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Daniele Ogre

Daniele Ogre

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Anche il Centro-Sud italiano ha, finalmente, il proprio alfiere in ambito Folk Metal. Provengono da Roma e hanno rilasciato da poco l'interessantissimo debut album "Ruhn"(qui la recensione): a voi i Blodiga Skald.

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Ciao ragazzi e benvenuti sulle pagine di Allaroundmetal.
Grazie a te e grazie per lo spazio che ci concedete!

Inizierei chiedendovi una piccola presentazione, in favore dei nostri lettori che vi stanno conoscendo.
(Vargan) Siamo una Folk Metal band romana nata nel 2014 ma stabile a livello di formazione solo da fine 2015. Musicalmente tentiamo di associare riff tipicamente Folk ad un Melodeath di stampo moderno. Ad ora abbiamo un EP ("Tefaccioseccomerda") e un Full length ("Ruhn")

In che modo siete arrivati al sound che avete oggi? È stato un percorso del tutto naturale?
(Ghâsh) E' stato abbastanza naturale si, a parte i primi pezzi composti che sono stati ovviamente scartati, il resto che è uscito ci è piaciuto subito, soprattutto con l’ingresso nella band del violino, che ci ha aperto nuove soluzioni compositive!

Il vostro sound è comunque particolare… mi spiego. Nonostante siate italiani, ho sentito una forte influenza di sonorità est-europee: come mai questa scelta? E a proposito: come mai la scelta di parti cantate anche in russo?
(Axuruk) Si ci piace quella musica, quel sound! Io sono nato in Moldavia e sono cose che sento da sempre, ci piacciono davvero tanto! Il russo perché ci sembrava più orchesco, proprio al livello di come suona la lingua! 

In fase di recensione vi ho paragonati, con le dovute proporzioni, certo, a quei pazzoidi dei Trollfest. Pensate sia un paragone azzardato? Ci sono bands che avete preso come riferimento?
(Tuyla) Penso che la parte che ci accomuni di più ai Trollfest sia il cazzeggio e il non prenderci troppo sul serio, a livello musicale ci sentiamo più vicini a gruppi come Arkona, Alestorm, Ensiferum e qualcosa dei Children of Bodom.

Avente un concept alla base delle vostre tematiche?
(Axuruk) Certo, abbiamo creato un mondo intero, con mappe, città, storia, razze! Il concept ovviamente prende ispirazione dal mondo fantasy visto però dalla parte degli orchi, cosa che di solito non viene fatta!






Passiamo al vostro debut album, “Ruhn”. Qual è stata la genesi del disco?
(Ghâsh) A livello compositivo preferiamo lavorare singolarmente, mi spiego: di solito io compongo il pezzo e mi avvalgo dell’aiuto di Ludovica (Tuyla, tastiera), lo mando agli altri e in saletta lo riarrangiamo e modifichiamo finché non piace a tutti. I testi invece sono affidati interamente ad Anton (Vargan, voce e flauti). Su “Ruhn” abbiamo presentato il mondo fantasy che ci siamo inventati (che si chiama appunto Ruhn) e abbiamo descritto parte della storia che riguarda gli orchi su questo mondo. 

Come sono stati i riscontri, sia di critica che di pubblico, sino ad oggi?
(Rükreb) ad oggi assolutamente positivi, molto di più di quello che speravamo, siamo davvero davvero contenti!

Qualche differenza tra Italia ed estero?
(Maerkys) Sembrerebbe che il disco vada molto bene in Est Europa (Russia su tutte), in Italia sta andando comunque bene, siamo soddisfatti!

A luglio avete suonato in Romania e Bulgaria, a settembre ritornerete in Romania per il Folk & Metal Fest, di spalla agli Arkona. Com’è stata la risposta del pubblico lì?
(Vargan) FENOMENALE, non ci saremo mai e poi mai aspettati una risposta tale da un pubblico che bene o male non ci conosceva. Sia sotto al palco che poi al merch ci hanno fatto sentire veramente importanti!

Descrivereste com’è un vostro show?
(Maerkys) Tanta scena, tanta tanta! Dobbiamo far ridere e intrattenere un pubblico, quindi non è la mera esecuzione dei pezzi, ma anche interagire con il pubblico sia a livello verbale che fisico (Anton scende a pogare con il pubblico quasi sempre). In più abbiamo vere e proprie scenette che prevedono l’uso di costumi di scena, insomma i live sono importantissimi per noi!

