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Gianni Izzo

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Intervista: Rome In Monochrome (Gianluca Lucarini)

Sabato, 15 Aprile 2017 23:06 Pubblicato in Interviste

Di seguito potete leggervi la nostra chiacchierata insieme a Gianluca Lucarini, chitarrista e fondatore dei doomster capitolini: Rome In Monochrome

 

Ciao Gianluca, do il benvenuto a te ed ai Rome In Monochrome su Allaroundmetal.com.  Prima intervista quindi tocca che vi presentiate. Quando e come nasce la band Rome In Monochrome?

Gianluca: Ciao a te ed a tutti. Dunque, la band è nata del 2013 con l’idea di essere un mio progetto solista, che mi facesse distaccare dal sound molto estremo dei Degenerhate, la mia band principale: volevo che il tutto suonasse molto atmosferico ed oscuro, partendo da spunti doom ed anche drone. Quando ho coinvolto Valerio (il cantante, all’epoca anche chitarrista), che conoscevo già da tempo, il suo approccio molto influenzato dallo slowcore e dallo shoegaze ha cambiato presto le prospettive che avevo in testa. Mi ha proposto subito diversi pezzi ed ho capito che ci stavamo spostando dall’idea iniziale. Intorno a noi, dopo diversi avvicendamenti, è nata l’attuale formazione. 

 

Come avete scelto il vostro monicker e qual è il suo significato?

Gianluca: Il nome fu inventato da Max Varani, ex cantante dei Degenerhate: gli ho chiesto il permesso di usarlo perché mi è subito piaciuto e mi è sembrato adatto all’idea che avevo di questo progetto. Le coordinate sonore sono un po’ cambiate da quel momento ma il nome è rimasto adatto e credo ci calzi a pennello.

 

Quali sono i musicisti/band che vi ispirano?

Gianluca: Come ho detto, l’approccio iniziale era molto legato al doom, quindi forse senza Anathema, Paradise Lost, Katatonia e My Dying Bride questa band non esisterebbe: abbiamo però da subito arricchito il tutto con influenze provenienti da altri generi, slowcore, shoegaze e post rock su tutti. In generale sia ispirati da tutta la musica malinconica ed introspettiva: ognuno di noi ha gusti diversi. In ogni caso la mia band preferita, assieme ai Carcass, sono senz’altro gli Smiths.

 

Come nasce un brano dei RIM? Collaborate insieme fin da subito alla stesura del testo e della musica o c’è uno o più songwriters tra voi, e solo in un secondo momento vi riunite per confrontarvi?

Gianluca: In linea di massima le strutture sono costruite da Valerio, che ha scritto anche tutti i testi ad eccezione di uno per il quale abbiamo collaborato. Diciamo che in linea di principio è lui che dà la forma di base al brano, che poi, in sala prove o spesso anche a casa, in acustico, viene arricchito dai contributi di tutti noi e prende il suo aspetto definitivo. Questa, ovviamente, non è una regola ed infatti in un paio di casi i pezzi sono nati da spunti o strutture provenienti da me e da Alessio (Reggi, chitarra): in ogni caso, la costruzione dell’arrangiamento finale ci coinvolge tutti. 

 

Come siete entrati in contatto con la Wintersleep Records?

Gianluca: Nel modo più semplice possibile: è la mia etichetta!

 

Parliamo dell’Ep “Karma Anubis”. Ci spieghi la scelta di questo titolo ed il suo significato?

Gianluca: Valerio lavora spesso per immagini forti e con grandi contrasti. Il titolo ed il testo del pezzo mi sono piaciuti subito per questa negatività senza mediazioni. L’immagine è piaciuta a tutti ed abbiamo pensato che potesse intitolare tutto l’ep.

 

Come è nato l’artwork dell’Ep? Chi è l’autore?

Gianluca: L’autrice è un’artista greca che ci chiama Nicky Pi: ho visto io l’immagine sulla sua pagina Facebook e mi è sembrata subito adatta alla nostra musica. Ci sembra di vedere anche una citazione della locandina della prima stagione di True Detective ma non abbiamo chiesto conferma a Nicky, che nel frattempo è diventata nostra amica, nel timore di scoprire che non sia vero!

 

Nel disco sono contenuti 3 pezzi. C’è stata un’idea precisa dietro la scelta di incidere proprio queste tracce o sono semplicemente stati i primi 3 brani che avete composto come band?

Gianluca: Un po’ entrambe le cose: in ogni caso, ci è sembrato che l’ep fosse equilibrato con questi tre brani, quindi l’abbiamo “chiuso” così.

