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Intervista con Mariusz Duda (Riverside)

Mercoledì, 03 Aprile 2019 12:28

In occasione del concerto dei Riverside, al Circolo Magnolia di Milano, la redazione di Allaroundmetal  ha avuto la disponibilità di intervistare il leader Mariusz Duda. Il sottoscritto si ritrova nel primo pomeriggio di una grigia domenica davanti al locale in attesa di entrare per l'intervista. Non sono il solo, in quanto erano presenti altre testate, ed essendo un estimatore della band ero un pochino in ansia che però si è dissipata scoprendo quanto il buon Mariusz sia persona pacata, cordiale e molto intelligente nonostante il suo aspetto molto dark e schivo. Vengo accolto in una piccola stanzina e purtroppo causa ritardi non ho avuto moltissimo tempo ma comunque l'atmosfera era davvero piacevole quindi ecco a voi l'intervista:

 

AAM: Ciao Mariusz e benvenuto su AllaroundMetal Webzine. Vorrei uscire un pochino dalla routine perché penso che ne avrai anche le scatole piene delle solite domande. Siete sempre stati erroneamente etichettati come prog rock/metal band ma lo siete solo in parte. Per voi cosa significa essere una band prog ?

 

MD: Attualmente mi sono anche scordato delle interviste fatte dato che la promozione dell’ultimo album Wasteland è stata fatta parecchio tempo fa ma non è comunque un problema. Per me essere una band prog oggi molto spesso significa avere una chitarra a sette corde o fare della musica molto tecnica. Io non voglio che la mia band sia etichettata come prog ma voglio che componga e suoni canzoni oscure pur presentando delle strutture complicate. Se devo magari essere associato ad una qualche band per via del sound simile preferisco gli Anathema piuttosto che gruppi come i Dream Theater.

 

 

AAM: Noto che con il passare degli anni il prog è diventato sinonimo di tecnica esagerata cancellando tutto ciò che il passato ci ha insegnato. Tutto dovrebbe partire da una bella melodia. Eppure pochissimi riescono a crearle. Tu cosa ne pensi ?

 

MD: Io penso che sia sbagliato proprio il termine progressive  che viene troppo associato allo shredding. Noi fin dall’inizio abbiamo considerato la melodia e le emozioni come colonna portante del nostro sound e questo rende tale la nostra musica. Io preferisco più parlare di Art Rock perché ritengo sia più vicino al nostro sound. Non me la sento tanto di parlare di prog, proprio perchè non lo faccio e non lo suono.

 

 

AAM: A tal proposito molti musicisti, soprattutto quelli giovani, sono ossessionati dalla tecnica e poi non riescono a scrivere canzoni o a fare semplici jam session. Perché siamo arrivati a questo punto ?

 

MD: Difficile dare una spiegazione. Quando diventi un artista e crei buone canzoni cerchi anche di avere una buona tecnica. Ci sono musicisti che riescono in entrambe le cose. Ci sono musicisti che grazie alla propria tecnica riescono comunque a creare qualcosa di unico tipo Steve Vai, ma ci sono molti musicisti che non sanno creare canzoni e puntano solo su assolo e tecnica da shredder. Per farti un esempio io ho un amico che ascolta queste cose ed in mia opinione pare di ascoltare un assolo che non finisce mai. Non mi piace. Comunque rispetto chi cerca continuamente di migliorare sulla tecnica ed essere diverso dalla massa, tipo Marty Friedman che riesce a creare delle partiture orientali o anche Jeff Beck che stimo molto. Io non so come molte persone possano apprezzare la tecnica fine a se stessa senza anima. Alla fine è una loro scelta e la rispetto.

 

 

AAM: Seguendo il discorso, spesso si assistono ad eventi legati ad un determinato strumento (festival della chitarra o batteria ad esempio) e sono colmi di gente ma poi ai concerti non ci va nessuno. Perché secondo te ?

 

MD: Credo sia per la stessa questione che oramai al giorno d'oggi si punta più sulla tecnica che sul fare musica. Il mio pensiero è che sia per la stessa ragione che molti musicisti di talento non riescono a formare una band. Avere una tecnica enorme non significa saper comporre un proprio album. E’ pieno di grandi musicisti e la sola cosa che sanno fare e è suonare con qualcun altro come turnisti, stando in un angolino con il proprio strumento puntando esclusivamente sulla propria preparazione tecnica piuttosto che andare a vedere un concerto. Non è una parte della musica con cui ho a che fare . Non voglio far parte di quella comunità. Al massimo cerco solamente su internet quando devo comprare una chitarra, nient'altro.

