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I Mantra e il loro paleolithic metal!

Domenica, 11 Dicembre 2016 20:51 Pubblicato in Interviste

I Mantra ci hanno davvero ben impressionati con il loro secondo disco, intitolato “Laniakea”. Il chitarrista Simon Saint-Georges ed il bassista Thomas Courtin dunque ci introducono alla scoperta di questo loro nuovo album in un’intervista dove emerge tutta la passione e l’entusiasmo di questo gruppo sicuramente al di fuori dai soliti schemi.

 

Il vostro album di debutto, “Into the light”, è stato pubblicato tre anni fa: sei soddisfatto del riscontro ottenuto con quel disco o ti aspettavi qualcosa in più?

È stato come un folle viaggio! Siamo stati molto soddisfatti di finire il nostro album, di aver trovato persone che hanno avuto fiducia in noi come la nostra etichetta Finisterian Dead End e di pubblicare il nostro lavoro. È un sogno diventato realtà e allo stesso tempo eravamo un po’ ansiosi circa quello che poteva essere il responso del pubblico, perché il nostro universo musicale è un po’ strano ed eravamo consapevoli che la produzione non era molto professionale. Ma quasi tutte le recensioni sono state positive e abbiamo fatto una serie di show in Francia che ci hanno permesso di viaggiare e di incontrare tantissima gente, cosicchè pur con i suoi difetti, “Into the light” è il nostro bambino, che poi è maturato in “Laniakea”! Questa esperienza ci ha permesso di avere davvero una chiara idea di come volevamo suonasse il nuovo album e di come volevamo lavorare alla produzione. 

 

Riguardo al vostro nuovo album “Laniakea”, cosa potete dirci riguardo il songwriting? Ci sono state differenze rispetto a “Into the light”?

La nostra ricetta segreta è sempre la stessa: ci rintaniamo per una settimana o due in un luogo nascosto nel centro della Francia per vivere nel nostro universo e con i nostri ritmi e componiamo, scriviamo e registriamo insieme, come un gruppo, quasi come una tribù. Io penso che questa sia una delle cose più interessanti dell’album: avevamo un concetto che cercavamo di rendere costante nel corso dell’album e in ogni canzone. È molto importante per noi anche che le liriche si incastrino con la musica e con la storia, così scriviamo le parole insieme, come una band. Così è effettivamente una produzione collettiva ed è un’esperienza unica osservare quattro ragazzi che con cura scelgono le note e le parole per scrivere la storia di una tribù preistorica! La storia dietro la musica è ciò che incolla tutto insieme perché dà all’ascoltatore un contesto e gli permette di seguire facilmente la progressione dell’album. Pensiamo spesso che le liriche siano come delle “chiavi” per aprire il vero contenuto di una canzone o di un album: diamo alla nostra audience quanto basta per trovare la porta ma devono essere loro ad aprirla e ad attraversarla. In studio, abbiamo lavorato fianco a fianco con Artur Lauth al Brown Bear e lui sapeva immediatamente dove saremmo andati e abbiamo costruito il sound dell’album insieme con un quadro molto chiaro che avevamo in mente circa ciò che volevamo. È un tipo appassionato e di grande talento ed è anche davvero paziente e curioso, perciò era la scelta perfetta per una band come la nostra! Abbiamo trascorso molte settimane di scrittura sfrenata dell’album, prendendoci cura di ogni dettaglio e poi molte settimane in studio per rendere tutto perfetto. Dalla composizione al mixaggio, dall’artwork al mastering, volevamo che tutto fosse coerente ed interessante per la nostra audience.

 

Possiamo dire dunque che “Laniakea è un concept album? Su quali argomenti vertono le liriche?

