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Intervista con Mariusz Duda (Riverside)

Mercoledì, 03 Aprile 2019 12:28

In occasione del concerto dei Riverside, al Circolo Magnolia di Milano, la redazione di Allaroundmetal  ha avuto la disponibilità di intervistare il leader Mariusz Duda. Il sottoscritto si ritrova nel primo pomeriggio di una grigia domenica davanti al locale in attesa di entrare per l'intervista. Non sono il solo, in quanto erano presenti altre testate, ed essendo un estimatore della band ero un pochino in ansia che però si è dissipata scoprendo quanto il buon Mariusz sia persona pacata, cordiale e molto intelligente nonostante il suo aspetto molto dark e schivo. Vengo accolto in una piccola stanzina e purtroppo causa ritardi non ho avuto moltissimo tempo ma comunque l'atmosfera era davvero piacevole quindi ecco a voi l'intervista:

 

AAM: Ciao Mariusz e benvenuto su AllaroundMetal Webzine. Vorrei uscire un pochino dalla routine perché penso che ne avrai anche le scatole piene delle solite domande. Siete sempre stati erroneamente etichettati come prog rock/metal band ma lo siete solo in parte. Per voi cosa significa essere una band prog ?

 

MD: Attualmente mi sono anche scordato delle interviste fatte dato che la promozione dell’ultimo album Wasteland è stata fatta parecchio tempo fa ma non è comunque un problema. Per me essere una band prog oggi molto spesso significa avere una chitarra a sette corde o fare della musica molto tecnica. Io non voglio che la mia band sia etichettata come prog ma voglio che componga e suoni canzoni oscure pur presentando delle strutture complicate. Se devo magari essere associato ad una qualche band per via del sound simile preferisco gli Anathema piuttosto che gruppi come i Dream Theater.

 

 

AAM: Noto che con il passare degli anni il prog è diventato sinonimo di tecnica esagerata cancellando tutto ciò che il passato ci ha insegnato. Tutto dovrebbe partire da una bella melodia. Eppure pochissimi riescono a crearle. Tu cosa ne pensi ?

 

MD: Io penso che sia sbagliato proprio il termine progressive  che viene troppo associato allo shredding. Noi fin dall’inizio abbiamo considerato la melodia e le emozioni come colonna portante del nostro sound e questo rende tale la nostra musica. Io preferisco più parlare di Art Rock perché ritengo sia più vicino al nostro sound. Non me la sento tanto di parlare di prog, proprio perchè non lo faccio e non lo suono.

 

 

AAM: A tal proposito molti musicisti, soprattutto quelli giovani, sono ossessionati dalla tecnica e poi non riescono a scrivere canzoni o a fare semplici jam session. Perché siamo arrivati a questo punto ?

 

MD: Difficile dare una spiegazione. Quando diventi un artista e crei buone canzoni cerchi anche di avere una buona tecnica. Ci sono musicisti che riescono in entrambe le cose. Ci sono musicisti che grazie alla propria tecnica riescono comunque a creare qualcosa di unico tipo Steve Vai, ma ci sono molti musicisti che non sanno creare canzoni e puntano solo su assolo e tecnica da shredder. Per farti un esempio io ho un amico che ascolta queste cose ed in mia opinione pare di ascoltare un assolo che non finisce mai. Non mi piace. Comunque rispetto chi cerca continuamente di migliorare sulla tecnica ed essere diverso dalla massa, tipo Marty Friedman che riesce a creare delle partiture orientali o anche Jeff Beck che stimo molto. Io non so come molte persone possano apprezzare la tecnica fine a se stessa senza anima. Alla fine è una loro scelta e la rispetto.

 

 

AAM: Seguendo il discorso, spesso si assistono ad eventi legati ad un determinato strumento (festival della chitarra o batteria ad esempio) e sono colmi di gente ma poi ai concerti non ci va nessuno. Perché secondo te ?

 

MD: Credo sia per la stessa questione che oramai al giorno d'oggi si punta più sulla tecnica che sul fare musica. Il mio pensiero è che sia per la stessa ragione che molti musicisti di talento non riescono a formare una band. Avere una tecnica enorme non significa saper comporre un proprio album. E’ pieno di grandi musicisti e la sola cosa che sanno fare e è suonare con qualcun altro come turnisti, stando in un angolino con il proprio strumento puntando esclusivamente sulla propria preparazione tecnica piuttosto che andare a vedere un concerto. Non è una parte della musica con cui ho a che fare . Non voglio far parte di quella comunità. Al massimo cerco solamente su internet quando devo comprare una chitarra, nient'altro.