 

Avete girato anche un video per la title-track dell’Ep. Ci parlate di come è stato realizzato?

Gianluca: L’ha realizzato il nostro amico Massimiliano Francardi/Papero Diabolico Produzioni, in uno splendido palazzo antico della campagna romana, abbandonato da tempo.  Il risultato ci piace molto, è valsa la pena di prendere tutto quel freddo!

 

Al momento state lavorando sul vostro primo full-lenght intitolato “Away From Light”. Cosa ci dobbiamo aspettare a livello di songwriting? C’è già una data di uscita del disco?

Gianluca: A livello di songwriting è sicuramente molto più compatto dell’ep, la formazione è rimasta la stessa per diverso tempo e sicuramente si sente, come si sente anche parecchio che Valerio, in fase di scrittura, aveva già abbandonato la chitarra per concentrarsi solo sulla voce: le melodie sono molto forti ed incisive. E’ un disco compatto, potente ma anche delicato: è piuttosto vario e ci piace molto proprio per questi contrasti. Non sappiamo ancora quando uscirà, quando avremo il master pronto ci guarderemo seriamente intorno: dipende anche da quante e quali proposte discografiche ci arriveranno.

 

Avete già in programma anche dei live per presentare il nuovo lavoro?

Gianluca: Si, stiamo da tempo eseguendo i brani di Away from light dal vivo. I prossimi appuntamenti sono il 14 aprile al Contestaccio, il 20 aprile al Qube in apertura ai Novembre ed il 29 aprile al The Southern Storm Festival di Catania con Onslaught, Hour of Penance, The Foreshadowing e Gravestone. Abbiamo anche un’apparizione in radio già fissata a maggio ed un festival a luglio. Ci diamo da fare, insomma.

 

Aldilà dei Rome In Monochrome avete in piedi altri progetti musicali?

Gianluca: Io suono nei Degenerhate (grindcore) e negli Exhume to Consume (brutal/slam/death) con Marco “K” Paparella (che nei RiM suona la chitarra ed il violino ed in queste due band suona il basso); negli Exhume ci sono anche Alessio Reggi alla chitarra e Flavio Castagnoli alla batteria (stessi ruoli nei RiM). Valerio canta (o meglio cantava, sono fermi da un po’) con il gruppo synthpop ALFSS e fa delle cose da solo a nome Winter Industry; i suoi progetti si aprono e si chiudono con grande facilità perciò non mi stupirei se stesse facendo qualcosa che ancora non so.  

 

Per ora è tutto, un saluto ed un in bocca al lupo da parte mia e dello staff di Allaroundmetal.com. Ovviamente l’ultima parola va a te…

Gianluca: Join the cult of the absence of color.

Alestorm: Dettagli del nuovo disco

Domenica, 12 Marzo 2017 17:56 Pubblicato in News

Il 26 maggio uscirà per la Napalm Records, la nuova fatica dei "pirati" scozzesi Alestorm, intitolata "No Grave But The Sea". Di seguito la tracklist.

 

No Grave But The Sea

01. No Grave But The Sea
02. Mexico
03. To the End of the World
04. Alestorm
05. Bar und Imbiss
06. Fucked with an Anchor
07. Pegleg Potion
08. Man the Pumps
09. Rage of the Pentahook
10. Treasure Island

 

 

Sonisphere 2016@Rock In Roma

Mercoledì, 27 Luglio 2016 22:16 Pubblicato in Live Report

Superato il traffico verso la capitale, gli schifosi parcheggiatori abusivi, gli ancor più schifosi bagarini, la mia giornata al Sonisphere di Roma è iniziata verso le 16, giusto in tempo per godermi i Sabaton.

Dispiace essermi perso gli A Perfect Day di Andrea Cantarelli (Labyrinth), un po’ meno il palese (almeno secondo il mio punto di vista...se va be...) nepotismo Maideniano che si è presentato quest’oggi nelle vesti dei Wild Lies, nei quali troviamo il figlio di Adrian Smith, e dei The Raven Age del figlio di Steve Harris.

Non mi permetto di esprimere giudizi sulla loro prestazione dal vivo perché di fatto non li ho visti. Ma posso descrivere brevemente il loro stile musicale, da equiparare alla bene e meglio a quello dei Bullet For My Valentine (quest'oggi per fortuna assenti), riassunto in hard rock/metal modernista estremamente melodico e dal piglio adolescenziale, che sta a questa giornata di musica, più o meno come Lauren Harris stava a quella dell’ultima visita degli Irons a Roma; di base non c’entrava niente, ma almeno Lauren era ed è una bella figliuola, quindi se tanto mi da tanto, avrei votato sicuramente per lei, se avessi potuto scegliere quale dei figli dai nomi noti avere al Sonisphere.  

