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Come avrete avuto modo di leggere nel live report, la data dei Grave Digger per me non è stata una iniezione di adrenalina solo per il concertone che il combo teutonico ha portato di fronte a un branco di crucchi sfasciati a birraccia. Infatti, nel pomeriggio di quel 27 gennaio, io e il mio amico Roberto di Metalforce abbiamo avuto modo di fare una intervista condivisa a colui che è la colonna portante degli scavatori: Chris Bolthendahl. Mi era già stato anticipato che tipo di personaggio mi sarei trovato davanti da racconti e aneddoti, ma devo dire che Chris è prima di tutto un grandissimo professionista, che non si è risparmiato anche qualche lingua avvelenata nei confronti di certi esimi colleghi...

Roberto: Ciao Chris, grazie per la disponibilità. Ho recensito il vostro ultimo album Healed by Metal e l’ho trovato fedele al vostro vecchio stile sia musicalmente che per le tematiche trattate. Cosa puoi dirci su questo vostro ritorno alle origini?
Chris: Ciao ragazzi! Cos’è una canzone dei Grave Digger? Un guitar work semplice e di impatto unito a un ritornello epico magari condito da cori trascinanti, ed è esattamente ciò cui abbiamo pensato nella realizzazione di questo album. Abbiamo scritto molti concept in passato e dopo lo speciale Exhumation ci siamo resi conto di quanto la nostra proposta si fosse man mano variegata nel tempo. Avevo in mente la semplicità che caratterizza i primi anni della nostra carriera e volevo tornare a esprimere questo concetto nel nuovo lavoro

Dario: Ascoltando l’album e vedendo l’attuale situazione della scena musicale si può dire che sia in atto una sorta di riscoperta delle sonorità heavy metal anni 80’. Cosa ne pensi? Ritieni che possa essere una buona occasione per far avvicinare ulteriormente le nuove generazioni a questo genere?
C: Sicuramente sì ma non è il nostro caso. Io ho sempre puntato a proporre la musica dei Grave Digger per quello che è: fornire all’ascoltatore una qualità sonora ottimale e dei brani di rilievo. Sarei contento se qualcuno dovesse avvicinarsi al metal vecchia scuola tramite “Healed by Metal” ma non ritengo sia il mio obbiettivo come musicista. Insomma, basta pensare alle varie band che hanno raggiunto l’apice negli anni 80’; spesso la semplicità era alla base del prodotto e anche questo ha permesso alle canzoni di invogliare gli ascoltatori a riprodurre più volte gli album o i singoli brani. Quindi direi che ora come allora il mio scopo è questo.

R: Essendo che per il nuovo album avete deciso di puntare sulla semplicità tipica dei vostri primi lavori, credi vi capiterà mai di riproporre un concept particolare? Prima ad esempio si è ipotizzato come risulterebbe un album dei Grave Digger basato sulle tematiche di Lovecraft. *ridiamo*
C: Ahahah sarebbe sicuramente interessante. Comunque non saprei sinceramente, scrivere le canzoni di Return of the Reaper è stato abbastanza semplice così come del suo predecessore che era, come ricordate, un concept sulla mitologia greca. Dipende tutto dall’ispirazione del periodo in cui decidiamo di approcciarsi alla stesura del nuovo album. Ho qualche idea al momento ma, per ora, credo di poter dire che non va in quella direzione.

 

D: Parlando del tour. Ormai non vi fermate dallo scorso ottobre, ovvero da quando è iniziato il tour con i Blind Guardian. Come sta procedendo il tour di Healed by Metal?
C: Abbiamo molte date fissate sia in location singole che ai grandi festivals e, per come intendiamo noi l’identità di un musicista, credo che passare molto tempo in tour sia impegnativo ma nel contempo molto divertente e rilassante; anche perché permette di sfogare lo stress accumulato durante le registrazioni, che non rappresentano mai una fase semplice per i Grave Digger. Oltretutto mi piace sempre vedere come reagiscono i fan di vecchia data alle nuove canzoni e nel contempo come si comportano i nostri estimatori più recenti e giovani; fino ad ora devo dire che il risultato è stato più che positivo.

