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Corrado Franceschini

Corrado Franceschini

Oltre 50 anni di età e più di 35 anni di ascolti musicali.

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Essendo un fan dei Motorhead sin dal lontano 1980 potete solo lontanamente immaginare quale sorta di “ansia” abbia creato in me la calata in Italia di Phil Campbell e dei suoi tre figli bastardi assieme al cantante Neil Starr. Fortunatamente tutto è andato per il meglio e così ecco il resoconto di una fantastica serata. Ero pronto a pagare il biglietto d’ingresso come faccio per tutti i concerti che mi interessano ma grazie all’Eagle Booking, agenzia organizzatrice della serata al Campus Industy Music di Parma assieme a Campus Industry Music e Titty Twister, e dell’altra data al Druso Club - Ranica (BG), ho avuto la possibilità di avere un accredito e, come sa chi mi conosce bene, in questi casi è garantito il live report dell’intera serata. Arrivo ed entro in un locale ancora semideserto. Il tempo di scambiare poche impressioni con Mattia e Alessandro, chitarra e voce dei Beggars On Highway che sono giustamente tesi, salutare qualche faccia nota, e poi comincia il mio “lavoro”. Proprio i Beggars on Highway, da Parma, sono il primo gruppo a salire sul palco.

Lo show comincia con “Soap Maker Woman”, un classico che non può mancare, e prosegue con l’omonima “Beggars on Highway”. I suoni sono da subito nitidi e questo gioca a favore sia del gruppo che del locale (ampio e accogliente). Poche le canzoni in scaletta ma il gruppo si esprime ad un buon livello anche se la tensione è palpabile. Avendoli visti altre cinque volte so di cosa sono capaci e come suonano. Sudore, Hard Rock e Metal, sono gli ingredienti di un set che vede l’anthem “Drunk Tonight” chiudere la prestazione. Naturalmente, durante il pezzo, Mattia non ha rinunciato a scendere in mezzo al pubblico come fa sempre, continuando a suonare la suonare la chitarra. Il feeling al pubblico è arrivato e i Beggars On Highway hanno assolto il loro compito come era logico aspettarsi da musicisti che calcano il palco da un bel po’ di tempo; basti pensare al bassista Dimitri Corradini che suona anche nei Distruzione. Breve sosta e chiacchiere in quantità, era da un pezzo che non salutavo così tanta gente, fatte In un Campus che si andava man mano riempiendo con volti noti, vecchi e nuovi, che cominciavano ad intrecciare aneddoti. Salgono sul palco i Chained.

Il gruppo è noto come tribute band degli Alice In Chains ma è in procinto di pubblicare un C.D. con brani propri così, non conoscendo il quintetto non so cosa aspettarmi. Una formazione giovane con due chitarristi che potrebbero essere i miei figli; o Dio i due terzi dei musicisti della serata potrebbe esserlo, che fa sfoggio di una buona padronanza strumentale. Il genere è ascrivibile a certo “alternative” moderno contaminato ma, per semplificare le cose e renderle più chiare, si potrebbe dire che Chained suonano Heavy Rock. Dal palco arriva una buona “pacca” con suoni bilanciati che si sentono anche se chi ascolta è al lato dello stesso. Il cantante Alberto Stagni cerca di caricare i presenti che, alla fine dei pezzi, rispondono con applausi e si sa; con le band di apertura non è una cosa scontata. I chitarristi Alberto Bottioni e Luca Pettenati sembrano invece concentrati sui loro strumenti. Le canzoni scorrono via veloci senza troppi fronzoli ma, d’altra parte, il tempo è tiranno per/con tutti i gruppi. Dopo i Chained nuovo giro, nuove chiacchiere tra “vecchi “ Motorheadbangers (grazie Gioppa e Massimo) e salgono sul palco i Racket.