 

 

AAM: Ho sempre visto la vostra musica in maniera quasi cinematografica. Hai mai pensato di fare una colonna sonora ?

 

MD: Si ma per fare quel genere di cose significa avere qualcuno che ti possa aiutare come ad esempio sincronizzare la tua musica con le immagini. Non è cosa semplice e bisogna avere gente preparata per farlo. Ritengo comunque che il progetto Lunatic Soul potrebbe essere l’ideale per un film.

 

 

AAM: Sei appassionato di cinema ? C’è qualche regista con cui ti piacerebbe collaborare ?

 

MD: Amo molto i film. Il cinema è un po' come la mia seconda vita. Se devo lavorare con qualcuno probabilmente sarebbe qualcuno dedito a qualcosa di oscuro e strano. Ho un enorme rispetto per gli artisti che hanno in qualche modo il mio stesso approccio compositivo e che siano un mix tra il popolare e l’indipendente. Io non amo qualcosa che sia totalmente indipendente o underground. Anche nella musica che si ascolta oggi non amo che sia così dannatamente originale tipo per giornalisti di Pitchfork Webzine o per gli hipster ma che sia per le persone normali. Allo stesso tempo ho rispetto per artisti che fanno i blockbuster come Christopher Nolan o Jim Jarmusch anche. Apprezzo moltissimo anche Denis Villeneuve di Blade Runner 2049 e non sarebbe male collaborare con lui.

 

 

AAM: Dicci 3 film che ti hanno cambiato la vita. E se ti va dicci una colonna sonora che apprezzi particolarmente.

 

MD: Mmmmm ok...allora direi:

Billy Elliott che è un film senza dubbio sulla vera passione per ciò che si fa.

Salvate il soldato Ryan (Steven Speileberg è uno dei miei registi preferiti perché fa film di intrattenimento ma allo stesso tempo ambiziosi). 

Poi aggiungerei qualcosa di classico del cinema polacco, La Trilogia dei Tre Colori di Krzysztof Kieślowski che ho molto a cuore.

Come colonna sonora dico Silent Hill, il videogame perché ci ho speso molto tempo e ci sono affezionato.

 

 

AAM: Andando al vostro ultimo album Wasteland si nota un massiccio uso della chitarra che richiama il vostro passato. Lo vedo come un modo per dimostrare che siete fortemente intenzionati ad andare avanti ed allo stesso tempo tributare un amico/musicista che purtroppo non c’è più. Come vedi il futuro della band ?

 

MD: Probabilmente continueremo a suonare e comporre. Ho già diverse idee e stimoli per l'ottavo album che dovrebbe uscire alla fine del prossimo anno.

 

 

AAM: Con il progetto parallelo Lunatic Soul hai dimostrato di essere ispiratissimo creando dischi di altissima qualità. Come riesci ad avere sempre idee cosi meravigliose ?

 

MD: Io sono un narratore, adoro raccontare storie e creare musica in modo tale che mentre la si ascolta sia come se si guardasse un film. Non mi piace fare musica per creare solamente singoli e vantarmi di collezionarli. Ci metto passione in quello che faccio con il cuore anche se è qualcosa oscuro e parla di depressione tristezza e morte. Adoro tutto ciò.

 

 

AAM: Come vedi il futuro della musica ? Il mercato come si evolverà ?

 

MD: Domanda difficile. Al giorno d'oggi tutto è cambiato. Paradossalmente, tutto ciò non riguarda il comprare il formato fisico perché la gente compra ancora cd e vinili oppure ascolta in streamning su youtube o altre piattaforme. Il mercato è cambiato perché, forse, molte bands hanno cominciato a suonare di più dal vivo ma non tanto per promuovere il loro nuovo disco ma unicamente per fare live shows facendo tour su tour di continuo. Alle persone piace tutto ciò. Al pubblico piace il contatto con la band. La musica secondo me si svilupperà verso questa strada ovvero il rapporto con i fans. Non so esattamente come, però i fans hanno il bisogno di essere sempre più vicini alle bands, difatti se vedi ci sono tutti questi eventi speciali, i VIP ticket o extra esclusivi nei concerti. Il futuro andrà incontro a queste necessità.

 

 

AAM: Grazie mille per l’intervista. Sei libero di salutare come desideri i nostri lettori.

 

MD: Grazie mille a tutti i lettori per il supporto e amore per noi e speriamo di suonare ancora a Milano!

