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Qualche mese fa, prima dell'uscita di The Last Stand, ultima fatica in studio degli svedesi Sabaton, mi era capitato di fare una chiacchierata col loro leader Joakim Brodén. A distanza di mesi mi ritrovo al Live Club di Trezzo sull'Adda, grazie alla KezzMe!, per intervistare invece un altro membro della band: il chitarrista Chris Rörland, unitosi agli svedish pagans ormai quattro anni fa. La chiacchierata è stata molto interessante, come leggerete, perché non si è solo parlato dei Sabaton, ma anche della persona che avevo di fronte, dei suoi sogni e della sua vita. Buona lettura!

D. Ciao Chris e grazie del tempo che ci stai dedicando! Come sta andando il tour di supporto a The Last Stand? È fantastico vedere voi e gli Accept sullo stesso palco.
R. Ciao e grazie a voi! Il tour sta andando alla grande, e avere gli Accept con noi è fantastico: sono persone stupende, così come i Twilight Force. Al momento però siamo tutti ammalati quindi ti consiglio di starmi un po' lontano! *ridiamo*
D. Parlando del disco: sei entrato nei Sabaton nel 2012. Com'è stato lavorare con calma alla scrittura del nuovo disco? Ti sei sentito più a tuo agio rispetto a quando sei entrato mentre Joackim e Pär scrivevano Heroes?
R. Assolutamente. Quando registrammo Heroes fu tutto un turbine e dovetti lavorare a ritmi serrati. Questa volta, invece, abbiamo avuto più tempo per rilassarci e pensare bene a come comporre: ho anche scritto una canzone insieme a Joackim. Sicuramente quello che mi ha più aiutato è stata la comunicazione tempestiva con Peter Tagtgren, che mi ha aiutato sull'espressività degli assoli e di alcuni riff. Mi sono fidato molto del nostro produttore, tanto da chiedergli spesso se secondo lui determinati pezzi andassero bene o meno... E spesso venivo rimbeccato! *ride*
D. Poi Peter, avendo già lavorato con i Sabaton, sa esattamente come deve suonare un loro disco.
R. Sicuramente, nelle registrazioni di Heroes averlo mi ha aiutato tantissimo. E poi lavorare con una leggenda come lui per uno come me è stato come dire "wow!", anche se ti posso assicurare che è stato molto severo: a volte ho dovuto riscrivere gli assoli anche cinque o sei volte perché c'era sempre qualche sfumatura che non gli piaceva.
D. Praticamente come un insegnante di arti marziali! *ridiamo*
R. Esatto, ma molto più arrabbiato!

D. Visto che ormai hai due album di esperienza: com'è lavorare alle parti di chitarra in una band che basa molto il suo sound sui cori e le tastiere?
R. È difficile ma divertente. Trovo ancora alcune difficoltà ad abituarmi al sound dei Sabaton, visto che vengo dal death metal, anche se in realtà sono cresciuto ascoltando power. Ciònonostante piano piano ci ho preso la mano e ho cominciato anche ad abbracciare stili differenti dal mio, crescendo anche come chitarrista. Poi, amando il suonare live, ti lascio immaginare quanto sia esaltante per me suonare con una megabatteria dal vivo, sentire tutti i cori che si intrecciano con i miei assoli e vedere persino i fuochi d'artificio!
D. Infatti penso che per te sia stato assurdo passare da un giorno all'altro a suonare con i Sabaton, per esempio, headliner a Wacken, suonando davanti a 70.000 persone!
R. Sicuramente, ma mi è anche servito a crescere come chitarrista. D'altronde, venendo da una tecnica quasi dream theateriana, cambiare così radicalmente mi è servito per aggiungere maggiori emozioni al mio stile... E poi è divertente! Adesso, dopo Heroes, ho anche provato a mettere qualcosina di shredding e Joackim sembra aver gradito molto.

D. Com'è lavorare con il vostro nuovo acquisto, Tommy Johansson?
R. Fantastico! È una persona che viene dal PROFONDO NORD *ridiamo* ed è molto divertente, sia come persona che come musicista con il quale suonare. Dopo questo tour vedremo come ce la caveremo insieme in studio.
D. Questa tua risposta mi fa venire in mente che una delle cose che si notano di più, guardando i Sabaton da fuori, è questa sensazione che siate tutti una grande famiglia.
R. Certo, il nostro spirito di squadra è ciò che sta alla base della nostra musica. Anche i membri della crew si sentono parte di questo, perché al contrario di altre band viaggiamo tutti sullo stesso tour bus!