Il quintetto è improntato ad un suono Heavy classico e il cantante Stefano Mini, già nei National Suicide, sarà per il berretto e alcuni tratti somatici, mi riporta alla mente Udo Dirkschneider. Sarà per empatia verso il genere proposto; un Heavy Metal puro con twin guitars, ma il breve set proposto dai Racket è risultato convincente. Il Cantante e il batterista Fabio Sebastiani non sono dei ragazzini e i chitarristi che si scambiano le parti se le giocano bene. Anche in questo caso il suono, limpido da ogni parte, regge il gioco e facilita la prestazione. Qualche moina, la spiegazione dei titoli in italiano, un’attitudine concentrata sì ma al contempo “giocosa”, mi porta a dire che i ragazzi ci sanno fare e si divertono. Si torna a girovagare per il salone del Campus Music Industry dove le presenze sono consistenti, 200 persone circa, e arriva il momento tanto atteso.

Ecco The Bastard Sons assieme al cantante Neil Starr poi arriva Phil Campbell con tanto di maglietta di Don Henley (Eagles). Inutile dire che i presenti non vedono l’ora di circondarlo d’affetto visto che la madre è di nazionalità italiana ma, sopra a tutto, visto ciò che hanno rappresentato, e rappresentano, i Motorhead per molti di noi. Un set che parte con “Big Mouth”: uno dei cinque pezzi pezzi dell’E.P. in uscita il 18 novembre dal suono tipicamente Hard Rock e parzialmente distante da quello dei Motorhead, e prosegue con “Deaf Forever”. Le mazzate tirate dai figli di Phil vanno a segno mentre la voce di Neil fatica un poco e sembra leggermente sotto tono; probabilmente è colpa del vinello italiano o dell’umidità fuori dal Campus. C’è spazio per i “Nothing Up My Sleeve”e per “Spiders”, altro pezzo dal nuovo E.P., ma è con “Ramones” che comincia lo show del pubblico. Pogo selvaggio, circle pit, un poco di massacro al quale tento con successo di sfuggire ma anche tanta voglia di divertirsi e dimenticare un mondo oppressivo. I pezzi originali si intervallano con le covers come ad esempio “Sharp Dressed Man” degli ZZ Top in una esecuzione tutto sommato buona nonostante qualche cedimento o “inciampo” degli strumentisti mentre la voce si fa più “calda”. Un ospite accompagna il gruppo durante “Born To Raise Hell” proprio quando il pogo si fa più pressante. Un boato saluta la cover di “Sweet Leaf” dei Black Sabbath resa in maniera veramente pesante e satura e poi arriva il pezzo che tutti aspettavano. Partono le note di“Ace Of Spades” e non vi dico tra gente che urla le strofe, circle pit affollato, “anziani” come me che tornano giovani, cosa si prova all’interno del Campus Industry Music. Si prosegue con il classico “Eat The Rich”; ricordo ai più recenti fans dei Motorhead che esiste un film dallo stesso titolo dove potete vedere Lemmy alle prese con la recitazione e poi, un poco a sorpresa per il sottoscritto, viene rispolverato il classico degli Hawkwind, prima band importante di Lemmy, “Silver Machine”. Psichedelia - Rock e occhi dei più attenti ascoltatori che brillano, mentre altri ascoltano domandandosi chi sia l’autore del pezzo. Si va avanti con un pubblico che non sembra esaurire le energie, anzi! Arriva così “Going To Brazil” che, stranamente, vede un furioso movimento nel circle pit (oramai conclamato e attivissimo). Dopo “Rock Out”, ribattezzata “Cock Out”, inizia un breve siparietto tra Phil e Neil che mettono al centro dell’attenzione una coppia davanti alle transenne e le dedicano “Heroes” di David Bowie. Siamo quasi al finale e mentre molti aspettavano “Overkill”, arriva invece “Killed By Death” che, ancora una volta, accende l’entusiasmo dei presenti. Dopo di ciò finisce il sogno e si torna alla realtà. Potete chiamare Phil And The Bastards Sons una buona cover band dei Motorhead, un gruppo di ribelli del Rock and Roll o come volete, ma rimane un dato di fatto; Phil Campbell ha accompagnato con i suoi riff di chitarra gli anni di vita di molti di noi e questo lo rende degno del massimo rispetto. Dopo il concerto comincia il D.J. set di Melissa Hasser ma io, dopo qualche istante, volo fuori per cercare di consegnare un piccolo regalo a Phil; cosa che di persona non mi riesce. A tal proposito, ringrazio Saverio e Benny per avere fatto da intermediari. Si fanno le due di notte e, per me che come al solito viaggio da solo, svanisce anche il sogno di avere un paio di plettri dalle mani di Phil Campbell; probabilmente l’ultimo a scendere dopo che gli strumenti vengono caricati sul furgone. Mi “accontento” di una foto con un Neil Starr che, rubizzo, mi chiede: “With the middle finger?” Alla mia risposta “How do you want” viene fuori uno scatto che sembra quello fra due amici. Ottima serata!