R: Siete sempre stati un gruppo da festival e nella vostra lunga carriera avete calcato i palchi di molti eventi importanti. Avete in programma di visitarne qualcuno anche quest’anno? E se dovessi citare la tua migliore esperienza a un festival quale citeresti?
C: Sì suoneremo di nuovo al Wacken open air, per il quale c’è in programma qualcosa di speciale, al Rock Hard festival sempre in Germania e al Battlefield metal festival nel vostro paese. Inoltre abbiamo anche un tour in Sudamerica previsto per la fine di marzo. Abbiamo davvero un bel calendario davanti! La miglior esibizione a un festival ritengo sia sicuramente quella tenutasi al Wacken open air nel 2010 per la riproposizione dell’intero album “Tunes of War”. Ci siamo divertiti, abbiamo avuto un bello special guest come i Van Canto e Hansi Kursch e tutto è andato esattamente nel modo giusto. Mi son sentito realizzato come poche volte nella mia carriera.

D: A tal proposito: riproporrete mai qualcosa di simile? Vuoi per un tour o per una singola data anche se non necessariamente in grande come a Wacken.
C: A dir la verità al prossimo Wacken come vi dicevo abbiamo in mente di proporre qualcosa di speciale: dal momento che è prevista una esibizione basata principalmente sulla nostra cosiddetta Medieval trilogy. A parte ciò per ora ci concentriamo sulla promozione del nostro nuovo album. Magari per i nostri quarant’anni di carriera penseremo a qualcos’altro di speciale per voi fan.

R: Negli ultimi anni i Grave Digger son stati una delle prime band a riprodurre un album iconico nella sua interezza in occasione di una data o di un intero tour. Oggi invece si può dire che sia quasi una moda basare un intero seppur breve periodo della propria carriera su un revival simile. Tu che ne pensi?
C: Sinceramente la ritengo un’operazione più che gradevole e trovo non ci sia niente di male poiché è un modo come un altro di fare un po’ di sano fan service e anche di rispolverare magari un album cui la band in questione è affezionata in particolar modo. Noi stessi in un futuro potremmo riprendere in considerazione una manovra simile; magari per l’album Heart of Darkness che è uno dei miei preferiti in assoluto.

D: Tornando al discorso del revival dell’heavy metal classico. Ultimamente è sempre più frequente imbattersi in giovani realtà dedite a un genere se non addirittura uno stile prettamente old school: quella che oggi viene etichettata come “new wave of traditional heavy metal” o “new wave of true metal”. Qual è la tua visione di queste nuove proposte?
C: Mah, alla fine è una scelta come un’altra per intraprendere una carriera musicale. Personalmente non ritengo di approvarla sempre perché comunque non bisogna dimenticarsi che siamo nel 2017 e non negli anni 70. Sicuramente a livello di songwriting anche tra queste giovani leve ci sono davvero degli ottimi musicisti che propongono il genere in modo impeccabile e adeguatamente modernizzato a livello di produzione pur rimanendo musicalmente old school e in linea con le proposte di quegli anni. Dall’altra parte però esiste chi per dimostrare chissà cosa ancora oggi ostenta un atteggiamento “vecchia scuola” tramite stili di registrazione obsoleti e per me fuori luogo, con dei suoni registrati a nastro o qualcosa di simile. Io personalmente, se devo ascoltarmi una band moderna, anche se magari old school come genere, mi aspetto una produzione adeguata e al passo coi tempi; a me piace molto anche il metodo digitale ma è indispensabile, è una questione soggettiva. Se loro vogliono definirsi “new wave of true metal” noi ci definiamo “new wave of old metal”. *ridiamo*

R: Secondo te cosa dovrebbe cambiare nella mentalità dei giovani musicisti e in generale nella scena metal mondiale per permettere al genere di avere un futuro roseo?
C: Quello che dovrebbe cambiare in generale nella mentalità degli esseri umani oggi giorno. Viviamo in un periodo difficile dove la gente è diventata egoista e pensa solo a imporre se stessa anche a discapito degli altri. Non è certo una novità ma anche con la questione del terrorismo e con le maggiori potenze del mondo sotto il comando di individui come Trump direi che raggiungiamo livelli non da poco. Per le giovani band vale la stessa cosa: pensare meno alla competizione e cercare di essere uniti nella diffusione del proprio genere musicale preferito, indipendentemente dal successo. Mentre le band più navigate dovrebbero fornire il buon esempio e diffondere musica di qualità nei limiti del possibile nonostante gli anni, senza adagiarsi troppo su quanto fatto in passato.