 

 

D. Tornando un attimo all'argomento di prima, mi hai già più o meno detto quali sono le tue principali influenze musicali...
R. Aggiungo anche Iron Maiden e Blind Guardian! Le mie due band preferite, di cui ti posso assicurare che ho tutto, compresi vinili e cassette... Adoro collezionare cose, se non si fosse capito! *ridiamo*
D. Bene, ti confesso che queste domande le ho scritte più per te che per fare domande in generale sui Sabaton, quindi volevo chiederti: com'è stato passare dai Nocturnal Rites ai Sabaton? Ti ha cambiato la vita come cosa?
R. Sicuramente si: come chitarrista in primis, perché il mio predecessore è uno dei migliori che io conosca in Svezia. Venendo proprio al cambio di band: non è stato così un grosso cambiamento, visto che ci era già capitato di suonare insieme in diverse occasioni. Li conoscevo sin da prima, quindi per me è stato quasi un passaggio naturale, non come un semplice sessionist. La cosa pazzesca è la quantità di shows che stiamo facendo: quello mi ha cambiato davvero. Siamo costantemente in tour e non ho più una vita privata!
D. Infatti la cosa che volevo chiederti è se ogni tanto è stressante una vita del genere!
R. Guarda, fisicamente sicuramente, ma emotivamente invece sono sempre felice! Essere su un palco a suonare è sempre stata la cosa che ho desiderato di più sin da bambino, che di fronte al palco ci fossero 50 persone o 50000. Per me l'importante è sempre stato suonare dal vivo.
D. ... Ma ogni tanto rivorresti la tua vita primata! *ridiamo*
R. Si ogni tanto mi manca stare a casa o anche solo vedere la mia ragazza! Ti stanchi in tour, specialmente quando tutti si ammalano o quando attraversando le alpi ti si tappano le orecchie e non senti più niente... Ma lo dobbiamo fare.
D. Ma è divertente e quindi si fa!
R. Assolutamente si. A volte ci si annoia durante il giorno, perché magari si fa solo il soundcheck e non si fa nient'altro... Per quello sono contento che qualcuno mi intervisti *ridiamo*
D. E a volte, come oggi, siete troppo lontani dal centro città per quantomeno visitarlo!
R. Esattamente, a volte capita, altre volte no. Ma va bene così, spesso cerchiamo di organizzare anche le sessioni di autografi.

D. Parlando di te proprio come musicista: hai in mente qualcosa come un progetto solista per il futuro?
R. Eheheh, ci sto lavorando proprio in questi mesi! A dire la verità sono due: uno è giusto per divertimento e sarà una cosa hard rock/sludge ispirata da Marylin Manson e Rob Zombie, l'altro sarà un disco symphonic death metal. Sarà sicuramente un mix di diversi stili e generi musicali che mi piacciono e come tematica userò le trame dei film horror! Tra l'altro sarà una one man band: suonerò tutto quanto, inclusa la tastiera col sintetizzatore per fare le parti orchestrali... Canterò e disegnerò pure la cover dell'album! Se poi non sarò soddisfatto del risultato a quel punto mi rivolgerò a qualche produttore, magari proprio a Peter.
D. Avrai tempo per lavorarci dopo questo tour?
R. Si, sicuramente ci fermeremo un po'. Un po' di ispirazione sono riuscita a prenderla durante gli ultimi viaggi e al momento ho già dieci canzoni all'attivo. Spero di riuscire a pubblicarlo già quest'anno!

D. Siamo agli sgoccioli e ti faccio una domanda che mi piace porre abbastanza spesso: qual'è il palco dove ti sei divertito di più a suonare?
R. Cavolo, domanda difficilissima! Allora... Direi che il palco più assurdo su cui ho suonato con i Sabaton è sicuramente stato Woodstock, perché non avevo idea che saremmo stati ripresi e nemmeno che l'area concerti avesse una capacità di un milione di persone! Quella è stata una cose più fighe che abbia mai fatto nella mia vita. Ovviamente la seconda è stata Wacken, perché quando ero un bambino guardavo un sacco di dvd e mi dicevo "prima o poi arriverò anche io su quel palco!". E così è stato: ce l'abbiamo fatta e anche da headliner! Con i Sabaton ho suonato in tanti posti, ma quelle due date sono state qualcosa di favoloso.
D. C'ero anche io al Wacken... Ricordo benissimo la quantità di gente che faceva crowd surfing durante la vostra esibizione!
R. *ride* ogni volta che suono in un festival così penso un po' a voi poveracci che state lì sotto, poi a quel Wacken, col fango e col freddo!! *ridiamo*

D. Ti lascio con l'ultima domanda: in questi anni di odio e diffidenza verso il prossimo, lanciato soprattutto da politici e figure pubbliche, pensi che l'heavy metal sia ancora un mezzo possibile per unire le persone?
R. Ci spero: voglio dire, la musica è sempre stata qualcosa che ha unito le persone. Spero che l'heavy metal possa farlo, anche se esistono ancora un sacco di bigotti che sostengono che sia una musica da adoratori di Satana, da guerrafondai o da omicidi, specialmente la nostra! Spesso ci tocca rispondere che non cantiamo di queste cose, ma di persone che hanno dato la vita per qualcosa di più grande. Il nostro obiettivo dev'essere proprio far in modo che questi preconcetti spariscano: prima o poi capiranno che siamo solo persone pacifiche con cui si può tranquillamente bere una birra in giro!
D. Ti ringrazio Chris, buon concerto per dopo!
R. Grazie a voi!

Live report della serata qui.

Pubblicato in Interviste

Colony Open Air: ecco il primo headliner.