 

8-10-2016 Ancillotti + guests @ Titty Twister (PR)

Sabato, 22 Ottobre 2016 13:39 Pubblicato in Live Report

Ci sono delle date di concerti che segno con largo anticipo e, sovente, la vita mi ricorda che ci sono cose più importanti della musica. Fortunatamente questa volta non è andata così. Raffaele “Raffo” Albanese con la  sua RA Music ha portato gli Ancillotti al Titty Twister come headliner e la mia presenza era obbligatoria. Dopo il live report della presentazione del C.D. “Strike Back” e la seguente recensione ero curioso di sentire la resa dal vivo dei pezzi del nuovo album anche se avevo la certezza che i quattro, sul palco, non avrebbero tradito le mie attese. I gruppi di supporto della serata erano tutti da me musicalmente conosciuti visto che come prima band sono state chiamate le parmensi Wox mentre, in sequenza, dalla zona di Reggio Emilia si sono alternati sul palco Injury ed Explorer. La serata era prevista con inizio alle ore 21 e sia mai detto che il sottoscritto, sopra a tutto se è di live report, si lasci sfuggire uno dei gruppi di supporto. Mi presento in cassa alle 21 precise e ritiro il mio accredito e una maglia dei Motorhead che Raffo mi aveva gentilmente tenuto da una serata precedente alla quale non avevo potuto partecipare (grazie mille man). Le Wox stanno facendo le prove. Giusto il tempo di salutare Bud, Bid, Brian che compiva gli anni il giorno stesso, e Luciano “Ciano” Toscani, che stanno momentaneamente uscendo e le 6 ragazze cominciano lo show. Avevo un poco bistrattato le Wox quando avevano aperto il concerto di Pino Scotto tenuto al Titty Twister. Non era stata una grande serata per loro tra nervosismi, indecisioni e imprecisioni. Bene: sono contento che questa volta, complici forse alcuni cambi di formazione, il sestetto femminile abbia offerto una prestazione bella, precisa e matura, prendendo spunto dai classici dell’Heavy Metal come da tradizione e dispensando carica. L’inizio affidato a “Holy Diver” è stato convincente e se è pur vero che una cover è una riproposizione, andare a toccare certi mostri sacri può essere un’arma a doppio taglio.Quello delle donne parmensi è stato un breve set che ha pescato brani di Motorhead (Hellraiser), Wasp, Quiet Riot, Iron Maiden (“Flight Of Icarus”) e via discorrendo. Non sono mancate un paio di incursioni on stage di Raffo che, da par suo, ha movimentato la scena. Bella e incisiva la voce della nuova entrata Elisa Concas ma, parlando in generale, credo che questo nuovo assetto permetterà alle Wox di farsi valere ancora di più. Peccato solo per le tastiere che si sono udite poco o niente. Dopo tanta gentilezza ci hanno pensato gli Injury a elargire mazzate a destra e a manca e a proporre la loro musica. Come definire la musica degli Injury? Il fattore Thrash è presente a grandi dosi ma la voce urlata di Alle Rabitti, porta il tutto su coordinate Alternative – Punk – Hardcore. Pezzi veloci con la sezione ritmica di Mibbe, bassista anche dei Modern Age Slavery, e Pollo alla batteria, pronti a fare “scarmazzo” come direbbe Montalbano. Artio e Paul alle chitarre, invece, hanno rifilato riffs taglienti su un pubblico, poco in verità, che, complice il volume, rispondeva a scapocciate. Non è mancata un’incursione di Emiliano (Stonedrift) alla voce per una cover dei Pant… ahem Testament (vero Emiliano?) set corto che ha lasciato tutti, pubblico e band, senza energie, “merito” anche