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Warrel Dane: la perla nera postuma Warrel Dane: la perla nera postuma Hot

Warrel Dane: la perla nera postuma

recensioni

titolo
Shadow Work
etichetta
Century Media Records
Anno

Line up:

WARREL DANE (RIP) (Vocals)

JOHNNY MORAES (Guitars)

THIAGO OLIVEIRA (Guitars)

FABIO CARITO (Bass)

MARCUS DOTTA (Drums)

 

Track list:

1.Ethereal Blessing

2.Madame Satan

3.Disconnection System

4.As fast as the others

5.Shadow Work

6.The Hanging Garden

7.Rain

8.Mother is the word of God

 

opinioni autore

 
Warrel Dane: la perla nera postuma 2019-02-23 17:08:51 MASSIMO GIANGREGORIO
voto 
 
4.5
Opinione inserita da MASSIMO GIANGREGORIO    23 Febbraio, 2019
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Recensire un disco postumo non è mai facile, perchè si corre seriamente il rischio di essere banali e di edulcorare la release in preda alle immagini del “fu” che ti scorrono nella mente, quasi guidando le tue dita sulla tastiera.
Beh, nel caso di Warrel Dane, non è affatto così: i meriti ci sono tutti anzi, siamo al cospetto di un artista sottovalutato e che non ha avuto la possibilità di esprimere appieno la portata innovativa delle proprie idee.
Colto da infarto il 13.12.17 mentre registrava in studio a S.Paolo il suo secondo solo album, Warrel da Seattle era già un’istituzione grazie all’apporto dato alla causa del metallo sotto l’egida di Sanctuary e Nevermore (e scusate se è poco…).
Nel 2007 aveva intrapreso il suo percorso dark-progressive molto misantropico ed introspettivo.
Il marchio della casa ci proponeva un sound molto carico di pathos, al limite del claustrofobico, che spesso sfociava in aperture platealmente progressive (come se fossero degli squarci di luce venuti a fendere le tenebre) caratterizzate da assoli al limite del virtuosismo ma praticamente fusion, in grado di portarci alla mente le creazioni di gente del calibro di Satriani, Mc Alpine,etc.).
Dato atto di una sezione ritmica telluricamente perfetta (da notare la line up brasileira) su tutto si erge la voce di Darrel, estremamente versatile (in condizione di spaziare dal falsetto al growl onde supportare al meglio la variegatissima vena compositiva che si ritrova in tutti i brani.
Una voce segnata da una vena di triste follia, che – in taluni frangenti – ricorda il King Diamond del periodo concept album (per la verità anche la struttura dei pezzi rievoca le variazioni dei Mercyful Fate che furono tra i primi ad adottare i cambi di tempo all’interno di tracce più lunghe, vedi Satan’s Fall – alternata ad una furia più unica che rara.
L’intro sembra una session malata tra uno sciamano, un cantore gregoriano ed un induista e da la stura ad una sequenza terrificante di uppercuts: interessantissima Madame Satan, seguita dall’accoppiata di quelli che già furono proposti come singoli nel 2017, ossia Disconnection System e As fast as the Others. La title track è una vera e propria sferzata di energia nera che ci porta al galoppo sfrenato fino alla conclusiva Mother is the word of God in cui gli archi si incastonano alla perfezione (direi quasi alla Pergolesi) nel contesto malinconicamente potente della piece.
R.i.p., Warrel: ci hai regalato un’ultima perla prima di unirti a Lemmy & Co. nel Walhalla dei Metal Gods.
Max “Thunder” Giangregorio

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10
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