Mercoledì, 25 Gennaio 2017 14:30

Sull'evento facebook ufficiale del festival, il Circolo Colony ha svelato il primo headliner del Colony Open Air, il festival che si terrà sabato 22 e domenica 23 luglio all'Autodromo di Franciacorta:

Eccoci al primo headliner di Domenica 23 Luglio.
Non servono molte parole, basta solo dire che sono nati in Florida più di 30 anni fa e che sono stati, e sono attualmente, uno dei punti di riferimento nel panorama death metal mondiale.
Signore e signori, i Morbid Angel!!!!!!

La band californiana si aggiunge alla line-up che, fin'ora, è la seguente:

Sabato 22 Luglio

tba
tba
tba
tba
Loudness
Demolition Hammer
tba
Asphyx
Hell
tba
Skanners
In.Si.Dia

Domenica 23 Luglio

Morbid Angel
tba
Belphegor
MGLA
Death Angel
tba
tba
tba
Antropofagus
Hideous Divinity
Deceptionist
Kaiserreich

Ricordiamo che il biglietto per la singola giornata costa 50€, quello cumulativo per entrambe 90€.

Per tutte le info e prevendite http://www.colonyopenair.com/

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I Delirium X Tremens sono, ad oggi, una delle più interessanti realtà del panorama Death Metal nazionale, vuoi anche per le tematiche, quel che riguarda le loro terre d'origine, che li rende una band praticamente unica. Dopo la recensione all'ottimo "Troi", abbiamo incontrato Ciardo, cantante e fondatore dei DXT.

 

Salve ragazzi e benvenuti sulle pagine di AllAroundMetal! Comincerei dalla vostra ultima, incredibile fatica: “Troi”. Durante la recensione ho spiegato per sommi capi il concept che lo forma, vorreste parlarcene voi in maniera più specifica?
Ciao Daniele e grazie per l’ospitalità, è un piacere per noi! “Troi” non è altro che un cammino, il cammino di un bimbo attraverso i sentieri delle Dolomiti (Troi appunto significa sentiero in dialetto Bellunese). Questo bambino verrà guidato da un gufo, magica creatura dei boschi, nel quale si reincarna lo spirito di un Alpino morto durante la prima guerra mondiale nelle trincee Dolomitiche. Il compito di questa creatura è di guidare il bambino attraverso i boschi delle Anguane, le valli della Càzha Selvàrega, tra le trincee della grande guerra, tra i dolorosi lamenti della valle del Vajont, fino a fargli ritrovare la vecchia dimora ormai diroccata dell’Alpino. Lì ci sarà un antico album di fotografie ad aspettare il bimbo, il “bocia” diremmo noi, dal quale scaturiranno leggende e ricordi, storie e metafore montane dall'atmosfera polverosa e nostalgica, che noi abbiamo ascoltato e cercato di mettere in musica. La morale di tutto questo è che purtroppo stiamo pian piano perdendo le nostre tradizioni, le nostre origini, le nostre storie, le storie che ci raccontavano i nostri nonni… e questo è un vero peccato, perché il passato è la radice dell’albero del presente dove noi ora viviamo.

Con “Troi” avete proseguito il discorso intrapreso con “Belo Dunum (Echoes from the Past)”, ossia quello di dare spazio, nelle vostre tematiche, a quella che è la vostra terra d’origine: Belluno e le Dolomiti. Cosa vi ha portato a questa scelta, ormai 5 anni or sono?
A quel tempo, eravamo ad un bivio, dovevamo scegliere se proseguire con le nostre “vecchie” tematiche riguardanti l’annichilimento causato dal dilagante abuso della tecnologia e delle comodità dei giorni moderni, che a sua volta comporta una massificazione e una standardizzazione di pensieri davvero allarmante, oppure cambiare rotta. Per questo motivo ci siamo avvicinati alla nostra terra e alle nostre tradizioni inserendo il tutto nel concept della nostra musica, tradizioni di un tempo dove ogni cosa aveva il proprio vero colore, e non il colore filtrato da un monitor, una TV, o da un telefonino. Dunque possiamo dire che la svolta tematica avvenuta in “Belo Dunum, Echoes from the Past”, e di conseguenza in “Troi”, ha un fortissimo ed intimo legame con i nostri primi due lavori. Abbiamo cambiato il concept, ma l’obbiettivo è lo stesso.

Immagino che sia anche per questo che è stato scelto di inserire anche il cantato in italiano e nel vostro dialetto (a proposito: scusate ancora per la spoilerata nella recensione!)
Ahahah , il termine spoilerare l’ho letto spesso ultimamente, ma a dirti la verità non so cosa voglia dire… ma presumo tu intenda il fatto che hai detto nella recensione che le parti in dialetto non si capiscono eheheh! (Più che altro d'aver parlato delle parti in dialetto contenute nella Ghost Track, n.d.Ogre) Il cantato in italiano lo abbiamo inserito nella canzone “Spettri nella Steppa”, la tragica storia degli Alpini (e non solo) nella drammatica ritirata di Russia. L’italiano era d’obbligo, il termine Alpino non ha traduzione in nessuna lingua direi, l’Alpino è Alpino, punto. E le parti in dialetto, danno ancor di più quel sapore montano e “nostrano”, dannatamente Dolomitico, di cui avevamo bisogno.