del caldo che nel piccolo Titty Twister si è fatto sentire. Come detto volume alto, ma suono udibile e ben fatto dal fonico Luca Cocconi (AudioCore Studio, Modern Age Slavery, Amassado) che, preso come era, correva a sentire in ogni angolo e a rifinire i dettagli. Dopo la violenza degli Injury è la volta dei grezzi Explorer. Dico così perché conosco Niki (bt) e Jack (ch) e so quello che suonano e come lo suonano. I quattro vanno sul palco, attaccano gli strumenti agli amplificatori e, se sono in palla, sparano fuori un set a base di Speed Metal anni ’80 senza troppi fronzoli né ammiccamenti. Nella serata del Titty Twister gli Explorer mi sono sembrati in forma, diretti come al solito, e volti a fornire uno show energico. Poco importa se alcuni stacchi non sono stati precisi al millesimo. Gli Explorer sono fatti così; prendere o lasciare. Tra i pezzi pescati dai due C.D’s all’attivo, ma esiste anche un promo, “Hidden In The Dark” e l’omonima “Explorer” hanno fatto breccia e gran parte del merito va ascritto ai ritornelli memorizzabili. Arriva il turno degli Ancillotti e mi fa strano vedere Bud e Bid parlare amabilmente con conoscenti e/o amici fino all’inizio dello show. Ancillotti non sono solo una famiglia ma, viste le “solite” facce presenti tra il pubblico, formano un tutt’uno con la famiglia che è sotto al palco. Al mix c’è Samuele Sarti che riesce quasi subito a trovare la alchimia del suono adatta; il maggior tempo c’è voluto per trovare la via giusta per la voce del Bud ma, dopo tre brani, tutto è andato per il meglio. Vicino al mixer era presente anche Fausto “Tino” Tinello dei Wyvern, coproduttore di “The Chain Goes On” e “Strike Back”, che mi è parso più teso dei musicisti stessi. Il concerto è cominciato a velocità supersonica con “To Hell With You” e “The Beast Is Rising”; pezzi contraddistinti da subito dalle tonanti cannonate di Brian. Sinceramente, come al solito, mi aspettavo una maggiore affluenza di pubblico (i presenti erano una sessantina circa) e una partecipazione emotiva più forte. L’occhiata che Ciano mi ha dato ad un certo punto come per dire: “Ma quanto è difficile smuoverli” è stata indicativa. Comunque sia una decina di “fedelissimi”, tra i quali il sottoscritto, hanno cercato di dare un supporto adeguato. Aspettavo con una certa “ansia” la mia canzone preferita ovvero “Life Is For Livin’” da “Stike Back”ma, complici la sordità e il rimbombo del posto, piccolo e dai volumi assordanti, Il riff di chitarra mi è parso cambiare qualche cosa nel pezzo; sto parlando di dettagli per puristi. Si prosegue a suon di mazzate, intervallate dalla triste “Lonely Road” dove la “dedica” del solo di Ciano va a segno su delle note perfette. Si arriva così in prossimità della fine del concerto. Bud istiga la folla con un “Siete pronti guerrieri del metallo?” ripetuto più volte e via che parte “Warrior”. Le note finali, invece, spettano a “Legacy Of Rock” che, come da copione, serve a presentare il gruppo. Un concerto di questo genere andrebbe vissuto da tutti i veri appassionati di Heavy Metal italiano perché le parole non possono raccontare tutto ciò che prova il cuore. Finita questa avventura ripenso a quante cose succedono al mondo d’oggi e, come spesso dico, pensate se tutta l’energia positiva che buttiamo fuori in questo tipo di concerti fosse usata là fuori; già ma queste sono parole da sognatori e non da guerrieri.