Festival a Bucarest a parte, altri piani per il futuro prossimo?
(Tuyla) Allora, abbiamo vinto il contest per suonare al Sinistro fest, quindi ci vediamo il 9 settembre a Lago i Salici, venite perché ci sono band fortissime e Piero Giotti (organizzatore del festival) è una persona d’oro! I primi di ottobre (probabilmente il 6 Ottobre) suoneremo al Traffic per il nostro release party; sarà una festa con stand e spettacoli, non un semplice concerto, e ci sarà una grande band italiana a chiudere la serata! Dopodiché, da metà novembre, dovremmo iniziare il tour europeo, dove toccheremo anche 2 città del nord Italia!

Siamo arrivati alla conclusione. Lascio a voi il saluto finale.
Grazie ancora per lo spazio che ci hai concesso, un saluto alla redazione di Allaroundmetal e STAY ORC!

Gli Hypersonic al Maximum Rock Fest 2017

Giovedì, 20 Luglio 2017 18:58 Pubblicato in News

Crown Metal Booking Agency vi comunica con grande piacere che gli HYPERSONIC, band Symphonic Power Metal, suoneranno il 13 ottobre al Maximum Rock Festival 2017 con i Sodom e For The Wicked.

Fondati nel 2006, il 13 maggio 2016 è uscito il nuovo album "EXISTENTIA" per la Revalve Records.

https://www.facebook.com/hypersonicband/ 
https://www.facebook.com/Maximum-Rock-Festival-132903160204572/

Ilienses Tree firmano per Maculata Anima Records

Giovedì, 20 Luglio 2017 12:01 Pubblicato in News

La giovane Metal band italiana Ilienses Tree firma l’accordo con l’etichetta Maculata Anima Rec (Repubblica di Malta) per la produzione e pubblicazione del loro EP “Edda”. 

Gli Ilienses Tree sono una Doom Death Metal band dalla Sardegna (Italia), nata nel 2012 ma con un curriculum interessante, che li ha portati a condividere il palco con diverse band di calibro internazionale quali FAAL, GIGATRON 2000, IRREVERENCE, BLACK CAPRICORN, LIGHTLESS MOOR, NOVEMBRE, LORD VICAR, MOOSPELL e DARK TRANQUILLITY.

La band suona una musica METAL di matrice DEATH/BLACK fortemente influenzata da sonorità e atmosfere DOOM. Il disco “Edda”, registrato nel 2016, segue il primo demo “2014 B.C.” ed è un concept che descrive un’ipotetica fine del mondo attraverso la narrazione dei miti nordici, senza necessariamente sfociare nell’Epic o nel Viking.

La pubblicazione è prevista per l’inizio di settembre 2017.

Gli Ilienses Tree sono
Maurizio Meloni -  Vocals
Claudio Kalb – Bass Guitar
Simone Milia – Guitar
Francesco Carboni – Guitar
Giammarco Vacca - Drums

info e contatti:
https://www.facebook.com/pg/maculataanimarec 
https://www.facebook.com/iliensestree 

Emozioni in musica: intervista ai Dark Lunacy

Giovedì, 25 Maggio 2017 14:30 Pubblicato in Interviste

Dopo 20 anni di carriera, al sesto album, i Dark Lunacy hanno deciso di rinverdire le sonorità degli esordi dandone però un'impronta più attuale. Il risultato è il disco "The Rain After the Snow", un vero e proprio capolavoro che si attesta come probabilmente la miglior produzione della Symphonic Melodic Death metal band parmense. All Around Metal ha incontrato Mike Lunacy e Jacopo Rossi, rispettivamente vocalist e bassista della band.