D: A proposito di giovani band: tu hai collaborato di recente con gli Orden Ogan nel brano Here at the End of the World. Cosa ne pensi di loro? Ti sei trovato bene?
C: Certo! Sono rimasto in contatto con loro dopo che ci avevano accompagnato nel tour di The Clans Will Rise Again e mi sono rivolto a loro anche per le backing vocals di Return of the Reaper. Sono davvero un’ottima band e delle persone molto gradevoli con cui spero di collaborare ancora in futuro.

R: I Grave Digger sono ritenuti una delle band principali dell’heavy metal teutonico. Si può dire che insieme ai Rage e i Running Wild rappresentiate una delle triadi più amate del vostro genere: anche loro di recente, con gli ultimi album, sono tornati su uno stile vecchia scuola e metal al cento per cento: i Rage con una proposta violenta e quasi thrash con The Devil Strikes Again e Rolf con un ritorno al suo stile caratteristico quale si è rivelato Rapid Foray. Che opinione hai tu su questi tuoi colleghi?
C: I Rage sono davvero una grande band ora come ai tempi; Peavy è una brava persona che inoltre ha comunque sempre seguito la sua passione mai persa per il genere che suona da più di trent’anni e per questo merita grande rispetto e credo, per citare ciò che dicevamo prima, possa essere un’ottima ispirazione per le nuove leve. Rolf invece ammetto che fatico a prenderlo sul serio ora come ora *scoppiamo tutti a ridere*. Per quanto ci sia indubbiamente qualità nel suo ultimo lavoro ritengo che abbia poco a che fare con l’heavy metal dal punto di vista soprattutto dell’attitudine e della passione; anche lui come altri è tornato sulle scene dopo aver annunciato ormai otto anni fa di voler smettere e dopo un periodo mediocre ha dato ai fan quello che volevano con canzoni gradevoli ma, per me, del tutto prive di quel fuoco interiore che dovrebbe caratterizzare un musicista heavy metal. Ribadisco, mia personalissima opinione.

D: Ricordo quando qualche anno fa in un vostro disco fu inserita una lunga intervista a proposito della storia dei Grave Digger. Avete in mente di riproporre qualcosa di simile magari in un libro o in un’altra intervista?
C: Ricordo che fu molto divertente poiché un tempo io e i ragazzi bevevamo molto e c’erano quindi molti aneddoti anche divertenti da raccontare *ridiamo*. Ti dirò che invece negli ultimi anni mi sono dedicato esclusivamente a produrre e realizzare musica e ho condotto una vita tutto sommato tranquilla quindi, sinceramente, in un’ipotetica biografia l’ultimo periodo si potrebbe riassumere in neanche dieci pagine *ridiamo*, d'altronde nel tempo libero gioco a golf e alleno la squadra di calcio di mio figlio...
D: Li motivi con le canzoni dei Grave Digger?? *ridiamo*
C: Ahahahah certo! Comunque per una biografia completa al momento non ci sono piani. Si vedrà in futuro.

