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Federico Orano

Federico Orano

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Dopo il bellissimo "80s Movies" abbiamo intercettato il chitarrista padovano Matteo Brigo per una lunga e piacevole chiaccherata alla scoperta di cosa sta dietro il lavoro del nostro scienziato pazzo delle sei corde!

Ciao Matteo finalmente riusciamo a fare questa intervista. Sono trascorsi meno di due anni dal tuo primo disco solista ma sei già tornato con questo nuovo “80s movies”. Puoi raccontarci come sono nate le nuove composizioni? So che per trovare l'ispirazione ti sei recuperato una montagna di film degli anni 80....

Ciao a tutti! Si, esatto! Il motivo scatenante, o il flusso canalizzatore, è stato proprio il divertimento e l’entusiasmo provato nel realizzare il mio primo album, “It Works!”. Il costruire una storia così brillante e fumettosa mi ha davvero gasato e mi è sembrato perfettamente naturale portarne avanti il discorso, sia musicale che di concept. Stesa una bozza della trama, mi sono messo al lavoro sulle composizioni che, a differenza di “It Works!” nel quale c’era una parte del materiale anche composto molto tempo prima, per “80’s Movies” tutto si è svolto nella stessa “sessione compositiva” durata alcuni mesi. Sapevo già da prima della release del primo disco che un eventuale seguito sarebbe stato a tema “film anni ’80” e non c’è stato nessuno sforzo a riguardo… tutto è fluito in maniera spontanea e i pezzi si sono incastrati tra loro come in un puzzle. Ovviamente per calarmi nella parte e per essere fedele alle tematiche trattate mi sono visto tonnellate di film dell’epoca che, per fortuna, sono quasi tutti molto belli ed è una cosa che fatico veramente a capire visto l’impietoso paragone con il cinema attuale… ma questa è un’altra storia!

Entrambi i lavori sono stati accolti molto bene dagli addetti ai lavori e non solo. Ti saresti aspettato tutto questo all'inizio?

Sono molto combattuto a riguardo… da un lato credo molto in quello che faccio e sento che i miei dischi e miei pezzi sono davvero “speciali”, che hanno quella magia che ad altri manca. Dall’altro lato però ridimensiono tutto, e immagino che ogni musicista/compositore pensa o dovrebbe pensare la stessa cosa per il suo lavoro in quanto ci è coinvolto direttamente… e in sostanza quello che faccio sarebbe solo un onesto tentativo di dire la mia. Quindi ci sono questi due Mattei Brighi, uno consapevole e soddisfatto di aver fatto un bellissimo lavoro, l’altro che si stupisce moltissimo per ogni complimento perché non immagina nemmeno che quello che ha fatto possa piacere ad altri… è una situazione molto spesso imbarazzante, molto spiazzante.

Sei un grande appassionato degli anni 80, visto che hai anche una band in cui riproponi proprio le colonne sonore di quei film storici. Puoi raccontarci un po' come nasce questa tua passione? Quali sono i tre film che metteresti nel tuo podio degli 80s?

Si, ci sono alcuni film che non mi stanco mai di guardare… alcuni li vedo ancora adesso una volta all’anno fin da quando ero piccolo. Ho scoperto parlandone con amici che non sono il solo. Ci sono quindi questi racconti che ormai sono diventati parte di noi, ne conosciamo a memoria le sequenze, le battute e pur sapendo già tutto continuiamo a guardarli. Succede la stessa cosa con i dischi. Sceglierne tre è un affronto mica da ridere… sapendo di fare grandi torti e scontentandomi molto ci provo… metto di sicuro “Ritorno al Futuro” perché è stata un’ispirazione oltre che per il concept di questi dischi, anche di vita e per tutta una serie di motivi, affettivi e non. Proseguo con “Star Wars - L’impero colpisce ancora”, un super classico! Potrebbe essere quello che in questa classifica rappresenta tutto il filone sci-fi. Infine metterei di sicuro qualcosa con Schwarzenegger, “Terminator” sarebbe la scelta più logica e giusta, è una meraviglia di film che davvero si merita il top, però ora come ora gli preferisco proprio di una briciola “Atto di Forza” che è un po’ più ironico e fracassone. Però che fatica… sono perfettamente consapevole e impotente per le decine di film esclusi che avrebbero la stessa ragione di esserci dentro… c’è gente che arriverebbe alle mani se in una serata si dovesse stilare una classifica del genere in gruppo…

Anche dal punto di vista musicale il tuo background arriva da quella decade. Quali sono i chitarristi che ti hanno influenzato di più? Trovi ancora dei musicisti attuali capaci di esaltarti o i vari Steve Vai, John Petrucci, Malmsteen e Van Halen rimangono inimitabili?