Io vi conosco e vi seguo dai tempi del debutto assoluto, da quel “Cyberhuman” uscito nel 2003 e ho potuto seguire passo passo tutta la vostra evoluzione. Quel che colpisce ora è che avete conservato l’impareggiabile tecnica e la compattezza dei primi lavori, unendo delle atmosfere che rimandando a sensazioni ben precise, soprattutto, riguardo “Troi”, un  senso di quieta malinconia. Questa vostra trasformazione è avvenuta in maniera del tutto spontanea, seguendo quello che potremmo definire il vostro “nuovo corso”?
In questi anni abbiamo cercato di mantenere comunque il nostro stile di base che è il Death Metal, ma sempre ricercando nuove soluzioni e arrangiamenti. Questa ricerca si è sviluppata in modo molto naturale, aggiustandola in relazione al concept che abbiamo sviluppato negli ultimi due album. In “Troi” la direzione era quella di creare un album, musicalmente parlando, che mantenesse la solida base Death Metal ma rendendolo ancora più emozionante e intenso. Per questo certi arrangiamenti li abbiamo provati e modificati, finché non hanno preso la forma ideale per l’atmosfera da creare.

È un azzardo dire che ormai il vostro sound è del tutto personale? Personalmente, non riuscirei a trovare una band di rimando che possa in qualche modo influenzare il vostro lavoro. Ed è anche per questo che ritengo siate una delle più interessanti realtà del panorama Death Metal made in Italy.
Grazie Daniele, quello che dici mi\ci lusinga! E’ un piacere sentirtelo dire perché una cosa a cui teniamo molto infatti è proprio quella di personalizzare il più possibile il nostro sound. In effetti non saprei neppure io dirti una band di riferimento per fare un paragone. Io credo che in qualche maniera ci siamo riusciti, o almeno ci siamo avvicinati all'obbiettivo, fermo restando che c’è sempre da migliorare e imparare… e cercheremo di farlo!!

Com’è visto all’estero questo vostro approccio così tradizionalista, così prettamente italiano?
Nei posti dove siamo stati a suonare (Romania, Bulgaria, Slovenia, Croazia) la gente ha risposto in maniera molto entusiastica ed hanno apprezzato il nostro concept Dolomitico, e con parecchi di loro siamo ancora in contatto! Alcune persone Rumene mi hanno scritto per avere informazioni sul disastro del Vajont e si sono informati su questa tragica storia che ha segnato indelebilmente la memoria delle nostre valli. Questo ci ha fatto un piacere enorme!! Una cosa che ci ha stupito, quando abbiamo suonato al November to Dismember festival del 2014 a Bucarest, c’era un gruppo di ragazzi austriaci che continuava ad urlare “Dolomitiiiiiiiii” mentre suonavamo! Fantastico!

DXT owl

Sia “Belo Dunum” che “Troi” hanno come ambientazione di sfondo la I Guerra Mondiale, ed il riferimento si fa chiarissimo, ad esempio, in “The Voice of the Holy River” in cui possiamo riconoscere anche passaggi della celeberrima “La Canzone del Piave”. Quanto lavoro c’è dietro la stesura dei vostri concept e dei testi?
Diciamo che buona parte ha come sfondo appunto il primo conflitto mondiale, ma un'altra buona parte ha come idea altre nostre storie e leggende, dalla leggenda del Teveròn, il gigante trasformato in montagna da un orda di streghe, la storia di Girolamo Segato (in “The Dead of Stone”), scienziato Bellunese che scoprì la formula per la pietrificazione dei tessuti organici e che tutt'ora è avvolta nel mistero, la storia del Piave appunto in “The Voice of the Holy River” dove è proprio lui, il Piave, a parlare e raccontare della sua importanza per la nostra terra nel corso degli anni. Di lavoro ce n’è tanto, sia per una attenta scelta delle storie da mettere in musica, sia anche per le ricerche, storiche e non, relative ai vari temi. Infatti tra “Belo Dunum” e “Troi” sono passati 5 anni.

Ed allacciandomi bene o male alla domanda precedente: ogni band ha il suo modo di lavorare, c’è chi parte dal testo costruendoci attorno tutta la struttura strumentale e chi, soprattutto, partendo da uno o più riff scrive le proprie canzoni. Nel vostro caso, come nascono i pezzi dei DXT?
Diciamo che ogni volta è una procedura a se stante, alle volte compongo la struttura ritmica completa della canzone, magari già con qualche armonizzazione, e poi adattiamo la tematica da trattare, con le successive modifiche del caso. Alle volte invece partiamo dal tema da mettere in musica e pensiamo la soluzione e il mood migliore da trasmettere, quindi creiamo la song avendo già l’idea del racconto da sviluppare. Dunque non abbiamo propriamente un iter compositivo fisso, ogni volta è a se.