“Laniakea” è il nome della galassia supercluster in cui tutti viviamo. In altre parole, è il nome che la nostra specie ha dato alla parte dell’universo a cui appartiene, che è una parte incredibilmente piccola dell’intero universo ma allo stesso tempo uno spazio molto più grande di quanto molti di noi potrebbero immaginare. Il nome “Laniakea” viene da una parola hawaiana, che significa “immenso orizzonte”. Nel 2014, quando venne per la prima volta scoperta, abbiamo iniziato a scrivere un concept sull’evoluzione del genere umano dalla preistoria e abbiamo pensato che sarebbe stato un bel nome per la valle dove avremmo ambientato la nostra storia, perché rende la prospettiva di un’idea di infinito nel tempo e nello spazio. “Laniakea” non è dunque un album su una galassia supercluster! È la storia di una tribù che, generazione dopo generazione, si sviluppa ed evolve sia tecnologicamente che emotivamente. È un viaggio in prima persona attraverso milioni di anni! Trattiamo argomenti come la scoperta del fuoco, l’invenzione di Dio sotto l’influenza di allucinogeni o la relazione che abbiamo, come specie, con la natura.

 

Come descrivereste il sound dei Mantra?

Il nostro sound ha molte radici in molte differenti culture e generi. Ma noi lavoriamo duramente per rendere queste radici indistinguibili l’una dall’altra dando loro la nostra struttura, il nostro proprio contesto. Usiamo le atmosfere sottili del prog rock, i riff sincopati e aggressivi del djent e i folli sacro-geometrici-schemi del math-rock! È una musica cruda, selvaggia, sciamanica, mistica. Lavoriamo molto anche sulla sensazione di spazio nella musica: vogliamo lasciare respirare la stanza per la musica, tra canzoni con impostazioni binaurali che puoi trovare nell’album, ma anche mentre suona la musica. È importante saper creare un posto perché le onde sonore nascano, vivano e muoiano.

 

Ci sono canzoni che amate suonare in modo particolare nei vostri concerti?

Ovviamente, quelle che suoniamo di più, sono quelle che ci piacciono di più! Le nostre canzoni sono davvero delle sfide da impostare nei nostri concerti, così ci vuole del tempo per essere davvero a nostro agio con il groove, le atmosfere e le struttura. Una volta entrati in questa zona, possiamo tutti rilassarci e lasciare che avvenga la magia. Perché è di questo che si tratta: nonostante la musica sia a volte un po’ violenta e destrutturata, il sound dei Mantra ha un contenuto meditativo! E come per lo stesso mantra, la trance diventa più profonda con la ripetizione, perché puoi seguire nella tua mente il percorso verso il più profondo stato di rilassamento. Quando suoniamo “Tribal Warming”, una delle nostre canzoni più vecchie, lasciamo davvero che i nostri corpi facciano prendere il sopravvento alla musica. È la sensazione più bella. È anche un piacere raggiungere il culmine nelle canzoni più lunghe, come l’outro di “Marcasite”, l’opener del nostro nuovo album, perché provi la sensazione di raggiungere la spiaggia dopo un viaggio durato una settimana sull’oceano! La tua testa prova le vertigini, non riesci più a camminare, ma ti senti vivo e sai che hai condotto la gente con te lungo il viaggio.

 

Apprezzo molto nella vostra musica la capacità di creare un certo mood e di trasmettere emozioni: qual è il vostro segreto per ottenere questo risultato?

Grazie mille, questo è proprio quello che cerchiamo di ottenere! Ci sono due differenti modi con cui cerchiamo di trasmettere emozioni: da una parte l’essere autentici e portare le nostre idee, dall’altra costruire un percorso molto preciso da seguire per l’ascoltatore. Sebbene le due cose possano sembrare contraddittorie, cerchiamo di essere davvero sinceri e scegliamo le note e le parole dal cuore piuttosto che dalla memoria e allo stesso tempo costruiamo la struttura delle canzoni con un’idea molto chiara di ciò che vogliamo che l’ascoltare provi in ogni momento! Siamo in uno stato di composizione libera e open-minded e usiamo la musica come uno strumento per esprimere ciò che vogliamo fare. Alcune volte abbiamo bisogno di esprimere idee che siano davvero potenti e travolgenti, per esempio quello che accade quando entri nello stato più profondo di meditazione o quando l’umanità come specie guadagna il potere di accendere un fuoco. Ecco perché alcune canzoni possiedono questi schemi heavy, quasi brutali, per ricreare queste sensazioni travolgenti. Come musicisti, amiamo realizzare atmosfere quiete che si evolvono lentamente per raggiungere un culmine. Questo è ciò che ci piace della musica: farla progredire attraverso la canzone da piccole isole di note al più potente tsunami del sound.