Ciao Mike, ciao Jacopo e benvenuti sulle pagine di All Around Metal. A due anni dal magnifico “The Day of Victory” siete tornati con un altrettanto splendido “The Rain After the Snow”, con due nuovi innesti in line up: cosa è successo in questi due anni e come siete arrivati a scegliere Davide Rinaldi e Marco Binda?
MIKE: La costruzione di un album dei Dark Lunacy attraversa diverse fasi operative. Si parte da un’idea di fondo che successivamente assumerà l’identità di concept. Come è sempre accaduto nella storia della band il concept è la base, le solide fondamenta sulle quali si inizia a lavorare. Deciso quindi il tema portante, il filo conduttore del messaggio finale, si inizia a costruire le melodie che daranno forma al disco. Questo passaggio è determinante perché viene richiesto ai musicisti di andare oltre al fatto di saper suonare. Si chiede loro essere in grado di calarsi nella parte come autentici personaggi appartenenti ad una storia… e non sempre accade che tali richieste trovino il totale appoggio da parte di tutti. A quel punto, si deve scegliere tra il compromesso e la coerenza. Inevitabile quindi per chi ti sta parlando, optare per la seconda. Davide e Marco sono quindi la diretta conseguenza di ciò che ti ho appena descritto. Entrambi i ragazzi hanno saputo cogliere l’essenza primordiale del progetto, farla propria e trasmetterla con estrema attitudine attraverso i loro strumenti. Di conseguenza, nel momento in cui all’interno della band si percepisce la sinergia ideale, anche i rapporti umani fioriscono e si radicano indelebilmente tra tutte le persone che lavorano al disco. Ritengo quindi Davide e Marco, una delle cose più importanti che i Lunacy potessero incontrare.

Qual è stata la genesi di quest’ultimo lavoro e come si è sviluppato?
JACOPO: Tutto è cominciato con la volontà di Mike di recuperare il sound originario della band, quello che aveva reso celebri i Dark Lunacy. Quando mi ha incaricato di comporre interamente il nuovo materiale ero entusiasta e mi sono dato da fare, lavorando quotidianamente come un ossesso, per un anno intero. Dopo aver scritto i brani li ho passati a Marco e Davide e li abbiamo provati assiduamente in saletta prima della registrazione, così da poter dare il massimo in fase di incisione. Per quanto riguarda i ragazzi del coro hanno provato anche loro le parti per mesi: man mano che finivo un arrangiamento lo consegnavo al direttore del coro, Leonardo Morini, il quale lo faceva provare a ragazzi. Il quartetto d’archi, invece, ha eseguito tutto direttamente in studio di registrazione.

Vorreste parlarci più nello specifico delle tematiche di “The Rain After the Snow”?
MIKE: The Rain After the Snow è sostenuto da due colonne portanti. La prima è quella delle sonorità. La seconda è quella della personalità. Riguardo alle sonorità, abbiamo voluto recuperare le atmosfere degli esordi, atteggiandole però ad un passo più attuale. Quelle sonorità che hanno dato unicità alla band. Il disco è stato realizzato riportando sulla scena la componente classica composta da un quartetto d'archi, un pianoforte a coda e una corale polifonica di quaranta elementi. Melodie di grande impatto emotivo, enfatizzate, oserei dire, esaltate dai tipici riff metal “Lunacyani”. La seconda colonna è ovviamente la parte emozionale, la guida spirituale che governa le maree dell’animo turbato e al contempo speranzoso, nel quale Mike trova se stesso e la condivisione emotiva con i proprio fan. The Rain After the Snow è un viaggio introspettivo, intimo e sincero, che descrive malinconie e speranze di un anima nel momento della sua personale resa dei conti.

Nelle info che hanno accompagnato il promo recensito, parlate di rendere attuale le sonorità degli esordi. È a tutti gli effetti un ritorno alle origini?
JACOPO: Riteniamo di sì, ma in veste attuale, appunto. I Dark Lunacy degli esordi erano una band che univa parti e temi di matrice classica ad una componente death metal di stampo scandinavo, e The Rain After The Snow mantiene lo stesso binomio, traslato solo all’anno corrente per quanto riguarda la componente metal e di arrangiamento; ho in sostanza immaginato i Dark Lunacy come se non avessero mai perso la loro strada negli ultimi 20 anni. Se nei primi 2000 i riff alla At The Gates e co. spopolavano in un genere all’epoca nato da non molti anni, adesso, a distanza di un ventennio, quegli stessi riff risultano mostruosamente depersonalizzanti, così come certe armonizzazioni chitarristiche, e quindi non aveva senso riproporre quella componente con gli stessi stilemi. Probabilmente qualcuno della “vecchia guardia” avrebbe apprezzato, ma la musica deve andare avanti. Comunque, a scanso di equivoci, non ho fatto nulla di avanguardistico, l’ho solo un po’ svecchiato.