 

 

AAM: Ho sempre visto la vostra musica in maniera quasi cinematografica. Hai mai pensato di fare una colonna sonora ?

 

MD: Si ma per fare quel genere di cose significa avere qualcuno che ti possa aiutare come ad esempio sincronizzare la tua musica con le immagini. Non è cosa semplice e bisogna avere gente preparata per farlo. Ritengo comunque che il progetto Lunatic Soul potrebbe essere l’ideale per un film.

 

 

AAM: Sei appassionato di cinema ? C’è qualche regista con cui ti piacerebbe collaborare ?

 

MD: Amo molto i film. Il cinema è un po' come la mia seconda vita. Se devo lavorare con qualcuno probabilmente sarebbe qualcuno dedito a qualcosa di oscuro e strano. Ho un enorme rispetto per gli artisti che hanno in qualche modo il mio stesso approccio compositivo e che siano un mix tra il popolare e l’indipendente. Io non amo qualcosa che sia totalmente indipendente o underground. Anche nella musica che si ascolta oggi non amo che sia così dannatamente originale tipo per giornalisti di Pitchfork Webzine o per gli hipster ma che sia per le persone normali. Allo stesso tempo ho rispetto per artisti che fanno i blockbuster come Christopher Nolan o Jim Jarmusch anche. Apprezzo moltissimo anche Denis Villeneuve di Blade Runner 2049 e non sarebbe male collaborare con lui.

 

 

AAM: Dicci 3 film che ti hanno cambiato la vita. E se ti va dicci una colonna sonora che apprezzi particolarmente.

 

MD: Mmmmm ok...allora direi:

Billy Elliott che è un film senza dubbio sulla vera passione per ciò che si fa.

Salvate il soldato Ryan (Steven Speileberg è uno dei miei registi preferiti perché fa film di intrattenimento ma allo stesso tempo ambiziosi). 

Poi aggiungerei qualcosa di classico del cinema polacco, La Trilogia dei Tre Colori di Krzysztof Kieślowski che ho molto a cuore.

Come colonna sonora dico Silent Hill, il videogame perché ci ho speso molto tempo e ci sono affezionato.

 

 

AAM: Andando al vostro ultimo album Wasteland si nota un massiccio uso della chitarra che richiama il vostro passato. Lo vedo come un modo per dimostrare che siete fortemente intenzionati ad andare avanti ed allo stesso tempo tributare un amico/musicista che purtroppo non c’è più. Come vedi il futuro della band ?

 

MD: Probabilmente continueremo a suonare e comporre. Ho già diverse idee e stimoli per l'ottavo album che dovrebbe uscire alla fine del prossimo anno.

 

 

AAM: Con il progetto parallelo Lunatic Soul hai dimostrato di essere ispiratissimo creando dischi di altissima qualità. Come riesci ad avere sempre idee cosi meravigliose ?

 

MD: Io sono un narratore, adoro raccontare storie e creare musica in modo tale che mentre la si ascolta sia come se si guardasse un film. Non mi piace fare musica per creare solamente singoli e vantarmi di collezionarli. Ci metto passione in quello che faccio con il cuore anche se è qualcosa oscuro e parla di depressione tristezza e morte. Adoro tutto ciò.

 

 

AAM: Come vedi il futuro della musica ? Il mercato come si evolverà ?

 

MD: Domanda difficile. Al giorno d'oggi tutto è cambiato. Paradossalmente, tutto ciò non riguarda il comprare il formato fisico perché la gente compra ancora cd e vinili oppure ascolta in streamning su youtube o altre piattaforme. Il mercato è cambiato perché, forse, molte bands hanno cominciato a suonare di più dal vivo ma non tanto per promuovere il loro nuovo disco ma unicamente per fare live shows facendo tour su tour di continuo. Alle persone piace tutto ciò. Al pubblico piace il contatto con la band. La musica secondo me si svilupperà verso questa strada ovvero il rapporto con i fans. Non so esattamente come, però i fans hanno il bisogno di essere sempre più vicini alle bands, difatti se vedi ci sono tutti questi eventi speciali, i VIP ticket o extra esclusivi nei concerti. Il futuro andrà incontro a queste necessità.