Il trittico Vai, Satriani, Malmsteen rimane probabilmente il mio apice personale a livello chitarristico. Dopo questi aggiungerei in ordine random Marty Friedman, Vinnie Moore, Van Halen, Paul Gilbert e a seguire tutta la schiera della scena di quell’epoca d’oro. Il periodo attuale è molto più complicato e così come è difficile per me trovare musica contemporanea che riesca ad amare come quella passata, così succede anche per i chitarristi. C’è da dire che sicuramente il livello tecnico si è alzato. Credo che il ruolo del chitarrista sia profondamente diverso rispetto ad allora. Oggi probabilmente la musica ha meno importanza… L’internet è pieno di chitarristi eccezionali, probabilmente più forti di quelli dell’epoca che però fanno cose diverse tipo lezioni, cover, dimostrazioni di strumenti ed effetti, improvvisazioni, vlog ecc… L’aspetto musicale inedito è passato in secondo piano. Manca quindi la possibilità di sentire una nuova “Surfing with the Alien” perché il mercato non lo richiede, piuttosto richiede che il bravo chitarrista suoni “Surfing with the Alien” in un video meglio di Satriani. Questa è la mia impressione e ne sono un po’ dispiaciuto perché a me, in barba al mercato e le sue spietate leggi, piace sentire musica nuova, progetti che possano essere interessanti e che possano arricchire il mondo musicale. Esistono eroi moderni che nonostante ciò cercano ancora di dare più luce alla “composizione” tipo Nick Johnston, che si barcamena tra questi due mondi risultando credibile in entrambi. Personalmente ho amato anche il disco “Drift Stage vol. 1” di Myrone, poi Jake Guy è eccezionale, anche Kristian Larsen potrebbe sorprendere in futuro… in Italia invece secondo me il top è Daniele Gottardo.

Ci puoi raccontare qualcosa sui musicisti che ti hanno aiutato in questo progetto?

Volentierissimo! Dopotutto è grazie a loro se adesso siamo qui! La squadra è quasi la stessa del disco precedente. Tutti tra l’altro grandi amanti dei film anni ’80! Parto dal bassista, Luca Serasin che per me è un compagno di mille avventure e mille gruppi, tra cui i Maieutica, fino a qualche tempo fa il nostro gruppo principale e ora in stand-by. In questo disco ha fatto un lavoro superbo, ancor più del disco precedente, ha osato di più con un gusto e una classe eccezionali e il risultato è fenomenale. Alla batteria ritroviamo Alessandro Arcolin, il meno metallone/rockettaro della combriccola anche se la sua versatilità e padronanza dello strumento lo rendono a suo agio in ogni contesto. Personalmente trovo che proprio questa sua imprevedibilità e “follia” diano il tocco di classe al disco e si sposino alla grandissima con l’ironia della musica, superstereo davvero, le sue idee sono state stellari! Alle tastiere la new entry, Filippo Galvanelli, già tastierista degli A Tear Beyond, che si è occupato di tutte le parti di piano, tastiera e orchestrazioni (mentre i suoni 8 bit sparsi per il disco sono stati programmati da me). Filippo ha dato una solennità ed una profondità pazzesche alle sue parti. Mi vengono in mente “I Want to Believe” o “Loom” dove ha preso le mie idee e le ha riarrangiate, ricostruite ed evolute con una sapienza da maestro Jedi. Ha fatto un lavoro portentoso! Mi sento di menzionare anche Alex De Rosso che ha registrato il disco e che, come sempre, è riuscito a fare la differenza con la sua precisione, meticolosità e professionalità. E infine Flaminia Spinelli per la copertina e le sezioni grafiche sempre eccezionali!

A volte molti ascoltatori vengono impauriti dal fatto di trovarsi di fronte ad un disco totalmente strumentale, succede anche al sottoscritto. La tua bravura però è proprio quella di rendere questi brani molto godibili trovando un ottimo mix tra tecnica e melodia e con un pizzico di ironia. Insomma è questa la ricetta dello scienziato pazzo di cui parla il disco?

Ti ringrazio davvero per queste parole. La volontà di questo progetto è proprio quella di dare la priorità alla musica. Da fan dei dischi strumentali mi accorgo di quanto spesso sia facile cadere in un concentrato di sleghi e smitragliate ad esclusivo uso di smanettoni e fanatici dello strumento. Fin dall’inizio ho volutamente cercato di evitare questo tipo di attitudine, di concentrarmi sulla musica e di trovare un equilibrio tra i temi musicali e i tecnicismi tipici del genere. Ecco anche il perché del concept e di tutti gli elementi di contorno come copertina cartoonosa, l’ironia, i video ecc… mi piace pensare al progetto come ad un qualcosa con un significato, un universo che si possa reggere al di là dello strumento e che possa piacere anche a un non musicista. Ogni volta che infatti un non chitarrista mi dice di apprezzare quello che faccio per me è un “epic win”!

 

Puoi raccontarci come è nata questa tua passione per le sei corde?

È stato tutto molto inaspettato… in prima gioventù non ho mai amato molto la musica in senso convenzionale. Nel senso che impazzivo per le colonne sonore di videogiochi, film e cartoni ma non per cantanti o gruppi. Poi verso la fine delle elementari è scoccata una scintilla e in prima media ho provato ad andare ad una lezione di chitarra. E da lì non mi son più fermato. C’era questo mondo misterioso tutto da scoprire con il quale potevo creare altri mondi misteriosi tutti da scoprire. Alla fine, nonostante le ore dedicateci, scopri che quello che hai scoperto porta a nuovi misteri ed enigmi, e così via all’infinito. Si è sempre inadeguati, insomma! Però è anche un po’ questo il bello… lavorando sul rapporto con lo strumento lavori anche sul rapporto che hai con te stesso e, se lo fai con sincerità e onestà, puoi imparare cose universali che vanno al di là anche della musica e diventare un’anima migliore. Penso questo sia l’apice poetico dell’intervista.