R: Ricollegandoci a quanto detto prima. Cosa ne pensi di quest’altra moda diffusa tra le band più navigate che annunciano un ultimo tour con relativo scioglimento per poi fare prontamente dietrofront come fece appunto lo stesso Rolf a suo tempo?
C: C’è poco da dire sinceramente: il giorno che i Grave Digger annunceranno un ultimo tour sarà l’ultima volta che avrete occasione di vederli dal vivo. Non riesco proprio a prendere sul serio la scelta di certi musicisti che prima fiutano il guadagno facile annunciando un tour d’addio per poi accorgersi di avere il portafoglio vuoto e riformarsi prontamente *impossibile non ridere per il modo in cui lo ha detto*. Non ho interesse quindi nelle dichiarazioni di scioglimento dei vari Black Sabbath, Judas Priest, Scorpions eccetera. Attendo però con trepidazione di conoscere i piani per l’ultimo tour e successivo secondo ultimo tour dei Manowar; sarà senz’altro interessante *sarcasmo evidente, ridiamo*. Si spera che ad esempio i Twisted Sister terminato l’ultimo tour mantengano l’impegno come dichiarato. Lo dice il nome stesso ULTIMO tour *ridiamo ancora*.

D: Per chiudere: ti capita mai di riuscire ad ascoltare qualcosa di nuovo della scena musicale?
C: Confesso che passando la maggior parte del mio tempo con la mia famiglia o facendo sport ho poco tempo per dedicarmi all’ascolto di nuove proposte. Però sicuramente tramite i tour e le esperienze live si entra in contatto con ottime band come ad esempio i Mystic Prophecy che ci stanno accompagnando ora o gli italiani White Skull con cui ci siamo esibiti nel tour di Return of the Reaper.

R: Per l’appunto, cosa ne pensi della scena metal italiana come artisti e pubblico?
C: Sicuramente avete ottime band e in generale il pubblico italiano ha uno spirito, una passione e una grinta davvero degno di nota. Ci divertiamo sempre a suonare in Italia e speriamo di intrattenere al meglio delle nostre capacità al Battlefield metal festival insieme ai Blind Guardian e, credo, gli Eluveitie che per me non fanno metal ma pazienza *ridiamo tanto*. Purtroppo credo che negli ultimi anni il supporto verso la musica metal sia un po’ diminuito in Italia, vuoi per la crisi o per qualsiasi motivo. Ma l’attitudine c’è ancora e spero possa risollevarsi in futuro. *vi risparmiamo la frecciatina su Berlusconi*

R&D: Vuoi dire qualcosa ai fan italiani?
C: Certo! Continuate a mettere passione nel vostro amore per la musica, ascoltate il nostro nuovo album e partecipate numerosi alla nostra data i primi di luglio al festival sopra citato. Grazie e a presto!

Qui potete leggere il live report della serata.

P.S. Mentre scendiamo Chris ci mostra il dvd del CAMINETTO che mettono sul televisore del tourbus per rilassarsi durante gli spostamenti. Inutile dire che anche qui ci facciamo grosse risate.

 

Pubblicato in Interviste

Già di per sé, per il sottoscritto andare a vedere i Grave Digger è come per un cattolico andare in pellegrinaggio a Medjugorje, figuriamoci se anziché andarli a vedere in Italia si va quasi in Germania e dunque circondati da tedeschi sbronzi che si abbracciano.

Questo è per farvi capire l'hype che mi è saltata addosso mentre mi dirigevo a Pratteln, alla solita Z7, per la prima parte del tour di Healed by Metal. Una serata 100% crucca, visto che i miei beniamini erano accompagnati dai Victorius e dai Mystic Prophecy (dei quali potete leggere la mia recensione della loro ultima fatica qua). Grazie alla Napalm Records sono pure riuscito a incontrare Chris Bolthendahl e a intervistarlo (qui potete leggere l'intervista).

Ma veniamo al dunque: ad aprire la serata, dopo 3 ore di auto, arrivano i Victorius, "giovane" (sono in giro dal 2010) band dedita a un power teutonico della scuola Helloween/Gamma Ray. Nonostante il genere sia uberinflazionato, specialmente in terra di wurstel e crauti, la band capitanata da David Baßin (voce) e Andreas Dockhorn (basso) riesce subito a far prendere bene tutti, con pezzoni bombastici di doppia cassa sparata a manetta e voce superfalsettosa.