 

Quali band sono state importanti nel delineare il sound dei Mantra e cosa vi piace ascoltare adesso?

I Tool sono ovviamente una grande ispirazione per noi. Sembrano essere ad un altro livello di musicalità, lontano dalle regole che segue qualsiasi altra band. Proviamo a replicare quello stato di libertà nella musica, sia formando un nostro sound personale e i concetti, sia seguendo i nostri percorsi nella vita. Ascoltiamo anche i Gojira, sono un nostro tesoro nazionale e meritano di essere dove sono adesso. Hanno portato tanto al modern death metal, portando una nuova attitudine verso la musica e spingendola oltre in termini di tecnicismo, tono e musicalità. E sono anche dei tipi simpatici! Oltre a loro, amiamo band come Hypno5e, The Ocean e altre band più vecchie come Pink Floyd o The Doors, per esempio. Ascoltiamo tutti molta musica e spesso condividiamo nuovi suoni insieme: la scena è in costante evoluzione e amiamo trovare perle rare nascoste nel caos della musica metal!

 

Avete dei sogni come musicisti? Quali sono le più grandi aspirazioni per i Mantra?

La cosa migliore che ci potrebbe succedere è probabilmente quella di guadagnare riconoscimenti e di avere la possibilità di suonare la nostra musica ovunque! Saremmo onorati di essere invitati a festival come l’Hellfest o di aprire il palco per una di quelle band che amiamo! Lavoriamo duro per arrivare lì, proviamo a rendere la nostra musica unica e personale e credo che potrà accadere perché ancora molta gente valuta la creatività e l’onestà più dei ritorni economici.

 

I vostri progetti per il futuro?

Dopo essere stati in tour in Francia per alcuni anni, vogliamo portare ora il nostro universo all’estero e stiamo pianificando un tour europeo per il 2017! È un progetto molto eccitante per noi, davvero non vediamo l’ora! Sarà per noi qualcosa di nuovo suonare in altri paesi e speriamo di incontrare molte grandi band, grandi persone e vedere nuovi posti. Stiamo anche lavorando ad un nuovo spettacolo dal vivo per incorporare suoni dal nuovo album e ricreare le ruvide emozioni che abbiamo costruito nel disco. Sul palco, Pierre dimentica davvero chi è e diventa il personaggio e noi come band abbiamo bisogno di stabilire la scena perfetta perchè il rituale sciamanico diventi autentico e possibile per il pubblico. E se sei “ricettivo verso la medicina” (traduciamo alla lettera questa espressione, ndr), puoi andare davvero molto lontano! Questo è quello che faremo.  

 

Bene, Simon e Thomas, grazie mille per quest’intervista.

Grazie mille a voi, è un piacere vedere che abbiamo un’audience in Italia! Abbiamo lavorato molto per pubblicare quest’album e ora speriamo davvero che quanta più gente possibile se ne innamori, proprio come abbiamo fatto noi. Speriamo di poter venire presto in Italia a suonare un po’ di immersive paleolithic metal! Saluti e grazie!

Gli Easy Trigger sono tornati con un nuovo disco, intitolato “Ways of perseverance”, così abbiamo sentito Caste,  il chitarrista e fondatore della band, con il quale abbiamo approfondito alcuni aspetti legati al disco e alla storia recente del gruppo.

 

-          Nel 2012 avete debuttato con il vostro primo album, “Bullshit”: come sono cambiate le cose per la band da allora?

Dall'uscita di “Bullshit” ad oggi diciamo che la band è cambiata nel senso dei "personaggi" che la compongono ma non negli intenti nè nella determinazione! Anzi, da allora è cambiato di più il mondo che la circonda, più che altro. I nuovi innesti hanno dato la possibilità alla band di pensare,lavorare e porsi in un contesto musicale più ampio!