Cosa può aspettarsi il pubblico dai DXT in sede live?
Sul palco porteremo la nostra musica nella sua completezza, arrangiamenti, cori, fisarmoniche, suoni del bosco etc… e cercheremo di ricreare l’immaginario delle nostre canzoni, salendo sul palco vestiti da vecchi montanari. Per noi è molto importante che le persone che assistono ad un nostro concerto siano avvolti si dalla musica, ma anche dall'immagine visiva, perché questo è quello che rende completo il messaggio e il concept che vogliamo trasmettere.

Quali sono le maggiori soddisfazioni che siete riusciti a togliervi in questi anni?
Ce ne sono tante. In primis naturalmente i responsi positivi del pubblico, le persone che ci hanno seguito finora credendo in noi, le persone che ci hanno scritto in questi anni per avere informazioni sull'uscita di “Troi”, le stupende recensioni che abbiamo ricevuto durante il nostro cammino. Le persone che non si sono soffermate solo al nostro aspetto musicale ma che hanno capito soprattutto il nostro concept e hanno ascoltato tutto l’insieme delle nostre composizioni immergendosi nelle nostre leggende montane. Tutto questo è impagabile per noi, non credo ci sia soddisfazione più grande e per questo ci sentiamo di dire un sentito ed enorme GRAZIE A VOI!! E poi ovviamente anche il fatto di aver condiviso il palco con band molto importanti come Asphyx, Unleashed, Tankard, Esoteric, Napalm Death, Necrodeath, e molti altri... una soddisfazione enorme!!!

E qualcosa che ancora vorreste realizzare, un sogno o desiderio che vorreste raggiungere? (E che vi auguro sinceramente, perché lo meritereste eccome)
Grazie Daniele , mi imbarazzi! Probabilmente ognuno di noi ti risponderebbe in maniera diversa. Personalmente sono già contento dei risultati che abbiamo ottenuto, non ho molte pretese, non pretendo che diventiamo una band culto o chissà cos'altro… ecco magari mi piacerebbe essere considerati una band che ha aiutato a mettere una pietra in più nel panorama metal italiano insieme alle altre.

Prima di chiudere, una domanda quasi d’obbligo: quali sono i piani per il futuro prossimo dei DXT?
Sicuramente suonare ovunque ce ne sia la possibilità, per portare sul palco le storie delle nostre montagne. Ora stiamo valutando un po’ di proposte infatti, vedremo cosa salterà fuori. Nel frattempo inizieremo a pensare alle nuove composizioni, qualcosa c’è già ma è ancora prematuro dire in che direzione ci muoveremo. Lasciamo che il tempo faccia il suo corso e che le Dolomiti ci suggeriscano nuove idee sulle quali lavorare. Noi siamo pronti ad ascoltarle.

Vi ringrazio per la disponibilità e rinnovo i complimenti per il vostro splendido album. Lascio a voi l’ultima parola per salutare i nostri lettori
Siamo noi a ringraziare te Daniele e All Around Metal per lo spazio che ci avete dedicato! E’ un piacere per noi! Invitiamo tutti i lettori a dare un ascolto al nostro album “Troi”… oppure ad ascoltare il vento che spira dalle nostre montagne, troverete qualche melodia di “Troi” anche lì, basta saper ascoltare attentamente!!

DXT stairs

Pubblicato in Interviste

Seconda serata di fila al Circolo Colony, sabato 29, per la doppietta Inquisition + Rotting Christ.

Chi mi segue sa che il sottoscritto non ami esattamente tutto il black metal incondizionatamente, ma che lo assuma a piccole dosi come si farebbe con l'olio di palma dopo gli ultimi allarmismi. Guardandomi dall'altra parte della barricata, sostanzialmente, per me il black è sempre stato qualcosa di stranamente esotico, ma le sue sfumature non mi hanno impedito di lasciarmi spesso prendere da questo tipo di musica.

È così che mi sono ritrovato faccia a faccia con Sakis Tolis, mastermind dei Rotting Christ, per una breve intervista (che leggerete prossimamente), per poi godermi una 4 ore non stop di metal estremo. Ad attaccare ci pensano gli svizzeri Schammasch, fautori di un black/doom molto cadenzato, che non mancano di richiamare un po' di pubblico sotto al palco. Personalmente non è il mio genere, ma al contrario ho apprezzato l'attitudine cazzara dei Mystifier, fautori invece di una specie di death/black molto ignorante e caciarone. I brasiliani, all'attivo da ormai più di 20 anni, si divertono un sacco, anche considerata l'adunata di sudamericani che invade il Colony durante il loro show, mentre tanta gente non aspetta che i Rotting Christ. Il nuovo acquisto della band, Diego Araújo, tiene benissimo il palco, con ovviamente il mitico Beelzeebubth che incita i partecipanti a tirare su più macello possibile. Un Colony entusiasta saluta l'esibizione di un gruppo che effettivamente, in Italia, mancava da parecchio.

