”) dei Moonspell. Speravo in qualcosa in più, sulla carta quest’album sarebbe dovuto essere un masterpiece o giù di li, per come è stato presentato, ma purtroppo l’ispirazione va, come sempre, a corrente alternata, è abbastanza da non presentarci un album mediocre, troppo poca per gioire come vorremmo.

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Opinione inserita da Gianni Izzo    12 Novembre, 2017
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Ci sono state due uscite quest’anno per i pagan/viking/folk metallers spagnoli Incursed: il full-length “Amalur” e questo Ep intitolato “The Slavic Covenant”, che ha preceduto l’album vero e proprio.

Cominceremo con l’occuparci dell’Ep, che ruota ovviamente intorno alla title-track che ritroveremo anche in "Amalur".
Il brano è potente e diretto, ed in questo gli Incursed propongono il loro ben saldo extreme folk-metal di estrazione nordica, anche se, tradito dal titolo, mi aspettavo effettivamente qualche digressione in sonorità est europee.
In ogni caso, un primo ottimo biglietto da visita, tra ritmiche velocissime, melodie folkeggianti e cori da stadio.
A seguire un altro brano che farà parte di “Amalur”, tale “Akellare”, che ha in se parecchi parti strumentali interessati, su tutti il fraseggio pianistico che va a sostenere un breve ma interessante passaggio dalle sfumature prog.
Non ho mai amato molto le parte in clean degli Incursed, ed anche in questo caso, le strofe non mi fanno impazzire, per quanto cantate con abbastanza grinta, ma il refrain è azzeccato e tutto sommato promuoviamo anche quest’altro brano.
Gli Incursed a questo punto rispolverano la loro “Wild!”, riprendendola dall’album “Morituri” del 2010, metallizzano abbastanza bene un brano popolare (“Fear A’Bhata”), e coverizzano infine la solita “Take On Me” degli A-Ha, che come molte pop song degli anni ’80, si presta facilmente a chitarre elettriche ed epicità metalliche. Peccato che gli acuti, che sono il vero climax del brano, sono nascosti dal growling, e questo fa un po’ male al pezzo, ho sentito versioni migliori. Tuttavia l’Ep ci presenta una band in forma, vedremo a breve come se la cava su tragitti più lunghi con il nuovo full-lenght.

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