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Corrado Franceschini

Corrado Franceschini

Oltre 50 anni di età e più di 35 anni di ascolti musicali.

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C’è un confine che, se valicato, ti porta ad essere più che un appassionato di musica e ti introduce direttamente fra “gli addetti ai lavori”. Ciò avviene quando la distanza tra te e i tuoi beniamini si accorcia talmente da non esistere più. Questo per me è avvenuto quando, parecchi anni fa, ho avuto occasione e piacere di incontrare personalmente i Motorhead al Velvet di Rimini. Il tutto è proseguito anni dopo con le interviste faccia a faccia con Kim MCAuliffe, con le Crucified Barbara e con Ian Haugland degli Europe. Nel campo italiano il nome di Bud Ancillotti è stato presente sin dal 1987 nella mia vita e, quindi, il piacere di essere presente alla presentazione del disco “The Chain Goes On” il 25-01-2014 è stato bissato con soddisfazione il 25-06-2016 in occasione della presentazione agli addetti ai lavori, appunto, del nuovo C.D. “Strike Back”. La presentazione, così come la precedente, si è tenuta al Tartini 5 Studio di Parma in un pomeriggio di molto sole e poche nuvole sparse di contorno. Per chi non lo sapesse il Tartini 5 Studio è situato all’interno del centro musicale polivalente L’Accademia. Entro in anticipo sull’orario previsto per la presentazione (ore16): ho così il tempo per salutare in tutta tranquillità gli Ancillotti (Bud, Bid e Brian) e il fido chitarrista e amico Luciano “Ciano” Toscani. E’ poi la volta dei saluti rivolti a Fausto Tinello, bassista dei Wyvern e coproduttore del C.D.,  e a Lelio Padovani, direttore de L’Accademia. Come la volta scorsa il gruppo ha deciso di offrire un piccolo rinfresco ai convenuti prima della sessione di ascolto ed è così che in una ventina ci si ritrova nello spazio tra la sala conferenze/audizioni e il piccolo studio per quello che il Conte Mascetti in “Amici Miei” definisce un rinforzino. Finita la fase rinfresco è ora di fare sul serio e “lavorare”. Si entra in saletta dove spicca un non meglio precisato oggetto coperto, fra poco vi dirò cosa è, e la parola va al padrone di casa Lelio Padovano. Giusto due cenni sulle attività del centro e poi si inizia con la presentazione vera e propria a cura di Fausto Tinello il quale comincia a raccontare le prime modalità del disco ed è qui che l’oggetto misterioso viene svelato. Si tratta di un cavalletto con l’immagine gigante della copertina disegnata da Dimitar Nikolov. Il significato della copertina e del titolo del disco: “Strike Back” in uscita il 16 settembre 2016 per Pure Steel Records, ve li spiego subito. Il tipo dagli occhi rossi che brandisce un’ascia non è l’aggressore ma l’aggredito che si difende dall’attacco dell’energumeno che giace a terra fra i bidoni dell’immondizia. “Stike Back”, invece, può essere letto sia come una sorta di rivalsa sia come il colpire di nuovo da parte degli Ancillotti. Per la conferenza Il gruppo è schierato di fronte e, a rinforzo, sulla sinistra di chi guarda, è stato chiamato Simone Manuli che, come per il precedente disco, ha curato la ricerca di suoni da inserire nel giusto contesto musicale. Il primo pezzo viene brevemente spiegato nel testo da Bud, cosa che avverrà anche per tutti gli altri brani. Parole contro la società e una musica martellante che parte dopo un breve divertissement anni 40/50 fanno capire subito che “To Hell With You” è una sorta di gemella di “Bang Your Head” vista la somiglianza ritmica tra i brani. “Immortal Idol” riporta alla fine la notizia dell’uccisione di John Lenon e, musicalmente, mostra una chitarra prepotente e preponderante, il che la dice lunga sull’importanza che ha avuto Ciano in veste di coproduzione anche se, come messo in evidenza da Fausto Tinello, in questo disco la coesione del gruppo è stata maggiore che su “The Chain Goes On” così come è stato l’apporto in fase di produzione. Anche “Fight” sembra una stretta parente di “Bang Your Head” dato una sorta di ripetersi