Quando tocca ai Rotting Christ salire sul palco la tensione è alle stelle. Molte persone sono qui per loro, e Sakis Tolis lo sa bene. Curiosa quindi l'idea di aprire con la cover degli Aphrodite's Child: The Four Horsemen, che chiude l'ultimo album Rituals, per poi lanciarsi in una cavalcata che ha pescato sia dagli esempi più recenti della loro discografia che dalle vecchie glorie del passato. Purtroppo il minutaggio dedicato alla band è davvero poco, cosicché i nostri devono scartare quasi del tutto alcuni album per dedicarsi ad altri, come il penultimo Κata Τon Daimona Εaytoy, per poi proporre da Rituals la tribale Apage Satana e un altro pugno di pezzi. I turnisti imbarcatisi con i fratelli Tolis per questo tour reggono bene un palco esigente come quello del Colony, che quando si tratta di metal estremo non fa sconti per nessuno. Mietitura di vittime completa con la finale Non Serviam, immancabile traccia di chiusura di tutti i loro concerti. Personalmente sarebbero dovuti essere loro gli headliner, ma alla label non si comanda...

... Label che impone headliner gli Inquisition, "nuova" rivelazione del black metal mondiale. Nuova relativamente parlando, perché i colombiani, in giro dal 1988, sono riusciti negli anni a costruirsi un'immagine di culto assolutamente inattaccabile per la maggior parte dei blackster. Saltati all'onore delle cronache per l'ultimo Bloodshed Across the Empyrean Altar Beyond the Celestial Zenith, Dagon (voce e chitarra) e Incubus (batteria) riescono a fare il casino che farebbero sei membri di una band black metal da soli, senza l'aiuto del basso. C'è da dire che in realtà il loro fonico è il terzo membro ufficiale della band, sempre indaffarato a mandare effetti dal tablet, ma non togliamo poesia a un'esibizione coi fiocchi. Definirei la loro musica quasi un black psichedelico, al livello di gente come gli Oranssi Pazuzu, ma sarebbe riduttivo parlare in questo modo del duo, che subito ci spara addosso From Chaos we came, tratta direttamente dall'ultimo full-lenght. Caratterizzati da un sound totalmente ridotto all'osso, i nostri tirano su una bella oretta di concerto: per quanto il genere non mi faccia impazzire sarebbe stupido negare la potenza sprigionata dalla band. La scaletta è dedicata all'ultima parte della discografia della band, specialmente anche a Obscure Verses for the Multiverse. Il pubblico si prende subito benissimo, nonostante molti scappino per il caldo, e si gode fino alla fine uno show davvero esplosivo.

È stato bello essere al Colony in queste due giornate, ricche di bella musica e bella gente. In attesa del Colony Open Air, l'organizzazione può stare tranquilla: il suo pubblico è fomentato e fedele come si vede.

Pubblicato in Live Report

Questo 2014 si chiude veramente sull'estremo per quanto riguarda i concerti: dopo l'eccezionale Metalitalia che aveva visto esibirsi mostri sacri come At The Gates, Master e Desaster tocca a un'altra rivista festeggiare. Sto parlando di Rock Hard che devia il tema di questo quinto Rock Hard Festival sulla musica estrema "sperimentale": una line-up che ha attirato un sacco di fan del death e del thrash suonato in modo moderno (il che non significa orecchiabile, anzi!). Organizzato sempre dai ragazzi della Eagle Booking l'antipasto di questo giro prevedeva i nostrani Endless Pain e Hyades, passando per il death canonico degli Svart Crown e finendo nel complicatissimo e schizzatissimo avantgarde dei The Monolith Deatcult. Andiamo quindi ad analizzare questa prima tornata di concerti.

Arrivo giusto in tempo per sentire l'apertura dei bresciani Endless Pain, che propongono un death/thrasheggiante con influenze a mio parere provenienti da grandi maestri come Kreator e Carcass. Il loro concerto è decisamente soddisfacente: i pezzi, che vengono dai tre album della band e principalmente dall'ultimo Chronicles of Death sono un muro di riff death metal complicati da alcuni cambi di tempo e caratterizzati dall'ottimo growl di Hate, che cerca anche di scatenare (ahimè, senza successo) il pubblico a un wall of death. Stessa cosa non mi va sinceramente di dirla per i francesi Svart Crown, che propongono un death/black ultracanonico con pezzi presi principalmente dall'ultimo platter Profane. Ho notato un livello di coinvolgimento decisamente minore dei precedenti durante questa esibizione: sarà che qualcuno voleva tenersi buono per le botte successive? Mah, sta di fatto che Ascetic Purification è l'unico brano che mi fa drizzare le orecchie per la sua complessità, per il resto non mi sono piaciuti molto. Ma ecco che a buttare benzina sulle braci del fuoco arrivano i nostrani Hyades, una delle band thrash metal più interessanti a mio parere nel vero e proprio panorama internazionale. Ed è subito una pioggia di mazzate con pezzi come No Man's Land o Alive but Dead. Non è un caso che questi ragazzi abbiano un contratto con la leggendaria Mausoleum Records e che a inizio 2015 uscirà il loro nuovo album: basti sentire pezzoni come The Mosh Reel, che sembrano thrash old-school con tanto di tupa tupa allegato mentre invece nascondono allucinanti peripezie sonore degne dei migliori Voivod. Un concerto divertentissimo e ad alto tasso di legnate per chi come me è stato volutamente vicino al mosh!

