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Il quarto disco dei Phase Reverse poteva essere migliore! Il quarto disco dei Phase Reverse poteva essere migliore! Hot

Il quarto disco dei Phase Reverse poteva essere migliore!

recensioni

titolo
Phase IV Genocide
etichetta
ROAR! Rock of Angels Records
Anno

Tracklist:
1. The Return
2. Destruction on Demand
3. Genocide
4. Copy 10-4
5. Know Thy Shit
6. Die and Let Live
7. Delete
8. Eat What You’re Served
9. Sound of My Stone
10. Martyr of the Phase

Line up:
Alex Alexiou - Batteria
Takis Mark - Voce
Tas Ioannidis - Basso, Voce
Kostas Kotsikas - Chitarra
John Chief Stergiou - Chitarra

opinioni autore

 
Il quarto disco dei Phase Reverse poteva essere migliore! 2021-01-02 17:12:31 ENZO PRENOTTO
voto 
 
3.5
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    02 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 02 Gennaio, 2021
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Era da parecchio che in redazione non arrivavano dei dischi southern metal, quindi è con una certa curiosità che ci si appresta all’ascolto del quarto disco dei Phase Reverse intitolato "Phase IV Genocide". Sebbene tutto lasci presagire che la band sia americana, in realtà il combo è greco e non si fa nessun problema a proporre un sound molto distante geograficamente all’origine. Chi scrive non ha mai amato particolarmente il mix tra metal e southern rock dato che pochissimi hanno saputo creare un ibrido valido. I Phase Reverse stanno in una sorta di limbo dove basterebbe poco di più per ottenere dei risultati importanti.

Bisogna dire che, passato l’intro, l’inizio vero e proprio con “Destruction on Demand” non è esattamente dei migliori a dispetto del titolo anthemico. La traccia puzza troppo di moderno con quell’attitudine post-grunge/alternative metal alla Five Fingers Death Punch piena di suoni pomposi e tamarri. Anche se le venature blues/southern non mancano tutto si smorza in fretta ma fortunatamente “Genocide” arriva a rotta di collo con chitarre affilatissime ed una sezione ritmica modello palla di cannone. Si ritorna poi nella mediocrità con la piatta e scontata “Copy 10-4”, la discreta “Know Thy Shit” (nonostante qualche idea melodica interessante) più la statica “Die and Let Me Live”. Praticamente la prima metà dell’album convince davvero poco con quel metal innocuo e troppo commerciale finché “Delete” irrompe fragorosamente con quel country velocissimo incrociato con il metal riportando l’attenzione quanto meno a livelli accettabili. Il connubio riprende a funzionare bene anche nella buona “Eat What You’re Served”, assalto micidiale e potente anche se non particolarmente esaltante mentre si risale di prepotenza con la bellissima “Sound of my Stone” dove tutti gli elementi del sound sono equilibrati perfettamente offrendo un gruppo che oltre alla padronanza tecnica riesce anche a comporre bene quando è nel giusto mood. Il top del disco viene raggiunto dalla cupa e paludosa “Martyr of the Phase” che si muove lenta e velenosa come un blues marcio non calando mai di intensità. Il ritorno del singer originario probabilmente ha fatto bene al gruppo però l’album è deciso e riuscito solo per metà.

In definitiva il disco è buono, ben suonato e con il giusto tiro. Ci fosse stata più cura per le prime tracce il disco si sarebbe posizionato probabilmente nella top ten del 2020 ma così non è stato. Mezza delusione.

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