Ma passiamo oltre. Al netto di una locazione non eccelsa per un concerto metal, come quella dell’Ippodromo romano, e al netto di bagarini etc. devo dire che invece l’organizazzione dell’evento è stata diretta nel migliore dei modi, un ringraziamento particolare va alle ragazze della sezione accrediti, che sono riuscite ad essere puntuali, veloci, nonché gentili nel risolvere in breve tempo il problema per il mio nominativo mancante

 

 

SABATON

L’ippodromo delle Capanelle alle 16 è già gremito di gente, ben più numerosa di ogni mia più rosea aspettativa, rispetto al triste andazzo degli ultimi concerti a cui sono stato.

Dal lato loro i Sabaton si presentano agguerriti (ci mancherebbe altro, visti i loro concept a suon di guerre), calcano l’enorme palco con maestria, Joakim Broden interagisce spesso con i presenti, ed in generale la band è perfetta da ogni punto di vista. In un’ora gli svedesi scelgono di intrattenere il pubblico romano (e non), andando a pescare tra i migliori brani della propria discografia. Immancabili infatti le epiche “Ghost Division” e “Carolus Rex”, la folkettara “Swedish Pagans”, la martellante “Night Witches”.

Simpatica poi l’interpretazione di una parte di “Winds Of Change” degli Scorpions, cantata dal chitarrista,  che fa da intro all’ottima “To Hell And Back”.  Il finale poi non poteva che appartenere alla hit “Primo Victoria”.

Ovviamente c’è stato anche tempo per presentare “The Lost Battalion”, il primo accattivante singolo estratto dal nuovo album in uscita del gruppo.

Diciamolo, Joakim non sarà mai ricordato per la sua ugola, ma lui, come l’intera band, hanno dimostrato di saper fare il proprio, e di saperlo fare nel migliore dei modi.   

 

Setlist

The March To War

Ghost Division

Far From The Fame

Carolus Rex

Swedish Pagans

Resist And Bite

The Lost Battalion

To Hell And Back

The Art Of War

Night Witches

Primo Victoria

 

SAXON

A seguire un pezzo di storia del metal inglese prende vita.

E’ indubbio che a livello di performance, Biff Byford ed i suoi Saxon siano stati i migliori in assoluto quest’oggi. La timbrica di Biff è perfettamente amalgamata ai pezzi, nessun calo, nessuna stonatura (tenetelo presente questo continuando a leggere!).

E’ indubbio anche che Nigel Glockler nonostante sia del '53 e sembri un pensionato vestito per carnevale, suoni la batteria con più precisione e con più fiato di molti suoi giovani colleghi. Una vera e propria furia durante “Heavy Metal Thunder”, brano dedicato quest’oggi allo scomparso Lemmy.

I Saxon sono stati semplicemente trascinanti, tanto da portare più di una volta al pogo i ragazzi accorsi al Sonisphere, che, bontà loro, hanno creato di volta in volta “tempeste di polvere” che ricadevano sul sottoscritto (vi ho già detto di quanto consideri l’ippodromo un brutto luogo dove ospitare concerti?).

La setlist dei Saxon si è divisa tra brani storici: “Princess Of The Night”, “Wheels Of Steel”, “Denim And Leather”, e ovviamente quelli più recenti come l’opener “Battering Ram”, passando per la famosa hit degli anni '90 "Dogs Of War".

In breve i signori della NWOBHM sono riusciti ad attirare l'attenzione su di se anche da parte dei più giovani, molti dei quali sottolineavano di non conoscerne un brano o di aver sentito giusto qualcosa su youtube prima di venire al concerto. Buon per loro, si sono goduti l'essenza stessa dell'Heavy Metal. 

L'ora di spettacolo finisce tra applausi entusiastici.

 

Setlist

Battering Ram

Motorcycle Man

Sacrifice

Power And The Glory

20,000 Ft

Dogs Of War

Heavy Metal Thunder

Crusader

Princess Of The Night

Wheels Of Steel

747 (Strangers In The Night)

Denim And Leather

 

ANTHRAX

Il tempo di un panino e dall'essenza della storia dell'heavy inglese, si passa ad uno dei grandi pilastri del thrash metal statunitense. Arrivano gli Anthrax di Scott Ian e del suo buffo pizzetto, che ormai vive di vita propria.