Dopo questo antipasto iniziano ad arrivare i nomi grossi: aspettavo l'esibizione dei The Monolith Deathcult con grandissima curiosità e trepidazione. Ai cinque colossi olandesi dediti al loro "supreme avantgarde death metal" però è andata decisamente male: alla prima canzone il pc su cui avevano gli effetti elettronici da suonare si è sputtanato mandando in fumo il loro intero concerto, del quale ci hanno potuto proporre solo Rat of the Ba'ath, Human Wave Attack e un altro paio di pezzi. Una vera delusione per loro e un grande rammarico per noi che eravamo sotto al palco... Speriamo di rivederli al più presto in Italia, magari con due computer al posto di uno (come mi ha detto scherzando il singer fuori dal palcoscenico) e senza controlli della polizia aeroportuale che gli ha praticamente aperto tutto il materiale mentre venivano in Italia.

Ho evitato di dirvi i nomi del piatto forte della giornata proprio perché li avrete già letti nella locandina del festival. Sapete, non capita tutti i giorni di vedere un gruppo di ragazzi che sono già leggenda come i Vektor, che per l'occasione del RHF scendono in Europa per una data spaccata. Dopo di loro i maestri del più canonico death metal: i Deicide; infine una band davvero di culto per gli estimatori del technical thrash: gli svizzeri Coroner. Regalino speciale alla fine di questa bordata di metallo? Uno specialissimo show dei Bulldozer che vi descriverò meglio dopo... Veniamo ai ragazzotti di Philadelphia.

Ve lo dico onestamente: a parte i Voivod e gli Atheist non avevo mai visto nessuno suonare in questo modo. I Vektor sono esattamente quello che sono: dei ragazzi che con due soli album hanno riscritto la storia di un genere, diventando il punto di riferimento per decine di band dopo di loro. E la cosa buffa è che sono davvero dei ragazzi sulla trentina, con cui puoi chiacchierare, berti una birra e sparare quattro cazzate! L'impatto di Cosmic Cortex sul Live Club è devastante: una marea di persone sono accorse solo per loro. David DiSanto è semplicemente un mostro: il suo scream violentissimo incita le persone a pogare durissimo, visto che fare headbanging sui tempi allucinanti dei Vektor è praticamente impossibile. Mi ritaglio una posizione privilegiata davanti al bassista Franck Chin, anch'egli una vera bestia. Una band eccezionale, che quando sembra perdere il filo del discorso sta in realtà suonando il pezzo con una nuova improvvisazione creata per l'occasione. Anche la batteria di Blacke Anderson è straniante rispetto a tutte quelle che abbiamo visto fin'ora, senza i due piatti davanti e con un solo tamburo centrale in mezzo alle due grancasse: eppure quello che fa su pezzi come Echoless Chamber è a dir poco sbalorditivo. E vogliamo anche mettere che una volta tanto a un concerto thrash riesci pure a divertirti? Non ho mai visto i Vektor restare più di 30 secondi senza sorridere durante i 45 minuti di concerto, respirando l'aria di esaltazione proveniente dal Live. La chiusura con la bellissima Asteroid ci ha regalato uno dei più bei concerti del 2014, con una band che speriamo presto di rivedere in azione in Italia.

Vedere il simpaticissimo faccione di Glen Benton è qualcosa che fa piacere sempre a tutti i deathster e non: il concerto dei ragazzoni made in Florida è stato forse quello più seguito della giornata dopo quello dei Vektor. C'è da dire che, nonostante ormai la scarsità di idee da una band che seppur leggendaria non ha più molto da dire, l'esibizione è stata divertente e seguitissima, a partire dalla titletrack dell'ultima fatica in studio In the Minds of Evil fino a pezzoni leggendari come Once Upon The Cross. Un concerto bilanciatissimo e coinvolgente nonostante Glen, Jack e Kevin si muovessero pochissimo sul palco e non presentassero neanche le canzoni parlando con il pubblico! Ben 17 pezzi che sono riusciti a soddisfare sia la frangia dei true deathsters presenti che chi ha conosciuto e apprezzato i Deicide con le ultime prove in studio. Ovviamente il mosh non si è certo risparmiato per chi stava sotto al palcoscenico, con scene di crowd surfing anche e a volte abbastanza indesiderato dalle prime file... Ma si sa com'è, siamo a vedere una leggenda del death metal, mica la Pausini!

Setlist:

  1. In the Minds of Evil
  2. Thou Begone
  3. Godkill
  4. When Satan Rules His World
  5. Serpents of the Light
  6. Children of the Underworld
  7. Conviction
  8. Dead but Dreaming
  9. Trifixion
  10. Scars of the Crucifix
  11. Once Upon the Cross
  12. Beyond Salvation
  13. End the Wrath of God
  14. Lunatic of God's Creation
  15. Sacrificial Suicide
  16. Dead by Dawn
  17. Homage for Satan