del riff primigenio preso alla rovescia. Il solo di Ciano è di quelli a briglia sciolta e la batteria di Brian è come spesso accade negli Ancillotti, terremotante. “Firestarter”, dedicata ad un uomo politico che si diverte ad “innescare” incendi, chi pensa ad un uomo “in verde” non è lontano dalla verità, possiede un riff portante degno dei migliori AC/DC e mantiene una certa linea melodica, almeno fino a quando non sembra ricordare “Strangers In The Night” dei Saxon. In questo caso la voce di Bud mi è sembrata un filo più acuta del solito: ci ricordo che i files non sono quelli definitivi che finiranno sul C.D.e sul disco. “The Beast Is Rising” si scaglia contro l’ascesa dei movimenti razzisti e xenofobi. “When Night Calls”  viene presentata come una nuova “Autostrada Dei Sogni” e parla della convenienza di una ragazza nell’accettare certe cose. Le linee le ha rivendicate direttamente Bud come scrittura e il pezzo, nel suo break, mi ha ricordato “Fight Fire With Fire” dei Pomp/A.O.R. rockers Kansas.  Con “Burn Witch Burn” c’è tempo di nominare Simone Manuli che ha curato l’intro e Eddie, Il fac totum degli Ancillotti, che ha partecipato ai cori. L’impeto di cattiveria del popolo che aspetta di bruciare la strega è palpabile nell’anthem. In questo caso il solo di Ciano mi è sembrato più “ordinato” rispetto ad altre volte; oserei definire un crescendo quello del chitarrista parmigiano visto i risultati ottenuti via via durante la sessione di ascolto. Lo stesso Ciano ha teso a rimarcare come il risultato è stato reso possibile anche grazie alla pedaliera messa a disposizione dalla Dolphin’s Sound di Firenze. “Lonely Road” ha toccato il cuore dei musicisti tanto che un pesante velo di commozione è sceso sui loro volti. Il pezzo inizia con un arpeggio americano stile Bon Jovy/Aerosmith e prosegue col tono di una semi ballad elettrica. Un solo bastardo e sofferto che sembra gridare non voglio lasciarti impreziosisce tecnicamente il tutto. “Life Is For Livin’” parla dell’incomunicabilità dei giovani e sforna dei riffs quadrati di quelli che piacevano tanto al compianto Ronnie James Dio. La voce di Bud mi è sembrata un filo sotto rispetto alla chitarra “tracotante” che sfocia poi in un solo incisivo. Questo pezzo, comunque, lo ritengo tra i migliori dell’intero disco. “Never Too Late” nasce da un’idea di Brian e parla del classico rialzarsi dopo le batoste della vita. Le chitarre portano il ritmo in coppia e il lavoro del basso di Bid è finalmente messo in evidenza. La conclusiva “The Hunter” in origine era stata scelta per aprire il disco. Anche in questo frangente si capisce la continuità tra il pezzo e “Bang Your Head”: Power a doppia cassa che prende la via del ritmo più spezzato e si ripete. L’ascolto degli undici pezzi è completato e non rimane che scambiare due chiacchiere. L’occasione non viene persa grazie anche a Brian che ci fornisce, quasi in privato, qualche notizia in più su James Hogg che ha curato i testi in inglese e che, così sembra, è un uomo appassionato di mille cose e molto certosino quando ricerca del materiale su cui adattare i testi, oltre ad avere uno strano modo di vivere. Non resta che attendere la masterizzazione a cura di Alessandro Del Vecchio e vediamo che effetto farà a voi “Strike Back”. Io dico che è un classico disco Heavy Metal e, ma lo sapete che sono di parte, mi è piaciuto. In chiusura della giornata non è rimasto altro che scambiare alcune piacevoli chiacchiere con altri tre colleghi condividendo impressioni, avventure ed opinioni a dimostrazione che è possibile lasciare a casa tutte le diatribe/invidie, o presunte tali, che spesso circolano nel mondo del Metal italiano, basta volerlo. In fondo, come dico spesso, siamo tutti nella stessa barca e ripicche e lotte avvelenano un mondo nato per unire anziché dividere. Dopo avere salutato gli Ancillotti,Ciano, Fausto e Lelio torno verso casa convinto che un altro gradino di divisione tra i miei beniamini e me è stato ancora una volta superato, e ciò mi ha reso immensamente felice.