Come mi faceva notare il mio collega Roberto di Metalforce, peraltro, al contrario dell'altro giorno coi Twilight Force qui la strumentazione usata è tutta analogica, quindi molto più diretta come effetto. Di sicuro, se mi ricapitasse di incontrare i Victorius lungo il mio cammino, ci inciamperò di nuovo volentieri, visto che pezzi come Empire of the Dragonking, Lake of Hope e Metalheart dal vivo fanno la loro porchissima figura.

Non mi aspettavo molto, invece, dai Mystic Prophecy, band che ormai è un collage di sessionist che ruotano attorno a Roberto Liapakis e Markus Pohl, gli unici due membri originali sopravvissuti in tutti questi anni. Per l'occasione (?!) i nostri sfoggiano il nuovo acquisto Joey Roxx, bassista dall'ottima presenza scenica e dallo sguardo talmente cattivo che pensavo scendesse da un momento all'altro a menare qualcuno.

In realtà il quintetto tedesco, coi suoi riffoni sparati a mille e l'indiscutibile carisma dei suoi membri, regge tranquillamente il palco pur suonano parecchi dei pezzi degli ultimi due album Killhammer e War Brigade, tra le quali una tamarrissima Metal Brigade che i tedeschi sembrano conoscere abbastanza bene.

Sarà il tasso alcolico o la simpatia, ma la band riesce a mettere d'accordo tutti i presenti che, in fondo, si stanno sparando una serata di power metal autoctono. Grande chiusura con una cover di Paranoid per l'occasione accordata bassissima: il giusto macello che serve prima dell'ingresso dell'headliner.

Quando viene scoperta la scenografia dei Grave Digger comincio già a schiumare come un cinghiale in calore: per l'occasione compaiono quattro statue pacchianissime a forma di angelo della morte, per il solito palco semplice che i becchini teutonici portano dietro di sé.

Quando parte Healed by Metal il mio cuore ha qualche mancamento, per poi cominciare con gli spasmi quando, dopo Lawbreaker, viene annunciata Witch Hunter. Le prime tre canzoni passano come una iniezione di morfina, così dopo c'è anche il tempo di riprendersi e andare a farsi spazio in mezzo al pubblico tetesco che, anziché pogare e scapocciare, pare in adorazione come se vedessero la Madonna. In effetti cosa si può chiedere di più se non l'essere circondato da tedeschi sbronzi marci che cantano le canzoni dei Grave Digger rovesciando birraccia ovunque? Nulla, secondo me.

Da Tunes of War viene ripescata una inaspettata Killing Time, così come da Excalibur viene suonata Morgane Le Fay, altro pezzo che non sentivo dal vivo da un secolo. Per il resto la scaletta è concentrata sull'ultima fatica in studio dei teutonici: Free Forever, Hallelujah e Call for War sono gli altri tre pezzi estratti come organi ancora pulsanti. C'è pure un momento per dare il giusto tributo a Lemmy, con un Chris Bolthendahl che ne fa l'imitazione su Tattoeed Rider, truzzissimo estratto da Return of the Reaper, che va a braccetto insieme a Season of the Witch. In quel momento, probabilmente, avrebbero pure potuto diagnosticarmi la demenza perché mi sono completamente scatenato.

Grande risalto viene dato al "nuovo" membro della band Marcus Kniep, che ci spara pure un bell'assolo di tastiera prima di The Last Supper, altro pezzo che non veniva riproposto dal vivo da un bel po' ma che come apertura degli encores è perfetta. Non può poi ovviamente mancare Rebellion, alla quale la Z7 esplode in un boato di crauti e stinchi di maiale, con i tedeschi ormai distrutti dalla birraccia di pessima qualità che piangono e si abbracciano.

I Grave Digger riescono a farmi piacere pure le canzoni dai loro album meno riusciti come The Clans will rise Again, con la penultima Highland Farewell, sulla quale ho tempo di darmi un minimo di contegno. Infine, su Heavy metal Breakdown, perdo totalmente il nume della ragione, mi avvolgo la bandiera di Return of the Reaper intorno al collo e vado a fare casino in prima fila.