Facciamo un gioco. Ti squilla il telefono ed è una band leggendaria che ti chiede di andare a suonare la chitarra per loro. Chi vorresti che fosse dall'altra parte della cornetta?

Wow! Qui è dura… direi i Manowar! Hanno un repertorio meraviglioso, un impatto scenico da paura, uno dei migliori cantanti della storia, un bassista mattacchione inoltre i loro pezzi sono divertentissimi da suonare! E soprattutto non dovrei fare i conti con chitarristi che non potrei mai nemmeno immaginare di sostituire… come potrei prendere il posto di Van Halen nei Van Halen o di Nuno Bettencourt negli Extreme? Troppa pressione! Nono! Manowar, ignoranza a manetta e pugni uniti al cielo!

So che trasmetti la tua passione anche ai ragazzi più giovani. Qual è la richiesta più strana che ti hanno fatto? Magari insegnargli gli accordi di un pezzo di Gigi D'Alessio o qualcosa del genere?

Argh! Proprio adesso che mi ero lanciato con i Manowar! Ahahah! Sinceramente… a lezione cerco di ascoltare tutto quello che mi chiedono senza preconcetti. In fondo si tratta di gusti personali e chi sono io per imporre i miei? Gigi D’Alessio non me l’hanno mai chiesto per ora, immagino però magari possa essere anche bravo nel suo genere, per quanto lontano dal mio. Ultimamente andava molto di moda il rap, J Ax e Fedez, personaggi del genere che alla fine hanno motivetti abbastanza orecchiabili che venivano sparati 24 ore su 24 traviando le giovani menti e allontanandole dal ben più sano metallo. Mi sono passato credo tutte le hit e i tormentoni del momento e, se dovessi proprio scegliere, direi che sono stato in seria difficoltà proprio in quest’ultimo periodo con alcuni pezzi trap che faccio davvero fatica a capire. Di solito cerco sempre di trovare del bello in quello che ascolto a prescindere dal genere e, spesso, mi accorgo giocandoci con i ragazzi, di quanto siamo tutti influenzati da preconcetti… nel senso, prendi una canzone di un gruppo che detesti, scollegala dal suo contesto, dalle un arrangiamento diverso e un’intenzione diversa e diventa tutta un’altra cosa. Il problema quindi, la maggior parte delle volte, sono le personalità o i limiti dei cantanti o delle band a farci detestare la loro musica, non la musica in sé che di suo non è né buona né cattiva.

Pensi di potare questo tuo progetto strumentale anche dal vivo?

Sarebbe l’over the top! Purtroppo alcuni ostacoli si frappongono in questo cammino. Questo tipo di musica non ha proprio l’appeal commerciale del momento, è un progetto strumentale, di nicchia per quanto trasversale e irresistibile e in un momento di crisi di musica live direi che si parte leggermente azzoppati. Inoltre vorrei comunque cercare il più possibile di portarlo veramente live, con una band e questo richiede prove, più esigenze sia economiche che logistiche. Tutta una serie di questioni che, al momento, mettono in difficoltà. Probabilmente piccoli eventi verranno creati, vediamo cosa salta fuori dal cilindro! Penso che qualcosa succederà… bisogna solo capire come e quando…

So anche che ti occupi anche di musicoterapia in centri per disabili e mi sembra una cosa interessantissima. Puoi spiegarci di cosa si tratta?

Si, da diversi anni mi occupo di queste cose anche se ultimamente ho molto ridotto le attività per dedicarmi più all’insegnamento. È complicatissimo da spiegare in poche parole. Diversi anni fa ho fatto alcuni corsi di formazione in musica indiana. Secondo la storia e la tradizione dell’India tutta la teoria musicale e, di conseguenza, la musica può essere in funzione del benessere della persona e, se usata con saggezza, può portare benefici di tipo terapeutico in campo psicologico ed emotivo. Al contrario della nostra tradizione che si è sviluppata soprattutto sull’armonia e sull’estetica, la musica indiana si è sviluppata soprattutto sulla melodia e l’improvvisazione generando centinaia di scale musicali, ognuna con una sua funzione pratica e quotidiana. È proprio una diversa filosofia di vita. È stato molto interessante studiare questi argomenti. Questa è comunque un’introduzione molto molto riduttiva della questione dalla quale sono partito per affrontare il discorso anche a livello pratico.

Bene, grazie del tempo che ci hai dedicato. Cosa dobbiamo aspettarci da Matteo Brigo nel prossimo futuro? Non è che per il prossimo disco solista ti concentrerai sui cartoni animati?