7-05-2016 Nasty Nights Festival @ Titty Twister (PR)

Giovedì, 26 Maggio 2016 10:46 Pubblicato in Live Report

Appena ho appreso della presenza di Pino Scotto come headliner al primo Nasty Nights Festival di Parma ho pensato che dovevo essere presente alla serata. So che molti di voi hanno una cattiva/pessima opinione di Pino e di ciò che fa/dice. Non sarò di certo io a farvela cambiare ma riflettete su due punti: 1) Giuseppe Scotto Di Carlo si esprime come molti di noi fanno nella vita reale o su social. 2) Pino è molto probabilmente l’unica vera Rockstar italiana. Non sto parlando del carisma di Steve Sylvester o dell’innata simpatia del mio “fratellone” Bud Ancillotti tanto per fare due esempi, ma degli atteggiamenti di una persona vissuta tra fabbrica, strada e, naturalmente, musica. Detto ciò che penso in tutta sincerità, come mio solito, parto con il resoconto del festival. L’evento è stato organizzato e fortemente voluto da Raffaele “Raffo” Albanese con la sua RA Music. Con questa serata Raffo ha voluto unire, e riunire, alcune giovani realtà affiancandole ai veterani Love Machine, band di Milano e, naturalmente, all’ex cantante dei Vanadium. I giovanissimi Overheat da Parma fungevano da apripista e la loro occasione era importante visto che dovevano presentare il primo demo autoprodotto dal titolo “2085”. Purtroppo, essendo arrivato in ritardo, non posso darvi ragguagli sulla loro performance a base di Heavy/Speed ma vi posso esortare a cercare i loro pezzi su Youtube o a comprare il loro demo in vendita a due euro contattandoli sul loro Facebook. Arrivo in cassa, a tale proposito è obbligatorio il ringraziamento a Raffo per la solerzia nell’accredito (quando si tratta di “lavoro” è richiesto mentre, in caso vada come spettatore, pago. Sia chiaro). Entro nel Titty Twister: per ciò che ricordavo era più grande, e sul palco ci sono i Final Phobia da Vigolzone (PC) impegnati in una versione di “Two Minutes To Midnight” degli Iron Maiden. 4/5 del gruppo si esibiscono in cravatta ma senza altre trovate sceniche/visive. Il cantante dimostra di avere una buona ugola e i (momentaneamente) pochi presenti mostrano di gradire. Il suono nel totale è un poco “chiuso” ma, cosa dimostrata anche nei due pezzi originali proposti in seguito, sembra che la coesione ci sia. Naturalmente le coordinate principali sono quelle tracciate dalla Vergine Di Ferro e ciò che si sente è un Power/Heavy vigoroso e dinamico. Il mio giudizio è buono ma mi riservo di vederli sulla lunga distanza e con dei suoni migliori. Non vi nascondo che il quintetto femminile delle Wox da Parma, il terzo in scaletta, mi intrigava parecchio. Lasciamo stare il piacere puramente visivo di vedere cinque donne sul palco ma il sentirle suonare, se pure delle covers, era uno degli obbiettivi della mia serata. Purtroppo, e lo dico con coscienza dato che la chitarrista Marta Vix la conosco, la avevo sentita suonare in una cover band dei Motorhead e so che se la cava bene, il gruppo ha tradito un forte nervosismo. Vuoi per la mancanza di suondcheck, vuoi per il notevole ritardo della cantante che è arrivata cinque minuti prima dell’inizio del set, vuoi per un suono che, molto probabilmente, sul palco non era ottimale, le ragazze non sono riuscite ad emergere del tutto positivamente. Il concerto è iniziato con “Bang Your Head” dei