Pubblicato in Interviste

E’ una domenica abbastanza grigia e le temperature non invogliano del tutto ad uscire di prima mattina ma la voglia di vedere dal vivo i Riverside supera tutto. Mi aspetta il treno abbastanza presto dato che gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e considerando che ci sarà da fare anche l’intervista (confermatami un paio di giorni prima) è meglio arrivare per tempo.
Il viaggio fortunatamente procede bene e raggiungo la stazione di Milano Centrale senza intoppi tranne un leggero ritardo. Tempo di prendere il pullman per Linate e raggiungere l’albergo che scorgo dal finestrino il tourbus della band appena arrivata nei paraggi del locale. Sfortuna vuole che non ci siano posti nei paraggi per mangiare un boccone quindi ripiego nel ristorante dell’hotel (non così caro come temevo) e sistemare i dettagli dell’intervista prevista per le 17:45 poi slittata di parecchio per ritardi (che leggerete a breve nel sito). Tra una cosa e l’altra le ore passano e mi appresto a ritornare al Magnolia per assistere al concerto.

La quantità di pubblico all’inizio non è tanto elevata ma con il passare dei minuti arriverà a dei livelli ottimali, segno che la band è nel cuore di parecchi appassionati. La prima band che si esibisce sono i Lesoir dall’Olanda, un quintetto dedito ad un art rock (o progressive rock moderno se preferite) abbastanza variegato a supporto del nuovo disco Latitude. Il concerto si rivela intenso e molto dinamico con i brani che presentano parecchie sfaccettature se non fosse per dei suoni un po’ troppo confusi che facevano sentire pochissimo la chitarra, i cori e pure le tastiere non erano così ben udibili. Purtroppo questi problemi hanno in parte minato l’esibizione che non ha fatto capire granché ai presenti lasciando comunque un’impressione abbastanza buona. Il loro modo di fare musica intriga e la nuova direzione presa dalla band segna un bel miglioramento e crescita rispetto al passato. Nessuno dei musicisti emerge particolarmente lasciando che sia l’insieme delle forze ad esprimersi (solo la tastierista/chitarrista/corista non ha brillato più di tanto parendo più un contorno) ed alla fine dei conti gli applausi sono stati un segno che in parecchi hanno apprezzato lo show.

Tempo di una pausetta per rinfreschi o acquisti al merchandise e finalmente i Riverside (dopo diversi anni che mancavano dall’Italia) si presentano sul palco accolti da una miriade di applausi quasi inaspettata. Rimasti in tre dopo la perdita del chitarrista Piotr Grudziński, la band polacca ha comunque deciso di non mollare e continuare per la sua strada pubblicando prima il nuovo album Wasteland (invero non un capolavoro ma comunque di qualità non indifferente) e lasciando al cantante Mariusz l’onere della sei corde su disco. Nel live della serata, alla chitarra c’era Maciej Meller che, oltre ad aver suonato qualche solo nel disco, si dimostra musicista raffinato e di classe e riesce in parte a non far rimpiangere il suo predecessore non riuscendo però ad esprimersi al meglio dando solo una leggera ventata di quel che può fare sul lato compositivo (sempre che ne avrà la possibilità). I suoni e le luci sono ottimali e donano allo show un impatto quasi psichedelico. Il cantante attrae gli sguardi con naturalezza sprigionando la sua voce malinconica ed emozionale supportato da un iper sorridente, oltre che felice, Michał Łapaj alla testiera e da un preciso ed elegante Piotr Kozieradzki alla batteria. Tutta la band è in forma ed offre una setlist che privilegia ovviamente il nuovo disco ma non dimenticando brani da Out of Myself o Second Lyfe Syndrome (ma anche uno o due estratti anche dagli altri dischi) per finire con la doppietta 02 Panic Room (da Rapid Eye Movement) e River Down Below dal già citato Wasteland. Un concerto che ha puntato soprattutto all’emozionalità, al trasmettere sensazioni e dove la tecnica è un mezzo per creare qualcosa e non per dimostrare quanto bravo sia un musicista (concetto ben espresso da un ironico siparietto tra una canzone e l’altra). Molti i volti sorridenti a fine concerto e che lasciano ben sperare per un imminente ritorno del gruppo polacco. Avrei desiderato salutare nuovamente il gruppo ma la stanchezza era grande (non so se poi la band si sia presentata al merch) ed ho optato per tornare in hotel a dormire, felice anche io di aver assistito ad uno dei concerti che probabilmente si candiderà alla top ten del 2019.

Pubblicato in Live Report

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