Ragazzi: chi vi dice che l'heavy metal è morto è un cialtrone e non va ascoltato. Il metal si è trasformato, evoluto, riplasmato, ma quando vedi gente come i Grave Digger dal vivo ti rendi conto che la formula riff-ritornello di 3 minuti è ancora la più bella, genuina e scatenata. Ci siamo sparati 3 ore di macchina per venire fino a Pratteln, ma come ogni volta ne è assolutamente valsa la pena. Non dimenticatevi che il 2 luglio apriranno ai Blind Guardian al Battlefield Metal Fest 2017.

Setlist:

  1. Healed By Metal
  2. Lawbreaker
  3. Witch Hunter
  4. Killing Time
  5. Ballad of a Hangman
  6. Season of the Witch
  7. Lionheart
  8. Free Forever
  9. Tattooed Rider
  10. The Dark of the Sun
  11. Hallelujah
  12. Morgane le Fay
  13. Excalibur
  14. Rebellion (The Clans Are Marching)

Encore:

  1. The Last Supper
  2. Call For War
  3. Highland Farewell
  4. Heavy Metal Breakdown

Gallery completa qui.

Pubblicato in Live Report

Come ha detto un mio caro amico che mi ha accompagnato in questa avventura, il Pagan Rebellion Festival è stato come un pranzo di Natale offerto da una di quelle nonne che hanno visto la guerra. Non capita spesso, infatti, di vedere sullo stesso palco il meglio del meglio del folk metal europeo e non: in una sola serata, alla Z7 di Pratteln, si sono alternati Trollort, Dalriada, Svartsot, Metsatöll, Heidevolk e Arkona. Una scorpacciata di quelle che il giorno dopo ti costringono a stare a letto a vegetare.

Ben sei gruppi, cosa che ci costringe a partire per la terra dell'emmentahl poco dopo pranzo e spararci tre ore di viaggio attraverso boschi innevati. Ma nulla può fermarci e così arriviamo a Pratteln appena per l'inizio dei concerti, dopo essere stati comodamente trasportati dall'area posteggio al locale con una navetta.

Non conoscevo per niente gli svizzeri Trollort, ma da quel poco che ho sentito mi sono sembrati essere una formazione di emuli dei vecchi Finntroll, cosa che se da un lato può far piacere dall'altro lascia il tempo che trova. Nonostante tutto ce l'hanno messa tutta per scaldare il pubblico della Z7, con buoni risultati.

Non si può dire la stessa cosa per gli ungheresi Dalriada, che finalmente riesco a godermi da una posizione di tutto rispetto, visto che al Fosch avevo rischiato il collasso per il troppo caldo e me li ero persi. La band, su ammissione della stessa Laura Binder, suona per la prima volta in terra elvetica, creando una bella atmosfera con il pubblico che inizia ad essere veramente carico, sia di emozione che di birra.

András Ficzek, Mátyás Szabó e Ádám Csete, rispettivamente chitarristi e polistrumentista della band, sono dei veri animali da palcoscenico, e anche al batterista Tadeusz Rieckmann viene lasciato ampio spazio per presentare le canzoni, d'altronde, essendo mezzo crucco...

I pezzi dei Dalriada, comunque, oscillano dal folk più festaiolo alla Skyclad fino all'epicità monolitica di certe band dell'est Europa, garantendo un grosso divertimento per tutti noi. Meno male che una band così sottovalutata in giro da 10 anni stia riuscendo a ritagliarsi un nome in questo panorama.

Non è facile poi parlare degli Svartsot, una delle prime band che mi hanno introdotto al folk metal. Della loro discografia ammetto di essermi fermato al secondo album Mulmets Viser, e solo per una questione da trve defender ov steel visto che praticamente è cambiata tutta la line-up ad eccezione del chitarrista Cris Frederiksen.

Eppure, devo ammetterlo, la band è riuscita a sorprendermi, specialmente per il nuovo singer Thor, che non fa rimpiangere il buon vecchio Claus B. Gnudtzmann, e per Hans-Jørgen, il polistrumentista, che oltre ad essere bravissimo con i mille strumenti a disposizione incitava pure il pubblico a essere più violento.