Immagino sia ovvio voi siate entusiasti del risultato finale, ma com’è stato accolto l’album da critica e pubblico?
JACOPO: Sì, siamo decisamente soddisfatti! L’album sta ricevendo consensi entusiastici praticamente ovunque, soprattutto sui fan, che è la cosa più importante. Mike mi ha più volte detto che non li sentiva così presi dai tempi di The Diarist! Sul fronte recensioni The Rain After The Snow è andato molto bene anche lì. Ovviamente qualche voce fuori dal coro c’è stata, come è inevitabile che sia, ma davvero poche.

Andando un attimo a parlare dei due singoli, come si sono sviluppate le riprese dei due video, “Gold, Rubies and Diamonds” e “Howl”? Riguardo quest’ultimo so che avete avuto qualche piccolo problema… termico.
MIKE: Entrambi i video sono stati realizzati dalla Lucerna Films con la quale ci siamo trovati assolutamente a nostro agio, quindi anche i momenti più duri siano stati superati con grande naturalezza. Farei comunque una distinzione tra i due video. “Gold, Rubies and Diamonds” è stato, per chi ti parla, un momento magico perché ho potuto lavorare fianco a fianco con mio figlio Pietro e la consapevolezza di aver suggellato questo momento in un filmato, che proseguirà degli anni a venire, mi rende orgoglioso a prescindere. Essendo poi un video che ha richiesto una sola location devo dire che il tutto si è svolto in modo molto tranquillo, naturale e, di conseguenza, piacevole. Discorso diverso invece è stato per Howl, ma semplicemente perché rimanere in mezzo a ghiaccio e neve per 5 ore consecutive, ad una temperatura di 8 gradi sotto zero ed il vento che soffiava imperterrito ed inesauribile, avrebbe messo alla prova anche un supereroe. C’è però una cosa che si deve tenere in considerazione sia in questo frangente che in tanti altri. Quando si lavora con professionalità, quando ti muovi in base ad una sequenza di fattori che hai precedentemente studiato, analizzato e condiviso, nessun sacrificio è tale da scoraggiarti nell’impresa. Portare quindi a casa un risultato pieno, è una logica conseguenza.

Tra le tracce presenti nell’album, quella che più mi ha colpito è stata la title-track, una canzone estremamente emozionale a mio avviso. È un azzardo dire che è, probabilmente, quella che meglio rappresenta il sound riacquisito?
JACOPO: La title-track è forse il mio brano preferito; ha un pathos fortissimo, per me, e contiene pure una discreta dose di azzardo, che non fa mai male. La sfida stava nel presentarsi con un brano in cui il coro viene pensato e utilizzato come un “cantante solista”, in quanto canta l’intero testo (prima strofa esclusa) e la l’intera melodia del brano, con la differenza che, invece di essere un cantante, sono 40 persone che cantano armonizzate a 4 voci. E’ una cosa che non era mai stata fatta prima dai Dark Lunacy e, così su due piedi, non mi viene in mente nemmeno un’altra band metal che abbia fatto un brano esattamente con questi termini. Da un certo punto di vista quindi non è in linea col passato della band, però, dall’altro, è quello che riprende perfettamente il pathos dei primi lavori in una nuova veste.

 

Ho notato poi che il vostro legame con la Russia è rimasto inalterato: dopo un’intera opera dedicata, “The Day of Victory” per l’appunto, in quest’ultimo album c’è un verso in russo nella canzone “Tide of my Heart”. Da dove nasce questo inscindibile legame?
MIKE: Ovviamente tra i due dischi vivono nello stesso mondo Lunacy ma parlano lingue diverse. The Day Of Victory è un album marziale nel quale l’incedere degli eventi marcia al passo della crudezza con la quale è stata scritta una delle pagine più cruente del nostro tempo (mi riferisco all’epopea Russa durante la seconda guerra mondiale). In The Rain After The Snow, lo scenario cambia totalmente e in questa intervista ne stiamo approfondendo l’essenza. Il richiamo alla Russia, in questo determinato momento storico della band si evince appunto in Tide of my Heart, ma la scelta di parlare marginalmente della mia passione per questo immenso, unico ed affascinante paese che è la Russia, è stata dettata appunto dalla diversa personalità dell’album. 