Quiet Riot ed è proseguito con classici come “Hellraiser” dei Motorhead e altri. Dopo la prestazione che ho descritto le Wox si sono magicamente risvegliate, e riscattate, quando sul palco è salito Raffo per cantare e duettare con la bionda singer delle parmensi una stupenda versione di “The Trooper” degli Iron Maiden. Una voce potente e vibrante quella del rosso che, con il duetto e qualche “moina” si è guadagnato il favore del pubblico. Dopo questa esibizione le ragazze si sono lanciate in una bellissima versione di “I Wanna Be Somebody” che ha dimostrato la loro stoffa. Le tastiere, purtroppo, sono rimaste sempre nell’ombra e non sono riuscite a dare il giusto contributo al suono delle Wox il che avvalora la tesi di una prestazione parzialmente falsata. Peccato perché di donne che tengano alto il valore del Metal al femminile ce n’è sempre bisogno. Con l’avvento sul palco dei milanesi Sixty Miles Ahead si ha un notevole miglioramento del suono. Come etichettare la proposta di questo gruppo? Hard Rock ma non solo. Grazie ad innesti di chitarre down tuned i ragazzi meneghini sono in grado di piacere anche alle generazioni più moderne. Chitarre dai toni graffianti si mischiano a momenti più melodici e la voce potente ed incisiva di Sandro Casali guida il gruppo verso una facile vittoria con una prestazione altamente convincente. Se poi vogliamo mettere la ciliegina sulla torta il ritorno sul palco di Raffo che ha intonato assieme a Sandro “Kickstart My Heart” dei Motley Crue, ha mostrato due veri cantanti di talento che possono competere con ugole ben più blasonate, quando si dice la forza dell’età. Cambio palco appena più lungo dei precedenti e comincia lo show dei veterani Love Machine. Che siamo di fronte a musicisti maturi nell’età rispetto ai gruppi precedenti è ben visibile. I suoni sono quelli di un concerto Heavy Metal svolto in posti ben più capienti del Titty Twister. Lo show, se pur di alto livello, è parzialmente adombrato da alcuni problemi agli amplificatori della chitarra di destra che finisce per restare “oscurata” in alcuni frangenti. Ciò non impedisce ai musicisti di esprimersi al massimo. Le canzoni, a me del tutto ignote prima del concerto, scorrono via con il loro carico di energia. Ho parlato di Heavy Metal ma la melodia che traspare in alcuni brani e nei ritornelli colpisce chi ascolta tanto che, a distanza di settimane, mi ritrovo a canticchiare “Angels In Town” (inutile che vi dica a chi è dedicata no?) e “We Are The Fire”. Quando un gruppo riesce a far si che le canzoni entrano in testa in questa maniera per me ha già vinto. Non sto dicendo che Love Machine abbiano inventato chi sa cosa; sto dicendo che quello che fanno lo fanno con gusto, passione e divertimento. Senza effetti e con qualche posa plastica il sudore e i Rock hanno dato i frutti sperati. Al momento dell’entrata in scena di Pino Scotto le persone presenti nel locale saranno una cinquantina. Mi aspettavo qualche cosa di più come pubblico ma, ricordiamolo, l’Emilia Romagna ha ogni sabato una proposta vastissima per quanto riguarda i concerti e non si può essere presenti dappertutto. Cosa volete che vi dica di un vecchio leone che a 66 anni tiene il palco in una maniera più che dignitosa? Impossibile ripercorrere i passi di una carriera che è iniziata con i Pulsar (un 45 giri all’attivo nel 1979) e proseguita con Vanadium, Progetto Sinergia, Fire Trails e da solista. Come musicisti per questo tour Pino ha scelto il fido batterista schizoide che avevo già visto in altre occasioni: il modo di suonare di questo uomo, cioè come se fosse in trance, è stupefacente e tanta è la sua energia e forza che un paio di volte gli altri componenti hanno guardato per dire: “ma dove stai andando?”