Chi lo sa? Eh eh! Può anche darsi perché il mondo del cartoon è molto interessante, pure musicalmente ci sono davvero delle chicche tutte da scoprire. Ad ogni modo… in teoria so già come potrebbe proseguire la storia, le tematiche e la musica della prossima uscita… e anche di quella dopo ancora. Il problema è che bisogna crearla… questo richiede tempo, duro lavoro, dedizione e tanta ossessione! Spero di riuscire presto a lavorare a qualcosa di nuovo anche se in questo tipo di mondo non ci sono leggi, regole o rapporti di causa-effetto… per cui autocitandomi “Who Knows?”. Comunque, se vi è piaciuto quello che faccio consiglio di seguirmi nei vari social in quanto il progetto prosegue con videoclip e sorpresine di vario tipo e, quando sarà ora, vedremo di tornare alla carica anche con nuova buona musica! Grazie davvero a te, Federico, e a tutto lo staff di Allaroundmetal per lo spazio che mi avete dedicato e a tutti voi per aver letto queste righe! Turtle Power!

 

Le previsioni meteo non sempre ci azzeccano e, per fortuna, niente pioggia o temporali come previsto, ma un tiepido sole che ci dà l'opportunità di sfruttare il giardino esterno dove, tra un cambio palco e l'altro, è sempre piacevole pascolare, incontrare bella gente e fare il pieno di birra. Il pubblico è abbastanza numeroso anche se mi pare inferiore a quello dello scorso anno e si nota sempre la massiccia presenza di rockers e metallari provenienti da tutta Europa, principalmente dalla Germania.

 

Tocca ai nostri HELL IN THE CLUB inaugurare la quinta edizione del Festival. La band abbastanza giovane ma formata da musicisti di notevole esperienza (alla voce troviamo Davide Moras degl Elvenking ed al basso il poliedrico Andy Buratto dei Secret Sphere) e riesce perfettamente a scaldare la platea grazie ad una genuina  attitudine da  rockers navgiati e a pezzi melodici e molto tirati.

 

Stessa grinta e confidenza con il palco la dimostrano anche i BIGFOOT, che lasciano tutti a bocca aperta per l'energia scatenata e per lo spirito casinaro che impregna tutto il loro show. Band che mescola alla perfezione lo spirito hard rock settantiano con potenti sonorità heavy più moderne e dal vivo sono una vera furia. Menzione speciale merita Antony Ellis ottimo cantante e frontman purosangue.

 

La giornata prosegue con gli AMMUNITION, band che darà vita ad un concerto di grandissimo impatto nonostante l'assenza di Erik Martensson attualmente in tournée con i suoi Eclipse. Come da copione è Age Sten Nilsen il vero matador: voce personale e notevole carisma oltre che persona simpatica e sempre disponibile a scambiare quattro chiacchiere con i suoi fans. Un'oretta circa di show serrato dove si alternano i migliori pezzi del primo album ('Do You Like It', 'Tie Me Down', 'Road to Babylon') a quelli del nuovo lavoro (Time, Tear Your City Down, Freedom Finder). Molto bene.

 

Rapido cambio di scenario ed è la volta dei veterani PRAYING MANTIS gruppo che, nonostante abbia già visto in numerose occasioni, non stanca e non delude mai. Guidati dai fratelli Tino e Chris Troy hanno trovato, anche grazie all'innesto del cantante John Cuijpers, una seconda giovinezza. Dell'ultimo album suonano giusto un paio di pezzi, la Maideniana 'Keep It Alive' e 'Mantis Anthem'. Per il resto niente di nuovo, ovvero i grandi classici che dal vivo non possono mai mancare come 

'Captured City', 'Panic in The Streets' o la più recente 'Fight For Your Honour'. Grande show, grande entusiasmo e un Tino Troy sempre sorridente che sembra ringiovanire col passare del tempo! Applauditissimi.

 

Molta attesa e curiosità nei confronti della MICHAEL THOMPSON BAND. Chitarrista, compositore e session man richiestissimo, nell'arco degli anni ha collaborato con artisti del calibro di Phil Collins, Rod Stewart, Madonna, Joe Cocker trascurando per forza di cose la sua discografia personale che si riduce praticamente a un paio di album. Ma che album! Il recente 'Future Past' e naturalmente "How Long" uscito nell'88 e vero capolavoro del genere AOR. Il pubblico è coinvolto e attento e Thompson, insieme al bravissimo e pacioso cantante Larry King, affascina la platea rendendosi artefice di uno show sfarzoso di altissima classe ed eleganza.

 

Grande attesa e grandi aspettative anche verso i certamente meno eleganti ma non meno appassionanti QUIET RIOT. L'attuale formazione, che vede come unico membro originale il batterista Franck Banali, è molto valida e riesce a dare nuovo vigore agli inni che tutti conosciamo e che questa sera cantiamo a manetta:

'Let's Get Crazy', 'Metal Health (Bang Your Head)','Condition Critical', 'Cum On Feel the Noize'...troppi per poter dare spazio al nuovo album dal quale pescano soltanto l'ottima cadenzata 'Freak Flag'. Davvero una piacevole sorpresa il giovane cantante James Durbin: il suo compito è ben difficile ma lo svolge alla perfezione e senza dubbio il buon Dubrow apprezzerebbe. Voce graffiante, buona presenza scenica ed energia da vendere, l'ideale per donare nuova linfa vitale alla band. Ci salutano con la cover di 'Highway To Hell'. Successone.