Per i thrashers tornati finalmente alla ribalta con l’ultimo esplosivo album “Four Kings”, cominciano però una serie di problemi non meglio specificati. Di fatto la band che avrebbe dovuto presentare il repertorio più duro della giornata, è sembrato il gruppo meno aggressivo: volumi insolitamente bassi ed un Belladonna a corrente alternata, che comincia bene la sua performance canora con “You Gotta Believe” e di fatto scompare già durante le strofe di “Caught In A Mosh”.

Si continuerà così fino alla fine di un'esibizione non certo degna del pesante moniker che tiranneggia sul telo del palco.

Tirando le somme, promuovo la setlist (ottima!), così come la performance di Frank Bello al basso, impeccabile con il suo strumento, e unico membro del gruppo, insieme a Scott Ian, che cerca di tirare le redini di uno spettacolo che è sembrato un po' freddo ed impersonale, con le movenze del singer fin troppo forzate e Donais alla chitarra che sembrava stesse facendo un favore al mondo per stare li sopra...

Da che dipenda tutto questo non lo so, ma certo gli Anthrax sono sembrati un gruppo un po' spaccato.

 

Setlist

You Gotta Believe

Caught In A Mosh

Got The Time

Madhouse

Fight’em ‘Til You Can’t

Evil Twin

Antisocial

Breathing Lightning

Indians

 

IRON MAIDEN

Il tramonto arriva e porta con se molte altre migliaia di persone, che riempiono i pochi spazi vuoti che c’erano fino ad ora. Al crepuscolo il palco si scopre in tutta la sua maestosità. Quando comincia in playback “Doctor Doctor”, viene salutata dai presenti con grande ovazione: è arrivato il momento degli Iron Maiden che aprono con la bella “If Eternity Should Fail”, tratta dal loro ultimo disco.

Lo show degli Iron Maiden è, come ci si aspettava, uno spettacolo senza eguali: luci, fuochi, scenografia superlativa, il gigante Eddie che cerca di eliminare simpaticamente i suoi 6 padri musicisti, il suo testone che prende vita alle spalle del gruppo durante il finale del brano “Iron Maiden”.

I 5 strumentisti sono ancora delle macchine da guerra, e mi fa piacere sottolinearlo, non solo precisi nell'esecuzione, ma veri e propri atleti, non si fermano un attimo per due ore di musica, e per quel che riguarda la parte musicale, gli Irons non sbagliano una virgola. I brani del nuovo album rendono molto di più dal vivo, a dimostrazione che la produzione in studio dovrebbe levare le ancore dal proprio "stantio fuori tempo targato Harris", e modernizzarsi a livello di potenza sonora. La setlist godrà ovviamente anche dei classici intramontabili dei nostri: da "The Number Of The Beast" a "Fear Of The Dark", da "Powerslave" alle chicche "Wasted Years" e "Children Of The Damned".   

Anche il buon singer Bruce Dickinson dimostra ancora una volta di essere un grande intrattenitore, fisicamente sembra si sia ripreso alla grande da radio e chemio, anche lui si fa i suoi bei chilometri di corsa. Inoltre scherza con il pubblico, gioca con scimmiotti pupazzo, esalta i presenti con discorsi sulla fratellanza che fanno da intro all’ottima “Blood Brothers”, e sulla funesta nascita e l’ovvia caduta degli imperi, che prologano “The Book Of Souls”.

Bruce incanta…ma ecco…non canta, o quasi.

Purtroppo da questo punto di vista lo sentiamo inciampare parecchie volte, soprattutto sugli acuti.

Grandi difficoltà sui brani più vecchi, di “The Trooper” ne sentiamo la metà, idem per la difficile “Halloweed Be Thy Name”. Sui nuovi pezzi va meglio, ma di fatto è la prima volta che Bruce non è pienamente all'altezza della sue leggendaria prestazioni canore, e un po’ fa male constatarlo.

Forse è stata solo una serata no, ma è anche vero che forse abbassare un po’ la tonalità dei pezzi invece di cercare di farli come quando si aveva 30 anni, non sarebbe malaccio come idea, contando che la prestazione in generale ne gioverebbe non poco. Dopotutto immagino che “Wasted Years” sia stata rallentata per agevolare Nicko, ma il risultato è stato comunque buono. 