 

 

AAM: Grazie mille per l’intervista. Sei libero di salutare come desideri i nostri lettori.

 

MD: Grazie mille a tutti i lettori per il supporto e amore per noi e speriamo di suonare ancora a Milano!

Pubblicato in Interviste

E’ una domenica abbastanza grigia e le temperature non invogliano del tutto ad uscire di prima mattina ma la voglia di vedere dal vivo i Riverside supera tutto. Mi aspetta il treno abbastanza presto dato che gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo e considerando che ci sarà da fare anche l’intervista (confermatami un paio di giorni prima) è meglio arrivare per tempo.
Il viaggio fortunatamente procede bene e raggiungo la stazione di Milano Centrale senza intoppi tranne un leggero ritardo. Tempo di prendere il pullman per Linate e raggiungere l’albergo che scorgo dal finestrino il tourbus della band appena arrivata nei paraggi del locale. Sfortuna vuole che non ci siano posti nei paraggi per mangiare un boccone quindi ripiego nel ristorante dell’hotel (non così caro come temevo) e sistemare i dettagli dell’intervista prevista per le 17:45 poi slittata di parecchio per ritardi (che leggerete a breve nel sito). Tra una cosa e l’altra le ore passano e mi appresto a ritornare al Magnolia per assistere al concerto.

La quantità di pubblico all’inizio non è tanto elevata ma con il passare dei minuti arriverà a dei livelli ottimali, segno che la band è nel cuore di parecchi appassionati. La prima band che si esibisce sono i Lesoir dall’Olanda, un quintetto dedito ad un art rock (o progressive rock moderno se preferite) abbastanza variegato a supporto del nuovo disco Latitude. Il concerto si rivela intenso e molto dinamico con i brani che presentano parecchie sfaccettature se non fosse per dei suoni un po’ troppo confusi che facevano sentire pochissimo la chitarra, i cori e pure le tastiere non erano così ben udibili. Purtroppo questi problemi hanno in parte minato l’esibizione che non ha fatto capire granché ai presenti lasciando comunque un’impressione abbastanza buona. Il loro modo di fare musica intriga e la nuova direzione presa dalla band segna un bel miglioramento e crescita rispetto al passato. Nessuno dei musicisti emerge particolarmente lasciando che sia l’insieme delle forze ad esprimersi (solo la tastierista/chitarrista/corista non ha brillato più di tanto parendo più un contorno) ed alla fine dei conti gli applausi sono stati un segno che in parecchi hanno apprezzato lo show.

Tempo di una pausetta per rinfreschi o acquisti al merchandise e finalmente i Riverside (dopo diversi anni che mancavano dall’Italia) si presentano sul palco accolti da una miriade di applausi quasi inaspettata. Rimasti in tre dopo la perdita del chitarrista Piotr Grudziński, la band polacca ha comunque deciso di non mollare e continuare per la sua strada pubblicando prima il nuovo album Wasteland (invero non un capolavoro ma comunque di qualità non indifferente) e lasciando al cantante Mariusz l’onere della sei corde su disco. Nel live della serata, alla chitarra c’era Maciej Meller che, oltre ad aver suonato qualche solo nel disco, si dimostra musicista raffinato e di classe e riesce in parte a non far rimpiangere il suo predecessore non riuscendo però ad esprimersi al meglio dando solo una leggera ventata di quel che può fare sul lato compositivo (sempre che ne avrà la possibilità). I suoni e le luci sono ottimali e donano allo show un impatto quasi psichedelico. Il cantante attrae gli sguardi con naturalezza sprigionando la sua voce malinconica ed emozionale supportato da un iper sorridente, oltre che felice, Michał Łapaj alla testiera e da un preciso ed elegante Piotr Kozieradzki alla batteria. Tutta la band è in forma ed offre una setlist che privilegia ovviamente il nuovo disco ma non dimenticando brani da Out of Myself o Second Lyfe Syndrome (ma anche uno o due estratti anche dagli altri dischi) per finire con la doppietta 02 Panic Room (da Rapid Eye Movement) e River Down Below dal già citato Wasteland. Un concerto che ha puntato soprattutto all’emozionalità, al trasmettere sensazioni e dove la tecnica è un mezzo per creare qualcosa e non per dimostrare quanto bravo sia un musicista (concetto ben espresso da un ironico siparietto tra una canzone e l’altra). Molti i volti sorridenti a fine concerto e che lasciano ben sperare per un imminente ritorno del gruppo polacco. Avrei desiderato salutare nuovamente il gruppo ma la stanchezza era grande (non so se poi la band si sia presentata al merch) ed ho optato per tornare in hotel a dormire, felice anche io di aver assistito ad uno dei concerti che probabilmente si candiderà alla top ten del 2019.