 

La giornata, tra una birra, tante chiacchiere e davvero tanta buona musica è volata e tocca agli STRYPER concludere la festa. Aprono il loro show con 'Dragonlord' dei Domine...ehm no sorry, si tratta di 'Yaweh' e grazie al coro ruffiano della song non fanno fatica ad ottenere l'appoggio incondizionato del pubblico. Dev'esserci qualche problema audio sul palco dato che nei primi due o tre minuti Michael Sweet gesticola nervosamente con i tecnici: niente di grave comunque e nel giro di breve tutto sistemato. Concerto preciso e appassionato: sempre bellissima la voce inconfondibile di Sweet (in versione con barba) e sempre tosto anche il plastico Oz Fox con i suoi assoli precisi, melodici e ficcanti. Buono il setlist senza particolari sorprese dove la parte del leone se la giocano gli album "To Hell With The Devil" ('Calling on You', 'Free', 'The Way'...) e l'ultimissimo "God Damn Evil" ('The Valley', 'Sorry', 'God Damn Evil'...). Ben integrato anche il bassista Perry Richardson e band che col passare del tempo si spinge verso sonorità più heavy. Bravi, bravi, bravi.

 

 

 

Domenica il pubblico sembra leggermente più numeroso rispetto al giorno precedente anche se durante alcune esibizioni risulterà meno partecipe e più diradato.

Buono l'inizio con i PERFECT PLAN, gruppo hard rock melodico svedese. La voce pulita di Kent Hill e l'entusiasmo contagioso del chitarrista Rolf Nordström, oltre che, naturalmente, un repertorio breve ma do classe e grande impatto sono senza dubbio il punto di forza della band. Show breve ma intenso.

 

ANIMAL DRIVE bestiali! Sino ad ora la band sicuramente più heavy e con un'energia amplificata dalla giovane età del quintetto croato. Dominano il palco ed è difficile resistere al magnetismo Dino Jelusic, cantante dalle grandissime doti scoperto nientemeno che da Jeff Scott Soto. Canzoni solide, band di cui si sentirà parlare ancora in futuro.

 

Prima ed unica artista femminile del festival, tocca alla bionda norvegese ISSA riportare l'atmosfera su binari più soft. Accompagnata da una band tutta tricolore che vede Simone Mularoni alla chitarra e Andrea Torricini al basso, si rende protagonista di uno show colorato benché le atmosfere e le composizioni un po' troppo pop-influenced non lo rendano di certo memorabile. Bene ma non benissimo.

 

Ora un breve aneddoto. Sabato pomeriggio gira voce che i Pretty Boy Floyd, leggermente brilli e molesti, per usare un eufemismo, fossero stati sbarcati dal volo che dagli USA doveva portarli a Milano rendendo ovviamente impossibile la loro partecipazione al Festival. Come alternativa di emergenza l'organizzazione convince il buon Kip Winger (già presente alla serata vip inaugurale) a ritardare la partenza e a sostituirli con uno show acustico. Nel frattempo, smaltita la sbornia, i monelli di Los Angeles riescono, non si sa come, a trovare un volo che li catapulterà al Live di Trezzo giusto una ventina di minuti prima dell'inizio del concerto. Morale della storia, aggiustando un pò gli orari delle attuazioni, per la gioia di tutti i presenti, suoneranno entrambi.

 

La voce calda e piena di sentimento di KIP WINGER risalta ancora di più in versione acustica: sul palco, illuminato da soffuse luci azzurre, soltanto lui, la sua chitarra e la sua gran voce. Sotto il palco tutti ad accompagnarlo con cori e applausi. Intenso.

 

Dal giorno alla notte, dalle calde e intime atmosfere di Winger al casino sfrenato dei PRETTY BOY FLOYD capeggiati da uno Steve Summers con cappello da cowboy e trucco pesante. La sua voce è sempre acida e ruvida, quasi gracchiante. Grande il bassista Criss 6, trascinante: un'attitudine e un personaggio talmente tanto impregnato di  rock'n'roll che difficilmente avrebbe potuto fare altro nella vita. A dirla tutta può lo show non sembra essere quello tra i più apprezzati e qualcuno tra il pubblico ne approfitta per uscire in giardino a farsi una birretta. Probabilmente le peripezie del viaggio hanno pesato non poco e un po' di stanchezza si nota. Comunque provano a mettercela tutta privilegiando pezzi della loro prima discografia ('Leather Boyz with Electric Toyz', 'Rock and Roll Outlaws', 'Your Mama Won't Know'...) e suonando un paio di cover dei Motley Crue.

 

Praticamente perfetto e forse uno dei più apprezzati concerti dell'intero festival quello degli FM. La mitica band inglese dai primi anni '80 ha pubblicato una decina di album tra i quali veri capisaldi del rock melodico come "Indiscreet" o "Tough It Out" e continua  a produrre ottima musica, prova ne è l'appena uscito "Atomic Generation". Gli ani passano ma sembra non intacchino la voce né l'aspetto fisico di Steve Overland, sempre carico ed entusiasta come un ragazzino. Show applaudissimo e accompagnato da cori dall'inizio alla fine con picchi di giubilo durante perle del calibro di 'I Belong to the Night', 'That Girl', 'Bad Luck' o anche 'Black Magic' dell'ultimo album.