1-10-2016 Modena Metal Ink atto IV seconda giornata

Giovedì, 13 Ottobre 2016 10:23 Pubblicato in Live Report

1-10-2016 Modena Metal Ink atto IV

Non è facile spiegare cosa è il Modena Metal Ink. Una convention del tatuaggio, certo, ma è anche un motoraduno e un’occasione per vedere concerti Heavy Metal. Il Modena Metal Ink 2016, organizzato come le altre tre edizioni dai Lowlanders M.C., si è svolto in una location adatta come è quella della festa del P.D. di Ponte Alto (Modena). Tre le giornate delle quali due con concerti. Vista l’impossibilità causa lavoro di essere presente al venerdì la mia presenza, per altro richiesta, si è concentrata sul sabato. L’obbiettivo Richiesto da Bagana Rock (grazie a Elisa per l’accredito e a Massimo di Soldiers Of Sound per il pass) era quello di intervistare le Killin’ Baudelaire, quartetto femminile in uscita con l’E.P. “It Tastes Like Sugar”. Il resoconto dell’intervista lo potrete leggere a parte. Come mia consuetudine non potevo esimermi dal fare anche il live report dell’evento. Prima di entrare in attività mi concedo qualche attimo di pausa conversando amabilmente con Alle dei trick or Treat e con i Theatres des Vampires che, mi dicono, sono un poco tesi. Si tratta di un ritorno in pista dopo anni e anche i veterani sentono la tensione. Alle 17, ora della mia entrata nel tendone, i gruppi sono a rotazione alle prese con il souncheck e noto che sul palco viene usato un P.C. per tarare i suoni. Voglio soffermarmi solo un attimo su questo aspetto che, così sembra è destinato a diventare consuetudine. Il fatto del fare i suoni in questa maniera velocizza il tutto ma, in fase di concerto, l’utilizzo di parecchi samples risulta fuorviante per chi, come i vecchi ascoltatori, è abituato al concerto dal vivo senza troppi artefici. Quando servono strumenti  non presenti sul palco O.K. ma troppa tecnologia fa perdere l’essenza della musica, parere personale ovviamente. Le ultime a fare il soundcheck sono proprio le Killin’ Baudelaire e, poco dopo, inizia il loro concerto.

Essere una band di apertura al primo pomeriggio non è facile e l’affluenza è veramente scarsa. Non importa; le ragazze si mettono d’impegno e si va. Sul palco le personalità differenti delle ragazze emergono alla grande. La ricerca della ritmica e l’accostarla al cantato è prerogativa di Gloria Signoria (voce e basso). Le Killin’ Baudelaire non sono Rockers “ignoranti” e alla front woman manca un poco di grinta ma avrà tempo di imparare a “comandare” il pubblico. C’è l’esplosività di Martina Nixe Riva che saltella e si ingegna con la sua chitarra. C’è la ritmica precisa di Martina Cleo Ungarelli che con la batteria si destreggia, e picchia, bene, oltre che intervenire nei cori e poi, dulcis in fondo c’è la timidezza della chitarrista Francesca Bernasconi. Cosa producono assieme queste ragazze? Una mistura gradevole di Hard, Rock, e venature Pop, che non guastano e risultano ben suonate. Non vi starò a dire che siamo alla perfezione o al massimo della grinta; quello le Killin’ Baudelaire lo impareranno con il tempo, ma che siamo di fronte a un gruppo preparato e che sa suonare, questo posso dirlo. Breve il set di sette pezzi e, nonostante alcune canzoni siano simili nel tempo e nel ritmo, cosa in futuro da sistemare, il tutto scorre via piacevolmente. Finita l’esibizione dovevo compiere il mio piacevole dovere di intervistatore ma le ragazze avevano un altro impegno. D’altra parte una donna, in genere, si fa attendere, figuriamoci quattro. Questo “imprevisto”mi fa perdere quasi del tutto l’esibizione dei Panni Sporchi.

Il quintetto di Mirandola (MO) dopo una scissione è tornato in pista e ha presentato pezzi di ben 20 anni fa che denotano grinta, energia e rabbia “urlata” dal cantante Luca “il pazzo “ Melloni. Spiacente ma sarò più preciso al loro prossimo concerto. Altro stop, si riparte per cercare le ragazze: devo  compiere la mia missione e niente e nessuno mi possono fermare. Le trovo e aspetto ancora un poco poi, finita l’intervista precedente. Ci sediamo al tavolino per mezz’ora di chiacchierata ma questa, lo sapete, è un’altra storia. Mi perdo così anche i OneLegMan di Cecca, cantante che conosco dai tempi remoti dei God Of The Stone), sorry man. Dopo l’intervista rientro in tempo per godermi l’esibizione dei DGM da Roma.