 

-          Come avete conosciuto il nuovo singer Nico? Ha partecipato alla stesura dei nuovi brani?

Nico lo abbiamo conosciuto prima di "Bullshit": era un candidato per entrare a far parte degli Easy Trigger ma a quel tempo eravamo un po’ tutti troppo "fuori" per capire le enormi potenzialità del personaggio. Penso sia solo quello il motivo che non sia con noi già dal primo album. Fortunatamente, ci siamo reincontrati più avanti. Il Nico ha scritto tutti i testi e ha dato man forte negli arrangiamenti.

 

-          Come si sono svolte le registrazioni del vostro nuovo disco, “Ways of Perseverance”?

      Le registrazioni di "Ways of Perseverance" sono state interessanti sia dal lato umano, perchè abbiamo registrato con un personaggio che nel campo è molto quotato e professionale, tale Sig. Maurizio "ICIO" Baggio, nel nuovo HATE STUDIO a Bassano del Grappa, sia tecnico, perché registrare in uno studio così grande ed equipaggiato, con le migliori tecnologie in campo di registrazione e produzione suoni, ci ha aiutati a capire ancor di più come “Ways Of Perseverance” concretizzasse il nuovo suono degli Easy Trigger.

 

-          Come mai avete scelto questo titolo per il disco?

     Il nome “Ways of Perseverance” lo abbiamo scelto per far capire alla gente che ci seguiva che la band è cambiata sì nei personaggi ma non nella voglia di perseguire quello che crediamo e ciò con riferimento sia al genere musicale che suoniamo che alla vita stessa della band, dato che venivamo da un periodo di cambiamenti noi stessi ma anche il music business in generale. 

 

-          In sede di recensione osservavo come forse questo disco sia per voi quasi un nuovo debutto o comunque possa rappresentare un’importante conferma per la band, visto che la line-up è cambiata così tanto rispetto al primo album, sei d’accordo?

Sì, esatto, l'intento è confermare la crescita della band e il fatto che, anche se gli elementi cambiano, lo spirito e la personalità che gli Easy Trigger portano sul palco dal 2009 sono gli stessi, siamo solo migliorati nella composizione e nei testi. Del resto, come si dice, è solo Rock'n' Roll!

 

-          Quali sono le vostre principali influenze?Con quale musica siete cresciuti?

Siamo in quattro e fortunatamente abbiamo influenze comuni e non: Fabio "Pane" è più punk/hardcore/metal e ha militato anche in band del genere, vedi gli storici Raw Power; io e il Nico ascoltiamo più hard rock, metal, blues e R'n'R; anche il Vale è tra gli amanti dell’AOR e R'n'R dei bei tempi, con una passione singolare però per il funky degli anni '70 e dei musical in genere.

 

-          Avete realizzato un videoclip per “One Way Out”: cosa ci puoi raccontare circa la sua realizzazione?

 Il video di "One Way Out" è stato realizzato a Torino dove Nico stava frequentando l'università, tramite un suo (e adesso anche nostro) amico, Cesare Ambrogi, laureando in Regia abbiamo realizzato il nostro secondo video. Si sono mossi proprio come una squadra, hanno organizzato tutto loro, location, attori, trucco, ecc., noi abbiamo messo solo fiducia e volontà. Abbiamo realizzato tutto in due giorni e direi che è stato divertente come al solito e anche "compresso" per via dei tempi ma il risultato ci è piaciuto e rende l'idea di quel che siamo.

 

-          Quali sono i vostri progetti per il futuro?

      Abbiamo di sicuro la promozione in Italia ed in Europa del nuovo disco: partiamo con tre date in apertura ai Niterain a Padova, Torino e Milano, un altro video e poi centro-sud Italia; stiamo organizzando e a breve confermeremo per il Regno Unito. Naturalmente c'è anche nuovo materiale in fase di composizione.

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