Pubblicato in Live Report

03/09/2017

 

Nuovamente un sole potente e luminoso e quindi si approfitta del bel tempo per una gitarella turistica nelle vicinanze. Dopo un delizioso pranzo in riva al lago è tempo di tornare al festival per assistere alle ultime esibizioni, prima fra tutte quella dei Cellar Noise presso l’auditorium. Il quintetto milanese (nato nel 2013) oltre che proporre una cover di Steven Wilson propone un set incentrato su di un prog rock classico/moderno che però si ispira fin troppo al mastermind dei Porcupine Tree. Le sfumature pop, le partiture elaborate e il lato più melodico pur essendo ben suonati non esprimono personalità rimanendo inglobati all’interno delle proprie influenze. Il brano nuovo eseguito invece ha suscitato un certo interesse offrendo qualcosa in più. Da rivedere quando la band sarà più matura.
Il bel tempo continua, niente di meglio per fare gli ultimi acquisti al merchandise in attesa della prima band ossia gli Ingranaggi Della Valle. Sulla carta si presenterebbero anche bene con un sound variegato ed interessante. Sul web ci sono diversi video che fotografano una band nostrana dal sound particolare, un miscuglio di prog, avanguardia, jazz, funky e sperimentazione. Il gruppo è decisamente numeroso sul palco e chi scrive era curiosissimo di vederlo dal vivo ma dopo i primi pezzi la curiosità è andata a quel paese per una gestione al mixer nuovamente indecorosa. Il sound del combo è ultra elaborata ed è stata storpiata e stuprata da suoni non all’altezza martoriando la fatica dei musicisti nell’esprimere con la musica le proprie idee. Dispiace veramente vedere certe scene ma assistere ad un concerto così non si può. Va forse peggio per l’artista successiva che è stata ulteriormente massacrata da suoni letteralmente osceni. Sophya Baccini è un pezzo di storia del prog italiano, prima con i Presence, poi nella carriera solista omonima ed infine con il nuovo progetto (con cui si presenta sul palco) Sophya Baccini’s Aradia, band di quasi sole donne tranne il chitarrista. Sophya è una cantante napoletana dalle notevoli qualità sia vocali che compositive ed il suo prog oscuro, occulto/esoterico con una solida impronta personale è di assoluta qualità come pure è il tasso tecnico della band che l’accompagna. Il set si presenta di puro progressive nella sua accezione originaria quando non era legato a schemi o ad una dimostrazione di mera tecnica. Il prog, specie quello italiano spesso si è rivelato una spanna sopra alla concorrenza estera e lo show lo conferma. Ovviamente la maggior parte del numeroso pubblico purtroppo se ne sta lontano, forse incapace di apprezzare la qualità, lasciando ad un piccolo ma caloroso gruppo di appassionati il supporto. Come detto il concerto è improponibile causa nuovamente di misteriosi problemi ai suoni e pure quando appare Christian Décamps (cantante degli Ange) a duettare con Sophya tutto è incomprensibile ed a volumi bassissimi. Una cosa vergognosa. Io ero lì per lei e pochi altri gruppi e sinceramente un trattamento del genere non me lo sarei mai aspettato. Ma è una situazione che si è ripetuta per diversii gruppi di apertura, mentre per i big la situazione è stata notevolmente diversa. Basta vedere lo show successivo con i Frost* per rendersene conto dove pareva di sentire direttamente un disco da quanto tutto fosse perfetto. Tutti me ne parlavano bene di questa band, idolatrandoli come il futuro del prog, dei miti assoluti e la cosa da un lato mi spaventava (quando troppa gente parla bene di qualcosa c’è da preoccuparsi) e dall’altra mi incuriosiva tanto da farmi prendere un loro cd avendo ascoltato solo un pezzo. Dopo pochi minuti l’area si riempie di brutto per la band di Jem Godfrey, musicista che arriva dal pop ed accompagnato da una sorta di super band (tra cui il batterista di Steven Wilson). Mi sono bastati pochi attimi per capire perché ci fosse questo entusiasmo fin troppo elevato. Tecnica, tecnica ed ancora tecnica mescolata a tanti inserti elettronico/futuristici, un approccio decisamente pop nelle linee vocali ed in generale una botta maggiore rispetto al lavoro in studio. Questo voleva il pubblico, un sound facilone con dimostrazioni di tecnica mostruose e dei suoni talmente pompati da far esplodere l’impianto. Non si parla più di prog ma di un mero surrogato a cui purtroppo molte bands stanno attingendo e la cosa dispiace perché lo spirito originario viene decisamente snaturato. Sul palco poi la band appare quasi arrogante e con le manie di grandezza. Onestamente il tutto non mi ha detto nulla e nemmeno gli storici Procol Harum sono riusciti a darmi un emozione palpabile. E’ rimasto solo il buon Gary Brooker al timone della band. Nulla da dire sull’importanza storica (anche se comunque li ritengo fin troppo sopravvalutati) dei Procol, a loro modo precursori di quello che sarebbe arrivato dopo il loro debutto, ma il loro approccio troppo melodico non è esattamente nelle mie corde. Ovviamente il pubblico voleva loro ed ha avuto ciò che voleva. Uno show fatto da professionisti che però mi son parsi fin troppo spenti suonando perché dovevano e non certo per la passione. Uno show interlocutorio di pop/prog orchestrale, qualche intermezzo blues ma in una salsa fin troppo commerciale e facilona. Per come vede il prog il sottoscritto la parte del leone l’hanno fatta gli Ingranaggi della Valle e Sophya Baccini, tutto il resto lo lascio volentieri ad altri. In ogni caso ogni band è stata un’esperienza da provare e sicuramente non tornerei indietro nel tempo per cambiare nulla. Ebbene, con questo si conclude il festival che auguro possa continuare per lungo tempo e se avrò occasione frequenterò nuovamente.  Alla prossima!!!