 

Siamo in dirittura di arrivo. Nonostante mi sarebbe piaciuto assistere a un concerto dei defezionare Jack Russel's Great White, devo riconoscere che CORELEONI, band del Gotthard Leo Leoni e di Ronnie Romero (Rainbow, Lords of Black...) si siano dimostrati un rimpiazzo ben più che all'altezza e, senza esagerare, credo si sia trattato del concerto che ha ottenuto maggiori consensi in assoluto. Il setlist include grandi pezzi delle prime tappe del gruppo svizzero ('Higher', 'Standing in the Light', 'Firedance') e mette in luce una band che, nonostante possa considerarsi come un semplice progetto parallelo/tributo, dimostra una coesione, un consistenza ed una compattezza fenomenali. E poi chiaro, Romero con la sua voce fa la differenza. Personalmente i vincitori del festival. 

 

La perfezione non esiste, peccato però che dopo due giorni di grandissime esibizioni, arrivi l'unica parziale delusione proprio all'ultimo e mi riferisco a JORN.

Ritengo che il biondo norvegese sia in assoluto uno tra i migliori cantanti in circolazione, con una grandissima voce calda e piena di sfumature, oltre che un ottimo interprete ma autore mediocre. Eravamo in molti ad avere perplessità sulla scelta di dargli il ruolo di headliner e purtroppo devo confermare che la scelta non è stata vincente. L'introduzione 'My Road' è abbastanza noiosa e troppo lunga e tutto lo show, ad esclusione delle spettacolari cover di Black Sabbath ('The Mob Rules') e Dio ('Rainbow In The Dark') non riesce a coinvolgere la maggiorate dei presenti che, purtroppo, cominciano a diradarsi e a lasciare la sala. Per me, appena sufficiente.

 

In conclusione, ennesima edizione del festival ed ennesimo successone nonostante il pubblico non sia mai tanto numeroso como l'evento meriterebbe. 

Sempre unica e piacevolissima l'atmosfera ed il feeling di questo festival diventato ormai un appuntamento fisso e imprescindibile.

 

Foto Report:

https://www.facebook.com/allaroundmetal/photos/?tab=album&album_id=1677579242332236

 

Cesare Macchi

Dal 8 al 11 Agosto ritorna il festival spagnolo per eccellenza, in quel di Villena poco distante da Alicante con una line-up ricca di grandi nomi della scena spagnola e internazionale.

Per tutte le informazioni vi rimandiamo ai siti ufficiali:

https://www.facebook.com/LeyendasdelRockFestival/

http://www.leyendasdelrockfestival.com/

Gli Elvenking con il recente "Secrets of the Magick Grimoirehanno fatto centro ancora una volta. Siamo andati a sentire il loro leader e chitarrista Aydan per scoprire qualche curiosità dietro questa release.

 

Ciao Aydan eccoci qui a parlare del nuovo “Secrets of the Magick Grimoire”, un disco complesso che mi ha spiazzato al primo ascolto ma che è cresciuto col tempo. Ma questo era anche il vostro obiettivo iniziale giusto? Mi hanno colpito molto le tue parole in fase di presentazione del disco dove affermi appunto che questo non è un lavoro da un singolo ascolto distratto ma è un disco da capire con calma seguendo i testi, ascoltandolo molte volte.
Aydan: Credo che “Secrets of the Magick Grimoire” sia un album che necessiti molta attenzione per essere compreso. Non era nostra intenzione fare un album di singoli, e di canzoni facili da assimilare al primo ascolto. Oggi giorno probabilmente sarebbe la scelta più corretta, poiché in un era in cui la musica viene vissuta tramite Spotify e stremaing app simili, dove conta più la canzone simile da ascoltare al volo all’interno della compilation più che il lavoro di un album, la nostra è una scelta commercialmente suicida...ma per chi ci conosce sa che le nostre scelte artistiche sono sempre state disastrose dal punto di vista commerciale ahah! Noi volevamo invece costruire un album totalmente ispirato agli anni 90, ai grandi album di quel periodo, che necessitano di essere ascoltati dalla prima all’ultima canzone, seduti e concentrati con il booklet dei testi, cercando di comprendere l’essenza di ogni canzone, e poi il senso generale di un album intero che comprende 12 canzoni come se fosse un unico grande libro da leggere. Se mi chiedi quante persone oggi giorno siano in grado di fare questo, probabilmente ti risponderei che le puoi contare sulle dita di una mano. Ma qui torniamo al punto di partenza…non abbiamo mai fatto musica per guadagnare soldi o diventare famosi.

 

Quanto tempo vi è costato comporre e arrangiare dei brani così complessi e vari, con così tante sfaccettature?

Molto tempo. Come dici tu questo è un album che ai primi ascolti sicuramente spiazza l’ascoltatore perché è un lavoro con tantissimi strati, uno sopra l’altro, e miriadi di diversi arrangiamenti, che difficilmente possono essere compresi con un ascolto distratto. Quindi direi che è un album adatto a chi ha veramente voglia di comprendere la musica che ascolta cercando di scoprire tutte le varie sfumature che essa contiene.