. Alla chitarra una vecchia conoscenza visto che Steve Angarthal aveva già suonato con i Fire Trails, e al basso un musicista a me sconosciuto, almeno di nome. Sono corsi via 75 minuti che hanno portato in dote pezzi immortali come “ Streets Of Danger”, “Get Up Shake Up”, “Easy Way To Love” (scritta da Pino in un periodo di innamoramento che, testuali parole, “Capita a tutti no?”). Assieme a questi vecchi inni hanno trovato spazio brani più recenti come “Codici Kappaò” e i due pezzi inediti dell’ultimo C.D. “Live For a Dream” ovvero sia “Don’t Touch The Kids”, brano scritto per un progetto “benefico”, e “The Eagle Scream” dedicata all’amico (sempre parole di Scotto) Lemmy, che sono stati presentati uno di seguito all’altro. Proprio in memoria del  leader dei Motorhead è stata eseguita “Stone Deaf Forever” (la intro la potete sentire su C.D. all’inizio di “The Eagle Scream”) mentre il finale è stato affidato ad una trascinante versione di “We Want Live With Rock ‘n Roll”. Naturalmente non sono mancati i “siparietti” al veleno dedicati tra gli altri a Renzi e J. AX, come giudice di talents, con cui Pino aveva scritto un brano. Omaggi e rispetto sono andati come detto a Lemmy, e agli Extrema, amici di lunga data. Dopo la fine dello show di nuovo un saluto e un ringraziamento a Raffo per l’ospitalità e poi sono uscito soddisfatto dal Titty Twister. Nonostante lo spirito dei miei venti anni sia lontano, sono a quota 53, questi festival continuano a piacermi per la loro eterogeneità e genuinità e  per l’opportunità di scambiare opinioni e chiacchiere.

Per forza di cose visto che non conoscevo la produzione musicale di Speed Stroke e Junkie Dildoz questo, più che un live report, sarà una serie di appunti messi per iscritto. La serata del 23 aprile al Borderline, locale dei Lowlanders M.C. Modena ha visto collaborare la NeBuranda Corporation, La Soldiers Of Sound Agency e la Bagana Rock Agency che ha nel roster gli Speed Stroke. La serata per chi vi scrive aveva molteplici scopi. Prima cosa era da lungo tempo che con Bura, uno dei due “soci” della NeBuranda Corporation (l’altro è Neb), dovevamo incontrarci. Seconda cosa dovevo conoscere di persona Massimo Bonini della S.O.S. Agency dopo scambi di news e comunicati vari avvenuti fra noi. Terza cosa dovevo conoscere Tommaso Dettori, cantante dei Junkie Dildoz, e ritrovare Brian Ancillotti, batterista di Junkie Dildoz e Ancillotti. Quarta cosa, ma non per questo meno importante, anzi, dovevo vedere i due gruppi dal vivo per conoscere meglio le loro proposte musicali e i loro show. Dopo i convenevoli di rito che si sono trasformate in una sorta di chiacchiere tra amici, e questo nei concerti metal mi capita spesso per fortuna, ha inizio la serata vera e propria. Dopo le 22,30 salgono sul palco i Junkie Dildoz. La prima cosa che si nota sono i loro colori. A dire il vero il nero è preponderante tanto che si potrebbero scambiare per colori di guerra. Come si evince