Io vi seguo e apprezzo già dai tempi di “Devoid”, arrivando anche, nel 2003, a fare una traversata con treno nottturno Napoli-Milano per la presentazione di “Forget.Me.Not”. Quanto e cosa è cambiato nei Dark Lunacy da quella band che stupì tutti col singolo “Dolls” a quella che è oggi?
MIKE: Grazie per aver ricordato quella sera. Fu un grande evento dai sapori che solo il mondo musicale di allora sapeva offrirti. Un mondo che tuttavia si apprestava a cambiare inesorabile, repentino e che oggi ci presenta scenari totalmente diversi. Mi riferisco in particolare alle sensazioni con la quale la musica veniva percepita e alla fedeltà verso un “regno” che il fan faceva proprio, disposto a seguire e coltivare attraverso gesti come – ad esempio – quello che hai appena raccontato nella tua domanda. Oggi è tutto diverso, forse meglio…ma non posso dirlo con certezza, così come non posso cavalcare le mie personali sensazioni figlie di emozioni provate in un passato dai colori differenti e che solo chi c’era allora può capire di cosa stiamo parlando. Quello che è certo è che il cambiamento ha spinto le band di allora ad affrontare la propria metamorfosi. Alcuni sono riusciti meglio di altri, altri hanno preferito uscire di scena ed altre band come ad esempio i Lunacy, hanno scelto il loro modo personale di traghettare la propria anima nel presente senza mai rinnegare il proprio passato e tutti quei piccoli, grandi momenti che ci hanno permesso di essere considerati  nel nostro piccolo una band unica nel suo genere.

E quanto e cosa è cambiato in Mike Lunacy, durante questi quasi 20 anni? Sempre che qualcosa sia cambiato.
MIKE: Vent’anni di carriera, uniti ad un altro bel pezzo di vita che si aggiunge ad essa, avrebbero bisogno di un libro per essere raccontati in modo esaustivo. Riassumendo in poche righe e rimanendo all’interno dell’ambito musicale, credo che il semplice fatto di aver preso parte ad una storia importante, di averlo fatto attraverso sei dischi ed essere sempre rimasto al mio posto mentre intorno tutti lasciavano la nave, sia l’esempio che meglio rappresenta il carattere di Mike Lunacy. Chiaramente, nel corso della vita, ripercorrendo a ritroso la tua strada e analizzando le tue scelte con il senno del poi, capirai che tante cose potevano essere fatte diversamente e meglio. D'altronde è a questo che serve la memoria: ad imparare dai propri errori cercando appunto che l’inevitabile cambiamento dettato dagli anni che passano, diventi un valore aggiunto e non un semplice sopravvivere agli eventi. Ciononostante è nel presente che si trova la vera sfida. È nel presente che puoi scegliere se assumerti la responsabilità di perseguire un’idea accettandone onori ed oneri, vittorie e sconfitte, oppure scegliere la via più breve, come ad esempio la resa. Io ho scelto ovviamente la strada più lunga, non me ne pento e per quanto mi riguarda, quando la storia scriverà il verdetto finale di questa lunga avventura, accetterò il suo giudizio nella consapevolezza di me stesso e non certo nell’impaccio di un rimpianto.

Abbastanza recentemente avete fatto qualche data con i Fleshgod Apocalypse, poi alcune date in supporto alla nuova uscita. Piani futuri per i nuovi live? Oltre recuperare le due purtroppo saltate… Anzi, Mike, colgo l’occasione per dirti che spero che tu abbia recuperato.
MIKE: Riguardo al mio recupero ti ringrazio per il tua domanda e rispondo dicendoti che tutto sta andando nel migliore dei modi. Quando la vita ci mette alla prova non siamo mai pronti. Ma dopo la caduta abbiamo solo un’alternativa alla fine. Quella di rialzarsi e riprendere il timone del proprio destino. Per l’estate abbiamo un paio di date in programma che ci prepareranno ad un autunno molto intenso, sia per recuperare le date che per causa mia abbiamo dovuto posticipare e disdire a priori, sia perché le nostre tre roccaforti, ovvero Russia, Messico e Giappone, ci stanno reclamando e gran voce e sarà nostra premura rispettare questi impegni nel migliore dei modi.

Siamo arrivati alla conclusione: lascio a voi le ultime parole ai nostri lettori. Io non posso che ringraziarvi per l’opportunità di quest’intervista. A presto… e sapete dove
MIKE: È stata un intervista intensa e coinvolgente. Grazie di cuore per l’attenzione che ci ha dedicato e che hai dedicato a The Rain After The Snow. Concludo salutando i vostri lettori con un abbraccio fraterno che li prenda tutti, invitandoli ad entrare nel nostro mondo.

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