 

Questo nuovo lavoro mette assieme tante influenze diverse e ci riporta per la prima volta (a mio parere) davvero al sound di Heathenreel, almeno in certi momenti (ad esempio con la favolosa “The Wolves Will Be Howling Your Name”). Rispetto al vostro debutto però sono presenti a tratti atmosfere più oscure, dopotutto non avete mai nascosto il vostro amore anche per sonorità più estreme che arrivano fino al black metal.
Sono d’accordo. Considero “Secrets of the Magick Grimoire” l’album filosoficamente più vicino al nostro debutto “Heathenreel”, con cui vedo molto similitudini, soprattutto a livello di songwriting e di concept lirico. “Heathenreel” stesso ero un album molto influenzato da sonorità estreme, ma “Secrets…” lo è ancora di più. Oltre a molto influenze death metal anni 90 che sono sempre state presenti nella nostra musica, come hai correttamente individuato il nuovo album ha anche influenze derivanti dal Black Metal del periodo, sempre nascoste all’interno di strutture molto melodiche, ma per un orecchio attento non sarà difficile cogliere delle sfumature di band come Satyricon, Naglfar, Emperor, Dimmu Borgir, Bathory ecc.

 

In tal senso gli ospiti che avete in questo disco vanno in questa direzione. Puoi presentarceli e raccontarci qualcosa riguardo a queste collaborazioni?
Ogni volta che sentiamo la necessità di avere un qualcosa di più, o di diverso per sottolineare una certa parte di una canzone immediatamente cominciamo a pensare chi potrebbe darci questo qualcosa in più, senza interessarci se il nome scelto e posto in copertina possa o meno farci vendere 10 copie in più. Nel nuovo album hanno partecipato alcuni dei nostri musicisti preferiti e per cui abbiamo massimo rispetto, come ad esempio Snowy Shaw che è uno dei nostri artisti preferiti in assoluto o Jonny Maulding dei Bal-Sagoth e collaboratore dei My Dying Bride, che ritenevamo perfetto per lavorare su alcune orchestrazioni dell’album. Angus Norder dei Witchery ha cantato le parti growl perché volevamo una voce assolutamente aggressiva e dirompente su determinate sezioni delle nuove songs.

 

Ricordo che con l'uscita di The pagan Manifesto ti eri un po' lamentato perchè arrivati a questo punto della carriera, nonostante la pubblicazione di dischi sempre ottimi, riconosciuti a livello mondiale, che vengono accolti con il massimo dei voti dappertutto, alla fine rimane sempre il problema vendite. Pensi che l'essere una band italiana faccia davvero la differenza in negativo come molti sostengono? Tra l'altro voi con una forte etichetta straniera e moltissimi tour all'estero conoscete piuttosto bene la situazione al di fuori della nostra penisola.

Non ricordo di cosa mi fossi lamentato esattamente. Di solito sono proprio l’ultima persona che si lamenta (risata) Di sicuro forse era un discorso generale sulle vendite, ma questo non è un segreto per nessuno. Per farti un esempio i Nightwish stessi per esempio vendono ora la metà esatta delle copie che vendevano 10 anni fa o meno. Quindi credo che la lamentela possa essere fatta all’intero sistema musicale. Vorrei sapere quanti dei lettori li fuori comprano ancora un CD. Ed è ovvio che questa mancanza toglie alle band una fonte di sostentamento importantissimo. Oggigiorno una band per sopravvivere deve suonare 250 date all’anno e avere il proprio incoming dall’attività live. In ogni caso la AFM ci ha comunicato che nella prima settimana il nuovo album ha venduto il doppio del precedente quindi se il trend rimane questo non potremmo proprio lamentarci. Ma non crediamoci nemmeno troppo ahah.

 

 

 

Il songwriting della band è sempre stato principalmente opera tua e di Damna. Stavolta come vi siete divisi i compiti e le songs? Prima di comporre un nuovo lavoro vi trovate per cercare di capire che direzione prendere? In generale poi come nasce una vostra canzone (la scintilla arriva da una melodia vocale, da un riff di chitarra...)?
Questa volta questa cosa è stata addirittura accentuata e portata alla collaborazione completa visto che tutte le songs dal punto di vista musicale sono state scritte da me e Damna insieme. Questa volte tutte le songs sono state scritte da me e lui dall’inizio: ci siamo seduti per diversi mesi e abbiamo portato a compimento tutte le musiche per il disco, ad eccezione del breve acustico “A cloak of dusk” che è invece stata scritto da Rafahel. Mai come in questo album quindi la collaborazione tra me e Damna è stata così completa e sinergica. Tutti i nostri pezzi sono costruiti attorno ad una linea vocale, quindi se alcune metal band vedessero come noi scriviamo i pezzi si spaventerebbero probabilmente. Noi abbiamo solo chitarre spente senza amplificazione e voci per comporre: quello che a noi interessa nel songwriting è avere una corretta melodia vocale, una strofa od un chorus che ci convince al 100%: spesso lavoriamo su questa piccola melodia vocale per settimane prima di essere soddisfatti, mentre altre volte viene al primo tentativo. Tutta la parte strumentistica e di band viene a seguire: quindi riff, lead, groove di batteria e idea di forma canzone compiuta arriva solo in un secondo momento.