Questo gruppo dalla storia più che ventennale mi ha sempre affascinato per la tecnica unita alla voce sopraffina di Mark Basile. Se poi aggiungiamo il fatto che i cinque sono sempre disponibili a fare due chiacchiere, la cosa li rende ulteriormente simpatici. Un  concerto farcito con cambi, tecnico, suoni belli potenti e una voce che spacca. Melodia, tecnica, savoir faire e divertimento. Non un colpo sembra andare fuori posto e gran parte del merito va al drumming preciso di Fabio Costantino e ai riff chirurgici effettuati da Simone Mularoni. L’esibizione, lo avrete capito,  mi ha lasciato pienamente soddisfatto. Giusto un minimo di “aggiunta” di chitarra e qualche sample ma, per il resto, tutto di alto godimento. Salgono sul palco i modenesi Trick Or Treat: giocano in casa, hanno il pubblico dalla loro, e lo sanno

Alle Conti non rinuncia ad alcune battute mentre il solito Power Metal doppia cassa e pedalare scorre con la veemenza che è usuale ai concerti della band. Alcune canzoni avranno anche contenuti “buffi” ma vengono rese con forza e una potenza, complice il suono, veramente assordanti. Pezzi di “Rabbit’s Hills” parte I e parte 2 (i teloni delle copertine erano ai lati del palco) vengono intervallati con altri della vecchia produzione come “Paper Dragon” da “Tin Soldiers”. Con l’ingresso della vocalist Sara Squadrani, bella la sua voce, vengono poi proposti “They Must Die”, in origine cantata da Tim “Ripper Owens” e “Never Say Goodbye”. Ad onor del vero i troppi samples, cori inclusi, e scusate se ci torno sopra, mi hanno fatto perdere un poco il filo e non sono riuscito a pieno a godermi la performance come invece era successo altre volte. Nuovo cambio palco e si allestisce il set dei Theatres Des Vampires.

La band sale sul palco e, inevitabilmente, la “forte” presenza di Sonya Scarlet ruba la scena agli altri attori. Un set improntato su un Gothic – Dark Metal con piccoli tratti Doom o Elettronici. Un ritmo a volte ossessivo, o da “rito occulto”, condito con testi e ritornelli ricorrenti fatti per menti notturne oppure estraniate dal corpo e/o “deviate”. Una prestazione possente dove, ancora una volta, i suoni sono stati all’altezza di un concerto all’aperto; probabilmente il fatto che i presenti fossero qualche decina ha influito sulla compattezza. In una sala piena di pubblico tutto sarebbe stato più “ovattato”. Estratti dal nuovo album “Candyland” come la canzone “Delusional Denial” dove è salito sul palco Tiziano, marito di Sonya, per un duetto, sono stati mischiati con una produzione più vecchia. Cito ad esempio“Uspoken Words” da “Anima Noir” del 2008 e vi ricordo che i Theatres Des Vampires sono in giro, se pure con formazioni diverse, dal 1994. Con questa prestazione “al sangue” si chiude il mio Modena Metal Ink 2016. Devo dire che avevo letto commenti negativi sulla giornata del venerdì e questo mi aveva messo un poco di “malumore” ma, almeno sabato, ho trovato un ambiente accogliente con suoni da vero concerto e dei Bikers disponibili a dare indicazioni a chi le chiedeva. Da ricordare che la sala dei tatuaggi era in una parte defilata dai concerti in modo che, chi voleva essere tatuato, avesse il minimo disturbo possibile. Una ventina gli stands con possibilità di fare piercings e tatuaggi di ogni risma con gente esperta nel farli: ho letto qualche nome famoso nel giro, per quella che, mi piace precisarlo, non è una moda.