Ed eccoci all'appetitoso headliner della serata. Gli svizzeri Coroner decidono di optare per una scaletta incentrata sugli ultimi lavori degli anni 90', così entriamo subito nelle fredde atmosfere psicotiche di Golden Cashmere Sleeper, Part. 1, per poi piombare nel capolavoro Mental Vortex con Divine Step (Conspectu Mortis). C'è da dire che in effetti avrebbero potuto fare più pezzi dai vecchi dischi, dai quali vengono estrapolate solo Reborn Through Hate in chiusura e l'immancabile Masked Jackal. I Coroner dal vivo sembrano quasi una band fatta di shredder più che di persone che suonano thrash metal: Tommy T. Baron è in effetti un chitarrista mostruosamente bravo e ce lo dimostra più volte legando le canzoni l'una all'altra con solo gli assoli. Invidiabile anche la prestazione del nostrano Diego Rapachietti, nuovo drummer della band proprio a partire da quest'anno che non fa rimpiangere il buon Marquis Marky. Durante un concerto dei Coroner può succedere di tutto, così come vedere il bassista dei Vektor comparire e buttarsi sulla folla per poi restare in mezzo al pubblico a pogare (!!) e vedere un fan troppo esaltato venire sbattuto malamente fuori dal locale dai buttafuori! In ogni caso è incredibile come la band riesca a fare delle cose complicatissimi in soli tre membri: Ron Royce è in ottima forma e sfodera anche delle ottime prestazioni vocali su pezzi come Status: Still Thinking.

Un concerto soddisfacente, nonostante la prestazione dei Vektor sia stata del tutto invidiabile e assolutamente al di sopra dei due gruppi seguenti. Ed ora manca la ciliegina sulla torta: lo show speciale dei Bulldozer per il trentennale dall'uscita della loro prima demo!

Setlist:

  1. Golden Cashmere Sleeper, Part 1
  2. Divine Step (Conspectu Mortis)
  3. Serpent Moves
  4. Internal Conflicts
  5. D.O.A.
  6. Son of Lilith
  7. Read My Scars
  8. Tunnel of Pain
  9. Semtex Revolution
  10. Status: Still Thinking
  11. Metamorphosis
  12. Masked Jackal
  13. Grin (Nails Hurt)
  14. (Encores) Reborn Through Hate
  15. (Encores) Die by My Hand


Raramente mi è capitato di divertirmi così tanto a un concerto che ho seguito tutto il tempo con il sorriso: AC Wild e Andy Panigada sfoderano l'artiglieria con una setlist fantastica che ripercorre tutta la carriera della band e una serie di ospiti speciali da paura! In ordine cronologico vero e proprio partiamo da The Exorcism con uno Steven Riccetti (si, il grande giornalista heavy di Truemetal.it) vestito da prete che cerca di esorcizzare un diabolico AC Wild. Dopo la doppietta sparata con Cut Throat e The Great Deceiver, vere e proprie bordate di heavy anni 80', l'istrionico singer ci introduce il primo ospite della serata, ovvero Flegias dei Necrodeath che si esibisce sulla leggendaria Whiskey Time. Per introdurre i pezzi provienienti da IX e Neurodeliri viene chiamato sul palco Marco Comerio, disegnatore che dipinse le copertine di quei due leggendari lavori made in Italy, al quale vengono dedicate le successive spaccaossa tra cui Don't Trust the "Saint", una tiratissima Ride Hard - Die Fast, IX / Desert! /IX e We are... Italian. Wild ci tiene a sottolineare che quest'ultima hanno voluto dedicarcela proprio perché nel 2013 non erano riusciti a suonarla, visto che ormai i nostri sono (a merito totale) ospiti fissi del festival. Arriva poi il momento di far salire sul palco altri due ospiti molto speciali... Graditi perlopiù dal pubblico maschile! Arrivano Martyna Smith e Dhalila direttamente dai Death SS per la cover di Murder Angels della stessa band, sulla quale si denudano e ballano per la gioia di tutti i presenti.
Il buonumore è alle stelle e esplode quando viene annunciata la chicca della serata: sul palco arriva nientemento che MANTAS dei VENOM! Il Live esplode, letteralmente, sentendosi suonare Welcome to Hell e Countess Bathory: il mosh diventa violentissimo e non c'è uno solo dei presenti (compreso il sottoscritto) che non canta. Sembra finire in questo modo epico, ma come può uno show dei Bulldozer concludersi senza la mitica The Derby? Al grido di "FIGA! FIGA! FIGA!" headbanging e pogo raggiungono l'apice nella chiusura di questo Rock Hard Festival 2014.

Setlist:

  1. The Exorcism
  2. Cut-Throat
  3. The Great Deceiver
  4. Whisky Time
  5. (with Flegias)
  6. Don't Trust the "Saint"
  7. Ride Hard - Die Fast
  8. IX / Desert ! / IX
  9. We Are... Italian
  10. Murder Angels (Death SS cover)
  11. Welcome to Hell (Venom cover) (with Mantas)
  12. Countess Bathory (Venom cover) (with Mantas)
  13. (Encore) The Derby


Una giornata veramente piena di sorprese, interessante e che mi ha soddisfatto appieno (a parte per i poveri The Monolith Deathcult). Ringrazio la Eagle e Rock Hard per la possibilità concessami, un festival così vario e interessante non si vede tutti i giorni!

Pubblicato in Live Report

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