invece dai titoli di pezzi come “Hard As Sex”, “Pornation” o “Fuck U, We Rock”, titolo del mini C.D. il retaggio si rifà apertamente alla cultura Glam di gruppi “teatrali” come Motley Crue o il Vecchio zio Alice Cooper e simili e, come mi ha spiegato Tommaso, la intenzione è quella di riportare in auge un periodo, ed un modo di vita, oscurati dal grigio del Grunge. Ho parlato Glam ma non si può racchiudere la musica degli Junkie Dildoz solo in questo recinto. A mio avviso la componente di certo Rock (and  Roll) dei paesi scandinavi è ben presente così come una certa rabbia della cultura di strada. Se poi dovesse sfuggire da dove tutto è iniziato ci pensa “If I Have”, dalla scaletta mi pare quella, con il suo riff che ricorda da vicino “You Really Got Me” dei Kinks (anno 1964). Un suono non proprio “aperto” né potente, ma il gruppo di questo non ha colpa. Junkie Dildoz non avevano il loro fonico e il soundcheck in pratica non è stato fatto. In più mi è parso di intuire che sul palco non tutto fosse in regola. Queste cose hanno parzialmente penalizzato una performance che, comunque, ha visto i musicisti dare tutto se stessi per scaldare una platea avvezza alle sonorità descritte sopra. Io dico la mia: visto che sono in giro da parecchi anni, probabilmente gli Junkie Dildoz risentono dei molti cambi di formazione che hanno dovuto affrontare, non ultimo il bassista entrato da poco. Se riusciranno a stabilizzare il tutto, e ad avere un poco di risorse in più, hanno le carte in regola per piacere alla grande ed offrire uno show con tanto di “contorno” come vorrebbero anche se, teniamolo presente, siamo sempre in Italia. Cambio palco e salgono sul palco gli Speed Stroke. Come detto non sapevo cosa aspettarmi da loro oltre a quello che avevo visto, e sentito, su Youtube. Signori miei: forti dell’aiuto di un fonico che ha “sparato” il volume a livello concerto all’aperto gli Speed Stroke hanno vinto e convinto. Una formazione che si rifà apertamente al Glam a cominciare dall’abbigliamento ha offerto una prestazione a livello di acts europei più blasonati. Movenze del cantante che ha finto di suicidarsi con cappio al collo, ed è crollato fingendo di spararsi, sono cose viste altre volte ma fatte con la giusta dose di irriverenza lasciano il segno. E gli strumentisti direte voi? Gli altri ragazzi del gruppo  hanno fatto muro compatto ed hanno “girato” alla grande. Pezzi come “Sick Of You”, la fantastica “Demon Alcohol” o ancora “Age Of Rock ‘n’ Roll” sono pieni di energia e creati apposta per dimenarsi, cosa fatta regolarmente da alcune ragazze nelle prime file durante il concerto. Che vi devo dire? Fino a che ci saranno gruppi così l’Italia non sarà mai seconda a nessuno. Certo: arriviamo con anni di ritardo ad avere una “cultura” Rock, ma ciò che avevamo perso agli inizi, con le nostre band lo stiamo recuperando a grandi passi. Finita questa intensa avventura trasformata in una specie di party tra amici, sono tornato a casa ancora una volta, con la carica giusta per affrontare la settimana. Il Rock e il Metal distolgono per poche ore dai problemi reali. Cerchiamo di dare una mano a chi si sbatte per propagandare questa cultura e non perdiamoci in faide inutili e controproducenti. Ricordatevi che il “nemico” ci vorrebbe divisi e succubi di ciò che viene spacciato per Rock e non lo è minimamente.