C’è un confine che, se valicato, ti porta ad essere più che un appassionato di musica e ti introduce direttamente fra “gli addetti ai lavori”. Ciò avviene quando la distanza tra te e i tuoi beniamini si accorcia talmente da non esistere più. Questo per me è avvenuto quando, parecchi anni fa, ho avuto occasione e piacere di incontrare personalmente i Motorhead al Velvet di Rimini. Il tutto è proseguito anni dopo con le interviste faccia a faccia con Kim MCAuliffe, con le Crucified Barbara e con Ian Haugland degli Europe. Nel campo italiano il nome di Bud Ancillotti è stato presente sin dal 1987 nella mia vita e, quindi, il piacere di essere presente alla presentazione del disco “The Chain Goes On” il 25-01-2014 è stato bissato con soddisfazione il 25-06-2016 in occasione della presentazione agli addetti ai lavori, appunto, del nuovo C.D. “Strike Back”. La presentazione, così come la precedente, si è tenuta al Tartini 5 Studio di Parma in un pomeriggio di molto sole e poche nuvole sparse di contorno. Per chi non lo sapesse il Tartini 5 Studio è situato all’interno del centro musicale polivalente L’Accademia. Entro in anticipo sull’orario previsto per la presentazione (ore16): ho così il tempo per salutare in tutta tranquillità gli Ancillotti (Bud, Bid e Brian) e il fido chitarrista e amico Luciano “Ciano” Toscani. E’ poi la volta dei saluti rivolti a Fausto Tinello, bassista dei Wyvern e coproduttore del C.D.,  e a Lelio Padovani, direttore de L’Accademia. Come la volta scorsa il gruppo ha deciso di offrire un piccolo rinfresco ai convenuti prima della sessione di ascolto ed è così che in una ventina ci si ritrova nello spazio tra la sala conferenze/audizioni e il piccolo studio per quello che il Conte Mascetti in “Amici Miei” definisce un rinforzino. Finita la fase rinfresco è ora di fare sul serio e “lavorare”. Si entra in saletta dove spicca un non meglio precisato oggetto coperto, fra poco vi dirò cosa è, e la parola va al padrone di casa Lelio Padovano. Giusto due cenni sulle attività del centro e poi si inizia con la presentazione vera e propria a cura di Fausto Tinello il quale comincia a raccontare le prime modalità del disco ed è qui che l’oggetto misterioso viene svelato. Si tratta di un cavalletto con l’immagine gigante della copertina disegnata da Dimitar Nikolov. Il significato della copertina e del titolo del disco: “Strike Back” in uscita il 16 settembre 2016 per Pure Steel Records, ve li spiego subito. Il tipo dagli occhi rossi che brandisce un’ascia non è l’aggressore ma l’aggredito che si difende dall’attacco dell’energumeno che giace a terra fra i bidoni dell’immondizia. “Stike Back”, invece, può essere letto sia come una sorta di rivalsa sia come il colpire di nuovo da parte degli Ancillotti. Per la conferenza Il gruppo è schierato di fronte e, a rinforzo, sulla sinistra di chi guarda, è stato chiamato Simone Manuli che, come per il precedente disco, ha curato la ricerca di suoni da inserire nel giusto contesto musicale. Il primo pezzo viene brevemente spiegato nel testo da Bud, cosa che avverrà anche per tutti gli altri brani. Parole contro la società e una musica martellante che parte dopo un breve divertissement anni 40/50 fanno capire subito che “To Hell With You” è una sorta di gemella di “Bang Your Head” vista la somiglianza ritmica tra i brani. “Immortal Idol” riporta alla fine la notizia dell’uccisione di John Lenon e, musicalmente, mostra una chitarra prepotente e preponderante, il che la dice lunga sull’importanza che ha avuto Ciano in veste di coproduzione anche se, come messo in evidenza da Fausto Tinello, in questo disco la coesione del gruppo è stata maggiore che su “The Chain Goes On” così come è stato l’apporto in fase di produzione. Anche “Fight” sembra una stretta parente di “Bang Your Head” dato una sorta di ripetersi del riff primigenio preso alla rovescia. Il solo di Ciano è di quelli a briglia sciolta e la batteria di Brian è come spesso accade negli Ancillotti, terremotante. “Firestarter”, dedicata