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02/09/2017 

Fortunatamente torna il bel tempo ed un bel sole offre relax e calore per riprendersi dalla gelida nottata precedente. Ci si dirige un pochino più tardi al festival e dopo aver assistito agli ultimi minuti del secondo show degli Lo Zoo di Berlino si va diritti al main stage per acquisti selvaggi ai banchetti cd (alcuni parecchio cari bisogna dirlo) in attesa della prima band. Arrivano i tedeschi Deafening Opera sul palco e purtroppo si assiste alla prima delusione vera e propria del festival. Anche per loro dei suoni confusi che non fanno capire molto di quello che accade ma è proprio il sound della band che non convince. Partendo da una base prog metal il gruppo ha cercato di inglobare qualche elemento prog rock più classico ma fallisce in entrambi i fronti. Pur essendo tecnicamente preparati i musicisti non riescono ad impressionare né i metallari né i più colti appassionati di prog non arrivando da nessuna parte annoiando i presenti. Come per i The Tangent/Karmanic (un applauso per i musicisti che sono stati in giro per tutta la durata del festival) sale sul palco un'altra doppia band ossia i Karfagen & Sunchild che vedono in entrambe le formazioni Antony Kalugin mastermind e compositore di una marea di dischi. Lo stile presentando è l’unione del neo-progressive rock dei Sunchild con il symphonic rock dei Karfagen. La compagine ucraina presenta uno show dolce e soffice, etereo e magico con una punta oscura ed anziché puntare sulla tecnica a tutti i costi crea invece atmosfera. Il mood che si crea è quello giusto ed ognuno dei musicisti dà il massimo affinchè i pezzi trasmettano emozioni. Pur non essendo originali e mantenendo una certa linea musicale fissa il concerto è stato ottimo ma il meglio doveva ancora arrivare. Quattro figuri a nome Discipline prendono possesso del palco ed il frontman/tastierista si presenta con un face painting che ricorda qualcosa dei Kiss ma in versione più teatrale. I suoni magicamente (troppo rispetto agli altri gruppi) diventano cristallini e micidiali e la band capitanata da Matthew Parmenter offre la miglior performance dei tre giorni. Oscuri (i riff di chitarra sono una vera e propria mazzata sui denti), teatrali come già detto specie nelle vocals dark del singer, ritmiche potenti ed un approccio al prog rock (che sfocia anche in ambienti quasi metallico/sabbathiani) incisivo e dark. Presenza scenica e padronanza strumentale assolutamente di primo ordine avvolgono il pubblico in in mood plumbeo e malinconico che non lascia scampo. Spettacolari!! Durante il cambio palco scambio due parole con i gentilissimi Karfagen e con gli stessi Discipline, tutti umilissimi e molto cordiali. E si arriva all’ultima band con la difficile impresa di suonare dopo uno show micidiale come quello precedente. Non si capisce cosa accada in zona mixer ma si ritorna a dei suoni indecenti e gli americani Glass Hammer si ritrovano con una chitarra praticamente azzerata ed un sound generale fiacchissimo, un problema davvero fastidioso che avrà il suo apice