Così ci spariamo una cavalcata che bene o male ripercorre tutta la storia della band, dall'ultimo full-lenght Vældet fino al primo, leggendario Ravenens Saga. Io, stanco da tre ore di guida e per il freddo da ghiacciaio che nella Z7 diventava Sahara infuocato, non riesco comunque a trattenermi dal fare headbangin ferocemente e sbraitare come un pazzo quando sul finale ci vengono proposte Gravøllet e Skønne Møer.

Fino a quel momento le cose erano state interessanti: ora diventavano estremamente appetitose con gli estoni Metsatöll.

Questo gruppo mi ha sempre incuriosito parecchio per la proposta musicale innovativa (nonostante si tratti sempre di folk metal) che mischia con la nostra amata musica canti della tradizione estone... Beh, la band praticamente asfaltato la Z7 con un concerto veramente superlativo.

L'alternanza delle due voci dà il suo top nei pezzi più famosi della band, come Kivine Maa e l'attesissima (da parte mia) Tõrrede kõhtudes, introdotta con "This is a love song... About beer".

Non solo sono simpatici, ma pure bravissimi e tecnicamente impeccabili: Varulven (il polistrumentista) tira fuori da una sacca salteri, cornamuse, uno scacciapensieri e altri bizzarri strumenti musicali di cui non conoscevo nemmeno l'esistenza. L'ultima traccia è un gigantesco medley che termina con una parte ultra-riflessiva in overtone singing, cosa che mi scuote le budella e mi fa andare in pappa il cervello. Sciamanici e bravissimi.

Mentre siamo impegnati a scavalcare i tedeschi morenti che a furia di lattinacce di birra si sono devastati, attaccano gli Heidevolk, visti ormai per la terza volta dal sottoscritto. Non trovo molte cose da scrivere visto che la scaletta che hanno suonato è la stessa di quando li avevo visti sempre alla Z7 a marzo e successivamente al Fosch Fest.

Posso dirvi però che il nuovo chitarrista è bravo, che i nuovi membri della band si sono ampiamente adattati allo spirito generale (infatti i classiconi vengono da dio) e che quando parte Nehalennia è sempre uno scatenarsi di pogo e ignoranza. I pezzi di Velua, ora che me li sento da lontano, in effetti sfigurano un po' rispetto ai classiconi, ma sono ideali per tirare il fiato in attesa dell'headliner della serata.

Tocca infine a quelli che si stanno attraversando tutto il mondo dopo un album uscito nel 2014. Beh, gli Arkona sono la classica band che potrei vedere mille volte, esattamente come potrei mangiare lasagne 365 giorni l'anno.

A me Yav non era piaciuto tantissimo, ma dal vivo Masha e soci rendono sempre: si parte proprio con la title-track dell'ultimo album per continuare con una vasta gamma dei migliori pezzi lunghi del combo russo.

Anche se è ormai la quarta volta che li vedo, ed almeno la terza con questo tour, la band riesce sempre a sorprendere in positivo per la sua mirabolante presenza scenica, con Masha che salta di qua e di là come se fosse un folletto. La chiusura è ovviamente affidata a Stenka ns Stenku e Yarilo, diventati ormai i cavalli di battaglia della band.

Insomma, ne è valsa la pena spararsi 6 ore di macchina tra andata e ritorno per venire fino a qui. La Z7 è sempre organizzata ottimanente e i suoni danno quella marcia in più alle band con molti strumenti, che spesso in Italia vengono ammazzate dai volumi sparati a diecimila. Non ho problemi a dire che tornerò nuovamente per un altro festival folk metal, l'anno prossimo.

Setlist Arkona:

  1. Yav'
  2. Ot Serdtsa k Nebu
  3. Goi, Rode, Goi!
  4. Liki Bessmertnykh Bogov
  5. Zakliatie
  6. Na Strazhe Novikh Let
  7. Slav'sja, Rus'!
  8. Katitsia Kolo
  9. Sva
  10. Vozrozdenie
  11. Pamiat
  12. Stenka na Stenku
  13. Yarilo

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