Ci sono concerti nei quali la mia presenza è richiesta esplicitamente e altri ai quali è un piacere personale potere partecipare. Nel primo caso parliamo di eventi che portano a un live report. Nel secondo caso, invece, si tratta di concerti nei quali sono coinvolte bands che seguo dall’inizio della loro carriera, o con le quali si sono instaurati rapporti più stretti o di amicizia. Anche in queste occasioni, spesso, esce il live report della serata. Ho visto i Game Over a inizio carriera ricevendo da Renato “Reno” Chiccoli il primo demo C.D. datomi in maniera quasi timida. Da li in poi ho continuato a seguire i Game Over e, ora che sono in tour in America, posso dire che avevo visto giusto quando,  all’epoca, avevo notato  delle potenzialità nel quartetto. Il giorno 1-04-2016 la Apocalypse Extreme Agency di Max Iantorno ha organizzato al kaleidos di Poviglio il release Party per il C.D. “Crimes Against Reality” uscito lo stesso giorno su C.D. e in versione vinile nero e limitata colorata in viola e verde. Per l’occasione sono stati chiamati come gruppi di supporto i parmensi Shenanigans e i milanesi Ruler. All’evento, gratuito e senza richiesta di tessere all’ingresso, ho avuto finalmente modo di notare che su più di cento spettatori presenti, almeno una trentina erano quelli che suonavano in altri gruppi. Insomma, una volta tanto, la scena ha supportato la scena senza invidie e senza critiche. Dopo le ventidue salgono sul palco i Shenanigans. La loro è pura rabbia di una periferia che perde la speranza e che si vede ingabbiata. Dico così perche la musica e la voce “urlata”, rimandano a gruppi come Cripple Bastards, Negazione e Slayer del periodo “Kill Again”, con un fiero cipiglio che contiene un che di “politicamente scorretto” affiancato com’è a un’attitudine Punk. Giusto un paio, le concessioni a ritmi più lenti in un set tutto palla avanti e pedalare adatto a un pubblico da pelo sullo stomaco e pronto alla lotta quotidiana. Breve cambio set e, dopo un assestamento repentino con seguente prova live di metà pezzo, i Ruler sono pronti. Avevo letto alcune interviste del quartetto lombardo e ascoltato qualche brano ma non avevo mai avuto occasione di assaggiare dal vivo il Power Metal proposto dal gruppo. Mi sembra chiaro e lo si nota siin dall’abbigliamento, che i Ruler possono piacere a un pubblico fedele all’Heavy Metal degli anni ottanta ma, grazie ad un inserimento del turbo su ritmiche care agli Iron Maiden, il target si può tranquillamente ampliare. I punti di forza dei Ruler sono due. La chitarra di Max Baldoni viene animata con una padronanza assoluta con degli interventi che sono sempre al posto giusto. La voce di Daniele Valentini, poi,  riesce a raggiungere vette e tonalità che risulterebbero ostiche alla quasi totalità degli “screamers”. Per il resto il batterista Steve Bianco non è stato preciso al battito ma ha dimostrato di sapere percuotere con dovizia e senza volere strafare il suo drum kit. Il bassista Mirko Negrino dal canto suo ha assicurato un adeguato supporto al ritmo. Un set fatto di velocità con sapienti cambi di ritmo e corroborato da alcuni ritornelli/anthems, ha saputo divertire e coinvolgere il pubblico. Le soluzioni adottate nei brani hanno il potere di rendere la proposta dei Ruler derivativa ma decisamente interessante. Giunge così il momento dei Game Over. Poche le concessioni all’immagine, uno schermo dietro per proiettare copertine e foto e tanta musica di qualità e potenza. Prima di proporre i brani di “Crimes Against Humanity”, intervallati da brani più vecchi, i Game Over iniziano a macinare riffs con la massacrante “Another Dose of Thrash”. Veramente allucinante la velocità alla quale è stato portato il pezzo: un cazzotto nello stomaco capace di mozzare il fiato a tutti tranne che ai musicisti. Dopo un inizio al fulmicotone arrivano un paio di brani del nuovo L.P. (aspettatevi la recensione). Sembra che nel nuovo corso ci sia spazio per un briciolo di melodia in più ma è giusto un sentore. I pezzi battono forte come al solito e il gruppo e’ in gran tiro. Nel set trovano posto “Mountains Of Madness” (dal C.D. “For Humanity”) dove una decina di persone si gettano in un furioso Pogo/Mosh. C’è spazio anche per la cover degli 883 “S’InKazza (Questa casa non è un albergo)” che vede comparire sul maxi schermo una foto di Max Pezzali, assieme ai quattro, che indossa una maglietta dei Game Over. Per chi ama gli anthems battenti arriva “Masters Of Control” mentre tra i nuovi pezzi spicca la canzone che da il titolo al C.D. con un ritornello tutto da cantare a squarciagola. Il concerto del Kaleidos ha visto i 4 Thrash warriors superare il limite di velocità e creare un muro sonoro che non è mai sconfinato nel rumore fine a se stesso. La mia opinione è che i Game Over rimangono tra i migliori gruppi Thrash della scena italiana. Se li andate a vedere in concerto e la loro “pacca” non vi colpisce, vuole dire che siete già morti.

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