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In occasione dell’uscita di “Into the Legend”, decimo album di studio dei Rhapsody of Fire, che ha segnato un ritorno alle radici della band contemporaneamente all’inizio di un nuovo capitolo, abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Alex Staropoli, tastierista e fondatore della storica formazione triestina.

 

è stato Alessandro Sala ad occuparsi delle parti di basso di “Into the Legend”?

Le parti di basso le ho composte io, come sempre, però Alessandro Sala è entrato nella band già prima di arrivare in studio a lavorare con noi. È un ragazzo di Trieste con cui Roby (De Micheli, ndr) già suonava, me l’ha presentato lui, io lo conoscevo solo di vista. Sono molto soddisfatto perché volevo una persona con cui avere una comunicazione più facile. E poi abitiamo nella stessa città e parliamo la stessa lingua.

 

Quali sono i motivi che hanno spinto Oliver Holzwarth a lasciare la band?

Motivi personali. Ho assunto Oliver nella band sulla fiducia perché non lo conoscevo, ma suo fratello Alex con cui lavoro da una vita mi ha detto “guarda, mio fratello è libero, potrebbe fare al caso nostro”. E io ho accettato. All’inizio è andata bene, ma Oliver ha un carattere molto più duro rispetto ad Alex. Quando ha detto di volersene andare, in realtà per me era già fuori anche se non l’avevo ancora dichiarato pubblicamente. Ben venga una persona con cui si può lavorare con tranquillità come Alessandro Sala.

 

“Into the Legend” suona molto più duro rispetto a “Dark Wings of Steel” e in qualche modo sembra richiamare le sonorità del passato, sei d’accordo?  Questo particolare deriva da una scelta precisa o è stato un processo spontaneo?

“Dark Wings of Steel” doveva suonare duro come “Into the Legend”, il problema è che ho dato in mano il mix a Sebastian, il nostro ingegnere del suono che ci seguiva dal vivo, e dopo aver fatto reamping delle chitarre il sound ha perso un po’ di potenza. Per questo album invece ho curato l’intera produzione, abbiamo fatto tutto a Trieste, ho fatto mixare l’album al mio attuale ingegnere del suono, e c’è un approccio molto live all’intero progetto. Abbiamo speso tre giorni rendere i suoni della chitarra belli pieni e potenti, abbiamo dato spazio alla sezione ritmica e si sente. Ovviamente bisogna scendere a compromessi avendo molta orchestra e molti cori, però la sonorità è sicuramente più potente.

 

Tantissime band usano spesso intro molto brevi, secondo te da cosa deriva questa necessità? Non sarebbe magari il caso di realizzare una sorta di vera e propria ouverture strumentale più lunga in apertura del disco?

Questa è una bella domanda. L’inizio della mia risposta è che io non seguo altre band. Sono quattro anni  che non ascolto assolutamente niente di metal, ascolto colonne sonore e musica classica o band come gli Alter Bridge che non hanno nulla a che a vedere con quello che faccio. Dal mio punto di vista è una tradizione che noi abbiamo sempre rispettato. Introdurre con un brano strumentale crea l’aspettativa, l’attesa per quella che è la prima canzone. C’è da dire che in generale la durata tra un minuto e mezzo-due minuti è già un tempo importante soprattutto al giorno d’oggi in cui magari un ragazzo giovane skippa perché vuole ascoltare le altre canzoni e andare subito al sodo. Io no, preferisco un’introduzione adeguata.

 

C’è una voce soprano femminile ospite nel disco, chi è e come è entrata in contatto con la band?

Si chiama Manuela Kriscak, è una soprano che abita a Trieste. Roby conosce il marito, all’inizio volevo solo una presenza, solo dei vocalizzi, ma quando è arrivata, così minuta ma con una potenza polmonare assurda, ho subito composto altre parti e le ho chiesto se voleva tornare per cantare ancora. E poi si è creato questo duetto con Fabio (Lione, ndr). Ha lavorato con direttori d’orchestra famosi in tutto il mondo, ha fatto tour in Europa e in Giappone. Chiunque mi abbia fatto un’intervista mi ha chiesto chi è, perché ha una voce davvero molto particolare. Spesso alcune cantanti soprano rischiano di risultare fastidiose, con un falsetto meccanico, lei invece ha una dolcezza nel canto, che ha dato un bel tocco, una marcia in più.

 

State già programmando il vostro prossimo tour?

Dovremmo suonare in Europa ad aprile e stiamo lavorando a un tour in Asia, toccheremo Osaka e Tokyo, e penso a ore dichiareremo anche Pechino e Taiwan, ma speriamo di aggiungere altre date in Oriente. Abbiamo il 70.000 Tons of Metal a inizio febbraio e da lì poi andremo a Città del Messico dove suoneremo insieme a Stratovarius e HammerFall. Piano piano annunceremo sempre nuove date.

 

Chi ha realizzato l’artwork di “Into the Legend”?

 

L’idea è nata dalla band, parlando un po’ con Alex (Holzwarth, ndr) è venuta fuori l’idea di realizzare qualcosa di futuristico. Mi sono rivolto al nostro graphic designer, Felipe Machado Franco, con cui abbiamo lavorato per le copertine precedenti. Mi ha consegnato una prima bozza, mi è piaciuta e quindi abbiamo continuato su questa linea. Quando mi ha dato l’ultima versione dell’artwork, che per lui era finito, io non ero convinto, per cui mi sono messo a lavorarci sopra, cosa che non ho mai fatto in vita mia. La differenza tra quello che mi ha dato lui e quello che ho aggiunto io è davvero incredibile, vedi il prima e dopo. Era una bella copertina, ma quella su cui ho lavorato io aggiunge nuovi elementi, come la neve e il fuoco, e ha una colorazione un po’ più vivace. Sono davvero molto contento del risultato, non ho mai fatto una cosa simile, è stato un esperimento che è riuscito bene, perché è una copertina dinamica, e su vinile rende ancora meglio. Per il prossimo album mi piacerebbe fare qualcosa “alla Marvel”, perché adoro i disegni realistici. E la copertina è davvero importante, essendo il biglietto da vista della band.

Pubblicato in Interviste

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