Dovere di cronaca far presente la defaillance canora di Bruce, ma detto questo, a somme fatte, lo spettacolo è riuscito lo stesso, il piccolo fan mattacchione che è in me, che ha cominciato ad ascoltare metal proprio grazie agli Irons ha versato nonostante tutto lacrime di gioia.

E vi assicuro che vedere gli Irons ancora così coinvolti e scattanti come adolescenti, fa bene al cuore (Belladonna in confronto è sembrato per atteggiamento un loro nonno lontano).

 

Setlist

If Eternity Should Fail

Speed Of Light

Children Of The Damned

Tears Of A Clown

The Red And The Black

The Trooper

Powerslave

Death Of Glory

The Book Of Souls

Hallowed Be Thy Name

Fear Of The Dark

Iron Maiden

 

ENCORE:

The Number Of The Beast

Blood Brothers

Wasted Years

La serata all’Orion di Ciampino inizia con particolare anticipo, l’orario proibitivo ha fatto perdere a molti, compreso me, sia i Poem che i Textures. Quando arrivo nel locale sono circa le 21:00 ed il palco è già quasi pronto per l’entrata in scena degli Amorphis, che avverrà da li a poco. 

Come è successo ultimamente, anche questa volta purtroppo l’Orion è mezzo vuoto, e Roma si dimostra essere nuovamente una data fallace per la band di turno che ci viene a suonare.

Inoltre, una cosa a cui a mia memoria non ho mai assistito prima d'ora in un concerto metal, per tutta l’esibizione degli Amorphis non è scattato neanche un accenno di pogo, me li aspettavo per brani come “The Dark Path” o “The Four Wise Ones”, perlomeno per “On The Rich And Poor” o “Drowned Maid”, invece niente.

Non che i ragazzi presenti non abbiano accolto con calore la band, ma di certo i finlandesi hanno dovuto faticare per creare quel contatto magico tra pubblico e musicisti, che dovrebbe avvenire quasi in automatico durante un live. Non capisco infatti se sia colpa dell'ora legale ormai scattata da un pezzo, oppure del giorno infrasettimanale, di certo non deve essere stata una serata indimenticabile per Joutsen ed i suoi. 

La band, da parte sua, è stata ineccepibile nella propria esibizione, di un'eleganza tutta nordica, sia durante i pezzi più radiofonici che quelli più duri, ma continuo a pensare che le chitarre fossero un po’ troppo depotenziate, ottime per pezzi più catchy come “House Of Sleep”, ma forse ci voleva più incisività durante la fantastica “Drowned Maid” ad esempio, nella quale è tornato a cantare il chitarrista, ma anche growler storico degli Amorphis, Tomi Koivusaari, che ha duettato con l'ottimo Joutsen. Un gran bel momento, ma qui, come del resto anche in altri brani, i fantastici giri melodici maideniani delle chitarre uscivano poco, troppo nascoste, peccato.

Molti pezzi sono stati presi dall’ultimo riuscitissimo album “Under The Red Cloud”, forse il più bel disco degli Amorphis dai tempi di “Silent Waters” e “Skyforger”. Particolarmente sentita da Tomi, che incita il pubblico a cantare insieme a lui, la buona “Death Of A King”, durante la quale non si poteva non essere rapiti dall'effetto sitar della chitarra di Esa Holopainen. Ma il momento di maggior coinvolgimento per tutti è stato quello di “My Kantele”, masterpiece indiscusso dei nostri.

Ovvio che soprattutto un "vecchietto" come me, avrebbe preferito ascoltare anche altri pezzi storici, tratti dai due dischi dell’epoca d’oro della band: “Tales…” ed “Elegy”, magari al posto di alcune canzoni più radiofriendly degli ultimi tempi, ma dopotutto è difficile accontentare tutti, e la band finnica ha cercato di pescare un po’ da tutto il suo repertorio, eccezion fatta per gli album più fuori contesto del loro catalogo: “Am Universum” e “Far From The Sun”.

Alla fine ho assistito ad un buon concerto, non eccessivamente lungo (decidete da voi se sia una cosa positiva o meno), con l'accoppiata "Silver Bride" e "Smoke" che scatenano gli animi (un filo troppo morenti) durante l'encore, dell'ahimè esiguo pubblico romano.

SETLIST

- Under The Red Cloud

- Sacrifice

- Bad Blood

- Sky Is Mine

- The Wanderer

- On Rich And Poor

- Drowned Maid

- Dark Path

- The Four Wise Ones

- Silent Waters

- My Kantele

- Hopeless Days

- House Of Sleep

ENCORE

- Death Of A King

- Silver Bride

- Smoke

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