il giorno dopo ma si andrà con calma. La band finalmente riesce ad uscire dai confini nazionali e presenta per intero l’ultimo album Valkyrie scandito dalle vocals della splendida frontwoman Susie Bogdanowicz (che nel disco è spalleggiata dalle voci di Steve Babb e Fred Schendel). L’album in sé non fa gridare al miracolo ma dal vivo sicuramente rende meglio ma la performance non viene bene come avrebbe dovuto essere. Lo show non decolla mai e si mantiene su coordinate troppo tenui sia a causa dei suoni sia a causa di una musicalità prog/symphonic che necessita di un ambiente più chiuso e piccolo per valorizzare meglio il tutto. In ogni caso il sottoscritto si è goduto comunque lo show fino in fondo apprezzando comunque la prova degli americani. Dopo i saluti di rito con la band e qualche chiacchierata qua e là si rientra alla base in attesa dell’ultima giornata.

Pubblicato in Live Report

Rientrato da qualche giorno dal Beyond The Gates Festival (Bergen, Norvegia) il sottoscritto godeva ancora di una settimana di ferie e quindi ne ha approfittato per spendere gli ultimi giorni di relax al 2Days Prog + 1 Festival, un evento giunto alla nona edizione e dedicato al Progressive Rock ed a tutte le sue evoluzioni. Il festival si svolge a Veruno, piccolissima località piemontese in provincia di Novara in mezzo alla campagna.

4 treni differenti e diverse ore di viaggio attraverso tre regioni mi separano dalla meta. Partito nel primo pomeriggio arrivo verso sera nelle vicinanze del minuscolo paesino presso un alloggio trovato per miracolo causa la notevole mole di richieste di pernottamento. Quattro chiacchiere (che poi diventeranno 4000) con il bizzarro gestore del bed and breakfast fanno passare velocemente il tempo e quindi si va a dormire per prepararsi alla prima impegnativa giornata dell’evento.

Grazie alla disponibilità di un paio di ragazzi che alloggiavano sotto lo stesso tetto ottengo un passaggio per il festival e qui bisogna dire due parole su due dei maggiori problemi che affliggono l’evento. Scarsissima la presenza di alloggi in paese ed anche nelle vicinanze e considerata la gran affluenza si spera venga trovata una soluzione. Stesso discorso per i mezzi pubblici, totalmente o quasi assenti e se non si è muniti di mezzo proprio sorgono non pochi problemi ed il servizio taxi con i suoi prezzi non aiuta, magari se ci fosse un possibile accordo tra loro e gli organizzatori per prezzi agevolati sarebbe di grande aiuto.
L’area dell’evento è attrezzata al meglio con bagni, numerosi stands di cd, un main stage sicuramente di impatto ed una zona ristoro con ottimo cibo a prezzi sicuramente abbordabili per tutti. Si arriva quindi di buon’ora in zona per assistere al primo show che si svolge nell’auditorium, luogo anche dove si sarebbero dovuti svolgere i meet and greet con gli artisti, ma che a mio parere non sono stati organizzati al meglio e troppo era lasciato al caso, sarebbe stato opportuno mettere la lista di chi avrebbe partecipato e gli orari precisi (nei festival esteri è la prassi). Si inizia quindi con la prima band:

01/09/2017

 

Come preannunciato nell’auditorium, situato a due passi dall’area concerti, ogni pomeriggio si esibisce una band e nella prima giornata spetta agli Lo Zoo di Berlino aprire le danze. Il trio nostrano si presenta con una formazione basso, batteria e tastiere senza nessun ausilio di voce o chitarra. Lo show si presenta sorprendente e fantasioso e dimostra quanto i ragazzi ci sappiano fare mescolando prog, rock alternativo, post-rock, psichedelia e pure un certo stoner per quanto riguarda certe linee stordenti di basso. Il concerto convince ed entusiasma i presenti e prepara alla grande per i concerti successivi quindi ci si sposta nell’area del festival. I primi a calcare le assi del palco principale sono i veneti Mad Fellaz che dopo due dischi di ottima qualità nel campo del progressive rock di stampo classico (molto usati strumenti come flauto e clarinetto) hanno subito importanti cambi di formazione in primis la sostituzione della cantante Anna con Luca e la perdita di un chitarrista notevole come Jason sostituito da Ruggero. Sebbene i due fossero presenti solo nel secondo disco, hanno dato un’impronta decisamente personale ma il gruppo non si dà per vinto deciso quindi a dimostrare le proprie qualità. Il concerto si rivela strano, legato ancora al passato e con idee ancora confuse sul futuro. Le vocals sono già più aggressive e soul, trattenute parecchio ed il sound generale risente di suoni non all’altezza (di cui si parlerà dopo) creando un pastone confuso. Nel complesso uno show buono ma personalmente mi aspetto di rivederli in occasioni più mature. Seguono i Comedy Of Errors direttamente dalla Scozia anche loro vittime di suoni non propriamente memorabili. Nubi minacciose, nere lasciano intendere dei rovesci micidiali ma si rimane tutti sotto al palco. In questo caso si parla di neo-progressive rock, quello di scuola anni 80’ con un abbondante uso di melodia, accenni sinfonici ed in generale una botta maggiore rispetto ai dischi in studio. Lo show è quadrato, potente ed epico con una performance vocale di assoluto pregio (fantastica la parte cantata in mezzo al pubblico) ed un lavoro strumentale fantastico. L’approccio è molto british pop, elegante e soffice e rende il concerto davvero bello e coinvolgente facendo scoprire ai neofiti una band da riscoprire. La pioggia comincia a scendere sempre di più ma i più duri non demordono. Dopo aver salutato gli scozzesi è tempo dei The Tangent+Karmanic ossia due bands assieme sullo stesso palco in quanto Jonas Reingold è bassista di entrambe le bands mentre Andy Tillson e company (The Tangent ovviamente) saranno il collante. Il set prevede estratti da entrambi i fronti. Musicalmente parlando ci si ritrova nuovamente sul neo-prog ma molto più legato agli anni 70’ che non alle derive melodiche arrivate nella decade dopo. Anche per loro il sound è raffinato e nonostante la pioggia insistente ed il freddo non indifferente la musica scorre leggiadra e soffice. Sicuramente la band dimostra classe e stile, nulla di innovativo ma comunque si sente la differenza rispetto a molti altri colleghi. Il brutto tempo continua ad imperversare (nella pausa di cambio palco con non poca fatica riesco ad intercettare tutta la band per le firme e foto di rito) ma gli irriducibili non mollano. La stanchezza è sempre più pesante ma rivedere nuovamente i Motorpsycho dal vivo è sempre un’occasione da prendere al volo. Il trio norvegese è sempre stato trasversale e definirlo prog è riduttivo. Il mix sonoro della band abbraccia talmente tante cose che ogni concerto è sempre diverso. La serata ha visto il gruppo nordico in un set compatto e diretto meno psichedelico e decisamente meno elaborato o cerebrale, eppure lo show risulta convincente in ogni incarnazione del gruppo che grazie a suoni decisamente ottimi sprigiona energia a catinelle gasando il numeroso pubblico presente. Oramai stremati ci dirigiamo all’alloggio per riposare in attesa della seconda giornata. 

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