ad un uomo politico che si diverte ad “innescare” incendi, chi pensa ad un uomo “in verde” non è lontano dalla verità, possiede un riff portante degno dei migliori AC/DC e mantiene una certa linea melodica, almeno fino a quando non sembra ricordare “Strangers In The Night” dei Saxon. In questo caso la voce di Bud mi è sembrata un filo più acuta del solito: ci ricordo che i files non sono quelli definitivi che finiranno sul C.D.e sul disco. “The Beast Is Rising” si scaglia contro l’ascesa dei movimenti razzisti e xenofobi. “When Night Calls”  viene presentata come una nuova “Autostrada Dei Sogni” e parla della convenienza di una ragazza nell’accettare certe cose. Le linee le ha rivendicate direttamente Bud come scrittura e il pezzo, nel suo break, mi ha ricordato “Fight Fire With Fire” dei Pomp/A.O.R. rockers Kansas.  Con “Burn Witch Burn” c’è tempo di nominare Simone Manuli che ha curato l’intro e Eddie, Il fac totum degli Ancillotti, che ha partecipato ai cori. L’impeto di cattiveria del popolo che aspetta di bruciare la strega è palpabile nell’anthem. In questo caso il solo di Ciano mi è sembrato più “ordinato” rispetto ad altre volte; oserei definire un crescendo quello del chitarrista parmigiano visto i risultati ottenuti via via durante la sessione di ascolto. Lo stesso Ciano ha teso a rimarcare come il risultato è stato reso possibile anche grazie alla pedaliera messa a disposizione dalla Dolphin’s Sound di Firenze. “Lonely Road” ha toccato il cuore dei musicisti tanto che un pesante velo di commozione è sceso sui loro volti. Il pezzo inizia con un arpeggio americano stile Bon Jovy/Aerosmith e prosegue col tono di una semi ballad elettrica. Un solo bastardo e sofferto che sembra gridare non voglio lasciarti impreziosisce tecnicamente il tutto. “Life Is For Livin’” parla dell’incomunicabilità dei giovani e sforna dei riffs quadrati di quelli che piacevano tanto al compianto Ronnie James Dio. La voce di Bud mi è sembrata un filo sotto rispetto alla chitarra “tracotante” che sfocia poi in un solo incisivo. Questo pezzo, comunque, lo ritengo tra i migliori dell’intero disco. “Never Too Late” nasce da un’idea di Brian e parla del classico rialzarsi dopo le batoste della vita. Le chitarre portano il ritmo in coppia e il lavoro del basso di Bid è finalmente messo in evidenza. La conclusiva “The Hunter” in origine era stata scelta per aprire il disco. Anche in questo frangente si capisce la continuità tra il pezzo e “Bang Your Head”: Power a doppia cassa che prende la via del ritmo più spezzato e si ripete. L’ascolto degli undici pezzi è completato e non rimane che scambiare due chiacchiere. L’occasione non viene persa grazie anche a Brian che ci fornisce, quasi in privato, qualche notizia in più su James Hogg che ha curato i testi in inglese e che, così sembra, è un uomo appassionato di mille cose e molto certosino quando ricerca del materiale su cui adattare i testi, oltre ad avere uno strano modo di vivere. Non resta che attendere la masterizzazione a cura di Alessandro Del Vecchio e vediamo che effetto farà a voi “Strike Back”. Io dico che è un classico disco Heavy Metal e, ma lo sapete che sono di parte, mi è piaciuto. In chiusura della giornata non è rimasto altro che scambiare alcune piacevoli chiacchiere con altri tre colleghi condividendo impressioni, avventure ed opinioni a dimostrazione che è possibile lasciare a casa tutte le diatribe/invidie, o presunte tali, che spesso circolano nel mondo del Metal italiano, basta volerlo. In fondo, come dico spesso, siamo tutti nella stessa barca e ripicche e lotte avvelenano un mondo nato per unire anziché dividere. Dopo avere salutato gli Ancillotti,Ciano, Fausto e Lelio torno verso casa convinto che un altro gradino di divisione tra i miei beniamini e me è stato ancora una volta superato, e ciò mi ha reso immensamente felice.

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Battle Born, un esordio sulla scia di Majesty e Manowar
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