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Altra prova di maestria per i Royal Hunt! Altra prova di maestria per i Royal Hunt! Hot

Altra prova di maestria per i Royal Hunt!

recensioni

titolo
Dystopia
etichetta
NorthPoint Productions
Anno

Tracklist:
1. Inception ℉451
2. Burn
3. The Art Of Dying
4. I Used To Walk Alone
5. The Eye Of Oblivion
6. Hound Of The Damned
7. The Missing Page (Intermission I)
8. Black Butterflies
9. Snake Eyes
10. Midway (Intermission II)

Line up:
DC Cooper – Voce
André Andersen – Tastiere
Jonas Larsen – Chitarra
Andreas Passmark – Basso
Andreas Johansson – Batteria

opinioni autore

 
Altra prova di maestria per i Royal Hunt! 2021-01-18 13:55:07 ENZO PRENOTTO
voto 
 
4.0
Opinione inserita da ENZO PRENOTTO    18 Gennaio, 2021
Ultimo aggiornamento: 18 Gennaio, 2021
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Sono passati circa dieci lunghi anni da quando il singer DC Cooper è rientrato nei Royal Hunt, la band symphonic rock/metal capitanata dal mastermind André Andersen. Fino al comeback del cantante danese il combo aveva comunque assestato dei lavori più che buoni (tra cui il troppo sottovalutato "X" e pure "Paradox II: Collision Course"), ma forse la vera rinascita è stata con "Show Me How To Live", dove si ritornava ad una certa semplicità specie nella cura di cori e ritornelli. A seguire (tralasciando i live) il gruppo ha poi puntato sul miglioramento delle composizioni (gli album "Devil’s Dozen" e "Cast In Stone"), sfornando sempre lavori qualitativamente ottimi, concentrandosi molto sulla forma-canzone. Il nuovissimo concept album "Dystopia" arriva quindi alla luce a circa due anni dall’ultimo lavoro, accentuando stavolta la componente prog e facendo pure un sontuoso salto nel tempo.

La dichiarazione di intenti viene fuori già dall’intro pomposa ed epicheggiante “Inception F451”. Intenti che poi si materializzano nel giro di poco e danno delle idee concrete sulla direzione musicale. Non si parla di particolari innovazioni, ma più di riprendere per mano un approccio più progressive metal (o rock che dir si voglia, dato che la band si è sempre divertita a stare nel mezzo). Le tracce difatti sono decisamente più elaborate che in passato e non mancano alcune intuizioni interessanti. I riff hard&heavy di Jonas sono spesso duri, ma mai eccessivi e si nota un lavoro solistico meno da shredder ma più di sostanza, segno che il giovane musicista si sta raffinando tenendo a freno virtuosismi inutili (“Burn”). La sezione ritmica è sempre a cavallo fra tecnica ed immediatezza, dilettandosi anche in episodi movimentati e pure ai limiti del doom metal (non è un caso che ci sia come ospite Mats Levén, ex Candlemass), come la lenta “The Art Of Dying” che dimostra una pesantezza ed un oscurità molto marcate, salvo poi crescere di pathos. L’album è davvero ricco di particolari che sbucano fuori poco a poco e risaltano molto, grazie anche alla controparte melodica dettata dagli imponenti arrangiamenti orchestrali (si ascolti l’evocativa “Black Butterflies”, dove la musica classico/sinfonica si sposa perfettamente al rock/metal) di André che si diletta in ogni tipo di composizione possibile, sbattendo in faccia anche un paio di chicche niente male. Uno dei picchi del disco è “The Eye of Oblivion” che rimanda ai tempi d’oro di "Paradox", un pezzo lungo e complesso che combina groove, potenza e colate di melodia senza avere mai cali di tensione. La seconda sorpresa è “Hound of the Damned” e richiama senza mezze misure i Savatage più teatrali e da musical, inserendoci pure un mood elettronico azzeccatissimo, giri di chitarra infuocati, assoli intensi ed ospiti alle vocals di tutto rispetto che donano varietà (Henrik Brockmann e Kenny Lübcke, entrambi già ospiti in diversi dischi del gruppo). Ovviamente non ci si poteva dimenticare dell’ugola cristallina di DC Cooper sempre celestiale negli splendidi cori e ritornelli del disco (da non sottovalutare la sua versatilità ed un gioiellino come "Walk The Earth dei Silent Force" è lì a dimostrarlo). Ogni sua sfumatura vocale viene sempre enfatizzata al meglio, sia nella parte metallica che in quella più pacata. Va detto comunque che non si tratta del lavoro migliore dei Royal Hunt. I due intermezzi non danno nulla in più e le ballads, per quanto dolci e scintillanti (“I Used to Walk Alone” vede anche Mark Boals ospite alla voce) non sorprendono particolarmente, abbassando leggermente il tiro.

Un nuovo lavoro che esplode in classe, raffinatezza e tanta passione, che pecca sicuramente per mancanza parziale di novità, ma che allo stesso tempo fa mangiare la polvere a tantissimi gruppi che credono basti mettere un’orchestra e voci liriche per suonare metal sinfonico. Dei fuoriclasse ancora troppo in ombra. Altro centro!

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