 

Siete arrivati al traguardo di 9 dischi in studio. E la vostra forza a mio parere è che ogni disco è di grande qualità nonostante tutti siano diversi tra loro. Uno dei miei preferiti rimane Red Silent Tide. E' stato criticato un po' visto che svolta verso un sound più hard rock che avete subito abbandonato. Cosa pensi ora di quel lavoro? Possiamo dire che Red Silent Tide è poi un po' proseguito (senza il lato folk ovviamente) con Damna negli Hell in the Club?
Si credo che la varietà della nostra discografia sia stata allo stesso livello un punto di forza e una dannazione per noi. Ma come abbiamo sempre dichiarato a noi è sempre più interessato dimostrare qualcosa a noi stessi come scrittori, piuttosto che incontrare il favore del pubblico. “Red Silent Tides” lo considero come il tassello forse più esterno alla nostra discografia, anche maggiormente rispetto all’altrettanto criticato “The Scythe” che era pur un album molto estremo ma molto metal. Adoro “Red SIlent Tides”, non fraintendermi: è un album prezioso, e contiene un feeling così romantico da risultare unico a mio avviso: lo considero il nostro album più passionale. Ma come dici tu lascia un po’ in disparte la nostra essenza musicale e lirica. Gli Hell In the Club di Damna hanno poi estremizzato il lato Hard Rock tanto caro a lui, ma io trovo che Red Silent Tides sia un album molto più basato su romanticismo, tormento e sofferenza. 

 

Il filone viking metal sta ricevendo grandi attenzioni nella scena metal negli ultimi anni, voi volendo o no, vi ci siete un po' trovati dentro pur essendo molto diversi da band come Ensiferum, Turisas etc... Avete mai pensato di spingervi verso quelle sonorità?
Come dici correttamente ci siamo trovati un po’ dentro questo filone senza volerlo. Quando siamo nati nel 1997 non esisteva nessuna band che fosse catalogabile come Folk Metal o simile e l’unica band che suonava una musica simile erano gli Skyclad. Nel corso degli anni poi ci siamo ritrovati dentro la scena Folk e Viking. Ti dico la verità però che è l’accostamento che preferisco. Sono molto più a mio agio a suonare con band estreme piuttosto che con band melodiche o power metal, perché in ogni caso mi sento più vicino alla scena più estrema.

 

 

Pochi mesi fa siete volati fino in Messico, cosa ci puoi raccontare di questa esperienza? Tra l'altro tra poco suonerete anche in Brasile.

Siamo rientrati da pochi giorni proprio dal Sud America dove abbiamo suonato insieme agli Ensiferum. Preferirei evitare qualsiasi tipo di paragone rispetto a come gli Elvenking siano considerati a migliaia di kilometri da dove viviamo rispetto ai nostri luoghi di origine. E’ stata un’esperienza semplicemente incredibile.

 

Un'altra cosa che mi piace molto di voi è che siete prima di tutto fans di questa musica, ad esempio è facile incontrarvi a qualche concerto o trovare qualche vostro post su facebook che mostra i vostri acquisti musicali. Avete ancora dentro la passione per questa musica. Sei d'accordo con me che questo sia uno dei vostri segreti per comporre grandi dischi?
Non so se sia un segreto per farlo, ma di sicuro personalmente non nascondo di essere prima di tutto un fan di questa musica e solo dopo un musicista della scena. Conosco anche molta gente che questo fatto lo nasconde, come se fosse una vergogna, e per esempio veste magliette di gruppi di genere estranei alla scena perché forse fa più figo. Sinceramente non mi interessa, io prima di tutto sono nato e cresciuto con questa musica, sono un fan assoluto, ho quasi 1000 album originali e ancora oggi compro tutte le uscite nuove che mi aggradano. Inoltre mi troverai sempre ai concerti delle mie band preferite perché questa è semplicemente la mia passione e voglio supportarla per quanto possa farlo.

 

Vorrei spendere due parole su Damna. Credo che sia cresciuto tantissimo come singer negli anni e questo naturalmente dona una marcia in più ai vostri brani. Sei d'accordo?
Assolutamente d’accordo. Per molti anni siamo stati criticati perché il suo approccio vocale era lontano dagli stereotipi dei gruppi power o melodic metal. Io ho sempre detto “per fortuna!” e sicuro che questo nel tempo poi sarebbe stato apprezzato. Damna è un interprete eccezionale, che può passare attraverso diversi stili senza problemi, e soprattutto ci permette di suonare melodici ed estremi allo stesso momento: ha un approccio rock al cantato ma è anche estremamente dinamico e volendo aggressivo. Inoltre è un frontman invidiabile quindi direi che non lo cambierei per nessun altro nome famoso della scena (risata)

 

State già pianificando delle date a supporto del disco... dobbiamo aspettarci qualche sorpresa?
Saremo in un piccolo tour italiano a partire da Dicembre e abbiamo già fissato molti festival europei in Inverno e primavera , tra UK, Germania, Austria, Francia ecc. Saremo in tour in Spagna a Maggio e stiamo chiudendo molte altre date. Insomma pare ci sia molto interesse intorno alla band.

 

Grazie Aydan. Complimenti ancora per questo nuovo lavoro e ci si vede presto on stage!
Grazie infinite per l’intervista e a prestissimo!

 

 

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