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Un'esperienza sonora unica. Un'esperienza sonora unica. Hot

Un'esperienza sonora unica.

recensioni

gruppo
titolo
In Times
etichetta
Nuclear Blast
Anno

Tracklist:

1. Thurisaz Dreaming
2. Building With Fire
3. One Thousand Years of Rain
4. Nauthir Bleeding
5. In Times
6. Daylight

 

Line-up:

Ivar Bjørnson: chitarra
Grutle Kjellson: voce growl e basso
Cato Bekkevold: batteria
Herbrand Larsen: tastiera e voce clean
Ice Dale: chitarra solista

opinioni autore

 
Un'esperienza sonora unica. 2015-03-12 21:10:50 Dario Onofrio
voto 
 
4.5
Opinione inserita da Dario Onofrio    12 Marzo, 2015
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Sarebbe semplice chiudere questa recensione con un "gli Enslaved riescono ogni volta a sorprendere il pubblico degli ascoltatori metal, attirando sempre più nuovi fan con il loro sound rigoroso ma sperimentale, consegnando a chi apprezza questa musica dei veri e propri gioielli".
Ma non possiamo perché un disco complesso come In Times merita qualche riga in più da spendere per descriverlo.
Se conoscete gli Enslaved probabilmente avrete amato il precedente Riitiir, un disco profondo e oscuro che miscelava sapientemente black metal, psichedelia e atmosfere tipiche della musica nordica. In Times racchiude quegli stessi elementi portati a un nuovo livello, recuperando la matrice viking della band a più riprese (i cori in Thurizas Dreaming e One Thousand Years of Rain) e spingendo ancora di più sugli effetti che hanno contraddistinto i lavori precedenti.
Infatti quella che io reputo essere una matrice "space" della band qui ottiene forse uno dei suoi punti più alti. Il disco è composto da 6 pezzi tutti di circa 8 minuti ad esclusione della title-track, dove gli Enslaved ci scagliano addosso senza tregua la loro rigorosissima musica. So che può sembrare ossimorico, ma in un album come In Times rigore e follia trovano un punto d'incontro, un lavoro da veri professionisti nonostante lo scavo che la musica fa in noi stessi e nel nostro vissuto.
Analizzare uno per uno i pezzi mi sembra un tantino azzardato, principalmente per la complessità compositiva e per la reale incapacità di descrivere cose che a parer mio vanno vissute. Perché gli Enslaved mischiano più volte le carte in tavola intricando i ritmi, i riff, piazzando dei refrain e delle pause che sono solo apparentemente senza senso. Il lavoro di Grutle, Ivar e Herbrand alla voce è come al solito di altissimo livello, come si può constatare da cose come i cori viking di One Thousand Years of Rain o la parte clean in Nauthir Bleeding. Come al solito, tocco aggiuntivo della band, il sintetizzatore e le tastiere non sono mai elementi invasivi ma semmai contorni naturali di una musica che più genuina di così non si può. Proprio perché alla band non interessa stupirci o trascinarci in un teatrino dell'assurdo come i compatrioti Arcturus, ma semplicemente farci vivere qualcosa.
Il riff ossessivo e scarno di In Times, contrapposto al chorus pulito e quasi pinkfloydiano, non potrà sicuramente lasciarvi indifferenti. In una cavalcata di 10 minuti la band ci fa capire che cosa è in grado di fare, tra riprese, inserti acustici, assoli progressivi e quant'altro. Bellissimo soprattutto il finale, con uno stacco totalmente lasciato alla voce di Ivar contrapposto a un'ultima, ferocissima parte di blast-beating. Daylight, con i suoi stacchi acustici e una serie di elementi che possiamo tranquillamente chiamare avantgarde, chiude così un lavoro enorme.
Qualcuno ha definito In Times "il Dark Side of the Moon del black metal". Forse un'espressione del genere è un tantino esagerata: è vero che la band che oggi scrive questo album deve molto alle sonorità anni 70', ma io direi che è più il Meddle del black metal.
La musica degli Enslaved probabilmente o la ami o la odi: molti preferiranno le soluzioni facili di Amon Amarth e compagnia bella. Per me questi ragazzoni rimangono un colosso della musica estrema mondiale, qualcosa che ha superato da tempo i cliché per raggiungere vette inesplorate non raggiungibili da tutti.

P.S. Non penso sia un caso che quest'anno abbiano scelto Ivar Bjørnson come direttore artistico del Roadburn Festival. Mi auguro che la sua carriera inizi ad influenzare anche molti musicisti delle nuove generazioni.

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